Processo Spiotta, per la prima volta una sentenza rompe con la logica dell’emergenza

L’intervista – Francesco Romeo, avvocato di Mario Moretti, analizza il verdetto della corte di assise di Alessandria sulla sparatoria del 5 giugno 1975. La sentenza prende le distanze dalla stagione dei maxi processi antiterrorismo nei quali lo strumento del concorso veniva utilizzato come una clava per condannare tutti per tutto. Stavolta la sentenza ha tenuto conto delle conoscenze storiche intervenute nel frattempo, avvicinandosi ad una rappresentazione più realistica delle responsabilità personali e della struttura organizzativa delle Brigate rosse

Paolo Morando, Il T quotidiano autonomo del Trentino Alto Adige, 9 luglio 2026

A leggere gli articoli della grande stampa, come al solito sembra che abbiano vinto tutti. Eppure l’altro ieri, dopo quasi un anno e mezzo di dibattimento, la Corte d’assise di Alessandria ha del tutto respinto le richieste dell’accusa: niente ergastolo per Renato Curcio e Mario Moretti, come chiedeva l’accusa, e reato prescritto. E sei anni per Lauro Azzolini a fronte dei ventuno invocati dalla Procura, per giunta “assorbiti” dal meccanismo della continuazione. Richieste a cui si erano allineate anche le parti civili. A 51 anni dai fatti della Cascina Spiotta, insomma, e in attesa delle motivazioni (tra novanta giorni), il passato si conferma duro a passare. Francesco Romeo è l’avvocato difensore di Moretti. E nel corso del processo aveva chiesto alla Corte, invano, di fare luce sulla morte (anzi: l’uccisione) di Margherita Cagol.

Avvocato Romeo, la prima domanda: perché secondo lei c’erano gli elementi per una assoluzione piena del suo assistito?
«Sulla base di alcuni dati oggettivi emersi nel processo, benché pare non accolti dalla Corte: da un lato, l’autonomia politica, operativa e logistica delle colonne brigatiste. Nonostante le sentenze, figlie di una precedente stagione, dicano che l’organizzazione era verticistica, ci sono plurime dichiarazioni di dissociati ed ex dirigenti come Franceschini, Curcio e Moretti, e anche di pentiti come Peci, dal 1978 fino ai loro libri degli anni Novanta, che continuano a ripetere come in quella fase storica del 1975 le colonne avevano questa autonomia. È un dato che però all’epoca non passava nei tribunali, perché c’era evidentemente l’esigenza di usare il concorso di più persone in maniera spropositata, per condannare tutti per tutto».

Si può dire che questo processo della Spiotta, almeno nell’impostazione della Procura, sia figlio di quel tipo di ragionamento?
«Certo. E nonostante le declamazioni della pubblica accusa, secondo cui la stagione del teorema Calogero è tramontata. A parte questa dichiarazione di principio, nei fatti è stata posta la stessa logica di quegli anni: tutti sono colpevoli di tutto».

Nell’impostazione accusatoria, si è insistito molto sul documento relativo alla fuga sparando in caso di accerchiamento. Che però non è stato riconosciuto dai giudici come direttiva, visto che è stato applicato il concorso anomalo.
«Sono convinto che sia andata così, ma lo vedremo nelle motivazioni. Sta di fatto che sia l’accusa pubblica sia l’accusa privata hanno deliberatamente voluto presentare un articolo contenuto in un giornale di propaganda, successivo ai fatti, come un documento politico. Era un articolo di commento sulla battaglia di Arzello, ma secondo la loro impostazione era invece un ordine di organizzazione. E tuttavia, in tutti i precedenti documenti politici interni delle Brigate Rosse, non c’è traccia di tale direttiva. E questo è un dato insuperabile».

L’inchiesta nasceva per individuare il brigatista che fuggì dalla Spiotta. Poi si è allargata a una dimensione più ampia, coinvolgendo Curcio e Moretti che alla Spiotta quel giorno non c’erano.
«Assolutamente sì, seguendo la linea di sempre: tutti sono responsabili di tutto. E quindi tutti devono essere condannati per tutto».

Perché ancora oggi la si ripropone? C’è chi ha parlato di volontà di vendetta da parte dello Stato nei confronti di ex rivoluzionari ormai ottuagenari.
«In realtà questo è il primo processo in assoluto, per questo tipo di reati, in cui lo Stato non si è costituito parte civile. Non lo ha fatto nessuna sua articolazione. E questo è un dato inedito».

È avvenuto più che per cattiva coscienza dello Stato, ergo dell’Arma dei carabinieri, oppure per un cambio più generale di impostazione?
«Se c’è un cambio di impostazione, non è mai emerso. Il dato di fatto che noi abbiamo, oggettivo, e che si è manifestato anche in sede processuale con il tentativo di nasconderlo, è proprio la cattiva coscienza. E a mio modo di vedere riguarda appunto l’omicidio di Margherita Cagol, che non può essere definito in alcun altro modo.»

Le motivazioni potrebbero contenere un rimando atti alla Procura sul punto?
«Il processo per l’omicidio di Margherita Cagol non si potrà mai celebrare perché il suo assassino, l’appuntato Pietro Barberis, è morto da tempo. Nell’immediatezza dei fatti, nei suoi confronti un procedimento fu aperto, ma venne chiuso con una archiviazione per uso legittimo delle armi. Il problema è che l’uso legittimo poteva rimandare alla reazione al conflitto a fuoco, ma le evidenze dell’autopsia dicono che Cagol stava con le braccia alzate e ha subìto un colpo sotto l’ascella, che è fuoriuscito dall’altra ascella, portandola alla morte. Diversamente, avrebbe avuto ferite sulle braccia all’altezza dell’ascella, su un braccio o sull’altro. Ferite che però mancano. Quindi non c’è altro modo per interpretare quel colpo. Per eliminare ogni dubbio, e individuare anche l’esatta dinamica del conflitto a fuoco che ha portato al ferimento mortale di D’Alfonso, avevo chiesto alla Corte una perizia volta a ricostruire la dinamica di tutto quel conflitto a fuoco».

Ma c’è stata l’opposizione sia dell’accusa pubblica sia di quella privata.

