Sotto la toga, niente. Orazione in morte del giustizialismo di sinistra

La messa è finta, andate in pace…

Su questo blog avevamo anticipato la fine più che meritata della sinistra giustizialista, almeno quella più oltranzista. Dismessa la questione sociale a vantaggio di quella penale, abbandonato addirittura nome e simbolo, la falce e martello, (che furono al centro della scissione di pochi anni fa con i vendoliani), per dare vita ad una coalizione d’apparati sempre più rachitici, totalmente subordinata all’ala più irriducibile del partito dei giudici, questo ceto politico residuale formatosi nel decennio novanta ha realizzato la propria definitiva eutanasia.
Non è male tutto quel che finisce male. Un dannoso equivoco, quello della represione emancipatrice, ha trovato finalmente soluzione.
L’eclissi di Di Pietro e le sue dimissioni dall’Idv (l’Antonio da Montenero di Bisaccia mostra di avere un senso politico molto più acuto dei suoi ex commilitoni rimasti aggrappati alle poltrone di partiti senza seguaci e militanti), la fuga repentina di Luigi De Magistris l’arancione (detto “Gigino a manetta”) e di Leoluca Orlando, l’ex retino nemico del giudice Falcone che Leonardo Sciascia bollò come «professionista dell’antimafia», il drastico ridimensionamento della Lega che ha perso più della metà dei sui voti, non permettono ancora di dire se il giustizialismo tout court  sia un ricordo del passato. Pd e Pdl, seppur esangui dopo l’emeorragia di voti persi (10 milioni dal 2008, 4 per il Pd e 6 per il Pdl), sono sempre lì con le loro schiere di magistrati e una politica penale che non rimette in discussione nulla delle passate stagioni.
Non è ben chiara la fisionomia dell’armata brancaleone grillina. Il loro populismo ha connotati chiaramente legalitari, con richiami cittadinisti, il comico genovese ha più volte fatto delle sparate inquietanti, chiaramente reazionarie. Siamo di fronte ad un neo-ceto politico nella stragrande maggioranza dei casi privo di cultura politica (i neoleletti a partire dal prossimo 4 marzo verranno resettati in un centro convegni alle porte della Capitale. Lezioni intensive di diritto costituzionale condotte da una squadra di docenti della Luiss Guido Carli di Roma – sic!).
Per questo dichiarare la fine del giustizialismo ci sembra abbastanza prematuro, tuttavia è evidente come sia mutata la fase, il trend giustizialista è in netto declino, i 5 stelle hanno raccolto più di 8 milioni di voti diventando in assoluto la prima forza politica del Paese senza imbarcare magistrati anche se uno dei loro cavalli di battaglia è stato il divieto di candidare persone con precedenti penali. Qualcuno ha scritto che si tratta di un populismo sterilizzato; personalmente ho dei forti dubbi anche se il richiamo al valore escatologico dell’azione penale è meno evidente, sostituito da un’idea un po’ bislacca di democrazia diretta, di trasversalità che ha il sapore più del newage che di una rivoluzione democratica dal basso. Vedremo.
In Val di Susa i 5 stelle hanno raccolto una valanga di voti, quasi sempre oltre il 40% con il picco di Exilles dove hanno ottenuto addirittura il 53,1%. Il 23 marzo alla marcia No Tav da Susa a Bussoleno è prevista la partecipazione dei 163 parlamentari grillini. A questo punto l’azione legislativa in favore della chiusura dei cantieri Tav in valle deve essere accompagnata anche da un intervento a tutela di tutti coloro che in questi hanno hanno manifestato subendo una durissima repressione poliziesca e giudiziaria. Il sostegno a queste lotte non può dunque prescindere da una inizativa che imponga un’amnistia-indulto generale per le lotte sociali, contro la persecuzione della manifestazioni pubbliche, tutelando la resistenza messa in pratica nelle piazze italiane.
Sarà una modo per metterli alla prova.

Per l’intanto gustatevi questa bellissima e inesorabile orazione funebre di Guido Viale. Amen!

