Analisi del complottismo intorno al «caso Moro»


Percorsi. «La polizia della storia» di Paolo Persichetti, per DeriveApprodi. Dal 5 maggio nelle librerie. Il volume è diviso in due parti: la prima ripercorre le varie tappe dell’inchiesta contro l’autore; la seconda raccoglie una serie di articoli riguardanti alcune delle molteplici “visioni” che accompagnano da più di quarant’anni il racconto delle vicende legate al rapimento e all’uccisione del presidente della Dc e della sua scorta

Marco Grispigni, il manifesto 3 maggio 2022

L’uscita in questi giorni del libro di Paolo Persichetti, La polizia della storia. La fabbrica delle fake news nell’affaire Moro (DeriveApprodi, pp. 277, euro 20), ci offre lo spunto per ritornare sulla vicenda giudiziaria di cui ci siamo già occupati sul manifesto. Il volume è diviso in due parti: la prima ripercorre le varie tappe dell’inchiesta contro Persichetti; la seconda raccoglie una serie di articoli pubblicati su giornali, riviste e siti web che smontano, con documenti e testimonianze, alcune delle molteplici fandonie che accompagnano da più di quarant’anni il racconto delle vicende legate al rapimento e all’uccisione di Aldo Moro e della sua scorta.

UN BREVE ACCENNO alla vicenda giudiziaria, ancora aperta dopo quasi un anno, è necessario. Il sequestro dell’archivio di studio e delle carte private di Paolo Persichetti viene giustificato con una accusa surreale: appartenenza a un’associazione sovversiva con finalità di terrorismo, formata nel 2015, di cui non si faceva il nome, non si conoscevano gli altri appartenenti, né tantomeno gli obiettivi. La roboante accusa si rivela solo un utile grimaldello per ottenere l’autorizzazione al sequestro dell’archivio e ben presto scompare, sostituita da quella di divulgazione di documenti riservati e di favoreggiamento.
Nel vero e proprio teatro dell’assurdo rappresentato da queste vicende emerge una novità inquietante per la quale si passa da Kafka a Orwell: l’esistenza di quella che Persichetti definisce come la «polizia della storia». Si scopre infatti che fra le tante attività di controllo del territorio degli apparati di sicurezza c’è anche quella di occuparsi delle interpretazioni storiografiche sui cosiddetti anni di piombo che si distinguono dalle versioni «ufficiali».
Nella Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza per il 2019, infatti, nella parte che riguarda i «pericoli» interni si segnala che il Comparto intelligence ha rilevato «il proseguire dell’impegno divulgativo, specie attraverso la testimonianza di militanti storici e detenuti “irriducibili”, volto a tramandare la memoria degli anni di piombo» rivolto soprattutto a «un uditorio giovanile della composita area dell’antagonismo di sinistra». Non c’è che dire, una impeccabile interpretazione della ripetuta richiesta di una «storia condivisa». Versioni contrastanti si possono tollerare solo all’interno dell’accademia, siamo un Paese democratico; fuori solo «storia condivisa».

LE PAGINE SU DIFFERENTI aspetti della vicenda Moro vanno nella stessa direzione di quelle di altri studiosi, come Marco Clementi o Vladimiro Satta, a smontare l’incredibile mole di falsità che alimentano i cosiddetti «misteri» del caso Moro. Le interpretazioni complottistiche sulla drammatica vicenda Moro nascono già durante i 55 giorni del sequestro e poi divengono la lettura egemone di quegli avvenimenti. Dai libri di Flamigni fino ai lavori di Gotor una serie enorme di misteri si susseguono, puntualmente smentiti dalle carte processuali e dalle testimonianze, ma capaci di affermarsi ugualmente come un disperato rifiuto di accettare che un avvenimento enorme, il rapimento e l’uccisione del più importante uomo politico di quegli anni, possa essere spiegato esclusivamente all’interno delle vicende della lotta armata.
Negli ultimi anni la possibilità di accedere a numerosi documenti «desecretati» con le direttive Prodi e Renzi ha offerto nuovi e importanti fonti agli studiosi. Da questi archivi emergono documenti inquietanti sulle «frequentazioni» tra personaggi tristemente noti dell’eversione fascista, come Delle Chiaie o Zorzi, con i servizi e in particolare con l’Ufficio affari riservati guidato da Umberto D’Amato. Sempre a proposito dell’Uar ora sappiamo che fin dalla sera del 12 dicembre 1969 i suoi uomini presero nella Questura di Milano la guida delle indagini per la strage di piazza Fontana. C’erano loro in Questura anche la notte che Giuseppe Pinelli volò dalla finestra.

IN QUESTI STESSI ARCHIVI invece non emerge niente che possa sostenere i misteri del caso Moro, una direzione esterna delle Br, la presenza nell’organizzazione di infiltrati. Nonostante questo, la lettura complottistica del caso Moro persiste e continua a occupare le prime pagine dei giornali (ora con l’incredibile teoria dell’anagramma nelle lettere di Moro che avrebbe indicato l’indirizzo della sua prigione), mentre le notizie sulle stragi e l’uso dei fascisti restano confinate nei libri di storia «riservati» agli studiosi. Forse anche questa è l’idea di «storia condivisa».

L’archivio di Persichetti resta nelle mani della magistratura. Per il Gip Savio è fisiologico sequestrare più del dovuto

Il Gip Valerio Savio non ha accolto la richiesta di restituzione del mio archivio personale di studio sugli anni 70 e la storia della lotta armata, sequestrato l’8 giugno 2021. Nonostante l’istanza fosse stata presentata la scorsa estate e discussa solo il 17 dicembre 2021, la decisione è giunta a poche ore dalla data fissata per l’avvio dell’incidente probatorio sul materiale sequestrato, prevista il prossimo venerdì 14 gennaio 2022.
Contravvenendo a quanto indicato nel mandato di perquisizione disposto dalla procura, l’8 giugno 2021 il personale di polizia non si era limitato a individuare e sequestrare la documentazione relativa alle attività della commissione parlamentare Moro 2, che interessava un’indagine dai contorni ancora incerti (nel tempo si sono susseguiti diversi capi d’imputazione: dalla violazione del segreto d’ufficio, all’associazione sovversiva, alla violazione di notizia riservata, al favoreggiamento) ma aveva portato via ogni tipo di supporto informatico. La difformità tra quanto indicato dalla procura e quanto effettivamente preso non era stata successivamente sanata dalla procura con la convalida del materiale sequestrato in eccedenza. Da qui la richiesta di annullamento e restituzione avanzata dall’avvocato Romeo.
Nel provvedimento di rigetto il Gip, pur ammettendo che nel corso della perquisizione vi è stato un «esteso e certo verosimilmente in parte inutile sequestro operato», ha tuttavia ritenuto di non dover censurare questo comportamento, ridimensionando l’operato della polizia come una «una fisiologica o comunque non abnorme estensione del mandato contenuto nel decreto di perquisizione».
Nella ordinanza è scritto anche che nel corso delle operazioni peritali di imminente inizio sarà «possibile discernere i dati utili alle indagini e quelli invece inerenti la vita privata della persona indagata (o comunque irrilevanti per le investigazioni) alla cui restituzione l’indagato legittimamente aspira, e limitare ai primi la copia forense).

Archivio storico Persichetti, il Gip si riserva di decidere sulla legittimità del sequestro

Al termine dell’udienza di venerdì scorso il gip Valerio Savio si è riservato. La decisione arriverà con molta probabilità nel corso della prossima settimana. Era nuovamente presente, come era già avvenuto per il ricorso davanti al tribunale del riesame, il sostituto procuratore della repubblica Eugenio Albamonte che ha sostituito il pm di aula. Partecipazione del tutto inusuale ma alla quale ormai ci siamo abituati e che sta a significare l’importanza che la procura attribuisce a questa inchiesta o forse la preoccupazione per la piega inaspettata che stanno prendendo gli eventi. L’avvocato Francesco Romeo ha spiegato le ragioni del ricorso sottolineando come il personale di polizia sia andato di gran lunga oltre le indicazioni presenti nel mandato di perquisizione disposto dalla procura. Si trattava infatti di perquisire l’abitazione e in particolare tutti i supporti informatici per estrarre e sequestrare unicamente il materiale afferente l’indagine: ovvero la documentazione relativa alle attività della commissione parlamentare Moro 2. Contravvenendo a quanto indicato nel mandato, i tre servizi di polizia che conducevano l’operazione (polizia di prevenzione, digos e polizia postale) hanno invece portato via ogni cosa, arraffando ogni tipo di supporto informatico, oltre alle chiavi di accesso al cloud e diverso materiale cartaceo, raccolto stavolta dopo un’accurata perquisizione della libreria. Per sanare la difformità tra quanto indicato nel mandato di perquisizione e il materiale realmente sequestrato, il pubblico ministero Albamonte avrebbe dovuto effettuare nelle 48 ore successive – come previsto dal codice di procedura – una convalida del materiale acquisito in eccesso. Convalida mai avvenuta. E poco importa, come ha ribattuto Albamonte in aula che di fronte alla mole di materiale digitale archiviato gli operatori di polizia non avrebbero potuto effettuare all’interno dell’abitazione l’estrazione della documentazione che interessava l’indagine. Resta la mancata convalida successiva del pubblico ministero. Ad un certo punto dell’udienza il gip si è reso conto di aver già deciso in favore dell’incidente probatorio sul materiale sequestrato (prossimo 14 gennaio 2022), anticipando la decisione senza aver prima valutato il merito del ricorso sulla legittimità del sequestro. Una situazione imbarazzante!
Di seguito potete leggere la mia dichiarazione depositata agli atti.