«Sì. E la Corte ha deciso di non procedere a questo accertamento, sostenendo che non c’erano più i reperti: armi, proiettili, bossoli. Ma io non avevo chiesto di esaminarli, bensì di ricostruire la dinamica della sparatoria. Io non penso che in sentenza si possa bypassare questo tema, perché qui abbiamo due vittime: una ferita mortalmente, l’altra uccisa, nella stesso identico contesto spazio-temporale, a pochi minuti di distanza l’una dall’altra. È del tutto anomalo che si dica di voler cercare la verità e la si ricerchi soltanto in parte, soprattutto quando poi nelle conclusioni rassegnate dalla pubblica accusa si dice che non sappiamo che cosa è successo, non sappiamo chi ha sparato il colpo che ha ucciso D’Alfonso, eccetera. Allora, dico io, forse quell’accertamento che chiedevo era necessario».

Perché la Corte non lo ha disposto? Per non allungare ancora i tempi del processo, che già arrivava con mezzo secolo di ritardo?
«Non ci sono più né armi né proiettili, è stato detto: e io a quella decisione testuale mi devo attenere. Comunque, qualcosa in sentenza dovranno pur dire. E forse allora capiremo meglio».

Crede che la Procura ricorrerà in appello?
«Può farlo. E possono farlo pure le parti civili. Ma anche noi. Valuteremo in base alle motivazioni della sentenza».

Come valuta il comportamento in questi mesi della stampa “mainstream”, che ha seguito il dibattimento sposando la linea di accusa e parti civili?
«Il processo non è stato al centro dell’attenzione mediatica come forse avrebbe meritato. Dopo di che, per alcune testate penso che ci sia stato un problema di complottismo. E di inadeguatezza per alcuni singoli cronisti».

Il processo Spiotta ha riaperto il tema dell’ipoteca giudiziaria sulla storia: l’impossibilità cioè di ragionare su quella stagione fino a quando vi saranno possibili conseguenze penali.
«Questa decisione, che ha rifiutato il paradigma del “tutti colpevoli per tutto”, potrebbe essere uno spunto per rimettere mano alla discussione pubblica su quella stagione. Potrebbe essere un’occasione, un innesco. Vedremo se accadrà. Tra l’altro, la sentenza ha una sua ulteriore particolarità: è stata respinta l’impostazione proposta nelle controrepliche dai difensori delle parti civili di una equiparazione tra Mafia e Brigate Rosse in termini di organizzazione associativa: come la “cupola” risponde degli omicidi dei mandamenti, lo stesso per le Br. Io ho contrastato questa loro valutazione, che già era stata accennata in sede di arringa. Nelle repliche hanno calcato ancor più la mano».

La pubblica accusa ha seguito la propria linea unidirezionale, senza valorizzare gli elementi a discarico delle parti. I giudici, popolari e togati, non le hanno però dato ragione.
«Diciamo così: la Corte ha interpretato impeccabilmente il ruolo di giudice terzo tra le parti».

Cascina Spiotta, cinquantuno anni dopo le arringhe delle difese smontano il teorema dell’accusa e denunciano la mancata verità sulla morte di Margherita Cagol

Improcedibilità per Lauro Azzolini, è stata la richiesta fatta dall’avvocato Steccanella. Riprendendo una delle eccezioni presentate ad avvio di processo, nel febbraio 2025, e rimasta in sospeso, il legale ha contestato l’annullamento richiesto dalla Dda della sentenza di proscioglimento pronunciata, senza averne mai avuto cognizione, dal gip di Torino nel maggio del 2023. Una decisione cieca perché la sentenza-ordinanza del 3 novembre 1987, che scagionava Azzolini per i medesimi fatti che ora l’hanno visto giudicato davanti la corte d’assise di Alessandria, non è mai stata letta dal Gip a seguito della sua scomparsa: andata distrutta a causa di un alluvione che investì nel 1994 la città di Alessandria e gli archivi del tribunale.
Replicando a uno dei pm che durante la requisitoria del 19 giugno scorso aveva definito il procedimento «un normale processo per omicidio», si è impegnato in una lunga disamina storica che ha restituito il contesto complesso e tumultuoso dei primi anni 70, sottolineando la politicità dell’intera vicenda come il fatto che nulla di normale ci può essere in un processo aperto a 50 anni di distanza dai fatti, con un imputato sottoposto a intercettazioni, tramite trojan e ambientali, per ben 17 mesi, di cui tre dichiarati illegali dalla stessa corte, gli altri realizzati col beneficio di artifici procedurali (indagine contro ignoti) e altri tentativi di forzare la procedura, fino a mettere in discussione l’attività dello stesso avvocato difensore. Il carattere indiziario dell’indagine, l’assoluta carenza di prove ha generato accerchiamento tecnologico dell’indagato-non indagato e del suo giro di conoscenze e amicizie, fino a teorizzazioni grottesche sulla esistenza di una rete residuale di rapporti ancora in attività, una sorta di “banda armata pensionistica”.
L’avvocato ha ricordato come soltanto la decisione di Azzolini, di venire in aula e raccontare di essere la persona che riuscì a fuggire quel 5 giugno del 1975, ha messo un punto fermo sulla vicenda. In subordine Steccanella ha chiesto la prescrizione del reato, infine come ultima ipotesi l’applicazione della continuazione con le pene edittali precedentemente comminate e già scontate dall’imputato.

