Stupro della Caffarella, Loyos picchiato dalla polizia per confessare il falso

Confessione forzata, scrivono i giudici: «Loyos (il “biondino”) non si era inventato le percosse. Tracce sul suo corpo. La smentita delle forze di polizia non ha alcun valore probatorio

Anita Cenci
Liberazione 30 aprile 2009

Ora lo riconoscono anche i giudici. Per fargli confessare ciò che non aveva fatto, cioè lo stupro della Caffarella, Alexandru Izstoika Loyos è stato sottoposto a percosse. È questo il succo delle motivazioni dell’ordinanza con la quale il 27 marzo scorso il tribunale del riesame di Roma l’aveva scarcerato, ritenendo infondata l’accusa di calunnia e autocalunnia. La notizia è stata 9AE9B3534FA3179945A8233C4A435Aaccolta nell’indifferenza generale, appena poche righe nella cronaca locale. Loyos era quello che i giornali hanno etichettato come il “biondino”. Spersonalizzato e mostrificato insieme a Karl Racs, anche lui subito soprannominato “faccia da pugile”. I due, secondo la questura e la procura, avevano aggredito una coppia di fidanzatini minorenni nel parco della Caffarella, stuprando brutalmente la fanciulla. In realtà i responsabili di quello scempio erano altri, a loro volta cittadini romeni che nei giorni precedenti avevano commesso diverse aggressioni contro coppiette nella stessa zona, seminando una quantità incredibile d’indizi. Un’indagine più accorta avrebbe trovato subito quelle tracce e scoperto agevolmente i veri colpevoli. Invece le cose sono andate diversamente. La politica ha interferito pesantemente nell’inchiesta. Un ennesimo decreto sicurezza è stato varato dopo una violenta campagna allarmistica. Servivano subito due colpevoli. Loyos e Racs erano stati fotosegnalati dalla polizia dopo un altro stupro, avvenuto il 21 gennaio precedente, in un luogo poco distante dal loro accampamento di fortuna. Insomma erano i capri espiatori perfetti. L’adolescente aggredita non mise molto a indicare il viso del biondino. Seguendo una classica tecnica a imbuto gli erano state mostrate un numero limitato di foto. Nonostante ciò aveva designato un’altra persona. Solo in seconda battuta “riconosce” Loyos. La polizia lo trova subito. Erano le 18 circa del 17 febbraio. 8 ore dopo (alle 2 di notte) confessa davanti al pm: «L’abbiamo violentata per sfregio…». Chiama in causa anche l’amico Racs. Pochi giorni dopo ritratta, spiegando di aver subito violente percosse. Nessuno lo ascolta. In questura sono occupati a smaltire la sbornia della conferenza stampa trionfale dei giorni precedenti. I giornali dipingono agiografici ritratti. Il questore non sta nella pelle: «Un lavoro di pura investigazione, d’intuito e senza l’aiuto di supporti tecnici. Da veri poliziotti». Gli fa eco il capo della Mobile Vittorio Rizzi: «Finalmente non sarò più il nipote di Vincenzo Parisi» (capo della polizia dal 1987 al 1994).
Ma a rovinare la festa, e le carriere, arrivano i test del dna. Le tracce dello stupro non appartengono ai due. In questura fanno muro, «bastava quello che ci aveva riferito Isztoika per sbatterlo in galera», risponde con arroganza il questore. Ma il punto è proprio questo, Loyos aveva riferito solo dettagli ripresi dalla prima versione dei fatti fornita dalla minorenne. Una ricostruzione modificata pochi giorni dopo dal fidanzato. Insomma era stato “indottrinato”.
Ma perché l’aveva fatto? La risposta viene oggi dalle 12 pagine redatte del tribunale della libertà. Secondo i giudici Loyos «ha illustrato in modo sufficientemente articolato le specifiche modalità con le quali sarebbe stato sottoposto a “pressione” dagli inquirenti romeni per ottenere la sua confessione», mentre «nessuna valenza probatoria può attribuirsi alle assicurazioni provenienti da entrambe le polizie, circa il mancato ricorso a mezzi di coercizione fisica e/o psicologica durante l’interrogatorio». Sul giovane – scrivono i giudici – è stata riscontrata «qualche “traccia” corporea, seppur lieve (“un rossore cutaneo sotto l’ascella”, sul referto medico d’ingresso al carcere si è evidenziata una “lieve escoriazione all’orecchio sinistro”)». Quel che è accaduto nelle stanze della questura nella tarda serata del 17 febbraio assomiglia molto alla situazione raccontata da Gianrico Carofiglio in un piccolo libricino d’appena 40 pagine, Il paradosso del poliziotto: «Il lavoro dell’investigatore, poliziotto o pubblico ministero, si colloca su una linea di confiine. Da un lato ci sono delle regole, non necessariamente giuridiche, che spesso, in modo consapevole o inconsapevvole, vengono violate. Ma senza regole non c’è nessuna differenza fra guardia e ladro, tutto si riduce a una pura questione di rapporti di forza. Dall’altro lato c’è la tendenza, che abbiamo tutti, a dare giudizi morali sul comportamento altrui. Questa tendenza è ancora peggiore di quella a violare le regole. I peggiori investigatori – quelli che fanno gli errori più gravi e devastanti – si trovano nella categoria dei moralisti[…] la tendenza a formulare giudizi morali offusca l’intuito investigativo e la comprensione del crimine. E a volte maschera aspetti inconfessabili della personalità di chi li formula, per esempio un’attrazione torbida e non controllabile verso alcune delle cose orribili di cui dobbiamo occuparci».

