Cascina Spiotta, cinquantuno anni dopo le arringhe delle difese smontano il teorema dell’accusa e denunciano la mancata verità sulla morte di Margherita Cagol

Improcedibilità per Lauro Azzolini, è stata la richiesta fatta dall’avvocato Steccanella. Riprendendo una delle eccezioni presentate ad avvio di processo, nel febbraio 2025, e rimasta in sospeso, il legale ha contestato l’annullamento richiesto dalla Dda della sentenza di proscioglimento pronunciata, senza averne mai avuto cognizione, dal gip di Torino nel maggio del 2023. Una decisione cieca perché la sentenza-ordinanza del 3 novembre 1987, che scagionava Azzolini per i medesimi fatti che ora l’hanno visto giudicato davanti la corte d’assise di Alessandria, non è mai stata letta dal Gip a seguito della sua scomparsa: andata distrutta a causa di un alluvione che investì nel 1994 la città di Alessandria e gli archivi del tribunale.
Replicando a uno dei pm che durante la requisitoria del 19 giugno scorso aveva definito il procedimento «un normale processo per omicidio», si è impegnato in una lunga disamina storica che ha restituito il contesto complesso e tumultuoso dei primi anni 70, sottolineando la politicità dell’intera vicenda come il fatto che nulla di normale ci può essere in un processo aperto a 50 anni di distanza dai fatti, con un imputato sottoposto a intercettazioni, tramite trojan e ambientali, per ben 17 mesi, di cui tre dichiarati illegali dalla stessa corte, gli altri realizzati col beneficio di artifici procedurali (indagine contro ignoti) e altri tentativi di forzare la procedura, fino a mettere in discussione l’attività dello stesso avvocato difensore. Il carattere indiziario dell’indagine, l’assoluta carenza di prove ha generato accerchiamento tecnologico dell’indagato-non indagato e del suo giro di conoscenze e amicizie, fino a teorizzazioni grottesche sulla esistenza di una rete residuale di rapporti ancora in attività, una sorta di “banda armata pensionistica”.
L’avvocato ha ricordato come soltanto la decisione di Azzolini, di venire in aula e raccontare di essere la persona che riuscì a fuggire quel 5 giugno del 1975, ha messo un punto fermo sulla vicenda. In subordine Steccanella ha chiesto la prescrizione del reato, infine come ultima ipotesi l’applicazione della continuazione con le pene edittali precedentemente comminate e già scontate dall’imputato.

Assoluzione per non aver commesso il fatto è stata invece la richiesta avanzata in favore di Renato Curcio e Mario Moretti dai rispettivi avvocati, Vainer Burani e Francesco Romeo.
L’avvocato Romeo ha sottolineato come il pm sia venuto meno, nel corso del processo, alla sua funzione di ricerca della verità in tutte le direzioni. La sparatoria della Spiotta – ha proseguito – «ha provocato due morti in una medesima unità di tempo e spazio: una evidenza che avrebbe dovuto impedire di trattare i due episodi in modo separato». La procura ha invece indagato in modo selettivo, trascurando l’uccisione della Cagol e replicando – a chi contestava questo fatto – che avrebbe dovuto presentare una formale richiesta all’ufficio perché questo potesse aprire una nuova indagine. «Il reato di omicidio prevede la procedibilità d’ufficio, non vi è alcun bisogno di una richiesta di parte – ha rimarcato Romeo: «Se bisogna cercare la verità, bisogna cercarla tutta». 
Il legale di Moretti è tornato – come aveva già fatto Steccanella – anche sul mancato accertamento dell’identità del brigatista fuggito, episodio che ha innescato su iniziativa della famiglia D’Alfonso – questo tardivo processo. Circostanza – ha spiegato – dovuta alla necessità di sottacere, non approfondire oltre le circostanze della morte di Margherita Cagol, l’indicibile dell’intera vicenda, il grande rimosso che spiega le reticenze dell’arma dei carabinieri passate e presenti, viste in aula dove ufficiali e sottufficiali si sono contraddetti a vicenda.
«In questo processo manca qualcuno» – ha ricordato ancora Romeo: «l’arma dei carabinieri non si costituita parte civile, non l’ha fatto il ministero della difesa e nemmeno la presidenza del consiglio». E’ il primo processo per questo tipo di reati in cui non c’è costituzione di parte civile da parte dello Stato e delle sue istituzioni. La ragione è solo una: si è voluto evitare di riaprire la pagina della morte di Mara Cagol.
L’avvocato è poi tornato sul funzionamento del processo, perché procura e parti civili possono dire quello che vogliono, sollevare ricostruzioni suggestive su cupole varie, ruoli apicali di comando, ma poi la procedura penale ha le sue regole e «un capo d’imputazione è costituito da condotte personali da provare, tutte da dimostrare con certezza processuale». Questo non è avvenuto.
Secondo la pubblica accusa Moretti e Curcio avrebbero deciso e ordinato un sequestro di persona a scopo di estorsione per finanziare le Brigate rosse.
Alcune testimonianze ci dicono – ha sostenuto Romeo – che ciò è avvenuto insieme ad altri. Decisioni del genere, che investivano un mutamento significativo della strategia del gruppo, non potevano che essere prese da una istanza collettiva, in quella fase di ristrutturazione era una struttura collegiale che riuniva le forze regolari disponibili, quel «consiglio rivoluzionario» indicato nel documento dell’estate 1974, Alcune questioni per una discussione sulla organizzazione, da cui sarebbe sorta poi, nel novembre 1975 la prima Direzione strategica. Ma questa contributo alla decisione comporta solo una responsabilità nel sequestro di persona, non in altro. Reato per altro ormai prescritto.
La procura – ha ribadito con forza l’avvocato – ha giocato continuamente sullo scivolamento della responsabilità giuridica tra decisione del sequestro e sparatoria, sovrapponendo i due piani per colmare l’assenza di prove sul secondo reato.
Sempre secondo i pm, Moretti (e Curcio) avrebbero individuato nel facoltoso industriale vinicolo Vallarino Gancia la persona da sequestrare, definito le modalità di gestione e individuato i partecipanti dell’azione, chi doveva recapitare la richiesta di riscatto, il luogo dove custodire l’ostaggio, chi doveva provvedere alla sua sorveglianza.
Nessuno di questi comportamenti è mai stato provato, nel processo non è mai emersa prova a sostegno di queste accuse, nessuna traccia o documento. Le responsabilità per i pubblici ministeri deriverebbero dalla semplice teoria della cupola che tutto vede e provvede, del ruolo apicale attribuito ai due imputati, senza che si sia mai circostanziato un ordine, un atto di comando, un documento o una dichiarazione da parte dei tanti pentiti.
Due libri autobiografici, scritti da giornalisti, nei quali Curcio e Moretti raccontano queste vicende, prendendo sulle loro spalle la storia collettiva delle Br, e dove vi è – in particolare nel libro di Moretti scritto da Rossanda e Mosca – una profusione del pronome «Noi», sarebbero per i pm la prova.
Ecco – segnala sempre Romeo – che visto da vicino, analizzato e studiato, il capo d’imputazione diventa una conchiglia vuota per la semplice ragione che l’accusa non tiene volontariamente conto di quel che era il funzionamento interno delle Brigate rosse: l’autonomia politico-organizzativa delle singole colonne, il fatto che una volta decisa, in via di principio, la possibilità di finanziarsi attraverso un sequestro, dopo una difficile discussione che mise numerosi paletti e il cui esito favorevole restava precario, racconta una fonte (Giorgio Semeria), l’organizzazione concreta, le condotte sopra menzionate, rivenivano unicamente alla responsabilità della colonna che aveva proposto l’azione, quella di Torino guidata da Margherita Cagol. La quale, per altro, dirà di aver sbagliato a coinvolgere Maraschi nella operazione perché ancora immaturo (fonte memoriale Azzolini). Prova che fu lei a reclutare e decidere chi vi dovesse partecipare.

