Parla Bernard Madoff: «Le banche e la Sec sapevano tutto»

Nell’intervista Madoff sostiene che i mercati finanziari ferano assolutamente al corrente della sua attività. Insomma par di capire che nel mondo della finanza vige una regola molto chiara: quando le speculazioni, anche le più avventate, vanno bene sei un grande broker. Se finiscono male diventi uno speculatore. La borghesia è inesorabile con chi brucia i propri capitali

Nicol Degli Innocenti
Il sole 24 ore 10 aprile 2011

LONDRA – Bernard Madoff è l’unico colpevole, ma tanti altri intorno a lui hanno peccato di omissione scegliendo di non vedere, non controllare, non verificare. L’ex finanziere americano responsabile della gigantesca frode da 65 miliardi di dollari sa di non avere nulla da perdere e così ha deciso di rivelare la sua verità, sparando a zero sulle banche, sulle autorità di controllo dei mercati e su alcuni ex collaboratori, tutti, a suo dire, complici silenziosi.
In un’intervista al Financial Times dal carcere del Nord Carolina dove sconta la condanna a 150 anni e dove molto probabilmente morirà, il 72enne Madoff ammette le sue colpe ma lancia anche molte accuse. «Nulla di quanto affermo deve essere considerato una giustificazione del mio comportamento, – dice il finanziere. – Mi assumo piena responsabilità per quello che ho fatto, ero pienamente conscio delle mie azioni». Azioni che lo hanno portato a mentire alla famiglia e agli investitori, creando il «Ponzi scheme» piú complesso mai realizzato, che usava i depositi dei nuovi clienti per pagare ricchi interessi (10% garantito) ai vecchi investitori.
Per almeno sedici anni Madoff ha mantenuto in piedi un castello di carta ingannando tutti: dalla moglie, conosciuta ai tempi dei liceo, fino all’ultimo investitore che gli aveva affidato i risparmi. Poi nel dicembre 2008, di fronte all’obbligo di rimborsare 7 miliardi di dollari che non aveva, l’improvvisa e drammatica decisione di confessare tutto e, ammette ora Madoff, togliersi un «peso insopportabile. Vorrei che mi avessero preso prima».
Fatto il mea culpa, Madoff passa all’attacco. Innanzitutto le banche: JP Morgan in primis, che gestiva i conti correnti della sua società, aveva a disposizione tutte le informazioni per individuare la frode o perlomeno avere qualche sospetto. «Non sono un banchiere, ma so che movimenti da 100 miliardi di dollari in entrata ed uscita da un conto dovrebbero metterti sul chi vive, – afferma il finanziere. – JP Morgan aveva tutte le note di pagamenti. C’erano dirigenti della banca che sapevano cosa stava succedendo». Madoff prevede che la causa intentata quattro mesi fa contro JP Morgan dal curatore fallimentare Irving Picard (la banca nega ogni addebito) finirà con la richiesta di restituzione di fondi per 6,4 miliardi di dollari o perlomeno con «un sostanzioso patteggiamento». Anche Hsbc e Ubs, altre due banche a cui Picard ha fatto causa, «avranno grossi problemi», secondo Madoff. Ubs sostiene di non avere mai avuto sospetti di illeciti e Hbsc sottolinea di avere perso 1 miliardo a causa della frode.
Madoff punta il dito anche contro le autorità di controllo, che «passano troppo tempo a inseguire piccole infrazioni e nessuno a seguire le grandi aziende e le banche di investimento». La Securities and Exchange Commission (Sec) ha ricevuto sei denunce su Madoff, una che lo accusava di gestire un Ponzi scheme, ma le indagini di circa cento esperti non hanno portato a nulla perché, secondo il finanziere, «la mia era considerata una società modello». Quanto a Price Waterhouse, afferma Madoff, «venivano nel mio ufficio una volta all’anno a fare tutti i controlli».
Infine, il finanziere non risparmia quattro dei suoi maggiori investitori, i primi ad affidargli i loro soldi, tre dei quali sono morti negli ultimi anni. «Erano complici, tutti quanti» e soprattutto «erano avidi». L’avvocato di Carl Shapiro, l’unico dei quattro ancora in vita, ribatte che «Madoff è un bugiardo». Il finanziere non porta prove ma fa solo affermazioni pressoché impossibili da verificare. Peró dipinge un mondo in cui la reputazione conta piú dei fatti e dove in pochi capiscono i complessi sistemi di investimento basati su algoritmi elaborati da computer, ma tutti sono lieti di non fare troppe domande se ricevono rendimenti a due cifre.

