Gallinari e Caselli, un confronto tra cattivi maestri e bravi bidelli

Leonardo Sciascia nel suo Il giorno della civetta aveva diviso gli esseri umani in cinque categorie:

«…l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora più in giù: i piglianculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre…»

Con Totò le categorie si riducono a due:

«L’umanità, io l’ho divisa in due categorie di persone: Uomini e Caporali. La categoria degli uomini è la maggioranza, quella dei caporali, per fortuna, è la minoranza. Gli uomini sono quegli esseri costretti a lavorare per tutta la vita, come bestie, senza vedere mai un raggio di sole, senza mai la minima soddisfazione, sempre nell’ombra grigia di un’esistenza grama. I caporali sono appunto coloro che sfruttano, che tiranneggiano, che maltrattano, che umiliano. Questi esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno li troviamo sempre a galla, sempre al posto di comando, spesso senza averne l’autorità, l’abilità o l’intelligenza ma con la sola bravura delle loro facce toste, della loro prepotenza, pronti a vessare il povero uomo qualunque.Dunque dottore ha capito? Caporale si nasce, non si diventa! A qualunque ceto essi appartengono, di qualunque nazione essi siano, ci faccia caso, hanno tutti la stessa faccia, le stesse espressioni, gli stessi modi. Pensano tutti alla stessa maniera!»

Dopo aver letto l’intervento di Giancarlo Caselli apparso questa mattina (qui) sulla gazzetta delle procure (intendo il Fatto quotidiano), abbiamo capito che il mondo è ormai cambiato. Al posto dei “caporali” di Totò e dei “quaquaraquà” di Sciacia difronte a noi abbiamo da una parte i cattivi maestri e dall’altra i bravi bidelli.

Il capo della procura torinese, come aveva fatto Bendetta Tobagi alcuni giorni fa su Repubblica (qui), lamenta la reazione della rete alla notizia della scomparsa improvvisa dell’ex esponente della Brigate rosse Prospero Gallinari. Non gli va proprio giù che tanti, tra cui molti giovani, abbiano mostrato stima, simpatia, rispetto e attenzione per la storia di un “cattivo maestro” come lui definisce Gallinari. Non sopporta nemmeno chi ha dato prova di piètas. Costoro sarebbero tutti dei «nostalgici irriducibili, pronti ad osannare la lotta armata anche nel nuovo secolo», ha scritto per concludere minacciosamente: «Ancora una volta il silenzio e la contiguità su questi temi sono complici».
Attenzione dunque, anche il cordoglio, non parliamo della partecipazione ai funerali che si terranno domani alle 14.30 a Coviolo (vedi qui) presso Reggio Emilia, potrebbero essere considerati elementi probanti l’appartenenza ad una possibile, nuova ed immaginaria, banda armata.

Per Caselli, che cita Barbara Spinelli, affranta anch’essa dall’inciviltà del web, si tratterebbe della «patologia che affligge molti italiani, spesso vittime di una perdita di memoria che sconfina nell’amnesia e porta ad una profonda sottovalutazione del pericolo che si corre occultando il passato per la mancanza continuativa di una coscienza etica».

Cosa da fastidio a questi bravi bidelli? La pluralità delle memorie, la ricchezza delle testimonianze, la storia aperta traversata da correnti di pensiero, dibattiti, confronti e contrasti. I bravi bidelli vorrebbero il deserto, quello che chiamano “memoria condivisa”, altrimenti detto storia di Stato, che poi rima con ragion di Stato o verità politica. Aspirano al monopolio del passato che prelude e fonda quello del futuro, ambiscono al controllo delle coscienze, al ministero della verità, ad una società orwelliana dove non c’è posto, prim’ancora che per la molteplicità delle idee, per i fatti stessi, per quella che Machiavelli definiva la “realtà effettuale della cosa”. Vorrebbero un mondo silenziato che nella loro neolingua chiamano democrazia.

