Processo Spiotta, la storia fa paura alla pubblica accusa e alle parti civili

Il colpo di scena provocato dalle dichiarazioni fatte da Lauro Azzolini lo scorso martedì 11 marzo nell’aula di corte d’assise di Alessandria, quel «C’ero io quel giorno di cinquant’anni fa alla Spiotta! […] io sono l’unico che ha visto quello che quel giorno è davvero successo», rappresenta un gesto di trasparenza che inevitabilmente capovolge il senso del processo. Liberatosi delle schermaglie procedurali, Azzolini si è riappropriato della verità. Spetta ora alla corte d’assise apprezzarla e soprattutto fare luce su tutti i momenti di quel tragico 5 giugno 1975 che si è chiuso con l’uccisione di Margherita Cagol e il ferimento di tre carabinieri, uno dei quali, l’appuntato Giovanni D’Alfonso, morirà nei giorni successivi.

Processo ribaltato
Il teorema accusatorio iniziale, messo in campo con dispendio enorme di energie e risorse pubbliche dalla procura, ha così iniziato a traballare. Anche la strategia delle parti civili adagiate comodamente sul presunto silenzio e sulla inazione degli imputati è stata scossa, suscitando iniziale sorpresa. La testimonianza di Azzolini, «l’ultima immagine che ho di Mara, che non dimenticherò mai, è di lei ancora viva che si era arresa con entrambe le braccia alzate, disarmata, e urlava di non sparare…», ha rimesso al centro del processo le circostanze mai chiarite della sua morte. Per uscire dal disorientamento c’è stato chi ha provato a sostenere che l’imputato, ormai alle strette, avesse parlato solo perché non aveva altra scelta: «accerchiato da prove inesorabili». In realtà le parti civili quando nel novembre del 2021 chiesero la riapertura delle indagini avevano ben altri obiettivi: nell’esposto depositato in procura indicavano in Mario Moretti il sospetto fuggitivo. Lo stesso figlio dell’appuntato Giovanni D’Alfonso scrisse una prefazione a un libro di due giornalisti, uscito appena due giorni dopo la presentazione del suo esposto, nel quale si sosteneva la responsabilità di Moretti nella sparatoria e lo si accusava di aver abbandonato Margherita Cagol al suo destino, con l’obiettivo di sostituirla al vertice delle Brigate rosse. «Piano diabolico» che i due giornalisti romanzarono ulteriormente in un secondo volume, dove il Centro Sid di Padova veniva indicato come il vero regista dell’intera operazione per il tramite di un confidente, arruolato all’interno della Assemblea autonoma di Porto Marghera e da qui confluito successivamente nella nascente colonna veneta delle Brigate rosse, che nulla c’entrava con la colonna torinese organizzatrice del sequestro. Confidente che ascolato dai pm torinesi ha sostenuto per ben due volte che il brigatista fuggito fosse Alberto Franceschini, già in carcere al momento dei fatti. Almeno pubblicamente, non risulta che le parti private abbiano mai preso le distanze da questa rappresentazione spionistica della vicenda. Al contrario un suo attuale rappresentante, l’ex magistrato Guido Salvini, nel corso di un dibattito sul web del 22 settembre 2022 ha ribadito il suo convincimento sulle responsabilità di Moretti, dipinto come figura «ambigua» e «oscura».

