Gino Strada: dopo le menzogne querela contro Il Giornale e Libero

Aperta un’inchiesta contro ignoti per calunnia aggravata ai danni dei tre medici di Emergency

Paolo Persichetti
Liberazione 24 aprile 2010

Menzogne, anzi a volerla dire proprio tutta dovremmo utilizzare un’altra espressione, in questo caso molto più qualificante: infamità. Sì, sono state vere e proprie infamie quelle lanciate contro Matteo Dell’Aira, Marco Garatti e Matteo Pagani, i tre medici di Emergency arrestati il 10 aprile scorso in un quadro di dubbia legalità dalla polizia Afgana perché accusati di aver nascosto armi all’interno dell’ospedale di Lashkar Gah, e di avere in serbo un progetto di attentato contro il governatore della regione, ma poi rilasciati perché innocenti dopo nove giorni di prigionia, previa chiusura dell’ospedale. E che d’infamità si trattasse lo attesta il fatto che la stessa procura di Roma abbia disposto l’apertura di una inchiesta contro ignoti per il reato di «calunnia aggravata» ai danni dei tre operatori umanitari. L’indagine, avviata dal procuratore capo Giovanni Ferrara, fa seguito a notizie fornite dalle autorità afgane preposte alla sicurezza del rappresentante diplomatico italiano presente a Kabul e trasmesse dal ministero degli Esteri tramite il Ros dei carabinieri. Chissà se la procura romana sarà veramente intenzionata ad andare fino in fondo nel ricostruire la trama di quello che appare sempre più un complotto, una montatura grossolanamente costruita sulle spalle di Emergency, che nell’ospedale di Lashkar Gah in cinque anni ha eseguito 12 mila interventi chirurgici, curando civili, donne, anziani, bambini, ma anche combattenti, senza guardare in faccia chi fosse il ferito e perché, attenta solo ai corpi dilaniati e al giuramento di Ippocrate.
Di calunniatori in questa vicenda ce ne sono stati tanti, troppi, annidati non solo nel lontano territorio afgano ma anche più vicino. Ne è più che mai convinto Gino Strada che nella conferenza stampa, tenutasi ieri presso la sede milanese dell’organizzazione umanitaria insieme ai tre operatori scarcerati, si è scagliato contro quelli che ha chiamato «calunniatori italiani», annunciando di aver querelato Il Giornale e Libero. Testate che sulle prime pagine avevano sostenuto senza mezzi termini la colpevolezza dei tre medici. Dichiaratamente e pregiudizialmente colpevolisti i due quotidiani, smentiti poi dai fatti, avevano riferito con titoli cubitali l’avvenuta confessione degli arrestati, nonché la presenza d’intercettazioni dalle quali sarebbero emerse schiaccianti responsabilità di uno dei tre medici rapiti dalle autorità del governo Afgano col supporto di truppe inglesi, senza mai fornire alcuna fonte. «Solo spazzatura – ha dichiarato Strada -, adesso ci aspettiamo che facciano un titolo a tutta pagina con la scritta “Liberi, sono innocenti”. Ma non lo faranno, andranno avanti a fare il loro sporco mestiere». Per tutta risposta la società editrice del Giornale ha controquerelato Strada per i «pesanti ed intollerabili giudizi diffamatori espressi nei confronti della testata».
Spacciatori di menzogne sono stati anche il ministro della Difesa personale del presidente del consiglio, Ignazio La Russa (che proprio ieri ha ricevuto in premio da Berlusconi una Uaz 2300 diesel, il nuovo Suv della Sollers prodotto insieme alla Fiat e presentato nel cortile di palazzo Chigi), e il capo dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri. I due non avevano esitato a gettare fango sull’operato di Emergency, lanciando accuse e invitando Strada a prendere le distanze dai tre medici appena arrestati, insinuando un loro ruolo di «infiltrati» nell’ospedale. Nel corso dell’incontro, Strada ha aggiunto che il primo obiettivo di Emergency rimane quello di riaprire l’ospedale, «Stiamo valutando tutte le condizioni di sicurezza anche per capire chi ha organizzato questa sporca provocazione». Nel frattempo il responsabile di Emergency a Lashkar Gah ha incontrato il vicepresidente afgano che ha garantito l’impegno delle autorità per la riapertura dell’ospedale.

Manicomi criminali e carceri: sovraffollamento e violenze

Il rapporto del Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa

Paolo Persichetti
Liberazione 21 aprile 2010

Lo chiamano «ergastolo bianco». Colpisce «persone che non devono scontare una pena né essere rieducate», come spiega Alessando Margara, ex magistrato e capo del Dipartimento per l’amministrazione penitenziaria dal 1997 al 1999. «Si tratta di individui che sono stati prosciolti perché malati e quindi devono essere curati», per questo finiscono negli ospedali psichiatrici giudiziari, gli Opg. Ex “manicomi criminali” sopravvissuti alla riforma Basaglia varata trentadue anni fa.
In Italia ne esistono ancora sei: quello di Aversa (in provincia di Caserta), Napoli sant’Eframo, Reggio Emilia, Castiglione delle Stiviere (Mantova), Montelupo Fiorentino (Firenze), Barcellona Pozzo di Gotto (Messina). Malgrado il decreto del presidente del Consiglio dei ministri del 1° aprile 2008 ne disponga la chiusura, la loro fine è ancora lontana. Attualmente vi si trovano rinchiusi 1.535 persone, tra cui 102 donne, contro una capienza regolamentare di 1.322 posti. Secondo i dati, aggiornati al 31 marzo, forniti dall’amministrazione penitenziaria, la quasi totalità dei presenti, 1.305, non è composta da detenuti in attesa di giudizio né da condannati in via definitiva ma da «internati».

Che cosa è un internato?

Non è un detenuto e nemmeno un condannato, ma una persona ritenuta «pericolosa socialmente». Nei suoi confronti il giudice dispone una misura di sicurezza che, nei casi più gravi, può arrivare all’internamento, «che si protrae fino a quando il magistrato di sorveglianza ritiene che la persona sia pericolosa», sottolinea Luciano Eusebi, docente di Diritto penale all’università Cattolica di Piacenza. Ma avviene lo stesso anche quando l’internato non ha nessuno che possa prendersi cura di lui. L’internamento può essere prorogato all’infinito, lo decide sempre il magistrato di sorveglianza in base alle valutazioni mediche. Per questo lo chiamano «ergastolo bianco». Oltre i 1.735 presenti negli Opg, ci sono anche i 484 internati rinchiusi nelle cosiddette “Case lavoro” o Case di custodia e cura. Si tratta di persone che stanno scontando una «pena accessoria».