Gli interventi dell’avvocato Steccanella e Burani

L’intervento dell’avvocato Francesco Romeo

Assoluzione per non aver commesso il fatto è stata invece la richiesta avanzata in favore di Renato Curcio e Mario Moretti dai rispettivi avvocati, Vainer Burani e Francesco Romeo.
L’avvocato Romeo ha sottolineato come il pm sia venuto meno, nel corso del processo, alla sua funzione di ricerca della verità in tutte le direzioni. La sparatoria della Spiotta – ha proseguito – «ha provocato due morti in una medesima unità di tempo e spazio: una evidenza che avrebbe dovuto impedire di trattare i due episodi in modo separato». La procura ha invece indagato in modo selettivo, trascurando l’uccisione della Cagol e replicando – a chi contestava questo fatto – che avrebbe dovuto presentare una formale richiesta all’ufficio perché questo potesse aprire una nuova indagine. «Il reato di omicidio prevede la procedibilità d’ufficio, non vi è alcun bisogno di una richiesta di parte – ha rimarcato Romeo: «Se bisogna cercare la verità, bisogna cercarla tutta». 
Il legale di Moretti è tornato – come aveva già fatto Steccanella – anche sul mancato accertamento dell’identità del brigatista fuggito, episodio che ha innescato su iniziativa della famiglia D’Alfonso – questo tardivo processo. Circostanza – ha spiegato – dovuta alla necessità di sottacere, non approfondire oltre le circostanze della morte di Margherita Cagol, l’indicibile dell’intera vicenda, il grande rimosso che spiega le reticenze dell’arma dei carabinieri passate e presenti, viste in aula dove ufficiali e sottufficiali si sono contraddetti a vicenda.
«In questo processo manca qualcuno» – ha ricordato ancora Romeo: «l’arma dei carabinieri non si costituita parte civile, non l’ha fatto il ministero della difesa e nemmeno la presidenza del consiglio». E’ il primo processo per questo tipo di reati in cui non c’è costituzione di parte civile da parte dello Stato e delle sue istituzioni. La ragione è solo una: si è voluto evitare di riaprire la pagina della morte di Mara Cagol.
L’avvocato è poi tornato sul funzionamento del processo, perché procura e parti civili possono dire quello che vogliono, sollevare ricostruzioni suggestive su cupole varie, ruoli apicali di comando, ma poi la procedura penale ha le sue regole e «un capo d’imputazione è costituito da condotte personali da provare, tutte da dimostrare con certezza processuale». Questo non è avvenuto.
Secondo la pubblica accusa Moretti e Curcio avrebbero deciso e ordinato un sequestro di persona a scopo di estorsione per finanziare le Brigate rosse.
Alcune testimonianze ci dicono – ha sostenuto Romeo – che ciò è avvenuto insieme ad altri. Decisioni del genere, che investivano un mutamento significativo della strategia del gruppo, non potevano che essere prese da una istanza collettiva, in quella fase di ristrutturazione era una struttura collegiale che riuniva le forze regolari disponibili, quel «consiglio rivoluzionario» indicato nel documento dell’estate 1974, Alcune questioni per una discussione sulla organizzazione, da cui sarebbe sorta poi, nel novembre 1975 la prima Direzione strategica. Ma questa contributo alla decisione comporta solo una responsabilità nel sequestro di persona, non in altro. Reato per altro ormai prescritto.
La procura – ha ribadito con forza l’avvocato – ha giocato continuamente sullo scivolamento della responsabilità giuridica tra decisione del sequestro e sparatoria, sovrapponendo i due piani per colmare l’assenza di prove sul secondo reato.
Sempre secondo i pm, Moretti (e Curcio) avrebbero individuato nel facoltoso industriale vinicolo Vallarino Gancia la persona da sequestrare, definito le modalità di gestione e individuato i partecipanti dell’azione, chi doveva recapitare la richiesta di riscatto, il luogo dove custodire l’ostaggio, chi doveva provvedere alla sua sorveglianza.
Nessuno di questi comportamenti è mai stato provato, nel processo non è mai emersa prova a sostegno di queste accuse, nessuna traccia o documento. Le responsabilità per i pubblici ministeri deriverebbero dalla semplice teoria della cupola che tutto vede e provvede, del ruolo apicale attribuito ai due imputati, senza che si sia mai circostanziato un ordine, un atto di comando, un documento o una dichiarazione da parte dei tanti pentiti.
Due libri autobiografici, scritti da giornalisti, nei quali Curcio e Moretti raccontano queste vicende, prendendo sulle loro spalle la storia collettiva delle Br, e dove vi è – in particolare nel libro di Moretti scritto da Rossanda e Mosca – una profusione del pronome «Noi», sarebbero per i pm la prova.
Ecco – segnala sempre Romeo – che visto da vicino, analizzato e studiato, il capo d’imputazione diventa una conchiglia vuota per la semplice ragione che l’accusa non tiene volontariamente conto di quel che era il funzionamento interno delle Brigate rosse: l’autonomia politico-organizzativa delle singole colonne, il fatto che una volta decisa, in via di principio, la possibilità di finanziarsi attraverso un sequestro, dopo una difficile discussione che mise numerosi paletti e il cui esito favorevole restava precario, racconta una fonte (Giorgio Semeria), l’organizzazione concreta, le condotte sopra menzionate, rivenivano unicamente alla responsabilità della colonna che aveva proposto l’azione, quella di Torino guidata da Margherita Cagol. La quale, per altro, dirà di aver sbagliato a coinvolgere Maraschi nella operazione perché ancora immaturo (fonte memoriale Azzolini). Prova che fu lei a reclutare e decidere chi vi dovesse partecipare.

Resta, ultima, la presunta direttiva sulla «rottura dell’accerchiamento», ripresa da un giornale delle Brigate rosse, Lotta armata per il comunismo, appena due numeri stampati, il terzo sequestrato in fase di assemblaggio, non più di 50 copie tutte andate sequestrate, tanto che non si trova brigatista dell’epoca che l’avesse letto o ne serbi memoria. Un passaggio tratto da un articolo successivo di mesi alla sparatoria, nel quale l’estensore si dilunga in una disamina critica, molto aspra, verso il comportamento avuto da Cagol e Azzolini una volta sorpresi dai carabinieri, accusati di non aver «annientato il nemico» invece di pensare solo a fuggire.
Dunque i due brigatisti della Spiotta non avrebbero rispettato le presunte consegne, il che già solleva seri dubbi sul valore normativo della presunta direttiva, di cui non si è trovata traccia in nessun documento redatto in precedenza e successivamente. Semmai le indicazioni sulle norme di comportamento da tenere erano di segno opposto e le strategie operative finalizzate a evitare inutili scontri a fuoco non preventivati, che avrebbero messo a rischio la vita del singolo militante, considerata una riserva strategica dell’organizzazione.
Infine l’avvocato Romeo, con una sorprendente disamina di tipo storiografico, ha ricostruito le ultime ore di vita di Mara Cagol, ricavandole dal memoriale redatto poche settimane dopo il fatto dallo stesso Azzolini. Dopo una notte insonne, passata a riflettere sulle conseguenze dovute al mancato rientro di Maraschi, il terzo Br che doveva custodire il sequestrato, avuta conferma dal giornale radio del mattino successivo del suo arresto, Cagol – riporta il memoriale – dichiarò che il sequestro ormai si poteva gestire politicamente e che la base restava comunque sicura, anzi il precedente dell’operazione Girasole (sequestro Sossi) avrebbe spinto gli inquirenti a cercare lontano. Forte di questa decisione, maturata progressivamente nel corso della notte, Cagol si recò all’appuntamento telefonico per comunicare all’interlocutore il proseguimento dell’azione, rifiutando a quel punto l’offerta di un compagno in più: «Per ora non serve facciamo da soli».
Atteggiamento che – ha concluso il legale di Mario Moretti – avrebbe precluso qualsiasi input decisionale esterno.
In subordine, sulla scorta della sentenza già emessa dal gip nei confronti di Pierluigi Zuffada in sede di rinvio giudizio, Romeo ha chiesto il riconoscimento del concorso anomalo per l’impossibilità di prevedere il conflitto a fuoco, con relativa dichiarazione di prescrizione, come da sentenza della corte di cassazione sulla base delle sentenze della corte costituzionale in materia di responsabilità penale. Richiesta analoga anche per Renato Curcio da parte del suo legale. Infine, in polemica con l’accusa che aveva rinunciato a chiedere le generiche per l’assenza dal processo di Moretti, ha invitato la corte a concedere le attenuanti generiche in ragione dei 51 anni trascorsi dai fatti, i 45 anni di detenzione in corso, il percorso di vita e l’assunzione in ogni sede possibile delle sue responsabilità politiche.
Repliche delle parti e sentenza il prossimo 7 luglio.

