Sotto la toga, niente. Orazione in morte del giustizialismo di sinistra

La messa è finta, andate in pace…

Su questo blog avevamo anticipato la fine più che meritata della sinistra giustizialista, almeno quella più oltranzista. Dismessa la questione sociale a vantaggio di quella penale, abbandonato addirittura nome e simbolo, la falce e martello, (che furono al centro della scissione di pochi anni fa con i vendoliani), per dare vita ad una coalizione d’apparati sempre più rachitici, totalmente subordinata all’ala più irriducibile del partito dei giudici, questo ceto politico residuale formatosi nel decennio novanta ha realizzato la propria definitiva eutanasia.
Non è male tutto quel che finisce male. Un dannoso equivoco, quello della represione emancipatrice, ha trovato finalmente soluzione.
L’eclissi di Di Pietro e le sue dimissioni dall’Idv (l’Antonio da Montenero di Bisaccia mostra di avere un senso politico molto più acuto dei suoi ex commilitoni rimasti aggrappati alle poltrone di partiti senza seguaci e militanti), la fuga repentina di Luigi De Magistris l’arancione (detto “Gigino a manetta”) e di Leoluca Orlando, l’ex retino nemico del giudice Falcone che Leonardo Sciascia bollò come «professionista dell’antimafia», il drastico ridimensionamento della Lega che ha perso più della metà dei sui voti, non permettono ancora di dire se il giustizialismo tout court  sia un ricordo del passato. Pd e Pdl, seppur esangui dopo l’emeorragia di voti persi (10 milioni dal 2008, 4 per il Pd e 6 per il Pdl), sono sempre lì con le loro schiere di magistrati e una politica penale che non rimette in discussione nulla delle passate stagioni.
Non è ben chiara la fisionomia dell’armata brancaleone grillina. Il loro populismo ha connotati chiaramente legalitari, con richiami cittadinisti, il comico genovese ha più volte fatto delle sparate inquietanti, chiaramente reazionarie. Siamo di fronte ad un neo-ceto politico nella stragrande maggioranza dei casi privo di cultura politica (i neoleletti a partire dal prossimo 4 marzo verranno resettati in un centro convegni alle porte della Capitale. Lezioni intensive di diritto costituzionale condotte da una squadra di docenti della Luiss Guido Carli di Roma – sic!).
Per questo dichiarare la fine del giustizialismo ci sembra abbastanza prematuro, tuttavia è evidente come sia mutata la fase, il trend giustizialista è in netto declino, i 5 stelle hanno raccolto più di 8 milioni di voti diventando in assoluto la prima forza politica del Paese senza imbarcare magistrati anche se uno dei loro cavalli di battaglia è stato il divieto di candidare persone con precedenti penali. Qualcuno ha scritto che si tratta di un populismo sterilizzato; personalmente ho dei forti dubbi anche se il richiamo al valore escatologico dell’azione penale è meno evidente, sostituito da un’idea un po’ bislacca di democrazia diretta, di trasversalità che ha il sapore più del newage che di una rivoluzione democratica dal basso. Vedremo.
In Val di Susa i 5 stelle hanno raccolto una valanga di voti, quasi sempre oltre il 40% con il picco di Exilles dove hanno ottenuto addirittura il 53,1%. Il 23 marzo alla marcia No Tav da Susa a Bussoleno è prevista la partecipazione dei 163 parlamentari grillini. A questo punto l’azione legislativa in favore della chiusura dei cantieri Tav in valle deve essere accompagnata anche da un intervento a tutela di tutti coloro che in questi hanno hanno manifestato subendo una durissima repressione poliziesca e giudiziaria. Il sostegno a queste lotte non può dunque prescindere da una inizativa che imponga un’amnistia-indulto generale per le lotte sociali, contro la persecuzione della manifestazioni pubbliche, tutelando la resistenza messa in pratica nelle piazze italiane.
Sarà una modo per metterli alla prova.

Per l’intanto gustatevi questa bellissima e inesorabile orazione funebre di Guido Viale. Amen!