Guido Viale
il manifesto, 27 Febbraio 2013

20130225-210427

Il flop di Rivoluzione civile non era scontato, ma largamente prevedibile. Quella lista era stata promossa da tre ex pm che portavano in dote uno (Antonio Ingroia), una sacrosanta polemica con il presidente della Repubblica e un’inchiesta contrastata sulla trattativa Stato-mafia, ma che era solo all’inizio, o era stata interrotta precocemente (mancava sicuramente, in quell’indagine, lo scambio tra l’arresto di Riina e la «messa in salvo» del suo archivio, consegnato indenne a Provenzano.
E il ruolo in tutto ciò del procuratore Caselli (oggi grande fustigatore dei NoTav); l’altro (Luigi De Magistris) portava in dote una strepitosa vittoria alle comunali di Napoli, che però comincia a far acqua di fronte ai lasciti catastrofici delle precedenti amministrazioni (è la stessa situazione in cui si trova Pizzarotti: non si possono affrontare a livello locale burocrazia, patto di stabilità, debiti pregressi, banche e altro ancora, senza mobilitazioni di respiro nazionale); quanto al terzo (Antonio Di Pietro), ecco una lunga militanza a favore del massacro dei manifestanti del G8 di Genova, del Tav Torino-Lione, della legge obiettivo, della Tem e delle altre autostrade lombarde, di una serie di malversazioni nei finanziamenti pubblici al suo partito e l’elezione di tre parlamentari (De Gregorio, Scilipoti e Razzi), raccattati tra la feccia del paese per regalarli a Berlusconi.
A queste tre toghe se ne è poi aggiunta un’altra: quella dell’avvocato Li Gotti, già segretario del Movimento sociale di Catanzaro, che si era impegnato a fondo, come patrono delle vittime della strage di Piazza Fontana, a proteggere fascisti e servizi dagli indizi che li inchiodavano, perseverando nell’accusare Valpreda e, soprattutto (visto che stiamo parlando di mafia), a proteggere gli assassini di Mauro Rostagno e i mandanti mafiosi di un omicidio che ricorda da vicino quello di Peppino Impastato, sostenendo e gridando ai quattro venti che a uccidere Mauro erano stati i suoi ex compagni di Lotta Continua per «farlo tacere» sull’omicidio Calabresi.
Era difficile, in queste condizioni, concorrere con Sel, Pd e Grillo; o convincere i milioni di elettori delusi che non si sentono più cittadini di questa Repubblica che «l’alternativa» era questa.
Ma andando a frugare sotto quelle quattro toghe, lo spettacolo è ancora più deprimente: quattro dinosauri, segretari di altrettanti partiti senza più elettori, si sono impossessati di quella lista piazzando se stessi, i loro funzionari e i loro notabili (alcuni dei quali francamente impresentabili, tra cui un noto affarista, un difensore della tortura di stato e un fautore dei condoni edilizi) nelle teste di lista di almeno tre regioni per ciascuno: un «catenaccio» che peggiora ancora le già perfide regole del «porcellum», garantendo con dimissioni mirate, nel caso che la lista avesse superato lo sbarramento, l’ingresso in parlamento dei candidati designati. Il tutto «edulcorato» con l’inserimento in lista di alcuni (pochi e infelici) «rappresentanti della società civile», scelti, beninteso, da lorsignori, avendo ben cura di scartare le candidature indicate, anche con maggioranze schiaccianti, dalle assemblee di cambiaresipuò. In questo meccanismo è rimasto tra l’altro schiacciato anche Vittorio Agnoletto, indicato, quasi a furor di Prc, candidato di cambiaresipuò a Milano; proprio mentre il partito che lo appoggiava trattava a Roma il modo per farlo fuori.
Nessuno dei partiti che l’hanno fatta da padroni nella lista di Rivoluzione Civile (Verdi, Prc, Pdci, Idv) avrebbe mai avuto la forza di presentarsi da solo alle elezioni; e i risultati lo confermano (andate a vedere quelli dell’Idv, che in Lombardia si è presentata da sola!) Ma nemmeno la possibilità di promuovere una riedizione del fallimentare «arcobaleno» se il terreno non fosse stato spianato dalle assemblee di cambiaresipuò. Che quei quattro partiti sono riusciti a usare «come un taxi» (senza nemmeno pagare la corsa) per farsi portare non in parlamento, dove non sono arrivati, ma solo a una presentazione temporaneamente – e solo temporaneamente – unitaria, nascosti sotto le toghe di quei tre ex pm.
Certamente anche cambiaresipuò porta la responsabilità di quest’esito: è nata troppo tardi; si è fatta stroncare dall’anticipo delle elezioni; è stata ingenua; non ha avuto una vera direzione politica capace di contrastare per tempo assalti e trappole tese da chi la aspettava al varco. In questo gioco un ruolo decisivo lo ha avuto De Magistris, vero «cavallo di Troia» per introdurre in cambiaresipuò prima Ingroia e poi i quattro partiti che ne hanno preso il controllo per scaricarla. Però lo scopo di quei partiti nascostisi sotto le toghe dei pm era la mera sopravvivenza: presidiare un’area sterile e striminzita di voti «di sinistra», che certo molti di loro immaginavano, sbagliando, più consistente. Non certo offrire un’alternativa a milioni di elettori disgustati dalle forze politiche al comando del paese.
Avevano un programma raffazzonato riprendendo i punti fondamentali di cambiaresipuò, perché i dieci punti proposti inizialmente da Ingroia erano drammaticamente inadeguati (ma d’altronde, i programmi, chi li legge?). I candidati erano già stati selezionati in barba alle 100 e più assemblee tenute da cambiaresipuò. Quanto alla tattica, solo i risultati catastrofici proteggono la lista dall’accusa di aver provocato il flop di Pd e Sel con una campagna condotta tutta contro di loro, invece che per qualcosa di diverso.
Ora, senza parlamentari e senza finanziamento pubblico, quei quattro partiti sono condannati all’estinzione (Di Pietro avrà ancora denaro pubblico per un anno: vedremo che cosa ne farà, dopo aver sostenuto le spese della candidatura di Ingroia). Ma – e lo chiedo alle centinaia di militanti di quei partiti impegnati, a volte fino allo spasimo, nel sostegno di lotte, movimenti e iniziative civiche – si può combattere per obiettivi così miseri? Non ci stiamo battendo tutti quanti, ciascuno a modo suo, per qualcosa di più e di meglio?
Si è persa l’occasione per offrire a milioni di elettori una opzione diversa: non il tentativo di portare in parlamento uno sparuto drappello di oppositori, pronti a disperdersi ciascuno per la propria strada (magari anche quella di Scilipoti) non appena eletti; ma la possibilità di usare la campagna elettorale per una vera battaglia politica: per un’altra Europa, un’altra economia, un altro regime del lavoro, un’altra istruzione, un’altra cultura. Non un programma di governo (magari non avremmo preso, anche in quel caso, nemmeno i voti necessari per «condizionare» il nuovo governo), ma sicuramente un punto di riferimento per raccogliere una spinta che la mancanza di prospettive ha risospinto nel voto al Pd, o a Grillo, o nell’astensione; comunque nella rabbia e nella frustrazione.
[…]
Il successo del movimento 5 stelle è la riprova del grande bisogno di novità e delle grandi aspettative di un cambiamento reale che ci sono in questo paese. Una situazione che negli ultimi due mesi molti di noi hanno potuto verificare anche nella delusione e nel ripiegamento provocati dal sequestro e dall’affondamento di cambiaresipuò, reazioni che hanno riguardato una cerchia di persone impegnate in lotte, movimenti, iniziative civiche, progetti culturali, che vanno ben oltre la cerchia di chi aveva partecipato in vario modo alle assemblee. […].

Basta con la tirannia dei valori che ispira l’ideologia legalitaria. Bisogna tornare all’esercizio radicale della critica

Geneaologia del normativismo legalitario. Se non si torna ad interrogare i concetti, pensare le parole, ricostruire pensiero e azione, sulla scena resteranno solo quelli che utilizzano il brand Saviano o i Grillo della situazione


Roberto Esposito in un’interessante recensione apparsa su Repubblica del 4 giugno, La prevalenza dell’etica. Perché i filosofi non possono fare solo la morale, pone l’attenzione sull’attuale tendenza della filosofia a concentrarsi sul tema dei valori.

Esposito nota come «dopo una fase in cui il compito del pensiero è apparso quello di decostruire i valori consolidati, ponendo un interrogativo critico sulla loro vigenza, oggi la filosofia torna a riproporli in prima persona, parlando direttamente il linguaggio della morale». Accade così che il dover essere del pensiero normativo ha scalzato ogni approccio critico ed analitico della realtà e della storia. Ovviamente ciò non vale solo per la filosofia che essendo un riflesso di quanto accade nella società non può non tradurre in teoria, in vera e propria ideologia, in questo caso in forma di filosofie normative, le trasformazioni che hanno investito il modo di agire umano, le sue pratiche sociali e politiche.