Per questo hanno istituito le giornate della memoria che attraverso solenni rituali commemorativi cadenzano il cerimoniale istituzionale divulgando un’etica di Stato. Una memoria in bianco e nero che evoca immagini sbiadite di violenza politica e cancella i colori vivi della storia. In questo modo all’oblio dei fatti sociali sovrappongono unicamente la memoria penale, unico presente possibile, finalizzata alla creazione di una nuova topolatria: il culto di luoghi e momenti sapientemente selezionati per rappresentare il sacrificio versato ai valori legittimi.
Emanate le sentenze, sepolti nelle galere o ripresi dall’esilio gli insorti di ieri, deplorati i morti di una parte e decorati quelli dell’altra, elevate le lapidi e innalzati i monumenti, ribattezzate le vie, ai soggetti vivi della storia sostituiscono i testimoni risentiti della memoria.

Ne da ampia prova lo stesso Caselli con il suo linguaggio carico di risentimento e spregevole livore classista quando dipinge il giovane contadino Gallinari, dalle unghie sporche e le mani callose, come un individuo rozzo e volgare. Pensate, da ragazzo quand’era in campagna si cimentava in singolari sfide, «tipo mangiare venti calzoni di fila o stare a torso nudo, sotto un albero, tutta la notte». Che orrore madama la marchesa!

Il giudice torinese sembra ossessionato, mostra di temere Gallinari anche da morto, ha paura che il suo fantasma possa venire a turbare la quiete delle sue notti, sospetta che possa reincarnarsi tra qualche No tav, sotto felpe e i cappucci dei giovani che manifestano nelle piazze o tra i migranti che sbarcano sulle rive di Lampedusa.

Gallinari è uno spettro che si aggira nella sua mente, forse per questo tenta di esorcizzarlo attribuendogli altre responsabilità anche dopo la sua scomparsa. Nonostante le circostanze dell’uccisione di Moro siano accertate da tempo (leggi qui), Caselli non esita a seminare il dubbio sostenendo che la sua carriera di brigatista sarebbe «culminata con la spietata esecuzione (forse) del prigioniero Aldo Moro».
E’ indecente Caselli, è un bugiardo perfettamente consapevole di esserlo.

Ma chi è Caselli (Guarda qui)? In passato sia Giuliano Ferrara che Saverio Vertone (importanti dirigenti del Pci torinese) hanno raccontato come esercitasse la sua funzione giudiziaria tenendo riunioni politiche nelle sedi del Pci per concertare una comune strategia antiterrorismo.
Sul Corriere della sera dell’11 dicembre 1994 Vertone spiegava: «I rapporti di Caselli con il Pci erano strettissimi, fino a divenire più avanti nel tempo, statuari, organizzativi. Partecipava alle riunioni dei comitati federali. Forse, ma non ne sono certo, prendeva anche la parola alle riunioni di segreteria: discuteva di politica, naturalmente. Però non dimentichiamoci che allora discutere di politica significava affrontare il problema dell’emergenza terrorismo. Caselli era il rappresentante dell’ “intransigenza democratica”, teorizzava la supplenza della magistratura dinanzi al cedimento degli organismi pubblici. Io e Ferrara concordavamo con lui sulla necessità di mantenere una linea dura».

Leggi qui la testimonianza di Ferrara.

All’insegna di quella che fu la magistratura combattente durante l’emergenza degli anni Settanta, Giancarlo Caselli ha sempre condotto una battaglia su due fronti: quello giudiziario e quello del senso, ovvero sulla visione legittima delle cose da imporre. Appartiene a quel genere di magistrati che pretendono di salvarti l’anima per il mezzo della confisca del corpo.

Non importa che tu sia vivo o sia morto.

Link
Chi era Prospero Gallinari
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Per saperne qualcosa di più
La biblioteca del brigatista
Il nemico inconfessabile
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Mario Moretti, Brigate rosse une histoire italienne
La révolution et l’Etat
La vera storia del processo di Torino al “nucleo-storico” delle Brigate rosse: il Pci intervenne sui giurati popolari
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
Doppio Stato e dietrologia nella narrazione storiografica della sinistra italiana
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella

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Taxi driver o Enrico IV? Quale è il mistero che si cela dietro il presunto attentato a Maurizio Belpietro?