La storia non deve entrare in aula
Forse è anche per questo che nella parte finale dell’udienza, quando si è discusso sull’ammissibilità delle prove e dei testi, dalla pubblica accusa e dalle parti civili è venuta una levata di scudi contro la presenza nel processo dello storico e docente universitario Marco Clementi, chiamato a deporre, in qualità di consulente storico, dall’avvocato Francesco Romeo che difende Mario Moretti: sulle modalità operative e sulla struttura organizzativa delle Brigate rosse nel 1975 e successivamente. La discussione che ne è seguita ha avuto aspetti surreali, a cominciare dall’avvocato della parte civile Sergio Favretto che si è opposto, giudicando Clementi, già audito nel giugno 2016 dalla Commissione Moro, presieduta da Giuseppe Fioroni, seduta nella quale depositò importanti documenti: «inadeguato a fornire una consulenza all’interno di un processo penale». Sventolando un volume apparso nel 2017, il rappresentante della famiglia D’Alfonso ha accusato il professore di aver dedicato «appena mezza pagina alla Spiotta», senza citare nemmeno «Giovanni D’Alfonso che fu una vittima della Spiotta». L’avvocato Favretto avrebbe fatto migliore figura se avesse consultato con più modestia e maggiore accuratezza gli altri lavori pubblicati. Il suo collega, l’ex magistrato Guido Salvini, non potendo opporsi perché durante la sua passata attività di giudice istruttore e gip si è avvalso per decenni dell’ausilio di un consulente come Aldo Giannuli, esperto di Servizi segreti ma non di Brigate rosse, ha chiesto come «controprova» l’audizione dell’ex pm Armando Spataro. Richiesta singolare perché in primis la controprova sarebbe semmai quella presentata dalla difesa, la richiesta di Salvini è solo una prova ausiliare della pubblica accusa, poi perché un ex pm, che ha arrestato e fatto condannare tutti e tre gli imputati chiamati a giudizio, non sembra stare proprio nei panni della figura terza che fornisce consulenza alla corte. Deve essere davvero disperata la situazione tra i fautori della dietrologia, di cui l’ex giudice Salvini è uno dei più accesi sostenitori, se da quelle parti scarseggiano storici in grado di descrivere il funzionamento organizzativo delle Brigate rosse nel corso della loro storia. D’altronde se per decenni si è sostenuto che dietro le Br c’erano gli organigrammi di Langley, poi diventa difficile trovare esperti che sappiano dire qualcosa di diverso.

Un pm senza storia
Ma forse l’argomentazione più stupefacente è venuta dal pubblico ministero Emilio Gatti, il quale opponendosi fermamente all’audizione di Clementi, ha sostenuto di non amare il lavoro degli storici: «perché c’è sempre un qualcosa di soggettivo in questo rimettere insieme le fonti […] io – ha proseguito – non vi produco l’interpretazione, non è una prova l’interpretazione». Una rivendicazione sprezzante della superiorità dell’ontologia giudiziaria rispetto a quella storica che, senza scomodare Marc Bloch, il padre della storia moderna, inevitabilmente riporta alla mente il libro di Carlo Ginzburg sul giudice e lo storico, sui loro mestieri differenti nonostante entrambi cerchino di ricostruire dei fatti con strumentazioni spesso simili, anche se poi i primi si limitano a ricercare la responsabilità penale mentre i secondi, per loro fortuna, possono andare molto oltre, scavando e ricostruendo in ogni dove. Non sarà forse un caso se i migliori giudici sono quelli che sanno fare anche gli storici mentre i peggiori sono quelli che restano solo dei Torquemada.
Ora in un processo che si svolge cinquant’anni dopo i fatti e dove la pubblica accusa ha portato come fonti di prova sette libri e imputa a Curcio e Moretti quanto affermato nei loro libri-intervista, fondando l’accusa su una interpretazione discutibile delle loro parole, proprio perché non corredata dalla conoscenza storica sul funzionamento delle strutture organizzative delle Brigate rosse, questa ostilità verso il lavoro storico appare quantomeno sospetta. In questo caso, infatti, l’expertise storica aiuterebbe chi deve giudicare ad ancorare il processo alla realtà dei fatti. L’atteggiamento della pubblica accusa poco si concilia con l’affermazione di Luigi Ferrajoli, secondo cui «Il processo è per così dire il solo caso di “esperimento storiografico”». Sembra di rivedere l’ostinato atteggiamento del procuratore generale di Roma Antonio Marini quando rivendicava l’intangibilità del giudicato processuale davanti all’emergere di nuove conoscenze che la ricerca storica veniva producendo e che intaccavano le responsabilità penali sancite nelle sentenze del processo Moro. Venticinque imputati sono stati condannati per il tentato omicidio dell’ingegner Alessandro Marini, la mattina del 16 marzo in via Fani. Un fatto, oggi sappiamo, mai accaduto. Durante i lavori della seconda commissione Moro, lo stesso ingegner Marini ha ammesso che il parabrezza del suo motorino si era infranto nei giorni precedenti l’assalto brigatista, a causa di una caduta accidentale del mezzo dal cavalletto, e non in seguito a colpi di arma da fuoco esplosi contro di lui, circostanza per altro mai confermata dalle perizie balistiche. Sono trascorsi quasi dieci anni da quelle ammissioni, ancora di più dalla scoperta di un verbale del 1994, in cui lo stesso ingegnere rivelava per la prima volta come si era rotto il parabrezza, e del ritrovamento delle foto del motorino col parabrezza tenuto da nastro adesivo sul marciapiedi di via Fani, ma la «scienza giuridica» non è ancora corsa ai ripari per ristabilire la sua ontologica superiorità correggendo un clamoroso errore giudiziario.

