Dietro l’attentato di Karachi nel 2002 una rappresaglia dei generali di Islamabad

Vendita di armi, commissioni occulte non corriposte, tangenti e giro di fondi neri per le presidenziali francesi del 1995, dietro l’attentato contro la Direzione dei cantieri navali a Karachi nel 2002. Non fu terrorismo islamico ma un ricatto dei servizi pakistani. Terrorismo di Stato, dunque, non come prolungamento della politica ma del mercato

Paolo Persichetti
Liberazione
28 giugno 2009

Una torbida storia di corruzione istituzionale, di ricatti e rappresaglie, «commissioni occulte» (eufemismo impiegato per designare i compensi da corruzione quando raggiungono scale di valore vertiginose su base planetaria) promesse per favorire la vendita di tre sommergibili militari, ma corrisposte solo in parte; fondi neri creati stornando una parte di queste commissioni appositamente gonfiate per finanziare una campagna presidenziale, una sorda guerra di potere tra due politici di destra, «amici da trent’anni» ma acerrimi rivali che si contendono la presidenza della repubblica; una bomba che esplode in un autobus di Karachi, in Pakistan, e uccide 14 dipendenti di una società di Stato francese d’armamenti, la Direzione dei cantieri navali; la risposta di un servizio segreto che invia una squadra speciale per rapire e «spezzare le ginocchia» a tre generali dello Stato maggiore pakistano, ritenuti mandanti dell’attentato, e uccide un ufficiale di rango inferiore coinvolto nella strage. pakistan-affaire-attentat-karachi_103
No, non è la trama dell’ultimo Le Carré, ma una storia di ordinaria politica francese che si dispiega su uno scenario internazionale, come fu già per lo scandalo delle commissioni versate durante la vendita di alcune fregate da guerra a Taiwan o per le vicende dell’infinito dossier della France-Afrique, quell’intricata rete di rapporti post e para-coloniali tra élites africane francofone e colossi dell’energia di Stato d’Oltralpe, come Elf-Total, e il sistema di potere gollista e poi miterrandiano. In Italia per raccontare tutto ciò non si sarebbe esitato a descrivere l’azione di poteri occulti, logge massoniche, trame e doppi Stati. Greggi di giornalisti pistaioli sarebbero partiti alla caccia di Stati paralleli, mentre famelici pseudo-storici, che hanno costruito la loro carriera universitaria prestando consulenze ultradecennali a procure e commissioni parlamentari, ci avrebbero propinato fiumi d’inchiostro dietrologico, depistanti ricostruzioni cospirative. Tutto ciò alla fine ci avrebbe solo allontanato dalla percezione della realtà sistemica dello Stato reale e dell’economia capitalistica. Per fortuna in Francia non accade. Lì, lo Stato è lo Stato, non “la bella addormentata nel bosco”. Il suo «nucleo cesareo», come lo definisce Alessandro Pizzorno, non è l’Immacolata concezione traviata da generali felloni e faccendieri massoni, ma un apparato che ha tra i suoi arcana imperii la capacità di potenza, detiene l’uso della forza legittima, impiega la ragion di Stato anche contro ogni altra razionalità, giuridica o democratica che sia. Insomma gli uomini di Stato fanno gli uomini di Stato, usano le leve del potere insieme a tutte le loro derivazioni esplicite ed implicite, di quel potere che non lascia illusioni, come ricordava Foscolo nei Sepolcri parafrasando Machiavelli che «Alle genti svela di che lacrime grondi e di che sangue».
