Mercati borsistici: dietro l’attacco ai titoli di Stato l’intreccio tra fondi speculativi e agenzie di rating

Paolo Persichetti
Liberazione 21 luglio 2011

La magistratura ha cominciato a interessarsi alla “casta” dei mercati finanziari. Parlare di casta, in realtà, è improprio. Anzi per nulla esatto. Si tratta di una concessione all’imperante linguaggio populista. Però in una fase come quella attuale, dove grande è la confusione, una semplificazione del genere può tornare utile per chiarire alcune cose. Per esempio: al cospetto degli «uomini d’oro della finanza-ombra», come li ha definiti recentemente il Sole24 ore, la “casta dei politici” di cui tanto si parla dopo la manovra economica dei giorni scorsi, o quella dei magistrati, visti al contrario come l’alternativa ad un ceto politico autoreferenziale e corrotto, ma ai cui alti stipendi e privilegi di status sono agganciati i compensi dei parlamentari, sono tutto sommato poca cosa. Una realtà subalterna, epifenomeno i cui costi sono inferiori ai milioni di euro bruciati in una sola giornata di speculazioni borsistiche. Come al solito il populismo ha il grande demerito di stornare l’attenzione: si sofferma sul dito e perde di vista la luna; s’indigna per la pagliuzza e non s’accorge della foresta.
Su esplicita richiesta della Consob il procuratore aggiunto della Capitale, Nello Rossi, coordinatore del pool sui reati economici, ha aperto un fascicolo. L’autorità di controllo per le società quotate in Borsa ha inviato anche alla procura di Milano un dossier su quanto accaduto nei mercati finanziari a ridosso del varo della manovra correttiva. Sotto osservazione il comportamento tenuto dalle due maggiori agenzie di rating, Moody’s e Standard and Poor’s, nelle giornate più critiche della crisi borsistica, il 24 giugno, l’8 e l’11 luglio scorsi. Nel rapporto la Consob propone un’analisi complessa di quanto accaduto, identificando diverse cause che agendo congiuntamente avrebbero provocato una serie di movimenti anomali e il crollo dei titoli. Tra questi, alcuni ordini cospicui di “vendita allo scoperto”, a cui avrebbero fatto seguito una cascata di ordini automatici di vendita al ribasso, predeterminati sulla base di programmi informatici di acquisto e vendita gestiti da computer. Ad uno stato più avanzato è invece l’inchiesta condotta dal pm di Trani, Michele Ruggiero, che si è attivato dopo le denuncie presentate da Elio Lannutti, presidente di Adusbef, e Rosario Trefiletti della Federconsumatori, nelle quali si profilano i reati di insider trading e market abuse (manipolazione del mercato) e si chiede il blocco delle diverse tipologie di “vendita allo scoperto”. «Tutti sanno bene – affermano in un comunicato stampa Lannutti e Trefiletti – che la speculazione deriva soprattutto da