Link
Il capo della mobile querela Liberazione
Caffarella: l’uso politico dello stupratore
L’uso politico dello stupratore
La fabbrica dei mostri
Racs innocente e senza lavoro

Cosa si nasconde dietro la confessione di Loyos?
Stupro del Quartaccio, scarcerato Racs

Stupro della Caffarella
Negativi i test del Dna fatti in Romania
Racs non c’entra
Non sono colpevoli ma restano in carcere
Parlano i conoscenti di Racs
La difesa di Racs denuncia maltrattamenti
L’accanimento giudiziario
Non esiste il cromosoma romeno
Tante botte per trovare prove che non ci sono
Quando il teorema vince sulle prove
L’inchiesta sprofonda
È razzismo parlare di Dna romeno
Quartaccio-Caffarella, l’uso politico dello stupro

Annunci

Razzismo a Tor Bella Monaca: agguato contro un migrante

Pestato a freddo ad un semaforo della periferia di Roma. In coma da una settimana commerciante pakistano. Ma non ha fatto notizia

Paolo Persichetti
Liberazione
31 marzo 2009

Mezzasega in posa

Mezzasega in posa

Stanno lì appollaiati sul muretto, presidiano il loro angolo di strada, un pezzo di marciapiede, un semaforo trasformato nel Totem sacro del loro territorio. Parte da qui l’odio incarognito che muove le piccole bande di giovani italiani spesso minorenni, che a Tor Bella Monaca, immenso quartiere della periferia sud-est della capitale, imperversano contro gli immigrati. Vessazioni e intimidazioni sono un fatto quotidiano. Piccole angherie, minacce, insulti, vetri rotti, macchine danneggiate finché un episodio un po’ più grave, una rapina, un’aggressione o un pestaggio, buca l’indifferenza e finisce nelle cronache locali, a volte nelle pagine nazionali. Stavolta neanche questo è successo.
Otto giorni fa, lunedì 23 marzo, Mohammad Basharat, un negoziante pakistano di 35 anni è finito in coma dopo una brutale aggressione. Ma la notizia è uscita fuori solo domenica 29, quando i familiari indignati per il completo blackout mantenuto sull’episodio hanno dato la notizia al Messaggero. Lunedì pomeriggio, Mohammad, insieme al cugino Alì, era andato col suo furgone Ducato al supermercato del quartiere per rifornirsi di merce da mettere in vendita nel suo negozio aperto meno di un anno fa. Sulla strada del ritorno era fermo a un semaforo. Non un semaforo qualunque ma quel semaforo, il Totem sacro. Chi passa da lì, nei pomeriggi che non terminano mai, deve pagare pegno se è un immigrato. Pakistani, Srilankesi e Bengalesi della zona lo sanno benissimo. Soprattutto sanno bene che non bisogna raccogliere provocazioni, mai incrociare gli sguardi, fare finta di non aver sentito gli insulti, non aprire vetri e portiere, anzi mettere la sicura e spingere a tavoletta l’acceleratore appena arriva il verde. Quello è il semaforo della paura.
Nella comunità funziona il passa parola, per questo ora tutti si domandano perché mai Mohammad non si è attenuto alle indicazioni, ma al contrario ha addirittura aperto la portiera. Sembra che quei brutti ceffi, cinque giovani secondo le testimonianze, teste rasate, orecchini, anello al pollice, insomma il solito look da coatto fascistoide, da popolo delle scimmie che agita le curve degli stadi, siano riusciti ad ingannarlo facendogli credere che avesse il portellone posteriore aperto. Mohammad ha abbassato il livello di vigilanza e quelli l’hanno letteralmente estratto