I fiori per Mara Cagol sotto sorveglianza e l’incontro mai avvenuto tra Curcio e Moretti, appunti sulle indagini paranoiche per i fatti della cascina Spiotta

Rose per Mara Cagol

Era il giugno del 2022, da almeno sei mesi la procura di Torino aveva riaperto le indagini per la sparatoria avvenuta 46 anni prima davanti la cascina Spiotta, in località Arzello, nel Monferrato. Nel conflitto a fuoco erano rimasti uccisi l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso e la fondatrice delle Brigate rosse, Mara Cagol. La colonna torinese aveva portato a termine il giorno precedente il primo sequestro per autofinanziamento della organizzazione. L’imprenditore vinicolo Vallarino Gancia era stato prelevato nei pressi della sua tenuta di Canelli e condotto all’interno della cascina.
Bruno D’Alfonso, ex carabiniere figlio dell’appuntato rimasto ucciso, aveva depositato nel novembre del 2021, sulla base di una ricostruzione complottista della vicenda, un esposto per la riapertura delle indagini. La procura torinese, competente territorialmente dopo la creazione dei distretti antimafia e antiterrorismo, aveva aperto un fascicolo contro ignoti anche se già dall’aprile successivo l’attività investigativa si era concentrata prevalentemente contro l’ex brigatista Lauro Azzolini. Nel frattempo i carabinieri avevano scoperto che questi era stato già indagato e prosciolto dal giudice istruttore di Alessandria 35 anni prima, nel 1987. Le ricerche della vecchia sentenza-ordinanza erano andate a vuoto perché le carte erano andate distrutte nell’alluvione del 1994, che aveva devastato gli archivi del tribunale. Come abbiamo già raccontato in passato (qui), la procura decise comunque di portare avanti l’indagine senza avvertire il gip del grave problema giuridico sopraggiunto nel frattempo (il vulnus verrà sanatosolo nel maggio del 2023), continuando ad indagare, pedinare e intercettare, nonostante la legge lo vietasse, una persona prosciolta.

Mara e i fiori sospetti

Sospinti da questa escalation senza limiti, gli inquirenti arrivarono persino a mettere sotto controllo la cascina dove era avvenuta la sparatoria più di quattro decenni prima. Tre microcamere furono piazzate per sorvegliare chi accedeva sul posto. Nel corso dei sopralluoghi, svolti nei mesi precedenti, gli inquirenti avevano saputo dalla proprietaria che in passato, in prossimità della ricorrenza del conflitto a fuoco, avvenuto il 5 giugno del 1975, «una persona aveva deposto un mazzo di fiori in memoria di “Mara”, Cagol Margherita».
E’ in questo clima di sospetto parossistico e ossessione investigativa senza freni che la procura disponeva la video-sorveglianza del cancello e della stradina che porta alla cascina per identificare la, o le persone, che avrebbero potuto nuovamente deporre dei fiori in occasione dell’anniversario della uccisione di Mara Cagol. Il monitoraggio video veniva attivato dalle ore 20.00 del 4 giugno 2022, fino alle 11.20 del 6 giugno successivo, senza alcun esito. Il misterioso fioraio, più avveduto dei carabinieri, non sin era fatto vivo.
Qualche settimana dopo, il 27 giugno, gli inquirenti attivavano anche un dispositivo di geolocalizzazione all’interno della vettura di Renato Curcio, all’epoca marito di Mara Cagol e cofondatore delle Br, nonché di Mario Moretti e di altri ex brigatisti, formalmente ancora non indagati. L’escalation investigativa decollava con centinaia di ore di intercettazioni telefoniche e ambientali, nonché servizi di osservazione, controllo e pedinamento che la corte di assise di Alessandria ha poi parzialmente censurato, perché illegali

