La pedagogia penale di Sarkozy

Non più educare e istruire ma raddrizzare e punire

Luca Bresci
L’Altro 30 maggio 2009

Al ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini sono piaciute le parole pronunciate giovedì scorso dal capo dello Stato francese. Parlando all’Eliseo, Nicolas Sarkozy ha espresso la necessità di «mettere fine alla dittatura dei buoni sentimenti», annunciando l’ennesima lotta «senza remore e concessione alla delinquenza».

police partout
Stavolta l’offensiva presidenziale riguarda le scuole. L’idea l’aveva lanciata pochi giorni fa Xavier Darcos, il ministro dell’Educazione nazionale in cerca di rivalse dopo il ritiro del suo progetto di riforma dell’istruzione che aveva portato in piazza insegnanti, studenti e famiglie. Nel corso di un intervento tenuto di fronte al congresso della seconda federazione dei genitori d’alunni della scuola pubblica, il ministro ha lanciato la proposta di una «forza mobile di agenti» da impiegare contro le violenze scolari. L’idea è quella di organizzare dei corpi di sorveglianti speciali non appartenenti alla polizia di Stato. Personale di sicurezza mobile e qualificato sottoposto all’autorità dei provveditori scolastici con missione di prevenzione e controllo, autorizzato a perquisire cestini, cartelle e borse, oltre che ad impiegare appositi metal detector sugli scolaretti, gli alunni e gli studenti, dalla materna alle superiori. Il ministro ha ricordato l’accoltellamento di una insegnate avvenuto il 15 maggio a Fenouillet, nell’Alta Garonne. Episodio che ha suscitato notevole clamore, richiamando l’attenzione sull’incremento delle violenze scolari, l’aumento preoccupante delle aggressioni e della circolazione di armi all’interno degli istituti scolastici nei quali si riversano le tensioni del territorio circostante, i conflitti che traversano le periferie. Darcos ha inoltre proposto d’introdurre sanzioni finanziarie contro i genitori che «hanno dimissionato dal loro ruolo educativo».
Dai sindacati degli insegnanti e degli studenti, come dalla più importante federazione dei genitori, sono subito arrivate dure critiche verso l’ennesima «gesticolazione sicuritaria» del governo e l’idea di creare una specie di «Nocs scolare» (i gruppi d’assalto speciali della polizia).
La trasformazione di ogni problema sociale in questione d’ordine pubblico, la criminalizzazione del disagio scolare e la penalizzazione della vivacità infantile, ha raggiunto livelli deliranti nella riflessione pubblica francese. Ereditata da teorie provenienti dagli Usa e riprese in Inghilterra, la criminalizzazione dei minori e l’abbassamento della responsabilità penale anche in età adolescenziale ha fatto breccia. Polemiche roventi hanno coinvolto gli esperti del settore sulle nuove teorie elaborate dagli ambienti della destra repubblicana d’Oltreoceano che individuano segni premonitori di devianza fin dai comportamenti del neonato, giustificando con ciò la necessità di prevenire il crimine fino ad anticipare l’età della punizione. Non più educare e istruire ma raddrizzare e punire. Più o meno è questo il modello di scuola propagandato da Sarkozy, un modello di pedagogia penale ammirato dalla ministra Gelmini che pensa così di riuscire ad affrontare quello che da noi viene definito «bullismo». Non c’è da stupirsi allora se finirà come per i due adolescenti di Floirac, agglomerato urbano alla periferia di Bordeaux, arrestati dalla polizia all’uscita di scuola mentre tornavano a casa sulle loro biciclette. Qualcuno le aveva scambiate per bici rubate e aveva pensato bene di avvertire gli agenti che, appostati dietro un angolo, hanno atteso i due malviventi in calzoncini, uno di 6 e l’atro di 10 anni. Un intero pomeriggio passato in commissariato per poi scoprire che le bici erano di loro proprietà. Un’intera scuola sotto choc. Preside e insegnanti occupati a rassicurare i compagni di classe dei due ragazzini rimasti shoccati. Piccoli ribelli cresceranno.