dal mezzo e pestato. I pugni al volto sono stati devastanti; lui è caduto a terra sbattendo la testa. Un automobilista che ha assistito alla scena ha subito chiamato i soccorsi. All’inizio, per timore di ritorsioni, Mohammed non ha voluto sporgere denuncia. La paura era tale che per ben due volte ha rifiutato l’ambulanza ridimensionando l’episodio. Solo dopo esser andato finalmente in ospedale per il ripetuto mal di testa ha ricostruito esattamente la dinamica dell’aggressione. Ma la polizia sapeva già ogni cosa perché i testimoni avevano parlato. Un ritardo nei soccorsi che ha permesso all’emorragia cerebrale di dilagare. Mohammad, che doveva sposarsi a giorni in moschea, non sa che la sua compagna, incinta di pochi mesi, ha perso il bambino a causa del forte stress causato dalla vicenda. Lei, Chamdy Karunasekera, 38 anni, dello Sri Lanka, in un sol colpo rischia di ritrovarsi sola, senza più figlio e marito. La loro vita non era stata semplice. Avevano tentato con un phone center a Colli Albani, un’altra zona periferica della città, ma avevano dovuto chiudere a causa delle ripetute rapine notturne. Chamdy racconta anche di un’altra aggressione subita due anni fa dal suo compagno, sempre da parte d’Italiani in un’altra zona di Roma, l’Eur. Sembra di capire che il razzismo non ha quartiere e la xenofobia ormai uniforma i comportamenti. Periferia e aree residenziali, rampolli della borghesia bene, ceto medio e proletari, hanno condotte identiche e un medesimo humus culturale. Il marketing politico sulla sicurezza, la politica delle ronde, l’inasprimento della legislazione contro l’immigrazione carezzano l’odio che erutta dalla profondità antropologiche degli Italiani. Sull’immigrato, additato come capro espiatorio della crisi, si è costruita l’ultima immagine del nemico interno su cui costruire le nuove emergenze.
Chi aggredisce così spudoratamente, senza nemmeno la presenza di un pretesto ma quasi per gioco, per riempire pomeriggi vuoti, pieni di noia, sente alle proprie spalle il sostegno della politica, sente che ha con se l’air du temps. Una destra di governo che usa la paura contro i migranti, aizza l’intolleranza, legifera la discriminazione. Una polizia culturalmente connivente con i picchiatori bianchi. Commissariati di zona che mentre chiudono un occhio e restano indifferenti verso le intimidazioni di strada, tartassano di controlli gli immigrati, li fermano in continuazione, impediscono loro di guadagnarsi da vivere, li spingono sempre più verso la marginalizzazione e la clandestinità sociale.
Nonostante le politiche di riqualificazione urbana, che pure sono state avviate, Tor Bella Monaca resta terra di frontiera. L’apertura di un teatro comunale, di una ludoteca, di una biblioteca, la costruzione di giardini, hanno avuto l’effetto di una goccia d’acqua nel mare dell’emarginazione e della frustrazione che avvelena i giovani del quartiere. Ci sono forze più profonde, spiriti animali di un’epoca dove predomina la volontà di sopraffazione verso il debole e l’acquiescenza verso il forte.

Link
Cronache migranti
Razzismo, aggressioni xenofobe al Trullo
I dannati della nostra terra
Sans papiers impiegati per costruire Cpt
Le figure del paria indizio e sintomo delle promesse incompiute dall’universalità dei diritti
Elogio della miscredenza