La rete fantasma dei pensionati
Nella prima informativa sull’indagine denominata «Erebo» (nella mitologia greca indica la dimora dei defunti,) consegnata nel febbraio 2023 alla procura di Torino, i Ros dei carabinieri espongono una delle tecniche investigative utilizzate per condurre l’inchiesta: «questo Reparto ha beneficiato degli effetti di alcune stimolazioni ai soggetti monitorati: le notizie stampa legate alla riapertura delle indagini (Ansa del 27 ottobre 2022 che innesca una serie di articoli sulla stampa e siti online), la proiezione dei docufilm “Esterno Notte” sul sequestro Moro e “Il nostro Generale” su Carlo Alberto Dalla Chiesa sui canali Rai, le prime convocazioni dei brigatisti per essere interrogati e la convocazione in contemporanea dei personaggi principali per le escussioni conclusive. Tali eventi hanno fatto sorgere negli ex appartenenti all’organizzazione terroristica la necessità di sentirsi, incontrarsi, confrontarsi e stabilire una linea comune».
Questa «attivazione», innescata dall’esterno, dei contati tra ex appartenenti alle Brigate rosse negli anni 70, ormai persone anziane, diversi dei quali deceduti nel corso dello stesso processo (Attilio Casaletti, Angela Vai, Pierluigi Zuffada, Raffaele Fiore, Alberto Franceschini), ha permesso – scrivono sempre i Ros – di «ricostruire la fitta rete di contatti, tra gli ex brigatisti interrogati nel corso dell’indagine, per condividere le informazioni, stabilire una linea comune», per poi concludere con un singolare gusto del paradosso: «si è ben compreso che, ancora oggi, gli ex brigatisti sono legati tra loro in una rete ramificata».
«Gruppi di affinità», sarebbe stato più corretto dire, piuttosto che «rete,» tra persone che vivendo in una stessa città, Milano nel caso specifico, hanno mantenuto rapporti o occasionali motivi di incontro durante presentazioni di libri e conferenze. Oppure sparuti contatti telefonici tra ex che hanno condiviso scelte processuali o medesimi spazi carcerari. L’indagine insiste a lungo per dimostrare come questa fantomatica «rete» si sia attivata per assumere informazioni e stabilire una linea di condotta comune davanti ai pm, come se una tale condotta fosse sospetta e illecita, un’anticipazione della colpa con ribaltamento dell’onere della prova e non già semplice volontà di comprendere cosa stia accadendo e semmai legittimo esercizio dell’attività difensiva.

La falsa notizia dell’incontro tra Curcio e Moretti
Oltre ad Azzolini e alla moglie Bianca Amelia Sivieri, tra i più gettonati nelle intercettazioni e servizi di ocp disposti dal’Arma, c’è Renato Curcio e il suo entourage familiare (nel fascicolo si trova addirittura una conversazione con moglie e figlia, priva di qualunque legame con l’inchiesta in corso, sulla guerra Russo-Ucraina da pochi giorni iniziata), a causa dei suoi frequenti viaggi di lavoro. Ad ottobre e novembre 2022 e poi nel successivo febbraio 2023, Curcio si reca a Milano dove presenta il suo libro sul Capitalismo cibernetico, e tiene dei cicli di conferenze. Ogni volta ad attenderlo al suo arrivo in stazione centrale, oltre ai carabinieri c’è sempre la stessa persona, Antonio C. che fa il tassista e lo ospita nella sua casa. Si tratta di un amico della Sivieri a cui si aggrega anche una terza persona, Mario D., amico di entrambi. Quest’ultimo aveva ospitato la moglie di Curcio, Marita Prette, nel novembre precedente. Ne scrivono i carabinieri a causa di una telefonata intercettata in cui «Prette dice a Curcio che da casa di Mario (ndr. Mario D.) si vede una giornata limpida».