Resta, ultima, la presunta direttiva sulla «rottura dell’accerchiamento», ripresa da un giornale delle Brigate rosse, Lotta armata per il comunismo, appena due numeri stampati, il terzo sequestrato in fase di assemblaggio, non più di 50 copie tutte andate sequestrate, tanto che non si trova brigatista dell’epoca che l’avesse letto o ne serbi memoria. Un passaggio tratto da un articolo successivo di mesi alla sparatoria, nel quale l’estensore si dilunga in una disamina critica, molto aspra, verso il comportamento avuto da Cagol e Azzolini una volta sorpresi dai carabinieri, accusati di non aver «annientato il nemico» invece di pensare solo a fuggire.
Dunque i due brigatisti della Spiotta non avrebbero rispettato le presunte consegne, il che già solleva seri dubbi sul valore normativo della presunta direttiva, di cui non si è trovata traccia in nessun documento redatto in precedenza e successivamente. Semmai le indicazioni sulle norme di comportamento da tenere erano di segno opposto e le strategie operative finalizzate a evitare inutili scontri a fuoco non preventivati, che avrebbero messo a rischio la vita del singolo militante, considerata una riserva strategica dell’organizzazione.
Infine l’avvocato Romeo, con una sorprendente disamina di tipo storiografico, ha ricostruito le ultime ore di vita di Mara Cagol, ricavandole dal memoriale redatto poche settimane dopo il fatto dallo stesso Azzolini. Dopo una notte insonne, passata a riflettere sulle conseguenze dovute al mancato rientro di Maraschi, il terzo Br che doveva custodire il sequestrato, avuta conferma dal giornale radio del mattino successivo del suo arresto, Cagol – riporta il memoriale – dichiarò che il sequestro ormai si poteva gestire politicamente e che la base restava comunque sicura, anzi il precedente dell’operazione Girasole (sequestro Sossi) avrebbe spinto gli inquirenti a cercare lontano. Forte di questa decisione, maturata progressivamente nel corso della notte, Cagol si recò all’appuntamento telefonico per comunicare all’interlocutore il proseguimento dell’azione, rifiutando a quel punto l’offerta di un compagno in più: «Per ora non serve facciamo da soli».
Atteggiamento che – ha concluso il legale di Mario Moretti – avrebbe precluso qualsiasi input decisionale esterno.
In subordine, sulla scorta della sentenza già emessa dal gip nei confronti di Pierluigi Zuffada in sede di rinvio giudizio, Romeo ha chiesto il riconoscimento del concorso anomalo per l’impossibilità di prevedere il conflitto a fuoco, con relativa dichiarazione di prescrizione, come da sentenza della corte di cassazione sulla base delle sentenze della corte costituzionale in materia di responsabilità penale. Richiesta analoga anche per Renato Curcio da parte del suo legale. Infine, in polemica con l’accusa che aveva rinunciato a chiedere le generiche per l’assenza dal processo di Moretti, ha invitato la corte a concedere le attenuanti generiche in ragione dei 51 anni trascorsi dai fatti, i 45 anni di detenzione in corso, il percorso di vita e l’assunzione in ogni sede possibile delle sue responsabilità politiche.
Repliche delle parti e sentenza il prossimo 7 luglio.

L’ipoteca penale infinita, alle battute finali il processo contro tre anziani ex brigatisti per i fatti della Spiotta di cinquantuno anni fa

Martedì 23 giugno prenderanno la parola le difese di Lauro Azzolini, Renato Curcio e Mario Moretti. Giunge a conclusione il processo iniziato davanti la corte d’assise di Alessandria il 25 febbraio del 2025, cinquant’anni dopo la sparatoria del 5 giugno 1975

Dopo gli ergastoli chiesti dalla pubblica accusa e i milioni di euro di risarcimento reclamati dalle parti civili, la parola passa alle difese degli imputati. L’avvocato Davide Steccanella si occuperà della posizione di Lauro Azzolini, l’ex brigatista che era accanto a Margherita Cagol il 5 giugno 1975. Dopo la sparatoria con la pattuglia della tenenza di Aqui Terme, avventuratasi fino al cortile della cascina Spiotta, all’insaputa del nucleo speciale antiterrorismo che già il giorno precedente aveva preso il controllo delle indagini, Azzolini riuscì a fuggire lanciandosi tra i rovi del bosco che circondava il rustico dove la colonna torinese delle Brigate rosse aveva nascosto l’industriale dello spumante Vallarino Gancia, rapito 24 ore prima. Lo scontro a fuoco aveva lasciato a terra il tenente Umberto Rocca e l’appuntato Giovanni D’Alfonso, quest’ultimo deceduto successivamente. A causa delle ferite riportate Mara Cagol non riuscì a seguire Azzolini che potè scorgerla un’ultima volta seduta a terra e con le mani alzate. Alcuni istanti dopo, mentre l’uomo correva verso la collina prospiciente, la fondatrice delle Brigate rosse venne uccisa a freddo dall’appuntato Pietro Barberis.

Nessuna verità su Mara Cagol
Nonostante nel corso delle udienze siano emerse nuove circostanze sulla morte di Mara Cagol, un bossolo dei carabinieri ritrovato accanto al suo corpo, le foto che mostrano come il suo cadavere sia stato spostato, la scena della sparatoria manomessa e ripulita, la corte ha rifiutato, col sostegno dell’accusa e delle parti civili, una nuova perizia che potesse gettare nuova luce sulla dinamica del conflitto a fuoco.

Attenuanti generiche per Azzolini
Con le attenuanti generiche e i 21 anni di pena chiesti dalla procura, condanna che per il principio della continuazione verrebbe assorbita dai 30 anni di reclusione già scontati, senza conseguenze sulla libertà personale, la posizione di Azzolini si è alleggerita. Dopo essere stato perseguito in modo ossessivo durante l’indagine, indagato e intercettato anche illegalmente, la situazione processuale di Azzolini è mutata quando alla seconda udienza ha rivelato di essere il «misterioso» fuggitivo della Spiotta. Successivamente, altri elementi emersi dall’analisi delle carte processuali hanno dimostrato la sua estraneità nel ferimento mortale di D’Alfonso. La sua Beretta 7,65 fu ritrovata con tre proiettili nel serbatoio. Le tracce degli altri quattro colpi furono rinvenuti all’interno della sua Fiat 127 e di quella dei carabinieri che bloccava la via di fuga. Azzolini quindi non aveva partecipato allo scontro a fuoco con D’Alfonso, tuttavia la sua pistola venne consegnata scarica al perito e i tre proiettili superstiti fatti sparire.

L’ipoteca penale infinita
Dopo Steccanella sarà la volta degli altri due avvocati, Francesco Romeo legale di Mario Moretti e Vainer Burani difensore di Renato Curcio. A differenza di Azzolini, Curcio e Moretti non hanno preso parte al processo, comportamento che pur essendo un diritto degli imputati è stato stigmatizzato dalla pubblica accusa, tacciato di «arroganza» e «disprezzo» dal pm Gatti che ha addirittura ritenuto il silenzio di Moretti, al suo quarantacinquesimo anno di esecuzione pena, un’ammissione di colpa dovuta all’impossibilità di opporre argomenti difensivi.
Eppure da lungo tempo i due ex esponenti delle Brigate rosse hanno spiegato – i pm certo non lo ignorano – che non è nelle aule processuali, protraendo all’infinito l’ipoteca penale, che è possibile ricostruire quella pagina della storia sociale d’Italia che è stata la lotta armata, tanto più se si continuano ad aprire processi fuori tempo massimo, a distanza di mezzo secolo dai fatti. Per Curcio, poi, si tratta di una provocazione ulteriore, perché è chiamato a rispondere del ruolo di mandante della morte di Mara Cagol, sua moglie all’epoca, quasi fosse un uxoricida.
E proprio Curcio, che durante le indagini si era fatto interrogare, aveva sollecitato i pubblici ministeri affinché approfittassero della nuova inchiesta per fare chiarezza sulle circostanze dell’uccisione di sua moglie. Come si è visto, inutilmente.