fondi inglesi ed americani. In realtà lo sa anche la Consob, che interfacciandosi con Borsa Italiana (che ha i tabulati di tutte le contrattazioni) ben vede chi sono gli speculatori». I responsabili di Adusbef e Federconsumatori rompono un tabù, dicono ad alta voce quello che sanno tutti gli addetti ai lavori. il Sole24 ore del 10 luglio fa i nomi di alcuni hedge fund, confermati anche dal Financial Times, i super fondi speculativi ad alto rischio che hanno come propria ragione sociale il ruolo di corsari dei mercati borsistici e che nei giorni della manovra stavano vendendo importanti quote di titoli governativi italiani per comprare “credit default swap”, ovvero speciali polizze assicurative che proteggono dal rischio di default. Cosa significa?
Che alcuni potenti fondi speculativi specializzati nell’arricchimento attraverso la variazione dei prezzi futuri hanno deciso di guadagnare su un’operazione al ribasso dei titoli pubblici italiani. «Offrono al prezzo di oggi – ha spiegato Francesco Gesualdi sul manifesto del 17 luglio – titoli che si impegnano a dare fra una settimana, un mese o altra data futura». L’azzardo, e soprattutto il trucco, stanno nel fatto che questi fondi non possiedono ancora i titoli che offrono. Il mercato speculativo vende fuffa. Aspettative spacciate per previsioni razionali. La scommessa su cui si fonda l’intera operazione speculativa sta nel provocare un forte ribasso del prezzo dei titoli promessi quando il loro valore era più alto, in modo da poterli acquistare al momento del loro costo più basso e guadagnare sul differenziale. Ovviamente perché ciò sia possibile occorre saper manovrare in modo da orientare il mercato, influenzare le fonti d’informazione, attuando attacchi concentrici, movimenti di panico, giocando anche sugli automatismi tecnici. Una somma di fattori che fanno aperto ricorso a tecniche manipolative del mercato e alla raccolta e controllo di notizie riservate. Il confine con l’aggiotaggio e l’insider trading è praticamente impercettibile, anzi nullo se si tiene conto del livello di connivenza già accertata in passato tra operatori dei fondi speculativi e vertici delle grandi corporation. Un recente verdetto della corte federale di Manhattan ha evidenziato la natura sistemica di questa collusione che vedeva nel libro paga del fondo Galleon un consigliere d’amministrazione di Goldman Sachs, un alto funzionario della Ibm, un consulente della McKinsey. Visti con la lente d’ingrandimento i mercati si dematerializzano, perdono il loro vantaggioso anonimato. Dietro l’astrazione dei rapporti sociali capistalistici emerge un brullichio d’attori animati da spietati interessi, ambizioni, una sfrenata sete di ricchezza. Dove sta scritto che devono essere loro i nuovi detentori della sovranità?