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Rivolta delle banlieues: Parigi torna a bruciare

Spari, molotov e pietre contro la polizia, dopo la morte di un giovane della banlieue

Paolo Persichetti
Liberazione
17 Marzo 2009

Da un po’ di tempo la scena è sempre la stessa. Siamo in una banlieue, in questo caso francese ma potrebbe essere ovunque, tanto il teatro metropolitano comincia a essere identico. Una di quelle periferie sterminate che popolano le cinture urbane. Un paesaggio che alterna grandi assi di circolazione, tangenziali, autostrade, anelli di raccordo, zone industriali ricoperte da grandi capannoni. Nel mezzo aree residenziali, villini a schiera, alternate da piccoli lotti che si perdono a vista d’occhio e poi a macchia di leopardo enormi barre di cemento a delimitare l’orizzonte. Alveari umani. Quartieri ghetto. La sera è l’illuminazione pubblica che offre la migliore mappatura dei luoghi: brillanti di luce dove spuntano enormi centri commerciali, punti di ritrovo costruiti attorno ai tempi della postmodernità che accolgono il sacro rito del consumo. Enormi distese metropolitane abitate da pendolari, deserte dal lunedì al venerdì, animate nei pomeriggi del week end.
Accade così che all’imbrunire di un sabato, in uno dei tanti parcheggi che sorgono sotto le torri, bruci una macchina. Il fumo arriva alle finestre circostanti e l’odore acre dei pneumatici allerta i vicini che chiamano i numeri d’emergenza. Arrivano pompieri e polizia ma subito una fitta sassaiola li accoglie. Vola di tutto, sassi, pezzi di cemento, vecchie suppellettili. C’è chi usa fionde. Il commissariato invia rinforzi, ma non bastano. La notte diventa calda, giungono le compagnie antisommossa, il quartiere è accerchiato e asfissiato con i gas, proiettili in caucciù vengono esplosi con i flash ball, mentre gli uomini della Bac, la377d133 brigata speciale anticriminalità, costituita da poliziotti volontari dai modi estremamente violenti (spesso personale aderente ai sindacati di polizia d’estrema destra), odiati dai giovani, guidano il rastrellamento, scendono negli scantinati, entrano nelle hall delle torri, salgono sulle terrazze. Questo film si ripete quasi ogni fine settimana, per protrarsi a volte alcuni giorni finché la febbre scema per trasferirsi nella «cité» accanto.
È successo anche sabato 14 marzo, nel quartiere della Vigne-Blanche, a Mureaux, nel dipartimento delle Yvelines, area metropolitana a nord-ovest di Parigi, al culmine di una settimana di tensione iniziata il mercoledì precedente con il lancio di pietre contro le vetture della polizia, proseguita nei giorni successivi fino all’imboscata, da manuale di guerriglia metropolitana, attuato nella serata di sabato. Intorno alle 20 è arrivata la consueta chiamata ai pompieri. Per attirare la polizia era stata incendiata un’automobile. L’arrivo della forza pubblica è stato accolto dalla solita sassaiola, quindi nel quartiere è caduto il buio (sabotata la centralina elettrica). Nella confusione che è seguita diversi colpi di fucile a pompa hanno attinto almeno 24 poliziotti, dieci di loro sono rimasti feriti alle gambe da pallini di piccolo calibro. Un individuo è stato visto sparare da una scarpata. Bilancio della serata: oltre 30 bottiglie molotov ritrovate, 8 giovani fermati.
Ad originare gli incidenti sembra essere stata la reazione per la morte di un abitante del quartiere, un «mediatore municipale» (una delle figure che fanno da intermediari sociali tra giovani e amministrazione comunale). L’uomo era stato ucciso l’8 marzo da un membro della Bac che avrebbe sparato, secondo la versione ufficiale, «in situazione di legittima difesa» alla fine di un inseguimento automobilistico. Ma la vittima non era armata. Subito dopo, scontri con colpi d’arma da fuoco si erano avuti nello stesso quartiere. Questi incidenti hanno suscitato grosso allarme nei servizi di polizia. Uno dei responsabili della sotto-direzione dell’informazione generale, l’attuale Sdig (ex Renseignements généraux), sezione dei servizi preposta, tra l’altro, al monitoraggio delle violenze urbane, ha spiegato che ormai «un tabù è venuto meno. Sempre più frequente è l’uso delle armi nelle tensioni che esplodono in banlieue».
Il 2 febbraio, nel quartiere della Grande Borne a Grigny, 4 agenti di polizia erano stati feriti da tiri con cartucce caricate a piombini. Episodi analoghi si sono svolti nel marzo 2007 nella banlieue sud di Parigi. Furono esplosi almeno 20 colpi di carabina calibro 22 con binocolo di precisione. Tiri che ferirono un funzionario. E poi ancora a Alnauy-sous-Bois (zona est della capitale francese) vennero rinvenuti degli ordigni esplosivi di fattura artigianale. Anche durante la lunga rivolta del novembre 2005 furo esplosi colpi d’arma da fuoco in diversi quartieri della cinta periferica parigina. Più recentemente armi da fuoco sono state impiegate durante la mobilitazione sociale di febbraio-marzo in Guadalupa, banlieueMartinica e nell’isola della Réunion. Scene di guerra. E, in effetti, ormai di una vera e propria guerra sociale si tratta.
Secondo i Servizi queste violenze sarebbero una risposta indiretta ai colpi portati contro il traffico di stupefacenti che tiene in piedi l’economia illegale controllata dalle numerose bande sorte nelle periferie. Ma la realtà è più complessa: le bande spiegano l’abilità organizzativa, l’uso delle armi, il controllo del territorio, ma attirarsi addosso la polizia non è economicamente redditizio. C’è dell’altro. Questi scontri scaturiscono sempre da incidenti nei quali hanno trovato la morte dei giovani. Episodi che cristallizzano il sentimento d’ingiustizia e scatenano la rivolta nel vuoto della politica. Non a caso i dispositivi messi in piedi dal governo evocano apertamente la figura del nemico interno. Dispiegamento di tutte le ultime tecnologie antisommossa (elicotteri e droni), fino alla spettacolarizzazione delle retate di polizia con massiccio dispiegamento di forze sotto gli occhi delle telecamere, fermi in massa e creazione d’istituti giuridici come la «testimonianza sotto anonimato». Un vero stato d’eccezione.

