Strage di Bologna, come è stata fabbricata la pista palestinese

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Stando a quel che circola su alcuni social network, un clima persecutorio si sarebbe abbattuto contro chi si è speso per cercare la verità sulla strage di Bologna. Dove per verità deve intendersi, ovviamente, una cosa sola: ribaltare la sentenza che ha condannato i fascisti per dimostrare la responsabilità dei “rossi” e dei palestinesi. Il vittimismo è la chiave narrativa che accomuna la destra. Enzo Raisi, l’ex carabiniere missino, un tempo deputato finiano, poi spazzato via dalla dura legge dello scrutinio, ed oggi ritiratosi nella sua fazenda spagnola a matar vitelli, sarebbe vittima di un clima ostile e censorio per aver sostenuto che una delle vittime della strage di Bologna, Mauro Di Vittorio, era implicato nella esplosione della bomba. Non era vero, ovviamente. E non serve qui nemmeno citare l’archiviazione della indagine bis sulla strage che ha definito Di Vittorio «vittima oggettiva» della esplosione (leggi qui). Per diversi anni Raisi ha vilipeso il suo cadavere; ha invertito l’onere della prova e preteso che il morto dimostrasse la propria innocenza; gli ha attribuito una identità politica di comodo, quella di «Autonomo», membro del collettivo del Policlinico, per dimostrare i suoi legami con Saleh e la vicenda dei missili di Ortona; ha diffuso notizie false sulle condizioni del suo corpo al momento del ritrovamento, affermando che fosse completamente carbonizzato, lasciando intendere che fosse vicinissimo alla bomba, per meglio dire la tenesse con sé; così insinuando che la perizia giurata di ricognizione del cadavere presente negli atti giudiziari fosse falsa; ha sostenuto che non avesse documenti d’identità ma che viaggiasse in incognito e che la carta ritrovata fosse giunta intonsa all’obitorio dalle mani dell’anziana madre; così dicendo ha dato del falso ideologico al verbale di riconsegna dei suoi effetti personali redatto dalla Polfer ed ha calunniato la povera madre; ha giurato che il suo diario di viaggio era un clamoroso falso e che il biglietto della metropolitana parigina che aveva in tasca ai pantaloni (leggi qui) fosse la prova provata che egli non si sarebbe mai diretto a Londra ma avrebbe fatto tappa a Parigi per prendere in consegna da Carlos la valigia con l’esplosivo. Affermazioni reiterate in un lunghissimo elenco di interviste, conferenze stampa, interventi sui social, interpellanze parlamentari, ed in un libro, Bomba o non bomba. Alla ricerca ossessiva delle verità, Minerva edizioni 2012.

L’ultimo giapponese
Secondo Valerio Cutonilli, autore di un libro scritto insieme all’ex giudice istruttore Rosario Priore, oggi in pensione, che prova a rilanciare la tesi della pista palestinese all’origine della strage di Bologna, I segreti di Bologna, Chiarelettere 2016, quella di Raisi sarebbe stata una legittima, sincera ed onesta attività di ricerca della verità. Lo scrive in una lettera di risposta ad Anna Di Vittorio apparsa su L’alterUgo, lo spazio web di Ugo Tassinari (leggi qui).
Oggi Raisi è rimasto solo a ribadire le sue convinzioni, come Hiroo Onoda, il soldato giapponese ritrovato dopo 30 anni in un’isola delle Filippine dove si era nascosto per continuare da solo la seconda guerra mondiale. All’epoca, però, erano in molti a dargli man forte: Cutonilli in prima linea (leggi qui), giornalisti come Gabriele Paradisi (leggi qui) e Andrea Colombo che scrivevano dell’«Autonomo romano», senza porsi il problema di fare la benché minima verifica; c’era Valerio Fioravanti che gli correggeva le bozze e manovrava dalle retrovie. Sempre Fioravanti senza il minimo scrupolo, tempo prima, aveva sollecitato una lettera di buona condotta alla sorella di Mauro Di Vittorio, Anna. Lettera che venne poi girata al tribunale di sorveglianza facilitando l’uscita in liberazione condizionale di Francesca Mambro (leggi qui). Episodio inquietante che lascia pensare ad un atto premeditato. Girava voce, infatti, e Cutonilli lo sa bene, che quel “perdono” celasse, in realtà, un sentimento di colpa dei familiari per una verità indicibile: la responsabilità di Mauro.
Di Vittorio è stato ucciso molte volte, la prima il 2 agosto e poi ripetutamente in quei mesi. Oltre al corpo lacerato e ustionato, al cranio perforato, vollero rubargli l’anima assassinando anche la sua memoria.
Ma poiché oggi la questione Di Vittorio, fatta eccezione per Raisi, è chiusa per ammissione stessa dei molti che all’epoca la sostennero con la parola, o con il silenzio, continuare a discorre di Raisi non avrebbe più senso, a meno di non voler invocare l’intervento della medicina psichiatrica.
Senonché, sempre Valerio Cutonilli, ritiene che uno degli episodi evocati da Raisi sia stato assolutamente provato dalle indagini. Prima di affrontare la questione, però, dobbiamo fare un piccolo passo indietro, altrimenti non capiremmo il motivo di questa difesa ad oltranza di una circostanza che, al di là della sua veridicità, non avrebbe dovuto avere più alcun significato con il venir meno dell’ipotesi Di Vittorio. Evidentemente così non è! E questo lo si capisce dalla trama del libro scritto da Priore e Cutonilli che riprende e corregge la variante della pista palestinese tanto cara a Raisi. Questa seconda versione venne fuori per risolvere le numerose falle e incongruenze presenti nella ipotesi iniziale: quella della rappresaglia diretta come movente della strage per il sequestro dei missili palestinesi intercettati davanti al porto di Ortona. Si tratta di obiezioni già largamente sollevate in passato che non sto qui a ripetere per ragioni di spazio. D’altronde il fatto che Priore e Cutonilli non l’abbiano voluta ripercorrere rappresenta una prova ulteriore della sua insostenibilità.