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Parla Bernard Madoff: «Le banche e la Sec sapevano tutto» 
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Parla Bernard Madoff: «Le banche e la Sec sapevano tutto»

Nell’intervista Madoff sostiene che i mercati finanziari ferano assolutamente al corrente della sua attività. Insomma par di capire che nel mondo della finanza vige una regola molto chiara: quando le speculazioni, anche le più avventate, vanno bene sei un grande broker. Se finiscono male diventi uno speculatore. La borghesia è inesorabile con chi brucia i propri capitali

Nicol Degli Innocenti
Il sole 24 ore 10 aprile 2011

LONDRA – Bernard Madoff è l’unico colpevole, ma tanti altri intorno a lui hanno peccato di omissione scegliendo di non vedere, non controllare, non verificare. L’ex finanziere americano responsabile della gigantesca frode da 65 miliardi di dollari sa di non avere nulla da perdere e così ha deciso di rivelare la sua verità, sparando a zero sulle banche, sulle autorità di controllo dei mercati e su alcuni ex collaboratori, tutti, a suo dire, complici silenziosi.
In un’intervista al Financial Times dal carcere del Nord Carolina dove sconta la condanna a 150 anni e dove molto probabilmente morirà, il 72enne Madoff ammette le sue colpe ma lancia anche molte accuse. «Nulla di quanto affermo deve essere considerato una giustificazione del mio comportamento, – dice il finanziere. – Mi assumo piena responsabilità per quello che ho fatto, ero pienamente conscio delle mie azioni». Azioni che lo hanno portato a mentire alla famiglia e agli investitori, creando il «Ponzi scheme» piú complesso mai realizzato, che usava i depositi dei nuovi clienti per pagare ricchi interessi (10% garantito) ai vecchi investitori.
Per almeno sedici anni Madoff ha mantenuto in piedi un castello di carta ingannando tutti: dalla moglie, conosciuta ai tempi dei liceo, fino all’ultimo investitore che gli aveva affidato i risparmi. Poi nel dicembre 2008, di fronte all’obbligo di rimborsare 7 miliardi di dollari che non aveva, l’improvvisa e drammatica decisione di confessare tutto e, ammette ora Madoff, togliersi un «peso insopportabile. Vorrei che mi avessero preso prima».
Fatto il mea culpa, Madoff passa all’attacco. Innanzitutto le banche: JP Morgan in primis, che gestiva i conti correnti della sua società, aveva a disposizione tutte le informazioni per individuare la frode o perlomeno avere qualche sospetto. «Non sono un banchiere, ma so che movimenti da 100 miliardi di dollari in entrata ed uscita da un conto dovrebbero metterti sul chi vive, – afferma il finanziere. – JP Morgan aveva tutte le note di pagamenti. C’erano dirigenti della banca che sapevano cosa stava succedendo». Madoff prevede che la causa intentata quattro mesi fa contro JP Morgan dal curatore fallimentare Irving Picard (la banca nega ogni addebito) finirà con la richiesta di restituzione di fondi per 6,4 miliardi di dollari o perlomeno con «un sostanzioso patteggiamento». Anche Hsbc e Ubs, altre due banche a cui Picard ha fatto causa, «avranno grossi problemi», secondo Madoff. Ubs sostiene di non avere mai avuto sospetti di illeciti e Hbsc sottolinea di avere perso 1 miliardo a causa della frode.
Madoff punta il dito anche contro le autorità di controllo, che «passano troppo tempo a inseguire piccole infrazioni e nessuno a seguire le grandi aziende e le banche di investimento». La Securities and Exchange Commission (Sec) ha ricevuto sei denunce su Madoff, una che lo accusava di gestire un Ponzi scheme, ma le indagini di circa cento esperti non hanno portato a nulla perché, secondo il finanziere, «la mia era considerata una società modello». Quanto a Price Waterhouse, afferma Madoff, «venivano nel mio ufficio una volta all’anno a fare tutti i controlli».
Infine, il finanziere non risparmia quattro dei suoi maggiori investitori, i primi ad affidargli i loro soldi, tre dei quali sono morti negli ultimi anni. «Erano complici, tutti quanti» e soprattutto «erano avidi». L’avvocato di Carl Shapiro, l’unico dei quattro ancora in vita, ribatte che «Madoff è un bugiardo». Il finanziere non porta prove ma fa solo affermazioni pressoché impossibili da verificare. Peró dipinge un mondo in cui la reputazione conta piú dei fatti e dove in pochi capiscono i complessi sistemi di investimento basati su algoritmi elaborati da computer, ma tutti sono lieti di non fare troppe domande se ricevono rendimenti a due cifre.

«Rabbia populista» o «nuova lotta di classe»?

Francia, fabbriche in rivolta: bloccati i premi per i manager. Si apre la discussione di fronte alla crisi economica