Come aggirare dopo cinquant’anni la prescrizione
Per spiegare la posizione processuale di Curcio e Moretti occorre fare un passo indietro: i due non erano presenti durante la sparatoria alla Spiotta, circostanza che impedisce di coinvolgerli in un concorso diretto. Tuttavia avevano partecipato insieme ad altri alla decisione di ricorrere anche ai sequestri di persona per autofinanziamento, dopo un complicato dibattito nel quale erano state sollevate molte riserve, racconta Giorgio Semeria. Nell’aprile del 1975 le Brigate rosse erano governate da un organismo collegiale, un «consiglio rivoluzionario» che riuniva di fatto i militanti regolari disponibili. Una scelta di principio, politica, non operativa poiché la fase organizzativa e realizzativa spettava alla singola colonna, in questo caso quella di Torino che con Mara Cagol aveva proposto il nome di Gancia, industriale vinicolo di fede missina.
Ma anche il reato di concorso in sequestro di persona non era più perseguibile perché prescritto. Restava allora la possibilità del concorso anomalo, che si da quando più persone si accordano per commettere un reato, ma nel corso della sua realizzazione uno dei complici ne commette inaspettatamente uno diverso e più grave. Massimo Maraschi, che prese parte al sequestro ma fu subito arrestato il 4 giugno e dunque era in carcere al momento della sparatoria, fu condannato comunque con questa qualificazione per l’uccisione di D’Alfonso. Anche Pierluigi Zuffada, accusato di aver partecipato al sequestro, ma non presente alla sparatoria, coimputato dei tre, non è andato a giudizio perché il gip ha ritenuto il suo un concorso anomalo, reato prescritto a distanza di cinquant’anni.
Esaurito per manifesta prescrizione anche l’ipotesi del concorso anomalo non restava che tentare la via del concorso morale che però aveva bisogno di un movente per essere formulato.

Democrazia sovversiva o apparato verticistico-piramidale?
Ecco che avviene il miracolo di questo processo: il capo di imputazione anziché fotografare giuridicamente il comportamento illecito precedentemente avvenuto, lo ha preceduto. Per aggirare la barriera della prescrizione e portare i due indagati a processo è stata individuata l’unica imputazione possibile, il concorso morale nella sparatoria, modellando il comportamento di Curcio e Moretti al tipo di imputazione e di aggravanti che lo rendevano ancora punibile. Mandanti non solo del sequestro, di cui avrebbero deciso ogni dettaglio: nascondiglio, modalità e partecipanti, tutto prescritto ovviamente.
Ma anche – e qui sta la perversione dell’accusa – gli imprevisti, con l’obbligo tassativo, in caso di arrivo delle forze di polizia, di affrontare lo scontro a fuoco e annientarle. Una volontà omicidiaria, secondo l’accusa codificata in precedenza. Circostanza che trasforma la sparatoria e la morte di D’Alfonso in un assassinio premeditato. Non più un sequestro di persona, ma una trappola per attirare e uccidere i carabinieri, è l’assurdo paradosso dell’impianto accusatorio portato alle sue estreme conseguenze.
Non solo, ma la scelta di perseguire l’autofinanziamento attraverso un singolo sequestro di persona era nata dall’esigenza di ottimizzare le energie e i continui rischi che la pratica degli «espropri» comportava per l’organizzazione. Moltiplicare le rapine per raccogliere piccole somme incrementava il rischio di esporre i militanti a continui scontri a fuoco. Il sequestro di persona andava dunque nella direzione di una riduzione di questa possibilità. D’altronde questo comportamento rispettava le regole della guerriglia in ambiente metropolitano. L’esatto opposto della tesi sostenuta dall’accusa, secondo cui le Br ricercavano sistematicamente occasioni di scontro.
Per modellare questa accusa gli inquirenti hanno profuso enormi energie nella ricerca della «prova storica», ovvero una ricostruzione artificiosa del funzionamento organizzativo delle Brigate rosse. E’ scomparsa cosi’ l’autonomia politico-militare delle singole colonne e la complessa architettura organizzativa che le Br avevano iniziato a discutere fin dall’estate del 1974, fondata – per citare le parole di Moretti – «sull’autonomia di decisione, di compartimentazione organizzativa, di trasmissione orizzontale dei flussi informativi che determinano le scelte politiche» dei singoli organismi interni: colonne, fronti e brigate, direzione strategica e comitato esecutivo che avrebbero fondato progressivamente l’architettura del gruppo, sancita nella risoluzione strategica del novembre 1975. Una corpo vivo che discuteva, deliberava, proponeva, agiva su piani diversi, una democrazia sovversiva ridotta – nella brutale semplificazione della pubblica accusa – a un apparato verticistico-piramidale con a capo una cupola guidata dai soli Curcio e Moretti.

La sentenza per i fatti di Padova del 1974
Una rappresentazione confortata dalle sentenze – richiamate in continuazione dall’accusa – per i fatti accaduti all’interno della federazione del Msi di Padova, in via Zabarella, il 17 giugno 1974, dove morirono due militanti della formazione neofascista nel corso di una colluttazione seguita al tentativo di perquisizione dei locali da parte di alcuni membri della colonna veneta delle Br.
Nonostante gli imputati avessero ricostruito un funzionamento organizzativo diverso, spiegando che la perquisizione era parte di una campagna decisa orizzontalmente dal «Fronte della controrivoluzione», i giudici anticiparono l’esistenza del comitato esecutivo, a cui attribuirono la responsabilità, prima anomala poi morale (corte di appello di Venezia) del fatto, condannando Curcio, Franceschini e Moretti.
Eppure, come ripetutamente sostenuto anche dai pm in questo processo, il comitato esecutivo è apparso per la prima volta nel lessico brigatista soltanto nella successiva estate, in un documento, Alcune questioni per la discussione sull’organizzazione, che «proponeva» un riassetto organizzativo del gruppo.
Ogni processo ha un suo contesto e quello di Padova del maggio 1990, ma soprattutto l’appello davanti la corte d’assise di Venezia del novembre 1991, furono segnati dalla volontà di bloccare la concessione della grazia presidenziale a Curcio da parte dell’allora presidente della repubblica Francesco Cossiga e più in generale evitare la chiusura dell’emergenza giudiziaria e impedire l’avvio di una soluzione politica con provvedimenti di amnistia-indulto.

Divergenze tra i pm
Durante la requisitoria è emersa una divergenza d’opinione sulla posizione di Moretti, il cui concorso morale nella sparatoria – secondo il pm Ciro Santoriello – sarebbe stato meno netto del coimputato Curcio che nel 1993 raccontò in un libro di aver avuto un’ultima telefonata con Cagol, la mattina del 5 giugno. Una fessura che incrina il teorema del vertice apicale che avrebbe prodotto la direttiva vincolante dello scontro a fuoco. Ne approfitterà la corte per ristabilire una rappresentazione dei fatti e individuazione delle responsabilità penali più aderente alla vicenda storica?

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Carlo Ginzburg e la differenza tra il giudice e lo storico

E’ morto Carlo Ginzburg, storico di fama mondiale. Ritenuto uno dei maggiori esponenti della microstoria, scuola storiografica emersa nei primi anni 60 dalla fertile corrente della storia sociale. Ginzburg, le cui opere sono state tradotte in decine di lingue, si impose all’attenzione per i suoi lavori sulla stregoneria e i culti agrari tra il 500 e il 600, opere che restano dei pilastri della storia dal basso. I Benadanti, apparso nel 1966, e dieci anni dopo Il formaggio e i vermi, storia del mugnaio Menocchio, due vicende ricavate dagli archivi dei processi per stregoneria, raccontano per un verso il funzionamento dell’apparato repressivo dell’inquisizione cattolica, dall’altro la storia da sempre invisibile dei subalterni. Vite anonime di uomini e donne con le loro visioni del mondo ritenute da sempre irrilevanti nell’indagine storica, al massimo semplici numeri, statistica che non permetteva di emergere come soggetti narranti. Classi subalterne condannate a restare senza storia perché senza parola. Michel Foucault nel 1961 con La storia della follia nell’età classica, Edward P. Thompson nel 1963 con La formazione della classe operaia inglese, a seguire Ginzburg nel 1966 e nel 1976 e poi Jacques Rancière con La notte dei proletari del 1981, consolidarono questo nuovo modello storiografico ridando finalmente voce ai senza voce, riconsegnando loro il proscenio rubato della storia.