L’attenuarsi della capacità riflessiva, al di là delle genuine intenzioni mosse dalla voglia di riscatto, che hanno trovato espressione nella “ideologia dell’indignazione” verso i diffusi comportamenti «nutriti da un cinismo diffuso, da un minimalismo etico», fa del pensiero una sorta di filo spinato che circonda la realtà spingendo, realtà e pensiero, verso il baratro del conformismo e della omologazione. Se il pensiero è normativo, la politica diventa inevitabilmente disciplinare, un approdo che conduce alla tirannia dei valori, a forme di Stato etico, ad un legalitarismo claustrofobico.

Il valore non è mai oggettivo, bensì solo soggettivamente riferito alla realtà, spiegava Carl Schmitt (La tirannia dei valori, presentato in Italia da Adelphi con una prefazione di Franco Volpi, 2008). «Il valore non è, ma vale» e ciò che vale «aspira apertamente a essere posto in atto». I valori assumono per definizione una natura “agonistica”, ma la loro logica polemica protende ad un assoluto che non può riassumersi nel conflitto ma nella crociata, la vocazione dei valori è imperialistica e sopraffattrice: «Ogni riguardo nei confronti del nemico viene a cadere, anzi diventa un non-valore non appena la battaglia contro il nemico diventa una battaglia per i valori supremi. Il non-valore non gode di alcun diritto di fronte al valore, e quando si tratta di imporre il valore supremo nessun prezzo è troppo alto. Sulla scena perciò restano solo l’annientatore e l’annientato».

La filosofia contemporanea – obietta con passione Esposito – non può sottostare passivamente a questa tirannia e rinunciare alla propria anima analitica e critica. Obiezione che vale a maggior ragione per le pratiche politiche e sociali, tanto più se intenzionate a lavorare per la trasformazione dell’esistente. «I valori – suggerisce ancora Esposito – vanno messi in rapporto con i tre ambiti della storia, della vita e del conflitto».
[…]
«è necessario portare a coscienza il fatto che essi [i valori ndr] non soltanto non sono eterni, ma si intrecciano inestricabilmente con le pratiche umane in una forma che non consente di assolutizzarli. Come è noto, molte delle peggiori nefandezze politiche, vicine e lontane, sono state consumate in nome del bene, della verità, del coraggio.
Il problema è di sapere cosa, quale groviglio di egoismi e di risentimenti, si nascondeva dietro queste gloriose parole. Il significato della genealogia – come quella attivata da Nietzsche e, dopo di lui, da Foucault, sta nella consapevolezze che ciò che si presenta come primo, o come ultimo, ha dentro di sé i segni del tempo, le cicatrici delle lotte, le intermittenze della memoria. Nulla è più opaco, impuro, bastardo delle origini da cui proveniamo. Il genealogista buca la crosta dell’evidenza, scopre tracce nascoste, solleva i ponti gettati dagli uomini per coprire i buchi della falsa coscienza. Come ben argomenta Massimo Donà in Filosofia degli errori. Le forme dell’inciampo (Bompiani 2012), senza una pratica consapevole degli errori, una analitica degli ostacoli, non vi sarebbe filosofia.
[…]
Se la filosofia perde il nesso con la contraddizione che è parte di noi, smarrisce il senso più intenso dell’esperienza».

Link
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Che cosa è stato il berlusconismo?

«Goffamente astuto, furbescamente ingenuo, balordamente sublime, superstizione calcolata, farsa poetica, anacronismo genialmente sciocco, buffonata della storia mondiale, geroglifico inesplicabile»

 

Paolo Persichetti
18 febbraio 2012
Questo articolo è apparso su Gli Altri del 2 marzo 2012