Il gruppo viene identificato non solo attraverso le intercettazioni e gli ambientali nelle macchine, ma anche grazie ai servizi ocp dove, in occasione della presenza di Curcio il 29 ottobre 2022 presso la libreria Anarres, vengono fotografati.
Nell’informativa che relaziona le attività svolte, i carabinieri non riportano alcun incontro di Curcio con Moretti, che per altro è in regime di semilibertà a Brescia, da dove non può spostarsi senza autorizzazione.
Nonostante ciò Repubblica cronaca di Torino, lo scorso 27 febbraio ha diffuso la notizia di un presunto incontro segreto tra i due, «Il piano e un caffè segreto: così gli ex brigatisti si sono incontrati 50 anni dopo la Spiotta». La fake news nasce da un banale equivoco dovuto alla frettolosa lettura della trascrizione della intercettazione ambientale del 28 febbraio 2023, quando al rientro dalla conferenza tenuta la sera precedente a Milano, Curcio raccontava alla moglie, venuta a prenderlo alla stazione Termini di Roma, come era andato il soggiorno milanese. Nella conversazione captata, iniziata alle 12,34, Curcio riferisce il comportamento tenuto da Mario Moretti il 14 febbraio precedente davanti ai pm, riportatogli dalla Sivieri nell’incontro avuto il giorno prima nel bar Alemagna, di fronte al stazione centrale. Spiega che Sivieri (Bianca) è venuta con Antonio (il tassista), «così poi siamo andati a prendere Mario.. (Mario è Mario D. L’amico che aveva ospitato Prette ndr) e siamo stati fuori, in un bar». Prette chiede come Sivieri potesse essere venuta a conoscenza di quelle informazioni (prova che Moretti non era presente), Curcio risponde che probabilmente erano pervenute dall’avvocato Burani, legale anche della Sivieri. Dopo aver accennato più volte a Moretti, diciannove minuti più tardi, alle 12,53, Curcio inizia a parlare di un altro Mario, (si tratta di Mario D. che era presente all’incontro. Gli stessi carabinieri non accennano mai al fatto che possa trattarsi di Moretti), dicendo di averlo trovato molto bene e di avergli consegnato i libri. La confusione tra il nome di Mario Moretti, di cui si racconta per sentito dire, e la presenza dei Mario D. ha generato l’errore.
L’inchiesta con la sua mole di intercettazioni d’ogni tipo e d’interpretazioni creative non ha certo bisogno di ulteriori suggestioni fondate su false notizie.

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Processo Spiotta, riappare il bossolo dei carabinieri che prova l’esecuzione di Mara Cagol

C’è un bossolo fantasma, trovato e poi inspiegabilmente scomparso, tra le carte del nuovo processo che si è aperto davanti la corte di assise di Alessandria per la sparatoria del 5 giugno 1975 alla cascina Spiotta, in località Arzello di Acqui Terme. Si tratta di «un bossolo calibro 9, fabbricazione 70, appartenente ad un proiettile in dotazione dei Carabinieri: Beretta cal. 9», che può riscrivere per intero le circostanze della uccisione di Margherita Cagol, una delle fondatrici delle Brigate rosse, avvenuta quella mattina sulla collinetta antistante la cascina.

La morte di Mara Cagol, olio su tela di Ruggero Lenci

L’improvvida sortita dei carabinieri della stazione di Aqui Terme
Nella tarda mattinata del 5 giugno un conflitto a fuoco oppose i due brigatisti che trattenevano Vallarino Gancia, sequestrato il giorno precedente dalla colonna torinese delle Brigate rosse, e una pattuglia dei carabinieri giunta sul posto per ispezionare il casolare. Una decisione incauta, dettata forse da spirito di concorrenza con i carabinieri del nucleo speciale che stavano indagando sul sequestro. Piero Bosso, appartenente al nucleo speciale e originario della zona ha riferito durante le nuove indagini, in una deposizione del 24 febbraio 2022, che a seguito di un controllo catastale erano emerse discordanze anagrafiche sulla nuova acquirente della cascina Spiotta, tale Marta Caruso, identità utilizzata da Margherita Cagol per l’acquisto del rustico. Da tempo i carabinieri di Dalla Chiesa conducevano indagini sui rogiti catastali più recenti perché avevano capito che i brigatisti acquistavano o affittavano immobili con documenti falsi. La cascina era dunque sotto osservazione da un paio di settimane, il sequestro di Vallarino Gancia e l’arresto di Massimo Maraschi, uno dei componenti del gruppo di rapitori che si dichiarò subito prigioniero politico, avevano convinto gli investigatori di Dalla Chiesa già dal pomeriggio del 4 giugno che bisognasse intervenire sulla cascina. La festa dell’arma del successivo 5 mattina ritardò l’intervento, a questo punto il tenente Umberto Rocca, della tenenza di Aqui Terme, volle anticipare tutti con una improvvida iniziativa che terminò in tragedia.