Il consulente non verrà ascoltato
Alla fine la corte ha deciso di non dare la parola al professor Clementi. Se ne riparlerà più avanti, forse. Una decisione grave che ha privato la difesa dell’unico teste richiesto e che imbavaglia i suoi argomenti. Il messaggio è chiaro: questo processo deve tramandare la storia di un’organizzazione costruita in modo gerarchico, verticistico, piramidale, con a capo una cupola che dava ordini insindacabili al resto del gruppo. L’accusa ha bisogno di questa narrazione processuale perché si arrivi alle condanne. Si deve impedire che qualcuno venga a smentire tutto ciò, sollevi dubbi nei giudici ricordando che nelle Brigate rosse vigeva un principio d’autonomia delle decisioni, la circolazione orizzontale dei flussi informativi che determinavano le scelte politiche finali e che la decisione di ricorrere ai sequestri di autofinanziamento, ripresi dall’esperienza delle guerriglie sudamericane, fu collegiale, controversa e dibattuta e che le modalità operative furono demandate, come sempre, alla colonna che operava sul territorio. Tutta un’altra storia ma soprattutto una altro processo.

Errori, abusi e irregolarità della procura di Torino nell’inchiesta contro i quattro Br accusati per la sparatoria di cinquant’anni fa alla Cascina Spiotta

Alla fine del 2021 la procura di Torino, mentre si accingeva a riaprire le indagini sulla sparatoria avvenuta nel lontano giugno 1975 davanti alla cascina Spiotta, in località Arzello nei pressi di Acqui terme, dove morirono l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso e la fondatrice della Brigate rosse Margherita Cagol, non sapeva che nel 1983 l’autorità giudiziaria di Alessandria aveva già condotto una propria inchiesta sugli stessi fatti contro Angelo Basone e Lauro Azzolini, due brigatisti poi prosciolti nel novembre 1987. La circostanza è stata candidamente ammessa dal pubblico ministero Emilio Gatti nella discussione che si è tenuta lo scorso 26 settembre durante l’udienza preliminare che dovrà decidere le sorti dell’indagine e stabilire se rinviare a giudizio gli ex militanti della Brigate rosse Lauro Azzolini, Renato Curcio, Mario Moretti e Pierluigi Zuffada. Cosa ha portato una procura tanto esperta e agguerrita nelle vicende della lotta armata, come quella torinese, coadiuvata dalla procura nazionale antiterrorismo, a commettere un così clamoroso errore? In realtà solo il primo di una lunga serie di irregolarità ed escamotage vari, finalizzati a forzare le regole della procedura, a quanto pare percepite unicamente come ostacoli frapposti all’azione penale.

