Il bavaglio alla storia, annullato il convegno sul sequestro Moro

Convegno MoroNon si terrà più il convegno previsto il prossimo 12 maggio 2016 presso la Sala del Refettorio di Palazzo San Macuto (Camera dei Deputati) dal titolo “Il Caso Moro: la politica, la ricerca, la storia. Voltare pagina si può” (vedi locandina qui accanto).
Ne danno notizia in un secco comunicato, che potete leggere qui sotto, tre dei relatori che avrebbero dovuto prendere la parola.
La gioranta di lavori storici era stata organizzata da Fabio Lavagno, deputato del Partito Democratico e membro non omologato alle tesi complottiste dell’attuale Commissione bicamerale di inchiesta sul caso Moro.
Nel comunicato di presentazione della iniziativa diffuso nei giorni scorsi, ed oggi non più reperibile sul sito dello stesso Lavagno (http://www.fabiolavagno.it/blog/archives/10408), si poteva leggere «a quasi quattro decenni dal rapimento e l’uccisione del presidente democristiano e della sua scorta da parte di molti si sente la necessità di storicizzare quegli avvenimenti, collocandoli nel loro contesto di scontro politico, sociale e generazionale, che segnò l’Italia negli anni Settanta e Ottanta. Studiosi provenienti dall’Italia e dall’estero che da molti anni si occupano della vicenda (Elisa Santalena, Nicola Lofoco Monica Lanzoni, Paolo Persichetti, Vladimiro Satta, Gianremo Armeni, Luciano Seno, Pino Casamassima e Marco Clementi), ne analizzeranno vari aspetti, dalle fonti disponibili alla metodologia della ricerca, dall’origine della dietrologia alla posizione dei partiti durante la crisi, fino ad aspetti ancora poco indagati ma non meno importanti, come le conseguenze del caso Moro sul sistema carcerario italiano e le esperienze di altri paesi per uscire dall’emergenza»
Dopo una sessione di discussione sulle relazioni tenute nel corso della mattinata era prevista anche una tavola rotonda moderata da Massimo Bordin di radio radicale sul tema «Voltare pagina si può», a cui avrebbero preso parte Oreste Scalzone, esponente dei movimenti degli anni 70, il presidente della Casa della Memoria 28 maggio 1974 Manlio Milani, il presidente della commissione riforme del CSM Piergiorgio Morosini, il generale dei Carabinieri Giampaolo Sechi, il presidente dell’associazione caduti di via Fani Giovanni Ricci e Annachiara Valle di Famiglia Cristiana.

Il comunicato

Pressioni politiche hanno messo l’organizzazione del convegno “Aldo Moro: la ricerca, la politica, la storia, nella condizione di rinviare sine die l’iniziativa. Questa situazione si ripete con regolarità quando si presentano possibilità di confronto pubblico che non sia irregimentato in stringenti letture monocromatiche del passato. Noi crediamo che quattro decenni costituiscano un tempo più che sufficiente per uscire dalla logica emergenziale e perché la parola su quegli anni passi finalmente alla storia. Crediamo, anche, che le istituzioni debbano togliere la propria tutela etica su un periodo che non è figlio illegittimo della storia italiana.

Marco Clementi
Paolo Persichetti
Elisa Santalena

 

 

 

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Strage di Brescia e altre stragi di Stato: la grande ingenuità di chi ha creduto che la magistratura potesse arrivare alla verità senza cambiamenti politici profondi nelle istituzioni coinvolte

Dopo 38 anni dai fatti, cinque istruttorie e dieci sentenze, il sistema giudiziario non è stato in grado di identificare i responsabili della strage di Brescia come per piazza Fontana e l’Italicus. L’assoluzione pronunciata ieri dalla corte d’appello è su tutte le prime pagine dei quotidiani di stamani dove più o meno si grida allo scandalo, si censurano i «depistaggi», «l’impunità», la «storia negata», la «beffa» del risarcimento per le spese di giustizia inflitte ai familiari delle vittime.

Manlio Milani, presidente dell’Associazione familiari delle vittime della strage, si lascia andare davanti a Giovanni Bianconi del Corriere della sera ad alcune considerazioni disincantate: «C’è una catena di ricatti che lega gli uni agli altri, dagli esecutori ai rappresentanti degli apparati, fino ai responsabili politici. Le coperture e i depistaggi son il risultato di questi collegamenti occulti, che negano la trasparenza e mettono in pericolo i presupposti della democrazia. Io temo che questo meccanismo funzioni ancora oggi, su diverse questioni, e se non viene denunciato e smantellato la vita di questo Paese rimarrà sempre inquinata dal gioco dei ricatti».