Che cosa è una pena accessoria?
Una punizione supplementare che viene scontata dopo aver terminato la condanna penale. Per le persone etichettate dalla magistratura come «delinquenti abituali o professionali», una volta usciti dal carcere subentra la misura di prevenzione: tra queste la più estrema è l’internamento in una Casa lavoro, di fatto un prolungamento della reclusione in una struttura che non si differenzia in nulla da un normale carcere, anche perché il lavoro non esiste e l’internato resta chiuso in cella.
L’illegittimità di questo doppio circuito penale è denunciata da tempo da molti operatori del settore e dalle associazioni di volontariato. Prima che andassero di moda il viola, il giustizialismo e il populismo, la critica alle istituzioni totali era anche uno dei caratteri distintivi dei comunisti e della sinistra.
L’ultima denuncia arriva dal rapporto del Comitato per la prevenzione della tortura (Cpt) del Consiglio d’Europa, redatto dopo un’ispezione effettuata nel settembre 2008. Nelle 84 pagine del testo si segnalano le pessime condizioni in cui versano gli Ospedali psichiatrici giudiziari, ma si riferisce anche di una diffuso ricorso alle percosse da parte delle forze dell’ordine nei confronti delle persone fermate o arrestate, oltre a rilevare il grave stato di sovraffollamento delle prigioni.

L’Opg di Aversa
Sotto accusa, in particolare, la situazione in cui versa l’Ospedale psichiatrico giudiziario Filippo Saporito di Aversa. Una struttura scadente. La delegazione ha riscontrato che alcuni pazienti erano stati trattenuti più a lungo di quanto non lo richiedessero le loro condizioni e mentre erano mantenuti nell’Opg oltre lo scadere del termine previsto dall’ordine d’internamento. Le autorità italiane hanno risposto che la struttura è in corso di ristrutturazione e che la legge non prevede un limite per l’esecuzione di misure di sicurezza temporanee non detentive.
Per Dario Stefano Dell’Aquila, portavoce dell’associazione Antigone Campania, «Il giudizio del Cpt evidenzia le condizioni di inumanità e degrado che vivono gli internati dell’Opg di Aversa. Un problema che non deriva solo dalle condizioni di sovraffollamento ma dal meccanismo manicomiale in sé e dalle sue dinamiche di annullamento sociale del sofferente psichico».
Nel rapporto sono state evidenziate numerose situazioni di criticità: condizioni igieniche e di vivibilità minime, carenza di personale civile, assenza di attività di reinserimento sociale, insufficienza del livello di assistenza sanitaria, uso dei letti di contenzione. Solo pochi mesi fa è stato registrato il decesso di un internato morto per il proprio rigurgito e di un altro deceduto per tubercolosi.

Violenze delle Forze dell’ordine
Per quanto concerne il trattamento delle persone private di libertà da parte delle Forze dell’ordine, il rapporto riferisce che la delegazione del Comitato ha ricevuto un certo numero di denunce di presunti maltrattamenti fisici e/o di uso eccessivo della forza da parte di agenti della polizia e dei carabinieri e, in minor misura, da parte di agenti della Guardia di finanza, soprattutto nella zona del Bresciano. I presunti maltrattamenti consistono essenzialmente in pugni, calci o manganellate al momento dell’arresto e, in diversi casi, nel corso della permanenza in un centro di detenzione. In alcuni casi la delegazione ha potuto riscontrare l’esistenza di certificati medici attestanti i fatti denunciati. Il rapporto, inoltre, ha verificato il rispetto delle garanzie procedurali contro i maltrattamenti e constato la necessità di un’azione più incisiva in questo campo per rendere conformi la legge e la pratica alle norme stabilite dal Comitato. Nella loro risposta, le autorità italiane hanno indicato che sono state emanate delle direttive specifiche per prevenire e punire il comportamento indebitamente aggressivo delle Forze di polizia.

La situazione nei Cie
Inoltre, rileva sempre il rapporto, sono state esaminate le condizioni di detenzione presso il Centro di identificazione e di espulsione di Via Corelli a Milano. A questo proposito il Comitato raccomanda che siano garantiti agli immigrati irregolari che vi devono essere trattenuti maggiori e più ampie possibilità di attività. Sul fronte delle carceri, invece, la relazione pone l’accento sul sovraffollamento delle prigioni, sulla questione delle cure mediche in ambiente carcerario (la cui responsabilità è stata ora trasferita alle regioni) e sul trattamento dei detenuti sottoposti al regime di massima sicurezza (il “41-bis”).

Link
Cronache carcerarie
Detenzione domiciliare, tutto il potere ai giudici
Carceri, la truffa dei domiciliari: usciranno in pochi

Anatomia del discorso leghista

Libri – Lynda Dematteo, L’Idiotie en politique. Subversion et néo-populisme en Italie, Cnrs éditions-Editions de la maison des sciences de l’homme, Paris 2007


Paolo Persichetti
Liberazione 16 aprile 2010

Sondare la profondità storica dei discorsi politici può riservare notevoli sorprese proprio perché i comportamenti politici non sono determinati soltanto dagli eventi più recenti, ma si iscrivono in una storicità che in parte sfugge al loro controllo. E’ quanto dimostra Lynda Dematteo, giovane antropologa della politica di scuola francese, (le sue origini sono piemontesi), in un libro per ora pubblicato solo in Francia, L’Idiotie en politique. Subversion et néo-populisme en Italie, Cnrs éditions-Editions de la maison des sciences de l’homme, Paris 2007 (Ndr: Tradotto e in uscita presso l’editore Feltrinelli con il titolo, L’idiota in politica. Antropologia della Lega nord, giugno 2011).
Dedicato alle modalità del discorso politico tenuto dalla Lega nord, il volume raccoglie un lungo studio sul campo condotto nella zona di Bergamo. Il risultato della ricerca relativizza molto la presunta “rivoluzione leghista” mostrando come nella realtà il discorso padano mobiliti tematiche ancestrali mettendole a profitto con le paure contemporanee. Più che una rivoluzione, l’onda leghista evoca una sorta di Termidoro, quella che potremmo definire una reazione sociale di massa.

Come nasce il discorso leghista?
Esiste una relazione carsica tra l’opposizione cattolica allo stato unitario nei primi decenni di vita nazionale e il leghismo. Vi è una quasi totale sovrapposizione geografica tra ex province bianche e aree leghiste. L’autonomismo nordista ha le sue radici nei movimenti autonomisti che sopravvivono ai margini della Dc negli anni 50. Diffuso in alcune province periferiche, era conosciuto e ripreso da alcuni amministratori ed esponenti politici locali democristiani. L’attuale discorso della Lega nord è stato composto in quel periodo, quando nacquero esperienze come il Movimento autonomista bergamasco di Guido Calderoli che si presenta alle elezioni amministrative del ‘56, il Movimento autonomie regionali padane che partecipa alle elezioni politiche del ‘58 e del ‘67, l’Unione autonomisti padani di Ugo Gavazzeni che approva il suo statuto a Pontida, sempre nel ‘67, federando gruppi autonomisti lombardi, trentini, friulani e piemontesi. Anche se non si tratta di un’elaborazione ideologica vera e propria ma di un diffuso senso comune. Dopo essere sopravvissuto per decenni tra le pieghe profonde del territorio, tenuto a bada nei suoi accenti più reazionari dal partito cattolico, si rigenera e riemerge brutalmente in superficie quando la Dc crolla sotto i colpi delle inchieste giudiziarie.