Il tranello complottista
Fin dal venerdì 19 novembre 2021, quando l’avvocato Sergio Favretto deposita, per conto di Bruno D’Alfonso, uno dei figli del carabiniere deceduto, l’esposto che chiedeva la riapertura delle indagini, la procura torinese si era vista proporre una narrazione, rafforzata anche da un libro scritto da due giornalisti (Folegnani-Lupacchini), con la prefazione dello stesso D’Alfonso, depositato agli atti, che aveva come premessa un falso storico: il mancato svolgimento nei decenni precedenti di una inchiesta giudiziaria sulla sparatoria, fatta eccezione per il processo che vide come unico condannato Massimo Maraschi, brigatista catturato nell’immediatezza del rapimento Gancia, il giorno prima dello scontro a fuoco, per cui fu comunque condannato. L’esposto fondava le sue ragioni proprio su questo presunto vuoto e dunque su una conseguente necessità di sanare una palese ingiustizia. Riprendendo le conclusioni del volume, uscito solo tre giorni dopo la consegna dell’esposto in procura, si indicava una lista di nomi tra i quali si sarebbe dovuto individuare il brigatista fuggito. Sempre nel libro, invece, si postulava ancor più esplicitamente l’esistenza di un complotto, di ambigue zone di silenzio e complicità tra apparati dello Stato e brigatisti che avrebbero giustificato la mancata volontà di condurre le indagini su quanto era avvenuto il 5 giugno del 1975. In un secondo volume scritto dagli stessi autori, pubblicato sul finire della inchiesta, nel dicembre 2023, si è andati ancora oltre, sostenendo che la sparatoria della Spiotta, la morte di Mara Cagol e la fuga del brigatista mai individuato era avvenuta sotto la stretta regia dei Servizi segreti. Tralasciamo ora questo delirio complottista che i carabinieri e la procura non hanno seguito, ma che certamente alcune parti civili proveranno a reintrodurre nel processo, se questo dovesse andare in porto. Non è un caso se l’ex magistrato, ora avvocato Guido Salvini, ha dichiarato di avere assunto la difesa di una parte civile per dimostrare la colpevolezza di Curcio e Moretti, quest’ultimo ritenuto attore del complotto nei due volumi depositati agli atti, nei confronti dei quali aveva già anticipato in passato giudizi di colpevolezza e arroganti valutazioni personali. Non è la prima volta che delle fake news vengono impiegate come leve per avviare nuove inchieste. Resta l’incredibile circostanza che ha visto una procura riaprire incautamente delle indagini senza le necessarie verifiche, dando per scontato che nell’arco dei quarantasei anni precedenti non vi fossero stati altri procedimenti giudiziari.

L’inchiesta coperta
Ricevuto l’esposto, gli inquirenti hanno prima aperto, ad inizio 2022, una procedimento contro ignoti, ascoltato diversi testimoni, interrogato molti ex brigatisti senza cavare un ragno dal buco. A quel punto hanno cambiato strategia investigativa, convinti che l’unico modo per andare avanti fosse «intercettare» le chiacchiere degli ex Br, dopo aver reso pubblica la notizia dell’apertura della nuova inchiesta. Secondo i carabinieri che hanno condotto le indagini «L’attività di intercettazione consente l’opportunità di captare, dietro opportuni stimoli, i giusti commenti in ordine all’identità del fuggito». Tuttavia già nell’aprile del 2022 i carabinieri avevano focalizzato la posizione di Lauro Azzolini: «quale corresponsabile con Cagol Margherita dell’uccisione dell’appuntato Giovanni D’Alfonso». Ma nonostante questo dato acquisito, il fascicolo non muterà l’intestazione «contro ignoti», abile escamotage per non allertare la persona intercettata. Solo che negli stessi giorni la procura si avvede della esistenza della vecchia indagine del 1983 e del successivo proscioglimento, nel 1987, dello stesso Azzolini per i medesimi fatti. A questo punto la procura aveva una sola possibilità indicata dal codice: chiedere la riapertura delle indagini al gip per iscrivere il sospetto nel registro degli indagati. Tuttavia questa strada avrebbe reso vana la ricerca di nuove prove attraverso l’intercettazione telefonica, poiché per essere efficace questa doveva avvenire all’insaputa dell’indagato e senza prove nuove non era possibile riaprire nessuna indagine. Tanto più se il fascicolo con la sentenza-ordinanza di proscioglimento non si trovava più, perché andato disperso in una alluvione che aveva devastato l’archivio del tribunale di Alessandria.
Così la procura sceglie la via del silenzio: non avverte il gip della esistenza della vecchia indagine e soprattutto del proscioglimento di Azzolini, nei confronti del quale lo stesso gip, ignaro di tutto, aveva concesso l’intercettazione telefonica divenuta nel frattempo illecita. Questa situazione di totale illegittimità dell’indagine si protrarrà per dieci mesi. Nel dicembre 2022 la procura raddoppia addirittura l’abuso e con una procedura d’urgenza, del tutto infondata, inocula un captatore ambientale nel telefono di Azzolini, ancora una volta senza aver informato il gip della situazione e aver chiesto prima la revoca del vecchio proscioglimento.

