Cesare Battisti rimesso in libertà perché «Un giudice di prima istanza non ha titolo per rimettere in discussione una decisione sovrana del presidente della Repubblica»

Il tribunale regionale federale a cui si era rivolto l’avvocato di Cesare Battisti, Igor Sant’Anna Tamasauskas, sottoposto giovedì a detenzione amministrativa presso il comando della polizia federale di San Paolo sulla base di un ordine emesso da un giudice di primo grado lo scorso 26 febbraio, ne ha ordinato l’immediata liberazione perché – come recita il provvedimento – «un giudice federale di prima istanza (una giurisdizione di rango inferiore) non ha titolo per rimettere in discussione una decisione sovrana del presidente della repubblica ratificata dal tribunale federale supremo».
Nelle scorse settimane il giudice Adverci Rates Mendes de Abreu del tribunale di Brasilia, pronunciatosi sul ricorso presentato dalla procura generale, aveva ritenuto illegittima la concessione del permesso di soggiorno permanente a Battisti, perché in violazione della nornativa brasiliana sull’immigrazione che impedisce a chi è entrato illegalmente nel Paese con documenti falsi la regolarizzazione amministrativa. Della questione si discusse lungamente all’interno del tribunale supremo federale che ritenne superata la questione perché assorbita dal rifiuto di concedere l’estradizione. Il giudice di Brasilia aveva deciso l’espulsione di Battisti verso la Francia o il Messico, dove questi era vissuto prima di arrivare in Brasile pensando di aggirare in questo modo la decisone sovrana del potere esecutivo di concedere un asilo di fatto. Misura non ritenuta in contraddizione con il rifiuto della estradizione deciso a suo tempo dal presidente della repubblica Ignacio Lula da Silva.
Nel dispositivo, il tribunale regionale federale che ha rimesso in libertà Battisti, istanza superiore a quello locale di Brasilia, riconoscendo il principio dell’habeas corpus, spiega che la decisione presa a suo tempo dal presidente della repubblica può essere sindacata solo da un istituto del medesimo rango costituzionale, come è il tribunale supremo federale, cosa già avvenuta a suo tempo. Non solo, ma il giudice entra nel merito del pronunciamento di nullità del permesso di soggiorno concesso a Battisti rilevando come esso vada contro l’articolo 63 dello Statuto dello Straniero: “non si procederà ad espulsione se questa mette in questione un’estradizione non ammessa dalla legge brasiliana”. Ora, l’estradizione – conclude il magistrato del tribunale regionale federale – non fu ammessa da Lula e cancellata dallo stesso STF, ragion per cui l’espulsione eseguita implicherebbe un’estradizione obliqua, risultando perciò contraria a volontà Lula e STF.
La sentenza, inoltre, ritiene che la messa in esecuzione della eventuale espulsione di Battisti, prim’ancora che si sia pronunciata l’istanza di appello, creerebbe un vulnus poiché susciterebbe una situazione di irreversibilità nel caso in cui la decisione di primo grado venisse smentita in sede di ricorso.
La decisione del fermo amministrativo, come la sentenza che annulla la concessione del permesso di soggiorno pemanente, appaiono sempre più un segnale dello scontro feroce tra potere giudiziario e potere politico, in atto non solo in Brasile ma un po’ in tutta l’America latina, dall’Argentina al Cile, dove si sta vivendo una sorta di stagione che ricorda l’offensiva giudiziaria di “mani pulite”. Una forzatura senza precedenti quella realizzata ieri che rischia però di trasformarsi in boomerang per i nemici di Battisti.
Intanto la notizia del fermo e le voci di una possibile espulsione verso la Francia hanno provocato le prime reazioni, l’ex presidente della repubblica francese Nicolas Sarkozy alla emittente radio Frace info ha dichiarato: «La questione dell’estradizione di Cesare Battisti riguarda anche la società italiana, che deve voltare la pagina di quegli anni terribili».