L’ipoteca penale infinita, alle battute finali il processo contro tre anziani ex brigatisti per i fatti della Spiotta di cinquantuno anni fa

Martedì 23 giugno prenderanno la parola le difese di Lauro Azzolini, Renato Curcio e Mario Moretti. Giunge a conclusione il processo iniziato davanti la corte d’assise di Alessandria il 25 febbraio del 2025, cinquant’anni dopo la sparatoria del 5 giugno 1975

Dopo gli ergastoli chiesti dalla pubblica accusa e i milioni di euro di risarcimento reclamati dalle parti civili, la parola passa alle difese degli imputati. L’avvocato Davide Steccanella si occuperà della posizione di Lauro Azzolini, l’ex brigatista che era accanto a Margherita Cagol il 5 giugno 1975. Dopo la sparatoria con la pattuglia della tenenza di Aqui Terme, avventuratasi fino al cortile della cascina Spiotta, all’insaputa del nucleo speciale antiterrorismo che già il giorno precedente aveva preso il controllo delle indagini, Azzolini riuscì a fuggire lanciandosi tra i rovi del bosco che circondava il rustico dove la colonna torinese delle Brigate rosse aveva nascosto l’industriale dello spumante Vallarino Gancia, rapito 24 ore prima. Lo scontro a fuoco aveva lasciato a terra il tenente Umberto Rocca e l’appuntato Giovanni D’Alfonso, quest’ultimo deceduto successivamente. A causa delle ferite riportate Mara Cagol non riuscì a seguire Azzolini che potè scorgerla un’ultima volta seduta a terra e con le mani alzate. Alcuni istanti dopo, mentre l’uomo correva verso la collina prospiciente, la fondatrice delle Brigate rosse venne uccisa a freddo dall’appuntato Pietro Barberis.

Nessuna verità su Mara Cagol
Nonostante nel corso delle udienze siano emerse nuove circostanze sulla morte di Mara Cagol, un bossolo dei carabinieri ritrovato accanto al suo corpo, le foto che mostrano come il suo cadavere sia stato spostato, la scena della sparatoria manomessa e ripulita, la corte ha rifiutato, col sostegno dell’accusa e delle parti civili, una nuova perizia che potesse gettare nuova luce sulla dinamica del conflitto a fuoco.

Attenuanti generiche per Azzolini
Con le attenuanti generiche e i 21 anni di pena chiesti dalla procura, condanna che per il principio della continuazione verrebbe assorbita dai 30 anni di reclusione già scontati, senza conseguenze sulla libertà personale, la posizione di Azzolini si è alleggerita. Dopo essere stato perseguito in modo ossessivo durante l’indagine, indagato e intercettato anche illegalmente, la situazione processuale di Azzolini è mutata quando alla seconda udienza ha rivelato di essere il «misterioso» fuggitivo della Spiotta. Successivamente, altri elementi emersi dall’analisi delle carte processuali hanno dimostrato la sua estraneità nel ferimento mortale di D’Alfonso. La sua Beretta 7,65 fu ritrovata con tre proiettili nel serbatoio. Le tracce degli altri quattro colpi furono rinvenuti all’interno della sua Fiat 127 e di quella dei carabinieri che bloccava la via di fuga. Azzolini quindi non aveva partecipato allo scontro a fuoco con D’Alfonso, tuttavia la sua pistola venne consegnata scarica al perito e i tre proiettili superstiti fatti sparire.

L’ipoteca penale infinita
Dopo Steccanella sarà la volta degli altri due avvocati, Francesco Romeo legale di Mario Moretti e Vainer Burani difensore di Renato Curcio. A differenza di Azzolini, Curcio e Moretti non hanno preso parte al processo, comportamento che pur essendo un diritto degli imputati è stato stigmatizzato dalla pubblica accusa, tacciato di «arroganza» e «disprezzo» dal pm Gatti che ha addirittura ritenuto il silenzio di Moretti, al suo quarantacinquesimo anno di esecuzione pena, un’ammissione di colpa dovuta all’impossibilità di opporre argomenti difensivi.
Eppure da lungo tempo i due ex esponenti delle Brigate rosse hanno spiegato – i pm certo non lo ignorano – che non è nelle aule processuali, protraendo all’infinito l’ipoteca penale, che è possibile ricostruire quella pagina della storia sociale d’Italia che è stata la lotta armata, tanto più se si continuano ad aprire processi fuori tempo massimo, a distanza di mezzo secolo dai fatti. Per Curcio, poi, si tratta di una provocazione ulteriore, perché è chiamato a rispondere del ruolo di mandante della morte di Mara Cagol, sua moglie all’epoca, quasi fosse un uxoricida.
E proprio Curcio, che durante le indagini si era fatto interrogare, aveva sollecitato i pubblici ministeri affinché approfittassero della nuova inchiesta per fare chiarezza sulle circostanze dell’uccisione di sua moglie. Come si è visto, inutilmente.