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Banlieues: La guerra sognata da Sarkozy

La strategia del Presidente ha puntato tutto sulla repressione
Le conseguenze si vedono oggi. La periferia eterna emergenza

di Guido Caldiron
Liberazione
17 marzo 2009

Quando è iniziata la guerra che brucia in queste notti la periferia parigina? E perché a quattro anni dalla più grande rivolta delle banlieue che la Francia ricordi, quella scoppiata nell’inverno del 2005 a Clichy sous Bois, sono tornate le molotov e gli scontri con le forze dell’ordine, stavolta nel quartiere della Vigne-Blanche ai Mureaux, periferia ovest della regione parigina? I primi commenti a quanto accaduto si concentrano sul livello della violenza che ha caratterizzato il weekend della periferia di Parigi: un uomo ha sparato contro gli agenti con un fucile a aria compressa caricato con pallini di piombo da dodici millimetri. Il giorno dopo un commissariato di un quartiere vicino, Montgeron, è stato attaccato a colpi di fucile. In tutto la polizia ha sequestrato oltre trenta molotov e si contano una decina di agenti feriti, non nei corpo a corpo ma dai colpi esplosi contro di loro. La Francia scopre così che la ruggine tra i giovani delle periferie e gli agenti in divisa sta progressivamente scivolando dal lancio di pietre e lacrimogeni verso uno scenario degno di Belfast. Ma come si è arrivati a tanto?
Eletto alla presidenza della Repubblica nel maggio del 2007, Nicolas Sarkozy è stato forse il politico d’oltralpe che più ha utilizzato i riferimenti alla banlieue nella costruzione della sua immagine pubblica. Prima di lui, certo, i toni allarmistici non erano mancati, la denuncia dell’insicurezza, da destra, e della segregazione sociale, da sinistra, hanno accompagnato negli ultimi trent’anni lo sviluppo delle nuove periferie di Francia: non più quartieri popolari costruiti ai bordi delle vecchie zone operaie, ma “ville nouvelle” spesso distanti decine e decine di chilometri dal cuore della città storica di cui sono satelliti. Il caso dell’Ile de France su tutti: una regione-periferia con un centinaio di località, tra cittadine di campagna progressivamente inurbate e torri di cemento delle abitazioni Hlm, lo Iacp francese, a fare da cintura alla Grande Parigi.
Sarkozy ha fatto fino in fondo del tema della sicurezza la chiave della sua corsa, più che decennale, verso l’Eliseo, giocando su due elementi. Da un lato la stigmatizzazione dei giovani banlieusard: è lui che da Ministro degli Interni nell’ottobre del 2005 definì “racaille” (feccia) i ragazzi dei quartieri difficili e annunciò che avrebbe usato un “karcher”, una grande aspirapolvere, per liberare la banlieue di queste presenze. Quando, pochi giorni dopo, due adolescenti dei quartieri nord di Parigi, Zyed e Bouna rimasero uccisi per fuggire a un controllo delle forze dell’ordine, le parole di Sarkozy furono la miccia da cui partì la grande rivolta che avrebbe conquistato in poche settimane tutte le periferie del paese. «E’ per vendicarci delle parole di Sarko che diamo fuoco a tutto», spiegavano ai giornalisti del Nouvel Observateur alcuni giovani di Montfermeil coinvolti all’epoca negli scontri. Ma Sarko ha soprattutto evocato un altro aspetto del conflitto delle periferie. Da Ministro degli Interni ha sempre ribadito la sua vicinanza alla polizia, quale che fosse il comportamento degli agenti. Quando nel 2005 fu nominato agli Interni, Sarkozy decise di passare la notte dell’ultimo dell’anno proprio in un commissariato di banlieue per far sentire agli uomini in