Aldo Bianzino, no all’archiviazione dell’inchiesta sulla sua morte

Comunicato stampa del Comitato Verità e Giustizia per Aldo

19 dicembre 2009

“Arrestati e condotti nel carcere di Capanne – Aldo viene portato in isolamento e Roberta nel braccio femminile – al termine di una perquisizione, firmata dal pm Petrazzini, trovate solo alcune piante di marijuana e 30 euro in contanti”. È l’assurdo inizio della fine di Aldo. Uomo libero, consumatore e coltivatore di canapa che per questo viene arrestato e muore in carcere, in una città che si preoccupa soltanto di reprimere i consumatori e la “manodopera di strada” mentre rimane una piazza centrale del narcotraffico. A più di due anni da questa “misteriosa” morte, si tenta ancora di insabbiare la verità. Infatti, mentre è stato rinviato a giudizio l’agente di polizia penitenziaria accusato di omissione di soccorso, viene archiviato il procedimento per omicidio, volendo farci credere che Aldo sia “stato ucciso” in carcere da un malore accidentale. L’ipotesi di morte naturale viene però formulata solo dopo la seconda autopsia sul corpo di Aldo. Và ricordato che nella prima autopsia vengono riscontrate diverse lesioni “compatibili con l’ipotesi di omicidio” e i medici legali dichiarano probabile la sua morte per percosse. Nella seconda, con l’asportazione del fegato e del cervello, la sua morte viene fatta risalire a cause naturali, negando di fatto l’ipotesi delle percosse. Una terza perizia viene richiesta dal giudice e affidata agi stessi medici legali! Il risultato? Il fegato di Aldo si sarebbe staccato in seguito ad un massaggio cardiaco (effettuato da medici competenti!). Dall’analisi dagli atti che giustificano l’archiviazione permangono diversi dubbi:
– Aldo viene ritrovato rannicchiato nel letto nudo con addosso una sola maglietta (che i familiari affermano non appartenergli) e con la finestra aperta, ad ottobre inoltrato.
– Al momento del ritrovamento del corpo di Aldo non è stata effettuata alcuna ispezione della cella numero 20 nella quale era stato rinchiuso.
– Nonostante viene affermato che dall’analisi delle riprese delle telecamere a circuito chiuso del carcere non risultino elementi rilevanti, non si parla del perché queste all’inizio vengono dichiarate non funzionanti mentre in seguito viene affermato che il loro funzionamento avviene con registrazioni ad intervalli regolari. Inoltre come è possibile che lo stesso pm Petrazzini che ha ordinato l’arresto di Aldo sia anche quello che ha indagato sulle cause della sua morte? Non è corretto che uno stesso magistrato svolga contemporaneamente il ruolo dell’accusa e della tutela (ruolo della difesa) nei confronti della medesima persona. Al limite il magistrato che ha emesso l’ordinanza di perquisizione nei confronti di Aldo poteva essere sentito come parte in causa all’interno dell’inchiesta sull’omicidio, ormai archiviata. Questa è la “storiella” alla quale vogliono farci credere, dandoci come “contentino” il capro espiatorio di turno. In risposta ad uno stato che vuole controllare i cittadini e reprimere qualsiasi comportamento che sia difforme dalla norma, e ad un comune che non si è mai esposto su questa vicenda continuando invece ad alimentare politiche securitarie attraverso la privatizzazione del controllo sui nostri corpi e le nostre vite, noi continueremo ad opporci a questa sicurezza che vuole limitare le nostre libertà individuali e che allo stesso tempo lascia impuniti casi molto simili a quello di Aldo come quelli di Stefano Cucchi, Marcello Lonzi e Stefano Frapporti, solo per citarne alcuni, ma che potrebbe capitare a tutti noi in qualsiasi momento. Continueremo quindi a diffondere lotte dal basso e consapevolezza perché non si può finire in carcere per qualche pianta d’erba in nome di una sicurezza che è solo repressione e morte.

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Violenza di Stato…non suona nuova