Stupro Caffarella: Racs innocente e senza lavoro 16/continua

Prima il carcere e ora il razzismo

Paolo Persichetti
Liberazione
29 marzo 2009

È durato il tempo di una fiaba la promessa di lavoro per Karol Racs, il romeno innocente marchiato col soprannome di “faccia da pugile”, accusato senza uno straccio di prova d’essere stato uno degli stupratori della Caffarella e poi a catena di una seconda violenza sessuale, finché il dna ha detto che gli autori erano altri. Lui aveva sempre negato, indicando persone e luoghi dove aveva passato la serata. Ma le sue parole erano scivolate via come il vento. Non solo non lo credevano ma nemmeno lo ascoltavano. Invece l’hanno preso a botte. Sta scritto nei referti medici stilati all’ingresso in carcere. Tutti sanno cosa è veramente successo. Nelle redazioni e in tribunale la voce corre. I dettagli passano di bocca in bocca. Ma nessuno pronuncia la parola giusta, quell’unica parola che direbbe tutto e spiegherebbe tante altre cose, per esempio la confessione estorta all’altro protagonista della vicenda, Alexandru Loyos Isztoika, il “biondino”. Quella parola che nemmeno esiste nel nostro codice penale. Fatto quasi unico: il reato di tortura non c’è, non perché non esiste il comportamento criminale che lo caratterizza ma perché manca la qualificazione giuridica che lo definisce. Come a dire che la “banca rotta fraudolenta” non esiste, non perché gli imprenditori non scappano con il malloppo ma perché non è previsto il reato che la persegue. Giochi di prestigio, assoluzioni preventive degli apparati.
Racs, dunque, doveva essere il perfetto colpevole con quella faccia lombrosiana segnata da una vita difficile. Orfanatrofio, lavori umili, espedienti, mai reati però. Anonimo tra gli anonimi che affollano le file degli umiliati e offesi. All’uscita dal carcere l’hanno rimesso a nuovo: vestiti, una Mercedes ad aspettarlo, albergo e ristorante per una settimana. Era l’accordo che il suo avvocato gli aveva garantito per l’esclusiva concessa a Porta a porta. Lì, spaesato più che protagonista, aveva fatto da comparsa alla cerimonia buonista del risarcimento pubblico, ma poi la serata ha preso un’altra piega. Nel parlamentino di Vespa nessuna domanda sulle percosse e solite passerelle per i politici di turno. Il Sindaco Alemanno ha mostrato una sola preoccupazione: onorare l’azione di quella polizia che in questa vicenda ha fatto solo disastri, sommando sofferenza a dolore, moltiplicando le vittime e lasciandosi quasi sfuggire i colpevoli. La deputata Livia Turco del Pd invece si è domandata dove fosse il punto d’equilibrio tra riconoscimento della sofferenza della vittima e garanzie giuridiche per chi finisce sotto accusa. Come se le due cose fossero incompatibili, come se evitare il coinvolgimento d’innocenti fosse un insulto e non un modo per dare giustizia alla vittima. Parole che hanno reso più chiare le ragioni del silenzio della sinistra in questa vicenda dominata dalle destre, moderate ed estreme, con il decreto sicurezza, le ronde, lo squadrismo, l’odio e il razzismo più sfrenati. La sinistra si è arresa da tempo: di fronte alla vittima ha rinunciato alla presunzione d’innocenza. Il paradigma vittimario dilaga, obnubila. Proposta come esperienza unica e incomparabile, la sofferenza della vittima strumentalizzata politicamente assume una visione assoluta, fino a rivendicare una sorta di monopolio del dolore, un’esclusiva narcisistica e perciò concorrenziale verso le altre vittime, fino al negazionismo altrui. Da qui l’edificazione di una scala di valori che paradossalmente preclude l’altro: la vittima ritenuta immeritevole e socialmente debole. Rinchiuso nella torre d’avorio del proprio dolore, il punto di vista vittimario diventato marketing politico si è trasformato in una tirannia che semina ingiustizie, legittima abusi e fomenta il populismo penale.
E così Racs, vittima negata di tutta la vicenda, ha fatto la fine di Cenerentola: allo scadere della mezzanotte il sogno di una vita normale è svanito. Le diverse offerte di lavoro si sono liquefatte. In particolare quella di Filippo La Mantia, lo chef che aprirà ad aprile un ristorante nel centro di Roma. Il cuoco, che anni fa subì un’ingiusta detenzione, ha dovuto fare retromarcia di fronte alle proteste e alle minacce ricevute. Tre cameriere si sono licenziate appena saputo dell’arrivo del romeno. Una ditta di facchinaggio ha protestato, sostenendo che c’erano italiani che avevano più diritti. Dall’estero un’agenzia turistica ha fatto sapere che non avrebbe più inviato clienti se Racs fosse stato assunto. Razzismo dilagante? Qualcosa di più e di peggio. Ormai lo spettacolo della cronaca nera annichilisce, spinge a barricarsi in casa, votare i politici che chiedono “legge e ordine”, odiare chi sta peggio e adulare chi domina.

Link
Quartaccio-Caffarella, l’uso politico dello stupro
È razzismo parlare di Dna romeno
L’inchiesta sprofonda
Quando il teorema vince sulle prove
Tante botte per trovare prove che non ci sono
Non esiste il cromosoma romeno
L’accanimento giudiziario
La difesa di Racs denuncia maltrattamenti
Parlano i conoscenti di Racs
Non sono colpevoli ma restano in carcere
Racs non c’entra
Negativi i test del Dna fatti in Romania
Stupro della Caffarella
Stupro del Quartaccio, scarcerato Racs
Cosa si nasconde dietro la confessione di Loyos?
La fabbrica dei mostri
Loyos picchiato dalla polizia per confessare il falso
L’uso politico dello stupratore
Caffarella: l’uso politico dello stupratore
Il capo della mobile querela Liberazione