Guido Viale
il manifesto, 27 Febbraio 2013

20130225-210427

Il flop di Rivoluzione civile non era scontato, ma largamente prevedibile. Quella lista era stata promossa da tre ex pm che portavano in dote uno (Antonio Ingroia), una sacrosanta polemica con il presidente della Repubblica e un’inchiesta contrastata sulla trattativa Stato-mafia, ma che era solo all’inizio, o era stata interrotta precocemente (mancava sicuramente, in quell’indagine, lo scambio tra l’arresto di Riina e la «messa in salvo» del suo archivio, consegnato indenne a Provenzano.
E il ruolo in tutto ciò del procuratore Caselli (oggi grande fustigatore dei NoTav); l’altro (Luigi De Magistris) portava in dote una strepitosa vittoria alle comunali di Napoli, che però comincia a far acqua di fronte ai lasciti catastrofici delle precedenti amministrazioni (è la stessa situazione in cui si trova Pizzarotti: non si possono affrontare a livello locale burocrazia, patto di stabilità, debiti pregressi, banche e altro ancora, senza mobilitazioni di respiro nazionale); quanto al terzo (Antonio Di Pietro), ecco una lunga militanza a favore del massacro dei manifestanti del G8 di Genova, del Tav Torino-Lione, della legge obiettivo, della Tem e delle altre autostrade lombarde, di una serie di malversazioni nei finanziamenti pubblici al suo partito e l’elezione di tre parlamentari (De Gregorio, Scilipoti e Razzi), raccattati tra la feccia del paese per regalarli a Berlusconi.
A queste tre toghe se ne è poi aggiunta un’altra: quella dell’avvocato Li Gotti, già segretario del Movimento sociale di Catanzaro, che si era impegnato a fondo, come patrono delle vittime della strage di Piazza Fontana, a proteggere fascisti e servizi dagli indizi che li inchiodavano, perseverando nell’accusare Valpreda e, soprattutto (visto che stiamo parlando di mafia), a proteggere gli assassini di Mauro Rostagno e i mandanti mafiosi di un omicidio che ricorda da vicino quello di Peppino Impastato, sostenendo e gridando ai quattro venti che a uccidere Mauro erano stati i suoi ex compagni di Lotta Continua per «farlo tacere» sull’omicidio Calabresi.
Era difficile, in queste condizioni, concorrere con Sel, Pd e Grillo; o convincere i milioni di elettori delusi che non si sentono più cittadini di questa Repubblica che «l’alternativa» era questa.
Ma andando a frugare sotto quelle quattro toghe, lo spettacolo è ancora più deprimente: quattro dinosauri, segretari di altrettanti partiti senza più elettori, si sono impossessati di quella lista piazzando se stessi, i loro funzionari e i loro notabili (alcuni dei quali francamente impresentabili, tra cui un noto affarista, un difensore della tortura di stato e un fautore dei condoni edilizi) nelle teste di lista di almeno tre regioni per ciascuno: un «catenaccio» che peggiora ancora le già perfide regole del «porcellum», garantendo con dimissioni mirate, nel caso che la lista avesse superato lo sbarramento, l’ingresso in parlamento dei candidati designati. Il tutto «edulcorato» con l’inserimento in lista di alcuni (pochi e infelici) «rappresentanti della società civile», scelti, beninteso, da lorsignori, avendo ben cura di scartare le candidature indicate, anche con maggioranze schiaccianti, dalle assemblee di cambiaresipuò. In questo meccanismo è rimasto tra l’altro schiacciato anche Vittorio Agnoletto, indicato, quasi a furor di Prc, candidato di cambiaresipuò a Milano; proprio mentre il partito che lo appoggiava trattava a Roma il modo per farlo fuori.