divisa, oggetto di aggressioni e attacchi, «il sostegno delle istituzioni». Sullo sfondo di un clima sociale sempre più teso, l’astro nascente della politica francese ha perciò giocato fino in fondo la carta dell’estremizzazione, soffiando sul fuoco della contrapposizione tra giovani e agenti e recuperando parte dell’armamentario ideologico del Front National di Jean Marie Le Pen, a cui ha sottratto parecchi voti, su temi quali “l’identità nazionale” e “il controllo dell’immigrazione” che nelle periferie hanno una particolare ricaduta visto che in questi quartieri si concentra una larga maggioranza dei figli degli immigrati arrivati nel paese negli anni Sessanta e Settanta. Il risultato di una tale politica è sotto gli occhi di tutti.
Dopo gli émeutes del 2005, che hanno portato a centinaia di arresti e perfino alla proclamazione del coprifuoco in alcune zone della Francia – come non avveniva dai tempi della guerra d’Algeria – e la vittoria di Sarkozy, la destra aveva annunciato un “piano Marshall” per le banlieue e aveva dato il via a una larga campagna di comunicazione nei confronti dei giovani ribelli della periferia. La nomina di Fadela Amara, già leader del movimento della ragazze di banlieue “Ni Putes Ni Soumises” (Né puttane né sottomesse) al segretariato di Stato per la politica urbana, e di Yazid Sabeg, imprenditore di origine algerina, come “Commissario alla diversità”, faceva parte di questa strategia che oggi mostra però tutti i suoi limiti. Come testimoniano le parole degli stessi protagonisti. Proprio in questi giorni, Sabeg ha lanciato l’allarme: «In Francia l’apartheid non esiste per legge, ma esiste nei fatti. E con la crisi saranno gli abitanti delle banlieue a pagare il prezzo più alto». E Amara, dal canto suo, ha criticato alcune delle posizioni già sostenute dallo stesso Sarkozy, spiegando: «le statistiche etniche, la discriminazione positiva, “quote” sono una caricatura. La nostra Repubblica non deve diventare un mosaico di comunità». Dei milioni di euro promessi da Sarkozy in campagna elettorale non c’è infatti traccia, inghiottiti o bloccati dalla burocrazia si dice, e tutto il dibattito ruota da mesi intorno all’idea, agitata dallo stesso presidente, di imitare l'”affirmative action” degli Stati Uniti che favorisce gli appartenenti alle minoranze nell’accesso a scuole, case e posti di lavoro.
In assenza di risposte da parte della politica, la scena è perciò tornata a essere dominata dagli elementi “militari”. Le forze dell’ordine, chiamate pressoché da sole a rispondere all'”emergenza” banlieue, hanno visto aumentare i loro effettivi e crescere il loro armamento, sempre più pesante e pericoloso. Con il risultato che la lunga serie di “bavures”, le “sbavature” come vengono definite “le violazioni” del codice di comportamento degli agenti che costano sistematicamente la vita a qualche ragazzo della periferia – è successo anche ai Mureaux giovedi notte con un inseguimento finito male – non hanno fatto che allungarsi. Solo tra il 1981 e il 2001 oltre 175 banlieusard avrebbero trovato la morte in questo modo: per mano delle forze dell’ordine. E nell’ultimo decennio la media dei decessi “occasionali” avrebbe subito un ulteriore incremento. Così, passo dopo passo la banlieue è trasfigurata, trasformandosi in una sorta di scenario da western metropolitano. E di fronte agli agenti hanno cominciato a muoversi gruppi organizzati, bande di quartiere che non possono che essere in guerra con gli uomini in divisa, visto che è questo il solo volto dello Stato che hanno fin qui conosciuto.