Il paradigma indiziario

Con Spie. Radici di un paradigma indiziario del 1979, un saggio denso e ricco di erudizione, Ginzburg propose un nuovo modello di analisi fondato sulla decifrazione dei dettagli minimi, in apparenza insignificanti, scarti e dati marginali che al contrario potevano mostrarsi rivelatori. Egli notava, sovrapponendo l’evoluzione conoscitiva di discipline come la storia dell’arte, l’investigazione poliziesca tratta dai racconti letterari su Scherlock Holmes e la psicanalisi, una connessione metodologica fondata sulla rilevazione di tracce e indizi che avrebbe potuto far avanzare l’indagine storica. Particolari considerati di solito senza importanza, o addirittura triviali, «bassi», potevano fornire la chiave per accedere ai prodotti più elevati dello spirito umano: «Se la realtà è opaca, esistono zone privilegiate – spie, indizi – che consentono di decifrarla». Idea che a suo avviso costituiva «il nocciolo del paradigma indiziario o semeiotico» e che si era «fatta strada negli ambiti conoscitivi più vari, modellando in profondità le scienze umane».

Paradigma foriero di rischi e malintesi tanto da essere rimesso in discussione dallo stesso autore nel 1986 in Miti emblemi spie. Morfologia e storia, testo nel quale l’autore si chiedeva se la grande ricchezza cognitiva degli indizi non avesse indotto a trascurare l’importanza delle prove. Un dubbio critico che lo portò a riformulare il rapporto tra indizio e prova, avvertendo che l’indizio da solo poteva non essere sufficiente.

Il giudice e lo storico

Nel 1991 si cimentò con un episodio di storia attuale in un volumetto, Il Giudice e lo storico, che affrontava il cosiddetto «processo Sofri», in realtà vicenda giudiziaria che coinvolgeva oltre ad Adriano Sofri anche Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi, i primi due massimi dirigenti di Lotta continua mentre Bompressi era un esponente del livello illegale della organizzazione. Tutti e tre accusati come correi dal pentito Leonardo Marino, reo confesso della uccisione il 17 maggio 1972 del commissario Calabresi, ritenuto responsabile della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, ingiustamente fermato nell’immediatezza delle indagini sulla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 e poi trattenuto illegamente nei locali della questura di Milano, dove morì precipitando da una finestra della stanza del quarto piano dove era in corso li suo interrogatorio.
Oltre a quello che fu il primo omicidio politico degli anni 70, Marino confessò anche la realizzazione di diverse rapine di autofinanziamento realizzate dalla struttura illegale di Lotta continua che portarono alla condanna di alcuni ex militanti, in altri casi ad assoluzioni. 
Partendo dalle riflessioni del maestro Marc Bloch sulle differenze tra il mestiere del giudice e quello dello storico, Ginzburg analizzava le carte dell’inchiesta e del processo contro i tre esponenti di Lotta continua ma soffermandosi unicamente sulla posizione del suo amico Sofri, registrava le inquietanti analogie con le tecniche dell’inquisizione incontrate nelle carte dei processi che aveva studiato. Un esperimento coraggioso quello di Ginzburg ma riuscito solo parte(1). All’inizio della sua disamina l’autore non esclude completamente l’ipotesi del complotto, ma in assenza di prove si attiene all’errore giudiziario, poiché non vuole avanzare «sul terreno delle congetture». Come egli stesso ammette: «Per parlare di dolo (che in questo caso implicherebbe anche, necessariamente, un complotto), ci vogliono delle prove irrefutabili. Io non ne ho».(2) “Insostenibile” però non vuole dire “impensabile”. E nel libro vi è ben più che un’allusione all’ipotesi del complotto, tant’è che Ginzburg stesso riferisce del dissenso che ha sul tema con Adriano Sofri.(3) Il complotto, la «teoria dei complotti», è per Ginzburg un modello ontologico valido seppur solo a certe condizioni.(4) Dimostrando efficacemente le «inquietanti coincidenze» del processo Sofri con i procedimenti dell’inquisizione, anch’egli rifiuta di trarre delle più ampie conclusioni sul sistema giudiziario dell’emergenza. Le frequentazioni con le «radici del paradigma indiziario» non lo hanno reso avvertito del fatto che un procedimento può essere l’indizio di un sistema ben più ampio. Per Ginzburg il solo «processo alle streghe» dell’Italia moderna è quello Sofri.(5)
Ma tra le differenti caratteristiche che distinguono l’attività dello storico da quella del giudice vi è l’analisi del «contesto», ovvero la presa in considerazione della dimensione storico-sociale da cui la ricerca storica non può in alcun momento prescindere, a differenza dell’attività giudiziaria che si occupa prioritariamente dell’azione individuale, cercando di definirne le singole responsabilità e i relativi risvolti penali, e solo secondariamente – in modo del tutto discrezionale – della dimensione storico-sociale (con strumenti di conoscenza e comprensione che restano largamente inadeguati). Perché, dunque, questa ossessiva reductio ad unum dell’intera impalcatura politico-giudiziaria che ha dato luogo al processo e alla condanna di Sofri e compagni? Perché questa volontà di circoscrivere la vicenda del processo Sofri alla dimensione del semplice errore giudiziario? Perché altrove il lavoro di analisi dei meccanismi dell’inquisizione del Cinquecento e del Seicento porta Ginzburg a non soffermarsi di fronte alle sole implicazioni metodologiche ma a indagare oltre, per ricercarne le implicazioni politiche, le complesse e profonde interrelazioni con la dimensione delle mentalità, per arrivare così a descrivere i meccanismi di una struttura che agisce come sistema e che svolge una decisiva funzione di controllo e repressione sociale? Sarebbe esatto considerare l’inquisizione come la semplice addizione di un gran numero di processi a streghe, maghi ed eretici impenitenti? Una somma incredibile di errori giudiziari che traversarono due secoli e diversi paesi d’Europa senza legami l’uno con l’altro? Sarebbe giusto considerare questa dimensione spaziale e temporale comune come un fatto puramente accidentale? Tutte le ricerche degli storici in materia, oltre che quelle pregiate di Ginzburg(6), mostrano il contrario. Allora, perché di fronte a un fatto come il processo Sofri, uno storico così avvertito viene meno, in modo tanto palese, al rigore del suo mestiere? Alla fine del suo libro, Ginzburg, districandosi tra storici e giudici che cercano la prova delle streghe, arriva soltanto a scoprire l’esistenza degli angeli. Angeli speciali che hanno sorvolato la storia degli anni 70.

Note

1 Il testo è ripreso da un saggio, Gli Angeli e la storia, scritto alla fine degli anni 90 a Parigi e poi pubblicato all’interno del volume Il nemico inconfessabile. Sovversione sociale, lotta armata e stato di emergenza in Italia dagli anni Settanta a oggi, Odradek 1999, scritto insieme a Oreste Scalzone.

2 Le juge et l’historien, Paris, Verdier, 1997, trad. dall’edizione italiana, Einaudi, 1991, con una nuova prefazione dell’autore. cap. XVII, p. 101.

3 Nella Memoria presentata ai giudici e pubblicata dall’editore Sellerio sotto lo stesso titolo, Adriano Sofri scrive a p. 139: «Bisogna stare attenti alla teoria del complotto perché offusca l’intelligenza, e sfocia spesso in una spiegazione comoda».

4 Le juge et l’historien, op. cit.; trad. italiana, 1991, cap. XIV, pp. 64-68.

5 Un episodio per tutti: al Salon du Livre di Parigi, presentando l’uscita del suo libro, Carlo Ginzburg ha risposto a Toni Negri (il quale faceva notare di avere anch’egli «subito un processo alle streghe»), che non c’era ragione di comparare i due casi, poiché «Sofri era veramente innocente e Negri colpevole». Per quello specchio distorto della realtà che è la «verità giudiziaria» i due sono colpevoli allo stesso modo, ma Ginzburg frequentando l’universo delle streghe ha appreso l’arte magica che permette, a lui solo, di essere partecipe dei segreti della «verità storica».