Dichiarazione di Paolo Persichetti al Gip Valerio Savio – udienza del 17 Dicembre 2021
Nel corso del 2014, quando le condizioni mediche del mio secondo figlio lo hanno consentito, con grandi sforzi e fatica, anche solo per poche ore a settimana, ho iniziato a frequentare biblioteche e archivi d’ogni tipo alla ricerca di materiali e documenti, oltre a raccogliere tutto quello che i vari portali e le fonti aperte presenti sul web consentivano di rintracciare. Dopo aver consultato parte della documentazione presente preso l’archivio storico del Senato relativa alle attività delle commissioni d’inchiesta parlamentare che hanno lavorato sull’affare Moro, ho scoperto, quasi per caso, le carte della direttiva Prodi versate in archivio di Stato: 27 faldoni che ho consultato interamente per quasi tre anni, previa autorizzazione ministeriale che all’epoca era richiesta. Successivamente è arrivata la direttiva Renzi e altri materiali di notevole interesse (materiale digitale interamente sequestrato lo scorso 8 giugno). Da qui è nata l’idea di un progetto editoriale complesso, insieme a due altri studiosi, che è poi sfociato nel 2017 nella pubblicazione di un primo volume, “Brigate rosse, dalle fabbriche alla compagna di primavera” per le edizioni Deriveapprodi. Successivamente ho chiesto anche l’accesso agli archivi della Corte d’appello depositati presso l’aula bunker di Rebibbia. Nello stesso periodo con i miei colleghi ho avviato anche un lavoro di ascolto delle fonti orali disponibili e raggiungibili in presenza e a distanza. Da qui lo scambio di mail posto all’attenzione delle indagini della procura.
Poiché alla fine del 2014 aveva avviato le sua attività una nuova commissione d’inchiesta parlamentare sulla vicenda del sequestro e della uccisione di Aldo Moro, è iniziato un parallelo lavoro, sempre con i miei colleghi, di studio dei nuovi materiali accessibili prodotti dalla nuova commissione (fondamentalmente audizioni) e di interazione con la commissione stessa, almeno fino al maggio 2016, quando ci è stato impedito di tenere un convegno presso la Camera dei deputati.Preso contatto con un suo membro, insieme ai miei colleghi abbiamo formulato delle proposte come l’audizione, novità assoluta rispetto al passato, di studiosi del caso Moro molto critici rispetto alle ricostruzioni complottiste della vicenda. Grazie a questo lavoro, tra il giugno e il novembre 2015 sono stati auditi il professor Marco Clementi, il documentarista del Senato e in passato archivista della Commissione Stragi, dottor Vladimiro Satta, e un giovane studioso, il dottor Gianremo Armeni. Queste persone hanno portato all’attenzione della commissione uno sguardo nuovo, una metodologia differente, una quantità rilevante di nuove informazioni e nuovi documenti. In particolare il professor Clementi, con il quale collaboravo in modo stretto, nel corso della audizione del 17 giugno 2015, ha depositato delle foto ed un verbale di interrogatorio del testimone Alessandro Marini, che hanno poi condotto il teste a ritornare sulle sue precedenti dichiarazioni e ammettere che nessuno sparo aveva colpito il parabrezza del suo motorino, come per altro risultava nel verbale d’interrogatorio del 1994 (da me scovato presso l’archivio storico del Senato e da tutti sempre ignorato) e le numerose foto del mezzo parcheggiato su un marciapiede di via Fani attestavano. Circostanza rilevante poiché metteva definitamente in dubbio le ricostruzioni che parlavano delle presenza di una moto Honda nella dinamica del rapimento Moro in via Fani. Il professor Clementi ha depositato anche un fonogramma proveniente da Beirut, trovato nelle carte della direttiva Renzi, inviato dal colonnello Giovannone che attestava per la prima volta l’esistenza del “Lodo Moro”, infine uno schizzo disegnato da Mario Moretti che ricostruiva la dinamica dell’azione di via Fani.
Attiro l’attenzione su questa singolare circostanza che mi vede accusato di essermi procurato e aver divulgato documenti riservati, in realtà la bozza di una relazione che sarebbe stata resa pubblica poche ore dopo e che non costituisce quello che in materia storiografica viene definito un documento “primario” che può avere carattere riservato o segretato, come un verbale che raccoglie testimonianze, attività d’indagine in corso, materiale giudiziario, documentazione segregata proveniente da altri Enti, ma rappresenta una sintesi politica – per buona parte già pubblica (si vedano le sintesi delle audizioni), quando in realtà è accaduto l’esatto contrario: con il mio lavoro ho contribuito a far pervenire all’attenzione della Commissione documentazione di significativa rilevanza per i suoi lavori.
Nel luglio del 2015 era stato audito il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni che nel riassumere le vicende estradizionali aveva riportato delle informazioni errate riguardo alla posizione giudiziaria e penitenziaria del dottor Alvaro Loiacono Baragiola. Il dottor Baragiola, dopo aver ascoltato su radio radicale l’audizione, mi comunicò il suo disappunto e l’intenzione di intervenire sulla questione. Informai il membro della commissione con cui ero in contato, il quale a sua volta ne parlò con il presidente Giuseppe Fioroni che si mostrò subito interessato. In effetti nell’autunno del 2015 la Commissione Moro 2 aveva avviato una nuova fase: il presidente della Commissione si era convinto della necessità di audire gli ex militanti delle Br che in passato avevano sempre rifiutato, in ragione delle ricostruzioni complottiste sempre avanzate dalle commissioni. In alcune dichiarazioni pubbliche aveva affermato che era venuto il momento di ascoltare queste persone. L’intenzione di intervenire espressa dal dottor Baragiola sembrava quindi confortare i progetti del presidente Fioroni.
Tra il novembre e la fine del dicembre 2015 ci fu un intenso lavorìo che portò ad uno scambio di lettere tra il dottor Baragiola e il Presidente Fioroni, un flusso comunicativo che mi pose inevitabilmente nella posizione di veicolatore dei reciproci messaggi che passavano attraverso una terza persona, un membro della Commissione (e che allego insieme a questo testo). E’ nell’ambito di questo contesto, assolutamente noto al presidente Fioroni, che ho inviato alcune pagine della bozza della prima relazione attinenti ad uno dei punti cruciali della vicenda, su cui si focalizzava l’attrito tra il nostro lavoro di ricostruzione storica del sequestro e l’ipotesi portata avanti dalla Commissione: ovvero l’abbandono in via Licinio Calvo delle tre vetture con cui i brigatisti erano fuggiti da via Fani. Ed è a partire dalle richieste di chiarimenti fatte a più testimoni, non solo al dottor Baragiola, che è iniziato il lungo percorso di ricostruzione dell’azione di via Fani in tutti i suoi aspetti, logistici e politici poi sfociato nel volume sopra citato. Un lavoro condotto in completa trasparenza, senza alcun artificio cospirativo, attraverso le mail e i vari social e appuntamenti in presenza con le fonti residenti in Italia.
Alla luce di queste circostanze non trova fondamento l’accusa di violazione di una qualunque notizia riservata, non avendo io mai ricevuto documenti classificati ma piuttosto letto più volte sulla stampa rivelazioni provenienti dall’interno della commissione presieduta dal presidente Fioroni e, ad oggi, stranamente mai perseguite dalla magistratura. Non comprendo quale possa essere l’attività di favoreggiamento che mi viene contestata. Non mi risulta che intervistare una persona la quale, pur avendo ancora pendenze penali, risiede in un altro Paese dove ha scontato una lunga detenzione, ha acquisito la nazionalità, possiede un domicilio noto (tanto da essere raggiunto dai giornalisti), lavora e vive con la propria famiglia, sia un comportamento vietato dal codice penale. Comprendo ancora meno come si possa elevare una accusa di partecipazione ad associazione sovversiva senza fornire la minima condotta di reato: forse solo perché questa imputazione fornisce agli inquirenti strumenti d’indagine più agevoli e invasivi della sfera personale.
Le chiedo anche come sia possibile entrare in una abitazione per una intera giornata stravolgendo la vita di una persona anziana, di due minori, di cui uno con una grave disabilità, del personale infermieristico e di sostegno che se ne occupa, con il pretesto di prelevare della documentazione molto specifica e limitata, riferita alle attività della Commissione Moro 2, per altro da me fornita subito senza problemi (e direi con estremo stupore visto che me la sono procurata scaricando il materiale dal sito di un ex membro della commissione stessa, https://gerograssi.it/b131-b175/#B131), ed invece portare via tutto ciò che era possibile. Arraffare ogni supporto informatico, persino telefoni cellulari obsoleti e rotti, vecchie pendrive che usavo per il mio lavoro di giornalista, le cartelle sanitarie e scolastiche dei miei figli, l’intero archivio fotografico della mia famiglia e di mia moglie, che è fotografa e da mesi si ritrova privata di parte del suo archivio, sottrarmi i miei strumenti di lavoro, computer, tablet, telefonino, portare via tutto l’archivio dei miei studi universitari, il mio intero archivio storico personale raccolto presso l’archivio centrale dello Stato, l’archivio storico del senato, le biblioteche parlamentari e pubbliche, l’archivio della corte d’appello di Roma, i materiali della direttiva Prodi e Renzi, quelli della prima commissione Moro e della commissione Stragi, una infinità di files scaricati da fonti aperte. Quale può essere la finalità investigativa di un’azione del genere? Una pesca a strascico indiscriminata che mi ha sottratto del mio passato, della mia intimità (cosa può esserci di sospetto nelle foto dei miei figli in sala parto?) e che – a quanto pare – ha il solo fine di menomare la mia attività, di imbavagliare la mia ricerca, di prendere in ostaggio la storia, di sequestrare il passato.
Paolo Persichetti