Nicolas Sarkozy posseduto da un’ambizione sfrenata, soggiogato dal fascino del potere, dal senso d’onnipotenza che spinge a non avere più cognizione del limite, tutto ciò l’ha imparato molto presto. Giovane promessa del potere gollista, rampante sindaco della cittadina di Neuilly situata sulle ultraborghesi alture che da sempre guardano con disprezzo, misto ad odio e paura, la Parigi operaia di ieri, quella migrante e popolare di oggi, non esitò a tradire all’inizio degli anni 90 l’uomo che l’aveva introdotto nel partito, considerandolo il suo fedele delfino. Come Bruto, il giovane Sarkò accoltellò alle spalle il padre politico, Jacques Chirac, ritenuto spacciato nella corsa presidenziale, per puntare tutte le sue carte sul tecnocrate centrista e ultraliberale Edouard Balladur. Il meno gollista dei gollisti, uno che sembrava uscito dagli armadi pieni di naftalina della régia di Versailles; conservato nel frigorifero della storia, perfetto col codino, la cipria e il gozzo. Un vero esemplare dell’ancien régime. Era il 1993, e l’aitante Sarkozy, figlio di un nobile anticomunista decaduto, fuggito dall’Ungheria per trovare in Francia un’agiata vita borghese, livido di rancore, assetato di rivalsa sociale, ansioso di ritrovare i fasti familiari perduti, sale al governo come braccio destro del suo nuovo padrino. Occupa il ministero chiave delle Finanze, a Bercy, potentissimo centro di potere. È il direttore di campagna del suo nuovo capo e pianifica la strategia per le presidenziali. È lui che in questa doppia veste autorizza la creazione di due società schermo, con sede nel paradiso fiscale del Lussenburgo, la Heine e la Eurolux. Servono a coprire, e far transitare, le commissioni occulte versate per ottenere importanti commesse d’armamenti in favore della Direzione dei cantieri navali. ina-balladur-sarkozy_1
Non solo, l’attività lobbistica copre altre «missioni», tutte illecite: sorveglianza della magistratura, entrismo nei ministeri sensibili, acquisto d’informazioni confidenziali e raccolta di fondi neri necessari a sostenere la campagna per la presidenza della repubblica del candidato Balladur. Due intermediari libanesi, Ziad Takieddine e Abdulrahman El-Assir, ricevono l’incarico di seguire i negoziati con gli ufficiali superiori dello Stato maggiore pakistano. Il loro compito è quello di oliare la macchina della trattativa per la vendita di tre sommergibili con il versamento di colossali commissioni, 180 milioni di franchi, circa il 10,25% dell’ammontare complessivo dei contratti, 5,5 miliardi di franchi, 825 milioni di euro attuali). I destinatari dei fondi occulti sono alcuni generali legati all’ala più radicale dell’Isi. Il potente servizio segreto pakistano, il vero centro autocratico del regime di Islamabad. L’accordo, oltre al versamento delle tangenti prevede anche delle importanti contropartite, quelle che in termine tecnico vengono definite «retro-commissioni». Una parte delle somme versate, gonfiate appositamente, dovranno tornare indietro per finanziare la campagna presidenziale. Solo che tutti i protagonisti dell’affare sottovalutano un rischio: la possibilità che Balladur non arrivi a vincere la corsa all’Eliseo. Ipotesi che al momento della stipula dei contratti appare del tutto remota. Invece accade proprio l’imprevisto: nella sorpresa generale al primo turno passa Chirac e Balladur è trombato. L’intero sistema di potere e finanziamenti crolla. Questa storia girava da tempo nei circoli del potere parigino, ma ora l’intero retroscena sta emergendo alla luce del sole grazie alla scoperta di un rapporto, soprannominato «Nautilus», fatta durante una perquisizione nei locali della Direzione dei cantieri navali e reso pubblico dalla testata online Mediapart, diretta dall’ex capo redattore di le Monde, Edwy Plenel.
Redatto nel settembre 2002 da Claude Thévenet, un ex agente della Dst (controspionaggio), per conto dell’ufficio informazioni interno all’azienda, nel dossier si legge che la vendita al Pakistan di tre sottomarini classe Agosta era accompagnata dalla promessa del versamento di cospicue commissioni ad alcuni dignitari pakistani che avevano facilitato l’operazione. Al tempo stesso l’accordo prevedeva lo storno di retro-commissioni che avrebbero dovuto finanziare la campagna presidenziale di Balladur. La vittoria imprevista di Chirac, suo nemico politico, provoca – sempre secondo il rapporto – l’immediata sospensione dei versamenti disposta dall’allora ministro della Difesa Charles Millon (che il 24 giugno scorso ha confermato la circostanza a Paris Match).