Nessuno lo dice apertamente ma ormai tutti lo pensano (e lo lasciano intendere): sull’aggressione a Belpietro si moltiplicano i dubbi. Non emergono riscontri a conferma della testimonianza del poliziotto di scorta. Belpietro sarebbe vittima certo, ma del ridicolo. Il discorso del potere ammanta sempre più la propria potenza e la propria violenza dietro la retorica vittimaria: Chiagne e fotte

Per volere della Direzione del quotidiano Liberazione questo articolo è apparso con lo pseudonimo di “Tito Pescheri”


Liberazione
3 ottobre 2010

 


Siamo di fronte ad un nuovo Travis Bickle, l’ex marine reduce dal Vietnam impersonato da Robert De Niro in Taxi driver che tenta di uccidere il corrotto e ipocrita senatore di New York Charles Palantine, oppure ci troviamo immersi nel pieno di una trama pirandelliana, come quella del nobile romano caduto da cavallo durante una festa in maschera che risvegliandosi prende per vero il costume che veste e per il resto della vita recitarà la parte di Enrico IV? In altre parole abbiamo davanti a noi un paranoico giustiziere solitario o un formidabile mitomane in uniforme di polizia affetto dalla sindrome dell’arcangelo Gabriele? Forse soltanto la trama cinematografica o letteraria può aiutarci a capire cosa sia realmente accaduto giovedì sera a Milano, sulla rampa di scale che porta al pianerottolo dell’appartamento dove abita il direttore di Libero, Maurizio Belpietro.
In questa vicenda, che col passar delle ore appare sempre meno chiara, un’unica cosa  è veramente certa: le grida di allarme, le accuse rivolte verso i “cattivi maestri”, il nuovo sempre vecchio terrorismo alla porte, le denunce contro il clima d’odio, istigato quotidianamente dalle stesse testate che poi se ne lamentano, non raccontano la verità, ammucchiano solo menzogne e falsità.
Il testimone, l’unico testimone che racconta la scena, è sempre e soltanto lui, l’uomo della scorta che accompagna Belpietro fino all’uscio di casa. Nessun altro ha visto l’attentatore armato. Per ora tacciono persino le telecamere di sicurezza poste nei pressi del palazzo e della zona circostante. L’altro poliziotto, rimasto in macchina all’ingresso dell’immobile, non ha visto uscire nessuno. Neppure le due possibili vie di fuga alternative hanno fornito indizi. Una era inaccessibile; l’altra, in prossimità di alcuni cespugli, non presenta tracce di rami e foglie rotte o d’impronte. Appare illogica persino la dinamica riportata dal caposcorta: l’aggressore si sarebbe trovato pochi gradini sotto il pianerottolo dell’abitazione di Belpietro. Un errore grossolano. In questi casi, notano maliziosamente voci provenienti dagli ambienti investigativi: chi concepisce un agguato attende sempre sul pianerottolo sovrastante per scendere quando la scorta si allontana evitando così di incrociarla. Insomma nulla torna.
Alessandro N. – questo è il suo nome – nella sua vita di angelo custode non è nuovo ad episodi del genere. Già nel lontano 1995 sventò un presunto attentato contro il magistrato Gerardo D’Ambrosio, che era sotto la sua custodia. Anche allora, come oggi, nessuno vide nulla. La minaccia si concretizzò solo nei suoi occhi. Il presunto attentatore, armato di un presunto fucile, fuggì anche allora saltando un muro. Dall’altra parte ad aspettarlo ci sarebbe stato un complice in moto. Ovviamente nessuno riuscì ad annotare la targa e degli assalitori non si trovò mai traccia. Dell’episodio ha parlato ieri, lasciando trapelare a distanza di tempo le proprie perplessità, anche il magistrato D’Ambrosio. Alessandro N. venne promosso ma subito trasferito alla squadra mobile. Un modo molto elegante per sottrarlo da delicate responsabilità. Nei vertici della polizia qualcuno nutrì molte perplessità sull’accaduto. Gli stessi dubbi che assalgono anche oggi i vertici investigativi messi in imbarazzo dall’insidia del “pacco”, quella che a Roma chiamano “bufala”, ma al tempo stesso dai desideri della politica che vanno in direzione diametralmente opposta. Dalle fila della destra si chiede di accreditare, a prescindere, la veridicità della tentata aggressione per legittimare l’offensiva vittimistica e strumentalizzare ancora una volta un clima di tensione artificialmente costruito, col fine di ricattare e mettere sotto schiaffo l’opposizione di piazza, i settori sociali più conflittuali che tentano di contrastare la dittatura padronale imposta alle nuove relazioni industriali.  L’operazione è chiara: far pagare ai più deboli il prezzo della guerra civile borghese, quella sì in atto nel paese.