Sentenza scarcerazione Battisti 1Sentenza battisti 2

Per saperne di più
Caso Battitsi e altre cronache dell’esilio

Scalzone da un consiglio a chi si indigna per il no di Lula alla estradizione di Battisti: “Parlamentari d’Italia cospargetevi l’anima di vasellina”

Con il no all’estradizione di Cesare Battisti Lula respinge il tentativo di golpe giudiziario condotto da parte dei settori più retrivi della magistratura brasiliana (gli stessi che proteggono ancora oggi i torturatori della dittatura) che hanno utilizzato questa procedura di estradizione per condurre una battaglia politica interna

Paolo Salvatore Orrù
notizie.tiscali.it, 30 dicembre 2010

http://notizie.tiscali.it/articoli/interviste/10/12/intervista-scalzone-battisti-lula.html

Oreste Scalzone

«Parlamentari d’Italia cospargetevi l’anima di vasellina. Per quanto mi riguarda, in un’intervista che ho rilasciato a Radio Onda d’Urto il 18 novembre 2009 avevo previsto che Cesare Battisti non sarebbe stato estradato. Feci la mia previsione dunque – nello stesso giorno in cui il Supremo Tribunal Federal – aveva reputato illegittimo lo status di rifugiato politico concesso dal governo brasiliano a Battisti. Gli ultràs della destra più incarognita (incoraggiati peraltro dalla sinistra emergenzialista e giustizialista italiana), avevano però voluto strafare: avevano addirittura messo ai voti una sorta di sottrazione al Presidente federale delle sue prerogative e facoltà in materia attribuitegli dalla Costituzione, avocandole a sé. Se la cosa fosse passata, sarebbe stato un golpe in piena regola: come se il Governo pretendesse con un decreto legge di trasferire nelle proprie mani i poteri di controllo…. che so, della Corte costituzionale, o la Cassazione decidesse di requisire poteri assegnati ad altro ordine dello Stato, l’esecutivo, il Parlamento…».
Oreste Scalzone – fondatore di Potere Operaio e Autonomia Operaia – scaglia la sua pietra, senza nascondere la mano, contro chi avrebbe voluto – media, giudici, parlamentari – l’estradizione dell’ex esponente dei Proletari Armati per il Comunismo (Pac). A Scalzone non importa che l’ex terrorista sia stato condannato all’ergastolo con sentenze passate in giudicato per aver commesso quattro omicidi in concorso durante gli anni di piombo (la prima fase della latitanza l’ex Pac l’ha trascorsa in Francia, dove ha beneficiato delle guarentigie offerte dalla dottrina Mitterrand): «Da quando il Diritto è stato mondanizzato, la Giustizia penale non pretende di attingere la “Verità assoluta”, quella che in dottrina giuridica si chiama storica. Non introducendo un’ipotesi-Dio, la Giustizia non si pretende infallibile, come quella del Santo Offizio dell’Inquisizione. Se non c’è vox Dei, che si manifesta per esempio attraverso l’ordalìa, la  verità giudiziaria è una congettura sulla verità, mai assoluta – per dirla con Foucault, la Giustizia penale è un dispositivo di produzione di effetti di verità…». Quello che a Scalzone interessa è che che i nostri politici «si prendano una bella camomilla: vogliono stravincere ad vitam æternam? Non ce la fanno».

Scalzone, lei dice, in sostanza, che i magistrato brasiliani hanno tentato il push?
Il putsch non essendo peraltro riuscito sul nascere (su questo punto lo stesso “Supremo” si era pronunciato contro a maggioranza), nella logica di un Capo dell’esecutivo si potrebbe far arrestare il gruppo di sediziosi, e trascinarli in Tribunale per cospirazione politica per mutare la forma di governo, attentato alla Costituzione, eventualmente fellonìa e alto tradimento. Non è propriamente il mio campo di competenza, ma possiamo una volta tanto giocare al Monopoli… A quel punto, mi sembrava chiaro che Lula avrebbe potuto dire ai suoi “pari” di parte italiana, “capirete che, dopo questo, non posso, proprio non posso, piegarmi ad un tintinnar di sciabole… Mi dispiace per voi…”.

La decisione di Lula a favore di Cesare Battisti era nell’aria…
Per me è una conferma di una profezia assai facile. Sono i membri di un Parlamento che come un sol uomo sono balzati in piedi con un urlo da stadio, senza alcun rispetto di sé, come una muta di linciatori per interposta penalità, che sono accecati dalla loro passione triste, mortifera e trista. Ora voglio vedere che cosa diranno tutti quelli che per giorni hanno stragiurato che Battisti era già bello e pronto per essere impachettato dai brasiliani per essere gettato in pasto ai media e ai politici italiani.