La nuova perlustrazione del 20 giugno
Il reperto è «rinvenuto nei pressi del luogo ove giaceva il cadavere della Cagol Margherita», così recita il verbale di ritrovamento stilato il 20 giugno 1975, ovvero 15 giorni la tragica sparatoria e la liberazione di Gancia. Colpiscono le due settimane di distanza che separano la nuova ispezione giudiziale dal momento della sparatoria e delle successive indagini e rilievi condotti davanti e dentro il casolare. Quindici giorni dopo il conflitto a fuoco e la liberazione dell’ostaggio si erano tenute delle importanti elezioni regionali. Il risultato fu un clamoroso smacco per la Dc mentre forte era stata l’avanzata del Pci che si distanziò di soli 500 mila voti dal partito di governo, conquistando ben sette regioni compreso il Piemonte. Forse fu la sorpresa politica per quanto avvenuto a rallentare le indagini, o forse altro, fatto sta che solo quel successivo 20 giugno il procuratore della repubblica Lino Datovo si recò nuovamente sul posto per procedere all’esame del terreno circostante la cascina alla ricerca di eventuali reperti non ritrovati in precedenza. La decisione fa comunque riflettere perché le autopsie dei corpi di Margherita Cagol e del carabiniere Giovanni D’Alfonso, erano avvenute il 6 e l’11 giugno precedente. Già il 12 giugno i reperti balistici rinvenuti, le armi sequestrate ai due brigatisti, alcuni bossoli, proiettili e frammenti di proiettile e delle bombe Srcm lanciate, erano stati inviati al perito designato dalla procura per gli esami e le comparazioni di rito. Forse erano sorti dei dubbi e quali?

I bossoli esplosi dall’appuntato D’Alfonso
Almeno due carabinieri avevano testimoniato di aver sparato, ma nessun bossolo esploso dalle loro pistole era stato repertato. Il maresciallo Rosario Cattafi ha raccontato di aver tirato almeno due colpi contro la finestra dove si era affacciata Cagol, immediatamente dopo il lancio della prima Srcm, una bomba a mano di origine italiana dalle caratteristiche poco letali (concepita soprattutto per disorientare il nemico, l’effetto è quello di un grosso petardo), in direzione del tenente Umberto Rocca da parte del giovane che si era sporto sull’uscio della cascina, ma nessun bossolo risulta rinvenuto nella zona antistante. Dopo aver sparato Cattafi corse in aiuto di Rocca col gomito tranciato dalla esplosione dell’ordigno per trascinarlo via.
L’appuntato Pietro Barberis, l’altro carabiniere rimasto di copertura sulla stradina di accesso alla cascina, affermò di aver scaricato l’intero caricatore contro la donna in due momenti diversi e successivamente contro l’uomo in fuga tra i cespugli del bosco sottostante, ma nessun bossolo è mai stato segnalato.
Del terzo carabiniere, l’appuntato D’Alfonso, si erano ritrovati accanto al luogo dove era rimasto gravemente ferito cinque bossoli esplosi da un’arma in dotazione ai carabinieri. Stranamente il procuratore non aveva chiesto di effettuare comparazioni con le pistole dei militi operanti, ma soltanto con le armi attribuite ai due brigatisti. Sarà la logica a ricondurre i cinque bossoli calibro nove corto (in dotazione ai carabinieri), insieme al fatto che dalla sua arma erano stati esplosi gran parte dei colpi, ad attribuirgli quei bossoli. Parlare di una indagine lacunosa è dire poco.