Nella tua ricerca sostieni che la sua matrice politico-culturale risale ancora più indietro?
Rimonta alla tradizione cattolica antiliberale, al riflesso antigiacobino del clero legittimista, al retroterra guelfo e papalino che fa proprio il discorso del governo locale e delle autonomie e che si lega alle insorgenze popolari delle valli che vissero in modo ostile la campagna bonapartista, il triennio giacobino con le sue riforme che mettevano in discussione i vecchi diritti consuetudinari concessi dalla Serenissima, il Risorgimento delle élites urbane massoniche e rimasero indifferenti alla Resistenza egemonizzata dai comunisti.

Come si concilia tutto ciò col paganesimo delle ampolle e i matrimoni celtici?
Alcuni di questi riti sono inventati, come nel caso dell’ampolla, altri sono ripresi e dirottati, come accade per il giuramento di Pontida. La Lega se ne appropria e li deforma reinventando un proprio mito delle origini. Mentre il rito dell’Ampolla rinvia piuttosto al paganesimo classico dell’estrema destra, il giuramento di Pontida risale alla tradizione neoguelfa, al momento della riconciliazione tra i cattolici rimasti fuori dalla vita politica nazionale e lo Stato italiano. I leghisti ne capovolgono il simbolismo originario per trasformarlo in un patto contro Roma. L’esatto contrario del significato attribuito dalla tradizione neoguelfa che vedeva in Roma la sede del papato.

Non credi che la doppiezza sia uno degli strumenti che hanno favorito il successo alla Lega? Buona parte della sua retorica politica ricorre agli attacchi contro la casta dei politici, i giri di valzer, quando loro stessi sono una delle espressioni più compiute di questo trasformismo. In 20 anni sono passati dall’ultraliberismo delle origini al colbertismo tremontiano, dal paganesimo all’asse col Vaticano, dalla mistica celtica al clericalismo bigotto, la difesa del crocifisso e di Gerusalemme liberata. Dipinta come l’unico e l’ultimo partito ideologico, sembra piuttosto il partito delle giravolte…. La stessa cosa non sembra praticabile a sinistra, dove l’elettorato non perdona il doppio linguaggio e sanziona la doppiezza. Gli elettori della Lega al contrario la premiano.
Non credo che sia proprio così, i militanti vivono male queste giravolte, almeno i più coerenti, c’è un turn over importante nel partito. Gli elettori invece si soffermano solo sulle principali parole d’ordine mai cambiate, quelle contro “Roma ladrona”, “Prima la nostra gente” ecc. Credo che la Lega rappresenti bene le contraddizioni della gente delle provincie bianche. Per esempio il libertinaggio di fatto e il bigottismo di facciata. Questa incoerenza lampante tra i discorsi moralistici e i comportamenti sociali è qualcosa di assai sorprendente per una francese. Anche in economia, più che di colbertismo parlerei di mercantilismo. Sono liberisti quando gli conviene e protezionisti quando si sentono in difficoltà. Hanno una concezione aggressiva delle relazioni commerciali. Non credo che il governo italiano assecondi le imprese come fa il governo francese, soprattutto quelle piccole e medie del Nord-Est che la Lega rappresenta.

Eppure la Lega sfonda in territori nuovi, oltrepassa i confini delle antiche provincie neoguelfe.
La Lega riesce ad avere successo perché non incarna la critica della politica ma la sua parodia. Scimmiottando il potere in qualche modo contribuisce alla dissoluzione del sistema stesso, non al suo rilancio. Nella strategia comunicativa dei suoi leader vi è un uso cosciente del registro buffonesco, del carnevalesco, della maschera. Umberto Bossi e Roberto Maroni hanno studiato a fondo la cultura dialettale. Ai suoi inizi radio Padania era paradossalmente una emittente di sinistra che difendeva la cultura locale, il dialetto, i temi della cultura popolare. Bossi tiene le sue prime conferenze sul dialetto all’inizio degli anni 80. La riattivazione degli stereotipi locali è servita a creare un sentimento d’appartenenza identitaria. In ogni singolo territorio la Lega ha riattivato degli stereotipi che creano legame sociale, un po’ come delle bandiere. La sinistra forse lo ha dimenticato ma i comunisti davano importanza alle maschere, negli anni 50 organizzavano il carnevale per consolidare il legame con le classi popolari.

Nel libro evochi il gozzuto Gioppino, folkloristico valligiano bergamasco la cui idiozia era valorizzata come “un dono di natura”, per sostenere che anche i dirigenti leghisti camuffano la loro astuzia avvolgendola nella grossolanità.
E’ quello che chiamo uso della maschera. Ad un certo punto anche il raffinato professor Tremonti è arrivato a dichiarare: «Noi siamo gente semplice, poche volte ci capita di leggere un libro… ». Recitare la parte dei finti sciocchi serve per sentirsi autorizzati a pronunciare qualsiasi cosa. Presentare il discorso razzista facendo uso del registro comico è una delle strategie tipiche dell’estrema destra. Basti guardare a come Céline camuffa nei suoi testi il razzismo attraverso la derisione e la comicità. Si tratta di una tecnica per far passare l’indicibile, renderlo udibile infrangendo il muro dell’intollerabile fino a sedimentare un senso comune che a forza di minimizzare accetta tutto. Spesso i militanti e i partecipanti ai comizi prendono le distanze e deridono gli eccessi verbali dei dirigenti della Lega. Un modo per esorcizzare e mettersi la coscienza a posto.

A me sembra un gioco molto serio questo osare e imporre il punto di vista di quella porzione di società che rappresentano.
In realtà provocano per ristabilire l’ordine legittimo. Un passo avanti per poterne fare due indietro. Osano, giocano la provocazione carnevalesca per suscitare un riflesso d’ordine. Non mirano alla rottura ma alla restaurazione.