Rovistare tra le ossa dei morti
Non solo il movente non reggeva ma mancavano passaggi fondamentali nella ricostruzione concreta della dinamica della strage. Nessuno, per esempio, ha mai visto all’interno della stazione i due tedeschi, che secondo gli autori della prima versione, avrebbero avuto in appalto la strage, perché la cosiddetta pista palestinese – se ancora non ve ne siete accorti – è paradossalmente priva di palestinesi. Tralasciamo anche qui le obiezioni sui due tedeschi, largamente esposte in passato e recepite anche dalla magistratura. Non è più questo il punto.
Per far sopravvivere la pista palestinese c’era un disperato bisogno di provare l’esistenza di un complice italiano, il trasportatore dell’ordigno, l’autore materiale della deflagrazione, entrato nella sala d’aspetto di seconda classe e qui rimasto accidentalmente coinvolto – secondo la nuova versione – nella esplosione. Un complice da ricercare tra le vittime della strage. Tecnicamente le perizie hanno sempre smentito l’esplosione accidentale. Ma poco importa. Fu così che Raisi cominciò a rovistare tra i morti, come fanno le Jene. Cercava un giovane, possibilmente romano, che potesse avere un qualche legame con l’area dell’autonomia, meglio se con il collettivo di via dei Volsci, come Pifano, Nieri e Baumgartner, arrestati ad Ortona con gli Strela insieme ad Abu Saleh, il rappresentante del Fplp, a cui i missili erano diretti. A dire il vero si cercava anche oltre, tra quei giovani arrestati o attenzionati nelle retate di quegli anni, tra la Tiburtina e Cinecittà che avessero avuto esperienze nella lotta armata.
Alla fine è sbucato Mauro Di Vittorio, 24 anni, di Tor Pignattara. Solo che non era di Autonomia, non frequentava i Volsci, non era affatto un militante anche se era conosciuto da chi frequentava la sezione di Lotta continua del suo quartiere. Di Vittorio guardava altre periferie, quelle londinesi, dove si era stabilito da tempo e aveva una stanza in uno stabile occupato (vedi qui), portava lunghi capelli un po’ rasta, aveva una barba molto folta (vedi qui la sua storia).

Ghostbusters
Svanita l’ipotesi Di Vittorio, Cutonilli e Priore non riuscendo a profilare nessuna altra vittima hanno scovato quella che non c’è, il corpo fantasma. Il succo del loro libro si fonda su una allusiva insinuazione: tra i morti della strage c’è un corpo che non è mai stato ritrovato, salvo un lembo, quello di Maria Fresu. Gli autori sostengono che quel piccolo segmento di tessuto non appartiene alla donna ma ad una ottantaseiesima vittima, il trasportatore o la trasportatrice dell’esplosivo che doveva essere utilizzato – ipotizzano senza alcun elemento – sotto le mura del carcere speciale di Trani per una rappresaglia o un tentativo di fuga di Saleh. La disintegrazione del corpo della Fresu, lasciano intendere, non sarebbe mai avvenuta. Il suo corpo sarebbe stato sottratto dallo Stato per coprire la scomparsa dell’altro corpo, ben più importante. Tutto questo per tutelare l’indicibile segreto del lodo Moro. Insomma una ennesima teoria del complotto, ancora più surreale della carta d’identità e del Diario di viaggio di Mauro Di Vittorio, falsificati secondo quando andava sostenendo il povero Raisi. Non più una pista ma una suggestione letteraria, lo spunto per un romanzo noir. Tuttavia consci di tanta fragilità, Priore e Cutonilli hanno moltiplicato le suggestioni, seminando confusione.

Dopo il fantasma arriva il cieco
Oltre al corpo fantasma ci sarebbe anche la storia di un passaporto ritrovato tra i resti della stazione distrutta dalla deflagrazione, appartenente ad un professore sardo, un non vedente, recatosi a Bologna in quei giorni. La stranezza della vicenda starebbe nel fatto che il professore, dalle simpatie politiche indipendentiste, circostanza ritenuta altamente sospetta dagli autori, non avrebbe mai denunciato la scomparsa di quel documento d’identità che riebbe indietro per iniziativa dei carabinieri. A Bologna c’è il più importante Istituto per ciechi d’Italia e dunque non vi è nulla di strano che un non vedente fosse andato a farsi visitare da quelle parti. L’inchiesta verificò anche l’omosessualità del professore, tenuta nascosta nel suo Paese d’origine. Circostanza, hanno concluso gli stessi carabinieri, che spiegava il comportamento circospetto e imbarazzato dell’uomo. Ma che importa, per Cutonilli e Priore un cieco val bene una strage…

Quattro de relato fanno solo un coro di voci
Nella stessa lettera indirizzata ad Anna Di Vittorio, Cutonilli ribadisce la centralità di un presunto episodio che sarebbe avvenuto nell’obitorio di Bologna nei giorni successivi alla strage. L’8 aprile 2012 sul Resto del Carlino, Raisi aveva dichiarato: «una delle vittime della bomba era un ragazzo di Autonomia operaia. Ho saputo da alcune testimonianze che il giorno dopo, nella sala autopsie, andarono due persone, un giovane mediorientale ed una ragazza. Passarono in rassegna i corpi e, quando videro il ragazzo [Mauro Di Vittorio, Ndr], si guardarono in faccia… Un maresciallo dei carabinieri vide tutto e lì chiamò ma loro uscirono di corsa e sparirono. Chi erano quei due? E perché il ragazzo di Autonomia aveva in tasca un biglietto della metro di Parigi, città dove all’epoca viveva Carlos?».
Cutonilli prende i nomi dei tre testimoni dalla richiesta di archiviazione della procura bolognese: «Alberto Cicognani, Antonio Iesurum e Giuseppe Fortuni, medici all’epoca dei fatti in servizio nell’obitorio, che lo seppero da Piergiorgio Sabattani, il primario che era corso dietro ai due fuggitivi assieme al brigadiere Giancarlo Ceccarelli». Per concludere che «Il Pm Cieri ha ritenuto il fatto non ulteriormente indagabile perché sia Sabattani sia Ceccarelli sono ormai deceduti».
Secondo Cutonilli l’espressione «non ulteriormente indagabile», impiegata dal pm, equivarrebbe ad una conferma della veridicità del fatto. Cosa deve intendersi per veridicità del fatto? Che realmente due giovani siano entrati e poi fuggiti dall’obitorio o che tre medici hanno riferito dei de relato? Oltre al fatto che Cutonilli sia un pessimo storico l’unico dato accertato in questa vicenda è la presenza dei de relato, la cui attendibilità per essere riconosciuta deve rispondere a criteri di verifica interna ed esterna. Conferme esterne non ne esistono. Quanto alla loro attendibilità intrinseca, come vedremo tra poco, essa lascia molto a desiderare.
Andiamo per ordine: intanto Cutonilli forza il testo di Cieri il quale non sostiene mai di avere appurato la veridicità dell’episodio, registra semplicemente i de relato che gli vengono riferiti concludendo di non poter andare oltre, ritenendo in ogni caso sul piano probatorio quanto riferito del tutto insufficiente per modificare la qualità di vittima della strage di Mauro Di Vittorio. Ecco il passaggio integrale:
«La Digos di Bologna, delegata dal pubblico ministero, aveva accertato da Fabrizio Landuzzi, dipendente del Dipartimento di Medicina Legale di Bologna, che il racconto dei due giovani allontanatisi frettolosamente dal cadavere di Mauro Di Vittorio circolava da anni all’interno del Dipartimento ed i medici Alberto Cicognani, Antonio Iesurum e Giuseppe Fortuni, all’epoca in servizio all’obitorio di Bologna (aff. 5647 e ss.), confermavano di avere appreso la circostanza da Piergiorgo Sabattani, che era presente, nell’occasione, con il sottufficiale dei Carabinieri Ceccarelli. Pergiorgio Sabattani e il maresciallo Ceccarelli sono entrambi deceduti». Nelle conclusioni, il Pm chiosa: «L’episodio dei due giovani allontanatisi frettolosamente dall’obitorio non è ulteriormente indagabile ma il fatto è del tutto insufficiente al pari dell’orientamento politico e del biglietto della metropolitana di Parigi, a collegare Mauro Di Vittorio alla strage di Bologna con una qualità diversa da quella, oggettiva, di vittima dell’esplosione».