L’obiettivo era quello di «prosciugare le reti di finanziamento occulte dell’Associazione per la Riforma d’Edouard Balladur». Cessazione confermata da un rapporto del consigliere di Stato Jean-Louis Moynot del febbraio 2000, citato da le Monde. Sempre secondo la ricostruzione fatta da Thévenet, frutto d’informazioni provenienti da molteplici fonti, come scrive lui stesso, (contatti diplomatici in Pakistan, funzionari delle Nazioni unite, agenti dei servizi segreti britannici e francesi, membri del Foreign Office), le autorità pakistane avevano indirizzato numerosi «avvertimenti» al personale diplomatico francese in loco per sollecitare il pagamento delle commissioni. «Si trattava in particolare di una bomba inesplosa fatta ritrovare nel febbraio 2002 sotto un veicolo della moglie di un funzionario». D’altronde, in precedenza, le autorità francesi, sotto l’egida della presidenza Chirac, non avevano lesinato sui mezzi di persuasione per far comprendere ai pakistani che non avrebbero più pagato le commissioni promesse dai balladuriani. Dei tiri d’arma da fuoco sarebbero stati esplosi a titolo intimidatorio, secondo quanto riportato dal settimanale le Point, nei confronti dei due emissari libanesi coinvolti nelle trattative affinché rinunciassero definitivamente alla riscossione delle commissioni.

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Ma non basta, Thévenet e Gérard-Philippe Menayas, ex direttore della Dcn, sostengono che «l’attentato di Karachi è stato realizzato grazie a delle complicità nel seno dell’esercito pakistano, in particolare all’interno degli uffici di sostegno alle guerriglie islamiste dell’Isi». Secondo i due testimoni, l’interruzione degli impegni commerciali presi dalla Francia avrebbe provocato per «rappresaglia» l’attentato di Karachi dell’8 maggio 2002. «Il modus operandi – è scritto nel dossier Nautilus – come il rinvenimento di una mina magnetica, conduce a ritenere fondata la partecipazione di uomini dell’ufficio afgano dell’Isi. Quest’ultimo, infatti, abbandonato a partire dal gennaio 2002 dal potere politico pakistano, è alla ricerca di fonti autonome di finanziamento. Per questa ragione sta cercando di recuperare i crediti ancora aperti».
Dietro l’attentato di Karachi non ci sarebbe dunque la mano di un gruppo islamista vicino ad Al-Qaeda, l’Harkatul Moudjahidine al Aalmi, come si era accreditato all’inizio, ma uno scontro d’apparati statali. La giustizia pakistana ha recentemente assolto i due imputati condannati a morte nel 2003. L’Eliseo segue con trepidazione gli sviluppi dell’inchiesta. Sarkozy sa bene di esser sulla linea di mira. Tutti i contratti portano a lui. D’altronde se si fa politica col traffico di sommergibili, prima o poi c’è sempre un siluro che torna indietro.
Ma non è finita qui. Di fronte al magistrato Marc Trévidic, del polo antiterrorista di Parigi, Thévenet il 14 maggio scorso ha svelato la contro-rappresaglia messa in atto dalla Dgse, i Servizi esterni francesi. Una squadra della sezione «Action», la struttura preposta alle azioni illecite, con licenza di uccidere all’estero soggetti nemici o nocivi agli interessi della nazione, è intervenuta per punire i militari pakistani ritenuti i mandanti del «ricatto». Tre generali pakistani sarebbero stati prelevati e sottoposti ad un “trattamento” che li ha lasciati con le «ginocchia spezzate». Un altro militare inferiore di grado sarebbe stato «neutralizzato», che nel gergo vuol dire ucciso.
La strage di Karachi è dunque il risultato di una guerra sporca, di terrorismo nella sua essenza più pura e originale, terrorismo di Stato come prolungamento, non della politica stavolta, ma del mercato. Terrorismo come strumento di marketing commerciale. Mai come in questo caso il re è nudo e la retorica vittimaria ridotta a una conchiglia vuota. Cosa mai può contare il dolore dei familiari, esiziale in altre circostanze, di fronte ad una campagna per le elezioni presidenziali, allo scontro tra fazioni politiche che si contendono le reti di finanziamento occulto, ad una guerra commerciale per strappare contratti sul mercato degli armamenti? Nulla finché non coincide con gli interessi superiori dello Stato. L’Etica in questo caso è a geometria variabile, come le ali di un cacciabombardiere da piazzare sul mercato.