Il conflitto israelo-palestinese sbarca sulle strade di Francia

Allarme per le tensioni tra la comunità araba e quella ebraica

Paolo Persichetti
Liberazione
18 gennaio 2009

Di fronte ad un imponente dispiegamento di polizia, decine di migliaia di pl506_freepalestinepin persone hanno manifestato ieri pomeriggio in tutta la Francia per chiedere la fine della sanguinosa aggressione militare dell’esercito israeliano nella striscia di Gaza. A Parigi, all’arrivo del corteo in piazza dell’Opéra, i reparti mobili hanno fatto uso di granate lacrimogene per disperdere i manifestanti che tentavano di forzare i cancelli esterni dell’Opéra Garnier. Preoccupato per l’accentuarsi delle tensioni intercomunitarie, il primo ministro francese, François Fillon, aveva annunciato nella serata di venerdì, al termine di una riunione ministeriale dedicata al razzismo e all’antisemitismo, che tutte le manifestazioni di sostegno alla popolazione di Gaza sarebbero state strettamente sorvegliate per impedire ogni forma di «incitamento all’odio raziale e alla violenza razzista e antisemita». Scalpore  hanno suscitato in Olanda gli slogan  paranazisti («Hamas, Hamas, porta gli ebrei nelle camere a gas»)   manif-gazagridati durante un corteo di sostegno alla popolazione palestinese nella città di Rotterdam. Hassen Chalghoumi, imam di Drancy, snodo ferroviario situato a nord di Parigi da dove partivano durante la repubblica di Vichy i treni diretti nei campi di concentramento, conosciuto per il suo impegno in favore del dialogo con la comunità ebraica, ha subito un attentato incendiario e pesanti intimidazioni. Aggressioni di studenti di origine magrebina sono avvenuti di fronte alla scuole di Parigi da parte di militanti della Led (Lega di difesa ebraica). L’importazione del conflitto israelo-palestinese sta allarmando molte cancellerie europee. Il timore è che l’offensiva militare di Tel Aviv torni a infiammare nuovamente le banlieues, abitate in prevalenza da popolazioni d’origine immigrata, di seconda e terza generazione, provenienti da paesi arabi. Si spiegano così, almeno in parte, le recenti iniziative diplomatiche promosse dal presidente francese Nicolas Sarkozy e dirette a favorire una tregua. Dall’inizio dei sanguinosi bombardamenti, imponenti manifestazioni hanno attraversato le città francesi, spesso contrassegnate da incidenti e scontri violenti con la polizia. Secondo il ministero degli Interni il 10 gennaio scorso oltre

Latuff

Latuff

centomila persone sono scese in strada, in 130 città diverse, per chiedere «la fine del massacro dei civili palestinesi». Per il collettivo nazionale “per una pace giusta e duratura”, che raggruppa associazioni come il Mrap, sindacati e partiti della sinistra (Pcf e Lcr), i manifestanti erano molti di più. Almeno centomila solo a Parigi, dove sono avvenuti scontri alla fine del corteo. 180 persone sono state fermate e 12 poliziotti feriti. Altri incidenti sono scoppiati a Nizza, mentre al grido di «Siamo tutti Palestinesi» venivano invase le vie di Marsiglia, Lione, Lille, Grenoble, Rouen, Strasburgo e altri centri minori. Decine di «atti antisemiti» sono stati denunciati dalle associazioni delle comunità ebraiche. Solo «una ventina», a partire dal 2 gennaio, secondo il ministero degli Interni (come riporta il quotidiano Libération) che ha deciso di centralizzare la raccolta dei dati per evitare divergenze nelle cifre riportate. Sulla nozione stessa e il numero esatto degli atti d’intolleranza e aggressione di natura antisemita o antiaraba, da anni è aperta un’accesa controversia sui media tra le associazioni antirazziste e quelle vicine alle comunità ebraiche. Disputa che lavori sociologici hanno spiegato come una ulteriore prova degli effetti nefasti di quella concorrenza vittimistica che spinge entrambi le parti a competere nell’uso distorto e strumentale dei fatti di cronaca. Dietro questi conflitti, che mirano alla conquista del «monopolio del senso legittimo», c’è la prova di una degradazione profonda della convivenza civile, la sconfitta drammatica dell’idea di mescolanza etnico-culturale. Le tensioni di queste ultime settimane, la cifra culturale che emerge dalla pancia delle manifestazioni, cariche di rabbia repressa e impotente di fronte al sentimento d’ingiustizia scatenato da quanto accade a Gaza, è quella di una confessionalizzazione del conflitto sociale. Senza capacità di darsi rappresentanza o trovare percorsi d’integrazione piena e paritaria, di fronte all’assenza di un’azione politica della sinistra, il disagio sociale della banlieue è sedotto dalla grammatica integralista. I ghetti delle periferie guardano alla rivincita di Dio ed eleggono la Palestina a patria d’adozione, mentre di fronte a loro si erge ostile, e sociologicamente più forte, il muro identitario delle comunità ebraiche.