Fin dal momento della sua entrata diretta in politica, nel lontano 1994, il dispositivo Berlusconi ha agito come un grande diversivo, un potentissimo magnete capace di captare su di sé passioni contrapposte. Una sorta d’incantesimo che ha permesso al padrone della televisione commerciale di collocarsi da subito al centro della scena scompaginando gli schieramenti, rimescolango le carte, sparigliando il tavolo da gioco. Forse solo riconoscendo questa sua irresistibile capacità illusionistica si può riuscire a spiegare anche l’essenza contraddittoria, quella combinazione di contrari che è l’antiberlusconismo. Solo in questo modo si riesce a comprendere perché personaggi della destra storica, come Indro Montanelli, populisti di destra come Antonio Di Pietro siano divenuti paladini del popolo della sinistra, oppure facitori d’opinione come Marco Travaglio, un damerino reazionario, ispirino le correnti giustizialiste di sinistra, dai girotondi al popolo viola.
Sicuramente Berlusconi ha saputo intercettare e interpretare a modo suo quel nuovo spirito del capitalismo descritto da Luc Boltansky e Éve Chiappello in un volume pubblicato da Gallimard nel 2000. Versione italiana di quella nuova etica della valorizzazione del capitale che, secondo i due sociologi, dopo l’originaria fase puritana e la successiva età della programmazione e della razionalità fordista, ha trovato nuova fonte d’ispirazione e legittimazione in una parte delle critiche rivolte al modo di produzione capitalista durante la contestazione degli anni Settanta. La critica al taylorismo fordista, all’alienazione seriale del lavoro, ai rapporti di società rigidi e gerarchizzati e alla società dello spettacolo, sono state assorbite e metabolizzate fino a fare della creatività e della flessibilità i tratti salienti del nuovo sistema dell’economia dei flussi, del valore aggiunto, del lavoro immateriale incamerato nel prodotto finito. Inventiva, piacere e pazzia – sempre secondo l’analisi di Boltansky e Chiappello – sono diventati ingredienti del successo capitalista molto più dei costipati valori del lavoro, della preghiera e del risparmio che ispiravano gli albori del capitalismo.
Se l’immaginazione non è mai arrivata al potere, sicuramente ha trovato posto in piazza Affari. Dimostrazione della capacità dinamica e innovativa dell’«imprenditoria deviante», secondo una categoria forgiata dalla sociologia criminale. L’ambivalenza del comportamento berlusconiano, condotta all’interno e all’esterno dell’ordine stabilito, ha permesso di condurre esperimenti, d’esplorare possibilità anche illegittime. Risorsa necessaria affinché l’iniziativa economica innovativa potesse avere luogo. In questo modo l’uomo di Arcore ha mantenuto «una distinta leggerezza che ha consentito alle sue imprese, in maniera weberiana, di levarsi al di là del bene e del male», come ha scritto Vincenzo Ruggiero in, Crimini dell’immaginazione. Devianza e letteratura, il Saggiatore, Milano 2005.
Il patron della pubblicità con le sue televisioni è stato il volto italiano di questa rivoluzione del capitale. Con la sua abilità a produrre ideologia è riuscito a sintetizzare anche interessi e spinte sociali diverse ma accomunate da un’ipetrofica rapacità individualista. Venditore di sogni e d’illusioni, spacciatore di marche, dealer di un mondo ridotto al dominio del logo e delle sue imitazioni. Divenuto sistema-mondo, occupata la società, a Berlusconi mancava solo la politica. Non la politica vera. Quella l’aveva sempre fatta, come una volta vantò in una intervista. La sua rete commerciale non era altro che un partito di tipo leninista. L’unico rimasto. Il partito dei professionisti della pubblicità. Una struttura di quadri ben selezionata, radicata nel territorio e nei distretti economici, con rapporti diffusi e alleanze con le corporazioni, le organizzazioni di categoria e gli imprenditori legali e illegali. Un vero modello d’organizzazione bolscevica della borghesia. Ed difatti, alla fine del 1993, in pochi mesi riuscì a farne la struttura portante di Forza Italia per lanciare l’attacco alla cittadella della politica-istituzionale, all’occupazione della macchina statale. Grazie ad una scientifica attività lobbistica e alle protezioni ottenute da settori influenti della politica, più che alla capacità di stare sul mercato, ha potuto costruire negli anni Ottanta la sua posizione dominante nel settore delle televisioni commerciali e della raccolta pubblicitaria. Ma a spianare la strada al suo ingresso diretto nel mondo dei palazzi romani è stato il tracollo del sistema politico dei partiti provocato dalle inchieste giudiziarie. Quando sulle ceneri della Prima Repubblica rivaleggiavano ormai forme contrapposte di populismo, Berlusconi è riuscito a sconvolgere la scena politica del paese sradicando la tradizione dei partiti di massa già in crisi ed imponendo il proprio modello anche ai suoi avversari. In grado di miscelare elementi elitari e plebiscitari, premoderni e ipermoderni, quello berlusconiano è apparso un modello di populismo dove vecchio e nuovo s’integravano. Sorretto dal ritorno all’affermazione della leadership carismatica e provvidenziale, nella quale il potere patrimoniale sostituisce la vecchia legittimità paternalista-patriarcale, il paradigma berlusconiano ha accompagnato l’elogio dell’imprenditorialità diffusa dentro la quale riescono a convivere anche forme arcaiche e bestiali di taylorismo. Il sogno e l’inganno di milioni di piccole imprese, nuova configurazione di un rapporto lavorativo che occulta dietro al mito dell’imprenditorialità individuale le gerarchie di un nuovo modello di sfruttamento. Illusione di un facile accesso al ceto medio e all’arricchimento personale modellato con i valori profusi dalle televisioni commerciali, tra gossip, cronaca nera, veline e reality show. Esaltazione retorica e sognatrice dell’autoaffermazione individuale, della proprietà (tanto più quando questa è insignificante e si riduce ad un’abitazione o un’automobile acquistata contraendo mutui bancari pluridecennali o alla conversione dei propri risparmi in bond e partecipazioni in titoli finanziari). Ideologia che riesce a far convivere con un mirabile gioco di prestigio temi legati alla riscoperta dei valori morali, come patria, famiglia e presunta etica della vita (ostilità verso l’aborto e l’uso delle staminali), insieme ad una sorta di sfrenato “edonismo proprietraio”, di ’68 dei padroni (il “bunga bunga”).
«Goffamente astuto, furbescamente ingenuo, balordamente sublime, superstizione calcolata, farsa poetica, anacronismo genialmente sciocco, buffonata della storia mondiale, geroglifico inesplicabile», l’apparente inconsistenza del personaggio berlusconiano si è rivelato in realtà un suo punto di forza: «Appunto perché non era nulla, egli poteva significare tutto», come capitò di scrivere a Marx a proposito di un altro «uomo della provvidenza», ed essere così reinventato da ogni ceto sociale o individuo a propria immagine e somiglianza. Ma quando la società dei lavoratori e dei cittadini volontari è messa fuori gioco, come ha ricordato Mario Tronti (La Politica al tramonto), «la politica diventa il monopolio dei magistrati, dei grandi comunicatori, della finanza, delle lobby, dei salotti. Cessa di essere la sede in cui i progetti di società si affrontano e confrontano e diventa il luogo dell’indifferenza, uno spazio indistinto dove l’apparenza prevale sul contenuto, l’estetica s’impone sulla sostanza». Per questo l’antiberlusconiano giustizialista non solo non si è rivelato efficace ma si è addirittura dimostrato dannoso riverberandosi unicamente come riflesso subalterno del suo acerrimo nemico.

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Il populismo penale accomuna destra e sinistra: è la forma della politica attuale

Risentimento e vittimismo al posto della giustizia sociale: il “populismo penale” si nutre di paura, insicurezza e dell’utopia reazionaria della “tolleranza zero”

Paolo Persichetti
Liberazione 21 novembre 2010


A metà strada tra il descrittivo e il normativo, il populismo – sostengono molti autori – è una categoria politica di difficile definizione che non designa un fenomeno circoscrivibile ma soltanto una logica sociale i cui effetti producono esperienze politiche molto diverse. In realtà più una sindrome sociale che una dottrina politica, afferma Peter Wiles. Non a caso il populismo viene evocato per dare nome a situazioni che si manifestano in periodi di crisi. Nel contesto europeo la fine del fordismo, la rottura del rapporto identitario legato all’appartenenza sociale, in Italia il crollo del sistema dei partiti, più in generale l’emergere di sistemi politici neo-oligarchici. Il populismo altro non è che «un modo di costruzione del politico», sostiene Ernesto Laclau, La ragione populista (Laterza, 2008) che mette al centro della legittimità politica, manipolandola e passivizzandola, una vaga astrazione denominata “popolo”. Fenomeno che nello specifico laboratorio politico italiano si è diversificato sommando ai tradizionali temi patriottici e nazional-popolari, interpretati in questo caso dai postfascisti, nuove rivendicazioni pseudoetniche o regionalistiche intrecciate a sentimenti di rivolta fiscale contro lo Stato nazione ed a pulsioni xenofobe e razziste incarnate dalla Lega Nord. Forme di ripiego identitario capaci al tempo stesso di coabitare con un “cesarismo mediatico”, espresso dal modello berlusconiano, poco interessato ai localismi valligiani e totalmente proiettato verso una dimensione hertziana e ipnotica della comunicazione politica, fautore di una società lasciata in balia degli appetiti più sfrenati e prédatori del mercato, a tutto vantaggio di un nuovo ordine censitario e di un aggressivo orgoglio proprietario che darwinianamente ha rilegittimato il diritto di sopraffazione sui meno abbienti, sdoganando «la ricchezza come misura del proprio valore e il trionfo degli istinti animali del capitalismo come pubbliche virtù».