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Lo Stato voyeur. Il controllo sociale nella società neoliberale

La giungla delle banche dati e le schedature di massa in Francia

Paolo Persichetti
LiberazioneQueer 5 ottobre 2008

Edvige, Cristina, Ariane, Eloi, nomi di donna dietro i quali non si nascondono i corpi di suadenti fanciulle ma il ghigno gelido del Grande fratello. Edvige infatti è l’acronimo di Exploitation documentaire et valorisation de l’information générale (utilizzo documentale e valorizzazione dell’informazione generale). Questo perché in Francia da un po’ di tempo è invalsa la moda d’indicare con dei nominativi femminili i nuovi sistemi di schedatura di massa messi in piedi dalle forze di polizia e dai servizi di sicurezza.
Istituito con un decreto del governo apparso il 1 luglio scorso, forse contando sulla speranza che il clima estivo fosse sufficiente per distrarre l’opinione pubblica, Edvige è il risultato della riorganizzazione dei Servizi di sicurezza francesi. Nato dalla fusione delle schedature portate in eredità dai vecchi Renseignements généraux (Rg), circa 2,5 milioni di persone trattate, una sorta di Digos nostrana ma solo con funzioni informative senza mandato di polizia giudiziaria, e quelle realizzate dalla Dst (Direzione della sorveglianza del territorio, l’equivalente della nostra Aisi, Agenzia d’informazione e sicurezza interna, l’ex Sisde).
La nuova banca dati conterrà «dati a carattere personale» riguardanti «persone fisiche a partire dall’età di 13 anni», stato civile, indirizzi fisici, numeri di telefono e recapiti elettronici, oltre che «i segni particolari e oggettivi, fotografie e comportamenti» anche di natura sessuale, religiosa oltre che le opinioni politiche, filosofiche. Le informazioni raccolte saranno «relative a individui, gruppi, organizzazioni e persone morali che, a seguito della loro attività individuale o collettiva, siano suscettibili di mettere in pericolo l’ordine pubblico», di persone o gruppi che «hanno sollecitato, esercitato o esercitano un mandato politico, sindacale o economico» o ancora «che giocano un ruolo istituzionale, economico, sociale o religioso significativo» a condizione che «queste informazioni siano necessarie al governo a ai suoi rappresentanti per l’esercizio delle loro responsabilità». In sostanza vengono monitorate alla stessa maniera attività garantite dalla costituzione e comportamenti considerati un rischio per la sicurezza pubblica. Come se non bastasse, la raccolta delle informazioni non risparmia nemmeno «i dati relativi all’ambiente circostante la persona» schedata, le sue relazioni dirette, attuali e passate, familiari, amici, colleghi di lavoro, relazioni sentimentali, extraconiugali, nonché «informazioni fiscali e patrimoniali» finalizzate a «informare il governo e i rappresentanti dello Stato (prefetti) nei dipartimenti e negli enti locali».
L’annuncio della creazione di questa nuova banca dati ha però immediatamente provocato la rivolta delle associazioni che si occupano della tutela dei diritti e delle libertà pubbliche. Indignazione che si è immediatamente generalizzata raccogliendo l’adesione di centinaia di altri collettivi, sindacati, partiti e cittadini che si sono organizzati in un comitato: “No a Edvige”. Fino ad oggi hanno aderito alla mobilitazione lanciata sul web almeno 840 strutture, mentre 150 mila sono i cittadini che hanno firmato l’appello nel quale si chiede di «ritirare il decreto che autorizza la banca dati» e si denuncia «la creazione di un livello di sorveglianza dei cittadini assolutamente sproporzionato e incompatibile con una concezione dello Stato di diritto». In particolare si sottolinea come i dati raccolti consentono di ricavare informazioni relative alle origini etniche, alla salute e alla vita sessuale, alle convinzioni politiche, gli orientamenti culturali, ideologici o religiosi delle persone con i rischi di discriminazione presente e futura che tutto ciò comporta di fronte a possibili derive. La schedatura sistematica e generalizzata a partire dall’età di 13 anni crea un potente strumento di controllo sociale che istituisce nuove categorie di classi pericolose e ripristina le vecchie teorie della tipologia d’autore. «Prendiamo l’esempio di un liceale – ha spiegato Hélène Franco, del Syndicat de la magistrature (sinistra garantista della magistratura) – questo minore se ha più di 13 anni e fa del sindacalismo liceale potrà essere schedato due volte. In una prima circostanza come attivista sindacale e poi se partecipa a una manifestazione nel corso della quale verranno realizzate delle scritte sulle mura del Rettorato, anche se realizzate da altri. Cinque anni dopo se questo giovane si presenterà ad un concorso nel pubblico impiego si vedrà rinfacciare queste informazioni e vedrà il suo lavoro sfumare». Didier Gournet, del sindacato Cfdt, ricorda che «in milioni d’imprese i sara una schedatura dei delegati sindacali e dei militanti, grazie a Edvige. Non è un caso se il padronato non ha fatto sentire la sua voce su questa vicenda».