Indagato senza essere prosciolto

Nel 2023 la situazione non cambia, anzi la procura cerca di far revocare il proscioglimento senza avvisarne il sospettato. Siamo al 10 febbraio 2023, dopo cinque giorni i pm rinunciano alla richiesta di revoca. Lo iscrivono finalmente nel registro degli indagati il 15 febbraio, dopo aver disposto a sua insaputa un accertamento tecnico irripetibile, ovvero l’estrazione delle impronte digitali dal documento acquisito da qualche tempo sulla «battaglia della Spiotta», che riportava la versione del Br scampato alla sparatoria, impedendogli così la nomina di un proprio consulente. Il 10 marzo 2023 la procura chiede addirittura la custodia cautelare di Azzolini sulla base di due intercettazioni ritenute delle «sostanziali confessioni». Il gip risponde che per «giurisprudenza costante» occorre prima revocare la precedente pronuncia di proscioglimento per i medesimi fatti. Finalmente dalla procura arriva la nuova richiesta di revoca del proscioglimento del 1987, senza però rivelare – tra gli elementi di prova – quanto era stato scritto nella richiesta di febbraio, ovvero che Azzolini era sotto intercettazione. In questa nuova domanda si cita solo l’esito delle perizie dattiloscopiche. In questo modo l’indagato non viene a sapere che tra i mezzi di prova ci sono anche delle intercettazioni. Il gip concede una riapertura limitata di sei mesi ma nonostante l’avvio formale di nuove indagini non viene sanata la situazione delle intercettazioni, telefoniche e ambientali, che permangono intatte nella veste giuridica di semplici proroghe della iniziale autorizzazione da tempo illecita.

Le intercettazioni non bastano
A maggio 2023 nuovo cambio di strategia, i pm cercando di puntellare le intercettazioni illegali convocando come semplici testimoni due soggetti “captati” che ad avviso degli inquirenti avevano avuto conversazioni indizianti con Azzolini. Ma si tratta dell’ennesima forzatura procedurale poiché uno di loro, Antonio Savino, è un ex Br imputato di reato connesso e quindi ha diritto alla presenza di un legale di fiducia e non ha l’obbligo di rispondere per legge. La difesa fa notare la circostanza e si vede rispondere che spetta ai pm stabilire la qualifica giuridica del convocato, fosse anche illegittima.
L’altro testimone, PB, è una persona totalmente estranea alle vicende degli anni 70, divenuto amico nei decenni successivi della moglie di Azzolini, anch’essa ex Br. Una volta sentito, disattende le attese dei pm che però rinunciano a contestargli l’intercettazione da loro ritenuta indiziante per non metterlo sull’avviso. A giugno la procura ripropone la richiesta di arresto per Azzolini, accusato di avere condizionato la testimonianza di PB inquinando così le prove. Tuttavia il 17 luglio il gip respinge nuovamente le pretese delle procura dopo avere dichiarato inutilizzabili le intercettazioni ambientali effettuate prima della revoca del proscioglimento e della riapertura delle indagini (in realtà mai interrotte). Si tratta di una battuta d’arresto per i pubblici ministeri che vedono traballare l’intero castello di carta dell’inchiesta. Davanti al gup, lo scorso 26 settembre, replicheranno che questi rilievi del gip, sottolineati dalla difesa, in realtà sono infondati poiché trattandosi di due inchieste distinte, la prima contro ignoti e la seconda contro Azzolini e suoi coimputati, le intercettazioni autorizzate nel corso della prima inchiesta restavano comunque valide anche nella seconda, sulla base di una semplice proroga.

