Rivolta delle banlieues: Parigi torna a bruciare

Spari, molotov e pietre contro la polizia, dopo la morte di un giovane della banlieue

Paolo Persichetti
Liberazione
17 Marzo 2009

Da un po’ di tempo la scena è sempre la stessa. Siamo in una banlieue, in questo caso francese ma potrebbe essere ovunque, tanto il teatro metropolitano comincia a essere identico. Una di quelle periferie sterminate che popolano le cinture urbane. Un paesaggio che alterna grandi assi di circolazione, tangenziali, autostrade, anelli di raccordo, zone industriali ricoperte da grandi capannoni. Nel mezzo aree residenziali, villini a schiera, alternate da piccoli lotti che si perdono a vista d’occhio e poi a macchia di leopardo enormi barre di cemento a delimitare l’orizzonte. Alveari umani. Quartieri ghetto. La sera è l’illuminazione pubblica che offre la migliore mappatura dei luoghi: brillanti di luce dove spuntano enormi centri commerciali, punti di ritrovo costruiti attorno ai tempi della postmodernità che accolgono il sacro rito del consumo. Enormi distese metropolitane abitate da pendolari, deserte dal lunedì al venerdì, animate nei pomeriggi del week end.
Accade così che all’imbrunire di un sabato, in uno dei tanti parcheggi che sorgono sotto le torri, bruci una macchina. Il fumo arriva alle finestre circostanti e l’odore acre dei pneumatici allerta i vicini che chiamano i numeri d’emergenza. Arrivano pompieri e polizia ma subito una fitta sassaiola li accoglie. Vola di tutto, sassi, pezzi di cemento, vecchie suppellettili. C’è chi usa fionde. Il commissariato invia rinforzi, ma non bastano. La notte diventa calda, giungono le compagnie antisommossa, il quartiere è accerchiato e asfissiato con i gas, proiettili in caucciù vengono esplosi con i flash ball, mentre gli uomini della Bac, la377d133 brigata speciale anticriminalità, costituita da poliziotti volontari dai modi estremamente violenti (spesso personale aderente ai sindacati di polizia d’estrema destra), odiati dai giovani, guidano il rastrellamento, scendono negli scantinati, entrano nelle hall delle torri, salgono sulle terrazze. Questo film si ripete quasi ogni fine settimana, per protrarsi a volte alcuni giorni finché la febbre scema per trasferirsi nella «cité» accanto.
È successo anche sabato 14 marzo, nel quartiere della Vigne-Blanche, a Mureaux, nel dipartimento delle Yvelines, area metropolitana a nord-ovest di Parigi, al culmine di una settimana di tensione iniziata il mercoledì precedente con il lancio di pietre contro le vetture della polizia, proseguita nei giorni successivi fino all’imboscata, da manuale di guerriglia metropolitana, attuato nella serata di sabato. Intorno alle 20 è arrivata la consueta chiamata ai pompieri. Per attirare la polizia era stata incendiata un’automobile. L’arrivo della forza pubblica è stato accolto dalla solita sassaiola, quindi nel quartiere è caduto il buio (sabotata la centralina elettrica). Nella confusione che è seguita diversi colpi di fucile a pompa hanno attinto almeno 24 poliziotti, dieci di loro sono rimasti feriti alle gambe da pallini di piccolo calibro. Un individuo è stato visto sparare da una scarpata. Bilancio della serata: oltre 30 bottiglie molotov ritrovate, 8 giovani fermati.