Insediatosi alla presidenza della repubblica dopo una durissima battaglia politica interna al suo stesso partito, l’Ump, che lo aveva visto vittima di una macchinazione nell’affare Clearstream (una storia di tangenti e casse nere depositate in conti bancari esteri), innescato proprio da una segnalazione in cui erano coinvolti i Renseignements généraux, Nicolas Sarkozy ha voluto mettere fine all’anomalia tutta francese rappresentata dalla presenza di un servizio informazioni della polizia, separato e concorrente con i Servizi di sicurezza, e che a sua volta comprendeva una specifica sezione alle dipendenze della prefettura di Parigi (un vero servizio informazioni all’interno del servizio informazioni), praticamente sotto il diretto controllo dei governi in carica e vero e proprio strumento di lotta politica “sporca”. Questa superfetazione di organismi d’intelligence, oltre a dilettare gli scrittori dei romanzi polizieschi d’Oltralpe è stata causa negli anni di continue guerre, colpi bassi e sgambetti che le varie strutture d’informazione concorrenti legate a cordate politiche e potentati di turno si lanciavano reciprocamente.
A seguito dell’intero riordino del comparto sicurezza, le competenze del settore degli Rg che si occupavano d’«informazione generale» e operavano alla luce del sole («en milieu ouvert») nell’ambito delle manifestazioni pubbliche e dei movimenti sociali (resoconto delle manifestazioni di piazza, numero dei partecipanti e caratteristiche politico-ideologiche, analisi e informazioni sulle violenze urbane, dei gruppi extra-parlamentari, analisi e informazione sui conflitti sociali e sindacali, un tempo persino sulle forze politiche parlamentari) è stata trasferita, insieme al suo personale, alle dipendenze della Direzione centrale della sicurezza pubblica, in pratica la polizia classica dei commissariati o più esattamente ad una nuova sottodirezione dell’informazione generale (Sdig). La parte restante, incaricata di missioni sotto copertura (operante «en milieu fermé»), osservazione e infiltrazione nell’ambito della lotta antiterrorista e per la difesa degli interessi fondamentali dello Stato, è entrata a far parte della Direzione centrale della sicurezza interna.
Questa riforma dei servizi ha dato però luogo a una proliferazione ulteriore dei sistemi di trattamento automatico dei dati sensibili. Si sono moltiplicate così le schedature informatiche. Se Edvige è la nuova banca dati della polizia, la misteriosa Cristina raccoglie le schedature dei servizi d’intelligence interni. Informazioni classificate segreto di Stato e di cui non si conosce l’entità. Il Cnil, la Commission nationale d’informatique et des libertés, cioè l’agenzia francese di controllo in materia di protezione dei dati personali, un equivalente ma con molti più mezzi della nostra autorità garante dei dati personali, ha potuto solo accertare che nel 2005 questa banca dati è stata consultata almeno un milione di volte.
Ad essi si accostano lo Stic, il sistema di trattamento delle infrazioni constatate, un immenso schedario d’informazioni giudiziarie raccolto in base alla informatizzazione dei processi verbali e delle procedure giuridiche attivate nel corso d’indagini di polizia giudiziaria (cosa assolutamente diversa dal casellario giudiziario dove risultano iscritte unicamente le condanne definitive). All’inizio del 2006 lo Stic recensiva l’identità di 22,5 milioni di vittime di reati e infrazioni e 4,75 milioni di schede riguardanti persone coinvolte in varia misura nelle indagini, sulla base di «indizi gravi e concordanti». Nel 2005 questo sistema aveva contato 12 milioni di consultazioni. Secondo le informazioni fornite dal Cnil i dati degli autori, o supposti tali, dei reati restano in memoria per 20 anni (5 per i minori). La durata di conservazione delle informazioni sulle vittime invece è di 15. Superati questi termini un sistema di cancellazione automatica dovrebbe distruggere le informazioni raccolte. Nella realtà le cose sono molto diverse e il riflesso questurino di conservare ogni informazione prevale anche sulla legge. Solo sotto pressione dell’agenzia di controllo, nel 2004 il ministero degli Interni francese ha proceduto alla distruzione di 1.241.742 schede personali, conservate oltre i termini di legge. Diversi ricorsi patrocinati sempre dal Cnil hanno dato luogo ad ulteriori cancellazioni di schede riguardanti cittadini che si erano visti rifiutare il lavoro a causa delle informazioni presenti nella banca dati. Il Judex invece è l’altro mastodontico schedario utilizzato dalla gendarmerie, i carabinieri francesi. Realizzato con modalità analoghe allo Stic, raccoglie 2,8 milioni di schede su persone implicate in indagini e più di 8 milioni di dati contenuti in procedure giudiziarie (inchieste, processi verbali, multe…). Questi due sistemi verranno prossimamente raccolti all’interno di una unica banca dati che prenderà l’incantevole nome di Ariane.