Queste nuova dimensione antropologica ha favorito la penetrazione trasversale di altre forme di populismo tra le cui pieghe si è sedimentata un’ossessiva rappresentazione fobica e igienista della società. Un’isteria sociale che ha nutrito la crescita dirompente del fenomeno giustizialista, il cui successo si è riversato sul funzionamento del sistema giudiziario trasformato in una nuova arena da combattimento tra attori e gruppi sociali dominanti. Il ricorso a nuovi repertori moralistici, improntati sul tema della virtù, è così servito a giustificare l’uso strategico dello strumento giudiziario, impiegato in un primo momento, gli anni 90, dalle singole fazioni dominanti nella rincorsa ad etichettarsi reciprocamente come criminali. Paura e insicurezza sono diventate le parole chiave di questo dispositivo che infrange le tradizionali barriere tra destra e sinistra e al cui interno coesistono grammatiche politiche eterogenee: una nevrotica e l’altra psicotica. Questa trasversalità della paura è frutto dell’attuale società dell’incertenza, un derivato di rapporti sociali e di lavoro improntati sulla flessibilità e il precariato. La modificazione del paradigma produttivo, il declino di modelli politici edificati sulla base del compromesso rappresentato dello Stato sociale, il trionfo dei modelli neoliberali, hanno mutato ciò che un tempo si intendeva per sicurezza, ovvero una idea progettuale di esistenza fondata su diritti sociali e politici garantiti: dal lavoro, al reddito, alla scuola, all’assistenza sanitaria, alla pensione, all’azione sindacale. Diritti che a loro volta dispiegavano nuove richieste e bisogni inclusivi. Tutto ciò si è rovesciato trasformandosi in una visione arroccata dell’esistenza, costruita attorno all’utopia reazionaria della “tolleranza zero”. Alla sicurezza si chiede la difesa del proprio corpo e dei propri possedimenti, reali o immaginari, che sia il capitale o una casa popolare non fa differenza, anziché la difesa da un’economia che li minaccia.

Il populismo ha assunto dunque una connotazione «penale» declinata come risposta alla domanda crescente di difesa personale anziché sociale. Il termine populismo va riferito quindi al risentimento di gruppi che si credono trascurati o abbandonati dall’autorità. Un risentimento che si traduce in ostilità verso altri gruppi o individui ritenuti complici della condizione di abbandono avvertita. Ecco che a differenza dei populismi passati, il populismo penale attenua la tradizionale carica antielitaria per rivolgere la propria stigmatizzazione verso capri espiatori individuati nelle posizioni più basse della scala sociale: dagli immigrati, ai nomadi, ai giovani delle periferie, agli emarginati, più in generale a quelle figure che riempiono le fila dell’esercito salariale di riserva. La sua caratteristica è quelle di muovere una guerra sociale verso il basso. Guerre dei possidenti contro i nulla tenenti e guerra tra poveri. Secondo il sociologo Vincenzo Ruggiero, una spiegazione provvisoria potrebbe essere la seguente: nelle società neoliberiste il successo individuale viene premiato tanto quanto l’insuccesso viene punito. «Chi nel mercato mostra segni di fallimento va espulso, castigato; si rischia altrimenti di lanciare un messaggio insidioso, vale a dire che la responsabilità per il fallimento non è da attribuire all’individuo, ma al mercato medesimo». Si afferma così – ha denunciato il giurista Luigi Ferrajoli – una «duplicazione del diritto penale» che designa il passaggio dalla fase giustizialista al populismo penale vero e proprio. Un diritto mite per i ricchi e i potenti e un diritto massimo per i poveri e gli emarginati. «E’ la prova che oggi la giustizia – sostiene sempre Ferrajoli – è sostanzialmente impotente nei confronti della delinquenza dei colletti bianchi, mentre è severissima nei confronti della delinquenza di strada. Si pensi agli aumenti massicci di pena per i recidivi previsti dalla legge Cirielli, sull’esempio degli Stati Uniti, simultaneamente alla riduzione dei termini di prescrizione per i delitti societari. E si pensi, invece, alle pene durissime introdotte dal decreto sulla sicurezza: espulsione dello straniero condannato a più di due anni, reclusione da 1 a 5 anni per avere dichiarato false generalità, aumento della pena fino a un terzo nel caso in cui lo straniero sia clandestino».

Emerso negli Stati Uniti durante gli anni 80 come discorso politico, proprio della destra neoconservatrice, specializzato nelle promesse punitive capaci di sedurre l’elettorato, il populismo penale ha rotto gli argini nei decenni successivi per divenire l’oggetto irrinunciabile della contesa tra i partiti politici di ogni schieramento. Il populismo penale non è più di destra o di sinistra: è la forma della politica attuale interpretata con minori o maggiori sfumature. Quest’ideologia presenta tuttavia sfaccettaure diverse tra la realtà nordamericana e quella europea. Differenze legate alla presenza di modelli sociali, istituzionali e giudiziari dissimili.
Il tema della complicità dello Stato con il crimine, tacciato per questo d’elitismo e corruzione, appartiene al repertorio classico della critica neoconservatice e dei libertarians americani (i fautori dello Stato minimo) nei confronti di quello che viene ritenuto un eccessivo presenzialismo statale. Al contrario, da noi, i “professionisti dell’antimafia” denunciano il lassismo del governo nella lotta alla criminalità auspicando un sempre maggiore coinvolgimento dello Stato. Il sistema giudiziario di tipo accusatorio fa si che nel modello nordamericano si configura una contrapposizione politico-ideologica tra gli incarichi elettivi e quelli indipendenti che reggono il sistema della giustizia penale. Lo sceriffo della contea insieme a l’attorney (il procuratore) sono ritenuti gli eroi della guerra senza quartiere al crimine. Mentre il giudice terzo, in quanto garante delle forme della legge, è percepito come un ostacolo se non addirittura una figura connivente con la delinquenza. La tradizione inquisitoria che pervade ancora il sistema giudiziario italiano, via di mezzo tra rito istruttorio e “semiaccusatorio”, consente invece alla nostra magistratura di essere individuata come il perno centrale della lotta non solo alla criminalità ma più in generale all’ingiustizia. Gli strumenti giudiziari d’eccezione e la cultura inquirente congeniata per contrastare la sovversione sociale degli anni 70, la lunga stagione delle leggi penali speciali e dei maxiprocessi che hanno traversato il decennio 80, e lo tsunami giudiziario che ha preso il nome di “Tangentopoli” nella prima metà degli anni 90, hanno conferito alla nostra magistratura il ruolo di vero e proprio soggetto politico portatore di un disegno generale della società.