Violenza di Stato? Non è una novità. Stefano è l’ultima vittima


Paolo Persichetti
Liberazione, 31 ottobre 2009

La schiena di Stefano Cucchi

La schiena di Stefano Cucchi

Stiamo assistendo ad una recrudescenza della violenza statale?
La domanda è d’obbligo dopo l’ultima vicenda che ha portato alla morte di Stefano Cucchi. In realtà il ricorso a pratiche violente da parte degli apparati statali non è una novità. Una semplice disamina di lungo periodo del fenomeno porta a concludere che il ricorso ad un uso brutale, non proporzionato e fuorilegge della forza, è “prassi ordinaria” dei corpi dello Stato. Per i più giovani la memoria arriva alla «macelleria messicana» di Bolzaneto e della Diaz. I più anziani ricordano cosa fossero i commissariati e le carceri del dopoguerra, e cosa accadde nel calderone degli anni 70 con la legge Reale. Dal 1 gennaio 1976 al 30 giugno 1989 vennero uccise dalle «forze dell’ordine» 237 persone, mentre altre 352 rimasero ferite (dati censiti dal Centro Luca Rossi e fondazione Calamandrei). Senza dimenticare le torture contro i militanti della lotta armata praticate nel biennio 1981-1983, dopo il via libera venuto dal Cis, il comitato interministeriale per la sicurezza.
Una squadretta dei Nocs imperversò per l’Italia praticando sevizie apprese dai manuali utilizzati dagli aguzzini delle dittature militari dell’America latina. Manuali redatti dai generali francesi che ne avevano aggiornato le tecniche durante la guerra d’Indocina e poi in Algeria, ed esportate in seguito nella famigerata Scuola delle Americhe . Eppure c’è la sensazione che negli ultimi tempi qualcosa sia cambiato. Analisi sociologiche ci spiegano che le forze di polizia si sono hooliganizzate , basta leggere il libro di Carlo Bonini, Acab, (Einaudi 2009) per farsene un’idea. Sorta di calco del mondo imbastardito delle curve. La sensazione d’impunità, la forza dell’omertà-ambiente che copre questi comportamenti, hanno attenuato i meccanismi di autocontrollo. Il populismo penale, l’importazione dei modelli di “tolleranza zero”, hanno portato alla costruzione di un nuovo “nemico interno” identificato nella piccola devianza, nei migranti. Una gestione dell’ordine pubblico militarizzata, sommata alla legislazione proibizionista e all’internamento carcerario come soluzione dei problemi, hanno generato un mostro sicuritario che produce un fisiologico esercizio della coercizione che dilaga in violenza aperta, tra fermi, celle di sicurezza, tribunali, prigioni.
Negli ultimi anni la cronaca è fitta di episodi del genere:
Marcello Lonzi, morto nel 2003 all’interno del carcere di Livorno. Sul suo corpo numerosi segni di vergate e colpi di bastone. Dopo anni di denunce la procura ha recentemente riaperto l’inchiesta. Due agenti penitenziari sono indagati.
Federico Aldovrandi, pestato a morte il 25 settembre 2005 in piena strada dai poliziotti di una volante.
Aldo Bianzino, deceduto il 14 ottobre 2007 nel carcere di Perugia. Sul suo corpo vengono riscontrate «lesioni massive al cervello e alle viscere», provocate prima dell’ingresso nel penitenziario. Un’inchiesta per omicidio volontario è in corso contro ignoti.
Stefano Brunetti, arrestato ad Anzio l’8 settembre 2008, muore in ospedale il giorno successivo a causa delle percosse subite. Dall’autopsia emerge un decesso provocato da «emorragia interna dovuta ad un grave danno alla milza. Risultano anche fratture a due costole».
Mohammed, marocchino di ventisei anni suicidatosi il 6 marzo 2009 nel carcere di santa Maria Maggiore a Venezia, dopo una lunga permanenza in cella liscia. Sei poliziotti della penitenziaria finiscono nel registro degli indagati per «abuso di autorità contro persone arrestate o detenute».
Francesco Mastrogiovanni, morto in un letto di contenzione il 4 agosto scorso dopo un Tso abusivo. Per le molteplici morti violente avvenute in carcere e nelle questure, l’Italia è sotto accusa da parte di alcuni organismi internazionali e dalla commissione europea per la prevenzione della tortura.

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Manuel Eliantonio, morto nel carcere di Marassi

Da gennaio 98 detenuti morti

Paolo Persichetti
Liberazione 22 ottobre 2008

Dall’inizio del 2008 sono morte nelle carceri italiane 98 persone. L’ultimo censimento risale al 15 ottobre scorso (fonte Ristretti orizzonti). Nei casi di morte recensiti sotto la voce «malattia», il dato non è in grado di dettaglaire ulteriormente i decorsi e le caratteristiche delle malattie che hanno portato alla morte e dunque non dicono tutto sulla carenza di cure che spesso accelerano irrimediabilmente gli stati patologici dei reclusi. Un episodio eclatante è stato quello di Franco Paglioni, affetto da sindrome Aids e deceduto in condizioni ignominiose lo scorso settembre nel carcere di Forlì. In realtà i dati raccolti nel dossier non riescono a dirci l’intera verità poiché si tratta d’informazioni (tutte verificate) raccolte in modo autonomo, sulla base di notizie di stampa o fornite da altri detenuti o familiari. Esiste un sommerso che il Dap tiene opportunamente sotto silenzio o dissimula all’interno di statistiche poco decifrabili. Almeno 37 sono i morti per «suicidio», una dicitura spesso di comodo sotto la quale si celano altre terribili circostanze come la vicenda di Stefano Brunetti, denunciata dall’ufficio del garante dei detenuti del Lazio. Arrestato ad Anzio l’8 settembre scorso, morì in ospedale il giorno successivo a causa delle percosse subite. Ora la famiglia ha presentato querela contro ignoti per omicidio colposo. Dall’autopsia sarebbe emerso, secondo quanto riportato dal legale Carlo Serra, che Brunetti «è morto per un’emorragia interna dovuta ad un grave danno alla milza. Risultano fratturate anche due costole». Manifestamente è stato pestato. Anche per il caso di Marcello Lonzi, morto nel 2003 nel carcere di Livorno, la procura dopo anni di denunce da parte della madre ha finalmente deciso di riaprire un’inchiesta troppo sbrigativamente archiviata. Due agenti e l’ex compagno di cella risultano indagati. Per le molteplici morti violente in carcere e nelle questure, l’Italia è sotto accusa daparte di alcuni organismo internazionali e dalla commissione europea sulla prevenzione della tortura.