Conclusioni p.62

Un silenzio lungo più di 30 anni
Anche se «il racconto dei due giovani allontanatisi frettolosamente dal cadavere di Mauro Di Vittorio circolava da anni all’interno del Dipartimento», come ha riferito il teste Landuzzi, l’episodio appare per la prima volta nella narrazione giudiziaria soltanto nell’inchiesta di Cieri avviata nel 2012. Perché i testimoni hanno taciuto per oltre 30 anni? Perché il maresciallo Ceccarelli, se l’atteggiamento dei due giovani era stato davvero così sospetto, non sentì il bisogno di redigere subito un rapporto ai suoi superiori? Perché nel corso degli anni che seguirono, durante la lunghissima inchiesta e i ripetuti processi svoltisi a Bologna, ivi compreso il clamore delle campagne innocentiste, non si è mai recato in procura a riferire l’episodio o cercato di avvicinare un legale che seguiva le udienze? La stessa domanda vale per il primario Sabattani. E gli altri tre medici in che momento sarebbero venuti a conoscienza del fatto? A che epoca risale la trasmissione del racconto dai presunti testimoni oculari ai tre medici che solo dopo il 2012 lo hanno riferito alla autorità giudiziaria? Perché appena venuti a conoscenza del fatto non hanno deciso di renderlo noto?
Cutonilli lo dovrebbe sapere, perché è il suo lavoro, che un racconto che circola per anni in un posto di lavoro, dal punto di vista strettamente giuridico non ha alcun valore, la procedura penale è molto chiara in merito: «non possono essere oggetto di testimonianza e, quindi, di prova, «le voci correnti nel pubblico» (art. 194 3^ comma).
Le domande non terminano qui: come avrebbero fatto Ceccarelli e Sabattani, stando alle parole di Raisi, a stabilire l’identità mediorientale del giovane senza averlo potuto fermare ed identificare? Come potevano dire che fosse mediorientale e non, per esempio, meridionale? Siamo certi che l’identità mediorientale non si sia aggiunta nel passaggio da un de relato al successivo? Come dice Landuzzi, la voce correva da anni, ma le voci che corrono negli anni spesso si trasformano e si adattano, come le leggende. La versione letteraria di questa narrazione appare la prima volta nel 1990, in un libro intitolato Strage, di Loriano Machiavelli che scrive sotto lo pseudonimo di Jules Quicher, anticipando di un trentennio quella giudiziaria. Si racconta la vicenda di due giovani di estrema sinistra, di un traffico di armi con la Cecoslovacchia e di una esplosione nella stazione durante un trasporto provocato da un oscuro personaggio. Inizialmente sequestrato e poi ripubblicato nel 2010 da Einaudi, una domanda si impone: quanto la letteratura ha inquinato la memoria influenzando la trama dei de relato?

Non era domenica e non era in Settembre quando a Bologna apparve un eskimo non più innocente…
Aggiungiamo un’altra circostanza: nel corso della deposizione di Anna Di Vittorio, sorella di Mauro, che si recò la sera del lunedì 11 agosto nell’obitorio di Bologna per capire se tra le vittime ancora non identificate ci fosse il fratello, il pm Cieri ha cercato di sapere se i due giovani del racconto tramandato nell’Istituto di medicina legale fossero stati, per caso, proprio i due amici di Anna che l’accompagnarono e che uscirono subito dall’obitorio non riuscendo a sopportare l’odore che emanavano i cadaveri in quelle giornate di fortissima calura. Siccome nelle testimonianze rilasciate all’autorità giudiziaria uno dei medici nel riferire il de relato aveva aggiunto un dettaglio “decisivo”, ovvero che il ragazzo mediorientale indossava un eskimo, Cieri chiese ad Anna se qualcuno di loro vestisse qualcosa del genere. La risposta fu ovviamente negativa. Chi poteva indossare un eskimo a Bologna in pieno agosto?
Il dettaglio, introdotto forse in omaggio a Guccini, è significativo poiché rivelatore della totale inattendibilità dei racconti fatti dai medici legali. E’ noto, infatti, che l’abbigliamento prediletto dai mediorientali sia l’eskimo, soprattutto in estate. Descrivere due giovani era troppo banale, l’eskimo gli avrebbe dato una identità più precisa, due giovani di sinistra…. dei collettivi, come ripete ancora oggi Raisi.
La presenza di questo indumento diventa dirimente e finalmente ci rivela anche perché Cutonilli e Priore ritengano tanto fondamentale attribuire veridicità a questa testimonianza: il «mediorientale con l’eskimo», infatti, può trasformarsi nellla misteriosa ottantaseiesima vittima tanto ricercata, solo che invece di deflagrare con la bomba si è liquesa, come recita Gigi Proietti, al sole di quel maledetto agosto.