Il modello del capro espiatorio ha svolto un ruolo centrale nella vicenda passata alle cronache come la rivoluzione di “Mani pulite”. Le conseguenze, per nulla percepite dagli attori dell’epoca, che spesso pensavano di interpretare una stagione di rinnovamento del Paese, sono state enormi. E’ da lì che hanno preso forma e si sono strutturate le ideologie del rancore e del vittimismo che fomentano trasversalmente le attuali correnti populiste, stravolgendo quell’idea di giustizia che per lungo tempo era stata sospinta da ragioni che disprezzavano gli strumenti della penalità e del carcere in favore della ricerca del bene comune. Se prima si trattava di raggiungere obiettivi universali in grado di ripercuotersi in un miglioramento delle condizioni di vita di ciascuno, ora il traguardo più ambito è l’aula processuale, conquistare un posto in prima fila nei tribunali, sedere sui banchi della pubblica accusa o delle parti civili. Si pensa e si parla solo attraverso le lenti dell’ideologia penale. Una sovrabbondanza che alla fine, è superfluo ricordarlo, non ha creato più giustizia. Come dicevano già i romani: summum ius, summa iniuria. Il mito della giustizia penale ha alla fine trasformato la politica nel cimitero della giustizia sociale. L’esaltazione delle qualità salvifiche del potere giudiziario ha fatto tabula rasa di ogni critica dei poteri.