Il suo era semplice tifo o traeva le sue convinzioni da altri elementi?
Non sono mai stato tifoso di niente (semmai, sono stato giocatore…) : non è certo che per tifo che ci si può impegnare allo spasimo per la difesa della vita di qualcuno, rifiutando che il passato pesi come un incubo sulla vita in corso, sul presente… Non è che un avvocato che si batte strenuamente per un suo difeso va considerato un tifoso di quest’ultimo… Lì si tratta di deontologia forense, codificata da un Ordine professionale, da una corporazione ; per me e quelli come me, è una sorta di deontologia d’altra natura.

Secondo lei – quindi – i giudici sudamericani erano andati oltre le loro competenze istituzionali?
Votando per l’estradizione di Battista il Supremo Tribunal Federal, con lo stesso voto, contemporaneamente, ha deciso di non tener conto di una prerogativa che nella Costituzione brasiliana appartiene al Presidente federale – in questo caso a Lula – e di allogarsela: ripeto, questo sarebbe un golpe.

Una vittoria dei battistiani, una sconfitta per chi avrebbe voluto un epilogo di segno diverso?
Almeno per quanto mi riguarda, non è questione di tifo o di “battistiani” … Certo, qualche fanatico c’è sempre – e il tifo con un segno opposto rispetto a quelli che sbraitavano in Parlamento contro l’ex Pac, al di là di tutto era un capolavoro del controproducente.

Quanto lei andava affermando è stato confermato dai giornali lo scorso aprile. E così?
E’ così: adesso voglio vedere se, dai La Russa ai dipietristi, ripeteranno quello sconcio spettacolo. Sia chiaro sono tutt’altro che un fan delle posizioni dei romanzieri francesi che a Battisti – più che altro – hanno finito per far danno. Per me è solo un caso, è una vita, un principio, una questione di etica della responsabilità. Penso – ed è andata così – che per gli ossessi della punizione sia stata una lezione. Non so se adesso si presenteranno sbracati i Caselli di turno o i parlamentari da stadio che sghignazzarono troppo presto … (l’altra volta non mancò di esprimere il suo giubilo anche il Presidente della Repubblica). Chissà se capiranno, e incasseranno senza gazzarre assai sconce. Capisco il dolore delle parti civili, ma è infame attizzarlo, condannandoli ad un orribile frustrazione, a vagare come anime morte incapaci di elaborare il lutto senza un capro espiatorio comunque…

Battisti, fra le altre cose, ha detto in Italia c’è un regime fascista e che c’è la tortura. Eccessivo?
Per quanto mi riguarda, mai ho detto che in Italia c’è qualcosa che è simile al fascismo e alla tortura. Sono volgarità da propaganda di bassa lega, che sono oltretutto un boomerang che si ritorce contro chi vi fa ricorso. Piuttosto, il punto vero sono i contesti in cui la crociata della parte italiana nasce e si colloca: una sorta di tendenza a un mostruoso Leviatano globale, nazionale, locale, che ibrida, come in un kitsch post-moderno di stili, le logiche di tutte le peggiori forme, storicamente presentatesi, di alienazione penale.

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Paolo Persichetti
Liberazione
4 gennaio 2010