Ad originare gli incidenti sembra essere stata la reazione per la morte di un abitante del quartiere, un «mediatore municipale» (una delle figure che fanno da intermediari sociali tra giovani e amministrazione comunale). L’uomo era stato ucciso l’8 marzo da un membro della Bac che avrebbe sparato, secondo la versione ufficiale, «in situazione di legittima difesa» alla fine di un inseguimento automobilistico. Ma la vittima non era armata. Subito dopo, scontri con colpi d’arma da fuoco si erano avuti nello stesso quartiere. Questi incidenti hanno suscitato grosso allarme nei servizi di polizia. Uno dei responsabili della sotto-direzione dell’informazione generale, l’attuale Sdig (ex Renseignements généraux), sezione dei servizi preposta, tra l’altro, al monitoraggio delle violenze urbane, ha spiegato che ormai «un tabù è venuto meno. Sempre più frequente è l’uso delle armi nelle tensioni che esplodono in banlieue».
Il 2 febbraio, nel quartiere della Grande Borne a Grigny, 4 agenti di polizia erano stati feriti da tiri con cartucce caricate a piombini. Episodi analoghi si sono svolti nel marzo 2007 nella banlieue sud di Parigi. Furono esplosi almeno 20 colpi di carabina calibro 22 con binocolo di precisione. Tiri che ferirono un funzionario. E poi ancora a Alnauy-sous-Bois (zona est della capitale francese) vennero rinvenuti degli ordigni esplosivi di fattura artigianale. Anche durante la lunga rivolta del novembre 2005 furo esplosi colpi d’arma da fuoco in diversi quartieri della cinta periferica parigina. Più recentemente armi da fuoco sono state impiegate durante la mobilitazione sociale di febbraio-marzo in Guadalupa, banlieueMartinica e nell’isola della Réunion. Scene di guerra. E, in effetti, ormai di una vera e propria guerra sociale si tratta.
Secondo i Servizi queste violenze sarebbero una risposta indiretta ai colpi portati contro il traffico di stupefacenti che tiene in piedi l’economia illegale controllata dalle numerose bande sorte nelle periferie. Ma la realtà è più complessa: le bande spiegano l’abilità organizzativa, l’uso delle armi, il controllo del territorio, ma attirarsi addosso la polizia non è economicamente redditizio. C’è dell’altro. Questi scontri scaturiscono sempre da incidenti nei quali hanno trovato la morte dei giovani. Episodi che cristallizzano il sentimento d’ingiustizia e scatenano la rivolta nel vuoto della politica. Non a caso i dispositivi messi in piedi dal governo evocano apertamente la figura del nemico interno. Dispiegamento di tutte le ultime tecnologie antisommossa (elicotteri e droni), fino alla spettacolarizzazione delle retate di polizia con massiccio dispiegamento di forze sotto gli occhi delle telecamere, fermi in massa e creazione d’istituti giuridici come la «testimonianza sotto anonimato». Un vero stato d’eccezione.

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Banlieues: La guerra sognata da Sarkozy

La strategia del Presidente ha puntato tutto sulla repressione
Le conseguenze si vedono oggi. La periferia eterna emergenza

di Guido Caldiron
Liberazione
17 marzo 2009

Quando è iniziata la guerra che brucia in queste notti la periferia parigina? E perché a quattro anni dalla più grande rivolta delle banlieue che la Francia ricordi, quella scoppiata nell’inverno del 2005 a Clichy sous Bois, sono tornate le molotov e gli scontri con le forze dell’ordine, stavolta nel quartiere della Vigne-Blanche ai Mureaux, periferia ovest della regione parigina? I primi commenti a quanto accaduto si concentrano sul livello della violenza che ha caratterizzato il weekend della periferia di Parigi: un uomo ha sparato contro gli agenti con un fucile a aria compressa caricato con pallini di piombo da dodici millimetri. Il giorno dopo un commissariato di un quartiere vicino, Montgeron, è stato attaccato a colpi di fucile. In tutto la polizia ha sequestrato oltre trenta molotov e si contano una decina di agenti feriti, non nei corpo a corpo ma dai colpi esplosi contro di loro. La Francia scopre così che la ruggine tra i giovani delle periferie e gli agenti in divisa sta progressivamente scivolando dal lancio di pietre e lacrimogeni verso uno scenario degno di Belfast. Ma come si è arrivati a tanto?