Link
Racisme dans la ville de Brescia: des gants pour les passagers qui utilsent le bus des immigres
Lynda Dematteo: Brescia, le gant cache misère
Razzismo a Brescia: distribuiti guanti ai passeggeri che salgono sul bus dei migranti
Il prefetto di Venezia rimosso per non aver avvertito le ronde padane
Lega, “banda armata istituzionale” – I paradossi dell’inchiesta di Verona contro la Guardia nazionale padana
Camicie verdi di ieri, ronde di oggi
Le ronde non fanno primavera
Ronde: piccole bande armate crescono

Chiesti 27 anni per il capo del Ros

Milano – (Adnkronos/Ign) – Le accuse sono associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga, peculato e falso

Ultimo aggiornamento: 14 aprile, ore 21:09

Milano, 14 apr. (Adnkronos/Ign) – L’accusa è grave. Aver ”promosso, costituito, diretto e organizzato, all’interno del Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri, un gruppo dedito alla commissione di una serie indeterminata di illecite importazioni, detenzioni e cessioni di ingenti quantitativi di cocaina, eroina e hashish e pasta di cocaina, utilizzando la struttura, i mezzi, le relazioni e l’organizzazione dell’Arma dei Carabinieri, abusando della propria qualità di pubblici ufficiali, avvalendosi in modo strumentale delle norme che regolano la consegna controllata, l’acquisto simulato, il ritardato sequestro e arresto da parte degli operatori di polizia giudiziaria”.
A capo di quella che è stata definita come una “banda in divisa” c’era Giampaolo Ganzer, generale a capo dei Ros. E c’è anche un secondo generale, Mauro Obinu, anche lui ai vertici dei Ros prima di entrare nel Sisde. Per entrambi oggi il pm di Milano Luisa Zanetti ha fatto richieste particolarmente pesanti: 27 anni di carcere per associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, peculato, falso. E richieste non meno pesanti, il magistrato le ha fatte nei confronti di altri 16 imputati, soprattutto ex militari dei Ros, per pene comprese tra i 5 e i 27 anni.
Dopo quasi cinque anni di processo, 12 udienze di requisitoria, e anni di indagini e di trasferimenti del fascicolo per mezza Italia, arriva dunque al termine della requisitoria uno dei procedimenti tra i più delicati degli ultimi tempi. Un procedimento nato a Brescia, poi trasferito per competenza a Milano, da qui spostato a Bologna e alla fine, per decisione della Cassazione, approdato definitivamente a Milano nel 2001, quando oramai i termini erano scaduti e bisognava ‘stringere il cerchio’ velocemente.
L’associazione, per l’accusa, comincia ad operare a Bergamo circa una ventina di anni fa, quando gli ufficiali dei Ros avrebbero cominciato ad “instaurare contatti diretti e indiretti con rappresentanti di organizzazioni sudamericane e mediorientali dedite al traffico di stupefacenti senza procedere né alla loro identificazione né alla loro denuncia, ordinano quantitativi di stupefacente da inviare in Italia con mercantili o per via aerea, versando il corrispettivo con modalità non documentate e utilizzando anche denaro ricavato dalla vendita in Italia dello stupefacente importato. Denaro di cui viene omesso il sequestro”.
Non fanno tutto da soli. Possono contare, per le formalità più evidenti, sulla ‘collaborazione’ di un magistrato, Mario Conte, sostituto procuratore prima a Bergamo, poi a Brescia, anche lui finito a giudizio ma in un procedimento stralciato per motivi di salute dell’imputato.
Il suo ruolo nelle ‘operazioni antidroga’ era fondamentale perché, con la sua firma, sostiene l’accusa, forniva ai Ros la copertura legale. “Con Obinu e Ganzer – si legge nella richiesta di rinvio a giudizio – il sostituto procuratore Conte promuove, costituisce, dirige, organizza l’associazione a delinquere. Ne delinea il modus operandi. Gestisce la collaborazione dei trafficanti Enrique Luis Tobon Otoya (colombiano), Ajaj Jean Chaaya Bou (libanese) e Biagio Rotondo, agevolandone l’attività anche durante i periodi di detenzione. Fornisce un contributo rilevante con direttive e provvedimenti, emessi anche al di fuori della competenza territoriale. Partecipando personalmente, in più occasioni, ad interventi operativi”.
La ‘banda’, nel tempo, avrebbe mosso centinaia di migliaia di euro, per un totale di quasi tre miliardi. E chili su chili di droga. Ma non per soldi, più che altro, sostiene l’accusa, per “potere, carriera, visibilità, prestigio” tutto quello che come polizia giudiziaria, a loro giudizio, non avrebbero mai raggiunto o, per dirla con le parole dei magistrati “per pervenire a brillanti operazioni di polizia in attuazione di un metodo sistematico che consentiva di conseguire visibilità e successo”.
Ma non è solo una storia di droga. Secondo l’accusa dagli ufficiali sono anche passate molte armi, come il carico della nave ‘Bisanzio’, giunta Ravenna da Beirut nel dicembre 1993 che, oltre a migliaia di chili di stupefacente trasportava 119 kalashnikov, due lanciamissili, quattro missili e numerose munizioni, venduti in cambio di una somma di denaro di cui si è persa ogni traccia.
Gli imputati avrebbero inoltre utilizzato gli strumenti concessi dalla legislazione vigente in materia di antidroga ”in modo distorto e contrario alla legge, simulando la sussistenza dei presupposti di fatto per introdurre agevolmente e senza controlli la sostanza stupefacente in territorio nazionale, per trasportarla e detenerla, per procedere alla sua eventuale raffinazione e alla successiva vendita ad acquirenti, ricercati dagli stessi associati, e oggetto di intervento e conseguente arresto, per pervenire così a brillanti operazioni di polizia, in attuazione di un metodo sistematico che consentiva di conseguire, tra l’altro, visibilità e successo”. Sotto accusa ci sono, in particolare, sei operazioni condotte tra il 1991 e il 1996 a Bergamo. Terminata la ‘parte’ dell’accusa, dalla prossima udienza toccherà alle difese trarre le loro conclusioni per un processo che, salvo ‘incidenti’ di percorso, potrebbe arrivare a sentenza nell’estate.

Cucchi, il pestaggio provocò conseguenze mortali

I periti della famiglia: “La morte fu causata dai traumi alle vertebre”

