Nuova commissione d’inchiesta, De Tormentis è il vero rimosso del caso Moro – 5a e ultima puntata

Concludiamo il nostro piccolo viaggio sui falsi misteri costruiti attorno al sequestro Moro raccontando come il diversivo dietrologico venne impiegato per coprire l’impiego delle torture. Potete leggere qui le puntate precedenti, (1), (2), (3), (4)

Paolo Persichetti
Il Garantista 15 marzo 2015

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«La teoria del complotto è la sottigliezza degli ignoranti». Prendo questa citazione dal libro di Daniel Pipes, Il lato oscuro della storia, (Lindau). Non sempre però l’ossessione del grande complotto affonda le sue radici nella superstizione. Se il cospirazionismo moderno trae origini da teorie politiche che, intrise di controriformismo cattolico, rifiutano la modernità e trovano il loro testo fondatore nell’opera dell’abbé Barruel, avversario del rivoluzione francese, la modernità con il suo corpus di ideologie apologetiche del capitalismo non ne è certo esente. A dire il vero l’intero Novecento fa fatica a liberarsi dai veleni del complottismo che pervadono razzismi, nazionalismi e totalitarismi fascisti e nazisti. E se non è affatto condivisibile la tesi di Popper, che vede nelle teorie critiche ispirate dal marxismo solo delle culture del sospetto nemiche di un idealismo razionalista esente da qualunque pecca, è vero anche che anarchismo, socialismo e comunismo non sono riuscite a sottrarsi al virus complottista.
jpg_2178052Oggi però la crisi del pensiero forte e il balbettio delle teorie politiche danno alimento ad una diversa stagione che vede nelle teorie del complotto un appiglio consolatorio, un riempitivo del vuoto di pensiero. Tanto che se un tempo i complotti erano figli di un pensiero ossessivo, oggi sono solo ossessioni prive di pensiero. Il pregiudizio dietrologico ha avuto però anche applicazioni più strumentali: un esempio di questo utilizzo può essere rintracciato agli albori dell’affaire Moro. La vicenda Triaca, con la quale concludiamo il nostro piccolo viaggio nella dietrologia che circonda la storia del sequestro del presidente della Dc, e stata un esempio di diversivo complottista finalizzato a coprire l’impiego delle torture.
La sera del 17 maggio 1978, Enrico Triaca, il militante che gestiva la tipografia delle Brigate rosse di via Pio Foà a Roma, venne preso in consegna da una squadra travisata di poliziotti che dalla caserma di Castro Pretorio, dove era finito dopo l’arresto avvenuto in mattinata, lo condussero in un luogo segreto. Torturato durante la notte, sotto la guida esperta del professor De Tormentis, soprannome affibbiato al funzionario dell’Ucigos Nicola Ciocia che comandava la squadra speciale del ministero degli Interni esperta negli interrogatori non ortodossi, a Triaca furono estorte alcune informazioni che portarono alla scoperta di una base brigatista, all’Aurelio, e all’arresto di due altri militanti. IMG_0475
Il clamore suscitato dal rinvenimento, avvenuto appena una settimana dopo il ritrovamento del corpo di Moro in via Caetani, creò qualche problema agli inquirenti in difficoltà nello spiegare come si era arrivati alla macchina da scrivere a testina rotante con cui era stata redatta la risoluzione strategica del febbraio 1978. Mancava una confessione ufficiale, e legale, perché quelle informazioni erano state strappate con la tortura dell’acqua e sale. Si tentò di correre ai ripari sottoponendo a Triaca una deposizione “spontanea”, ma il funzionario incaricato, Michele Finocchi, fece degli errori ed in ogni caso la data in calce era sempre successiva al ritrovamento della base. I conti non tornavano e bisognava Ciociatenere coperti i metodi illegali impiegati anche perché, nel frattempo, Triaca, ritrovate le energie psicologiche, stava per denunciare il trattamento subito. Cosa che avvenne il 19 giugno davanti al procuratore capo Achille Gallucci che per rappresaglia tentò di tappargli la bocca denunciandolo per calunnia.
In quegli stessi giorni sui giornali cominciarono a filtrare strane ricostruzioni che dipingevano il tipografo delle Br come un personaggio poco chiaro, una «inquietante figura» in contatto con la questura durante il sequestro, scrive la Mazzocchi sulla Stampa del 19 giugno; un «infiltrato», sostiene il Messaggero del 17, che avrebbe condotto di persona la polizia nella base di via Palombini. Lo steso giorno Paese sera titola, «Il tipografo delle Br aveva amici nella Ps», ma Repubblica batté tutti: «C’è un informatore nella colonna romana», mentre nell’occhiello sollevava interrogativi sulla presenza di una «fonte confidenziale» che avrebbe portato agli arresti e rivelò che Triaca al momento della perquisizione aveva nel portafoglio due biglietti omaggio per sale cinematografiche rilasciati dal terzo distretto di polizia.