Il teste braccato
A Settembre 2023 la procura riparte alla carica e interroga nuovamente il testimone PB, accusato di falsa testimonianza durante l’esame. Ancora una volta i pm violano il codice poiché a quel punto PB andava interrogato con l’ausilio di un difensore, essendo mutata la sua posizione giuridica da testimone a persona sospettata di reato. Invece le domande nei suoi confronti si fanno più pressanti e riguardano sorprendentemente anche il ruolo svolto dall’avvocato di Azzolini, che avrebbe avuto un incontro richiesto dal teste. 
L’inchiesta termina qui, con la messa sotto accusa di Azzolini, nel frattempo rinviato a giudizio insieme ai suoi tre coimputati, e il tentativo di fare la stesa cosa con il suo avvocato. Circostanza che ricorda l’inchiesta perfetta sognata da ogni pm: condannare l’imputato e liquidare il suo difensore.

Il passato che non passa, il prossimo 26 settembre davanti al gip di Torino le richieste di rinvio a giudizio contro Azzolini, Curcio, Moretti e Zuffada per la sparatoria alla Spiotta di 49 anni fa

Il 26 settembre prossimo si terrà presso il tribunale di Torino l’udienza del gip che dovrà decidere sulle richieste di rinvio a giudizio scaturite dalla nuova inchiesta sul rapimento del magnate dello spumante Vallarino Gancia, realizzato dalla colonna torinese delle Brigate rosse il 4 giugno 1975 e conclusosi il giorno successivo con una sanguinosa sparatoria davanti la cascina dove l’ostaggio era custodito. L’indagine è stata riaperta dopo un esposto del novembre 2021 presentato dall’avvocato Sergio Favretto per conto di Bruno D’Alfonso, carabiniere in pensione figlio di Giovanni D’Alfonso, l’appuntato deceduto nello scontro a fuoco nel quale perse la vita anche Mara Cagol, fondatrice delle Brigate rosse, e rimasero feriti altri due esponenti dell’arma.

Le accuse
Mezzo secolo dopo i fatti, i pm torinesi hanno chiesto il giudizio per quattro ex brigatisti, Renato Curcio, 82 anni, Lauro Azzolini, 81 anni, PierLuigi Zuffada e Mario Moretti, entrambi 78 anni, quest’ultimo in esecuzione pena “solo” da 44 anni. Azzolini perché ritenuto dai pm il brigatista (all’epoca mai identificato) che insieme a Cagol custodiva l’ostaggio e si sarebbe dileguato nel bosco sottostante la Spiotta dopo la sparatoria. Gli altri tre, in realtà non presenti sul posto, accusati a titolo di concorso morale nella morte del carabiniere D’Alfonso.


Le intercettazioni illegali e l’avvocato preso di mira
Sui i fogli che il brigatista fuggito dopo il conflitto a fuoco scrisse ai suoi compagni per descrivere la dinamica dei fatti sono state individuate ventotto impronte, a riprova del fatto che quel dattiloscritto, ritrovato sette mesi dopo la sparatoria, era passato per molte mani. Undici sono state attribuite ad Azzolini, sette non identificate e dieci giudicate inutilizzabili. L’assenza di prove determinanti – come ritenuto dallo stesso gip – ha spinto la procura a puntare tutto sulle intercettazioni ambientali, fino a realizzarne un numero impressionante, coinvolgendo decine di persone: ex imputati, familiari e amici, persino avvocati. Davide Steccanella, legale di Azzolini, è stato ripetutamente preso di mira con una violazione molto grave del diritto costituzionale alla difesa. Azzolini è stato oggetto di 222 intercettazioni tramite trojan installato nel suo cellulare, buona parte delle quali svolte prima che il gip concedesse, nel maggio del 2023, la riapertura delle indagini. Fino a quel momento, infatti, la sua posizione giuridica era quella di una persona prosciolta dai fatti con una sentenza-ordinanza emessa dall’autorità giudiziaria di Alessandria il 3 novembre 1987.

La sentenza di proscioglimento scomparsa
Azzolini infatti era stato precedentemente indagato e prosciolto insieme ad Angelo Basone, scomparso nel frattempo. La riapertura delle indagini è stata concessa del gip – fatto sconcertante – senza poter esaminare la sentenza di proscioglimento e l’incartamento processuale andato distrutto nel 1994 dopo l’esondazione del fiume Tanaro, le cui acque avevano devastato gli archivi del tribunale di Alessandria. Insomma una riapertura alla cieca, sulla scorta della buona fede, per modo di dire, dell’accusa.