Stupro della Caffarella: cosa si nasconde dietro la “confessione” di Loyos? 15

Cosa si nasconde dietro la confessione-ritrattazione di Loyos? Per la difesa ci furono “pressioni fisiche” (tortura), per la procura quelle ammissioni dimostravano che Loyos e Gavrilia (uno degli stupratori) si erano conosciuti in carcere nel 2007

Anita Cenci
Liberazione 25 marzo 2009

Secondo il pm Vincenzo Barba esisterebbero dei legami tra Alexandru Loyos Isztoika, il “biondino” che aveva inizialmente confessato (ma subito ritrattato) lo stupro della Caffarella, per essere finalmente scagionato dal test del dna, e Oltean Gavrilia, che una volta incastrato dalla prova biologica ha ammesso la violenza commessa insieme al connazionale Jean Alexandru Ionut.
Il pubblico ministero ha depositato una certificazione dell’amministrazione penitenziaria nella quale si comprova la contemporanea presenza dei due nel carcere di Regina Coeli in due diverse circostanze. È quanto si è appreso ieri al termine dell’udienza del tribunale del riesame, chiamato a pronunciarsi sulla richiesta di scarcerazione di Loyos per l’accusa di calunnia, autocalunnia e diffamazione scaturita dalla sua ritrattazione. Il collegio, presieduto da Antonio Lo Surdo, si è riservato. Molto probabilmente la decisione arriverà nella giornata di oggi. La difesa ha ribadito che la confessione, avvenuta in piena notte, sarebbe stata estorta al giovane dopo un trattamento molto brusco, mentre l’assenza di segni evidenti sul corpo non sarebbe di per sé un argomento valido per sostanziare il reato di calunnia. Esiste un ampio ventaglio di pressioni fisiche, anche di elevata intensità, capace di non lasciare tracce lampanti. Al momento della ritrattazione, Loyos mostrava solo dei rossori al livello delle ascelle, mentre Racs era stato refertato all’ingresso in carcere. Insomma qualcosa d’anormale è certamente successo nelle ore immediatamente successive all’arresto dei due, sotto la pressione politico-mediatica del momento. Qualcosa che se trovasse conferma assumerebbe estrema rilevanza anche per l’enorme esposizione politica assunta da tutta la vicenda. Lo stupro di san Valentino è stato il cavallo di Troia che ha consentito il varo dell’ennesima svolta sicuritaria, la legalizzazione delle ronde, una nuova ondata di sgomberi e odio xenofobo con ripetuti pestaggi di lavoratori immigrati. Una spedizione punitiva contro lavoratori romeni avvenne in margine ad un corteo di Forza nuova nelle ore successive allo stupro. Attorno alla vera storia della confessione-ritrattazione di Loyos si gioca dunque una partita importante, non solo giudiziaria ma anche politica.
Per questo questura e procura non arretrano di un millimetro, intenzionate ad allontanare ogni sospetto sul loro operato e dimostrare che l’arresto di Loyos non era poi del tutto infondato. Il pubblico ministero ha ripetuto che Loyos, con la sua “confessione”, intendeva proteggere la fuga dei suoi complici. Se così fosse, sia Gavrilia che Ionut non ne hanno minimamente approfittato, commettendo al contrario solo errori e ingenuità.
E poi, il fatto che il “biondino” e Gavrilia si siano trovati nello stesso carcere per 48 ore, dal 25 al 27 settembre 2007, e per 8 giorni dal 12 al 20 ottobre successivo, non dimostra automaticamente che abbiano avuto modo di conoscersi. La prima volta erano addirittura in piani diversi. I «nuovi giunti», spiegano da Regina Coeli, passano sempre alcuni giorni in isolamento. La circostanza, benché meriti d’essere approfondita, allo stato resta soltanto una mera supposizione non corroborata da prove.

Link
Quartaccio-Caffarella, l’uso politico dello stupro 1
È razzismo parlare di Dna romeno 2
L’inchiesta sprofonda 3
Quando il teorema vince sulle prove 4
Tante botte per trovare prove che non ci sono 5
Non esiste il cromosoma romeno 6
L’accanimento giudiziario 7
La difesa di Racs denuncia maltrattamenti 8
Parlano i conoscenti di Racs 9
Non sono colpevoli ma restano in carcere 10
Racs non c’entra 11
Negativi i test del Dna fatti in Romania 12
Stupro della Caffarella 13
Stupro del Quartaccio, scarcerato Racs 14
Racs innocente e senza lavoro 16
La fabbrica dei mostri 17
Loyos picchiato dalla polizia per confessare il falso 18