Lo strano documento
Prima di chiudere segnaliamo una singolare anomalia presente nella documentazione allegata al libro di Raisi (cap. 10 bis nota 3). Si tratta di una scheda dell’Istituto di medicina legale di Bologna n.16744 che contiene una esposizione sintetica dei risultati della ricognizione cadaverica realizzata sul corpo di Mauro Di Vittorio, svolta dal prof. Puccini, senza firma autografa. L’anomalia consiste nella data e nell’ora indicata sulla scheda, ovvero le ore 11.00 del 2 agosto 1980 e nella presenza dei dati anagrafici e di residenza di Di Vittorio che a quell’ora non era ancora stato identificato. Non è dato sapere (anche se ci appare improbabile) se appena mezzora dopo l’esplosione il corpo di Mauro Di Vittorio fosse già stato estratto dalla macerie e condotto all’obitorio, quello che sappiamo è che il verbale di ricognizione cadaverica realizzato dal professor Puccini, presente nel fascicolo giudiziario (con firma in calce di Clemente Puccini e di Antonio Iesurum), venne svolto il 6 agosto su un corpo ancora senza nome e che l’identificazione ufficiale avvenne alle 12.15 del 12 agosto, in presenza della sorella Anna e della madre di Mauro Di Vittorio, signora Maria davanti all’ufficiale di polizia giudiziaria Rolando Aragona. Il che vuol dire che il 2 agosto alle ore 11.00 non era possibile trascrivere alcun dato anagrafico del cadavere numero 33. Il documento pubblicato è probabilmente una scheda interna dell’Istituto di medicina legale, redatta successivamente all’identificazione del cadavere, quindi non prima del 12 agosto, ma antidatata al 2. Anche il testo della ricognizione è difforme dalla perizia ufficiale, non è presente la descrizione del vestiario e vi sono delle modificazioni rispetto al testo originale. La cosa è strana poiché sarebbe stato sufficiente allegare la fotocopia della necroscopia ufficiale. E’ singolare che Raisi, assertore da sempre della tesi che Di Vittorio viaggiasse in incognito, poi, pubblichi un documento che smentisce le sue parole. E’ anche strano che non abbia utilizzato i documenti presenti nel fascicolo giudiziario, anzi affermi che copia di questi fossero assenti dall’istituto di medicina legale, per poi essere smentito dal pm Cieri che nella richiesta di archiviazione scrive il contrario, ed abbia invece fatto uso di atti interni dell’Istituto stesso, non accessibili al pubblico, e che non si comprende come siano finiti nelle sue mani.

Falso 1

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Accuse contro Mauro Di Vittorio, Paradisi e Pelizzaro fingono di prendere le distanze da Enzo Raisi

Nei giorni scorsi ho ricevuto una lettera di Gabriele Paradisi, che i lettori di questo blog conosceranno poco. Blogger, animatore del sito Segreti di Stato è, insieme a Gian Paolo Pelizzaro, già consulente della commissione Mitrokhin, e François de Quengo de Tonquédec (a cui andrebbe aggiunto anche Lorenzo Matassa), uno dei sostenitori della pista palestinese nella strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980.
Paradisi, a nome anche dei suoi sodali, Pellizzaro e de Quengo de Tonquédec, è intervenuto a commento della quarta puntata della inchiesta sulla vera storia di Mauro di Vittorio (qui), una delle 85 vittime dell’attentato, ingiustamente accusato in questi ultimi mesi dal parlamentare finiano Enzo Raisi di avere delle responsabilità nella esplosione avvenuta all’interno della sala d’aspetto della stazione.
Con la sua lettera Paradisi afferma di voler prendere le distanze da Raisi, un fatto nuovo e importante, seppur tardivo, e che tuttavia conserva ancora notevoli ambiguità

Gentile Gabriele Paradisi,
Come Lei stesso ammette, definendola una «citazione quasi automatica», la sua intervista allo scrittore Loriano Macchiavelli, autore nel 1990 del romanzo Strage, non poteva essere sottaciuta all’interno della mia inchiesta che ripristinava la verità sulla storia di Mauro Di Vittorio dopo le accuse infondate di Enzo Raisi.
Ora Lei si giustifica attribuendo al contenuto di quelle sue domande una «assoluta e unica valenza giornalistica[…] non avendo nessun altro secondo fine», che tradotto per i profani dovrebbe voler dire più o meno una cosa del genere: “le mie domande erano neutre, non aderivo a quel che dicevo. In sostanza parlavo a mia insaputa”.
Ne prendiamo atto. Ognuno ha diritto a togliersi d’impaccio dalle difficoltà come meglio crede. Tuttavia nessuno all’epoca – almeno suppongo – l’ha obbligata a porre quei quesiti. Poteva sceglierne altri, ma ha preferito quelli. In particolare nella terza domanda affermava:
«Nella scorsa primavera – in un’intervista al Resto del Carlino dell’8 aprile 2012 – l’onorevole Enzo Raisi ha parlato proprio di un ragazzo dell’Autonomia romana morto nell’esplosione. Lei in qualche modo aveva anticipato la notizia di oltre vent’anni. Intuito di un grande romanziere o qualcosa di più?».
Anticipato la notizia? Di quale notizia si sta parlando? Che Raisi sia in grado di articolare delle frasi non sembra proprio una notizia, semmai è quando sta zitto che si nota l’evento (non so Lei da quale scuola di giornalismo provenga). Ora, se la notizia a cui si riferisce non poteva che essere quella del «ragazzo dell’Autonomia romana morto nell’esplosione», di cui Raisi sul blog di Ugo Maria Tassinari farà il nome qualche giorno più tardi, mi dispiace per Lei, ma non si percepisce più alcuna distanza neutra nella domanda posta. Al contrario Lei mostra di aderire incondizionatamente alle parole di Raisi, inverando un clamoroso falso da cui ora vorrebbe prendere – in ritardo – le distanze.
Ci mancherebbe! Fa bene a farlo, meglio tardi che mai. Però non ci racconti frottole. La quarta e la quinta domanda che Lei rivolge, sempre in quella intervista, a Loriano Macchiavelli sono ancora più compromettenti. Lei va addirittura oltre la versione di Raisi, che attribuisce a dei «giovani dei collettivi di sinistra» il presunto riconoscimento furtivo del corpo di Mauro Di Vittorio nell’obitorio di Bologna, sulla base delle dichiarazioni di un morto e di non meglio precisati medici, per sostenere con una fantasia che va ben al di là di quella del giallista (quinta domanda che è una specie di riassunto del libro), che «Il personaggio di Claudia Patruni ricorda per certi versi una donna reale che attualmente è iscritta nel registro degli indagati dai pm bolognesi. Mi riferisco alla tedesca Christa-Margot Fröhlich».
Conclusione: la sua è stata una legittima intervista a tesi, di quelle schierate. Genere che ha un’illustre tradizione alle spalle, mica è una colpa è solo una scelta!
Perché negarlo allora? Solo perché la sequenza scenografica messa su da Raisi si è rivelata una clamorosa patacca? Un falso strepitoso?
Il problema, signor Paradisi, non è l’intervista ma la tesi, o meglio il teorema che ha ispirato le sue domande e che va sempre verificato.
E cosa abbiamo verificato? Quello che in fondo già si sapeva e vi era stato detto fin dall’aprile scorso: Di Vittorio non era un Autonomo, Mauro Di Vittorio non ha ucciso nessuno ma è stato ucciso e dopo 32 anni diffamato. Che la scena del riconoscimento furtivo del suo corpo è una “invenzione mnemonica” o se volete una “creazione ideologica”, a voler essere gentili, e che per evidente consecutio Christa-Margot Fröhlich non è mai entrata nell’obitorio di Bologna, ulteriore smentita, se ancora serviva, di altre smentite pervenute da tempo.