11 aprile 2010

Senza i traumi subiti nelle ore precedenti al suo ingresso in carcere, Stefano Cucchi non sarebbe morto. Non lasciano dubbi le conclusioni a cui sono arrivati i periti della famiglia che parlano di decesso «addebitabile ad un quadro di edema polmonare acuto da insufficienza cardiaca in soggetto con bradicardia giunzionale intimamente correlata all’evento traumatico occorso ed alla immobilizzazione susseguente al trauma». I consulenti di parte civile smentiscono nettamente i risultati a cui sono giunti nei giorni scorsi gli esperti nominati dal pm che conduce le indagini. Per i periti della pubblica accusa, la morte di Cucchi sarebbe imputabile unicamente alle negligenze dei medici del Pertini. Per i professori Vittorio Fineschi, Giuseppe Guglielmi e Cristoforo Pomara, al contrario se è vero che «Cucchi era un ragazzo gracile e andava seguito, tuttavia senza traumi non sarebbe morto». Secondo i periti della famiglia del giovane deceduto il 22 ottobre del 2008 all’interno dell’ospedale Pertini, vi sarebbe un evidente nesso causale tra i traumi inferti sul suo corpo nelle ore dell’arresto e l’agonia mortale in ospedale. Lo dimostrerebbero le recentissime fratture a livello lombare e nel tratto sacro-coccigeo emerse dalle immagini radiologiche. Sulla frattura del corpo della terza vertebra lombare – hanno spiegato i consulenti – «non c’è traccia di formazione di callo osseo, cosa che dimostra che la frattura è di recente insorgenza». La tesi delle lesioni pregresse non trova quindi conferma. Non solo, ma l’analisi degli esami clinici ai quali il giovane venne sottoposto nei due ingressi al pronto soccorso dell’ospedale Fatebenefratelli, il 16 e 17 ottobre 2009 – hanno sostenuto i periti – conferma la presenza di un «grave quadro di traumi contusivi al volto, al torace, all’addome, nella zona pelvica e sacrale, lì dove appare la frattura dell terza vertebra lombare (con cedimento e avvallamento dell’emisoma sinistro) e la frattura del corpo della prima vertebra sacrale con vasta area di infiltrato emorragico in corrispondenza dei muscoli lombari, del pavimento pelvico e della parete addominale a dimostrazione della violenza degli effetti lesivi». I Periti fanno capire che il pestaggio subito da Cucchi fu devastante, al punto che nelle ore successive al ricovero si scatenarono diverse emorragie interne che compromisero il funzionamento della vescica e poi l’arresto cardiaco. Il 17 ottobre 2009, a 24 ore dal trauma – sottolineano sempre i periti – «Cucchi presenta una vescica neurologica con necessità da parte del sanitario dell’ospedale Fatebenefratelli di posizionare un catetere (per il presunto danno alla radici nervose tipico delle evoluzioni di questi soggetti con frattura di L3 e prima coccigea)». Le conclusioni raggiunte dagli esperti della parte civile indicano in modo chiaro che l’inchiesta deve tornare a fare luce sui momenti iniziali del fermo e dell’arresto di Cucchi, quando su di lui vennero commesse brutali violenze da parte del personale che lo aveva in custodia.

Link
Cucchi, una settimana d’agonia, picchiato e lasciato morire
Cronache carcerarie
Caso cucchi, avanza l’offensiva di chi vuole allontanare la verità
Cucchi, anche la polizia penitenziaria si autoassolve
http://perstefanocucchi.blogspot.com/
Stefano Cucchi: le foto delle torture inferte
Caso Cucchi, scontro sulle parole del teste che avrebbe assistito al pestaggio. E’ guerra tra apparati dello Stato sulla dinamica dei fatti
Morte di Cucchi, c’e chi ha visto una parte del pestaggio nelle camere di sicurezza del tribunale
Erri De Luca risponde alle infami dichiarazioni di  Carlo Giovanardi sulla morte di Stefano Cucchi
Stefano Cucchi, le ultime foto da vivo mostrano i segni del pestaggio. Le immaigini prese dalla matricola del carcere di Regina Coeli
Manconi: “sulla morte di Stefano Cucchi due zone d’ombra”

Stefano Cucchi, quella morte misteriosa di un detenuto in ospedale
Stefano Cucchi morto nel Padiglione penitenziario del Pertini, due vertebre rotte e il viso sfigurato
Caso Stefano Cucch, “il potere sui corpi è qualcosa di osceno”
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Chi ha ucciso Bianzino?

Morte di Giuseppe Uva, una telefonata accusa i carabinieri

I due militari: “Lo puoi tenere bene, è debole”

http://www.youtube.com/watch?v=KB-RtWXV3Pg


Una registrazione smentisce nettamente la versione dei carabinieri su quanto accaduto nella caserma di Varese la notte fra il 13 e il 14 giugno 2008, quando iniziò il calvario di Giuseppe Uva che poi lo portò alla morte. I militari hanno sempre parlato di “atti di autolesionismo” del quarantenne che, portato in caserma, avrebbe iniziato a “buttarsi dalla sedia, divincolarsi, resistere, dare calci contro armadio e scrivania, procurandosi lesioni lievi ed escoriazioni agli arti inferiori”, che la sorella avrebbe poi fotografato la mattina dopo sul corpo senza vita di Giuseppe. In realtà, leggendo le registrazioni, la realtà sembrerebbe un’altra: i due carabinieri parlano di Giuseppe come di “un ragazzo debole, che si può tenere”, a differenza dell’altro fermato, l’amico di Uva, Alberto Biggiogero, che dalla caserma aveva chiamato il 118.
 Nella telefonata, Bigioggero dice di vedere “il via vai di carabinieri e poliziotti, di sentire le urla di Giuseppe che echeggiano per la caserma e i colpi dal rumore sordo” e dice all’operatore che “stanno massacrando un ragazzo”. A quel punto il 118 chiama in caserma per sapere se serve un’ambulanza, ma i militari rispondono che non serve perche “sono due ubriachi e ora gli togliamo i cellulari”. Bigioggero racconterà di aver sentito le urla di Uva per un’altra ora e mezzo dopo la telefonata.

Ecco il testo della telefonata. Sono le 7 e 54 minuti. Giuseppe è in ospedale. Per un minuto e mezzo, i militari del Radiomobile ridono, si scambiano battute, poi parlano di due ragazzi fermati.


Carabiniere 1
: “Paolo era impegnato con Uva Giuseppe, stanotte”.

Carabiniere 2: “Si, si..”.

Carabiniere 1: “E poi io gli ho portato qua anche il F. B. Gliel’ho detto a Mario, non so chi è tra i due.. chi è il migliore. Non lo so, Uva..”.

Carabiniere 2: “No, no.. Uva fisicamente lo puoi tenere, tanto è debole”.

Carabiniere 1: “Ah..”

Carabiniere 2: “Il B. era intenibile”.

A quell’ora Uva era arrivato all’ospedale, ma solo da poco (circa alle 6 di mattina). Qui prende i farmaci che alle 11.10 lo portano alla morte – secondo la procura, che ha indagato per omicidio colposo due medici – perché incompatibili con l’alcol in corpo. 
«La telefonata tra i militari – dice l’avvocato degli Uva Fabio Anselmo – mina alla base la versione data dalle forze dell’ordine, che sostengono che Uva si sia procurato le ferite da solo». Anche lo stato fisico di Uva è uno dei tanti enigmi: il tasso alcolico di 1,6 registrato dall’autopsia è compatibile con l’autolesionismo o provoca – come dice la letteratura medica – “sonnolenza molto intensa?”. Per questo, da tempo, la difesa chiede una nuova autopsia: la mancanza di esami radiologici ha impedito di individuare fratture. Una verifica che oggi può essere fatta solo con la riesumazione del corpo.