Un modo per aggirare la prescrizione
La lista degli episodi inquietanti è lunga, ne citiamo solo alcuni: il rinvio a giudizio di Zuffada, assente al momento della sparatoria. Nonostante secondo gli stessi pm avrebbe avuto un ruolo solo iniziale nel sequestro (reato prescritto), per poi essersi allontanato dalla cascina terminato il suo compito, è chiamato comunque a rispondere di concorso morale nell’omicidio del carabiniere D’Alfonso, anziché di «concorso anomalo», come accadde a Massimo Maraschi. Il brigatista arrestato subito dopo il rapimento e condannato anche per la sparatoria, nonostante in quel momento fosse in mano ai cc di Acqui Terme. Il «concorso anomalo», poiché prevede una pena diversa dall’ergastolo incorrerebbe nella prescrizione, ragion per cui la procura per andare a giudizio ha fatto ricorso a una qualificazione del reato più grave.

Il documento di ottobre che secondo l’accusa avrebbe previsto il passato
Surreale è poi l’accusa di concorso morale mossa contro Curcio e Moretti, sulla base di una frase presente in un articolo scritto (non da loro) quattro mesi dopo la sparatoria su un giornale clandestino di propaganda, Lotta armata per il comunismo, che per i pm avrebbe avuto valore predittivo, prova di una fiscale direttiva interna emessa dalle istanze dirigenziali delle Brigate rosse. Nel testo si tentava goffamente di ridimensionare il disastro della Spiotta, giustificando il conflitto a fuoco come conseguenza di una direttiva che imponeva in casi del genere di «rompere l’accerchiamento». E così Curcio e Moretti, il primo a Milano, obbligato a nascondersi dopo l’evasione del febbraio precedente dal carcere di Casale Monferrato, il secondo occupato a mettere in piedi la colonna genovese e avviare i primi contatti per la fondazione della colonna romana, secondo i pm sarebbero i veri mandanti morali della sparatoria, nonostante il sequestro fosse stato organizzato e gestito dalla colonna torinese con modalità che dovevano scongiurare qualunque contatto con le forse dell’ordine, grazie anche alla collocazione in altura della cascina che permetteva di controllare le vie di accesso. In nessun documento strategico prodotto dalle Br, e quindi di valore normativo, è mai citata una regola del genere. Ne furono scritti diversi prima del rapimento: sulle norme di condotta individuale dei militanti e sull’organizzazione, tanto che lo stesso Massimo Maraschi, che pure avrebbe dovuto avere un ruolo nella custodia dell’ostaggio (sarebbe dovuto tornare alla Spiotta per dare man forte ai due compagni rimasti soli), al momento della cattura tentò solamente la fuga senza sparare un colpo. Il carattere imprevedibile della sparatoria emerge anche da alcuni nitidi passaggi presenti nella relazione del brigatista fuggito, ritenuta affidabile dagli inquirenti, dove l’uomo e la donna discutono in maniera concitata se utilizzare o meno l’ostaggio per proteggersi nella fuga e Cagol si dice contraria per poi lanciarsi fuori dalla cascina «borsetta e mitra a tracollo, e in mano valigetta e pistola» con le “zeppe” ai piedi (sandali estivi con tacco rialzato), calzature aperte e inadatte per una fuga in campagna tra rovi e sottobosco, come si può vedere nelle foto del suo corpo senza vita scattate dalla scientifica.

Silenzio sulla morte di Mara Cagol


Altro aspetto significativo è l’assenza nella nuova inchiesta di approfondimenti sulle circostanze che portarono alla morte di Mara Cagol, nonostante la richiesta fatta durante l’interrogatorio da Renato Curcio, suo marito all’epoca. Ferita inizialmente a un polso e alla schiena, la militante brigatista era seduta sul versante della collina con le mani alzate in segno di resa. Il colpo mortale la raggiunse nella zona ascellare, trapassando il torace da destra a sinistra. Una esecuzione a freddo. Oltre al carabiniere Barberis, che l’aveva inizialmente colpita, sul posto arrivarono in breve tempo altri membri dell’Arma. I pubblici ministeri non hanno sentito l’esigenza di fare chiarezza, riequilibrando una indagine totalmente sbilanciata.