6 Carlo ginzburg, «Traces. Racines d’un paradigme indiciaire» (1979), Mythes, emblèmes, traces: morphologie et histoire, tr. fr. M. Aymard et al., Paris, Flammarion, 1989, p.139-180; «Prove e possibilità», prefazione ed. italiana di N. Zemon Davis, Il ritorno di Martin Guerre, Torino, 1984; «Montrer et citer», Le Débat, n° 56 (settembre-ottobre 1989), pp. 43-54.

Mara Cagol e i fiori della discordia

Il processo davanti alla corte di assise di Alessandria per la sparatoria alla cascina Spiotta di Arzello tra i due brigatisti che custodivano l’industriale vinicolo Vallarino Gancia, sequestrato il giorno precedente, e una pattuglia dei carabinieri sopraggiunta sul luogo, conflitto a fuoco avvenuto 51 anni fa, sta volgendo al termine. Il prossimo venerdì 19 giugno prenderanno la parola i due titolari della pubblica accusa, Emilio Gatti e Ciro Santoriello, subito dopo toccherà alle parti civili, sempre che il dottor Gatti, che ha già annunciato una lunga requisitoria, non faccia slittare il calendario previsto. Il successivo martedì 23 dovrebbe essere il turno delle difese, subito dopo si potrebbe già andare in camera di consiglio per la decisione finale ma non è detto che ciò accada. Incombe infatti la possibilità di una replica da parte di Gatti, eventualità che trascinerebbe il processo fino al 7 luglio.
Venerdì capiremo finalmente se procura e parti civili resteranno coerenti con i propositi più volte espressi durante il processo: la sola ricerca della verità e non la volontà di reincarcerare (Moretti non è mai uscito) dei vegliardi ottantenni.

La sparatoria di 51 anni fa
Margherita Cagol fu uccisa nella tarda mattinata del 5 giugno 1975, ferita da due colpi di pistola si era arresa ma fu freddata da un carabiniere, Pietro Barberis, quando aveva le mani alzate. Sul prato accanto al cortile del rustico denominato Spiotta, quel giorno giaceva un solo cadavere, il suo.
L’appuntato Giovanni D’Alfonso rimase mortalmente ferito nello scontro ha fuoco che lo contrappose a Margherita Cagol. Fece in tempo a scaricare la sua arma contro la donna che rispose al fuoco colpendolo due volte, secondo quanto riportato nella perizia balistica dell’epoca. Trasportato in gravissime condizioni morì l’11 giugno successivo nell’ospedale di Alessandria.
Durante il processo le difese hanno chiesto la realizzazione di una nuova perizia sulle traiettorie di tiro per accertare con maggiore nitidezza la dinamica della sparatoria, colmando i numerosi vuoti dell’inchiesta condotta nell’immediatezza dei fatti, quando le indagini furono sbrigative, poco approfondite, la scena ripulita e manomessa: la pistola di D’Alfonso rimossa e riposta nel baule di una vettura dei carabinieri, il corpo di Cagol spostato come mostrano le foto presenti in atti (vedi qui sotto: nella prima foto il braccio destro è sotto il corpo, nella seconda è parallelo al sinistro). Ma la pubblica accusa e ancor più sorprendentemente i legali delle parti civili si sono opposti.


Fiori per Margherita Cagol
Il 5 giugno scorso, come è accaduto frequentemente in questi decenni, per ricordare la donna qualcuno ha lasciato dei fiori davanti l’ex rustico, oggi completamente rimesso a nuovo e divenuto un lussuoso b&b. L’episodio ha scatenato le ire di Bruno D’Alfonso, il figlio dell’appuntato, anch’egli un passato da carabiniere, che quel giorno non era in aula dove si teneva la quattordicesima udienza del processo perché occupato nelle cerimonie istituzionali organizzate in ricordo del padre. Non è la prima volta che D’Alfonso mostra insofferenza per questi innocui fiori lasciati ai piedi di un albero, all’inizio del boschetto che circonda la Spiotta. Già durante l’inchiesta, l’ex carabiniere si era lamentato per questi episodi ripetuti negli anni, tanto che i pm disposero – sfidando ogni senso del ridicolo – la sorveglianza della Cascina in occasione dell’anniversario del 5 giugno 2022, piazzando delle telecamere per identificare gli sconosciuti portatori di fiori. Ma quella volta non si fece vivo nessuno (leggi qui).

L’esposto
D’Alfonso, che è stato pubblico ufficiale, sa che non è un reato e tanto meno un illecito depositare dei fiori in ricordo di una persona deceduta, per giunta in aperta campagna. Per ovviare a questa difficoltà se l’è presa con le immagini e i commenti postati sui social. Ha così ha annunciato di aver presentato un esposto alla digos di Pescara, al comando generale dell’Arma dei carabinieri, ai comandi territoriali di Alessandria e Acqui Terme e alla digos di Genova. Mancano solo la penitenziaria, la finanza e i guardia parco. Al quotidiano la Stampa di Torino ha dichiarato di non averlo fatto soltanto per una questione personale o familiare. «Ritengo – ha precisato – che ci possano essere aspetti che meritano accertamenti. Saranno gli organi competenti a valutare». Per poi aggiungere che quei fiori vanno ben oltre una semplice commemorazione: «Non è solo un’offesa alla memoria di mio padre, ma un gesto che rischia di trasformarsi in altro». Cosa fosse questo «altro» non ha avuto il coraggio di dirlo.

Panopticon vittimario
Tre anni d’inchiesta, un processo di un anno e mezzo, quattordici udienze non sembrano aver colmato le aspettative di Bruno D’Alfonso. Non sta a noi commentare questa esondazione della dimensione privata, questa pretesa che la sensibilità pubblica, plurale per definizione, debba combaciare con la sola sfera dei sentimenti di una persona. Dietro l’esposto alle autorità di polizia, guarda caso non davanti a degli uffici giudiziari, c’è una pulsione totalizzante che pone il proprio io come metro di giudizio morale, politico e penale dei comportamenti altrui, negando che la memoria, addirittura il cordoglio, possano avere dimensioni plurali. Una pretesa che annulla l’esistenza altrui e fa del proprio mondo interiore l’intero universo. Persone più qualificate di noi hanno descritto quanto vi sia di patologico in questo tipo di posture vittimarie. D’altronde la nuova inchiesta sulla Spiotta – è sempre bene ricordarlo – è nata con l’idea, sostenuta da Bruno D’Alfonso, di disvelare un complotto: squarciare il velo di complicità che avrebbe impedito di individuare l’identità dell’invisibile brigatista fuggito dalla Spiotta nel “cattivissimo” Mario Moretti, che aiutato da forze oscure avrebbe lasciato morire Mara Cagol per prendere il comando della Brigate rosse e con il sostegno di malefiche forze esterne portare a termine il sequestro Moro. Per fortuna l’inchiesta prima e il processo poi hanno fatto giustizia di queste insulse fantasticherie vittimarie, pagate con i soldi pubblici.

«La musica giusta la decido io», la querela contro la band P-38
Bruno D’Alfonso non è nuovo a sortite del genere, nella primavera del 2022 aveva denunciato una band musicale, i P-38, per istigazione a delinquere e apologia di reato. Il gruppo proponeva brani Trap che contenevano riferimenti, a dire il vero poco rigorosi, ai gruppi armati degli anni 70. Licenze musicali che richiamavano figure note, come Aldo Moro e Renato Curcio, citate più come icone pop che personaggi storici. Durante i concerti venivano spesso esibite bandiere a cinque punte con un intento dissacratorio e di rottura verso l’industria musicale. Gesti e testi che disturbavano e disorientavano in primis soprattutto gli ex brigatisti. Ma il tema non è la critica musicale e artistica delle loro performances, quanto la pretesa di sindacare ciò che è artisticamente lecito. La denuncia di D’Alfonso, che pure si esibisce in un gruppo musicale, era stata accolta dalla procura di Torino, la stessa che ha condotto le nuove indagini sulla Spiotta. Oltre alle perquisizioni questa aveva addirittura disposto gli arresti domiciliari per i ragazzi. Nel 2025 il procedimento penale è stato archiviato dal gip che non vi ha ravveduto traccia alcuna di reati respingendo la richiesta di detenzione domiciliare. Anche il tribunale della libertà aveva confermato l’inesistenza di reati e respinto l’appello del pm, come aveva fatto la cassazione dichiarando inammissibile il ricorso della procura. Insomma una lunga serie di bocciature che evidentemente non hanno insegnato nulla.