Come aggirare dopo cinquant’anni la prescrizione
Per spiegare la posizione processuale di Curcio e Moretti occorre fare un passo indietro: i due non erano presenti durante la sparatoria alla Spiotta, circostanza che impedisce di coinvolgerli in un concorso diretto. Tuttavia avevano partecipato insieme ad altri alla decisione di ricorrere anche ai sequestri di persona per autofinanziamento, dopo un complicato dibattito nel quale erano state sollevate molte riserve, racconta Giorgio Semeria. Nell’aprile del 1975 le Brigate rosse erano governate da un organismo collegiale, un «consiglio rivoluzionario» che riuniva di fatto i militanti regolari disponibili. Una scelta di principio, politica, non operativa poiché la fase organizzativa e realizzativa spettava alla singola colonna, in questo caso quella di Torino che con Mara Cagol aveva proposto il nome di Gancia, industriale vinicolo di fede missina.
Ma anche il reato di concorso in sequestro di persona non era più perseguibile perché prescritto. Restava allora la possibilità del concorso anomalo, che si da quando più persone si accordano per commettere un reato, ma nel corso della sua realizzazione uno dei complici ne commette inaspettatamente uno diverso e più grave. Massimo Maraschi, che prese parte al sequestro ma fu subito arrestato il 4 giugno e dunque era in carcere al momento della sparatoria, fu condannato comunque con questa qualificazione per l’uccisione di D’Alfonso. Anche Pierluigi Zuffada, accusato di aver partecipato al sequestro, ma non presente alla sparatoria, coimputato dei tre, non è andato a giudizio perché il gip ha ritenuto il suo un concorso anomalo, reato prescritto a distanza di cinquant’anni.
Esaurito per manifesta prescrizione anche l’ipotesi del concorso anomalo non restava che tentare la via del concorso morale che però aveva bisogno di un movente per essere formulato.

Democrazia sovversiva o apparato verticistico-piramidale?
Ecco che avviene il miracolo di questo processo: il capo di imputazione anziché fotografare giuridicamente il comportamento illecito precedentemente avvenuto, lo ha preceduto. Per aggirare la barriera della prescrizione e portare i due indagati a processo è stata individuata l’unica imputazione possibile, il concorso morale nella sparatoria, modellando il comportamento di Curcio e Moretti al tipo di imputazione e di aggravanti che lo rendevano ancora punibile. Mandanti non solo del sequestro, di cui avrebbero deciso ogni dettaglio: nascondiglio, modalità e partecipanti, tutto prescritto ovviamente.
Ma anche – e qui sta la perversione dell’accusa – gli imprevisti, con l’obbligo tassativo, in caso di arrivo delle forze di polizia, di affrontare lo scontro a fuoco e annientarle. Una volontà omicidiaria, secondo l’accusa codificata in precedenza. Circostanza che trasforma la sparatoria e la morte di D’Alfonso in un assassinio premeditato. Non più un sequestro di persona, ma una trappola per attirare e uccidere i carabinieri, è l’assurdo paradosso dell’impianto accusatorio portato alle sue estreme conseguenze.
Non solo, ma la scelta di perseguire l’autofinanziamento attraverso un singolo sequestro di persona era nata dall’esigenza di ottimizzare le energie e i continui rischi che la pratica degli «espropri» comportava per l’organizzazione. Moltiplicare le rapine per raccogliere piccole somme incrementava il rischio di esporre i militanti a continui scontri a fuoco. Il sequestro di persona andava dunque nella direzione di una riduzione di questa possibilità. D’altronde questo comportamento rispettava le regole della guerriglia in ambiente metropolitano. L’esatto opposto della tesi sostenuta dall’accusa, secondo cui le Br ricercavano sistematicamente occasioni di scontro.
Per modellare questa accusa gli inquirenti hanno profuso enormi energie nella ricerca della «prova storica», ovvero una ricostruzione artificiosa del funzionamento organizzativo delle Brigate rosse. E’ scomparsa cosi’ l’autonomia politico-militare delle singole colonne e la complessa architettura organizzativa che le Br avevano iniziato a discutere fin dall’estate del 1974, fondata – per citare le parole di Moretti – «sull’autonomia di decisione, di compartimentazione organizzativa, di trasmissione orizzontale dei flussi informativi che determinano le scelte politiche» dei singoli organismi interni: colonne, fronti e brigate, direzione strategica e comitato esecutivo che avrebbero fondato progressivamente l’architettura del gruppo, sancita nella risoluzione strategica del novembre 1975. Una corpo vivo che discuteva, deliberava, proponeva, agiva su piani diversi, una democrazia sovversiva ridotta – nella brutale semplificazione della pubblica accusa – a un apparato verticistico-piramidale con a capo una cupola guidata dai soli Curcio e Moretti.

La sentenza per i fatti di Padova del 1974
Una rappresentazione confortata dalle sentenze – richiamate in continuazione dall’accusa – per i fatti accaduti all’interno della federazione del Msi di Padova, in via Zabarella, il 17 giugno 1974, dove morirono due militanti della formazione neofascista nel corso di una colluttazione seguita al tentativo di perquisizione dei locali da parte di alcuni membri della colonna veneta delle Br.
Nonostante gli imputati avessero ricostruito un funzionamento organizzativo diverso, spiegando che la perquisizione era parte di una campagna decisa orizzontalmente dal «Fronte della controrivoluzione», i giudici anticiparono l’esistenza del comitato esecutivo, a cui attribuirono la responsabilità, prima anomala poi morale (corte di appello di Venezia) del fatto, condannando Curcio, Franceschini e Moretti.
Eppure, come ripetutamente sostenuto anche dai pm in questo processo, il comitato esecutivo è apparso per la prima volta nel lessico brigatista soltanto nella successiva estate, in un documento, Alcune questioni per la discussione sull’organizzazione, che «proponeva» un riassetto organizzativo del gruppo.
Ogni processo ha un suo contesto e quello di Padova del maggio 1990, ma soprattutto l’appello davanti la corte d’assise di Venezia del novembre 1991, furono segnati dalla volontà di bloccare la concessione della grazia presidenziale a Curcio da parte dell’allora presidente della repubblica Francesco Cossiga e più in generale evitare la chiusura dell’emergenza giudiziaria e impedire l’avvio di una soluzione politica con provvedimenti di amnistia-indulto.

Divergenze tra i pm
Durante la requisitoria è emersa una divergenza d’opinione sulla posizione di Moretti, il cui concorso morale nella sparatoria – secondo il pm Ciro Santoriello – sarebbe stato meno netto del coimputato Curcio che nel 1993 raccontò in un libro di aver avuto un’ultima telefonata con Cagol, la mattina del 5 giugno. Una fessura che incrina il teorema del vertice apicale che avrebbe prodotto la direttiva vincolante dello scontro a fuoco. Ne approfitterà la corte per ristabilire una rappresentazione dei fatti e individuazione delle responsabilità penali più aderente alla vicenda storica?