Il comportamento tenuto dalle autorità italiane nella complessa vicenda estradizionale di Cesare Battisti assomiglia molto a quel particolare stadio della crescita infantile che gli esperti definiscono “egocentrismo radicale”, lì dove il bambino non percepisce alcuna distanza tra il mondo esterno e il proprio corpo. Fase evolutiva primordiale che approda più avanti ad una forma di egocentrismo più sofisticato, di tipo “intellettuale”, una sorta di dittatura infantile dove il punto di vista delle altre persone non è differenziato dal proprio. Insomma la classica situazione dove i propri desideri vengono presi per realtà inoppugnabile. Siccome il ceto politico pensava che l’estradizione di Battisti fosse dovuta senz’ombra di dubbio, il rigetto finale pronunciato da Ignacio Lula da Silva nell’ultimo giorno del suo mandato presidenziale ha suscitato strepiti indispettiti, urla viziate, lagne tiranniche. Pare proprio che i vari Frattini, La Russa, Gasparri, e ancora più giù i politicanti mozza-orecchie dell’Idv e gli ipocriti piddini senz’anima e cervello, pensino al Brasile come ad una repubblica delle banane col bollino blu o al paese dei viados che bazzicano la Tomba di Nerone. Solo un Paese caduto ormai in una sorta di medioevo postmoderno può guardare con tanta cecità ad una potenza subcontinentale in espansione, come il Brasile appunto, dando prova del classico sprezzo degli idioti come quel cronista del Giornale che ha invocato le Cannoniere. Di fronte alle scomposte reazioni provenienti dalla Penisola, prim’ancora dell’annuncio ufficiale della sua decisione, il presidente Lula ha abbandonato ogni cortesia diplomatica rinunciando ad informare preventivamente i vertici istituzionali italiani. Un segnale molto netto raddoppiato dal sostegno arrivato dal nuovo ministro della Giustizia José Cardoso, che a nome del nuovo governo (e della stessa neopresidente Dilma Roussef) ha difeso la scelta di non estradare Battisti. Col passare delle ore hanno perso consistenza giuridica anche i bellicosi annunci di ricorso lanciati da Frattini. Come ha spiegato Sabino Cassese su Repubblica, impugnare la decisione di Lula di fronte al Stf avrebbe poche possibilità di successo, molto probabilmente l’iniziativa verrebbe considerata irricevibile. Anche l’eventuale ricorso all’Aja non avrebbe maggiori chances. Si tratta, infatti, di una commissione arbitrale che dovrebbe presupporre la disponibilità del Brasile a rendere negoziabile un aspetto della sua sovranità. Cassese avanza l’ipotesi di un compromesso sulla pena di Battisti, come la commutazione dell’ergastolo ad una condanna inferiore. Perché mai il Brasile dovrebbe negoziare ora qualcosa che l’Italia si è sempre rifiutata di fare durante l’intera procedura d’estradizione? La formula giuridica prescelta da Lula per il rifiuto, ovvero il rischio di un aggravamento della posizione personale di Battisti che la consegna all’Italia potrebbe provocare, richiamato alla lettera f, del primo comma dell’articolo 3 del trattato bilaterale, fa riferimento proprio a questo atteggiamento di chiusura totale pervenuto dall’Italia. Una volta che il Stf ha annullato la concessione dell’asilo politico, Lula per poter esprimere la propria decisione finale, prevista dalla costituzione, doveva attenersi strettamente ai requisiti indicati dal trattato bilaterale. Stabilito ciò, nel parere presentato dall’avvocatura dello Stato si esaminano attentamente tutti i fondamenti giuridici che attribuiscono al presidente della repubblica brasiliana il potere di rifiutare l’estradizione anche in difformità con il parere fornito dal Stf, e in particolare per «considerazioni di carattere umanitario». Eventualità prevista in numerosi trattati bilaterali stipulati con paesi europei. Il testo richiama come filosofia giuridica guida per la scelta finale il diritto penale minimo, definito «pensiero criminologico umanitario», esposto da Luigi Ferrajoli nel suo testo canonico, Diritto e ragione. Teoria delle garanzie penali. Il parere prosegue elencando le diverse situazioni di criticità del dossier Battisti: la presenza di una condanna all’ergastolo (pena capitale abolita in Brasile) aggravata da una pena accessoria pari a tre anni di isolamento diurno; pena che anche nel caso assai improbabile venisse scontata solo in parte terrebbe Battisti, che ha 56 anni, in carcere praticamente fino alla morte, nonostante siano trascorsi oltre 30 anni dai fatti imputati, venendo meno al principio di risocializzazione; l’impossibilità di ottenere un nuovo processo nonostante la condanna in contumacia; infine il clima acceso che circonda la vicenda documentato con una ricca rassegna di bellicose e ingiuriose dichiarazioni di esponenti politici e istituzionali italiani. «Uno stato d’animo che giustifica preoccupazioni a causa del peggioramento che ne deriverebbe sulla sua situazione personale», quando – suggerisce sempre l’avvocatura – «servirebbe serenità». Non mancano precise critiche alla deriva vittimaria presente in Italia dove il diritto penale è inteso come diritto delle vittime anche se «il diritto processuale contemporaneo respinge questo concetto».