Nessuno dei partiti che l’hanno fatta da padroni nella lista di Rivoluzione Civile (Verdi, Prc, Pdci, Idv) avrebbe mai avuto la forza di presentarsi da solo alle elezioni; e i risultati lo confermano (andate a vedere quelli dell’Idv, che in Lombardia si è presentata da sola!) Ma nemmeno la possibilità di promuovere una riedizione del fallimentare «arcobaleno» se il terreno non fosse stato spianato dalle assemblee di cambiaresipuò. Che quei quattro partiti sono riusciti a usare «come un taxi» (senza nemmeno pagare la corsa) per farsi portare non in parlamento, dove non sono arrivati, ma solo a una presentazione temporaneamente – e solo temporaneamente – unitaria, nascosti sotto le toghe di quei tre ex pm.
Certamente anche cambiaresipuò porta la responsabilità di quest’esito: è nata troppo tardi; si è fatta stroncare dall’anticipo delle elezioni; è stata ingenua; non ha avuto una vera direzione politica capace di contrastare per tempo assalti e trappole tese da chi la aspettava al varco. In questo gioco un ruolo decisivo lo ha avuto De Magistris, vero «cavallo di Troia» per introdurre in cambiaresipuò prima Ingroia e poi i quattro partiti che ne hanno preso il controllo per scaricarla. Però lo scopo di quei partiti nascostisi sotto le toghe dei pm era la mera sopravvivenza: presidiare un’area sterile e striminzita di voti «di sinistra», che certo molti di loro immaginavano, sbagliando, più consistente. Non certo offrire un’alternativa a milioni di elettori disgustati dalle forze politiche al comando del paese.
Avevano un programma raffazzonato riprendendo i punti fondamentali di cambiaresipuò, perché i dieci punti proposti inizialmente da Ingroia erano drammaticamente inadeguati (ma d’altronde, i programmi, chi li legge?). I candidati erano già stati selezionati in barba alle 100 e più assemblee tenute da cambiaresipuò. Quanto alla tattica, solo i risultati catastrofici proteggono la lista dall’accusa di aver provocato il flop di Pd e Sel con una campagna condotta tutta contro di loro, invece che per qualcosa di diverso.
Ora, senza parlamentari e senza finanziamento pubblico, quei quattro partiti sono condannati all’estinzione (Di Pietro avrà ancora denaro pubblico per un anno: vedremo che cosa ne farà, dopo aver sostenuto le spese della candidatura di Ingroia). Ma – e lo chiedo alle centinaia di militanti di quei partiti impegnati, a volte fino allo spasimo, nel sostegno di lotte, movimenti e iniziative civiche – si può combattere per obiettivi così miseri? Non ci stiamo battendo tutti quanti, ciascuno a modo suo, per qualcosa di più e di meglio?
Si è persa l’occasione per offrire a milioni di elettori una opzione diversa: non il tentativo di portare in parlamento uno sparuto drappello di oppositori, pronti a disperdersi ciascuno per la propria strada (magari anche quella di Scilipoti) non appena eletti; ma la possibilità di usare la campagna elettorale per una vera battaglia politica: per un’altra Europa, un’altra economia, un altro regime del lavoro, un’altra istruzione, un’altra cultura. Non un programma di governo (magari non avremmo preso, anche in quel caso, nemmeno i voti necessari per «condizionare» il nuovo governo), ma sicuramente un punto di riferimento per raccogliere una spinta che la mancanza di prospettive ha risospinto nel voto al Pd, o a Grillo, o nell’astensione; comunque nella rabbia e nella frustrazione.
[…]
Il successo del movimento 5 stelle è la riprova del grande bisogno di novità e delle grandi aspettative di un cambiamento reale che ci sono in questo paese. Una situazione che negli ultimi due mesi molti di noi hanno potuto verificare anche nella delusione e nel ripiegamento provocati dal sequestro e dall’affondamento di cambiaresipuò, reazioni che hanno riguardato una cerchia di persone impegnate in lotte, movimenti, iniziative civiche, progetti culturali, che vanno ben oltre la cerchia di chi aveva partecipato in vario modo alle assemblee. […].