Il sequestro del passato

I gendarmi della memoria e la storia vietata delle Brigate rosse

Donatella Di Cesare, Il Riformista 16 dicembre 2021


Ha accompagnato i due figli a scuola quando, sulla strada del ritorno, viene fermato da una pattuglia della Digos che lo scorta fino a casa. Lì ci sono già altri agenti – in tutto una decina – pronti a iniziare la perquisizione. Tutto viene messo sottosopra, perlustrato, ispezionato. Senza troppi riguardi per l’intimità di una famiglia, di cui fa parte anche una persona anziana. Vengono sequestrati computer, cellulari, apparati elettronici, materiali di ogni tipo, compresi quelli privati, foto, appunti, lettere. Finiscono lì anche i documenti che riguardano Sirio, un bambino che il verdetto medico aveva consegnato all’esistenza vegetativa e che invece oggi va a scuola combattendo ogni giorno per la vita e insegnando agli altri a guardare il mondo con gli occhi della disabilità. Nel tardo pomeriggio si conclude la perquisizione. Da allora la vicenda non si è conclusa. Come in una novella kafkiana si aggiungono, anzi, incriminazioni ulteriori.
Quel che importa davvero è l’accusato: Paolo Persichetti. Entrato nel 1986, all’età di 24 anni, in quel che restava della colonna romana delle Br, che nelle periferie poteva contare ancora su un certo appoggio, venne arrestato nel 1987. Persichetti ha scontato una lunga pena detentiva, anni e anni di carcere, dopo essere stato estradato dalla Francia. Ha avuto sempre la passione per la ricerca storica e il giornalismo. Ma sono mestieri che ha potuto esercitare quasi solo da outsider nella sua vita attuale votata all’impegno su tanti fronti. In Italia un ex brigatista non può accedere alla ricerca universitaria. Malgrado ciò Persichetti ha frequentato gli archivi, ha studiato nelle biblioteche, collaborando con Marco Clementi ed Elisa Santalena al primo volume di una storia delle Brigate rosse. Il secondo avrebbe dovuto uscire prima che la polizia sequestrasse tutto il materiale chi lui aveva messo da parte. L’interesse per quel periodo è più che giustificato. Tutti dovremmo essere interessati, perché si tratta della storia da cui proveniamo. All’estero è difficile spiegare quel che accade oggi in Italia, quel veto minaccioso che ostacola chiunque voglia parlare di un periodo rimosso e tabuizzato. Possibile che a decenni di distanza manchi ancora una ricostruzione storica complessiva e condivisa nei suoi tratti essenziali? Possibile che di quell’epoca si possa parlare solo aderendo a una versione in cui molti della mia generazione non riescono a riconoscersi?
Il sequestro dell’archivio personale di Paolo Persichetti è la triste conferma di tutto questo. È il sigillo impresso da un apparato statale che mostra il suo volto più tetro. Esiste in questo paese un organismo che si chiama Polizia di prevenzione, il cui ruolo potrebbe finire pericolosamente per sorvegliare l’indagine storica, se non addirittura per prevenirla, segnando i paletti oltre i quali non è lecito inoltrarsi. Una gendarmeria della memoria che asseconda una concezione poliziesca della storia narrata in bianco e nero – da una parte i buoni, dall’altra i cattivi, da una parte i probi, dall’altra i malvagi. Solo in tale contesto si può tentare di chiarire quel che sta capitando a Paolo Persichetti bersaglio, in questi mesi, di accuse iperboliche che sono andate sommandosi in un crescendo clamoroso che non può non suscitare interrogativi. Si passa dall’associazione sovversiva che, iniziata l’8 dicembre 2015, avrebbe dovuto condurre a chissà quali azioni di cui non c’è nessuna traccia, alla divulgazione di materiali segretati della commissione Moro, che a ben guardare erano destinati a essere pubblicati il 10 dicembre 2015, fino addirittura al favoreggiamento solo perché Persichetti aveva intervistato un ex brigatista, già condannato, per ricostruire i fatti storici. Dove sarebbe il reato?
Mentre si attende l’udienza di domani, in cui potrebbe essere finalmente accolta la richiesta di dissequestro avanzata da Francesco Romeo, difensore di Persichetti, ecco arrivare l’ultimo colpo di scena: il giudice per le indagini preliminari di Roma Valerio Savio ammette la richiesta di copiare il materiale sequestrato avanzata dal procuratore Eugenio Albamonte – una mossa che sembra già un giudizio. Un linguaggio burocratico quasi indecifrabile, ma allusivo quanto basta per insinuare sospetti, stigmatizzare e, in fondo, già condannare. Viene allora da pensare che l’archivio personale di Persichetti, messo insieme con anni di duro lavoro, sia stato sequestrato non a causa di un reato, bensì allo scopo di cercare un reato. Non è accettabile che in un paese democratico la magistratura segua piste complottistiche intervenendo nella ricerca storica. Né è accettabile che un ex brigatista, solo per essere tale, non abbia i diritti degli altri cittadini e venga considerato colpevole in ogni circostanza. Solo una democrazia debole e insicura cerca la rappresaglia andando a caccia di fantasmi.

Per il Gip «nell’archivio di Persichetti possibili nuove informazioni sul sequestro Moro»


Il gip del tribunale di Roma Valerio Savio ha sciolto il proprio riserbo autorizzando la richiesta di incidente probatorio avanzata dal pm Eugenio Albamonte il 23 novembre scorso. Lo ha fatto senza attendere l’udienza del 17 dicembre prossimo nella quale il giudice deve pronunciarsi sulla legittimità del sequestro dell’archivio storico e degli altri documenti familiari portati via dalla polizia di prevenzione e dalla digos romana nel corso della lunga perquisizione avvenuta all’inizio dell’estate passata nella mia abitazione. Inoltre l’autorizzazione alla estrazione della copia forense è stata fornita senza quelle garanzie di tutela richieste dal mio legale perché – afferma il gip – queste afferiscono alla fase processuale. Ma l’incidente probatorio è stato introdotto nella riforma del codice di procedura proprio per consentire l’assunzione di prove con le forme e le garanzie del dibattimento (quindi del processo) durante le indagini preliminari.

Anticipazione del giudizio
La decisione del gip rappresenta un’anticipazione del giudizio di merito: sarebbe stato certamente più corretto, almeno sul piano formale, attendere l’udienza del 17 dicembre. Ci ritroviamo ora con il semaforo verde per l’estrazione della copia forense senza che sia mai stata detta una parola sul fondamento giuridico e le modalità con cui è stato condotto il sequestro. Ancor più sconcertanti appaiono le ragioni addotte a sostegno di questa decisione. Per il gip, infatti, risulta utile esaminare il contenuto del mio archivio digitale per valutare, nell’ambito della ipotizzata condotta di «favoreggiamento» sostenuta dalla procura, la rilevanza delle possibili informazioni contenute nei supporti informatici sequestrati «in relazione alla posizione giudiziaria (attuale o pregressa in relazione ad eventuali giudizi per reati imprescrittibili o a giudizi anche di revisione) di Loiacono Alvaro e Casimirri Alessio e a possibili violazioni di segreto d’ufficio che li riguardino». Una prosa alquanto contorta, come l’intera vicenda che col passare dei mesi si avvita sempre più su se stessa. Una volta tradotto, il passo del gip vuole significare che tra i documenti del mio archivio, raccolti in anni di pazienti ricerche tra archivio di Stato, archivio storico del senato, archivio della corte d’appello di Roma e fonti aperte, potrebbero trovarsi informazioni utili ad accertare nuovi rilievi penali, a carico o discarico, di Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri. A questo punto viene facile obiettare che gli inquirenti sarebbero potuti andare a cercare queste ipotetiche informazioni direttamente nei vari archivi istituzionali da me frequentati, anziché venire a parassitare il mio lavoro, criminalizzando per giunta la mia attività di ricerca. In fondo – se queste informazioni le ho trovate io – come ipotizza il gip – avrebbero potuto scovarle anche gli inquirenti e i giudici. Ma di quali informazioni si tratta?