La lista delle banche dati prosegue elencando il Faed (banca dati automatizzata delle impronte digitali) contenente all’agosto 2006 le impronte di circa 2,4 milioni di persone. Il Fnaeg (banca dati automatizzata delle impronte genetiche) che raccoglieva nel 2007 circa 615 mila prelevamenti individuali. Nel caso di condanne definitive l’impronta può essere conservata per 40 anni; 25 per le persone coinvolte nelle indagini ma scagionate. I criteri della schedatura oltre alla regola della colpa accertata processualmente accludono anche quello del sospetto che non viene meno neanche di fronte all’errore giudiziario.
Dal 1982, poi, è stato istituito il Fit, la banca dati automatizzata sul terrorismo, “legalizzata” però soltanto nel 1991. Anche questo sistema di schedatura non si ispira a responsabilità processuali accertate ma al semplice criterio del sospetto nei confronti di tutti coloro ritenuti dai servizi di polizia e intelligence «in grado di mettere a rischio la sicurezza dello Stato o la sicurezza pubblica». Nonostante si tratti di un’aperta violazione dei principi costituzionali, in questa banca dati vengono raccolte informazioni inerenti alle attività politiche e sindacali o alle opinioni filosofiche e religiose della persona recensita.
L’Fpr è invece la banca dati che raccoglie i nominativi e le informazioni utili alla cattura delle persone ricercate (per l’esecuzione di condanne) o per ragioni amministrative (divieto d’entrata nel territorio, espulsioni, violazioni fiscali) o al ritrovamento di quelle scomparse. Nel gennaio 2006 contava 357 mila schede personali. Il Fjais è invece la banca dati che raccoglie informazioni sugli autori d’infrazioni sessuali. Nel luglio 2006 raccoglieva 32 mila dossier.
Il Sis è il sistema di banca dati integrata Schengen, comune a tutti i paesi membri dell’Unione europea. Nel giugno 2003 contava 1,3 milioni informazioni sulle persone. Potremmo continuare ancora perché esistono banche dati persino sui cittadini nati fuori dal territorio nazionale (Fpne), circa 7 milioni di schede individuali, o sui libretti di circolazione rilasciati a persone senza domicilio né residenza fissi (almeno 168 mila schede).
La creazione della nuova banca dati Edvige ha attirato l’attenzione sulla giungla delle schedature che realizzano un monitoraggio permanente dei gusti, dei comportamenti, delle opinioni e delle relazioni dei cittadini. Un delirio del controllo che risponde ad una logica del sospetto diffuso, della paura epidemica, e mira all’edificazione di una società disciplinare che i nuovi strumenti del panoptismo informatico consentono di realizzare.
A fronte di un avanzamento tecnologico inarrestabile ma che, come sempre nella storia del progresso tecnico-scientifico, porta con sé una ambivalenza costitutiva, una biforcazione verso una maggiore libertà, in questo caso nella comunicazione, nella rapidità, nella creatività, ma al tempo stesso apre la via al baratro di un controllo, di una tracciabilità senza precedenti che può annullare alla radice la stessa libertà, può la semplice rivendicazione della verifica democratica, della trasparenza sociale, supplire ai rischi di un uso distorto della nuova tecnologia informatica? Non occorre, forse, aprire un contenzioso politico-sociale che imponga di non fare più uso di queste forme tecnologiche nel campo del controllo sociale?

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Francia, la nuova banca dati che scheda le minoranze etniche non sedentarizzate