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Palestina, storia di una pulizia etnica (1). Un po’ di citazioni per iniziare a capire

Sarkomoto…

Denuncia il figlio di Sarkozy e viene condannato per «procedura abusiva»

Paolo Persichetti

Liberazione 12 ottobre 2008

All’apparenza poteva sembrare uno di quei banali litigi di circolazione, di quelli che accadono tutti i giorni nella grandi città. E invece no. Dietro un motorino che tampona una macchina può esserci a volte una storia. La storia di un mondo fatto di privilegi e abusi, di un potere sfacciato e arrogante.
Parigi, 14 ottobre 2005, place de la Concorde, uno scooter percuote il paraurti posteriore di una vettura. Il conduttore del motociclo fa un gesto offensivo e fugge via. L’automobilista però riesce ad annotare la targa e la trasmette alla propria compagnia d’assicurazione. La compagnia identifica il proprietario del mezzo. Si tratta di uno dei rampolli di un importante uomo politico, anzi di un ministro in carica, ambizioso, potente, candidato all’Eliseo e pronto a tutto pur di conquistare quella poltrona. Lo scooter appartiene a Jean Sarkozy de Nagy Bosca, flglio di Nicolas, ministro degli Interni che diverrà presidente della repubblica nel maggio 2007. Ma il proprietario della vettura tamponata ancora non lo sa. Intanto la compagnia d’assicurazione avvia la procedura di risarcimento. Insiste per tre volte senza ottenere risposta. L’automobilista decide allora
di ricorrere in tribunale. Siamo nel febbraio 2006. Un mese dopo telefona in commissariato e scopre che la denuncia è andata «smarrita». Dietro sua insistenza la compagnia d’assicurazione ritrova nel fascicolo traccia della denuncia, così Hamed Bellouti, questo è il nome dell’automobilista che ha subito il danno, scopre l’identità del proprietario del motociclo. Intanto però lo scooter viene rubato nella notte tra il 17 e il 18 gennaio 2007. Nicolas Sarkozy è furioso per l’episodio. Ha impostato tutta la sua campagna presidenziale sulla sicurezza. Ha detto che avrebbe ripulito le periferie con il karcher (gli idranti a pressione) ed ora subisce lo sberleffo del furto del motorino di suo figlio proprio sotto a casa. Esige che per il ritrovamento la polizia impieghi tutti i mezzi possibili. Ne fa una questione di principio, carica di simboli. Lo scooter viene ritrovato nel giro di 10 giorni, ma non basta. Sarkozy padre vuole i responsabili. Così vengono
impiegati strumenti sofisticati. Dalle impronte la scientifica estrae il dna. Tre ragazzini di banlieue, di età tra i 17 e i 18 anni, vengono arrestati. Incastrati dalle impronte non possono che ammettere il furto, aggravato
per giunta dal numero. Giustizia è fatta. La Francia, quella del ceto medio e dei quartieri ricchi, può dormire sonni tranquilli, c’è un uomo che veglia sui suoi beni. Nel frattempo l’altra storia, quella del tamponamento, non avanza. Ma si tratta di un’altra Francia, quella che sta sotto, quella che non merita, quella che non conta. Finalmente nel settembre del 2007 si arriva in tribunale. C’è una prima udienza interlocutoria, al termine della quale l’avvocato del figlio di Sarkozy propone una conciliazione chiedendo in cambio il silenzio stampa. Bellouti è disgustato e non accetta. Il 29 settembre arriva la sentenza. Jean Sarkozy, che nel frattempo non va più in motorino ma ha ereditato il posto di sindaco della cittadina iper-borghese di Neuilly e una poltrona come consigliere generale del dipartimento della Haute Seine, uno dei più ricchi di Francia, viene scagionato dai giudici che invece condannano l’automobilista al rimborso di 2 mila euro per «procedura abusiva». A volte dietro un motorino si nasconde un mondo inaspettato.