Tutto ciò premesso, signor Paradisi, è senza dubbio apprezzabile la sua, e attraverso Lei, dei suoi amici Gian Paolo Pelizzaro e François de Quengo de Tonquédec, presa di distanze dalle accuse mosse da Raisi contro Mauro Di Vittorio.
La cosa non ci sfugge affatto e sarebbe stato un fatto di notevole importanza se avesse assunto una forma ben più visibile e soprattutto non fosse stata inviata all’indirizzo sbagliato. Non è al sottoscritto, infatti, che dovete rivolgervi ma ai familiari di Di Vittorio e all’opinione pubblica, questa volta però spiegando nel merito perché Raisi non dice il vero. Non basta fare come è già accaduto il 28 aprile scorso, quando con una formula pilatesca avete scritto (sempre su FascinAzione): «non intendiamo occuparci della questione sollevata da Raisi, in quanto non abbiamo nessun elemento a riguardo e teniamo a precisare che detta questione non è mai stata citata nel nostro libro».
E invece dovevate, se è vero – come lasciate intendere – che l’operazione lanciata da Raisi contro Mauro Di Vittorio ha danneggiato la vostra ipotesi originaria sulla pista “teutonico-palestinese”, a cui avete aggiunto strada facendo anche le Brigate rosse (sic!).
Perché in tutti questi mesi non avete mai spiegato pubblicamente e in modo argomentato che Raisi stava sbagliando se non addirittura inventando?
Sul sito “Segreti di Stato” non c’è nulla, solo alcune agenzie. Come mai all’improvviso il materiale documentale in vostro possesso, da cui ogni tanto tirate fuori notizie ribollite, come fa l’illusionista col coniglio estratto dal cappello, si è fatto muto? Per dirla in modo semplice: ci sembra troppo poco e troppo tardi per darvi credito, anche perché ancora pochi giorni fa Enzo Raisi depositava in parlamento una interpellanza estrapolata da un vostro recente articolo. Circostanza che dimostra la persistenza di un legame ombelicale per nulla reciso e l’esistenza di singolari “connivenze parallele”, al di là di possibili divergenze che lo stesso Raisi ha esplicitato nel corso della sua conferenza stampa di fine luglio e che mi sono limitato a riferire in modo sintetico. Ancora una volta, dunque, non è a me che dovete rivolgere reclamo, ma a Raisi stesso per quel che ha detto sui limiti del vostro teorema.
Quanto all’apertura, nel 2005, presso la procura di Bologna, di un nuovo fascicolo d’indagine sulla strage alla stazione e l’iscrizione nel registro degli indagati, nel 2007, di due ex militanti dell’estrema sinistra tedesca, se l’aritmetica non mi tradisce, mi pare che da allora siano trascorsi nel primo caso 7 anni e nel secondo 5, senza sviluppi. In casi del genere si dice che “l’inchiesta langue”. Non c’è molto da rallegrarsene, anche perché l’iscrizione nel registro degli indagati, recita la norma, è un atto dovuto a garanzia della persona sottoposta ad indagini poiché la rende edotta del fatto che si sta indagando nei suoi confronti e dunque le permette di tutelarsi legalmente e soprattutto difendersi. Non è una incriminazione o l’anticipazione della condanna, come Lei e i suoi amici un po’ affrettatamente lasciate intendere in giro. Le inchieste, non dovrei nemmeno ricordarlo, si conducono anche per verificare l’infondatezza delle ipotesi accusatorie o per dare soddisfazione a pressioni politiche in determinate congiunture.
In questa storia, non dimentichiamolo, i condannati da sentenze definitive sono altri.
E lasciamo stare che fin da quando ho cominciato a frequentare i passeggi delle carceri, nel lontano 1987, ero con quelli che hanno nutrito sempre grosse perplessità sull’inchiesta della procura bolognese di cui anni dopo ho sperimentato personalmente anche i metodi.
L’ho già scritto e lo ripeto, sostituire quelli che voi ritenete dei capri espiatori con altri capri espiatori, non è un buon metodo. Sarebbe tempo che cominciaste ad accorgervene!