La verità sulle stragi sacrificata sull’altare del compromesso storico
Milani è convinto che la verità sarebbe potuta venire fuori subito se ci fosse stato nella seconda parte degli anni 70 un diverso atteggiamento politico più deciso nel denunciare le ambiguità istituzionali, «Credo che subimmo – aggiunge – una certa timidezza del Pci dell’epoca che non voleva rischiare di compromettere il rapporto con la Dc. Ma fino a quando la ragion di Stato avrà il sopravvento sulla ricerca della verità?».

La verità sulle stragi sacrificata sull’altare del compromesso storico. Il sospetto di Manlio Milani non è affatto infondato. Il Pci concepiva il ricorso allo strumento giudiziario come una leva per facilitare i suoi scopi politici, così le inchieste subivano accelerazioni o rallentamenti a seconda degli interessi del momento. Ciò spiega la linea della fermezza, il massimo di repressione con tanto di leggi speciali e torture contro la lotta armata per il comunismo, che si mise di traverso alla strategia del compromesso storico, ed al contrario i tentennamenti verso la Dc sulle stragi.

Ma se le cose stanno così e se tutte le inchieste, al di là degli esiti processuali, sono sempre giunte ad una identica ricostruzione del contesto ambientale nel quale ha avuto origine la strage di Brescia, come le altre: i settori del neofascismo del triveneto collegati, infiltrati, inquinati dalla presenza di agenti di varie intelligences Nato e dei nostri apparati; la vera domanda da porre non è forse un’altra?
Non è stata malrisposta la fiducia riversata sulla magistratura affinché potesse arrivare ad una verità certificata processualmente?
Se di mezzo c’è lo Stato con i suoi apparati e le inconfessabili strategie elaborate in sede atlantica, è pensabile l’accertamento della verità da parte della magistratura senza che ciò non proceda insieme ad un mutamento politico radicale delle istituzioni coinvolte?
Non è stata una follia ritenere che la liturgia del processo penale potesse svolgere una funzione terapeutica, favorendo la riparazione psicologica delle vittime?

A nostro avviso si è trattato di una deriva sbagliata, anzi devastante poiché:

a) ha innescato una privatizzazione del diritto di punire;
b) la giustizia processuale ha perso in questo modo il suo ruolo peculiare di ricerca delle responsabilità per rivestire la funzione di ricostruzione clinica della persona offesa;
c) conseguenza che favorisce il rischio di verità giudiziarie di comodo, verità politiche – altrimenti dette “ragion di Stato” – necessarie a placare domande che vengono dall’opinione pubblica o servono a lenire semplicemente la sofferenza dei familiari, ad appagarne il risentimento;
d) devasta la dimensione psicologica delle vittime stesse, messe di fronte all’assurdo paradosso di dover pretendere verità da quello stesso Stato coinvolto nei fatti incriminati;
e) verità che evidentemente non potrà mai venire senza che sia investita la dimenzione del cambiamento politico delle istituzioni coinvolte;
f) ne può uscire soltanto un atteggiamento vittimistico e querulante che di fronte al frustrante fallimento degli esiti processuali, o peggio al mancato appagamento che la scena giudiziaria offre (“la verità giudiziaria non dice tutto”, “i colpevoli nascondono altre verità”, ”la pena deve essere infinità anche una volta sconata per intero”), trascina la figura della vittima in una spirale di risentimento senza fine, di avvitamento rancoroso;

E’ sulla verità storica che occore dunque lavorare. Ciò dipende da quelle categorie, gli imprenditori della memoria, che lavorano con la materia storica, ma dipende anche e soprattutto dall’autorganizzazione sociale, dalla capacità di creare le condizioni politiche perché questa verità esca fuori.

Link
Il paradigma vittimario
Giovanni de Luna, “Golpismo e stragismo non sono proponibili come un paradigma esaustivo della storia degli anni 70”
Stazione di Bologna una strage di depistaggi
Quando la memoria uccide la ricerca storica
De Luna: “Senza verità giudiziaria il passato non passa”