Reati imprescrittibili
Sono trascorsi 43 anni dal sequestro Moro. Gli unici reati che non trovano prescrizione dopo oltre quattro decenni sono quelli di omicidio e strage, il primo dei quali sappiamo essere avvenuto in forma plurima al momento del rapimento e della uccisione dello statista democristiano, in via Fani e in via Montalcini. Per questi reati sia Lojacono che Casimirri sono stati già ampiamente sanzionati con condanne definitive all’ergastolo. Pene che riguardano anche altri episodi avvenuti nel corso della loro partecipazione alla colonna romana delle Brigate rosse, per Lojacono in parte già scontate con una lunga detenzione in Svizzera. Non risultano pervenute in questa vicenda storica altre notizie di reato che abbiano una durata penale imprescrittibile. Non si comprende dunque, ancora una volta, quale sia l’obiettivo di questa indagine e del sequestro del mio archivio. Per rafforzare la sua decisione, il gip menziona anche l’ipotesi che da queste informazioni possano scaturire «possibili giudizi di revisione», in sostanza l’emergere di errori in sede giudiziaria che abbiano condotto a condanne ingiustificate delle due persone menzionate. Come a dire: non cerchiamo solo eventuali nuovi crimini imprescrittibili ma anche le prove di una eventuale innocenza! Un intento certamente lodevole, ma se questo fosse il caso, resta ancora da capire come io possa aver favoreggiato degli innocenti. Un reato che, almeno per il momento, non è previsto dal codice penale.

Gli acchiappafantasmi
Non so quanto abbia senso cercare una logica comprensibile nelle motivazioni esposte dal gip. Fin dall’inizio ogni magistrato che si è cimentato con questa vicenda si è esercitato nell’arte del tirare ad indovinare, cercando di giustificare l’ingiustificabile, rattoppando male gli enormi buchi di un’inchiesta che ricorda la veste di Arlecchino. Cinque imputazioni diverse: dall’associazione sovversiva alla violazione di notizia riservata, dal favoreggiamento alla ricerca di informazioni su reati imprescrittibili fino al ritorno della violazione del segreto d’ufficio, con uno svolazzo anche sulla revisione dei processi. Un gioco al rilancio continuo, un nonsense che ha come risultato finale la confisca del mio archivio, l’attacco frontale alla libertà di ricerca storica, il bavaglio al mio lavoro.
Tuttavia è un pò difficile non chiedersi se l’affermazione del gip costituisca solo una ipotesi di scuola: nella ricerca di eventuali informazioni che possano innescare giudizi di revisione si intravede la caccia ad altri possibili complici del sequestro sfuggiti alle indagini. Una ossessione che traversa come un fiume carsico la storia giudiziaria della vicenda Moro, pietra miliare di tutte le narrazioni complottiste. Ora a parte la facile ironia suscitata dal fatto che si venga a cercare la soluzione a questi dilemmi nel mio archivio, appare sempre più surreale questa rincorsa ai fantasmi di fronte alla ormai accertata inattendibilità del testimone chiave dell’agguato di via Fani (leggi qui). L’ingegner Alessandro Marini ha ripetutamente mentito, testimoniando il falso, rettificando la propria versione almeno dodici volte. Nessuno mai sparò da una moto in corsa contro questo testimone colpendo il suo parabrezza. La circostanza ormai è talmente assodata che lo stesso Alessandro Marini ha dovuto ammettere davanti ai consulenti della commissione Moro 2 di aver detto cose non vere in proposito (il parabrezza si era rotto a causa della caduta del motorino alcuni giorni prima del sequestro e Marini lo aveva riattaccato con del nastro da pacchi, come si può vedere nelle numerose foto che raffigurano via Fani dopo l’agguato). A scrivere il contrario è rimasto solo Sergio Flamigni, circostanza che non stupisce affatto. Nonostante ciò, ben 25 persone restano condannate per un tentato omicidio mai avvenuto. Informazioni per attivare possibili giudizi di revisione su questo punto esistono da diverso tempo, presenti in diversi libri e pubblicazioni, compresi i lavori della commissione Moro 2.
Per quanto attiene invece l’ipotesi di «complici non identificati», serve ricordare che per il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro e degli uomini della scorta sono state condannate ben 27 persone in quattro processi diversi, nonostante alla esecuzione del rapimento, alla custodia e alla gestione politica del sequestro, abbiano partecipato effettivamente solo 15 di queste e la sedicesima sia stata assolta. Alle altre sono state attribuite responsabilità morali nonostante facessero parte di strutture delle Brigate rosse che non erano coinvolte nella operazione e non potevano essere informate per ovvie ragioni di sicurezza e compartimentazione. A puro titolo di esempio cito il caso di Luca Nicolotti e Cristoforo Piancone, membri delle colonna torinese e genovese. I due vennero condannati solo perché avevano incarichi nazionali, rispettivamente – stando a quanto è scritto nelle sentenze – «nel fronte di massa e fronte della controrivoluzione» e quindi per i giudici «non potevano non sapere», anche se l’unica struttura centrale informata sul sequestro era l’esecutivo nazionale, di cui non facevano parte.

Prosegue la caccia al reato inesistente, la procura non molla l’archivio di Persichetti

La caccia al reato inesistente che il pm Eugenio Albamonte conduce da tempo nei miei confronti ha conosciuto un nuovo colpo di scena. Ignorando la decisione del tribunale del riesame e della cassazione, il 12 novembre scorso il responsabile delle inchieste sul terrorismo e i reati informatici della procura di Roma ha messo da parte l’imputazione di associazione sovversiva ed ha rilanciato l’accusa di favoreggiamento. Dopo l’iniziale violazione di segreto d’ufficio da cui l’indagine era partita siamo giunti al quinto cambio di imputazione in 12 mesi.
Il 2 luglio scorso il tribunale del riesame aveva stabilito che le accuse utilizzate per consentire alla polizia di svuotare il mio archivio erano prive delle condotte di reato. La procura si era limitata a enunciare le accuse (associazione sovversiva e favoreggiamento) senza riportare circostanze, modalità e tempi in cui esse si sarebbero materializzate. Come a dire: «sono convinto che hai fatto questo, ma non so quando, come e dove, ma siccome sono un pm faccio come il marchese del Grillo: intercetto le tue comunicazioni, ti faccio pedinare e poi ti sequestro tutto quello che hai in casa, anche le cose di tua moglie e dei tuoi figli. Qualcosa alla fine troverò!».
I giudici del riesame avevano proposto una ipotesi di reato alternativa: la violazione di notizia riservata che si sarebbe consumata l’8 dicembre 2015, quando avevo inviato tramite posta elettronica alcuni stralci della prima bozza di relazione annuale della commissione Moro 2. Testo che sarebbe stato pubblicato dall’organo parlamentare meno di 48 ore dopo. Pagine destinate ad un gruppo di persone coinvolte nel lavoro di preparazione di un libro sulla storia delle Brigate rosse (leggi qui), poi uscito nel 2017 con Deriveapprodi. Tra queste c’era l’ex brigatista Alvaro Lojacono, ormai cittadino svizzero, che poi aveva girato il testo ad Alessio Casimirri da decenni riparato in Nicaragua, dove ha acquisito la nazionalità. Una lettura giuridica, quella del riesame, che la cassazione lo scorso 10 novembre ha convalidato, anche se al momento non se ne conoscono i motivi. La procura, però, si tiene lontana da questa ipotesi di reato nella consapevolezza che non si tratti di notizie riservate di rilevanza penale. Nel frattempo un altro giudice, il gip Valerio Savio, si era pronunciato sul fascicolo dell’accusa ritenendo che mancasse «una formulata incolpazione anche provvisoria». Ragione che lo aveva condotto a rigettare l’incidente probatorio che il mio difensore aveva richiesto per contrastare l’intenzione del pm di ficcare il naso comunque tra le mie cose, prima ancora che lo stesso gip si fosse pronunciato sulla legittimità del sequestro nell’udienza prevista il prossimo 17 dicembre. Per tutta risposta il pm ha presentato una nuova domanda di incidente probatorio provando questa volta a precisare meglio accusa e condotte di reato.