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Cesare Battisti: la decisione finale nelle mani di Lula. Fallisce il golpe giudiziario tentato dal capo del Tribunale supremo, Gilmar Mendes

Dopo la notte di odio, gli invasati della vendetta e le tricoteuses che siedono sugli scranni del Parlamento e nelle redazioni dei giornali e delle televisioni costretti a guardare la realtà.
La decisione sull’estradizione di Battisti resta nelle mani del presidente della Repubblica Lula. Fallisce il golpe giudiziario tentato dal capo del Tribunale supremo, Gilmar Mendes

Paolo Persichetti
Liberazione 20 novembre 2009

Montecitorio, l'aula delle tricoteuses

Cesare Battisti è ancora in Brasile e l’intricata vicenda della sua estradizione è ben lontana dall’essere conclusa. Cessata la danza macabra dei festeggiamenti seguiti all’annuncio del via libera all’estradizione concesso mercoledì sera, anche se di stretta misura (5 contro 4), dal Supremo tribunale federale brasiliano, diradati i fumi dell’odio, seccata la schiuma del rancore, il risveglio per le tante tricoteuses che siedono sugli scranni del Parlamento o nelle redazioni dei giornali e delle televisioni è stato mesto e sbiascicato. Dopo la sbornia il ritorno alla realtà ha infranto il miserabaile sogno della vendetta. Il sabba della sera prima è apparso in tutta la sua fallace illusione, effetto sugestivo, stato di trans della coscienza provocato dall’acido lisergico del livore. L’applauso che ha interrotto i lavori parlamentari all’annuncio del voto favorevole all’estradizione, le centinaia di lanci d’agenzia che riportavano slavine di dichiarazioni avventate e invasate manifestazioni di vittoria, tutto è finito in fumo, svanito come una nube tossica di menzogne, ricordo confuso di una serata di follia. Tanto rumore per nulla. Il golpe giudiziario tentato dal presidente del tribunale supremo federale del Brasile, Gilmar Mendes, non è riuscito. Dopo aver fatto pesare con il proprio voto, ampiamente scontato da mesi, la bilancia contro la concessione dell’asilo politico a Battisti, Mendes aveva puntato tutto sul furto della decisione finale dalle mani del presidente della Repubblica Lula, in barba a tutta la tradizione giuridica internazionale. Tentativo eversivo di modificare unilateralmente l’equilibrio dei poteri previsto nella costituzione. Ma la bilancia del voto si è ribaltata grazie al cambio di fronte del giudice Ayres Britto, che ha permesso alla corte (con un 5 a 4 capovolto) di rispettare il dettato costituzionale. Il capo dello Stato non è un notaio, un passacarte che sigla col suo nome sentenze altrui. Il potere di firma indica una capacità di valutazione qualificata e autonoma. Ora l’argomento della “politicità” dei reati ascritti a Battisti non potrà più essere utilizzato per giustificare il rifiuto della sua estradizione, perché censurato dalla corte, anche se nella dichiarazione di voto Mendes ha ammesso, contraddicendosi, la natura politica di buona parte delle incriminazioni. Lula dovrà fondare l’eventuale rifiuto di consegnarlo all’Italia con altre giustificazioni giuridiche, che tuttavia non mancano nella lunga lista di violazioni, abusi, norme in deroga presenti nel dossier. Non ultimo il fatto che Battisti non avrà diritto ad un nuovo processo, come invece era stato promesso alla Francia pur di estradarlo. Mendes ha sostenuto che la responsabilità diretta o morale negli omicidi contestati a Battisti è priva di politicità perché questi sono stati commessi in azioni individuali, estranei a contesti di piazza, a manifestazioni pubbliche. Ma seguendo questo ragionamento estemporaneo, solo i linciaggi sarebbero politici mentre tutti i tirannicidi della storia rimarrebbero volgari omicidi a carattere privato. E’ con questi fragili argomenti che il Stf ha negato la natura politica dei reati attribuita nelle sentenze dalla stessa magistratura italiana. Come riportava ieri il quotidiano brasiliano O Globo, l’esecutivo sta valutando la possibilità di mantenere Battisti in Brasile utilizzando altre formule legali. «Nessuno, nel governo, crede che Battisti debba tornare in Italia», sostiene una fonte vicina al presidente. Per farlo, Lula ha dalla sua le clausole d’eccezione presenti nel trattato bilaterale, che gli consentono di bloccare anche un processo di estradizione avallato dal massimo potere giudiziario. Ma forse non avrà nemmeno bisogno di farlo, se l’Italia non si dimostrerà in grado di adempiere alla condizione posta dal Stf per concedere l’estradizione: commutare l’ergastolo ad una pena non superiore ai 30 anni.