Cordialmente,
Paolo Persichetti

La lettera di Gabriele Paradisi

Caro Persichetti
Le scrivo in quanto sono stato citato nell’articolo “Avvocato Cutonilli, Mauro Di Vittorio non deve dimostrare la sua innocenza, è Raisi che deve giustificare le sue accuse!”, da lei pubblicato su Insorgenze il 25 ottobre 2012, ultimo di una serie di articoli nell’ambito di un’inchiesta da lei condotta, relativa alle polemiche scaturite da dichiarazioni dell’onorevole Enzo Raisi riguardanti Mauro Di Vittorio, morto nella strage alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980.
Se nel mio caso la citazione era quasi automatica, avendo lei ricordato un passaggio di una mia intervista allo scrittore Loriano Macchiavelli, autore nel 1990 del romanzo Strage, per nulla scontata e a mio avviso inopinata, è stata la chiamata in causa degli amici Gian Paolo Pelizzaro e François de Quengo de Tonquédec coautori con me del libro Dossier Strage di Bologna La pista segreta.
Per quanto riguarda la mia intervista a Macchiavelli, vorrei evidenziarne l’assoluta e unica valenza giornalistica. Poiché in quei giorni stavano montando le polemiche sopra citate e poiché lo scenario descritto nel libro trovava alcune singolari analogie con gli argomenti al centro della discussione, mi interessava raccogliere le considerazioni dell’autore ed è semplicemente quello che ho fatto, non avendo nessun altro secondo fine.
Detto ciò vengo al punto che maggiormente mi preme. Come Ugo Maria Tassinari può confermare e come egli stesso ha già segnalato nel suo blog FascInAzione, la posizione di Gian Paolo Pelizzaro, di François de Quengo de Tonquédec e anche la mia in merito alla vicenda Mauro Di Vittorio è da tempo molto chiara e precisa.
Il lavoro di ricerca svolto da Pelizzaro, dapprima in Commissione Stragi e poi in Commissione Mitrokhin, sulla cosiddetta pista palestinese, come lei dovrebbe ben sapere, ha portato all’apertura nel 2005 presso la Procura di Bologna di un nuovo fascicolo d’indagine sulla strage alla stazione. Quel lavoro si distingue per il metodo rigoroso, scientifico, e proprio perché basato su documenti e riscontri oggettivi, non su chiacchiere, ipotesi e tantomeno illazioni, ha fatto sì che dopo 7 anni la Procura stia ancora lavorando con serietà e discrezione e abbia iscritto nel registro degli indagati, nell’estate 2011, due tedeschi appartenenti alle Rz e al gruppo Carlos.
Il modesto contributo a quel lavoro di ricerca, fornito dal sottoscritto e dall’amico François in questi ultimi anni, ha solo permesso di collocare nuove tessere nel già solido mosaico impostato da Pelizzaro, elementi che sono stati recuperati, vagliati e riscontrati col medesimo approccio metodologico di cui s’è detto.
Per questa ragione, ovvero per la mancanza assoluta di qualsiasi riscontro documentale inconfutabile, la vicenda di Mauro Di Vittorio, fin dal primo giorno, ci ha visto scettici e distaccati dalle posizioni di Raisi, tanto da vederci costretti a prenderne ufficialmente le distanze proprio su FascinAzione.
Ragion per cui è del tutto falso affermare che «la variante di Raisi è venuta in soccorso dell’originario teorema della pista palestinese di Pelizzaro, Paradisi, Tonquedéc». L’impianto di Pelizzaro non necessita di questo tipo di aiuti che anzi possono, apparentemente, arrecare danno, come questa e altre pretestuose querelle testimoniano. È altrettanto falso ciò che poi lei aggiunge e cioè che «tale pista è da tempo in crisi per non essere riuscita ad indicare con un sufficiente margine di certezza i possibili autori e formulare un movente credibile». Lei sa benissimo che è vero il contrario. Che di elementi solidi sui quali né lei né altri hanno ancora avuto il coraggio di confrontarsi, ne esistono, eccome.
Detto ciò e prima di concludere ribadisco che la posizione di Raisi, legittima come altre e di cui egli si assumerà tutte le responsabilità del caso, resta una posizione del tutto autonoma e sua. Che i ragionamenti, altrettanto legittimi, dell’avvocato Valerio Cutonilli e di altri che sono intervenuti, restano da ascrivere a loro e non possono essere associati impropriamente ad altri. Noi, e mi permetto di parlare anche a nome di Pelizzaro e Tonquédec, quello che pensiamo l’abbiamo scritto nei nostri libri e nei nostri articoli ed è il frutto di un metodo di lavoro che, seppur faticoso e impegnativo, non intendiamo assolutamente abbandonare.

Tanto le dovevo. Cordiali saluti
Gabriele Paradisi

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0.Strage di Bologna, il diario di viaggio di Mauro Di Vittorio
1. Puntata, L’ultimo depistaggio, la vera storia di Mauro Di Vittorio. Crolla il castello di menzogne messo in piedi da Enzo Raisi
2. Puntata, Vi diciamo noi chi era Mauro Di Vittorio, le parole dei compagni e degli amici su Lotta continua dell’agosto 1980
3. Puntata, Strage di Bologna, Mauro Di Vittorio viveva a Londra tra ganja, reggae, punk, indiani d’India e indiani metropolitani
4. Puntata, Cutolilli, Di Vittorio non deve dimostrare la sua innocenza è Raisi che deve giustificare le sue accuse

Stazione di Bologna 2 agosto 1980, una strage di depistaggi
Strage di Bologna, la storia di Mauro Di Vittorio che Enzo Raisi e Giusva Fioravanti vorrebbero trasformare in carnefice
Strage di Bologna, in arrivo un nuovo depistaggio. Enzo Raisi, Fli, tira in ballo una delle vittime nel disperato tentativo di puntellare la sgangherata pista palestinese
Daniele Pifano sbugiarda il deputato Fli Enzo Raisi: Mauro Di Vittorio non ha mai fatto parte del Collettivo del Policlinico o dei Comitati autonomi operai di via dei Volsci

Avvocato Cutonilli, Mauro Di Vittorio non deve dimostrare la sua innocenza, è Raisi che deve giustificare le sue accuse!

Presegue con questa quarta puntata la nostra inchiesta sulla infondatezza delle accuse mosse contro Mauro Di Vittorio, vittima della strage di Bologna accusato dal deputato di Fli Enzo Raisi, a 32 anni di distanza dal massacro, di essere uno degli artefici dell’esplosione della bomba. Un intervento dell’avvocato Valerio Cutonilli, apparso su FascinAzione, ci permette di fare chiarezza su ulteriori aspetti degli ultimi giorni di vita di Mauro, ma soprattutto di ristabilire una questione fondamentale: non è Di Vittorio che deve dimostrare la suo innocenza ma chi lo accusa che deve giustificare i suoi sospetti

di Paolo Persichetti

L’avvocato Cutonilli con un intervento inviato a FascinAzione, il sito gestito da Ugo Maria Tassinari divenuto uno dei più interessanti osservatori sulla destra italiana, ha rotto la consegna del silenzio che regnava da giorni dopo la pubblicazione sul manifesto del 18 ottobre della nostra inchiesta sulla vera storia di Mauro Di Vittorio, uno degli 85 morti della strage di Bologna del 2 agosto 1980 ingiustamente accusato dall’ex carabiniere missino Enzo Raisi, oggi deputato finiano, di essere uno degli artefici del massacro.
Va detto subito che Cutonilli, che ha scritto alcuni anni fa un libro sulla strage di Bologna, edito dalle edizioni Trecento, ed è stato anche l’autore insieme a Luca Valentinotti, pure lui avvocato, di un altro volume, Acca Larentia. Quello che non è stato mai detto, uscito nel 2010 sempre per le edizioni Trecento, in cui mostrava di non aver ben capito la dinamica magmatica di alcune aree dello spontaneismo armato romano, ha usato stavolta toni molto diversi dalle maniere tanto arroganti quanto imprudenti alle quali ci aveva abituato il parlamentare di Fli, colpito all’improvviso da afasia acuta.