Paolo Persichetti
Liberazione 27 marzo 2009

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«Rabbia populista» o nuova «lotta di classe»? Ieri sulle pagine dei più grandi quotidiani nazionali campeggiava questa domanda: un nuovo spettro si sta aggirando per il globo?
Commenti preoccupati e cronache inquiete s’interrogavano sul reale significato delle notizie provenienti dagli Stati uniti, dalla Francia e dalla Gran Bretagna. A New York, dopo l’arresto del magnate della speculazione finanziaria Maddof e la minaccia del Congresso di tassare con un’aliquota del 90% i bonus padronali, i dieci manager più pagati del colosso delle assicurazioni mondiali Aig, tra i più coinvolti nel crack delle Borse, hanno restituito i bonus milionari ricevuti come premi per i loro disastri. Per farli rinunciare a un po’ della loro famelica ingordigia è bastato un fine settima di picchetti organizzati da manifestanti davanti alle loro megaville blindate e con l’immancabile piscina.
A Edinburgo, in piena notte, il villone di Sir Fred Goodwin, l’amministratore delegato che ha portato al collasso la Royal bank of Scotland, per poi andarsene serenamente in pensione con un bonus di 16,9 milioni di sterline, alla faccia di migliaia correntisti ridotti al lastrico per aver creduto nei portafogli azionari offerti dai servizi finanziari dell’istituto di credito, è stato assalito da un gruppo di attivisti che hanno rivendicato l’azione con la sigla Bank bosses are criminals, «I banchieri sono dei criminali». Motto che riecheggia quello delle curve da stadio di mezza Europa, All corps are bastards, «Tutte le guardie sono bastarde».
Nel centro della Francia, a Pithiviers, Luc Rousselet, amministratore delegato della 3M, società farmaceutica americana in procinto di licenziare 110 dei suoi 235 dipendenti, è stato “trattenuto” negli uffici dell’azienda per oltre 30 ore dagli operai che era venuto ad incontrare. I lavoratori esigevano dei negoziati con l’azienda sulle modalità del piano di crisi che dovrà accompagnare la brusca riduzione di personale.
Ovviamente per gli operai non si è trattato di un «sequestro», com’è stato scritto sposando il punto di vista “padronale”, ma di un imprevisto prolungamento d’orario della giornata di lavoro del loro capo. Uno straordinario giustificato dall’eccezionalità della situazione venuta a crearsi. I 2700 lavoratori della 3M France, società ripartita su 11 siti, conosciuta per la produzione di “post-it” e del nastro adesivo “Scotch”, sono in sciopero illimitato dal 20 marzo. Un episodio analogo era già accaduto il 12 marzo scorso, quando il presidente-direttore generale di Sony France, Serge Foucher, era stato anche lui costretto a uno “straordinario notturno” in compagnia delle sue maestranze in lotta. Lo stabilimento di Pontonx-sur-l’Adour, nelle Lande, impiega 311 persone e la sua chiusura è fissata per il 17 aprile prossimo. Al direttore della Continental, invece, è toccato in sorte un fitto lancio di uova da parte dei 1120 addetti dell’impianto di Claroix, che proprio ieri sono stati ricevuti in delegazione da un consigliere di Sarkozy all’Eliseo.
Questa volta gli operai non sono isolati, hanno alle spalle il sostegno dell’opinione pubblica indignata di fronte alla notizia dei mega compensi attribuiti ai manager d’imprese che licenziano o di banche in deficit dopo aver sperperato il denaro dei clienti.
La rabbia è montata di fronte alle parole di Laurence Parisot, presidente della confindustria francese, che si era detta indisponibile di fronte alla richiesta del presidente della repubblica d’intervenire sui consigli d’amministrazione affinché i manager rinunciassero ai premi elargiti sotto varie forme (stock options, ovvero azioni con remunerazioni privilegiate, liquidazioni d’oro o pensioni stratosferiche). Il primo ministro ha dovuto annunciare il varo di un decreto per vietare l’attribuzione di questi bonus e stock options per le aziende che ricevono aiuti dallo Stato. A questo punto, dopo le resistenze iniziali, Gerard Mastellet e Jean-Francois Cirelli, presidente e vice presidente di Gdf-Suez, il gigante francese dell’energia, hanno dovuto rinunciare ai loro compensi supplementari piegandosi – hanno detto con malcelata ipocrisia – al «senso di responsabilità».
I titoli tossici immessi nei circuiti finanziari stanno forse scatenando la reazione di sani anticorpi sociali? All’estero, certo non in Italia, l’ira popolare sta cambiando bersaglio: dalla «Casta» alla «Borsa», dai «politici» ai «padroni»; che la barba di Marx stia di nuovo spuntando?
Quel che sta accadendo, in particolare al di là delle Alpi, dimostra quanto devastante sia stata da noi la prolungata stagione del giustizialismo, con il suo corollario d’ideologia penale e vittimismo seguiti alle ripetute emergenze giudiziarie. Il decennio 90 si è accanito contro i corrotti della politica assolvendo i corruttori dell’economia, aprendo la strada non solo alla vittoria politica del partito azienda ma alla sua egemonia politico-culturale sulla società.
Vedremo più in là se ha ragione L’Economist quando descrive, un po’ alla Ballard, l’albeggiare di una rivoluzione del ceto medio proletarizzato; o se invece ci sarà un’irruzione di protagonismo del nuovo precariato sociale. Una cosa è certa: oltreconfine hanno individuato la contraddizione da attaccare. È tutta la differenza che passa tra allearsi contro i padroni o fare le ronde contro i romeni. Ma quel che resta della sinistra italiana l’avrà capito?

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