Link
Caso Giuseppe Uva: dopo tre anni finalmente la superperizia
Perché Giuseppe Uva fu denunciato dai carabinieri quando era già morto?
La vendetta dei carabinieri contro Giuseppe Uva: “Il racconto choc dell’amico”
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Perché Giuseppe Uva fu denunciato dai carabinieri quando era già morto?

Nuovi sconcertanti particolari emergono sul decesso del ragazzo di Varese fermato dai carabinieri

Liberazione 28 marzo 2010
Luca Bresci

Giuseppe Uva fu denunciato dai carabinieri quando era già morto. Dopo la presunta storia della relazione sentimentale con la moglie di uno dei militari che lo avevano fermato, insieme con un suo amico, la sera del 13 giugno nelle strade di Varese, vengono a galla nuovi sconcertanti particolari sulla vicenda del suo decesso. Il 15 giugno proprio l’amico di Uva, Alberto Biggiogero, consegna una denuncia per lesioni, ingiurie e minacce alla procura della repubblica. Nell’esposto si descrive uno scenario da incubo: l’atteggiamento aggressivo dei militi, in particolare di uno di loro che subito apostrofa Uva gridandogli: «cercavo proprio te»; e poi «un’ora e mezzo di pestaggio» nella caserma di via Saffi, la chiamata al 118, l’intervento dell’ambulanza bloccato dal personale della caserma, il sequestro del telefonino. Quello stesso 15 giugno sia Uva che Biggiogero furono a loro volta denunciati per «disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone», come riporta il processo verbale redatto dai due militari dell’Arma che avevano bloccato i due amici in piazza Madonnina del Prato. Sarà interessante conoscere l’ora esatta in cui furono depositate le due denuncie, per sapere quale venne presentata prima, e se quella dei carabinieri fu solo una risposta all’esposto di Bigioggero per tentare di giustificare il fermo a posteriori. Tuttavia qualunque sia la risposta a questa domanda, nulla ormai potrà cambiare il fatto che a quella data Uva era già cadavere da almeno ventiquattro ore.
Perché i carabinieri hanno aspettato tanto? L’anomalia, se così vogliamo chiamarla, portata alla luce da alcuni quotidiani locali, è davvero gigantesca e si aggiunge alle tante ombre e domande, ancora senza risposta, che circondano l’intera vicenda. L’artigiano di 43 anni venne fatto ricoverare in un reparto psichiatrico dai carabinieri che chiesero per lui un Tso presso l’ospedale di Circolo. Uno stratagemma per farlo sembrare pazzo e depotenziare preventivamente una sua eventuale denuncia per il trattamento subìto. Chi avrebbe dato retta ad uno “squilibrato” certificato con un trattamento sanitario obbligatorio? Ad Uva venne somministrata una terapia sedativa incompatibile con l’alcool assunto nella serata precedente. Poche ore dopo, alle 10.30 del 14 giugno, spirò per insufficienza respiratoria ed edema polmonare. Ovviamente la versione ufficiale del decesso, stilata dopo una sommaria autopsia che stranamente non contemplò esami radiologici per verificare l’esistenza di eventuali fratture ossee, nonostante l’evidente presenza sul corpo di ematomi, traumi e tracce di sangue, non ha mai persuaso i familiari. L’inquietante dinamica dei fatti, la procedura illegale del fermo, le tracce di percosse sul corpo, sollevano troppi dubbi. Di punti oscuri la vicenda ne ha fin troppi: come le dichiarazioni, ignorate, del comandante del posto di polizia presso l’ospedale che nel suo rapporto escludeva la natura «non traumatica» della morte e rilevava «una vistosa ecchimosi rosso-bluastra» sul naso, e che «le ecchimosi proseguono su tutta la parete dorsale». Il poliziotto registrava anche l’assenza di slip e la presenza sui pantaloni, «tra il cavallo e la zona anale di una macchia di liquido rossastro», mentre la sorella ricorda di aver visto «tracce di sangue dall’ano». A proposito degli slip, in un’informativa inviata quindici giorni dopo la morte, i carabinieri sostengono di non essere in grado di dire se l’uomo indossasse o meno gli slip, perché «al momento dell’intervento dei militari non venne perquisito». Affermazione che secondo l’avvocato della famiglia, Fabio Anselmo, è in palese contrasto con le relazioni presentate dall’Arma dopo i fatti. In quei rapporti, sostiene sempre il legale, «i militari mostravano di sapere di ferite sulle gambe di Giuseppe, che però aveva i jeans». I suoi slip non sono mai stati rinvenuti, al loro posto la sorella, giunta all’obitorio, ha trovato un pannolone. Circostanza che solleva inquietanti sospetti, ad oggi ancora mai fugati, sulla possibilità che siano stati fatti sparire perché intrisi di sangue, e possibile prova di sevizie praticate nella parte posteriore del corpo. Le domande senza risposta non finiscono certo qui. A detta sempre di Lucia Uva, il carabiniere più giovane, presente al momento dell’arresto, sarebbe stato trasferito quindici giorni dopo la morte di suo fratello. Nessuno dei carabinieri coinvolti nella vicenda o degli agenti della polizia di Stato, stranamente accorsi in forze nel Comando dei carabinieri la sera del pestaggio, è mai stato ascoltato fino ad oggi dai magistrati che indagano.
E’ di ieri la notizia che due cronisti della stampa locale, uno della Prealpina e l’altro della Provincia di Varese, sono stati sentiti in procura per «sommarie informazioni testimoniali». La convocazione, secondo un’interpretazione apparsa su alcuni quotidiani, sarebbe dovuta a degli articoli poco apprezzati in procura. Intanto l’eco mediatica raggiunta dalla vicenda ha sbloccato l’iter giudiziario: il gip ha fissato per il 9 giugno prossimo l’udienza preliminare nei confronti dei due medici che hanno accettato il Tso e somministrato i farmaci, accusati di omicidio colposo, sempre che la riapertura delle indagini sulla verifica del movente della gelosia e la nuova autopsia richiesta dalla famiglia non dimostri che Uva subì traumi tali da indebolire il suo fisico di 69 chili, al punto da non sopportare il Tso. In questo caso sarebbero i carabinieri a dover rispondere di omicidio preterintenzionale.