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Lula orientato a non estradare Battisti, il Stf fa ostruzionismo e Berlusconi rimanda la visita ufficiale in Brasile

Restroscena di un viaggio mancato. Intanto la Suprema corte brasiliana fa di tutto per ritardare la decisione di Lula

Paolo Persichetti
Liberazione 10 marzo 2010

Ieri avrebbe dovuto tenersi l’incontro tra Silvio Berlusconi e il presidente brasiliano Ignacio Lula da Silva. Il viaggio, previsto in agenda da lungo tempo e rimandato una prima volta a febbraio, è nuovamente slittato all’ultimo momento. L’impegno internazionale era persino stato indicato come “legittimo impedimento” alla partecipazione in una delle udienze del processo Mediaset. Non si conoscono le ragioni del rinvio, forse dovuto alle tensioni provocate dalla mancata validazione delle liste del Pdl per le elezioni regionali. Con il Brasile sono in ballo contratti importanti in materia di forniture militari. L’Italia vorrebbe riequilibrare il peso commerciale assunto dalla Francia, presente con investimenti stimati in «22 miliardi di dollari». Finmeccanica e Iveco dovrebbero concludere accordi per dotazioni militari di un certo spessore. Siamo certi che alla fine Berlusconi non mancherà all’appuntamento, il suo grande talento commerciale, l’anima di piazzista che lo contraddistingue non verrà meno a quello che considera l’impegno più importante: vendere merci. C’è chi sostiene che tra le vere ragioni del rinvio via sia la spinosa vicenda della estradizione di Cesare Battisti, l’ex militante dei Pac condannato all’ergastolo dai tribunali della giustizia d’emergenza italiana. Già in febbraio, secondo il quotidiano della capitale brasiliana Folha, l’Italia avrebbe chiesto per via diplomatica di non far coincidere l’annuncio della decisione su Battisti con la visita di Berlusconi. Ma proprio alla vigilia della partenza del premier italiano è giunta dal Brasile l’indiscrezione, diffusa da un importante portale d’informazione, che «Lula non consegnerà Cesare Battisti all’Italia». Una “notizia” che sembra il segreto di Pulcinella, imbeccata forse proprio da chi ha tutto l’interesse a rilanciare le polemiche tra i due Paesi, ovvero la destra carioca. Che Lula abbia già deciso di non estradare Battisti, è voce che circola con insistenza da molto tempo trovando un’indiretta conferma proprio nelle precauzioni diplomatiche adottate per non irritare l’Italia, come la scelta di un profilo più tecnico per motivare la conferma dell’asilo. La lieve condanna a soli due anni di semilibertà, inflitta nei giorni scorsi a Battisti per il possesso di documenti falsi, per altro già largamente scontati (è nelle carceri brasiliane da tre anni), ha tolto solo uno dei due ostacoli che impediscono a Lula di ufficializzare la sua decisione. Mancano ancora le motivazioni scritte con le quali il Tribunale supremo ha bocciato la concessione dell’asilo politico concesso dal ministro della Giustizia Tarso Genro. Il presidente del Stf, Gilmar Mendes, sta dilatando all’infinito i tempi della consegna. C’è chi vede in questo una strategia ben precisa: trascinare l’affaire Battisti a ridosso delle presidenziali di ottobre per mettere nuovamente in difficoltà Lula. Una conferma dell’atteggiamento strumentale tenuto dalla Suprema corte brasiliana in questa vicenda.

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