Il ritrovamento del bossolo che uccise Mara Cagol

Alle 12,30 di quel 20 giugno le operazioni, ancora senza esito, vennero sospese per riprendere alle 17 con l’assistenza del capitano dei carabinieri Giampaolo Sechi, in forza al nucleo speciale di polizia giudiziaria sotto il comando del generale Dalla Chiesa e del carabiniere Renzo Colonna che disponeva di un apparecchio rivelatore di metalli. L’ispezione veniva nuovamente interrotta a causa di un violento temporale per riprendere verso le 19. E’ in quel momento che accanto al luogo dove era stato ritrovato il cadavere di Margherita Cagol viene rinvenuto il bossolo calibro 9 in dotazione ai carabinieri. Tuttavia a causa della fangosità del terreno e dello scarso rendimento dell’apparecchio rivelatore, «in siffatte condizioni», le operazioni vengono sospese alle 19,30 e rinviate alle 16,00 del 23 giugno successivo. Il proiettile rinvenuto non arriverà mai sul tavolo del perito, da quel momento scompare dalle indagini. Perché?

Il tiro a segno contro Cagol e la sua esecuzione
Eppure la posizione del bossolo associato ai risultati della perizia autoptica sul corpo della Cagol ci rivelano le modalità della sua morte: uccisa da un colpo tirato a breve distanza quando aveva le braccia alzate in segno di resa. Una ricostruzione che coincide con il racconto fatto nel memoriale scritto tempo dopo da Lauro Azzolini che in aula ha confermato di aver visto per l’ultima volta «Mara» ancora viva, ferita a un braccio, seduta a terra con le mani levate in aria in segno di resa.
Quel bossolo scomparso e l’autopsia condotta dal professor La Cavera dicono chiaramente che Cagol subì un’esecuzione con un colpo singolo esploso a distanza molto ravvicinata sotto l’ascella sinistra con uscita su quella destra, «con andamento pressoché orizzontale lievemente dall’avanti all’indietro» e morte pressoché istantanea. Dinamica che smentisce la ricostruzione ufficiale fornita dall’appuntato Barberis che disse di aver ucciso la donna sparandole a distanza di almeno dieci-quindici metri, mentre si gettava in avanti per ripararsi dal terzo lancio di una Srcm da parte dell’altro brigatista che era accanto a Cagol. Il colpo mortale è tirato da sinistra mentre Barberis, che sostiene di essersi spostato verso la cascina per riarmare la sua pistola, a quel punto era posizionato sul lato destro della donna, più in alto. Il colpo mortale è tirato a distanza di qualche minuto dai precedenti: il primo esploso con tutta probabilità dall’appuntato D’Alfonso, il secondo dall’appuntato Barberis che centra due volte la 128 dove era salita Cagol: prima sul pneumatico e poi sullo sportello anteriore destro, all’altezza della maniglia. Il proiettile trapassa la carrozzeria e colpisce l’avambraccio destro della donna che urta il cambio ritrovato macchiato insieme al coprisedile da tracce di sangue. Cagol esce dalla macchina con le mani alzate, la sua arma, una Browing 7,65 verrà ritrovata accanto allo sportello completamente scarica.

Il duello con l’appuntato D’Alfonso
Cagol e D’Alfonso si affrontarono all’altezza del porticato situato sul lato destro dell’edificio dove erano diretti i brigatisti in fuga per raggiungere le macchine. L’appuntato che stava sbirciando nelle auto in sosta era rimasto leggermente ferito a una coscia da una piccola scheggia metallica proveniente dalla seconda Srcm tirata a casaccio da Azzolini. Prova a impedire la fuga dei due sorprendendo la donna alle spalle. Il suo colpo ferisce superficialmente Cagol sul dorso, senza penetrare «nella regione destra all’altezza della decima costola» (zona del rene). La donna voltandosi reagisce colpendolo una prima volta alla spalla destra. Il proiettile trapassante si fermerà nel cavo toracico. La perizia darà conferma che era stato esploso dalla Browing della Cagol. Un colpo che secondo il perito non impedisce a D’Alfonso di rispondere al fuoco. Lo scambio ravvicinato tra i due è drammatico e si conclude con un altro colpo che centra D’Alfonso alla testa, ferendolo gravemente. Morirà sei giorni dopo. La perizia stabilirà che «entrambi i colpi sonno stati esplosi da distanza ravvicinata: nell’ordine di pochi metri».