Caso Papini, una vicenda esemplare di giustizia dell’emergenza

Conferenza stampa a Montecitorio. I legali denunciano: «Quello di Papini è stato un processo ai sentimenti. Quando venne arrestato, la digos di Bologna sapeva già da un anno, grazie alle intercettazioni telefoniche, che andava in carcere a trovare la Blefari con l’accordo della direzione dell’istituto di pena per tentare di impedire i suoi propositi suicidari dichiarati in una lettera. L’inchiesta è stata una montatura». Dopo l’assoluzione crolla il teorema accusatorio messo in piedi dai pm bolognesi che hanno pilotato da lontano anche l’inchiesta romana e il processo. I magistrati dovrebbero archiviare la sua posizione nell’inchiesta sull’attentato a Marco Biagi, ma sotto le due torri esiste una delle peggiori procure d’Italia

Paolo Persichetti
Liberazione 6 aprile 2011

Chissà cosa avrebbe pensato il marziano di Flaiano se fosse atterrato ieri mattina davanti a Montecitorio? Mentre i post-girotondini del popolo viola presidiavano la piazza per protestare contro il modo in cui il governo e la sua maggioranza parlamentare affrontano i temi della giustizia, srotolando un tricolore lungo circa 60 metri per dare inizio alla giornata della democrazia accanto a molte bandiere dell’Italia dei valori, FdS e Sel, dentro la Camera si teneva una conferenza stampa quasi deserta sul caso di Massimo Papini: uno degli esempi drammaticamente più concreti di come si esercita la giustizia in Italia. 17 mesi e 23 giorni di carcere duro in custodia preventiva, quando andava bene in regime di alta sicurezza nel braccio speciale di Siano, in Calabria, dove sono rinchiusi una parte dei detenuti politici di sinistra; altrimenti in regime di totale isolamento, peggio del 41 bis, quando durante i lunghi mesi del processo era appoggiato al piano terra del reparto G12 di Rebibbia. Sempre solo in un cubicolo, senza diritto alla socialità con altri detenuti, e con le ore d’aria (per così dire) da passare in un rettangolo di cemento di pochi metri quadrati circondato da alte mura e con il cielo coperto da una grossa griglia metallica. Tutto questo per un’accusa senza fondamento: aver fatto parte delle cosiddette “nuove brigate rosse”, solo perché non aveva rinunciato ad assistere la sua ex fidanzata, Diana Blefari Melazzi, precipitata dopo l’arresto nel labirinto della sofferenza psichiatrica. Strada senza ritorno sfociata nel suicidio, poche settimane dopo l’arresto di Massimo, il 31 ottobre 2009. Una morte quasi indotta da una persecutoria volontà di sfruttare la sua malattia come una opportunità per le indagini. «Assolto per non aver commesso il fatto» hanno stabilito lo scorso 23 marzo i giudici della prima corte d’assise di Roma, ribadendo che la solidarietà, anche per chi è stato dichiarato colpevole, non è reato. Un caso «paradigmatico» hanno spiegato i suo legali, Caterina Calia e Francesco Romeo presenti alla conferenza stampa insieme a Gianluca Peciola, consigliere provinciale Sel e alla deputata radicale (lista Pd) Rita Bernardini, che ha seguito il caso, incontrato più volte Papini in carcere e portato radio radicale a registrare le udienze del processo. Attenzione mediatica che ha infastidito molto la pubblica accusa. Tra i banchi solo qualche sparuto giornalista e gli amici di Massimo, animatori del comitato che l’ha sostenuto nei suoi 17 mesi di detenzione.
La piazza era piena ma la sala era vuota. Eppure si parla tanto di giustizia al punto che – direbbero i sociologi – questo tema è divenuto il maggiore repertorio di mobilitazione dell’azione politica. Fa scorrere fiumi d’inchiostro, riempie tg e salotti televisivi, ma quando ci si trova di fronte a casi concreti l’interesse svanisce. Davvero una strana idea di giustizia: la destra che grida alle toghe rosse e vede complotti delle procure ovunque si allinea subito dietro l’azione repressiva della magistratura, quando questa si riversa contro soggetti estranei al mondo imprenditoriale, alle classi possidenti; la sinistra, che inneggia alla costituzione e si erge a paladina delle legalità, perde vista, udito e parola di fronte agli abusi, per non parlare del carattere sistemico delle pratiche inquisitorie condotte dalla magistratura inquirente, grazie anche ad una legislazione speciale che gli offre mano libera. Insomma ci si agita molto per non fare nulla. L’arena giudiziaria appare solo il luogo dove si è trasferito lo scontro politico. Alla fine, della giustizia, della giustizia giusta, delle garanzie, non interessa a nessuno. Vince solo la demagogia penale: in galera tutti meno quelli che ci mandano gli altri. E così vicende come quelle di Papini restano sullo sfondo, ignorate. Nessuno chiederà conto alla procura di Bologna che – è già accaduto in altri casi – ha pilotato da lontano l’arresto di Papini e il processo, occultando prove a discarico dell’imputato, come ha denunciato l’avvocato Romeo. Nessuno vorrà sapere perché i testi citati dalla difesa sono stati inchiestati durante il processo, al punto da dover temere che l’azione difensiva fosse diventata un delitto. Il marziano di Flaiano non ha esitato, ha ripreso il volo disgustato.