Eletto alla presidenza della Repubblica nel maggio del 2007, Nicolas Sarkozy è stato forse il politico d’oltralpe che più ha utilizzato i riferimenti alla banlieue nella costruzione della sua immagine pubblica. Prima di lui, certo, i toni allarmistici non erano mancati, la denuncia dell’insicurezza, da destra, e della segregazione sociale, da sinistra, hanno accompagnato negli ultimi trent’anni lo sviluppo delle nuove periferie di Francia: non più quartieri popolari costruiti ai bordi delle vecchie zone operaie, ma “ville nouvelle” spesso distanti decine e decine di chilometri dal cuore della città storica di cui sono satelliti. Il caso dell’Ile de France su tutti: una regione-periferia con un centinaio di località, tra cittadine di campagna progressivamente inurbate e torri di cemento delle abitazioni Hlm, lo Iacp francese, a fare da cintura alla Grande Parigi.
Sarkozy ha fatto fino in fondo del tema della sicurezza la chiave della sua corsa, più che decennale, verso l’Eliseo, giocando su due elementi. Da un lato la stigmatizzazione dei giovani banlieusard: è lui che da Ministro degli Interni nell’ottobre del 2005 definì “racaille” (feccia) i ragazzi dei quartieri difficili e annunciò che avrebbe usato un “karcher”, una grande aspirapolvere, per liberare la banlieue di queste presenze. Quando, pochi giorni dopo, due adolescenti dei quartieri nord di Parigi, Zyed e Bouna rimasero uccisi per fuggire a un controllo delle forze dell’ordine, le parole di Sarkozy furono la miccia da cui partì la grande rivolta che avrebbe conquistato in poche settimane tutte le periferie del paese. «E’ per vendicarci delle parole di Sarko che diamo fuoco a tutto», spiegavano ai giornalisti del Nouvel Observateur alcuni giovani di Montfermeil coinvolti all’epoca negli scontri. Ma Sarko ha soprattutto evocato un altro aspetto del conflitto delle periferie. Da Ministro degli Interni ha sempre ribadito la sua vicinanza alla polizia, quale che fosse il comportamento degli agenti. Quando nel 2005 fu nominato agli Interni, Sarkozy decise di passare la notte dell’ultimo dell’anno proprio in un commissariato di banlieue per far sentire agli uomini in divisa, oggetto di aggressioni e attacchi, «il sostegno delle istituzioni». Sullo sfondo di un clima sociale sempre più teso, l’astro nascente della politica francese ha perciò giocato fino in fondo la carta dell’estremizzazione, soffiando sul fuoco della contrapposizione tra giovani e agenti e recuperando parte dell’armamentario ideologico del Front National di Jean Marie Le Pen, a cui ha sottratto parecchi voti, su temi quali “l’identità nazionale” e “il controllo dell’immigrazione” che nelle periferie hanno una particolare ricaduta visto che in questi quartieri si concentra una larga maggioranza dei figli degli immigrati arrivati nel paese negli anni Sessanta e Settanta. Il risultato di una tale politica è sotto gli occhi di tutti.