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Macchina del fango sul movimento: gli infiltrati di Vauro Senesi e la stupidità sulla punta della sua matita

Paolo  Persichetti
Gli Altri 24 dicembre 2010

Con questa stupida vignetta, per non utilizzare altre definizioni ben più appropiate, come quella di infame (perché addita al pubblico ludibrio una categoria sociale in lotta, ne stupra l’identità e le ragioni spacciandola per il suo contrario) apparsa sul manifesto del 16 dicembre 2010, Vauro Senesi ha inteso riassumere il senso della giornata nazionale di protesta del 14 dicembre a Roma

Vignetta di Vauro apparsa sul manifesto di giovedì 16 dicembre

Il vignettista del manifesto e di Anno zero, noto per le sue posizioni giustizialiste, sposa appieno la linea del Pd, espressa dalla senatrice Anna Finocchiaro, e soprattutto dal suo segretario di partito, Oliviero Diliberto, che hanno subito gridato alla presenza di infiltrati negli scontri avvenuti durante e alla fine dell’imponente manifestazione del 14 dicembre. La vignetta è una citazione di un’altra famosa vignetta di Giorgio Forattini che nel 1977 raffigurò il poliziotto Giovanni Santone camuffato da manifestante (immortalato da Tano D’Amico nel corso degli scontri dove fu uccisa dalle forze dell’ordine Giorgiana Masi) con la testa del ministro dell’Interno Francesco Cossiga. Foto e vignetta sottolineavano la decisione presa dall’allora ministro dell’Interno di utilizzare agenti travestiti per sparare contro i manifestanti (non certo contro la polizia). Con una ellisse Vauro mette accanto alla vecchia immagine quella del giovane manifestante fotografato durante gli scontri del 14 dicembre con maganello e manette, appena raccolti in strada come trofei, ma questa volta con il volto dell’attuale ministro degli Interni, Robero Maroni. Un modo per dire: infiltrati di allora, infiltrati di oggi.
Alcune sequenze fotografiche che raffigurano un manifestante in diversi momenti degli scontri di martedì, prima con dei fumogeni, poi con una pala, successivamente nell’atto di lanciare pezzi di arredo urbano contro le forze di polizia, infine con un manganello e un paio di manette in mano in uno dei momenti di maggiore tensione della giornata (l’aggressione ad un finanziere da parte di altri manifestanti); avevano indotto alcuni organi d’informazione e diversi siti internet, adusi da sempre alla dietrologia, a supporre la presenza di agenti provocatori infiltrati per suscitare e fomentare gli incidenti. Una tesi cara alla sinistra istituzionale che fin dal dopoguerra si autoconsola con questa favola ogni qualvolta tumulti e movimenti sociali imprevisti scavalcano le sue posizioni ponendo questioni politiche scomode. I giustizialisti del Fatto avevano titolato, “Hanno vinto i peggiori”, associando il rigetto della sfiducia votato dal parlamento con la piazza che aveva partecipato agli scontri, dimenticando che due dei tre voti decisivi per il salvataggio di Berlusconi provenivano dall’Idv di Di Pietro, punto di riferimento politico proprio del Fatto (per poi dare sul loro sito online un contributo di verità diffondendo le immagini che chiarivano ogni cosa sull’accaduto, mostrando che dietro quel manifestante travisato c’era un ragazzo, nel frattempo fermato, risultato minorenne). Il teorema degli infiltrati e della minoranza cattiva dei black bloc, che avrebbe prevaricato la maggioranza docile e pacifica del corteo, veniva ripreso dai soliti giornalisti di Repubblica che immediatamente pubblicavano una lettera di Roberto Saviano al