Il lavoro storico messo sotto accusa
Secondo la Procura le pagine della bozza di relazione da me inviate, nelle quali si affrontava l’episodio delle vetture brigatiste abbandonate in via Licinio Calvo subito dopo il sequestro del leader Dc in via Fani, non avevano come finalità la ricostruzione corretta del percorso di fuga del commando brigatista e la confutazione delle fake news che circolano da decenni sulla vicenda, poi confluita nelle pagine del libro pubblicato nel 2017, ma servivano per il favoreggiamento dei due ex Br. Per la procura in quelle bozze si riportavano «degli accertamenti in corso da parte della predetta commissione, relativi a fatti reato, ancora non completamente chiariti, che coinvolgono anche le loro responsabilità penali». Accusa – come ha rilevato l’avvocato Romeo nelle sue controdeduzioni – difficile da sostenere sul piano giuridico: come avrebbe potuto concretizzarsi il reato di favoreggiamento in una vicenda giudiziaria conclusasi da diversi decenni con condanne all’ergastolo passate in giudicato sia per Casimirri che per Lojacono? Ammesso che possano ancora esistere fatti nuovi, questi sarebbero già assorbiti dalle condanne o largamente prescritti e non potrebbero rivestire più alcuna rilevanza penale ma solamente storica.
Se non c’è una valida ragione giuridica che tiene in piedi l’accusa, quale è allora il movente che spinge il pubblico ministero?
Ascoltato nel dicembre 2020 in qualità di persona informata sui fatti, l’ex presidente della commissione Moro 2 Giuseppe Fioroni aveva sostenuto che vi sarebbero «ulteriori complici del sequestro, seppur con ruoli minori collegati alla logistica, i cui nomi non sono ancora noti». Per poi suggerire che «In tale contesto si potrebbe giustificare un interesse di terze persone legate agli ambienti delle Brigate rosse nel conoscere gli stati di avanzamento dei lavori della commissione con riferimento a questo profilo». Una tesi che si scontra con la logica e la realtà dei fatti.
I temi dell’indagine parlamentare erano facilmente desumibili dalle audizioni pubbliche, accessibili sul sito di radio radicale, trascritte sul portale della commissione stessa e dalle riunioni dell’ufficio di presidenza i cui verbali venivano sistematicamente resi noti. Le piste seguite dalla commissione erano di dominio pubblico, continuamente rilanciate da indiscrezioni giornalistiche, interviste e commenti di commissari molto loquaci. Inoltre i lavori dell’organo di inchiesta parlamentare erano destinati a divenire di dominio pubblico, di lì a poco, con la pubblicazione della prima relazione annuale sullo stato dei lavori il 10 dicembre 2015. Alle «terze persone», accennate da Fioroni, sarebbe bastato attendere qualche ora per conoscerli. Cosa sarebbe mai cambiato in quel breve lasso di tempo? Quel «qualcuno» non aveva certo bisogno di leggere le bozze dedicate a via Licinio Calvo per informarsi. C’è molta presunzione nelle affermazioni all’ex politico di fede andreottiana, giustamente non più rieletto dopo la fallimentare esperienza dell’organismo parlamentare da lui presieduto.
Il teorema del garage compiacente e di una base brigatista prossima al luogo dove vennero lasciate le vetture utilizzate per la prima fase della fuga e addirittura – secondo alcuni oltranzisti – prima prigione di Moro, è un clamoroso falso che circola da diversi decenni. Ne parlò per la prima volta, il 15 novembre del 1978, un quotidiano romano, Il Tempo, che anticipò un articolo dello scrittore Pietro Di Donato apparso nel dicembre successivo sulla rivista erotica-glamour Penthouse, divenuta una delle maggiori referenze del presidente Fioroni. Nel suo racconto Di Donato sosteneva che la prigionia di Moro si era svolta nella zona della Balduina, quartiere limitrofo alla scena del rapimento e al luogo dove era avvenuto il trasbordo del prigioniero ed erano state abbandonate le macchine impiegate in via Fani. Diversi controlli e perquisizioni vennero effettuate senza esito dalle forze di polizia in alcune palazzine e garage dei dintorni. La sortita di Di Donato venne ripresa nel gennaio 1979 da Mino Pecorelli sulla rivista Op. Entrò quindi nella sfera giudiziaria quando il pm Nicolò Amato ne parlò durante le udienze del primo processo Moro. Più tardi se ne occupò, sempre senza pervenire a risultati, la prima commissione Moro e venne consacrata nelle pagine del libro di Sergio Flamigni, La tela del ragno, pubblicato per la prima volta nel 1988 (Edizioni Associate p. 58-61), divenendo uno dei cavalli di battaglia della successiva pubblicistica dietrologica.

Gli ultimi accertamenti della commisssione
Nell’ultimo periodo della sua attività la commissione Moro 2 ha raccolto la testimonianza di una coppia che alla fine del 1978 viveva in via dei Massimi 91, strada situata nella parte più alta della Balduina. I due hanno raccontato di aver ospitato per alcune settimane, sul finire dell’autunno 1978, sei mesi dopo la fine del sequestro, una persona che poi riconobbero essere il brigatista Prospero Gallinari. Dalla vicenda sono scaturite alcune querele nei confronti di uno dei membri della commissione parlamentare (leggi qui e qui) che aveva impropriamente tirato in ballo una giornalista tedesca totalmente estranea all’episodio. All’epoca il comprensorio di via dei Massimi 91 apparteneva allo Ior, Istituto per le opere religiose, ente finanziario del Vaticano. Amministratore unico era Luigi Mennini, padre di don Antonio Mennini, il confessore e uomo di fiducia dello statista democristiano, vice parroco della chiesa di santa Lucia a cui durante il sequestro i brigatisti consegnarono su indicazione dello stesso Moro diverse sue lettere. Alcuni consulenti della commissione si erano lungamente soffermati sull’ipotesi che Alessio Casimirri fosse in qualche modo «intraneo» all’ambiente che risiedeva o circolava in quell’immobile, perché il padre Luciano era in quegli anni responsabile della sala stampa vaticana, senza comprendere quali fossero le rigide regole della compartimentazione e della logistica all’interno delle Brigate rosse, che non poggiava certo sulle relazioni familiari. I successivi accertamenti della commissione non hanno tuttavia trovato conferme e al momento di chiudere i battenti è stato chiesto alla procura di proseguire le indagini. Come si evince da alcune audizioni pubbliche della Commissione, la coppia che aveva fornito ospitalità a Gallinari, proveniva da un’area politica subentrata nelle Brigate rosse dopo la conclusione del sequestro Moro e che aveva relazioni con Adriana Faranda e Valerio Morucci, incaricati dalla colonna romana di trovare una sistemazione a Gallinari dopo l’abbandono repentino della base di via Montalcini nella estate del 1978. Non si comprende quindi quale sia il fondamento investigativo e storiografico dell’accusa che mi viene mossa, mentre appare sempre più evidente l’adesione di polizia e procura a ipotesi complottiste, che non si limitano più a inquinare e depistare le conoscenze storiografiche sulla vicenda Moro ma pretendono di esercitare il controllo assoluto sulla storia degli anni Settanta.

Le puntate precedenti
1. Se fare storia è un reato
2. La polizia della storia
3. La procura sequestra e tace
4. Polizia, procure e dietrologia, la santa alleanza contro la ricerca indipendente sugli anni 70
5. Lo strano comportamento della procura, accusa Persichetti di avere diffuso informazioni riservate ma ignora le ripetute fughe di notizie segretate che hanno contrassegnato l’attività della com
6. Appello – Chi sequestra un archivio attacca la libertà di ricerca
7. Appel – Qui confisque des archives attaque la liberté de la recherche
8. Whoever seizes an archive attacks the freedom of research the appeal signed by researchers and citizens against the investigation by the prosecutor of rome and the police
9. Manca il reato, il gip Savio censura l’inchiesta di Albamonte contro Persichetti
10. Kafka e l’archivio di Persichetti