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Gli ultimi giorni dell’umanità?

Alcune riflessioni di Oreste Scalzone dopo le parole di Erri De Luca su genocidio a Gaza e sionismo

Oreste Scalzone

Mentre a Gaza continua il massacro della guerra di sterminio, una manciata di giorni fa, qui da noi, è divampata, soprattutto nel web ma non solo, una guerra di parole. L’evento che l’ha innescata è stata la partecipazione di Erri De Luca al “Festival internazionale degli scrittori” a Gerusalemme, e l’intervista che in questa occasione ha rilasciato al giornale Israel Hayom, vicino al Likud. Il pomo della discordia sono state le parole antisemitismo e sionismo (oltre che genocidio) che, non certo da oggi, vengono scavate per trovare, smascherare e denunciare una adesione criptica all’uno o all’altro fronte. Ora, prima che oggetto di uno scandalo, antisemitismi e sionismi richiederebbero una disamina sulla loro natura, sui contesti, su genesi e successivi sviluppi, sullo stato attuale delle cose.

Veniamo (plurale di modestia) qui dunque ad affrontare, seppur sommariamente, la guerra a Gaza come questione, nei suoi riflessi sulle soggettività dei movimenti, in particolare in Italia.
Certo, non si può pretendere di proporre in poche righe una “Verità” assoluta sulla genesi, il divenire, le forme di soggetti e processi storici al centro di radicali controversie. Ma ci si può limitare (è questo il nostro proposito) a registrare il cristallizzarsi di stati di coscienza attorno a noi.

Per “annoncer la couleur”, come dicono i francesi, Erri è stato per noi, uomini e donne rifugiati in Francia e sotto la minaccia di estradizione, un sostegno indefettibile; per me e qualche altro compagno e compagna, un fratello. Dal canto suo, la moltitudine pro-Pal costituisce la maggioranza dei membri della comunità-’Compagneria’. Ci sono insomma coinvolgimenti e legami comunque sentimentali con persone di opposti schieramenti.

Dev’esser costato molto ad Erri entrare in rotta di collisione con quella riedizione del David contro Golia costituita dal “popolo delle flottiglie”. E c’è entrato per sostenere un’idea erronea.
Ora, io penso che, specie nel campo delle idee (parliamo di “idee” perché non si ha una presa materiale sull’oggetto delle proprie parole), con un fratello o una sorella d’elezione si possa litigare in pubblico e in privato anche nel modo più aspro, ma non ci si possa legittimamente rimangiare la memoria e cancellarli dal cuore. Dunque, parlare bisogna, pur senza speranza di ascolto né – ripeto – pretesa di detenere la quintessenza del vero.

Il Bund (1), Marek Edelman con l’insurrezione del ghetto di Varsavia, Sobibor, Primo Levi, che abbiamo portato nella testa e nel cuore, sono stati – primi fra fatti e nomi che sarebbe lungo citare – recisamente estranei, quando non opposti, ai sionismi. È il caso, in particolare, del Bund, competitivo col Sionismo nelle sue aree d’influenza. Dall’origine, dunque a monte delle diverse correnti che vi si richiamano, è costitutiva del sionismo un’ambivalenza: quella fra la sacrosanta rivendicazione di un ubi consistam per gli Ebrei (“popolo senza terra”) – rafforzata come risposta alla tragedia immane d’un anti-giudaismo europeo giunto alla dismisura dell’orrido con la “soluzione finale” – e l’altro versante del chiasmo (”una terra senza popolo”), fattualmente falso, data la presenza in quella terra di nativi palestinesi non ebrei, con la loro cultura e ordinamenti, diversi dal modello statale e includenti minoranze ebraiche, cristiane ed altro.

Ora, il sionismo è un’ideologia e una corrispondente prassi politico-militare moderna, che non procede dalla Torah o da altri testi sacralizzati dal tempo. Come controprova di questo, basta pensare alla politica britannica durante il periodo cruciale della scadenza del mandato, al peso preponderante che, ha avuto il sionismo cristiano di ascendenza evangelista, nonché alla politica dell’URSS e satelliti, rispetto a quello scacchiere. Comunque, le filiazioni tradizionali, salvo rare e sparute sacche di resistenza, sono state cooptate, ibridate, digerite o distrutte dal capitalismo, in tutte le sue fasi e forme, compresi naturalmente gli Stati del “socialismo reale”, recanti le descrizioni e i precetti della conferenza di Baku, in concorrenza mimetica con le politiche imperiali di Gran Bretagna e Francia.

Oggi, mentre parliamo, chi agonizza o crepa, per decine e decine di migliaia di donne, uomini, bambini, sono i Palestinesi. Questa è la prima realtà di carne e sangue. Invece di addentrarsi nelle sottigliezze di pensiero filologico e giuridico sui confini dell’applicabilità del termine “genocidio”, cosa che anche qui in Francia ha suscitato un vespaio, quasi esistessero diversi gradi d’inaccettabilità, si tratta di opporsi alla guerra coloniale di sterminio, che è realtà indiscutibile. Questa risoluta opposizione, praticata anche da molti ebrei, rappresenta, rispetto all’imbuto del “sionismo reale” qualcosa di analogo alla critica radicale di matrice marxiana di fronte al capovolgimento operato dal “socialismo realizzato”.

Forse che la controversia sul genocidio o la rimozione del conflitto colonizzazione/deconolizzazione a favore della lettura di un conflitto inter-etnico fra due popoli aventi radici nello stesso territorio ha avuto qualche efficacia rispetto agli obiettivi accampati?

Comunque, non andrebbe dimenticato che componenti significative dell’ebraismo, soprattutto della diaspora, hanno parlato degli Ebrei come di genti che hanno le radici in aria. E forse non è ozioso ricordare, a questo proposito, l’ammonimento che Walter Benjamin rivolgeva, nel lontano 1916, all’amico Gershom Scholem: “Il sionismo non può essere per me che una posizione culturale e religiosa; ogni tentativo di trasformarlo in una politica nazionale mi pare problematico”.

Certo, non è fondato e ai nostri occhi legittimo trattare, nelle guerre delle opinioni, il sionismo dominante attuale come l’unico caso di condotta di una guerra di sterminio: altri nazionalismi e super-nazionalismi fanno altrettanto, in piena crisi dell’ordine mondiale.

Su ciò che anche i militanti delle flottiglie della libertà raccontano di quello che accade nelle prigioni, e nei percorsi per raggiungerle, non si può certo sorvolare. Simbolo atroce ed osceno lo spettacolo del ministro della sicurezza del governo israeliano Ben-Gvir, recatosi di persona ad irridere e minacciare di sterminio della sua gente Marwan Barghouti (ridotto ad un uno scheletro), incassando appena un rabbuffo del capo dello Stato. La prosecuzione della guerra di sterminio sembra proprio recare in sé uno sfacelo, una obsolescenza della specie umana.

Le ambivalenze, le linee e le fasi diverse che vengono raggruppate sotto il titolo “Sionismo” non permettono dunque una considerazione univoca della corrente dominante in questo movimento.

Certo anche le insurrezioni, le guerriglie, i movimenti di liberazione, di decolonizzazione hanno sempre avuto luci ed ombre, e non è accettabile la mitopoiesi propagandata dai loro gruppi dirigenti, dalle gerarchie politiche. E oggi, la mitopoiesi che ha potenza planetaria è quella di un Grande Israele che si opporrebbe ad un disegno di Grande Palestina (ridotta sempre più ad un ectoplasma).