Stupro del Quartaccio, scarcerato Racs 14

Scarcerato Karol Racs. Crolla anche la seconda accusa
Confessano i due veri autori dello stupro incastrati dal dna

Anita Cenci
Liberazione 24 marzo 2009

Karol Racz ha lasciato ieri sera il carcere di Regina Coeli. È caduta così anche la seconda accusa nei confronti del romeno già scagionato l’11 marzo scorso dalla violenza carnale commessa contro una minorenne il giorno di san Valentino nel parco romano della Caffarella.
Il tribunale del Riesame di Roma, presieduto da Giuseppe D’Arma, ha esaminato la nuova richiesta di scarcerazione per l’altra accusa che pesava nei suoi confronti, l’aggressione sessuale su una donna di 41 anni consumata la sera del 21 gennaio nel quartiere del Quartaccio, una zona di Primavalle nella periferia nord della capitale. Questa seconda imputazione era giunta all’apice della brutale campagna mediatica che aveva messo alla gogna Racz, insieme al suo coimputato Loyos Isztoika, decretati colpevoli dello stupro della Caffarella anzitempo. I due episodi erano tenuti insieme dal «teorema incolpativo» messo in piedi dalla questura e dalla procura, dopo aver abilmente pilotato testimoni facilmente suggestionabili e vittime e comprensibilmente confuse e sotto choc. I due ragazzi oggetto dell’aggressione – avevano scritto i giudici in sede di tribunale del Riesame – «hanno generato un quadro rappresentativo destrutturato, disomogeneo e contraddittorio».
Il tribunale ha deciso di rimettere in libertà Racz, nonostante il pm nel corso dell’udienza avesse richiesto la conferma del provvedimento restrittivo. Ma, contro l’accanimento persecutorio della procura, pesava come una montagna il risultato negativo dell’esame dna (come per l’episodio della Caffarella), il riconoscimento incerto realizzato dalla vittima in sede d’incidente probatorio, incertezza ribadita dalla donna in più di una occasione e poi l’alibi stesso fornito dal romeno, come nel caso della Caffarella. Alibi, va detto, mai tenuti nella giusta considerazione dagli inquirenti perché a fornirli erano persone ospiti nei campi rom della zona di Torrevecchia. Alcuni di loro, appositamente riuniti dalla polizia in una sala d’attesa della questura, erano stati intercettati con la speranza di coglierli in flagranza di falsa testimonianza mentre insieme, pensavano gli investigatori, sicuramente avrebbero concordato una versione di comodo che scagionasse il loro conoscente. Invece dicevano il vero. Un comportamento, quello degli investigatori e della procura, che in tutta questa vicenda ha dato più volte prova di un aperto pregiudizio.
Sempre ieri, gli altri due romeni risultati positivi al test del dna, arrestati venerdì 20 marzo con l’accusa d’essere i veri stupratori della Caffarella, hanno confessato la loro partecipazione all’aggressione nel corso dell’interrogatorio di garanzia tenuto di fronte al pm e al gip. I due, Alexandru Jean Ionut, 18 anni, e Oltean Gavrilia, 28 anni, già detenuti per altre rapine contro delle coppiette, realizzate in un altro parco della capitale limitrofo a quello della Caffarella, nei giorni immediatamente successivi allo stupro, hanno affermato – ha spiegato il pm Vincenzo Barba – «di avere appreso dell’arresto di Loyos Isztoika e Racz dai giornali escludendo però di averli mai conosciuti o frequentati».
Insomma della prima inchiesta non resta nulla, se non molta cattiva coscienza e tanta disonestà intellettuale, come quella dimostrata dal questore Giuseppe Caruso che dopo la svolta nelle indagini, riprese da zero e finalmente condotte con criteri investigativi seri, non più obnubilati dalla necessità di offrire in fretta dei colpevoli alle richieste pressanti della politica, ancora sabato scorso si dichiarava convinto «che ci sia un legame diretto o indiretto» tra Loyos (il biondino) e i due nuovi arrestati. «È il filo che stiamo cercando di scoprire», ha aggiunto. Eppure, sempre il Riesame aveva liquidato l’autoconfessione di Loyos con parole inequivocabili: «Una trama che declina uno stato d’intrinseca inaffidabilità (…) d’infedeltà storico-rappresentativa», in quanto «è proprio la qualità soggettiva del dichiarante a deprivare il suo narrato della presunzione relativa di affidabilità e a influenzare il meccanismo ricostruttivo».
Ora che i presunti responsabili dello stupro sono stati assicurati alla giustizia e l’inchiesta sembra avviata su binari più consoni del rispetto del codice di procedura (con la rinuncia a far sfilare davanti ai media dei trofei da caccia), molti vorrebbero sapere come è stata estorta la confessione di Loyos, come è stato possibile che gli sia stato fatto dire «lo abbiamo fatto per dispetto», quando non aveva commesso nulla del genere.
Anche se le reazioni delle istituzioni vanno in tutt’altra direzione e difficilmente si arriverà a fare piena luce. Il sindaco di Roma Alemanno si è subito complimentato con la questura «per la tenacia e la determinazione» dimostrata.
E mentre le indagini sui nuovi inquisiti si allargano per verificare se Gavrilia, come ha sostenuto il suo coimputato più giovane, si sia macchiato di un altro stupro (di cui andava vantandosi) avvenuto nel mese di luglio 2008 nella zona del Pigneto, oggi si terrà l’udienza del Riesame per Loyos Isztoika ancora detenuto con l’accusa di calunnia, autocalunnia e diffamazione per una violenza che non ha mai commesso.
Intanto ieri sera all’uscita dal carcere del suo assistito, l’avvocato La Marca ha lanciato un appello: «Karol è un bravo pasticcere, se c’è qualche fornaio o pasticcere pronto a offrire un lavoro si faccia avanti».