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Cascina Spiotta, il processo e la storia 1/continua

Le Brigate rosse avevano una struttura organizzativa piramidale dominata al vertice da una cupola onnisciente e che tutto decideva?

E’ questa la domanda a cui si è cercato di dare una risposta nel corso della quattordicesima udienza del processo di Alessandria che si è tenuta lo scorso 5 giugno, nel cinquantunesimo anniversario della sparatoria davanti la cascina Spiotta di Arzello, all’interno della quale la colonna torinese delle Brigate rosse custodiva il magnate dello spumante Vallarino Gancia, rapito il giorno precedente. Quella mattina morì Margherita Cagol, fondatrice delle Brigate rosse, uccisa a freddo da un carabiniere al termine di un conflitto a fuoco innescato dall’improvviso arrivo sul posto di una pattuglia dei carabinieri che perlustravano la zona. Nella sparatoria rimasero gravemente feriti il tenente Umberto Rocca e l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso, deceduto in ospedale l’11 giugno successivo. L’altro brigatista, Lauro Azzolini, che per sua stessa ammissione, fatta in aula l’11 marzo 2025, era insieme a “Mara” Cagol quella mattina, riuscì a fuggire nella boscaglia.

Non deve sorprendere se un simile interrogativo, che al massimo oggi potrebbe interessare degli storici e ricercatori riuniti nella sala di un convegno o animare la discussione attorno alla presentazione di un libro specialistico sul tema, sia stata discussa lungamente nel corso dell’udienza, dove è stato ascoltato, come esperto chiamato dall’avvocato Francesco Romeo, difensore di Mario Moretti, lo storico e docente universitario Marco Clementi, autore dei numerosi libri e studi sulla materia.

Giudiziarizzazione della storia
La partecipazione di uno storico all’interno di un processo non è una presenza scontata. E non lo è stata nemmeno questa volta. Per chi si occupa di storia risuona ancora la dura polemica che lo storico Henri Russo mosse contro la scelta di un suo collega, Robert Paxton, di essere ascoltato in qualità di esperto nel processo per crimini contro l’umanità mosso contro l’ex prefetto di Parigi Maurice Papon (1997-98), che durante l’occupazione nazista collaborò alla deportazione degli ebrei francesi. All’epoca vivevo a Parigi, appartenevo alla comunità dei rifugiati italiani degli anni ’70 e stavo completando i miei studi universitari. Ricordo i termini molto accesi di una discussione istruttiva (articoli di giornale, libri e dibattiti televisivi) contro la giudiziarizzazione della storia, segmento settoriale di un fenomeno ben più vasto che stava investendo l’intera sfera sociale e che trattai nella mia tesi di master. Russo stigmatizzava la strumentalizzazione giudiziaria del metodo storico, la sovrapposizione della logica binaria che presuppone il modello della imputazione. Approccio che contrasta apertamente con il metodo storico fondato sull’autonomia degli interrogativi scientifici e sulla complessa ricerca delle cause molteplici. Per non dire dello statuto di insindacabilità e performatività della verità giudiziaria, che oltre a non rispondere ai criteri scientifici di emendabililtà ritiene di poter creare il fatto storico: basti l’esempio dei colpi mai esplosi contro l’ingegner Alessandro Marini in via Fani, la mattina del 16 marzo 1978, per cui furono condannate 27 persone. Grazie al lavoro di alcuni storici è ormai storicamente assodato che l’episodio non è mai avvenuto, circostanza riconosciuta dallo stesso testimone e dalla commissione Moro 2 che ha dovuto arrendersi davanti alle evidenze fattuali. Eppure la verità giudiziaria è rimasta invariata.
Verità storica e verità giudiziaria oltre ad avere obiettivi diversi, come già notava Marc Bloch (ricerca del colpevole contro ricerca complessiva di cause, contesto e autori), hanno anche un diverso «percorso ermeneutico»: la verità giudiziaria può emergere solo all’interno del processo sulla base di quanto prevede il codice di procedura. Metodo che introduce una rigorosa selezione di elementi, assunti a discrezione dai giudici, scelta che ne preclude altri. La possibilità di negare una perizia, per esempio nel caso di questo processo di Alessandria il mancato accoglimento di una nuova perizia balistica sulle traiettorie di tiro, non inficia la produzione finale di una verità giudiziaria anche se dal punto di vista storico apparirà gravemente monca.

Tribunali e storia
La critica spietata mossa da Russo alla fine degli anni 90 aveva come tela di fondo il processo di tribunalizzazione della storia innescato alla fine della Seconda guerra mondiale dal processo di Norimberga contro i crimini nazisti. Da allora, il discorso storico è stato progressivamente inglobato e strumentalizzato dalla retorica giudiziaria dando vita ad un ibrido nel quale si confondono e sovrappongono ordini diversi: verità giudiziaria e storica, giudizio di ordine politico e morale. Una tendenza, come si è più volte osservato (Enzo Traverso), che ha visto emergere la figura di un nuovo testimone, la vittima assoluta (e i loro familiari con corollario di associazioni vittimarie) che nelle condanne giudiziarie dovrebbero trovare – secondo una scuola oggi dominante – cura e guariggione. Testimone che ha collocato nello sfondo altri testimoni e soggetti che pure hanno segnato in modo attivo il processo storico. L’adozione di questo modello vittimario – ha scritto recentemente Miguel Gotor nel suo volume sulla morte di Piersanti Mattarella – «ha prodotto un’abnorme centralità della memoria e del testimone, una nuova diarchia che ha innescato un processo di memorializzazione della verità storica, in cui il concetto di conflitto è stato sostituito da quello di trauma e la dialettica hegeliana servo/padrone da quella vittima/carnefice».
Russo, ormai trent’anni fa, vide arrivare tutto questo. Con la sua denuncia provò a lanciare un campanello allarme rivendicando l’autonomia del lavoro storico, senza grandi esiti purtroppo. Così di fronte al passato che non passa, alla presentificazione continua di eventi distanti anche cinquant’anni, come nel caso del rapimento Gancia e della sparatoria alla Spiotta, l’orizzonte penale ha di fatto assorbito lo spazio del lavoro storico limitandone l’agibilità e in taluni casi minacciandone l’autonomia e l’azione (chi scrive ne sa qualcosa. Per aver condotto un minuzioso lavoro di ricerca e verifica sul sequestro Moro, impiegando le fonti documentali e orali disponibili, si è visto sequestrare l’intero archivio e gli strumenti di lavoro oltre a subire una lunga indagine risoltasi dopo tre anni con l’archiviazione).