ComplottoI biglietti, come accerterà l’indagine condotta dalla Digos (n.050714 del 17 giugno 1978), provenivano dalla moglie di un funzionario di polizia che li aveva regalati al personale di una sartoria di cui era cliente, e nella quale lavorava anche la sorella di Triaca che li aveva ceduti al fratello. La “fonte confidenziale” invece c’era, ma Triaca e i suoi compagni ne avevano solo fatto le spese. Anche sulle origini di questa “spiata”, che il 28 marzo segnala il nome di Spadaccini insieme ad altre persone, si è speculato a lungo. Nel libro Doveva Morire di Ferdinando Imposimato e Sandro Provisionato (Chiarelettere), si afferma che si sarebbe trattato di un informatore già impiegato in precedenza contro i Nap, conosciuto in codice come “fonte cardinale”. Questa informazione non trova conferme. Secondo Triaca la segnalazione sarebbe venuta da ambienti del partito comunista del Tiburtino, zona di origine degli arrestati. Uno di loro, Giovanni Lugnini, dopo la scarcerazione ricevette le scuse di un militante della sezione locale del Pci in lacrime. Anche sui tempi dell’indagine, che si concluse il 17 maggio, 50 giorni dopo, ci sono state illazioni e polemiche. La commissione Pellegrino condusse delle verifiche per accertare se davvero gli arresti furono ritardati per favorire l’eterodirezione del sequestro. Il senatore Sergio Flamigni all’epoca, e recentemente Ferdinando Imposimato che fu giudice istruttore e interrogò Triaca ignorando la sua denuncia delle torture, hanno sposato questa tesi; smentiti tuttavia dai risultati della inchiesta condotta dalla commissione. Non ci furono ritardi, dopo lunghi pedinamenti le indagini si concretizzarono solo il primo maggio. Quel giorno Spadaccini fu visto incontrare per la prima volta Triaca. Si viene a scoprire così l’esistenza della tipografia. Il successivo 7 maggio partono le richieste di perquisizione che dovevano scattare il 9 mattina. I provvedimenti contengono una correzione a mano che li posticipa di tre giorni, ma il ritrovamento del corpo di Moro in via Caetani fa saltare l’operazione che verrà realizzata solo il 17 maggio con tanto di interrogatorio a base di acqua e sale. Repubblica
Si arriva così alla storia della stampatrice presente nella tipografia brigatista di via Pio Foà 31, nel quartiere di Monte Verde vecchio a Roma. I macchinari utilizzati per stampare la famosa risoluzione della Direzione strategica del febbraio 1978 risultarono, infatti, provenienti da stock ministeriali in disuso. La stampante AB-DIK260T apparteneva in origine al raggruppamento unità speciali di forte Braschi, dove aveva sede il Sismi, mentre la fotocopiatrice AB-DIK 675 proveniva dal ministero dei trasporti. Per i dietrologi fu una manna, lo smoking gun tanto agognato. Per anni è stato uno dei loro cavalli di battaglia finché la seconda commissione Moro presieduta dal senatore Pellegrino decise di condurre una propria istruttoria che mise la parola fine sulla vicenda. Acquistata nel 1972 presso la ditta Nebuloni & Picozzi dal ministero della difesa per la cifra di 10 milioni e 500 mila lire, e attribuita al Rus di Forte braschi, la stampatrice fu posta in disuso già nel settembre 1975. Nel novembre successivo venne destinata al magazzino del genio militare per essere venduta ad una ditta rottamatrice ma alla fine del 1976 fu sottratta e venduta illecitamente dal tenente colonnello Federico Appel del Rus al cognato Renato Bruni per sole 30 mila lire. Questi la consegnò come saldo di un debito a Paolo Tomasello che all’inizio del 1977 la cedette a Stefano Noto, un tecnico della Nebuloni & Picozzi che arrotondava lo stipendio riparando vecchie macchine. Tramite un annuncio sul Messaggero Noto la rivende per 3 milioni di lire (provenienti dal sequestro Costa) a Stefano Ceriani Sebregondi ed Enrico Triaca che stavano allestendo la tipografia delle Br. Un percorso simile riguarda la fotocopiatrice acquistata nel 1969 dal ministero dei trasporti. Insomma, una tipica storia italiana di peculato e appropriazione indebita finita per alimentare le più insulse teorie dietrologiche, cinicamente utilizzate per coprire il warterboarding denunciato da Triaca. Altro che misteri, le torture – riconosciute recentemente anche dalla corte di appello di Perugia – sono la vera questione irrisolta del caso Moro. La nuova commissione avrà intenzione di indagare?