Elogio della miscredenza

Recensioni – Daniel Bensaïd
Fragments Mécréants
Mythes identitaires et république imaginaire,

Éditions Lignes,
ottobre 2005, pp. 187, € 14,90

Paolo Persichetti

Le periferie francesi bruciano. Cinque milioni di persone originarie dell’immigrazione degli ultimi decenni, ma ormai relegate in una condizione di postesilio, tra un passato dimenticato e un avvenire incerto, prive della lunga gestazione molecolare che ha forgiato la cultura repubblicana, incarnano il malessere di un mondo che ha perso ogni speranza compresa quella del ritorno verso la propria Itaca immaginaria. Allora i rumori di rivolta che si sprigionano dai loro quartieri-ghetto annunciano i bagliori di una grande intifada che rischia di contaminare le altre periferie d’Europa.
Pare che «tutto va in pezzi e questi pezzi si frantumano a loro vota in mille altri pezzi». L’immagine evocata da Benjamin riassume efficacemente la febbre identitaria che travolge le società attuali, sempre più in balia di nuove «guerre d’identificazione» e overdosi memoriali, come se avessero dimenticato la riflessione di Nietzsche sull’impossibilità di vivere senza oblio. A chi l’interrogava sulle sue origini, Brecht rispondeva di non avere radici ma gambe per spostarsi. «Rifiutava l’immobilità vegetale, l’infossamento verticale della stirpe, ad essa opponeva le solidarietà storiche orizzontali», ricorda Daniel Bensaïd nel suo pamphlet, Fragments Mécréants. Mythes identitaires et république imaginaire, Lignes, pp. 187, € 14,90.
Una riflessione che, prendendo spunto da una lunga serie di controversie, come la legge che vieta i segni religiosi ostensibili nelle scuole, le lacerazioni che la sua applicazione ha provocato nei gruppi femministi, le polemiche suscitate dal ruolo giocato dall’esponente mussulmano Tariq Ramadan, gli atti d’antisemitismo e d’arabofobia, la concorrenza vittimaria tra i sopravvissuti del genocidio e i discendenti della tratta degli schiavi, le riscritture legislative che vorrebbero edulcorare il passato coloniale, fino all’appello degli «indigeni della repubblica», in realtà va ben oltre i confini d’Oltralpe. Per esempio, la critica rivolta a quei patetici ex nouveaux philosophes, divenuti nel frattempo «nuovi teologi», chiama in causa anche le posizioni dei nostri «atei devoti», come Fallaci, Ferrara e Pera. Ma attenzione, la posizione di Bensaïd non segue affatto sentieri scontati, rifiuta di iscriversi all’interno del confronto stereotipato che oppone gli assertori del relativismo culturale ai difensori della superiorità di un Occidente nelle sue versioni antitetiche, razional-illuminista o giudeocristiana. La strada percorsa propone invece l’uscita dalla guerra dei miti, sacri e profani, laici e religiosi, identitari e universalistici.
Il velo islamico, infatti, ha mostrato più di quanto avrebbe voluto nascondere. Rivelatore della grande nevrosi laica, sorta di alienazione profana speculare a quella religiosa, convogliata nella costruzione di una repubblica immaginaria, astratta e artificiale, dove in realtà un sempre più fragile cattolicesimo secolarizzato si è fatto scudo della retorica repubblicana per contrastare il proselitismo aggressivo dell’islam. La laicità non definendosi più come un’autonoma concezione opposta a ogni forma di confessionalismo, ma unicamente contro una religiosità specifica, è morta. Nata come un tentativo di preservare la neutralità dello spazio pubblico, si è trasformata in una invasiva codificazione sugli usi del corpo, non dissimile da qualsiasi altra forma di comunitarismo confessionale, anzi il suo esatto riflesso. Sottrarre diritti e libertà di ciascuno, quando questi siano condizione della libertà di tutti, è sempre un fattore negativo. Pensare di dare libertà, sottraendo diritti alla persona, in un conflitto che individua nei divieti statali gli strumenti per sconfiggere le oppressioni comunitarie, ha ribaltato l’idea dell’affermazione dei diritti come percorso d’emancipazione. Ormai gli eredi della rivoluzione francese ritengono il cammino verso la libertà nient’altro che una gimcana di divieti.