Il metodo Raisi-Cutolilli: l’inversione dell’onere della prova

Tuttavia lo stile più dimesso, il ricorso ad alcune precauzioni semantiche e una più diplomatica attenzione alla memoria di Mauro Di Vittorio non hanno modificato la sostanza di un discorso che, pur integrando alcuni elementi obiettivi ristabiliti dalla nostra inchiesta, resta pressoché immutato nel suo originario impianto colpevolista.
Importa poco che Cutonilli si definisca personalmente – mi sia concesso l’uso metaforico del termine – “agnostico” rispetto alla posizione di Mauro Di Vittorio. La richiesta di accertamenti concreti da lui sollevata, e che affronteremo nel dettaglio in seguito (non saremo certo noi a temere una verifica concreta visto che è proprio grazie a questo metodo che siamo giunti ai risultati descritti nell’inchiesta), fa emergere una singolare concezione che porta a capovolgere l’onere della prova e fa di Mauro Di Vittorio il sospettato permanente, colui che deve dimostrare al mondo di non essere colpevole 32 anni dopo essere stato ucciso.
E no! Caro Cutonilli, non è Mauro Di Vittorio a dover confermare la propria innocenza, ma chi dubita di lui a dover provare il suo eventuale coinvolgimento, diretto o indiretto (stando alle elucubrazioni di Raisi), nella realizzazione della strage.
Questo non è avvenuto! Raisi ha lanciato accuse pesantissime senza mai avere nelle mani uno straccio di indizio, niente di niente, soltanto una verità ideologica e molta presunzione, pregiudizio, sprezzo e faziosità.
Troppo facile, ora che sono emersi i documenti negati e testimonianze multiple, invocare delle verifiche supplementari. I riscontri andavano cercati prima di spararle così grosse. Cutolilli tanto rigore lo doveva esigere in precedenza, ma da Raisi. La lezioncina sul metodo non va certo rivolta a chi ha messo l’incauto responsabile della comunicazione di Fli con le spalle al muro di fronte all’evidenza delle sue sciocchezze, per non utilizzare altri termini molto più appropriati.


Le patacche dell’onorevole

Esemplare di quaderno Pigna nero con bordi rossi di moda negli anni 80, un po’ come i moleskine attuali

1) Secondo Raisi la scheda biografica di Mauro Di Vittorio presente sul sito dell’associazione familiari conteneva «informazioni non veritiere». I virgolettati presenti al suo interno erano «un’azione di depistaggio per coprire qualcosa». Che cosa? il tentativo di fornire un alibi, post mortem, a Di Vittorio. Quindi il diario non sarebbe mai esistito perché – a suo dire – non ve n’è traccia nel fascicolo giudiziario. Che dunque quei virgolettati non provenivano dall’articolo di Fabio Negro del Resto del carlino, che a sua volta li aveva estrapolati dal testo integrale pubblicato su Lotta continua del 21 agosto precedente, ma da una qualche mano che in questo modo voleva sviare dalla verità, lasciando intendere l’esistenza di un complotto che per coprire la responsabilità dei “rossi” (autonomi romani, palestinesi dell’Fplp e Carlos più Rz tedesche e compagnia bella) avrebbe favorito l’indirizzo delle indagini verso la pista nera.

Abbiamo visto che le cose non stanno affatto così! Il diario di Di Vittorio esiste, si tratta di tre paginette scritte in un quaderno Pigna dalla copertina nera, riportate integralmente su Lotta continua del 21 agosto 1980, e consegnato dalla Polfer alla sorella di Mauro, Anna, il 12 agosto 1980, il giorno successivo al primo riconoscimento del corpo, quando giunse anche la madre di Mauro, insieme alla borsa Tolfa dove era riposto con la carta d’identità. Il tutto, come prevedono le procedure legali, accompagnato da un verbale di consegna.
Non si tratta affatto di rivelazioni, queste circostanze sono state riportate in gran parte da Anna Di Vittorio nella sua testimonianza presente nel libro di Giovanni Fasanella e Antonella Grippo, I silenzi degli innocenti (Bur, 2006). Di seguito le pagine 199-202: il racconto, prodotto 26 anni dopo la tragedia, presenta alcune imprecisioni mnemoniche di dettaglio, come il biglietto della metropolitana che non era di Londra ma di Parigi. Affronteremo meglio la questione più avanti. Mentre il pasaggio sulla «misteriosa telefonata» – pagina 201 – è stato sempre smentito da Anna. Smentita ribadita anche durante la nostra inchiesta e che trova conferma nelle circostanze riportate in tempo reale dall’articolo di Luciana Sica di Paese sera del 13agosto 1980.
Nel libro di Fasanella, Anna impiega un altro aggettivo, «strana». La sua frase è: «Il 6 agosto, ricevemmo a casa una strana telefonata e iniziammo a insospettirci.», e dopo il punto aggiunge, «Dalla stazione di Bologna ci avvertirono che era stata ritrovata la carta d’identità di Mauro». Il punto inopinatamente introdotto tra le due frasi interrompe la consecutio, lasciando intendere che potrebbe trattarsi di due momenti diversi e che non si stesse parlando dello stesso episodio. Fasanella è un noto dietrologo e non è improbabile che abbia voluto introdurre forzatamente un alone di mistero su una vicenda che al contrario è chiarissima: la telefonata, che non è affatto anonima come si potrebbe intendere dal modo in cui viene descritta e come sostiene anche Raisi, giunge dagli uffici di polizia che stanno conducendo le prime indagini probabimente dalla questura stessa, che per un eccesso di delicatezza evita di accennare al ritrovamento del documento d’identità tra le macerie della stazione. L’episodio, unito ad altre circostanze, condusse i familiari di Mauro alla rottura delle relazioni con il giornalista.
Nel corso della conferenza stampa, ripressa dal Resto del Carlino del 29 luglio 2012, Raisi riuscirà a dire che Anna Di Vittorio sul libro di Fasanella-Grippo avrebbe detto: «la famiglia ha ricevuto una telefonata anonima da Bologna».