5/fine

Le altre puntate
Via Fani, le nuove frontiere della dietrologia – 1a puntata
Il caso Moro e il paradigma di Andy Warhol – 2a puntata
Via Fani e il fantasma del colonnello Guglielmi – 3a puntata
La leggenda dei due motociclisti che sparano e il tentativo di cambiare la storia di via Fani – 4a puntata

Per saperne di più
La dietrologia nel rapimento Moro

Dietrologie torture

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Caso Gullotta, le torture furono praticate da un nucleo antiterrorismo dei carabinieri

Sono state le rivelazioni di ex brigadiere del reparto antiterroristico di Napoli, Renato Olino a far riaprire il caso. Venne estorta la confessione di un anarchico che lo accusò. Gullotta venne torturato e costretto ad ammettere. Assolto dopo 21 anni in cella

Felice Cavallaro
Corriere della Sera
14 febbraio 2012 Pagina 21

PALERMO – Cercarono di incastrare gli extraparlamentari di sinistra perché era tempo di Brigate Rosse. E riuscirono a far condannare all’ergastolo tre innocenti, ma sulla strage di Alcamo Marina, con due carabinieri uccisi nella caserma a metà strada fra Palermo e Trapani, adesso grava l’ombra di un intrigo tutto interno allo Stato, alla stessa Arma dei carabinieri. Come s’è capito ieri sera a Reggio Calabria dove una Corte di appello per quel massacro del 26 gennaio 1976, dopo 21 anni, 2 mesi e 15 giorni di carcere, ha dichiarato «non colpevole» Giuseppe Gulotta, 18 anni al momento dell’arresto. Finisce così il tormento di un ergastolano che si ritrovò condannato con due complici più svelti di lui a espatriare in Brasile, Vincenzo Ferrantelli e Gaetano Santangelo, pronti anche loro alla revisione del processo scattato quando nel 2007 un ex brigadiere del reparto antiterroristico di Napoli, Renato Olino, raccontò che le confessioni di Gulotta gli erano state estorte dai suoi colleghi con atroci torture. Un rimorso che lo portò a dimettersi dall’Arma, pur tacendo per tanti anni. Poi, la verità che a nulla servirà per il quarto uomo allora indicato dai carabinieri come il più pericoloso della banda, Giuseppe Vesco, trovato con una pistola forse lasciata da una manina in casa sua, picchiato pure lui fino a fargli confessare l’attentato mai compiuto e a indicare gli altri tre. Sarebbe bastato analizzare meglio il contenuto delle lettere sulle torture subite, vergate da Vesco in carcere, al San Giuliano di Trapani, per evitare di arrivare alla verità dopo 36 anni e dopo il misterioso suicidio dello stesso Vesco.
Impiccatosi in prigione, pur monco di una mano. Con il compagno di cella poi pentitosi negli anni 90, Vincenzo Calcara, che ricorda di essere stato invitato a lasciare da solo Vesco per una messa in scena eseguita da un mafioso aiutato da due guardie carcerarie: «L’ammazzarono e pensai a una collaborazione tra mafia e Stato». Affermazione rafforzata dal pentito Giuseppe Ferro, certo dell’estraneità dei quattro giovani: «Quelli erano solamente delle vittime e noi mafiosi pensavamo che era una cosa dei carabinieri, forse qualcosa gestito da un servizio segreto». È questo il punto dal quale si dovrebbe ricominciare dopo il primo verdetto di assoluzione ieri pronunciato su richiesta del procuratore generale Danilo Riva. Cercando di capire chi avallò il depistaggio probabilmente legato a un traffico di droga intercettato dai due militari uccisi, Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo, vittime quasi certamente di carnefici in divisa. Un sospetto che imbarazza settori dell’Arma e macchia una storia in quegli anni spesso non gloriosa. Come si capì nel 1979, proprio nel giorno in cui a Roma fu ritrovato il cadavere di Aldo Moro, il 9 maggio, quando la mafia uccise Giuseppe Impastato e i carabinieri depistarono tutto. È una pagina già riaperta dalla Procura di Palermo, soprattutto dopo le tardive ammissioni di Renato Olino sfociate nella revisione di un dramma segnato da una strana morte in carcere, da due latitanze e dall’ergastolo di Gullotta, ieri appagato ma non raggiante, da qualche tempo in Toscana, in semilibertà, con la moglie sposata durante un breve permesso, un figlio cresciuto senza di lui: «Ho perduto la mia gioventù in cella e nessuno potrà mai restituirmela».

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Salvatore Marino muore di torture negli uffici della questura di Palermo