Quando in nome del “popolare” si costrusce il populismo

La “manipolazione delle coscienze” non appartiene solo alla storia della destra

Stefano Tassinari
Liberazione 21 novembre 2010


In un’epoca storica così mortificante come quella che stiamo vivendo si ha l’impressione di essere dominati da una sorta di populismo diffuso, considerato – da chi lo insegue ideologicamente e cerca di metterlo in pratica quotidianamente – lo strumento più affinato per conquistare e/o mantenere il consenso, spesso coincidente con il potere, più o meno personale. Eppure, anche se oggi, nella nostra realtà italiana, ci viene naturale collegare questo concetto alle posizioni politiche espresse da personaggi quali Berlusconi e Bossi, va ricordato che il termine populismo non solo presenta diverse accezioni, ma non può essere ascritto soltanto al campo politico conservatore e reazionario, tant’è che per molti – sempre per restare nel nostro piccolo ambito nazionale – ad essere considerato un populista per eccellenza è il comico Beppe Grillo, nel suo ruolo di leader del Movimento 5 Stelle. Sotto il profilo storico, come è noto, il movimento populista non venne certo fondato da gruppi reazionari, bensì da rivoluzionari russi che si opponevano allo zarismo intorno alla metà dell’Ottocento; ciò nonostante, l’immagine prevalente che tutti conserviamo è molto più legata a figure della destra autoritaria, dal Benito Mussolini che invitava ad “andare incontro al popolo” (scegliendo volutamente il termine “popolo” per contrapporlo alla parola “classe”) alla coppia formata da Juan Domingo Peròn e da sua moglie Evita.
In sostanza, che l’intervento del popolo venga invocato per rovesciare i dittatori o per mantenerli al potere, alla base rimane un equivoco di fondo, basato sull’idea – molto discutibile – che il popolo detenga per principio i valori giusti e positivi, come se non fosse condizionabile e manipolabile. Ed è proprio l’aspetto della “manipolazione delle coscienze” a spingere la nostra riflessione sul terreno della cultura e della comunicazione, divenuti fondamentali, nello specifico, fin dalla prima metà del secolo scorso (e in tal senso basti pensare al ruolo della radio nella costruzione di un consenso di massa nei confronti del regime fascista). E se Mussolini, dal suo punto di vista, dimostrò di aver capito in fretta le potenzialità di un uso politico della letteratura e del cinema (e lo dimostrano i forti investimenti economici stanziati per costruire gli studi di Cinecittà, per lanciare la Mostra del Cinema di Venezia – nata nel 1932 con un altro nome –  e per far stampare e circolare svariate riviste letterarie persino “frondiste”, ma utili a fornire un’immagine “aperta” del regime), anche a sinistra, purtroppo, ci fu chi non si fece scrupoli ad attaccare l’autonomia della cultura in nome e per conto dei bisogni di un generico popolo, i cui gusti mediani dovevano essere considerati come il limite invalicabile per le produzioni artistiche.
L’esempio più macroscopico ci porta all’Unione Sovietica dei primi anni Venti, dove un gruppetto di autori mediocri (ma ben inseriti nel Partito) provò prima a fare a pezzi tutta la letteratura russa considerata “alta” (e quindi inarrivabile, almeno per loro….), per poi cercare di imporre una standardizzazione dell’espressione letteraria sulla base di un vero e proprio canone, definito “letteratura proletaria” e figlio di un canone più ampio (e sciagurato), cioè quello della “cultura proletaria”. Questi signori, radunati attorno alla rivista Na Postu, combattevano il Futurismo russo perché “inaccessibile alle masse” (quindi al popolo), stroncavano, per la stessa ragione, ogni forma di simbolismo nella poesia (contribuendo, così, a svuotarla di senso e, in ultima analisi, ad ucciderla) e giudicavano un’opera letteraria non sulla base del suo valore, bensì del grado di fedeltà al Partito dimostrata dal suo autore, il quale, per altro, per rientrare nei criteri della correttezza artistica doveva scrivere testi caratterizzati da evidenti richiami alle tematiche ritenute importanti dal Partito stesso. Costoro arrivarono all’aberrazione di proporre che i criteri sulla base dei quali si sarebbe dovuta decidere la pubblicazione di questo o quel romanzo venissero sostanzialmente indicati dal Comitato Centrale del Partito Comunista, dato che questo stesso organismo dirigente avrebbe dovuto avere il compito di stabilire i confini generali dentro cui inserire (o meglio, rinchiudere) la produzione culturale.
Ci si dirà: ma questi sono problemi superati, quindi che senso ha riproporre un dibattito sull’incidenza negativa del populismo a livello artistico e culturale? Purtroppo un senso ce l’ha ancora, proprio perché da un lato quell’atteggiamento mentale portò all’uso “normale” di quella censura che ha segnato la vita del socialismo reale fino alla sua estinzione e continua a caratterizzare quella di alcuni Paesi nominalmente comunisti come la Cina e Cuba, mentre dall’altro lato la tendenza a stabilire dei criteri politici di selezione culturale e ad affidarne la gestione ad organismi definiti dal Partito/Stato è ancora ben radicata in certe realtà (a Cuba, ad esempio, la mancanza di carta dovuta all’embargo comporta una forte limitazione dei titoli stampati, basata anche – ma non solo – sulle indicazioni dell’Uneac, l’Unione degli artisti e degli scrittori cubani; una delle conseguenze immediate è che ci sono romanzi di autori cubani tradotti e pubblicati in più di dieci Paesi del mondo che a Cuba, semplicemente, non esistono, il che, con tutta la simpatia che si può nutrire per l’esperienza politica in corso nell’isola caraibica, lascia più di una perplessità e anche un po’ di sconcerto).
Ai tempi delle polemiche suscitate dai vincenti “napostovcy” (vincenti in quanto le loro teorie furono perfettamente recepite ed applicate da Stalin e Zdanov), l’unico dirigente bolscevico ad opporsi apertamente al concetto di “letteratura proletaria” fu Trotsky, ma evito di approfondire questo aspetto perché l’ho già fatto in un articolo specifico che uscirà sul prossimo numero della Nuova Rivista Letteraria, edita da Alegre e in libreria dal 2 dicembre. Lo spunto, però, resta importante, in quanto ha generato comportamenti e concezioni che hanno attraversato l’intero Novecento, arrivando fino ai tempi nostri. Anche nel primo dopoguerra, infatti, una certa letteratura uscita dalla Resistenza e/o comunque opera di scrittori impegnati politicamente a sinistra si basò sull’idealizzazione del mondo popolare come detentore dei valori positivi, malgrado la chiara presa di distanza di Marx nei riguardi del populismo, ben evidenziata da questa sua frase: «Quando si parla di popolo, mi domando che brutto colpo si stia giocando al proletariato». E se alla questione del rapporto tra populismo e letteratura è difficile aggiungere qualcosa di importante a quanto già espresso da Alberto Asor Rosa nel suo fondamentale Scrittori e popolo del 1965 (al di là delle ovvie revisioni fatte successivamente dall’autore stesso, in base alle enormi trasformazioni subite dal contesto sociale rispetto a quello preso in esame all’epoca), è possibile, però, riprenderne alcuni capisaldi per analizzare la situazione odierna. In quel libro, che aprì una discussione enorme e molto feconda, Asor Rosa contestava da sinistra il modello culturale populista proposto dal Pci, mettendo in evidenza la mancanza, in Italia, di una letteratura borghese capace di criticare duramente il mondo che l’aveva generata e mettendo in discussione proprio il populismo di tanti autori otto/novecenteschi, che allora erano dei punti di riferimento quasi intoccabili per i gruppi dirigenti, e non solo, della sinistra italiana (da Pascoli a De Amicis, da Bilenchi a Pratolini, fino a Vittorini, Cassola, Pasolini e persino al Gramsci che aveva sostenuto il “nazionalpopolare”).
A questo punto, a quarantacinque anni di distanza dall’uscita di quel libro straordinario, le domande sono: siamo sicuri che la tentazione populistica (spesso coincidente con la malsana idea di utilizzare la cultura in chiave propagandistica) non si nasconda ancora dietro il rapporto tra sinistra e cultura, e, soprattutto, quanto pesa, in tal senso, la subalternità – anche in campo culturale – alle leggi del mercato dimostrata da gran parte della sinistra italiana, fino a farne un nuovo dogma? Personalmente, temo che la prima risposta sia affermativa e la seconda sia “molto”, con qualche sovrapposizione possibile, nel senso che da una parte l’evidente abbassamento dei livelli culturali dei gruppi dirigenti della sinistra comporta anche l’accettazione di ciò che, culturalmente, non contrasta con il senso comune (con tutto il rispetto, ne è un esempio il “fabiofazismo” televisivo, basato sull’esaltazione e l’ulteriore diffusione dei libri che occupano i primi posti delle classifiche di vendita, quindi quelli più “popolari”), e dall’altra parte sia il mercato stesso, con i suoi meccanismi distributivi e promozionali tipicamente capitalistici, ad operare di per sé quella selezione “populistica” che, con qualche positiva eccezione, cancella in partenza le forme espressive e tematiche reputate “di ricerca”. In sintesi, mi sembra chiaro che del populismo non ci siamo assolutamente liberati e che, se vogliamo tentare di uscire dalle sabbie mobili della subalternità culturale della sinistra nei confronti del pensiero dominante, dobbiamo riproporre questa battaglia, comprendendone tutta la sua attualità.