Ora Cutonilli chiede la perizia calligrafica del testo manoscritto presente sul diario. Magari vorrà anche la perizia merceologica per vedere se il quaderno risale al 1980! Constatiamo che si sta chiedendo ancora una volta a Mauro Di Vittorio di dimostrare di essere Mauro Di Vittorio. Ma quelle pagine erano in possesso dell’autorità di polizia, sono state loro ad averle consegnate su ordine della magistratura dopo aver vagliato la loro inutilità ai fini dell’inchiesta. Dobbiamo periziare anche i verbali di consegna?
Stabiliranno i legittimi proprietari del quaderno modi e tempi di una tale verifica che spetta alla sola autorità competente, la magistratura, di cui si regista un singolare silenzio!

2) Sempre Raisi ha detto che nemmeno la carta d’identità sarebbe stata ritrovata tra le macerie ma che a portarla a Bologna sarebbe stata addirittura la madre di Di Vittorio che si sarebbe presentata all’obitorio «con una carta di identità intonsa in mano» (Resto del carlino, 29 luglio 2012).

Come abbiamo già visto, è falso! Perché Raisi dichiara una cosa del genere? Perché ha disperato bisogno che tra le vittime della strage ci sia un clandestino, qualcuno che si aggirava per la stazione senza i suoi documenti addosso e con una valigia piena di esplosivo, altrimenti crollerebbe l’intera impalcatura della sua variante. Sì, perché quella di Raisi è una variante venuta in soccorso dell’originario teorema della pista palestinese, sostenuto da Gian Paolo Pelizzaro, Gabriele Paradisi, François de Quengo de Tonquédec e Lorenzo Matassa, da tempo in crisi per non essere riuscita ad indicare con un sufficiente margine di certezza i possibili autori e formulare un movente credibile. Lo stesso Raisi ha evidenziato durante la conferenza stampa di fine luglio l’insostenibilità della rappresaglia palestinese contro Bologna, gemellata con una città della Palestina. Da qui il bisogno di trovare dei complici italiani optando per l’ipotesi dell’incidente di trasporto e in subordine del sabotaggio.

3) Secondo Raisi anche la telefonata della questura sarebbe un falso. Per farlo cita un passaggio della testimonianza di Anna Di Vittorio nel libro di Fasanella. A chiamare, lascia intendere, sarebbero stati i complici di Mauro, quegli stessi «giovani dei collettivi di sinistra» che avrebbero fatto il riconoscimento in obitorio fuggendo pirma di essere identificati, oppure la fantomatica ragazza accompagnata da un mediorientale (sicuramente piccola e biondina, magari di nome Christa, come suggerisce Gabriele Paradisi nell’intervista a Loriano Machiavelli, associando del tutto abusivamente il nome della Fröhlich a quello della protagonista del romanzo). Una descrizione proveniente, scrive Cutonilli, da «colloqui diretti» che Raisi avrebbe tenuto «con il personale medico di Bologna», dell’obitorio si suppone.

Singolari testimoni che ritrovano la memoria a 32 anni di distanza. Una memoria in sintonia coi tempi, dalle caratteristiche tipicamente neocon, del genere clash of the civilisations, roba da islamofobia post-11 settembre.
La vicenda della telefonata giunta a casa Di Vittorio ci dice, in realtà, che Raisi conosce perfettamente la testimonianza di Anna Di Vittorio resa nel 2006. Dunque la storia della Tolfa con il diario e la carta d’identità consegnata dalla Polizia ferroviaria. Nonostante ciò, egli la ignora completamente e senza mai confutarla, senza mai chiedere spiegazioni ad Anna, anzi lasciando supporre che non dica il vero, lancia le sue accuse gratuite contro il fratello Mauro.
E’ un po’ tardivo, come fa Cutonilli alla fine del suo testo, pretendere di salvarsi in corner chiedendo lumi all’autorità giudiziaria. Forse il vero problema in tutta questa vicenda è rappresentato dal signor Enzo Raisi. E’ lui che dovrebbe dare prova della sua onestà intellettuale e delle sue capacità di esercitare correttamente la funzione pubblica che svolge. Non certo Mauro Di Vittorio, che non può più difendersi, o i suoi familiari!


Il viaggio di ritorno e il biglietto del metrò parigino

Mauro Di Vittorio tra gli effetti personali aveva un biglietto del metro parigino, stazione di Barbès-Rochechouart. Così dicono alcune agenzie dell’epoca riprese dai quotidiani. Questa circostanza è bastata a Raisi per sostenere che Di Vittorio in realtà non è mai andato a Londra ma avrebbe fatto tappa a Parigi per incontrarsi con Carlos e prendere in consegna la valigia carica di esplosivo poi deflagrata nella stazione di Bologna. Il diario non dice nulla del viaggio di ritorno, il cui tragitto si può ipotizzare a partire da due circostanze: il biglietto della metropolitana sopracitato; la multa elevata sul treno a Di Vittorio perché trovato senza biglietto e pervenuta ai familiari dopo i funerali.
Respinto alla frontiera di Dover, Di Vittorio con pochi spiccioli in tasca (tra gli effetti personali vengono trovate solo 300 lire. Anna racconta che aveva lasciato gran parte dei suoi soldi a Peppe per aiutarlo a pagare la multa che aveva portato al sequestro della macchina alla frontiera tedesca), torna indietro e giunge a Parigi via gare du Nord. Parigi non ha una stazione centrale ma un sistema ferroviario a stella con stazioni che fanno capo alle diverse linee ferroviarie che si dirigono verso i quattro punti cardinali del Paese. La linea che congiunge Parigi a Londra, nel 1980 come oggi, è la gare du Nord. Non lontano dal quartiere di Barbès, dove è situata la stazione della metropolitana indicata nel biglietto ritrovatogli addosso. Stazione del metrò che si può raggiungere anche compiendo una semplice passeggiata a piedi. Da Barbès, Di Vittorio aveva due possibilità: salire le scale che portano alla linea 2 che traversa in sopraelevata i quartieri nord del capitale francese, da lì salire sui vagoni in direzione Nation, verso est, per incrociare la storica linea 1, aperta all’inizio del 1900, che l’avrebbe condotto alla vicina gare de Lyon, da dove all’epoca partivano tutti i treni per l’Italia. Oppure scendere e prendere la linea 4 sotterranea per incrociare la linea 1 nel labirinto di gallerie di Châtelet-Les Halles.
La presenza di quel biglietto è dunque assolutamente compatibile con il viaggio di ritorno, un viaggio condotto in modo rocambolesco perché senza biglietto. C’è dunque da supporre che Mauro sia dovuto scendere più volte dai treni, obbligato a percorsi contorti che l’hanno portato verso Bologna, probabilmente passando per Milano.

4/Continua

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