Dopo gli émeutes del 2005, che hanno portato a centinaia di arresti e perfino alla proclamazione del coprifuoco in alcune zone della Francia – come non avveniva dai tempi della guerra d’Algeria – e la vittoria di Sarkozy, la destra aveva annunciato un “piano Marshall” per le banlieue e aveva dato il via a una larga campagna di comunicazione nei confronti dei giovani ribelli della periferia. La nomina di Fadela Amara, già leader del movimento della ragazze di banlieue “Ni Putes Ni Soumises” (Né puttane né sottomesse) al segretariato di Stato per la politica urbana, e di Yazid Sabeg, imprenditore di origine algerina, come “Commissario alla diversità”, faceva parte di questa strategia che oggi mostra però tutti i suoi limiti. Come testimoniano le parole degli stessi protagonisti. Proprio in questi giorni, Sabeg ha lanciato l’allarme: «In Francia l’apartheid non esiste per legge, ma esiste nei fatti. E con la crisi saranno gli abitanti delle banlieue a pagare il prezzo più alto». E Amara, dal canto suo, ha criticato alcune delle posizioni già sostenute dallo stesso Sarkozy, spiegando: «le statistiche etniche, la discriminazione positiva, “quote” sono una caricatura. La nostra Repubblica non deve diventare un mosaico di comunità». Dei milioni di euro promessi da Sarkozy in campagna elettorale non c’è infatti traccia, inghiottiti o bloccati dalla burocrazia si dice, e tutto il dibattito ruota da mesi intorno all’idea, agitata dallo stesso presidente, di imitare l'”affirmative action” degli Stati Uniti che favorisce gli appartenenti alle minoranze nell’accesso a scuole, case e posti di lavoro.
In assenza di risposte da parte della politica, la scena è perciò tornata a essere dominata dagli elementi “militari”. Le forze dell’ordine, chiamate pressoché da sole a rispondere all'”emergenza” banlieue, hanno visto aumentare i loro effettivi e crescere il loro armamento, sempre più pesante e pericoloso. Con il risultato che la lunga serie di “bavures”, le “sbavature” come vengono definite “le violazioni” del codice di comportamento degli agenti che costano sistematicamente la vita a qualche ragazzo della periferia – è successo anche ai Mureaux giovedi notte con un inseguimento finito male – non hanno fatto che allungarsi. Solo tra il 1981 e il 2001 oltre 175 banlieusard avrebbero trovato la morte in questo modo: per mano delle forze dell’ordine. E nell’ultimo decennio la media dei decessi “occasionali” avrebbe subito un ulteriore incremento. Così, passo dopo passo la banlieue è trasfigurata, trasformandosi in una sorta di scenario da western metropolitano. E di fronte agli agenti hanno cominciato a muoversi gruppi organizzati, bande di quartiere che non possono che essere in guerra con gli uomini in divisa, visto che è questo il solo volto dello Stato che hanno fin qui conosciuto.

Lo Stato voyeur. Il controllo sociale nella società neoliberale

La giungla delle banche dati e le schedature di massa in Francia

Paolo Persichetti
LiberazioneQueer 5 ottobre 2008

Edvige, Cristina, Ariane, Eloi, nomi di donna dietro i quali non si nascondono i corpi di suadenti fanciulle ma il ghigno gelido del Grande fratello. Edvige infatti è l’acronimo di Exploitation documentaire et valorisation de l’information générale (utilizzo documentale e valorizzazione dell’informazione generale). Questo perché in Francia da un po’ di tempo è invalsa la moda d’indicare con dei nominativi femminili i nuovi sistemi di schedatura di massa messi in piedi dalle forze di polizia e dai servizi di sicurezza.
Istituito con un decreto del governo apparso il 1 luglio scorso, forse contando sulla speranza che il clima estivo fosse sufficiente per distrarre l’opinione pubblica, Edvige è il risultato della riorganizzazione dei Servizi di sicurezza francesi. Nato dalla fusione delle schedature portate in eredità dai vecchi Renseignements généraux (Rg), circa 2,5 milioni di persone trattate, una sorta di Digos nostrana ma solo con funzioni informative senza mandato di polizia giudiziaria, e quelle realizzate dalla Dst (Direzione della sorveglianza del territorio, l’equivalente della nostra Aisi, Agenzia d’informazione e sicurezza interna, l’ex Sisde).