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Odifreddi: «Se c’è qualcuno che non ha il diritto di parlare di etica è la Chiesa»

Interviste – Piergiorgio Odifreddi

Paolo Persichetti
Liberazione 24 marzo 2010

Quanto peserà l’appello del capo dei vescovi italiani, Angelo Bagnasco, affinché la scelta elettorale dei cittadini di osservanza cattolica difenda la tutela dei temi etici, definiti dal cardinale «non negoziabili», sanzionando quei candidati favorevoli all’aborto e alla RU486? Che la Curia romana non avesse gradito la candidatura della radicale Emma Bonino, proprio nella regione dove ha sede il Vaticano, era scontato. Il Lazio è la regione dove sociologicamente è più alta la concentrazione di ordini e congregazioni religiose. La presenza di suore (ne sono state censite 18.123) tocca il 22% di quella nazionale, mentre quella dei sacerdoti (ben 5.138) arriva al 29,5%. Tutti in massima parte concentrati nel quartiere Aurelio, area della città non a caso ribattezzata «Gran Pretagna», situata in un territorio che dalle spalle del Vaticano arriva nella zona suburbana, oltre il raccordo anulare. In realtà questa presenza massiccia non «vive» la città, è una specie di mondo a parte, un microcosmo multietnico parallelo. Per cogliere il polso dell’elettorato cattolico bisogna rivolgere l’attenzione al circuito delle parrocchie e delle associazioni disseminate sul territorio e nella sterminata periferia, dove spesso rappresentano gli unici avamposti di una presenza sociale in grado di fornire doposcuola, attività ricreative e sportive, accanto al tradizionale catechismo. La Chiesa del territorio ha però cifre molto più scarne: solo 2.096 tra parroci e vice-parroci, il 6,2% della presenza nazionale; pochissimi seminaristi, appena 362, il 7,7% del totale. Questa Chiesa del disincanto vive una dimensione più dimessa tra crisi della vocazione e scarsa partecipazione alle funzioni religiose, appena il 20%. Un sondaggio Ipsos rivela che tra i «praticanti assidui» della messa domenicale, il 37% ha dichiarato che voterà Bonino e solo il 30% Polverini. Forse è proprio questa «fuga del gregge» che ha spinto il pastore Bagnasco a rincorrere le pecorelle smarrite. Ne parliamo col professor Piergiorgio Odifreddi.

La Bonino ha minimizzato l’intervento di Bagnasco, non ravvisandovi nulla di veramente nuovo. E’ d’accordo?
La Bonino fa bene a fingere di non aver sentito per non cadere nella trappola della provocazione. Noi invece non dobbiamo fingere ma urlare il nostro sdegno. Grazie al Concordato la Chiesa riceve diversi quattrini dallo Stato ma in cambio non dovrebbe intromettersi nelle questioni politiche. Il Vaticano deve fare una scelta: rinunci a quei soldi e riprenda la sua piena libertà di parola. Non può pretendere le due cose insieme. C’è un patto tra gentiluomini che non viene rispettato.

La sortita della Cei non è forse un segno di debolezza?
Credo di si. C’è una debolezza della politica e della Chiesa. La destra si è arrampicata sugli specchi pur di spostare la data del voto. C’è poi una debolezza globale della Chiesa cattolica. Dopo il consiglio vaticano secondo un terzo dei preti ha chiesto la riduzione allo stato laicale. Ciò vuol dire che un terzo del suo esercito se n’è andato e tra le suore gli abbandoni arrivano addirittura al 50%. L’emorragia è anche un fattore interno. Da noi ce n’accorgiamo poco, purtroppo. All’estero, per esempio, le reazione alla vicenda della pedofilia ha avuto tutt’altro rilievo. Qui in Italia, nel tentativo di fare quadrato, la Chiesa finisce per ritrovarsi alleata con gente come Berlusconi, che come rappresentante dei valori cattolici della famiglia non è certo il campione migliore.

Dietro i «temi etici non negoziabili» non pensa che vi siano anche interessi d’altra natura, come la partita sui finanziamenti per la sanità privata cattolica e le scuole private cattoliche?
I veri problemi della Chiesa sono sempre problemi di borsa. In questo caso però non va sottovalutato il tentativo d’ingerenza morale. La vera domanda è: quale legittimità ha la Chiesa per evocare valori non negoziabili? Forse che la pedofilia è un valore negoziabile? In Irlanda la pensano diversamente. Come si conciliano i discorsi contro l’aborto se poi si fa quadrato sulla vicenda della pedofilia, minimizzando il fenomeno? Questo Papa ha sempre tentato di nascondere la questione. Era stato messo sotto inchiesta in Texas per la circolare in cui stabiliva che i preti pedofili non dovevano essere consegnati alla giustizia, ma giudicati solo dagli organi interni. Si è salvato solo grazie al perdono del presidente Bush. Se c’è qualcuno che non ha il diritto di parlare di etica, dopo tutto quello che si è venuto a sapere, sono proprio i preti e la Chiesa.

La vendetta dei carabinieri contro Giuseppe Uva: «Il racconto choc dell’amico»

Delitti d’onore: ucciso perché «aveva frequentato la moglie di un carabiniere»

Luca Bresci
Liberazione 23 marzo 2010

Emergono nuove circostanze che gettano una luce ancora più inquietante sulla morte di Giuseppe Uva, l’uomo di 43 anni morto il 14 giugno del 2008 nell’ospedale di Varese dopo un pestaggio subito nella caserma dei carabinieri. Sembra che tra lui e uno dei militi che lo avevano fermato la notte precedente ci fossero degli screzi personali legati a una donna. Alberto Biggiogero condotto in caserma insieme ad Uva, e che racconta di aver sentito le grida atroci dell’amico provenire dalla stanza dove era stato rinchiuso, tanto da chiamare il centralino del 118 per chiedere un intervento (circostanza che ha trovato piena conferma dalla registrazione della telefonata e dai successivi contatti del 118 con la caserma), ha sostenuto in un’intervista che Uva «aveva avuto una relazione con la moglie di un carabiniere e questi, in seguito, aveva promesso di fargliela pagare». Biggiogero non sa chi fosse la donna, ma la sera del fermo per schiamazzi notturni accadde qualcosa di molto simile a quanto paventato dall’amico. Nella dettagliata denuncia presentata alla procura di Varese, Biggiogero descrive la scena: «Un carabiniere si avvicina a noi con uno sguardo stravolto urlando “Uva, cercavo proprio te, questa notte te la faccio pagare!”», quindi avrebbe cominciato a spintonarlo e picchiarlo per poi spingerlo insieme con altri colleghi in una delle volanti accorse. Insomma, stando alle parole del testimone, il movente del brutale pestaggio continuato in caserma e finito in tragedia avrebbe potuto essere quello del forte risentimento personale nutrito da un esponente dell’Arma e che avrebbe coinvolto altri suoi colleghi. La presenza in passato di uno screzio con i carabinieri, sempre per questioni di donne (Uva era incensurato), viene confermato anche dalla sorella dell’uomo, Lucia. D’altronde la descrizione del suo corpo martoriato, in particolare le tracce di sangue sul retro dei pantaloni, la scomparsa degli slip, il sangue attorno ai testicoli e alla zona anale, lasciano supporre il ricorso a sevizie di natura sessuale compatibili col movente indicato. L’avvocato Anselmo, legale della famiglia, è più prudente e preferisce procedere con metodo: «Basterebbe poter consultare il traffico delle chiamate in uscita e in entrata sull’utenza del cellulare di Uva per accertare la verità». Per questo nei prossimi giorni depositerà una memoria avanzando diverse richieste per la riapertura delle indagini, tra cui la riesumazione della salma affinché venga realizzata una nuova autopsia finalizzata a nuovi accertamenti medico-legali sulla natura delle ecchimosi e dei lividi raffigurati nelle foto e la presenza di eventuali fratture e altri traumi. Nel frattempo il procuratore capo di Varese, Maurizio Grigo, ha rivendicato «il corretto operato dei colleghi titolari del procedimento». In un comunicato ha reso noto che «il 30 settembre 2009 la dottoressa Sara Arduini ha aperto un nuovo procedimento proprio per verificare le nuove accuse della famiglia e le dichiarazioni rese da Alberto Biggiogero ed accertare ulteriori ipotesi di determinismo sull’accadimento». Non vi sarebbero per il momento persone iscritte nel fascicolo degli indagati, ma a detta del procuratore «sono state espletate ulteriori attività istruttorie e altre ne verranno svolte, nel caso con la possibile partecipazione dei difensori». Per quanto riguarda, invece, il procedimento per omicidio colposo nei confronti dei due medici del reparto di psichiatria dell’ospedale di Varese che diedero assistenza a Uva durante il ricovero, il procuratore ha sottolineato che «si è in attesa della fissazione della prima udienza preliminare».
A ventuno mesi dalla morte di Giuseppe Uva cominciano a trovare conferma molti elementi che smentiscono la versione ufficiale fornita dalle autorità. Tuttavia numerose domande attendono ancora risposta, tra queste il numero dei militi dell’Arma e degli agenti della polizia di Stato presenti nella caserma la notte tra il 13 e 14 giugno e perché mai questi testi non siano mai stati ascoltati. Il velo di omertà, la catena di complicità e il muro dell’impunità di Stato cadranno?