Cosa resta della politica nell’età del populismo

Un percorso tra analisi e letture, da Guy Hermet a Ulrich Beck fino a Ernesto Laclau

Guido Caldiron
Liberazione 21 novembre 2010

La recente affermazione del Tea Party negli Stati Uniti e le ricorrenti ondate anti-immigrati, anti-islamici e anti-rom che scuotono il mondo conservatore europeo, mettendo seriamente in discussione la stessa idea che esista una “destra normale” non tentata dalle sirene e dai toni violenti dei “tribuni della plebe”, hanno posto nuovamente al centro del dibattito internazionale il tema del “populismo”. Non di una riflessione originale si tratta, infatti, visto che già a metà degli anni Novanta i successi contemporanei della Lega in Italia, del Front National in Francia, dei liberali di Haider in Austria – e l’elenco potrebbe continuare a lungo fino a descrivere gran parte dello spazio geografico europeo -, avevano fatto gridare all’allarme populismo, perché non di vecchie destre nostalgiche si trattava in quel caso, ma di “nuove destre” che si proponevano proprio come rappresentanti legittime della volontà popolare e che criticavano per così dire la democrazia dal suo interno, non per volerla cancellare ma, almeno a parole, per renderla più efficace e vicina alla “gente”. Sulla scorta di questi fenomeni la riflessione sul populismo ha assunto perciò ormai da tempo l’aspetto di un’analisi del nuovo volto della destra in Occidente, anche se letture in qualche modo affini sono state proposte anche sulla crescita dell’Islam politico o, per restare in Oriente, sul ritorno del nazionalismo hindu. Nel paese che ha poi conosciuto lo sviluppo di una nuova forma di comunicazione politica, legata in primo luogo allo spazio di senso costruito dalla televisione – ciò che è finito per andare sotto il nome di “telepopulismo” – e all’affermazione di un’idea di società che da questo prendeva le mosse – “il sogno” berlusconiano – e lo straripante successo dell’invenzione identitario-produttiva della “Padania”, la riflessione su questi temi non avrebbe potuto che incanalarsi su questo binario.
Eppure, mai come in questo momento il riferimento al populismo non potrebbe essere più diffuso e articolato – fino a confermare la lettura proposta dal filosofo argentino Ernesto Laclau in La ragione populista (Laterza, 2008) che sembra far coincidere oggi il populismo con la forma stessa della politica. Del resto, senza nulla togliere alla forza d’urto della narrazione democratica messa in scena da Fazio e Saviano, come leggere il fatto che il più forte annuncio della crisi del telepopulismo berlusconiano sia fatto in questi giorni proprio da una trasmissione tv che trasforma lo studio televisivo in una piazza esattamente come ha fatto il Cavaliere nel corso degli ultimi quindici anni? Tutto ciò ad indicare, ancora una volta ricordando Laclau, come la riflessione sul populismo debba partire più dalle domande che la politica non soddisfa più con la sua azione, che non da una mera critica delle forme che può assumere in questo o quel frangente: se lo spazio pubblico si è rarefatto in quello della tv si abbia il coraggio di dirlo e di ripartire da questo elemento piuttosto che di esorcizzarlo per poi ritrovarvisi proprio malgrado.

In altre parole, il problema centrale con cui si è costretti a misurarsi quando si parla del populismo è a quali domande si proponga di rispondere e quali sfide metta in campo, più che il suo appartenere esplicitamente a una precisa “tradizione politica”. In questa prospettiva il sociologo tedesco Ulrich Beck legge ad esempio, fin dalle prime pagine del recente Potere e contropotere nell’età globale, Laterza (pp. 456, euro 22,00), la crescita della nuove destre populiste alla luce della sua visione del mondo globalizzato: «Il successo del populismo di destra in Europa (e in altre parti del mondo) va inteso come reazione all’assenza di qualsiasi prospettiva in un mondo le cui le frontiere e i cui fondamenti sono venuti meno. L’incapacità delle istituzioni e delle élites dominanti di percepire questa nuova realtà sociale e di trarne profitto dipende dalla funzione originaria e dalla storia di queste istituzioni. Esse furono create in un mondo nel quale erano ancora pienamente valide le idee di piena occupazione, di predominio della politica nazional-statale sull’economia nazionale, di frontiere funzionanti, di chiare sovarnità e identità territoriali».

E già Guy Hermet, politologo e docente nelle università francesi e svizzere, nel volume più ampio e completo dedicato a questi fenomeni, Les populismes dans le monde (Fayard, 2001) – purtroppo ancora senza traduzione nel nostro paese – tracciava “una storia sociologica” del populismo che dal boulangismo francese e il People’s Party americano, entrami apparsi nell’Ottocento, e attraverso i regimi di Vargas e Peron in America Latina arrivava fino al “social-sciovinismo” di Le Pen e a Berlusconi. Ancora più in là si sono spinti poi i contributi di Les populismes, un volume curato dallo storico Jean-Pierre Rioux e pubblicato nel 2007 da Perrin, ma che raccoglie molti interventi già ospitati nel 1997 su un numero monografico della rivista Vingtième siècle. In questo caso lo spettro dei fenomeni presi in esame si allargava a “L’appello al popolo da parte di Stalin”, a “Islamismo e populismo” e ai “Quasi populismi del Sudest asiatico”, senza dimenticare “Il populismo culturale” e quelle che venivano presentate come “le tendenze populiste della sinistra europea”, in particolare nel Pci e nel Pcf, analizzate da Marc Lazar. Del resto il filosofo Nicolao Merker nel suo Filosofie del populismo (Laterza, 2009) aveva scavato ancora più in profondità, facendo risalire all’opposizione reazionaria alla Rivoluzione francese del 1789 una parte dei materiali simbolici abitualemente utilizzati in seguito dal “populismo di destra” per poi prendere in esame “tracce” del genere nell’opera di pensatori, filosofi e intellettuali, da Hegel a Heidegger, da Mazzini a Gioberti.
Da questo breve repertorio di quanto è stato detto e scritto negli ultimi anni sul populismo, emerge chiaramente come malgrado “l’appello al popolo” sia diventato quasi una caratteristica delle nuove destre postmoderne, quelle che non hanno più bisogno di fare i conti con il Novecento per elaborare la loro proposta e la loro identità, sarebbe sbagliato limitare a questi segnali la propria attenzione. Come sottolineava il volume Populaire et populisme, (Cnrs Editions, 2009), raccogliendo gli interventi di una decina di studiosi e analisti, tra cui Nonna Mayer tra le maggiori studiose dell’“appeal sociale” del Front National di Le Pen, il vero problema è infatti capire come mai nei momenti di crisi i riferimenti “al popolo” cambino rapidamente di segno, trasformandosi per l’appunto da “popolari” in “populisti” e da evocazioni di libertà e solidarietà in proiezioni funeste di frustrazioni e odio, fino alla conseguenza estrema della ricerca di qualcuno a cui far pagare la propria infelicità. Per questo, come spiega Ernesto Laclau, forse il populismo «non designa un fenomeno circoscrivibile, ma una logica sociale, i cui effetti coprono una varietà di fenomeni. Il populismo è, se vogliamo dirla nel modo più semplice, un modo di costruire il politico».