La nuova banca dati conterrà «dati a carattere personale» riguardanti «persone fisiche a partire dall’età di 13 anni», stato civile, indirizzi fisici, numeri di telefono e recapiti elettronici, oltre che «i segni particolari e oggettivi, fotografie e comportamenti» anche di natura sessuale, religiosa oltre che le opinioni politiche, filosofiche. Le informazioni raccolte saranno «relative a individui, gruppi, organizzazioni e persone morali che, a seguito della loro attività individuale o collettiva, siano suscettibili di mettere in pericolo l’ordine pubblico», di persone o gruppi che «hanno sollecitato, esercitato o esercitano un mandato politico, sindacale o economico» o ancora «che giocano un ruolo istituzionale, economico, sociale o religioso significativo» a condizione che «queste informazioni siano necessarie al governo a ai suoi rappresentanti per l’esercizio delle loro responsabilità». In sostanza vengono monitorate alla stessa maniera attività garantite dalla costituzione e comportamenti considerati un rischio per la sicurezza pubblica. Come se non bastasse, la raccolta delle informazioni non risparmia nemmeno «i dati relativi all’ambiente circostante la persona» schedata, le sue relazioni dirette, attuali e passate, familiari, amici, colleghi di lavoro, relazioni sentimentali, extraconiugali, nonché «informazioni fiscali e patrimoniali» finalizzate a «informare il governo e i rappresentanti dello Stato (prefetti) nei dipartimenti e negli enti locali».
L’annuncio della creazione di questa nuova banca dati ha però immediatamente provocato la rivolta delle associazioni che si occupano della tutela dei diritti e delle libertà pubbliche. Indignazione che si è immediatamente generalizzata raccogliendo l’adesione di centinaia di altri collettivi, sindacati, partiti e cittadini che si sono organizzati in un comitato: “No a Edvige”. Fino ad oggi hanno aderito alla mobilitazione lanciata sul web almeno 840 strutture, mentre 150 mila sono i cittadini che hanno firmato l’appello nel quale si chiede di «ritirare il decreto che autorizza la banca dati» e si denuncia «la creazione di un livello di sorveglianza dei cittadini assolutamente sproporzionato e incompatibile con una concezione dello Stato di diritto». In particolare si sottolinea come i dati raccolti consentono di ricavare informazioni relative alle origini etniche, alla salute e alla vita sessuale, alle convinzioni politiche, gli orientamenti culturali, ideologici o religiosi delle persone con i rischi di discriminazione presente e futura che tutto ciò comporta di fronte a possibili derive. La schedatura sistematica e generalizzata a partire dall’età di 13 anni crea un potente strumento di controllo sociale che istituisce nuove categorie di classi pericolose e ripristina le vecchie teorie della tipologia d’autore. «Prendiamo l’esempio di un liceale – ha spiegato Hélène Franco, del Syndicat de la magistrature (sinistra garantista della magistratura) – questo minore se ha più di 13 anni e fa del sindacalismo liceale potrà essere schedato due volte. In una prima circostanza come attivista sindacale e poi se partecipa a una manifestazione nel corso della quale verranno realizzate delle scritte sulle mura del Rettorato, anche se realizzate da altri. Cinque anni dopo se questo giovane si presenterà ad un concorso nel pubblico impiego si vedrà rinfacciare queste informazioni e vedrà il suo lavoro sfumare». Didier Gournet, del sindacato Cfdt, ricorda che «in milioni d’imprese i sara una schedatura dei delegati sindacali e dei militanti, grazie a Edvige. Non è un caso se il padronato non ha fatto sentire la sua voce su questa vicenda».
Insediatosi alla presidenza della repubblica dopo una durissima battaglia politica interna al suo stesso partito, l’Ump, che lo aveva visto vittima di una macchinazione nell’affare Clearstream (una storia di tangenti e casse nere depositate in conti bancari esteri), innescato proprio da una segnalazione in cui erano coinvolti i Renseignements généraux, Nicolas Sarkozy ha voluto mettere fine all’anomalia tutta francese rappresentata dalla presenza di un servizio informazioni della polizia, separato e concorrente con i Servizi di sicurezza, e che a sua volta comprendeva una specifica sezione alle dipendenze della prefettura di Parigi (un vero servizio informazioni all’interno del servizio informazioni), praticamente sotto il diretto controllo dei governi in carica e vero e proprio strumento di lotta politica “sporca”. Questa superfetazione di organismi d’intelligence, oltre a dilettare gli scrittori dei romanzi polizieschi d’Oltralpe è stata causa negli anni di continue guerre, colpi bassi e sgambetti che le varie strutture d’informazione concorrenti legate a cordate politiche e potentati di turno si lanciavano reciprocamente.