Un tempo esisteva il lavoratore immigrato, oggi resta solo l’immigrato senza lavoro, spoliato d’ogni possibile soggettivazione politica e per questo, come afferma Rancière, «ridotto a una identità sociologica che oscilla tra la nudità antropologica di una razza e di una pelle differente». Emerge così quella che molti storici ultimamente hanno definito la «frattura coloniale». La crisi della società fordista ha dissolto i vecchi integratori sociali. La comunità d’origine ha rimpiazzato il ruolo svolto un tempo nel territorio da partiti e sindacati con le loro strutture collaterali. La scuola e il lavoro da spazi che operavano mediazione e integrazione sono divenuti luoghi d’esclusione e ghettizzazione. Allora si è fatta strada la «rivincita di Dio», la comunità dei credenti ha rimpiazzato le vecchie solidarietà, la memoria dolorosa ed esclusiva è diventata il cemento di una costruzione identitaria di sostituzione. Non si convocano più gli universali, la memoria ferita è evocata unicamente come un referente preclusivo: quasi che l’indignazione contro la tratta degli schiavi fosse monopolio dei neri, quella contro il colonialismo unicamente delle popolazioni che l’hanno subito, il genocidio sacro affare degli ebrei, il sessismo tema riservato alle donne e l’omofobia agli omosessuali. Per riabilitare una identità troppo a lungo negata, le ideologie delle decolonizzazioni «hanno dovuto reinventare le filiazioni collettive, nelle diverse versioni dell’arabismo e della negritudine». Il tragico fallimento dei processi d’indipendenza nazionale ha esacerbato le identità rimosse favorendo i processi di etnicizzazione e confessionalizzazione delle nazioni. Un vortice vittimista che aggiunge «divisioni alle divisioni, e fa girare a pieno regime la sterile macchina della colpevolizzazione». Al posto delle alleanze e delle solidarietà viene suscitato solo il sospetto reciproco generale. È questa la critica principale che Bensaïd muove all’appello degli indigeni della repubblica: l’errore di rinchiudersi nel passato, di cercare il futuro nelle radici, di non liberarsi dalle catene delle origini, di «lasciarsi inchiodare al museo delle identità subite», cercando il ripiego più della rottura, l’avvitamento al posto dell’oltrepassamento.
Ma se L’origine non prova nulla e non legittima niente, dov’è la soluzione? Essa è antitetica a qualsiasi genealogia, e passa attraverso la costruzione di spazi pubblici comuni, culturalmente e linguisticamente plurali, sul modello della «nazione culturale» già pensata da Otto Bauer di fronte alla decomposizione dell’impero multinazionale austro-ungarico. Un esempio ripreso dal modello zapatista, anteposto a quello senderista che etnicizza il litigio, individuando nella separazione razziale il passaggio obbligato per riparare i torti commessi verso gli indigeni. Ma anche qui, attenzione alla retorica del meticciato commerciale, estetizzato dalla pubblicità, stile Oliviero Toscani, che tende a sfumare i contrasti, annegare le discordie nel consenso buonista, trasfigurando la figura del meticcio in un «testimone amnesiaco». Rendendo innominabile il torto subito dai vinti, questa parodia della società meticcia funzionerebbe unicamente come antimemoria, nutrendo una fobia di ritorno nei confronti delle fusioni e delle contaminazioni d’ogni tipo. Un fantasma reattivo di purezza e di purificazione, che al tempo stesso rischia di suonare alle orecchie del postcolonizzato come un obbligo a dissolversi nella cultura dominante.
Allora per superare le identità vendicative e ricomporre i frammenti del mosaico, contro ogni credenza o mito delle origini è più utile ritornare alla comune condizione sociale, alla realtà generale del rapporto di classe e di genere, uniche discriminanti che attraverso la pratica del conflitto federatore uniscono e non frastagliano in mille identità irreconciliabili.

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