Una Waterloo per la dietrologia
Da rilevare infine l’immancabile irruzione della dietrologia nella vicenda. L’esposto iniziale dell’ex carabiniere Bruno D’Alfonso che ha innescato la riapertura delle indagini ha ispirato ben due volumi: L’invisibile, edizioni Falsopiano (con la prefazione dello stesso D’Alfonso) e successivamente, Radiografia di un mistero irrisolto, Bibliotheka, scritti entrambi da due giornalisti, Berardo Lupacchini e Simona Folegnani. Gli autori si dicevano convinti di aver individuato l’identità dell’«invisibile», il brigatista fuggito dopo il conflitto fuoco, nella persona di Mario Moretti. Dipinto – sulla scorta di una ricca letteratura complottista (fu il solito Sergio Flamigni a lanciare per primo l’accusa) – come un cattivo genetico, un personaggio senza scrupoli che nascosto nella folta vegetazione, dove aveva trovato riparo per sfuggire ai colpi di Barberis, avrebbe avuto un subitaneo pensiero, una preveggenza strategica che l’avrebbe indotto ad abbandonare Mara Cagol al suo destino per prendere il suo posto alla guida dell’organizzazione. Una quadra della vicenda che aveva entusiasmato l’allora magistrato Guido Salvini, nel frattempo divenuto avvocato delle parti civili, e sempre pronto a cavalcare le più astruse congetture dietrologiche. L’ex gip si è messo subito a disposizione raschiando, come sua consuetudine, i fondi di barile, gli avanzi carcerari, interpellando collaboratori di giustizia sempre in debito di qualcosa per raccogliere voci di corridoio da confezionare come prove. Un’ambigua sovrapposizione di ruoli e funzioni da cui appare difficile districare dove inizi la nuova attività di avvocato e finisca quella di magistrato. Non soddisfatti, i due giornalisti hanno ipotizzato persino una gestione a distanza del Sid nell’intera vicenda che avrebbe pilotato, attraverso un proprio confidente la fuga del «cattivo» Moretti per giungere poi in via Fani, luogo dove inevitabilmente conducono tutte la strade della dietrologia. Solo che più volte interrogato dai pm, Leonio Bozzato, la spia del Sid che militava nell’Assemblea autonoma di Porto Marghera, anziché Moretti ha indicato – vera nemesi della storia – in Alberto Franceschini (detenuto all’epoca) l’ignoto brigatista fuggito dalla Spiotta e compartecipe del complotto.

Il giudice o lo storico?
Fino ad ora c’è stata poca attenzione pubblica su questa inchiesta, il dibattito culturale e politico si è mostrato distratto rispetto alle importanti questioni che solleva. Nelle intenzioni della procura, stando alla lista dei testi chiamati a deporre, questo giudizio dovrebbe rappresentare una sorta di evento storico conclusivo, riedizione del processo al cosiddetto «nucleo storico» che dovrebbe sancire in modo definitivo la chiusura del Novecento italiano sotto la mannaia della punizione permanente, oltre ogni tempo ed epoca, una damnatio memorie che però ha il sapore di un esorcismo e dietro il quale si cela un’ansia patogena, un timore angosciante verso il passato. Eppure sarebbe scontato chiedersi se a distanza di mezzo secolo ha ancora senso approcciare quella stagione così distante con gli strumenti dell’azione penale. Chi deve occuparsene: i pubblici ministeri o gli storici? Svuotare una stagione storica dei fatti sociali sostituendoli unicamente con la memoria penale, oltre ad essere fuorviante è davvero il modo più efficace per fare i conti col nostro passato? La domanda ovviamente non riguarda solo il metodo, gli strumenti di conoscenza dei fatti ma anche gli obiettivi: cosa serve veramente alla società che si è trasformata cinquant’anni dopo? Solo colpevoli da condannare ad ogni costo e che alla fine rischiano di essere solo dei capri espiatori?