A seguito dell’intero riordino del comparto sicurezza, le competenze del settore degli Rg che si occupavano d’«informazione generale» e operavano alla luce del sole («en milieu ouvert») nell’ambito delle manifestazioni pubbliche e dei movimenti sociali (resoconto delle manifestazioni di piazza, numero dei partecipanti e caratteristiche politico-ideologiche, analisi e informazioni sulle violenze urbane, dei gruppi extra-parlamentari, analisi e informazione sui conflitti sociali e sindacali, un tempo persino sulle forze politiche parlamentari) è stata trasferita, insieme al suo personale, alle dipendenze della Direzione centrale della sicurezza pubblica, in pratica la polizia classica dei commissariati o più esattamente ad una nuova sottodirezione dell’informazione generale (Sdig). La parte restante, incaricata di missioni sotto copertura (operante «en milieu fermé»), osservazione e infiltrazione nell’ambito della lotta antiterrorista e per la difesa degli interessi fondamentali dello Stato, è entrata a far parte della Direzione centrale della sicurezza interna.
Questa riforma dei servizi ha dato però luogo a una proliferazione ulteriore dei sistemi di trattamento automatico dei dati sensibili. Si sono moltiplicate così le schedature informatiche. Se Edvige è la nuova banca dati della polizia, la misteriosa Cristina raccoglie le schedature dei servizi d’intelligence interni. Informazioni classificate segreto di Stato e di cui non si conosce l’entità. Il Cnil, la Commission nationale d’informatique et des libertés, cioè l’agenzia francese di controllo in materia di protezione dei dati personali, un equivalente ma con molti più mezzi della nostra autorità garante dei dati personali, ha potuto solo accertare che nel 2005 questa banca dati è stata consultata almeno un milione di volte.
Ad essi si accostano lo Stic, il sistema di trattamento delle infrazioni constatate, un immenso schedario d’informazioni giudiziarie raccolto in base alla informatizzazione dei processi verbali e delle procedure giuridiche attivate nel corso d’indagini di polizia giudiziaria (cosa assolutamente diversa dal casellario giudiziario dove risultano iscritte unicamente le condanne definitive). All’inizio del 2006 lo Stic recensiva l’identità di 22,5 milioni di vittime di reati e infrazioni e 4,75 milioni di schede riguardanti persone coinvolte in varia misura nelle indagini, sulla base di «indizi gravi e concordanti». Nel 2005 questo sistema aveva contato 12 milioni di consultazioni. Secondo le informazioni fornite dal Cnil i dati degli autori, o supposti tali, dei reati restano in memoria per 20 anni (5 per i minori). La durata di conservazione delle informazioni sulle vittime invece è di 15. Superati questi termini un sistema di cancellazione automatica dovrebbe distruggere le informazioni raccolte. Nella realtà le cose sono molto diverse e il riflesso questurino di conservare ogni informazione prevale anche sulla legge. Solo sotto pressione dell’agenzia di controllo, nel 2004 il ministero degli Interni francese ha proceduto alla distruzione di 1.241.742 schede personali, conservate oltre i termini di legge. Diversi ricorsi patrocinati sempre dal Cnil hanno dato luogo ad ulteriori cancellazioni di schede riguardanti cittadini che si erano visti rifiutare il lavoro a causa delle informazioni presenti nella banca dati. Il Judex invece è l’altro mastodontico schedario utilizzato dalla gendarmerie, i carabinieri francesi. Realizzato con modalità analoghe allo Stic, raccoglie 2,8 milioni di schede su persone implicate in indagini e più di 8 milioni di dati contenuti in procedure giudiziarie (inchieste, processi verbali, multe…). Questi due sistemi verranno prossimamente raccolti all’interno di una unica banca dati che prenderà l’incantevole nome di Ariane.