Link
Quartaccio-Caffarella, l’uso politico dello stupro 1
È razzismo parlare di Dna romeno 2
L’inchiesta sprofonda 3
Quando il teorema vince sulle prove 4
Tante botte per trovare prove che non ci sono 5
Non esiste il cromosoma romeno 6
L’accanimento giudiziario 7
La difesa di Racs denuncia maltrattamenti 8
Parlano i conoscenti di Racs 9
Non sono colpevoli ma restano in carcere 10
Racs non c’entra 11
Negativi i test del Dna fatti in Romania 12
Stupro della Caffarella 13
Cosa si nasconde dietro la confessione di Loyos? 15
Racs innocente e senza lavoro 16
La fabbrica dei mostri 17
Loyos picchiato dalla polizia per confessare il falso 18

Stupro Caffarella 13

Dimmi come parli…

di Klaus Mondrian
Liberazione
15 marzo 2009

Il questore Giuseppe Caruso

“Dimostreremo che i due romeni sono coinvolti nello stupro della Caffarella”.

È vero, il dna dimostra che non sono stati loro.
È vero, le vittime li avevano riconosciuti pur non essendo stati loro.

È vero, il reato in italiano si chiama stupro e non stuprom.
Ma bisogna essere ottimisti: non è vero ciò che è vero, ma è vero ciò che piace!
Lo dice anche il proverbio: tutte le strade portano a rom

Link
Quartaccio-Caffarella, l’uso politico dello stupro 1
È razzismo parlare di Dna romeno 2
L’inchiesta sprofonda 3
Quando il teorema vince sulle prove 4
Tante botte per trovare prove che non ci sono 5
Non esiste il cromosoma romeno 6
L’accanimento giudiziario 7
La difesa di Racs denuncia maltrattamenti 8
Parlano i conoscenti di Racs 9
Non sono colpevoli ma restano in carcere 10
Racs non c’entra 11
Negativi i test del Dna fatti in Romania 12
Stupro del Quartaccio, scarcerato Racs 14
Cosa si nasconde dietro la confessione di Loyos? 15
Racs innocente e senza lavoro 16
La fabbrica dei mostri 17
Loyos picchiato dalla polizia per confessare il falso 18

 

Caffarella: negativi i test del Dna fatti in Romania 12/continua

Tutti negativi i test del Dna fatti in Romania, si indaga sui telefonini ritrovati