Annunci

Per farla finita con la sinistra giudiziaria 2/fine

Dagli ingraiani agli ingroiani, l’ultimo stadio della sinistra terminale

Il quadro politico attuale vede sulla scena due destre. Una berlusconiana e l’altra montiana. La seconda è sicuramente quella più intransigente e pericolosa. Dura, padronale, arrogante, una sorta di neothatcherismo con il loden addosso. L’altra, quella berlusconiana, leggermente temperata dalla matrice populista del suo leader, un groviglio di interessi autoreferenziali preoccupati solo di non essere travolti, con attorno la destra etnica leghista, indebolita e trincerata nei suoi bastioni lombardo-veneti, e i patetici cespuglietti neo-post-ex-trans fascisti.
C’è poi un centro che ruota attorno al partito democratico, rimasto lontano dalla realizzazione di qualsiasi progetto post-socialdemocratico ma piuttosto vicino ad una vecchia idea democristiana della politica, a quella che fu la sinistra democristiana, un inveramento del ceto politico del compromesso storico.
Ci sono quindi i populisti con il nuovo arcipelago grillino che hanno preso il posto dei dipietristi. Una specie di carnevale dei delusi e dei rancorosi di destra come di sinistra. Rappresentano la vera incognita sia per le dimensioni che potranno raggiungere in Parlamento che per il comportamento politico che terranno. Non sono ancora un ceto politico strutturato, anche se molti di loro provengono dal mondo del professionismo della società civile. Le due cose tuttavia non si equivalgono e bisognerà vedere in che modo reagiranno una volta saliti nelle sale del Palazzo: se si trasformeranno in “mercato della vacche”, in un serbatoio dove comprare voti come è stato per il dipietrismo a vantaggio del berlusconismo, magari questa volta a favore del Pd; oppure se saranno in grado di dare vita ad una fisionomia politica propria, non oscillatoria.
C’è infine la sinistra, o forse sarebbe meglio dire “la fine della sinistra”. Da una parte Sel, che vede l’ipotesi carismatica giocata attorno alla figura di Vendola in netto declino. Persa la scommessa delle primarie nel Pd, dopo l’entrata in gioco di Renzi e lo spostamento a destra della partita politica dentro i democratici, Sel si è ritrovata senza strategia (essendo la scelta governista il suo presupposto) e quindi relegata in una posizione subalterna, da mera ruota di scorta di Bersani. Nessuno crede che possa esercitare una capacità condizionante tale da controbilanciare le pressioni, i ricatti, la forza che metterà in campo il blocco montiano dopo le elezioni. Una forza che non si pesa solo in voti parlamentari.
Dall’altra Rivoluzione civile con il suo porta bandiera Ingroia che ha messo insieme i cocci, la “posa”, i residui dei vari cetini politici “ex parlamentari” e ormai gruppuscolari provenienti dalla dissoluzione del Pci e da alcuni gruppetti dell’estrema sinistra anni 80, sigle vuote come quella dei Verdi, e ciò che resta della ditta in fallimento di Di Pietro. Un rimasuglio in cerca di una poltrona parlamentare che li faccia sopravvivere ancora un po’, prima di maturare definitivamente il diritto alla pensione.

Il giustizialismo è una sorta di mastice ideologico comune a queste formazioni, fatta eccezione per Sel (ma anche lì bisognerebbe vedere quanto è chiara la questione), grosso modo nessuno mette seriamente in discussione questo paradigma. Magari lo interpreta diversamente, con maggiore o minore vigore e furore, con distinzioni varie, con un uso a geometria varabile come avviene per l’area berlusconiana, o con alcuni distinguo e timidi dubbi in certi limitati settori del Pd. Leghisti, ex-post-trans fascisti, grillini e igroiani sono invece tutti apertamente, dichiaratamente e furiosamente, giustizialisti.

Ma in queste elezioni lo sono più di ogni altra formazione quelli di Rivoluzione civile per l’evidente significato simbolico e programmatico rappresentato dalla scelta di avere come candidato premier proprio Antonio Ingroia, senza dover scorerre alcune delle candidature proposte nonché il leitmotiv della campagna.