Chi ha ucciso Mara Cagol?
Un contadino del posto, Bruno Pagliano, che stava lavorando la terra in un terreno confinante dopo gli spari si avvicinò alla cascina. Riuscì a vedere il corpo agonizzante di Margherita Cagol prima di essere bruscamente allontanato da un carabiniere armato di mitra. Si trattava di uno dei membri della pattuglia chiamata in rinforzo da Barberis. La sua è una testimonianza importante poiché fotografa la situazione negli ultimi momenti di vita della Cagol. Sul posto c’erano cinque carabinieri della stazione di Aqui Terme: Cattafi e Barberis, D’Alfonso ferito a terra mentre Rocca era stato portato in ospedale, e i sopraggiunti Lucio Prati e Stefano Regina. Oggi nessuno di loro è più in vita. Fantasmi come il proiettile scomparso.

Via Fani, «Azzolini parlava di Morucci non di Moroni», è secca la smentita dell’altro ex Br intercettato dalla procura di Torino

Antonio Savino è un ex operaio Fiat e vecchio compagno di militanza di Lauro Azzolini all’interno della colonna Walter Alasia delle Brigate rosse, arrestato anch’egli nella operazione del 1 ottobre 1978 che decapitò la colonna milanese. Quarantacinque anni dopo, la mattina del 17 marzo 2023, era presente in casa di Azzolini quando questi veniva sottoposto a intercettazione da parte della procura di Torino, nell’ambito della nuova inchiesta sulla sparatoria alla cascina Spiotta del 5 giugno 1975 e che ha portato all’apertura di un nuovo processo davanti la corte d’assise di Alessandria. Savino smentisce categoricamente che nel corso della conversazione captata Azzolini si sia mai riferito a persona diversa da Valerio Morucci.

L’intercettazione del 17 marzo 2023
Una informativa del Ros di Torino del 21 marzo 2023 riporta stralci delle conversazioni tra i due, intercettate tramite captatore inoculato nel telefonino di Azzolini. L’attività investigativa e l’intercettazione ambientale realizzata quella mattina è stata dichiarata illegittima dalla corte d’assise nell’ultima udienza dell’11 marzo scorso. I giudici hanno riconosciuto che tutte le sue conversazioni captate dal 14 febbraio al 15 maggio 2023 erano illegali perché avvenute quando ancora il gip non si era pronunciato sulla riapertura delle nuove indagini. Un riconoscimento limitato e tardivo dell’abuso, ma pur sempre significativo poiché ha aperto scorci inquietanti sulle forzature realizzate nel corso dell’indagine. L’intercettazione aveva attirato l’attenzione dei carabinieri perché nel corso del dialogo con Savino, Azzolini lasciava intendere di aver preso parte allo scontro a fuoco del 5 giugno 1975. Ma la ragione per cui l’informativa è stata ripresa su alcuni giornali è un’altra: secondo i carabinieri Azzolini rivelava la presenza in via Fani di un nome nuovo mai implicato nelle indagini sul sequestro Moro.

La crisi di coscienza di Bonisoli
Come scrivono gli stessi estensori dell’informativa, l’audio è pessimo. Le voci sono disturbate dal volume della televisione e spesso giungono deformate oltre al fatto che in alcuni momenti Azzolini sussurra le sue frasi e il suo racconto è infarcito di anacoluti. I due stanno rievocando alcuni episodi della loro passata militanza nella lotta armata. In particolare Azzolini evoca alcune rapine di autofinanziamento condotte dalle Brigate rosse dopo i fatti della Spiotta, in una delle quali ci fu un ferito tra i brigatisti e un’altra dove venne catturata Paola Besuschio, a causa di una incertezza commessa – si racconta sempre nell’audio – da «Franco». Franco sarebbe Franco Bonisoli di cui Azzolini sta accennando le ragioni del tormento interiore che hanno poi suscitato una sua successiva «crisi» di coscienza. Bonisoli si sarebbe recato a casa di Azzolini per confidarsi, siamo al minuto 1,33 dell’audio. Stiamo parlando – come si evince dalla logica del temporale del racconto – di un periodo successivo all’arresto di Besuschio, avvenuto ad Altopascio, una località della Toscana, il 30 settembre 1975, e dell’azione di via Fani, a cui lo stesso Bonisoli aveva partecipato. A tormentare Bonisoli è la morte dell’agente di polizia Raffaele Iozzino, con cui aveva avuto uno scambio a fuoco. Iozzino è l’unico poliziotto della scorta di Moro che è riuscito a rispondere al tiro dei brigatisti prima di essere ucciso.