La matrice è quella che ravvisano anche storici israeliani come Omer Bartov, Ilan Pappé, Tom Segev, Zeev Sternhell (a cui si può aggiungere nel campo palestinese soprattutto Edward Said). Nel contesto attuale, e in presenza delle dure lotte fra correnti sioniste, il riferimento al sionismo delle origini diviene sempre più una ideologia che copre il carattere di insediamento coloniale che lo Stato d’Israele è venuto ad assumere.

Bisogna comunque ragionare anche sul fatto che – come occupazione ed insediamento – il colonialismo israeliano ha come specificità quella di non avere una “madrepatria” in cui essere ricacciati: certo non sarebbero i padrini di questo colonialismo ad accogliere popolazioni ebree di ritorno…

Noi siamo estranei a “campismi”, più o meno “cripto-” oppure conclamati: quelli “occidentalisti”, come quelli legati al “campo socialista”, visto come alleato del movimento di decolonizzazione così come veniva presentato all’epoca della conferenza di Bandung. In quell’epoca remota, “il gigantesco movimento di liberazione dei popoli oppressi” o comunque sotto la tutela dell’oligarchia del neo-colonialismo, dava luogo per lo più a regimi che variamente articolavano capitalismo di Stato e capitalismo ultra-tecnologico con egemonia della corrispondente finanza sul mondo. Oggi poi una internazionale di neo-fascismi e neo-nazismi fa ruotare gli assi degli anni ‘30-’45 e si getta contro Arabi, Musulmani e Palestinesi, nonché contro tutti i migranti “di colore” transfughi dal Sud del mondo.

Certo, degli stermini consumati fino in fondo non possono essere usati per banalizzare quelli in corso, così come questi non possono offuscare la memoria di quelli. Insomma, per dirla in modo facile e semplicissimo: non è certo necessario schierarsi con Hamas, come organizzazione tra i colonizzati, per combattere Netanyahu e il suo governo di suprematisti fascisti, così come non è certo necessario stare con l’organizzatore dei colonizzatori, con Tsahal, per resistere ad Hamas e al suo modello.

Qui in Occidente c’è il problema di una autonomia di giudizio e di pratica: le istituzioni internazionali europee o dell’Onu, applicando la dottrina della proporzionalità tra interesse militare e danni collaterali finiscono per avallare lo statu quo.

Bisognerebbe parlare anche degli Usa – entrati nel gioco più tardi dei britannici, francesi e sovietici – che sono arrivati ad essere egemoni nel padrinaggio di Israele soprattutto sul piano militare. E’ in questo quadro che è intervenuta la trasformazione dello stato di Israele in Stato confessionale “degli Ebrei”. Così, i capisaldi della dottrina del “Sionismo revisionista”, il concorrente-nemico sul piano della tattica di quella che Sternel chiama “corrente socialista nazionale”, divengono teoria e pratica dei poteri costituiti.

Per dirla con un facile esempio fattuale nostrano: quelli che il 25 aprile scorso hanno usato la Brigata ebraica come cavallo di Troia per diffondere immagini di propaganda di Netanyahu e della sua [geo]politica, e quelli dei deliri cospirazionisti che vedono il Mossad dietro ogni cosa, sono la tomba di ogni ragionevolezza del cervello e del cuore.

I movimenti di rivolta che si sono succeduti nei secoli (le rivolte contadine; le lotte metropolitane degli operai – di cui Marx vede l’archetipo nel tumulto dei Ciompi – con l’arma dello sciopero e del sabotaggio; più in generale, le lotte, resistenze, rivolte proletarie; le lotte d’indipendenza, in particolare anticoloniali; le lotte di ecologia sociale, nel senso di Murray Bookchin; le lotte di genere non hanno sinora messo capo a delle rivoluzioni nel senso di una loro coerenza irreversibile con gli asserti posti come postulato. È tuttavia legittimo chiedersi cosa sarebbe già ora l’umanità se questi movimenti non ci fossero stati…
Comunque, il paradigma vittimario è foriero del peggio. Come scrive Arendt, “la vittima fa vittime”, e spesso nel modo della vendetta trasversale. E quando la logica diviene quella della “ragion politica”, delle tattiche diplomatico-militari, questo viene scolpito al di sopra delle teste degli umani, come destino.

Una ulteriore considerazione: non si possono ritenere, né il sionismo, né Hamas, una mera conseguenza, delle creature – al dritto o al rovescio – di entità statuali sovrastanti. Senza certezze e con poche speranze, ma come ineludibile scommessa, si tratterebbe di dar voce, più voce, alle componenti che, oggi, si muovono in una logica diversa da chi costruisce scenari distopici che sembrano essere paradigmatici di uno sfacelo della specie umana.

La lettura di testi e bibliografie ci informa della presenza di una miriade di associazioni che coltivano il discorso secondo cui su una terra a popolamento multi-etnico, multi-culturale, multi-religioso, sarebbe possibile organizzare una federazione di natura altra rispetto a quella capitalistico-statale. Per noi non esistono Stati “amici”, l’estraneità ostile verso la forma-Stato è costitutiva dell’impianto della critica radicale.

Sempre più, nei contesti degli Stati, l’antisemitismo, nella coppia islamofobia e detestazione dell’ebraismo, nell’odio per Musulmani, Arabi, Ebrei, si diffonde nelle forme più aggressive e crudeli. Allorché alla domanda “Sentinella a che punto è la notte?” sembrerebbe giocoforza rispondere oggi, con Victor Serge, che è “mezzanotte nel secolo”, noi preferiamo la risposta che Erri conosce meglio di noi: “Viene il mattino, poi anche la notte; se volete domandare, domandate pure; tornate, venite.”

Note

  1. Unione generale dei lavoratori ebrei della Lituania, Polonia e Russia, generalmente conosciuto come «Der Bund», l’unione, la lega. Fondato a Vilnius nel 1897, aveva come obiettivo l’unificazione di tutti i lavoratori ebrei dell’impero Russo sotto un unico partito socialista. Movimento laico ostile alle correnti sioniste e alle tradizioni dell’ortodossia ebraica, il Bund rivendicava una sorta di nazionalismo culturale, basato sulla lingua yiddish, l’organizzazione e l’autodifesa contro i progrom organizzati dallo Stato zarista. Come accadde in tutti i partiti socialisti, la rivoluzione d’ottobre produsse una scissione tra l’ala socialdemocratica e quella comunista che nel 1921 entrò nel partito. In precedenza durante la guerra civile i militanti avevano aderito all’armata rossa. L’impostazione federalista e la rivendicazione di un’autonomia culturale, che aveva già creato divergenze con Lenin, fu causa delle successive persecuzioni staliniane. Nel 1942, l’esponete del Bund a Varsavia, Marek Edelman partecipò alla fondazione dell’Organizzazione combattente ebraica che guidò la rivolta del ghetto di Varsavia contro le truppe naziste, distinguendosi dalla tradizionale remissività e la continua ricerca di compromessi delle rappresentanze istituzionali delle comunità ebraiche.

Cascina Spiotta, il processo e la storia 1/continua

Le Brigate rosse avevano una struttura organizzativa piramidale dominata al vertice da una cupola onnisciente e che tutto decideva?

E’ questa la domanda a cui si è cercato di dare una risposta nel corso della quattordicesima udienza del processo di Alessandria che si è tenuta lo scorso 5 giugno, nel cinquantunesimo anniversario della sparatoria davanti la cascina Spiotta di Arzello, all’interno della quale la colonna torinese delle Brigate rosse custodiva il magnate dello spumante Vallarino Gancia, rapito il giorno precedente. Quella mattina morì Margherita Cagol, fondatrice delle Brigate rosse, uccisa a freddo da un carabiniere al termine di un conflitto a fuoco innescato dall’improvviso arrivo sul posto di una pattuglia dei carabinieri che perlustravano la zona. Nella sparatoria rimasero gravemente feriti il tenente Umberto Rocca e l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso, deceduto in ospedale l’11 giugno successivo. L’altro brigatista, Lauro Azzolini, che per sua stessa ammissione, fatta in aula l’11 marzo 2025, era insieme a “Mara” Cagol quella mattina, riuscì a fuggire nella boscaglia.