La lista delle banche dati prosegue elencando il Faed (banca dati automatizzata delle impronte digitali) contenente all’agosto 2006 le impronte di circa 2,4 milioni di persone. Il Fnaeg (banca dati automatizzata delle impronte genetiche) che raccoglieva nel 2007 circa 615 mila prelevamenti individuali. Nel caso di condanne definitive l’impronta può essere conservata per 40 anni; 25 per le persone coinvolte nelle indagini ma scagionate. I criteri della schedatura oltre alla regola della colpa accertata processualmente accludono anche quello del sospetto che non viene meno neanche di fronte all’errore giudiziario.
Dal 1982, poi, è stato istituito il Fit, la banca dati automatizzata sul terrorismo, “legalizzata” però soltanto nel 1991. Anche questo sistema di schedatura non si ispira a responsabilità processuali accertate ma al semplice criterio del sospetto nei confronti di tutti coloro ritenuti dai servizi di polizia e intelligence «in grado di mettere a rischio la sicurezza dello Stato o la sicurezza pubblica». Nonostante si tratti di un’aperta violazione dei principi costituzionali, in questa banca dati vengono raccolte informazioni inerenti alle attività politiche e sindacali o alle opinioni filosofiche e religiose della persona recensita.
L’Fpr è invece la banca dati che raccoglie i nominativi e le informazioni utili alla cattura delle persone ricercate (per l’esecuzione di condanne) o per ragioni amministrative (divieto d’entrata nel territorio, espulsioni, violazioni fiscali) o al ritrovamento di quelle scomparse. Nel gennaio 2006 contava 357 mila schede personali. Il Fjais è invece la banca dati che raccoglie informazioni sugli autori d’infrazioni sessuali. Nel luglio 2006 raccoglieva 32 mila dossier.
Il Sis è il sistema di banca dati integrata Schengen, comune a tutti i paesi membri dell’Unione europea. Nel giugno 2003 contava 1,3 milioni informazioni sulle persone. Potremmo continuare ancora perché esistono banche dati persino sui cittadini nati fuori dal territorio nazionale (Fpne), circa 7 milioni di schede individuali, o sui libretti di circolazione rilasciati a persone senza domicilio né residenza fissi (almeno 168 mila schede).
La creazione della nuova banca dati Edvige ha attirato l’attenzione sulla giungla delle schedature che realizzano un monitoraggio permanente dei gusti, dei comportamenti, delle opinioni e delle relazioni dei cittadini. Un delirio del controllo che risponde ad una logica del sospetto diffuso, della paura epidemica, e mira all’edificazione di una società disciplinare che i nuovi strumenti del panoptismo informatico consentono di realizzare.
A fronte di un avanzamento tecnologico inarrestabile ma che, come sempre nella storia del progresso tecnico-scientifico, porta con sé una ambivalenza costitutiva, una biforcazione verso una maggiore libertà, in questo caso nella comunicazione, nella rapidità, nella creatività, ma al tempo stesso apre la via al baratro di un controllo, di una tracciabilità senza precedenti che può annullare alla radice la stessa libertà, può la semplice rivendicazione della verifica democratica, della trasparenza sociale, supplire ai rischi di un uso distorto della nuova tecnologia informatica? Non occorre, forse, aprire un contenzioso politico-sociale che imponga di non fare più uso di queste forme tecnologiche nel campo del controllo sociale?

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Francia, la nuova banca dati che scheda le minoranze etniche non sedentarizzate