Interventi sulla vicenda
1. Lo storico Marco Clementi, il sequestro dell’archivio di Paolo Persichetti è un attacco al suo lavoro di ricerca sugli anni 70 – Il Riformista
2. Ora la magistratura vuole orientare anche la ricerca storica – Piero Sansonetti, Il Riformista
3. Paolo Persichetti e il complottismo eterno delle procure – Daniele Zaccaria, Il Dubbio
4. Caso Persichetti, la ricerca storica sotto attacco – Marco Grispigni, il manifesto
5. La commissione Moro e il caso Persichett i- Intervista all’avvocato Francesco Romeo Radio Radicale
6. Caso Persichetti, la ricerca storica deve essere libera e indipendenteFabio Marcelli, Contropiano
7. Quelle pietre d’inciampo preziose che hai seminato – Silvia De Bernadinis
8. Quando la ricerca storica diventa un problema giudiziario il caso di Paolo Persichetti – Davide Drago, Globalproject.info
9.Ricercatore perquisito e indagato per studi sul caso MoroL’indipendente.online/2021/06/15
10. L’ex br Persichetti e l’enigma dell’archivio sotto sequestro
11. Caso Persichetti, procura e riesame non pervenuti – Frank Cimini, Il Riformista
12. L’ex br Persichetti e l’enigma dell’archivio sotto sequestrometronews.it/2021/07/26
13. Archivio Persichetti su Moro, per il gip Savio: “Non c’è reato” – Frank Cimini, Il Riformista
14. Contropiano – Manca il reato, il gip smonta l’inchiesta di Albamonte contro Persichetti
15. Sequestrato l’archivio di Persichetti, mossa della procura per censurare il libro sulle br – Frank Cimini, Il Riformista
16. Archivio Persichetti su Moro per il gip Savio non c’è reato – Frank Cimini, Il Riformista
17. Incolpazione assente, il gip smonta il caso Persichetti – il Dubbio
18.Il gip affossa l’inchiesta contro Paolo Persichetti e la sua ricerca storicawww.radiondadurto.org/2021/11/03/
19. Delitto Moro, l’archivio Persichetti ancora sotto sequestro – Frank Cimini, il Riformista
20. Archivio Persichetti, la cassazione si inventa un nuovo reato – Frank Cimini, il Riformista
21. Contropiano, Kafka e l’archivio di Persichetti
22. Contropiano.org – Prosegue la caccia al reato inesistente, la procura non molla l’archivio di Persichetti
23. Persichetti, i pm non mollano, contestano il reato già bocciato

Kafka e l’archivio di Persichetti

Si è tenuta mercoledì 10 novembre l’udienza della prima sezione della corte di cassazione sul ricorso contro la decisione del Riesame che aveva confermato il sequestro dell’archivio storico di Persichetti

Per la Corte di cassazione allo stato attuale delle indagini è legittimo ipotizzare che la diffusione, l’8 dicembre 2015, a meno di 48 ore della pubblicazione ufficiale, di alcune pagine della prima bozza di relazione annuale della commissione Moro 2, rientri nella fattispecie del reato di rivelazione di notizie riservate. I giudici della suprema Corte hanno rigettato il ricorso presentato dall’avvocato Francesco Romeo contro la decisone del tribunale del riesame che nel luglio scorso aveva modificato il capo d’imputazione da cui era scaturito il sequestro, l’8 giugno precedente, del mio archivio storico e delle cartelle cliniche e scolastiche dei miei figli e di altro materiale amministrativo e strettamente personale della mia famiglia.
All’epoca i giudici del Riesame non avevano accolto l’impianto accusatorio presentato dal pm Eugenio Albamonte, sulla base del quale Polizia di prevenzione, Digos e Polizia postale mi avevano fermato in strada ed avevano poi perquisito per l’intera giornata l’abitazione della mia famiglia portando via tutti i miei strumenti di lavoro: computer, telefonino, tablet e altri supporti su cui era raccolto il mio intero archivio digitale, ed in parte anche del materiale cartaceo, tra cui alcuni schizzi della via di fuga seguita dal commando brigatista che portò a termine il rapimento di Aldo Moro, il 16 marzo del 1978, utilizzati per la ricostruzione della vicenda e confluiti nelle pagine del primo volume sulla storia delle Brigate rosse, uscito presso Derviveapprodi nel marzo 2017.
I giudici del Palazzaccio hanno ritenuto valida la correzione delle iniziali contestazioni mosse dalla procura e che poggiavano sul favoreggiamento e l’associazione sovversiva con finalità di terrorismo ed eversione dell’ordinamento costituzionale. Le motivazioni della decisione, estremamente laconica nella formulazione del dispositivo, «la corte rigetta il ricorso e condanna alle spese processuali», verranno rese note non prima di tre settimane. Durante l’udienza, tenutasi il 10 novembre, il procuratore generale ha chiesto il rigetto del ricorso ritenendo «in re ipsa» la dimostrazione del reato, provando a celare dietro l’esercizio retorico della tautologia la propria carenza argomentativa. L’avvocato Romeo nel sottolineare le carenze di motivazione del Riesame ha ricordato come l’unica figura titolata per legge ad apporre il segreto di Stato è il Presidente del consiglio e che non esiste alcuna fonte giuridica che apparenti il Presidente di una commissione parlamentare alle funzioni proprie del capo del governo. Perché una informazione possa rientrare nell’ambito della tutela del segreto di Stato o del segreto politico – ha aggiunto – occorrono specifici requisiti assenti in una bozza di elaborato parlamentare che sarebbe stata resa nota a poche ore di distanza dal sua diffusione. Il destino pubblico della bozza in questione è un dato che rende vana qualsiasi ipotesi di danno per la sicurezza dello Stato e della Costituzione. Come può esserci violazione di segreto in un testo redatto per essere deliberato e reso di pubblico dominio? Contraddizioni irrisolvibili che il collegio di Cassazione ha preferito sorvolare.
Oltretutto le bozze di relazione non rientrano nemmeno tra i materiali sui quali la commissione parlamentare poteva apporre, tramite il suo presidente, un qualsiasi livello di classificazione. Stando alla normativa interna che la stessa commissione aveva deliberato al momento di avviare i propri lavori, le bozze prodotte non erano assimilabili a documenti giudiziari, documenti amministrativi o di governo classificati, documenti privati o classificati al momento dell’acquisizione. La richiesta di riservatezza aveva dunque un semplice valore funzionale legato a ragioni di opportunità: consentire la conduzione dei lavori e delle discussioni in serenità, senza pressioni o turbative esterne. Le notizie riservate che hanno rilevanza penale devono essere omogenee a quelle oggetto di segreto di Stato, non sembra questo il caso anche perché la vicenda dell’abbandono in via Licinio Calvo delle vetture utilizzate dai brigatisti in via Fani e la suggestiva ipotesi di un garage o di una base compiacente nella zona, notizie contenute nelle pagine della bozza incriminata, sono argomento dibattuto da almeno tre decenni: fin dai tempi del primo processo Moro, affrontato nella prima commissione d’inchiesta sul sequestro e tema di un’ampia pubblicistica complottista. Se queste fake news sono assimilabili a segreti di Stato, è folta la schiera di chi lo ha violato impunemente da decenni.

La decisione della suprema Corte rende ancora più intricata la vicenda perché il prossimo 17 dicembre il Gip Valerio Savio dovrà pronunciarsi sulla legittimità del sequestro dell’archivio senza tener conto della decisione del tribunale del riesame e della cassazione. La giustificazione giuridica del sequestro resta infatti ancorata alle ipotesi di accusa iniziali, il favoreggiamento e l’associazione sovversiva, già bocciati dal Gip quando ha rigettato la richiesta di incidente probatorio. A dicembre il giudice dovrà dire se le modalità del sequestro sono state eseguite correttamente o se sono andate oltre il mandato senza che sia intervenuta a sanarle la successiva ratifica del pubblico ministero. La polizia è entrata in casa con un’indicazione limitata alla ricerca di materiali afferenti alla commissione Moro 2 ma all’atto del sequestro ha svaligiato l’intero archivio informatico del nucleo familiare, portando via materiali legalmente raccolti in altre sedi: archivio centrale dello Stato, archivio del tribunale, archivio della commissione stragi, biblioteche e fonti aperte. Nulla a che vedere con i materiali della commissione scaricati tutti via web dal sito di un noto membro della commissione stessa.
Cosa farà il pm Albamonte nel caso il Gip dovesse accogliere la richiesta dell’avvocato Romeo e dissequestrare tutto l’archivio o buona parte di esso? Risequestrerà nuovamente l’archivio sulla base del nuovo capo d’imputazione suggerito dal Riesame e convalidato dalla Cassazione?
Impazzirebbe anche Kafka…

La procura sequestra e tace

Vorrei ringraziare tutte e tutti per i messaggi di solidarietà ricevuti in pubblico e in privato. Siete in tanti, sui social, direttamente, e non riesco a starvi dietro in queste giornate un po’ faticose. L’appello che è stato lanciato mi dicono che è già vicino alle 500 firme. A breve verrà reso pubblico.
Nonostante siano trascorsi dieci giorni dalla perquisizione di martedì 8 giugno la Procura tace. Nessun fascicolo è stato depositato davanti al tribunale del riesame dove il mio avvocato, Francesco Romeo, ha presentato ricorso. Ad oggi non sappiamo ancora cosa c’è scritto nell’informativa della Polizia di prevenzione del 9 febbraio da cui sono scaturite le accuse di associazione sovversiva con finalità di terrorismo e favoreggiamento e il sequestro di tutti i miei strumenti di lavoro e comunicazione, oltre che del mio intero archivio digitale nel quale sono raccolti decenni di ricerche, dell’archivio amministrativo di famiglia, dell’intero archivio medico-sanitario di mio figlio Sirio, di quello scolastico del fratello Nilo. Oltretutto emergono falle procedurali notevoli. Dopo aver dato comunicazione pubblica di quanto avvenuto, ho deciso di attendere prima di riprendere la parola. La Costituzione, il Diritto, la norma giuridica, la procedura penale prevedono che quando si apre una procedura penale sia chi muove le accuse a dover giustificare i propri atti, documentandoli se ne è in grado. Non sta a me fornire delle spiegazioni, tanto meno in una materia come la ricerca storiografica che è libera.