Genova 2001, assalto al carcere di Marassi

Genova 2001, assalto al carcere di Marassi

Materassi sul pavimento, pulizia da pollaio, densità da carri merci 57.030 detenuti per 43mila posti: il sistema carcerario è fuorilegge

Paolo Persichetti
Liberazione 24 ottobre 2008

Il sistema carcerario italiano è fuorilegge. La capienza regolare, cioè il numero di posti disponibili sulla base delle strutture architettoniche realmente esistenti è stato superato da tempo. Siano ormai oltre il tutto esaurito, 57.030 detenuti (censimento del 16 ottobre scorso) contro i 43.262 posti-cella previsti (quelli che nel regolamento penitenziario del 2000 vengono definiti «camere di pernottamento», intendendo con ciò che durante la giornata i reclusi non dovrebbero sostare nelle celle, come in realtà avviene, ma restare aperti). Per questo motivo un grande numero di istituti penitenziari operano di fatto al di fuori della legalità, cioè non sono in grado di ottemperare alle norme che ne presiedono il quotidiano funzionamento. Superfluo sottolineare che in questo modo si pongono al di fuori dello stesso articolo 27 della costituzione. Posizione abbastanza scomoda e paradossale per una istituzione dello Stato che incarna il luogo dove la Giustizia si traduce nei suoi termini più concreti e materiali, l’esecuzione della sanzione, e perciò stesso rivendica (vedendone affievolita la legittimità) una missione correttiva.
Negli anni passati si è pensato di risolvere il sovraffollamento strutturale con una semplice circolare amministrativa che introduceva la nozione di «capienza tollerabile». Un trucco contabile, una truffa vera e propria, una specie di gioco di prestigio che riducendo i parametri minimi vigenti all’interno dell’Unione europea, ovvero la soglia di vivibilità stabilita in base ai metri quadri disponibili per detenuto, ha aumentato la capienza. Così il numero dei posti è salito a 63.568; una soglia esplosiva, un punto di collasso del sistema che secondo le proiezioni stesse del Dap verrà raggiunto entro la fine dell’anno, se non decresce – e non decrescerà affatto con i ddl Berselli e Carfagna già in discussione – il numero degli ingressi che viaggia ormai al ritmo di 800-1000 al mese. La capienza regolamentare è già abbondantemente superata in tutte le regioni, ad eccezione della Valle D’Aosta. In 4 regioni i penitenziari hanno addirittura superato la stessa soglia di capienza tollerabile. In Campania a fronte di una ricevibilità regolamentare di 5.306 posti, tollerati 6.966, si è arrivati a 7.125 detenuti. In Emilia Romagna si è giunti a 3.919 sui 2.270 previsti e 3.761 tollerati. In Veneto a 2.924 sui 1.917 previsti e 2.902 tollerati. Anche in Trentino tetto regolamentare e di tolleranza abbondantemente oltrepassati. In Friuli, Liguria, Lombardia, Marche e Sicilia la soglia di tolleranza è prossima allo sforamento (ancora un 10% di posti virtuali disponibili) e poi sarà il crack.
La situazione è talmente grave che il neopresidente del tribunale di sorveglianza di Milano – come racconta il Corriere della sera di ieri –, Pasquale Nobile De Santis, ha scritto al ministro Angelino Alfano per denunciare le condizioni delle carceri di Busto Arsizio, Varese, Monza e Milano san Vittore, dove il numero dei detenuti ha toccato le 1424 unità contro le 900 disponibili. Celle di 3 metri per 2 con letti a castello a tre piani che raggiungono il soffitto, materassi sul pavimento, scarafaggi, infiltrazioni d’acqua, docce col contagocce. Densità da carro bestiame, pulizia da pollaio.
In affanno il governo conferma le sue politiche sicuritarie alimentate da quell’industria dell’incarceramento sociale, vera guerra dall’alto contro immigrati, tossicodipendenti, giovani delle periferie (legge Bossi-Fini sull’immigrazione, Fini-Giovanardi sulle droghe, ex Cirielli sulla recidiva) che l’indulto ha solo momentaneamente tamponato. Annuncia l’ampliamento dei padiglioni esistenti e la costruzione di nuove carceri. Ma ci vorranno anni. Intanto la popolazione reclusa si gonfia e gli studenti sono scesi in piazza. Ma non era già successo?