Morucci, Gallinari e Fiore in via Fani
L’inciso pronunciato immediatamente dopo la frase; «poi dopo viene a casa… eh!», ovvero: «Matteo era così», riferito a Morucci, più volte citato nell’audio, che aveva come nome di battaglia «Matteo», è un’anticipazione di quel che Azzolini dirà poco dopo sul ruolo centrale avuto da Valerio Morucci nell’azione di via Fani. Linguisticamente parlando si tratta di una catafora. Al minuto 1,44 riporta invece le parole di Bonisoli: «dice “ma dopo mi ha tirato ho fatto cosi …(inc.)… quello che la stava scappando ho preso ma quando…”». Frase che fotografa un momento cruciale di quel che avvenne in via Fani: la reazione di Iozzino che esplose dei colpi in direzione di Bonisoli e la replica di quest’ultimo. Circostanza che per altro si dimostra una ulteriore smentita intrinseca delle teorie dietrologiche sul tiratore da destra. Il passaggio che ci interessa avviene al minuto 1,47, quando Azzolini sta ancora parlando del comportamento di Morucci. Il sonoro restituisce un nome, «è stato Moroni… a dire a …(inc.)…», nome che appare per la prima e unica volta in tutta l’intercettazione. La logica del discorso appena avviato e quanto verrà detto poco più avanti fanno intuire che la persona indicata per errore col nome di Moroni era, in realtà, Morucci. Intuibile è il riferimento alla sua testimonianza: «Va bene i compagni…… Gallo… e Fiore a un certo punto si inceppano… si inceppano… non c’avevano le pistole …(parole inc.) le pistole Dio can. Morucci cazzo… che era uno che sapeva usarlo… quando ha visto i compagni a terra ha cominciato a spazzolare anche dalle altre parti». «Gallo» era Prospero Gallinari, «Fiore», Raffaelle Fiore, membro della colonna torinese sceso per sostenere, insieme a Franco Bonisoli, i componenti romani della brigata della «Contro» che organizzarono il sequestro e presero parte all’assalto di via Fani. Azzolini, non c’era quel 16 marzo 1978, questo spiega alcune inesattezze presenti nel suo racconto: tutti i membri del commando avevano la loro pistola personale, sia Gallinari che Bonisoli la utilizzarono come hanno provato le stesse perizie balistiche.

La forzatura interpretativa
«Moroni» non corrisponde ad alcun nome presente nelle Brigate rosse. I carabinieri per risolvere l’enigma si sono abbandonati a una forzatura interpretativa decidendo di attribuirlo a Giorgio Moroni. Una scelta che ha una logica facilmente decifrabile e che nulla c’entra con via Fani. Con Giorgio Moroni i carabinieri di Dalla Chiesa, di cui i Ros sono l’attuale eredità info-investigativa, hanno avuto in passato un grosso contenzioso. Lo scrivono loro stessi in una nota a margine dell’informativa, dove spiegano che «Nel 1978, Moroni, allora militante di Autonomia Operaia, viene perquisito per il sequestro Moro e arrestato con l’accusa di partecipazione a banda armata poiché aveva in casa per la rivista che coordinava (“Nulla da perdere”) il comunicato di un gruppo armato che rivendicava un attentato dinamitardo alla Borsa valori […]». Assolto nel giugno del 1980, intraprende nel 1986 una controinchiesta che lo porta a rintracciare – prosegue la nota – la ragazza che aveva fatto i loro nomi e questa spiega di essere stata obbligata dai carabinieri ad accusarli. Moroni chiede «la revisione e la corte di appello di Genova la concede, il processo di revisione si svolge a Genova, tra il ’92 e il ’93. La revisione viene accolta e il 10 novembre 1994 Giorgio Moroni insieme agli altri viene risarcito per “errore giudiziario”».