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Massimo Papini assolto per non aver commesso il fatto
Papini assolto: “Non faceva parte delle nuove Br”
“Scarcerate Papini, accuse senza argomenti
Amicizia e solidarietà sotto processo
Un altro Morlacchi dietro le sbarre
Ignorata la disponibilita offerta da un gruppo di detenute che si offrì di assistere la Blefari. I magistrati puntavano al pentimento
Induzione al pentimento
Suicidio Blefari Melazzi: l’uso della malattia come strumento di indagine

Cassazione: “Non è reato essere amici di inquisiti per banda armata”

Sbarchi a Lampedusa, «il governo conceda la protezione temporanea prevista anche dall’Ue»

Intervista a Gianfranco Schiavone, membro dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione

Paolo Persichetti
Liberazione 3 aprile 2011

Nel giro di poche settimane, dal giorno in cui è esplosa la guerra civile in Libia, la Tunisia ha accolto sul suo territorio 100 mila persone. Lo ha fatto con «grande dignità e capacità», spiega in un comunicato l’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, nonostante il Paese sia allo stremo, con una economia distrutta ed un apparato statale in parte smantellato. Il governo provvisorio, infatti, ha sciolto i corpi di polizia, invisi alla popolazione perché compromessi con la dittatura di Ben Alì, congedandone per intero i 150 mila appartenenti. L’ordine pubblico è per ora gestito dalle Forze armate composte da militari di leva, in attesa che la prossima assemblea costituente voti la nuova costituzione a cui dovranno ispirarsi le nuove forze dell’ordine. Nonostante ciò, la Tunisia ha dimostrato una capacità d’accoglienza sconosciuta all’Italia. Da noi sono bastate poche migliaia di profughi, meno di 10 mila, per gridare all’esodo biblico, e creare volutamente una situazione insostenibile sull’isola di Lampedusa, il collo di bottiglia degli ingressi via mare. Eppure, ci spiega Gianfranco Schiavone, consigliere nazionale dell’Agsi, «gli strumenti di diritto per fare fronte a questa emergenza esistevano da subito. E’ mancata è la volontà di applicarli anche per ragioni di calcolo legati all’intenzione di suscitare sentimenti xenofobi da fruttare politicamente oltre ad una certa confusione del governo».

Intende la norma sulla “protezione temporanea” prevista dall’articolo 20 del testo unico sull’immigrazione che secondo alcune indiscrezioni il governo sarebbe propenso a prendere in considerazione?
Non solo. Esiste anche una norma europea che istituisce la protezione temporanea prevista dalla direttiva 2001/55/Ce, recepita dall’Italia col decreto legislativo del 7 aprile 2003 n. 85. Il ricorso a questo tipo di permesso, che ovviamente va concertato a livello europeo, offrirebbe ai profughi la possibilità di spostarsi in tutto lo spazio Shengen. In questo caso si potrebbe discutere della ripartizione delle quote tra Paesi membri. L’articolo 20 del testo unico sulla immigrazione elaborato nel 1989 consente, invece, una protezione temporanea solo sul territorio nazionale.

Questa è una differenza rilevante. Alcuni Paesi europei potrebbero opporsi come sta già facendo la Francia che respinge i migranti alla frontiera di Ventimiglia.
La realtà è che l’Italia, al di là delle lamentele rivolte verso gli altri Paesi membri, non ha mai presentato formalmente la proposta di attivare la protezione temporanea. A livello Ue questo tipo di protezione è stato espressamente previsto per quelle situazioni eccezionali in cui si manifestano afflussi massicci di persone che fuggono da situazioni di grave instabilità che si è prodotta in un Paese terzo rispetto all’Ue: “il cui rimpatrio – stabilisce il testo – in condizioni stabili e sicure risulta momentaneamente impossibile a seguito della situazione del Paese stesso”. Che è proprio quello che sta accadendo oggi. L’Italia introdusse in anticipo questa norma rispetto all’Ue perché si trovò in prima linea a fronteggiare la crisi albanese. La protezione internazionale in questo caso non c’entra nulla. Non siamo di fronte a richieste di asilo politico legate al riconoscimento di una violazione della convenzione di Ginevra.

Avete avuto qualche ruolo nel ricordare al governo che esisteva questa strada?
C’è stato un suggerimento da parte di parecchie associazioni ma non c’è stato molto ascolto. Il governo si è dimostrato miope nell’illusione di riuscire a rimpatriare coercitivamente (e illegittimamente secondo il protocollo Cedu) le migliaia di tunisini. La protezione temporanea darebbe corso a permessi annuali, rinnovabili una sola volta, favorendo i ricongiungimenti familiari in ambito europeo. Infine non dimentichiamo che stiamo perdendo l’occasione per investire sul futuro di un Paese giovane con un potenziale economico e sociale che potrebbe sfociare in una collaborazione economica e culturale per noi favorevole.

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