L’abuso della prova storica
Non stupisce dunque se a una distanza così lunga la nuova inchiesta di Alessandria, e il processo che ne è seguito, hanno dovuto rinunciare ai tradizionali elementi della prova forense (per altro all’epoca nemmeno correttamente raccolti),1 per far ricorso a intercettazioni ambientali (per giunta in buona parte illecite), ovvero tracce memoriali e prova storica. Quest’ultima assurta a regina del processo. Ai Ros dei carabinieri è stato chiesto di scandagliare fondi archivistici di tribunale e archivi di Stato, per poi dedicarsi a un lungo e faticoso lavoro interpretativo sulle testimonianze, i verbali di perquisizione e la letteratura brigatista d’epoca e successiva (opere autobiografiche).
Per poter aggirare la prescrizione, condurre la nuova indagine e arrivare a processo, la procura doveva giustificare la sussistenza delle aggravanti della premeditazione nella sparatoria e l’esistenza di una rigida struttura piramidale con un esecutivo brigatista che non aveva solo deciso e organizzato il sequestro, ma ordinato tassativamente alla colonna torinese l’obbligo dello scontro a fuoco per annientare il nemico. Una volontà omidiciaria premeditata fin dall’inizio e non il risultato di circostanze caotiche frutto di una sequela ripetuta di condotte e errori logistici da parte brigatista e della stessa pattuglia della territoriale, che agì all’insaputa del nucleo speciale diretto dal generale Dalla Chiesa, già intervenuto nelle indagini il giorno precedente.
Una necessità che ha modellato i fatti a immagine e somiglianza delle aggravanti richieste per condurre l’azione penale. Da qui l’uso strumentale della prova storica, piegata alle bisogna del teorema accusatorio.

1/continua

Note

1. La scena del crimine fu ripulita dai bossoli della sparatoria. Al perito balistico vennero inviati i reperti in modo selettivo: furono sottratti i colpi rimasti nell’arma di Azzolini in modo lasciar credere che questi avese scaricato la sua pistola contro l’appuntato D’Alfonso. Scomparvero bossoli e ogive esplose dai carabinieri (salvo i cinque bossoli esplosi da D’Alfonso mentre la sua arma venne inizialmente sottratta dalla scena e riposta nel baule di una vettura dei CC) e non fu periziata l’arma dell’appuntato Barberis, che dichiarò di aver ucciso Margherita Cagol sia pur involontariamente. Circostanza che impedì di accertare le modalità esatte della uccisione della fondatrice delle Brigate rosse.

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Processo Spiotta, la storia fa paura alla pubblica accusa e alle parti civili

Il colpo di scena provocato dalle dichiarazioni fatte da Lauro Azzolini lo scorso martedì 11 marzo nell’aula di corte d’assise di Alessandria, quel «C’ero io quel giorno di cinquant’anni fa alla Spiotta! […] io sono l’unico che ha visto quello che quel giorno è davvero successo», rappresenta un gesto di trasparenza che inevitabilmente capovolge il senso del processo. Liberatosi delle schermaglie procedurali, Azzolini si è riappropriato della verità. Spetta ora alla corte d’assise apprezzarla e soprattutto fare luce su tutti i momenti di quel tragico 5 giugno 1975 che si è chiuso con l’uccisione di Margherita Cagol e il ferimento di tre carabinieri, uno dei quali, l’appuntato Giovanni D’Alfonso, morirà nei giorni successivi.

Processo ribaltato
Il teorema accusatorio iniziale, messo in campo con dispendio enorme di energie e risorse pubbliche dalla procura, ha così iniziato a traballare. Anche la strategia delle parti civili adagiate comodamente sul presunto silenzio e sulla inazione degli imputati è stata scossa, suscitando iniziale sorpresa. La testimonianza di Azzolini, «l’ultima immagine che ho di Mara, che non dimenticherò mai, è di lei ancora viva che si era arresa con entrambe le braccia alzate, disarmata, e urlava di non sparare…», ha rimesso al centro del processo le circostanze mai chiarite della sua morte. Per uscire dal disorientamento c’è stato chi ha provato a sostenere che l’imputato, ormai alle strette, avesse parlato solo perché non aveva altra scelta: «accerchiato da prove inesorabili». In realtà le parti civili quando nel novembre del 2021 chiesero la riapertura delle indagini avevano ben altri obiettivi: nell’esposto depositato in procura indicavano in Mario Moretti il sospetto fuggitivo. Lo stesso figlio dell’appuntato Giovanni D’Alfonso scrisse una prefazione a un libro di due giornalisti, uscito appena due giorni dopo la presentazione del suo esposto, nel quale si sosteneva la responsabilità di Moretti nella sparatoria e lo si accusava di aver abbandonato Margherita Cagol al suo destino, con l’obiettivo di sostituirla al vertice delle Brigate rosse. «Piano diabolico» che i due giornalisti romanzarono ulteriormente in un secondo volume, dove il Centro Sid di Padova veniva indicato come il vero regista dell’intera operazione per il tramite di un confidente, arruolato all’interno della Assemblea autonoma di Porto Marghera e da qui confluito successivamente nella nascente colonna veneta delle Brigate rosse, che nulla c’entrava con la colonna torinese organizzatrice del sequestro. Confidente che ascolato dai pm torinesi ha sostenuto per ben due volte che il brigatista fuggito fosse Alberto Franceschini, già in carcere al momento dei fatti. Almeno pubblicamente, non risulta che le parti private abbiano mai preso le distanze da questa rappresentazione spionistica della vicenda. Al contrario un suo attuale rappresentante, l’ex magistrato Guido Salvini, nel corso di un dibattito sul web del 22 settembre 2022 ha ribadito il suo convincimento sulle responsabilità di Moretti, dipinto come figura «ambigua» e «oscura».