Se fare storia è un reato

Paolo Persichetti

La libera ricerca storica è ormai divenuta un reato. Per la procura di Roma sarei colpevole di «divulgazione di materiale riservato acquisito e/o elaborato dalla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio dell’on. Aldo Moro». Per questa ragione martedì 8 giugno dopo aver lasciato i miei figli a scuola, da poco passate le nove del mattino, sono stato fermato da una pattuglia della Digos e scortato nella mia abitazione dove ad attendermi c’erano altri agenti appartenenti a tre diversi servizi della polizia di Stato: Direzione centrale della Polizia di Prevenzione, Digos e Polizia postale. Ho contato in totale 8 uomini e due donne, ma credo ce ne fossero altri rimasti in strada. Una tale dispiegamento di forze era dovuto alla esecuzione di un mandato di perquisizione e contestuale sequestro di telefoni cellulari e ogni altro tipo di materiale informatico (computers, tablet, notebook, smartphone, hard-disk, pendrive, supporti magnetici, ottici e video, fotocamere e videocamere e zone di cloud storage), con particolare attenzione per il rinvenimento delle conversazioni in chat e caselle di posta elettronica e scambio e diffusione di files, nonché ogni altro tipo di materiale. Decreto disposto dal sostituto procuratore presso il Tribunale di Roma Eugenio Albamonte che ha dato seguito ad una informativa della Polizia di Prevenzione del 9 febbraio scorso. La perquisizione è terminata alle 17 del pomeriggio e ha messo a dura prova lo stesso personale di polizia estenuato dalla quantità di libri e materiale archivistico (scampato pochi mesi fa a un incendio), raccolto dopo anni di paziente e faticosa ricerca.
La divulgazione di «materiale riservato» (sic!), secondo la procura della Repubblica si sarebbe concretizzata in due reati ben precisi, il favoreggiamento (378 cp) e l’immancabile 270 bis, l’associazione sovversiva con finalità di terrorismo, che avrebbero avuto inizio l’8 dicembre 2015. Da cinque anni e mezzo, secondo la procura, sarebbe attiva in questo Paese un’organizzazione sovversiva (capace di sfidare persino il lockdown) di cui nonostante le molte stagioni trascorse non si conoscono ancora il nome, i programmi, i testi e proclami pubblici e soprattutto le azioni concrete (e violente, senza le quali il 270 bis non potrebbe configurarsi). E’ legittimo, a questo punto, chiedersi se il richiamo al 270 bis sia stato un espediente, il classico “reato passepartout”, che consente un uso più agevolato di strumenti di indagine invasivi (pedinamenti, intercettazioni, perquisizioni e sequestri), in presenza di minori tutele per l’indagato.
L’8 dicembre del 2015 era un martedì in cui cadeva la festa dell’immacolata. In quei giorni la commissione parlamentare presieduta da Giuseppe Fioroni discuteva ed emendava la bozza finale della relazione che chiudeva il primo anno di lavori, approvata appena due giorni dopo, il 10 dicembre. Copie di quella bozza finale erano pervenute in tutte le redazioni d’Italia ed io presi parte, per conto di un quotidiano con il quale collaboravo, alla conferenza stampa di presentazione.
Cosa abbia giustificato un tale imponente dispositivo poliziesco, il saccheggio della mia vita e della mia famiglia, la perquisizione della casa, la sottrazione di tutto il mio materiale e dei miei strumenti di lavoro e di comunicazione, della documentazione amministrativa e medica di mio figlio disabile di cui mi occupo come caregiver, la spoliazione dei ricordi della mia famiglia, foto, appunti, sogni, dimensioni riservate, la nuda vita insomma, non so ancora dirvelo. Ne sapremo qualcosa di più nei prossimi giorni, quando la procura a seguito della richiesta di riesame avanzata dal mio difensore, avvocato Francesco Romeo, dovrà versare le sue carte.

Quello che è chiaro fin da subito è invece l’attacco senza precedenti alla libertà della ricerca storica, alla possibilità di fare storia sugli anni 70, di considerare quel periodo ormai vecchio di 50 anni non un tabù, intoccabile e indicibile se non nella versione quirinalizia declamata in queste ultime settimane, ma materia da approcciare senza complessi e preconcetti con i molteplici strumenti e discipline delle scienze sociali, non certo penali e forensi.
Oggi sono un uomo nudo, non ho più il mio archivio costruito con anni di paziente e duro lavoro, raccolto studiando i fondi presenti presso l’Archivio centrale dello Stato, l’Archivio storico del senato, la Biblioteca della Camera dei deputati, la Biblioteca Caetani, l’Emeroteca di Stato, l’Archivio della Corte d’appello e ancora ricavato da una quotidiana raccolta delle fonti aperte, dei portali istituzionali, arricchito da testimonianze orali, esperienze di vita, percorsi. Mi sono state sottratte le tonnellate di appunti, schemi, note e materiali con i quali stavo preparando diversi libri e progetti. Ho dovuto rinunciare in queste ore a un libro che dovevo consegnare nel corso dell’estate, perché i capitoli sono stati sequestrati. Forse qualcuno ha pensato di ammutolirmi relegandomi alla morte civile. Quel che è avvenuto è dunque una intimidazione gravissima che deve allertare tutti in questo Paese, in modo particolare chi lavora nella ricerca, chi si occupa e ama la storia.
Oggi è accaduto a me, domani potrà accadere ad altri se non si organizza un risposta civile ferma, forte e indignata.

Novembre 1982, Sandro Padula viene torturato con lo stesso modus operandi della squadretta diretta da “De Tormentis”

Sandro Padula viene arrestato il 14 novembre 1982 a Castel Madama, in provincia di Roma. L’appartamento che faceva da base-rifugio per alcuni militanti latitanti delle Brigate rosse – partito comunista combattente era stato individuato da alcuni giorni dalla Digos che vi aveva fatto irruzione arrestando i presenti. Alcuni dei quali, Romeo Gatti in particolare, furono sottoposti a tortura. La polizia si istalla nella base e attende l’arrivo di Padula che appena entrato viene bloccato e bendato in attesa dell’arrivo di «un gruppo di poliziotti particolari», così gli dicono gli uomini che l’hanno immobilizzato. La squadra speciale arriva e Padula è avvolto in un tappeto per essere trasportato via all’insaputa dei vicini che in questo modo non si accorgono dell’arresto. Caricato all’interno di un furgone civile da finti facchini viene condotto con gli occhi bendati in un luogo imprecisato, forse una caserma della zona. Lì inizia il “trattamento”: denudato viene legato per le braccia a delle corde appese ad una parete e sottoposto ad una infinità di colpi su tutto il corpo e sulla testa fino al punto da non sentire più nulla. «Ad un certo punto – racconta quelle poche volte che riesco a strappargli qualche ricordo dalla bocca – il dolore si anestetizza». I colpi distribuiti con i pugni o altri oggetti si alternano a bruciatore di sigarette nelle parti meno visibili e scariche elettriche. I seviziatori non hanno alcun ritegno. Il pestaggio condito dal solito florilegio di minacce non sortisce alcun effetto.
A quel punto gli aguzzini passano alla fase due: quella raccontata decine e decine di volte dagli altri torturati sottoposti all’acqua e sale, testimoniata da Salvatore Genova nelle interviste del 1997 a Matteo Indice e nel libro recente scritto da Nicola Rao, tutti materiali che potete trovare in questo blog. Torture ammesse dallo stesso “professor De Tormentis”, il grande maestro dell’acqua e sale, sempre in una intervista a Matteo Indice e nel libro di Rao.
Sandro viene disteso su un tavolo posto accanto ad un lavandino con una parte del corpo, dalla vita in sù, sospesa all’esterno. Prima di introdurgli in bocca un tubo la cavità orale viene riempita di sale. Uno degli aguzzini gli tiene il naso chiuso. Sandro che non è un campione di apnea (non sa nemmeno nuotare) tuttavia resiste. «Conta che ti passa», gli aveva detto un compagno pochi mesi prima, Umberto Catabiani, membro dell’esecutivo dell’organizzazione ucciso il 24 maggio precedente dopo un lungo inseguimento, mentre ferito aveva guadato un fiume per tentare di fuggire all’arresto. L’acqua e sale nonostante la sua bestialità non sortisce risultati. Un medico, presente, monitorava il cuore. Alla fine i seviziatori di Stato desistono. Uno di loro dirà con disappunto: «Ma questo conta. Ci sta fregando. E’ esperto di apnea».
Arrivati a quel punto il problema era quello di rendere presentabile Padula, che imputato nel processo Moro in corso avrebbe dovuto comparire immediatamente in aula. Sandro viene “preso in cura” da uno strano personaggio che si qualifica come «massaggiatore di una squadra di calcio» che allevia gli ematomi e le contusioni di cui è pieno il suo corpo con massaggi a base di vegetallumina.
Per tre volte le udienze del processo vengono rinviate tra le proteste degli imputati che denunciano le torture in corso e ricordano al presidente di essere complice di quel che stava accadendo. In aperta violazione della legge Sandro Padula resta nelle mani della polizia anche durante l’interrogatorio realizzato qualche giorno prima del 19 novembre, quando Domenico Sica lo va ad ascoltare in questura. Arriverà in aula solo il 22 novembre. Le cronche deformate delle udienze, raccotate con grande disonestà carica di livore in particolare dall’Unità, le potete trovare qui sotto.
Sandro Padula è ancora in carcere, sottoposto a regime di semilibertà. Dal suo arresto e dalle torture sono passati 29 anni e due mesi.