Anita Cenci
Liberazione
18 marzo 2009

Evapora definitivamente l’indagine che ha portato all’arresto di Karol Racs e Alexandru Loyos Isztoika, i due romeni accusati del brutale stupro avvenuto il giorno di san Valentino nel parco romano della Caffarella.
Ve la ricordate la storia del cromosoma Y? Uno dei tanti depistaggi investigativi che hanno segnato questa vicenda?
Erano i giorni in cui i test del dna scagionavano Racs e Isztoika. Le indagini si trovavano sotto schiaffo e allora qualcuno venne in soccorso dicendo che attraverso un esame genetico sperimentale, si era riusciti a identificare l’etnia romena degli aggressori. Un modo per dire che i poliziotti avevano solo preso i romeni sbagliati. La dottrina giuridica chiama questo tipo di responsabilità: “colpa d’autore”, una colpa per il modo d’esser della persona non per quello che avrebbe eventualmente commesso. In realtà, i tecnici della polizia scientifica avevano rilevato delle coincidenze con il cromosoma Y di Jon F., 25 anni, detenuto già prima della violenza nella prigione di Bucarest. Gli esperti azzardarono un’idea: poiché il cromosoma Y è ereditario occorreva verificare il dna degli altri maschi della sua famiglia.
Vi ricordate poi dell’uomo senza tre dita? Quel Ciprian C., il primo che fu riconosciuto nell’album fotografico mostrato all’adolescente violentata? Di lui si disse di tutto: che aveva un alibi poi divenuto incerto; che era un informatore della polizia, per questo protetto; che era introvabile. E vi ricordate dei pastori nomadi, i parenti del “biondino” Isztoika, il clan sperduto nei villaggi dell’est romeno, anche loro in fuga, forse?
Insieme fanno una lista di 22 persone, tutte ricercate per essere sottoposte al test del dna. Ebbene attraverso una rogatoria internazionale, gli esami sono arrivati e l’esito è risultato inesorabilmente negativo. Nessuno di loro c’entra con lo stupro della Caffarella.
Ora vi ricordate delle parole del questore Giuseppe Caruso dopo il riesame? «Le evidenze probatorie restano tutte», e più in là, «bastava quello che ci aveva detto Isztoika per sbatterlo dentro». Ora invece sappiamo che la confessione del “biondino”, poi ritrattata, fa acqua da tutte le parti. Il fidanzatino dell’adolescente violentata ha dato tre versioni diverse dei fatti. Isztoika fu indottrinato, a suon di botte, sulla prima. Da qui le discrepanze con quanto precisato, ma solo dopo, dal giovane aggredito.
Lentamente stanno emergendo anche le prime indiscrezioni sul “trattamento” subito dai due romeni. Chi le ha ascoltate, dice che assomigliano molto ai protocolli d’interrogatorio in uso nei territori di guerra.
 Mentre le indagini, a un mese di distanza dalla violenza, sembrano imboccare per la prima volta una pista seria, quella che ha portato al ritrovamento dei due telefonini rubati durante lo stupro, molte domande attendono risposta. Chi e perché ha “forzato” le indagini in una determinata direzione fin dalle prime ore? Pressioni della politica? Oppure eccessiva voglia da parte di alcuni funzionari di compiacere certi pregiudizi ideologici dell’attuale maggioranza? Eccesso di onnipotenza? Ora gli investigatori hanno tutto l’interesse a far fruttare la nuova pista dei cellulari tornati a funzionare dopo un silenzio durato settimane. La traccia dei numeri imei ha portato subito a identificare i nuovi possessori, uno in Italia e l’altro in Romania. I due sono estranei alla violenza ed hanno acquistato gli apparecchi da un ambulante in un mercato di Boccea. Questi, a sua volta, li aveva ricevuti da un’altra persona di cui la polizia conosce già l’identità. Residente nella borgata Finocchio, l’uomo per il momento è irreperibile. È soltanto il ricettatore? Solo ripercorrendo l’intero percorso fatto dai due telefoni, si verrà a capo della domanda.
Lunedì prossimo è prevista l’udienza del tribunale del riesame che dovrà pronunciarsi sulla seconda richiesta di scarcerazione presentata dal difensore di Racs. Questa volta verranno esaminate le accuse per lo stupro del Quartaccio. Dopo un riconoscimento incerto della vittima, anche qui l’esame del dna ha scagionato il romeno. C’è chi ha scritto che i due se fossero stati romani, invece che romeni, sarebbero già fuori. La decisione è importante anche perché, molto probabilmente, l’incipit che ha fuorviato le indagini sulla Caffarella nasce da lì, da chi non ha mai tolto gli occhi dal gruppo di romeni e rom di Primavalle, monitorati fin dai giorni che seguirono il primo stupro di via Andersen, al Quartaccio. È lì che furono individuati i colpevoli più facili, quelli politicamente più fruibili per la campagna politica che si scatenò immediatamente dopo e portò all’ennesimo decreto sicurezza.

Link
Quartaccio-Caffarella, l’uso politico dello stupro 1
È razzismo parlare di Dna romeno 2
L’inchiesta sprofonda 3
Quando il teorema vince sulle prove 4
Tante botte per trovare prove che non ci sono 5
Non esiste il cromosoma romeno 6
L’accanimento giudiziario 7
La difesa di Racs denuncia maltrattamenti 8
Parlano i conoscenti di Racs 9
Non sono colpevoli ma restano in carcere 10
Racs non c’entra 11
Stupro della Caffarella 13
Stupro del Quartaccio, scarcerato Racs 14
Cosa si nasconde dietro la confessione di Loyos? 15
Racs innocente e senza lavoro 16
La fabbrica dei mostri 17
Loyos picchiato dalla polizia per confessare il falso 18