La storia non deve entrare in aula
Forse è anche per questo che nella parte finale dell’udienza, quando si è discusso sull’ammissibilità delle prove e dei testi, dalla pubblica accusa e dalle parti civili è venuta una levata di scudi contro la presenza nel processo dello storico e docente universitario Marco Clementi, chiamato a deporre, in qualità di consulente storico, dall’avvocato Francesco Romeo che difende Mario Moretti: sulle modalità operative e sulla struttura organizzativa delle Brigate rosse nel 1975 e successivamente. La discussione che ne è seguita ha avuto aspetti surreali, a cominciare dall’avvocato della parte civile Sergio Favretto che si è opposto, giudicando Clementi, già audito nel giugno 2016 dalla Commissione Moro, presieduta da Giuseppe Fioroni, seduta nella quale depositò importanti documenti: «inadeguato a fornire una consulenza all’interno di un processo penale». Sventolando un volume apparso nel 2017, il rappresentante della famiglia D’Alfonso ha accusato il professore di aver dedicato «appena mezza pagina alla Spiotta», senza citare nemmeno «Giovanni D’Alfonso che fu una vittima della Spiotta». L’avvocato Favretto avrebbe fatto migliore figura se avesse consultato con più modestia e maggiore accuratezza gli altri lavori pubblicati. Il suo collega, l’ex magistrato Guido Salvini, non potendo opporsi perché durante la sua passata attività di giudice istruttore e gip si è avvalso per decenni dell’ausilio di un consulente come Aldo Giannuli, esperto di Servizi segreti ma non di Brigate rosse, ha chiesto come «controprova» l’audizione dell’ex pm Armando Spataro. Richiesta singolare perché in primis la controprova sarebbe semmai quella presentata dalla difesa, la richiesta di Salvini è solo una prova ausiliare della pubblica accusa, poi perché un ex pm, che ha arrestato e fatto condannare tutti e tre gli imputati chiamati a giudizio, non sembra stare proprio nei panni della figura terza che fornisce consulenza alla corte. Deve essere davvero disperata la situazione tra i fautori della dietrologia, di cui l’ex giudice Salvini è uno dei più accesi sostenitori, se da quelle parti scarseggiano storici in grado di descrivere il funzionamento organizzativo delle Brigate rosse nel corso della loro storia. D’altronde se per decenni si è sostenuto che dietro le Br c’erano gli organigrammi di Langley, poi diventa difficile trovare esperti che sappiano dire qualcosa di diverso.

Un pm senza storia
Ma forse l’argomentazione più stupefacente è venuta dal pubblico ministero Emilio Gatti, il quale opponendosi fermamente all’audizione di Clementi, ha sostenuto di non amare il lavoro degli storici: «perché c’è sempre un qualcosa di soggettivo in questo rimettere insieme le fonti […] io – ha proseguito – non vi produco l’interpretazione, non è una prova l’interpretazione». Una rivendicazione sprezzante della superiorità dell’ontologia giudiziaria rispetto a quella storica che, senza scomodare Marc Bloch, il padre della storia moderna, inevitabilmente riporta alla mente il libro di Carlo Ginzburg sul giudice e lo storico, sui loro mestieri differenti nonostante entrambi cerchino di ricostruire dei fatti con strumentazioni spesso simili, anche se poi i primi si limitano a ricercare la responsabilità penale mentre i secondi, per loro fortuna, possono andare molto oltre, scavando e ricostruendo in ogni dove. Non sarà forse un caso se i migliori giudici sono quelli che sanno fare anche gli storici mentre i peggiori sono quelli che restano solo dei Torquemada.
Ora in un processo che si svolge cinquant’anni dopo i fatti e dove la pubblica accusa ha portato come fonti di prova sette libri e imputa a Curcio e Moretti quanto affermato nei loro libri-intervista, fondando l’accusa su una interpretazione discutibile delle loro parole, proprio perché non corredata dalla conoscenza storica sul funzionamento delle strutture organizzative delle Brigate rosse, questa ostilità verso il lavoro storico appare quantomeno sospetta. In questo caso, infatti, l’expertise storica aiuterebbe chi deve giudicare ad ancorare il processo alla realtà dei fatti. L’atteggiamento della pubblica accusa poco si concilia con l’affermazione di Luigi Ferrajoli, secondo cui «Il processo è per così dire il solo caso di “esperimento storiografico”». Sembra di rivedere l’ostinato atteggiamento del procuratore generale di Roma Antonio Marini quando rivendicava l’intangibilità del giudicato processuale davanti all’emergere di nuove conoscenze che la ricerca storica veniva producendo e che intaccavano le responsabilità penali sancite nelle sentenze del processo Moro. Venticinque imputati sono stati condannati per il tentato omicidio dell’ingegner Alessandro Marini, la mattina del 16 marzo in via Fani. Un fatto, oggi sappiamo, mai accaduto. Durante i lavori della seconda commissione Moro, lo stesso ingegner Marini ha ammesso che il parabrezza del suo motorino si era infranto nei giorni precedenti l’assalto brigatista, a causa di una caduta accidentale del mezzo dal cavalletto, e non in seguito a colpi di arma da fuoco esplosi contro di lui, circostanza per altro mai confermata dalle perizie balistiche. Sono trascorsi quasi dieci anni da quelle ammissioni, ancora di più dalla scoperta di un verbale del 1994, in cui lo stesso ingegnere rivelava per la prima volta come si era rotto il parabrezza, e del ritrovamento delle foto del motorino col parabrezza tenuto da nastro adesivo sul marciapiedi di via Fani, ma la «scienza giuridica» non è ancora corsa ai ripari per ristabilire la sua ontologica superiorità correggendo un clamoroso errore giudiziario.

Il consulente non verrà ascoltato
Alla fine la corte ha deciso di non dare la parola al professor Clementi. Se ne riparlerà più avanti, forse. Una decisione grave che ha privato la difesa dell’unico teste richiesto e che imbavaglia i suoi argomenti. Il messaggio è chiaro: questo processo deve tramandare la storia di un’organizzazione costruita in modo gerarchico, verticistico, piramidale, con a capo una cupola che dava ordini insindacabili al resto del gruppo. L’accusa ha bisogno di questa narrazione processuale perché si arrivi alle condanne. Si deve impedire che qualcuno venga a smentire tutto ciò, sollevi dubbi nei giudici ricordando che nelle Brigate rosse vigeva un principio d’autonomia delle decisioni, la circolazione orizzontale dei flussi informativi che determinavano le scelte politiche finali e che la decisione di ricorrere ai sequestri di autofinanziamento, ripresi dall’esperienza delle guerriglie sudamericane, fu collegiale, controversa e dibattuta e che le modalità operative furono demandate, come sempre, alla colonna che operava sul territorio. Tutta un’altra storia ma soprattutto una altro processo.