Misnaming
L’errore commesso da Azzolini ha un nome preciso, gli studi di neuroscienze lo definiscono «misnaming». Ovvero confondere i nomi delle persone quando si parla. Si tratta di un fenomeno diffuso che non riguarda solo le persone anziane. Avviene soprattutto se c’è una similitudine fonetica o una medesima radice nelle parole, come «mor» nel caso di Morucci-Moroni. Le frasi troncate, a volte biascicate di Azzolini, necessitano di un particolare sforzo di comprensione logica e contestualizzazione storica che gli estensori dell’informativa hanno evitato. L’attore principale che agisce nel racconto è uno: Valerio Morucci. Giorgio Moroni, oltre a non essere mai stato un brigatista, è noto per aver sostenuto all’epoca tesi molto avverse alle Brigate rosse.

Le smentite
Abbiamo chiesto più volte ad Azzolini un chiarimento sulle sue parole. Allora, come oggi, preferisce non replicare pubblicamente e attenersi alla linea difensiva decisa dal suo avvocato, convinto che sia negativo commentare intercettazioni giudiziariamente illegali. Tuttavia se l’intercettazione non può essere utilizzata contro Azzolini nel processo, resta in piedi per i suoi interlocutori e le trascrizioni rimangono intatte nel fascicolo. Una finzione giuridica che non cambia la sostanza del problema e non impedisce di agire nella mente dei giudici. Situazione che vale ancor di più all’esterno dell’aula processuale: sui giornali e i social che l’hanno già ampiamente diffusa e commentata. E se una intercettazione oltre ad essere illegale possiede anche un contenuto infondato appare un crimine non confutarla. Forse è per questo che i gesti, la mimica e il tono della voce con cui Azzolini ci risponde, dicono lo stesso molte cose e si comprende chiaramente cosa pensi della strumentalizzazione che viene fatta delle sue parole. Ma se Azzolini è in qualche modo vincolato dalla sua posizione processuale, il suo interlocutore Antonio Savino smentisce categoricamente chi trova in quella intercettazione una rivelazione che non c’è. La conversazione su via Fani – spiega – è iniziata dopo aver commentato quanto era accaduto il giorno prima, quando: «un gruppo di giovani aveva organizzato eventi nelle campagne del Piemonte sul sequestro Moro, un centinaio di partecipanti che si erano divisi a metà tra guardie e ladri». Savino stigmatizza inoltre che «si voglia a tutti i costi tirare in ballo persone che (come hanno testimoniato anche i pentiti) nulla hanno a che fare con via Fani. Parlo di “Moroni” in guisa di “Morucci”. Purtroppo la scarsa professionalità, il protagonismo, rischiano di coinvolgere innocenti in procedimenti che come minimo risultano dispendiosi per il coinvolto ingiustamente».

Lo strascico giudiziario

La vicenda ha avuto anche un seguito giudiziario. Giorgio Moroni ha citato in giudizio l’autrice dell’articolo apparso sul Fatto quotidiano il 14 marzo del 2024, a giugno si aprirà il processo (qui gli sviluppi della vicenda). Chi si occupa di inchieste giudiziarie sa benissimo che le trascrizioni di intercettazioni vanno prese con molta cautela invece di limitarsi a ricalcare le veline ricevute da mano amica senza gli opportuni approfondimenti. Per altro se la stessa procura di Torino non ha inviato nulla a quella romana, qualche dubbio sulla fondatezza di quel nome deve esserci stato tra gli inquirenti. La presunta rivelazione è stata invece ripresa dall’avvocato Walter Biscotti che il 16 marzo scorso, in occasione del quarantasettesimo anniversario dal rapimento Moro, ha annunciato di voler chiedere alla procura di Roma di effettuare verifiche sul contenuto della intercettazione. L’avvocato Biscotti è stato estromesso dal nuovo processo di Alessandria perché l’associazione vittimaria da lui rappresentata non possedeva i titoli legali per potervi partecipare, poiché costituita solo dopo i fatti oggetto del giudizio. Messo fuori dalla porta principale sta cercando di rientrarvi cavalcando bufale mediatiche.