Non deve sorprendere se un simile interrogativo, che al massimo oggi potrebbe interessare degli storici e ricercatori riuniti nella sala di un convegno o animare la discussione attorno alla presentazione di un libro specialistico sul tema, sia stata discussa lungamente nel corso dell’udienza, dove è stato ascoltato, come esperto chiamato dall’avvocato Francesco Romeo, difensore di Mario Moretti, lo storico e docente universitario Marco Clementi, autore dei numerosi libri e studi sulla materia.

Giudiziarizzazione della storia
La partecipazione di uno storico all’interno di un processo non è una presenza scontata. E non lo è stata nemmeno questa volta. Per chi si occupa di storia risuona ancora la dura polemica che lo storico Henri Russo mosse contro la scelta di un suo collega, Robert Paxton, di essere ascoltato in qualità di esperto nel processo per crimini contro l’umanità mosso contro l’ex prefetto di Parigi Maurice Papon (1997-98), che durante l’occupazione nazista collaborò alla deportazione degli ebrei francesi. All’epoca vivevo a Parigi, appartenevo alla comunità dei rifugiati italiani degli anni ’70 e stavo completando i miei studi universitari. Ricordo i termini molto accesi di una discussione istruttiva (articoli di giornale, libri e dibattiti televisivi) contro la giudiziarizzazione della storia, segmento settoriale di un fenomeno ben più vasto che stava investendo l’intera sfera sociale e che trattai nella mia tesi di master. Russo stigmatizzava la strumentalizzazione giudiziaria del metodo storico, la sovrapposizione della logica binaria che presuppone il modello della imputazione. Approccio che contrasta apertamente con il metodo storico fondato sull’autonomia degli interrogativi scientifici e sulla complessa ricerca delle cause molteplici. Per non dire dello statuto di insindacabilità e performatività della verità giudiziaria, che oltre a non rispondere ai criteri scientifici di emendabililtà ritiene di poter creare il fatto storico: basti l’esempio dei colpi mai esplosi contro l’ingegner Alessandro Marini in via Fani, la mattina del 16 marzo 1978, per cui furono condannate 27 persone. Grazie al lavoro di alcuni storici è ormai storicamente assodato che l’episodio non è mai avvenuto, circostanza riconosciuta dallo stesso testimone e dalla commissione Moro 2 che ha dovuto arrendersi davanti alle evidenze fattuali. Eppure la verità giudiziaria è rimasta invariata.
Verità storica e verità giudiziaria oltre ad avere obiettivi diversi, come già notava Marc Bloch (ricerca del colpevole contro ricerca complessiva di cause, contesto e autori), hanno anche un diverso «percorso ermeneutico»: la verità giudiziaria può emergere solo all’interno del processo sulla base di quanto prevede il codice di procedura. Metodo che introduce una rigorosa selezione di elementi, assunti a discrezione dai giudici, scelta che ne preclude altri. La possibilità di negare una perizia, per esempio nel caso di questo processo di Alessandria il mancato accoglimento di una nuova perizia balistica sulle traiettorie di tiro, non inficia la produzione finale di una verità giudiziaria anche se dal punto di vista storico apparirà gravemente monca.

Tribunali e storia
La critica spietata mossa da Russo alla fine degli anni 90 aveva come tela di fondo il processo di tribunalizzazione della storia innescato alla fine della Seconda guerra mondiale dal processo di Norimberga contro i crimini nazisti. Da allora, il discorso storico è stato progressivamente inglobato e strumentalizzato dalla retorica giudiziaria dando vita ad un ibrido nel quale si confondono e sovrappongono ordini diversi: verità giudiziaria e storica, giudizio di ordine politico e morale. Una tendenza, come si è più volte osservato (Enzo Traverso), che ha visto emergere la figura di un nuovo testimone, la vittima assoluta (e i loro familiari con corollario di associazioni vittimarie) che nelle condanne giudiziarie dovrebbero trovare – secondo una scuola oggi dominante – cura e guariggione. Testimone che ha collocato nello sfondo altri testimoni e soggetti che pure hanno segnato in modo attivo il processo storico. L’adozione di questo modello vittimario – ha scritto recentemente Miguel Gotor nel suo volume sulla morte di Piersanti Mattarella – «ha prodotto un’abnorme centralità della memoria e del testimone, una nuova diarchia che ha innescato un processo di memorializzazione della verità storica, in cui il concetto di conflitto è stato sostituito da quello di trauma e la dialettica hegeliana servo/padrone da quella vittima/carnefice».
Russo, ormai trent’anni fa, vide arrivare tutto questo. Con la sua denuncia provò a lanciare un campanello allarme rivendicando l’autonomia del lavoro storico, senza grandi esiti purtroppo. Così di fronte al passato che non passa, alla presentificazione continua di eventi distanti anche cinquant’anni, come nel caso del rapimento Gancia e della sparatoria alla Spiotta, l’orizzonte penale ha di fatto assorbito lo spazio del lavoro storico limitandone l’agibilità e in taluni casi minacciandone l’autonomia e l’azione (chi scrive ne sa qualcosa. Per aver condotto un minuzioso lavoro di ricerca e verifica sul sequestro Moro, impiegando le fonti documentali e orali disponibili, si è visto sequestrare l’intero archivio e gli strumenti di lavoro oltre a subire una lunga indagine risoltasi dopo tre anni con l’archiviazione).

L’abuso della prova storica
Non stupisce dunque se a una distanza così lunga la nuova inchiesta di Alessandria, e il processo che ne è seguito, hanno dovuto rinunciare ai tradizionali elementi della prova forense (per altro all’epoca nemmeno correttamente raccolti),1 per far ricorso a intercettazioni ambientali (per giunta in buona parte illecite), ovvero tracce memoriali e prova storica. Quest’ultima assurta a regina del processo. Ai Ros dei carabinieri è stato chiesto di scandagliare fondi archivistici di tribunale e archivi di Stato, per poi dedicarsi a un lungo e faticoso lavoro interpretativo sulle testimonianze, i verbali di perquisizione e la letteratura brigatista d’epoca e successiva (opere autobiografiche).
Per poter aggirare la prescrizione, condurre la nuova indagine e arrivare a processo, la procura doveva giustificare la sussistenza delle aggravanti della premeditazione nella sparatoria e l’esistenza di una rigida struttura piramidale con un esecutivo brigatista che non aveva solo deciso e organizzato il sequestro, ma ordinato tassativamente alla colonna torinese l’obbligo dello scontro a fuoco per annientare il nemico. Una volontà omidiciaria premeditata fin dall’inizio e non il risultato di circostanze caotiche frutto di una sequela ripetuta di condotte e errori logistici da parte brigatista e della stessa pattuglia della territoriale, che agì all’insaputa del nucleo speciale diretto dal generale Dalla Chiesa, già intervenuto nelle indagini il giorno precedente.
Una necessità che ha modellato i fatti a immagine e somiglianza delle aggravanti richieste per condurre l’azione penale. Da qui l’uso strumentale della prova storica, piegata alle bisogna del teorema accusatorio.

1/continua

Note

1. La scena del crimine fu ripulita dai bossoli della sparatoria. Al perito balistico vennero inviati i reperti in modo selettivo: furono sottratti i colpi rimasti nell’arma di Azzolini in modo lasciar credere che questi avese scaricato la sua pistola contro l’appuntato D’Alfonso. Scomparvero bossoli e ogive esplose dai carabinieri (salvo i cinque bossoli esplosi da D’Alfonso mentre la sua arma venne inizialmente sottratta dalla scena e riposta nel baule di una vettura dei CC) e non fu periziata l’arma dell’appuntato Barberis, che dichiarò di aver ucciso Margherita Cagol sia pur involontariamente. Circostanza che impedì di accertare le modalità esatte della uccisione della fondatrice delle Brigate rosse.

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