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«Lucia Uva mi ha telefonato a Natale»

Checchino Antonini
Liberazione 21 marzo 2010


«Lucia Uva mi ha telefonato a Natale. Era disperata per l’insensibilità riscontrata rispetto alle sue aspettattive di giustizia». Fabio Anselmo, legale ferrarese, all’epoca era impegnato nel processo per i depistaggi nell’inchiesta Federico Aldrovandi e nelle prime indagini sull’omicidio di Stefano Cucchi. Ora ha accettato il nuovo incarico.
Giuseppe Uva, 43 anni, per lavoro guidava la gru e posava ferri nei cantieri. Lo hanno arrestato i carabinieri di Varese mentre spostava certe transenne per bloccare una strada. Era il 14 giugno 2008, le tre di notte, e Uva era un po’ sbronzo. «Chi lo arrestò lo conosceva, lo chiamò per nome», ricostruisce Anselmo: gli disse, più o meno, “proprio tu! sei cascato male!”, cominciarono gli spintoni. Le carte in mano alla famiglia «sono scarne», dice l’avvocato ma sono inquietanti. Intanto c’è la querela di Alberto Biggioggero, portato pure lui in caserma perché aveva tentato di difendere l’amico. Da lì chiamerà il 118 atterrito dalle urla che venivano dalla stanza dell’interrogatorio. Ma, al 118, l’Arma minimizza l’accaduto e sequestra il cellulare di Alberto. «La stranezza è che poi Uva verrà dipinto come un indemoniato. Possibile che una procura non senta il dovere di approfondire?», si chiede il legale. E in ospedale Uva ci andrà e certi farmaci incompatibili con l’alcool lo avrebbero ammazzato. «Ma Uva non era seguito dai servizi di salute mentale. Era una persona normale e non un delinquente incallito. C’erano tracce di sangue tra l’ano e i testicoli, lo sanno anche i poliziotti di turno in ospedale che segnalano che la morte non poteva non essere di origine traumatica come, invece, la struttura sanitaria cercava di escludere. Perché quel carabiniere conosceva Uva? Abbiamo bisogno immediato di alcuni atti di indagine e c’è tempo fino a giugno. Dopo due anni dai fatti, altrimenti, non sarà più possibile. E’ urgente che si possano incrociare i tabulati telefonici di Uva e del carabiniere».
Quando Anselmo ha ascoltato il racconto di Lucia ha pensato che la storia fosse «troppo grossa per essere vera». Poi ha visto le foto e letto il verbale dell’unico interrogatorio nel fascicolo, quello del comandante delle volanti. «Il primo pm aveva messo bene a fuoco la questione chiedendo come fosse possibile che in una sera normale tutte le volanti di turno fossero nel cortile della caserma dei carabinieri. Però l’inchiesta è passata di mano. Altro non so». Biggioggero, che sporge una querela dettagliatissima, non è ancora stato mai sentito.
52 anni, cattolico, iscritto al Pd proveniente dalla Margherita. Anselmo era noto per essere l’avvocato dei casi di malasanità e mai, almeno da 12 anni, in difesa di medici. «Solo vittime», precisa a Liberazione . Finché, nel 2005, un ispettore della digos lo presenta agli Aldrovandi che lo presenteranno ai Rasman e ai Cucchi che lo metteranno in contatto con la famiglia Uva. «Il caso Aldrovandi – spiega – ha inciso sulle coscienze mostrando ciò che può accadere a un ragazzo normale anche fuori da contesti di piazza o di stadio. Quella di Aldro è una vicenda emblematica anche per quello che è successo subito dopo, i depistaggi. Queste vicende sono isolate ma troppo numerose, la recrudescenza di episodi è dovuta alla garanzia di impunità non scritta ma che si verifica puntualmente. Un film costante: l’autolesionismo attribuito alle vittime, il processo al loro stile di vita (tossico, ubriacone, per non dire se capita che sia pregiudicato), l’evidenza negata, i comportamenti particolarmente arroganti e aggressivi contro chi si oppone al silenzio omertoso».
Veniamo al caso Cucchi. La sensazione di Anselmo è che l’indagine sia ferma, che i pm siano in attesa delle conclusioni dei consulenti. Intanto la relazione della commissione parlamentare mette molta enfasi sulla morte per
disidratazione. «I primi a dirlo furono i nostri consulenti che però non credono che la disidratazione sia un fenomeno biologico slegato dai traumi subiti. Pazzesco che si sia cercato di far passare una frattura coccigea, recentissima, come una malformazione genetica per ridurre gli effetti del politraumatismo».
Non è troppo vicina al rene quella vertebra rotta? «Le criticità sulle funzioni renale e urinaria possono essere determinate dalle complicanze neurologiche di quella frattura della vertebra L3 in quella posizione. Il blocco renale può anche essere conseguenza dei traumi subiti. Se si dice che è solo colpa dei medici si configura un dolo eventuale, non un omicidio colposo».

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