Il capolinea: giustizialismo malattia senile del ceto politico comunista
Mai come in questa campagna l’identità politica delle formazioni raccolte nella lista di Ingroia è stata incentrata attorno al tema giustizialista: una vera e propria malattia senile dei partitini comunisti.
Come si è arrivati a questo punto?
La crisi terminale della sinistra italiana nasce probabilmente dalla incapacità di ripensare il decennio novanta (che a sua volta mette radici in quel che accadde negli anni 70, e nel modo in cui si conclusero). Eppure l’intera fisionomia di quel che resta della sinistra di oggi nasce da lì, da come il Pci reagì alla caduta del muro cambiando nome e dal quel che accadde subito dopo.
Merita di esser indagata meglio questa strana rimozione perché gli anni novanta hanno forgiato in buona misura l’identità della sinistra attuale, sia nella versione riformista che in quella radicale e persino antagonista.
L’illusione giustizialista ha cullato la sinistra nell’idea che il fenomeno berlusconiano fosse sorto dal mancato compimento della missione purificatrice di Tangentopoli e non sia stato invece una sua diretta conseguenza. Lo tsunami giudiziario, che ha investito il sistema politico-istituzionale nel corso della prima metà degli anni novanta, non ha lavato la politica e ancora meno moralizzato la cosa pubblica. In realtà, travolgendo le figure tradizionali della mediazione istituzionale fuoriuscite dal dopoguerra, ha semplificato le linee di comando, ridotto le zone intermedie, portando a compimento l’instaurazione del meccanismo maggioritario, favorendo così l’accesso diretto alla politica dei nuovi quadri direttamente espressi dal mercato, dalla società commerciale, dalle aziende, per non parlare dei nepotismi e degli harem. La selezione è peggiorata in negativo anche a seguito della scomparsa di quei grandi contenitori che erano i partiti di massa, dove si esercitava una grammatica politica.
La  rivoluzione conservatrice avviata negli anni ottanta ha raggiunto tutti i suoi obiettivi e il partito impresa ha trovato la strada spianata verso la sua ascesa al governo. A questo risultato hanno contribuito l’ideologia della repressione emancipatrice, il mito dell’azione penale, la teoria dell’interferenza, divenuta patrimonio di larghi settori della magistratura. Come era prevedibile fin dall’inizio Mani pulite non ha eliminato i meccanismi della corruzione, ha semplicimente liquidato per via giudiziaria una parte del vecchio ceto politico della Prima repubblica la cui attività regolatrice costituiva oramai un intralcio troppo costoso rispetto ai nuovi parametri della competitività internazionale. La sua funzione è stata eminentemente politica, un vero capolavoro: realizzare un Termidoro evitando la presa della Bastiglia. Reazione preventiva ad una rivoluzione mai avvenuta.
Così il giudiziario, da strumento di tutela reciproca tra classi dominanti, si è trasformato per un certo periodo in luogo di conflitto anche tra élites, ricorrendo a pratiche tradizionalmente riservate alle sole classi pericolose o ai nemici interni.
Lentamente l’oppio giudiziario ha contaminato buona parte delle culture presenti nella sinistra, mutandone profondamente l’universo simbolico, insieme a quello dei movimenti, ed ai vari repertori che giustificavano l’azione collettiva.
 Tutto ciò è sembrato essere anche una diretta conseguenza della crisi delle grandi narrazioni rivoluzionarie che descrivevano cammini di liberazione. L’ambizioso progetto che un tempo animava i propositi di cambiare il mondo è reclinato verso la modesta pretesa di giudicarlo. Alla costruzione d’ideali carichi di prospettive e speranze si è opposto il culto della vendetta e la furiosa libidine dell’azione penale. L’ideologia giudiziaria è apparsa come una risposta al disincanto di un mondo ormai percepito come decaduto e corrotto.
La politica ha mutato attori, tecniche e contenuto. Cacciata dai posti di lavoro, emarginata dalle piazze, sottratta agli stessi emicicli, è passata prima nelle corbeilles e poi nelle procure, mentre chi un tempo occupava le strade ha cominciato a sedersi sui banchi della parte civile e chi ha continuato a farlo ha finito per vestire i panni della nuova icona del male, il black bloc, il terrorista urbano.
Il ricorso sfrenato alle scorciatoie giudiziarie ha cristallizzato umori forcaioli e reazionari. L’abbassamento generale del livello di garanzie giuridiche ha portato unicamente pregiudizio alle classi più deboli che da sempre hanno minori mezzi e strumenti di difesa, riempiendo le carceri e contribuendo ad edificare una legislazione sempre più minacciosa.
La fonte della legittimità proviene dalla legalità o dal suffragio, sono arrivati a chiedersi alcuni pasdaran della soluzione penale come Flores D’arcais (su MicroMega). Il risultato è stato il lungo ventennio Berlusconiano e poi lo stato d’eccezione tecnocratico di Monti.

Senza un radicale mutamento di paradigma politico che si liberi una volta per tutte dell’ideologia giudiziaria e penale non si riuscirà a ricostruire nulla, anche la ripresa di eventuali temi di classe avrebbe le ali piombate.

Sullo stesso tema
Per farla finita con l’ideologia giustizialista 1/continua