movimento. Flop strepitoso, errore di marketing notevole del quotidiano repubblichino e dell’agenzia emergenziale che utilizza Saviano come portavoce. Le retoriche amenità del predicatore sono miserabilmente fallite. Utilizzandolo come pompiere i suoi mandanti speravano che l’autorità acquisita dopo l’imponente battage mediatico costruito attorno all’evento industrial-editoriale di Gomorra, alla postura di martire perseguitato sapientemente diffusa sui media, potesse influire e orientare politicamente i giovani manifestanti addomesticandone i propositi e domandone i comportamenti ma la lettera è stata rinviata al mittente. Nemmeno la logorroica replica del giorno successivo, una tripla pagina di R2, è servita. D’altronde uno che dice agli studenti di scendere in piazza a viso aperto ma si nasconde dietro una scorta di polizia, che passa le vacanze nella villa del banchiere Alessandro Profumo, che si incontra col finanziere Carlo De Bendetti,  che è al libro paga contemporaneamente del gruppo Espresso-Repubblica, della Mondadori e di Mediaset via Endemol, un po’ come Arlecchino servo di due padroni, come può pretendere di salire sul pulpito per lanciare prediche ad una generazione precaria? L’evento sociale del 14 dicembre ha fatto da spartiacque, da cartina di tornasole, da prova della verità squarciando il velo di ipocrisia e menzogna che ammanta operazioni di orientamento dell’opinione pubblica come quella che impiega il soldato Saviano. Repubblica nei giorni successivi è corsa ai ripari, rettificando linea politica e pubblicando analisi molto più comprensive di quanto avvenuto il 14 dicembre.
Nel frattempo del misterioso manifestante si è venuto a sapere tutto, nome e cognome, percorso scolastico, età, storia dei genitori. Fallita l’operazione “infiltrato” è stata subito messa in piedi quella sui “cattivi maestri”. “Figlio di un brigatista” hanno scritto alcuni giornali.  S.M. non poteva restare un semplice liceale minorenne come molti altri suoi coetanei scesi in piazza, doveva essere per forza uno sbirro o un adolescente brigatista, che per i teorici della dietrologia equivale più o meno alla stessa categoria degli agenti provocatori esterni al movimento. Se fosse stato veramente figlio di un ex militante delle Brigate rosse – complesso di Edipo permettendo – ovviamente non ci sarebbe stato nulla di male. Ma la realtà è diversa, oltre a non esser vero (il padre è stato coinvolto negli anni 70 in vicende legate ad ambienti dell’autonomia) la falsa notizia era solo funzionale ad alimentare una ulteriore campagna distorsiva sulla realtà del movimento. Riconsegnato alla famiglia dopo il fermo, come prevede la legge per i minorenni, la notorietà attribuita alle sue gesta, le fortissime polemiche politiche che hanno chiamato il ministro dell’Interno a rispondere in parlamento, hanno alla fine provocato l’arresto del giovane e il suo rinvio a giudizio per  “rapina aggravata” delle manette e del manganello, in realtà abbandonati durante gli scontri. Dopo questo bel risultato ottenuto ci aspettiamo che tutti i partecipanti a questa fiera della stupidità, a partire dalla senatrice Anna Finocchiaro, passando per l’ex ministro della Giustizia Oliviero Diliberto fino al vignettista Vauro Senesi, si adoperino per aiutare la famiglia del ragazzo versando una parte dei loro emolumenti per sostenerne la difesa giuridica. Se ciò non dovesse accadere sarebbe più che normale che incontrandoli nei prossimi cortei gliene venga chiesto conto.

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