 

Assente l’imputato Padula, rinviato il processo Moro

L’Unità  venerdì 19 novembre 1982

ROMA — È durata tre minuti l’udienza di Ieri del processo Moro. La Corte è entrata e il presidente Santiapichi ha annunciato che nessuno poteva prendere la parola mancando un imputato che invece aveva diritto ad assistere al processo: il br in questione è Alessandro Padula, arrestato nei giorni scorsi vicino Roma e accusato di almeno 7 tra I più efferati delitti delle Brigate rosse. La procedura prevede infatti che se un Imputato appena arrestato non fa pervenire l’esplicita rinuncia ad essere presente, il processo non può andare avanti. E infatti il dibattimento è stato aggiornato a lunedì prossimo. La comunicazione del presidente ha dato il via a una serie di proteste e di pesanti minacce dei brigatisti in gabbia. «Lo stanno torturando – hanno gridato i br – avete chiesto perché Padula non è venuto?». Poi una minaccia diretta al presidente della Corte da parte di Pancelli: «Lei si sta rendendo complice delle torture», ma il giudice Santiapichi ha replicato seccamente. «Non sono complice di nessuno, la legge prevede che non si può fare udienza mancando un imputato». Poi sono arrivate anche le minacce ai giornalisti. Lunedì si dovrebbe quindi riprendere con le audizioni dei collaboratori di Moro Rana e Freato, rinviati da alcune udienze per la discussione sulle richieste (tutte respinte) dì alcune parti civili per l’approfondimento in aula di alcuni scottanti retroscena del caso Moro. L’interrogatorio di Nicola Rana era già iniziato e il teste era stato sentito su alcune registrazioni telefoniche. Con queste deposizioni, a seguito della decisione della Corte di rimandare ogni altro approfondimento a una nuova inchiesta della Procura, il processo entra nella fase finale.

Il Br Padula si rifiuta di rispondere al giudice. Lunedì sarà presente al processo per via Fani

La Stampa  Anno 116  Numero 251 – Pagina 6 – Sabato 20 Novembre 1982

DALLA REDAZIONE ROMANA ROMA – Sandro Padula, il brigatista rosso arrestato nel corso dell’ultima operazione della Digos, si è rifiutato di rispondere alle domande del sostituto procuratore della Repubblica Domenico Sica, dichiarandosi «militante comunista». Al magistrato, che lo ha interrogato in questura, Padula ha denunciato di essere stato maltrattato dagli agenti che l’avevano arrestato. Il suo difensore, avvocato Giuseppe Mattina, ha fatto mettere a verbale le accuse formulate dall’imputato, preannunciando una denuncia, che verrà presentata probabilmente oggi alla procura della Repubblica. Il magistrato, prima di chiedergli se volesse rispondere alle domande, ha contestato a Padula le accuse di partecipazione a banda armata e di violazione della legge sulle armi. Al momento dell’arresto gli è stata infatti, sequestrata una pistola. A conclusione dell’interrogatorio, Padula avrebbe mostrato al magistrato, a sostegno della sua denuncia, diversi ematomi sul corpo e sugli arti. Ha inoltre sostenuto di essere stato portato in un luogo di cui non sa indicare l’ubicazione e, una volta bendato, di essere stato steso supino su di un tavolo, legato, e costretto a bere acqua e sale. Padula sostiene anche di aver ricevuto pugni sulla testa e sulle orecchie, e di essere stato trattenuto nella casa in cui venne arrestato per un’intera giornata, ammanettato e bendato. Padula ha poi dichiarato al magistrato che, dopo le percosse, ha ricevuto qualche cura dagli agenti che l’avevano in consegna prima di essere trasferito, nelle celle di sicurezza della questura. L’imputato ha quindi sostenuto che, in cambio di un’ampia confessione e dei nomi di suoi compagni di clandestinità, gli è stato anche offerto un passaporto per espatriare e somme di danaro.
Lunedì, Padula sarà nell’aula del Foro Italico dove si celebra il processo per l’uccisione di Aldo Moro.

Processo Moro: Padula dice di essere stato «torturato». I brigatisti lanciano accuse alla DIGOS e lasciano l’aula

L’Unità, lunedì 23 novembre 1982

ROMA — Quasi tutta a porte chiuse la sessantacinquesi-ma udienza del processo Moro. Fuori il pubblico, i giornalisti, i fotografi, i cineoperatori, tutti, insomma, tranne gli «addetti ai lavori» muniti di toga: la corte, il pubblico ministero e gli avvocati. Non perché si dovesse parlare di chissà quali segreti (un processo serve proprio per verificare ogni cosa alla luce del sole) ma semplicemente per poter ascoltare in aula le registrazioni delle telefonate intercettate durante Il rapimento, senza violare la «privacy» di nessuno. L’ascolto di queste intercettazioni ha fatto da base per le domande rivolte a Nicola Rana e a Sereno Freato, che furono – assieme a Corrado Guerzoni – I più stretti collaboratori del presidente democristiano. Freato, ascoltato In serata« ha tra l’altro ricostruito la storia di un incontro tra il sottosegretario agli interni Lettieri e l’avvocato svizzero Payot, il quale aveva promesso, facendosi pagare cinque milioni, un Interessamento risolutore, mediante i suoi supposti agganci con I terroristi tedeschi della RAF. Ma la cosa si sarebbe rivelata un volgare «bidone».
Alle deposizioni dei due testimoni non erano presenti neppure gli imputati, che pure ne avrebbero avuto facoltà: nella tarda mattinata hanno abbandonato le gabbie in segno di protesta, dopo che era scoppiato In aula un nuovo «caso», legato al nome di Alessandro Padula, il brigatista accusato di otto omicidi arrestato dalla polizia nove giorni fa a Roma e comparso ieri per la prima volta al processo. Padula ha dichiarato di essere stato «torturato» dagli agenti della DIGOS ed ha inoltre accusato la polizia di avergli impedito di partecipare alle tre udienze della scorsa settimana (com’era suo diritto) attraverso un «falso». La corte ha passato la denuncia di Padula al pubblico ministero, affinché la procura romana possa vagliare le accuse alla DIGOS con una regolare inchiesta.
Il «caso Padula» non è stato aperto dall’interessato ma dal brigatista Prospero Gallinari, imputato di essere stato il boia di Aldo Moro. Appena la corte si é seduta, in apertura d’udienza. Gallinari si è fatto passare il microfono ed ha affermato che Padula é stato tenuto lontano dall’aula del processo per otto giorni ed è stato lasciato nelle mani dei «torturatori di Stato». Il portavoce dell’ala «militarista» delle Br è stato interrotto dal presidente Santiapichi, ma a questo punto ha incalzato lo stesso Padula, ribadendo le stesse accuse alla polizia e aggiungendo una sequela di slogan brigatisti. L’imputato ha mostrato al giornalisti un livido al polso destro ed ha sostenuto di essere stato appeso per le braccia e di aver ricevuto «il trattamento acqua e sale».
Il legale di Padula, l’avvocato Attillo Baccioli, del foro di Grosseto, ha eccepito la nullità delle ultime tre udienze del processo celebrate in assenza dell’imputato e dopo il suo arresto. Tutti gli altri legali si sono opposti, il Pm pure, e la corte – dopo mezz’ora di camera di consiglio – ha respinto l’eccezione di nullità passando, come si è detto, il verbale dell’udienza al rappresentante dell’accusa, per l’apertura di un’inchiesta da parte della procura. il presidente Santiapichi ha inoltre spiegato l’assenza dell’imputato la settimana scorsa, dichiarando che la DIGOS aveva comunicato di aver Identificato il brigatista per Alessandro Padula soltanto il 17 novembre (aveva in tasca documenti falsi). L’interessato ha smentito, accusando di «falso» la polizia, e anche su questo indagherà la procura.

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