Stazione di Bologna, 2 agosto 1980, la bomba con cui la destra vorrebbe rovesciare la storia dello stragismo

bologna-3-1024x669A pochi giorni dal trentaseiesimo anniversario della strage si torna a parlare della bomba, oltre venti chili di gelatinato e compound B, una micidiale miscela nascosta molto probabilmente in una valigia, che esplose alle 10.25 del 2 agosto 1980 nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna. Saltarono in aria circa 300 persone, 85 di queste morirono. Dopo una inchiesta molto discussa e un tormentato percorso processuale furono condannati come realizzatori materiali dell’orrenda carneficina, tre neofascisti appartenenti ai Nar: Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, minorenne al momento dei fatti (tutti già condannati per altre uccisioni). L’operato della procura bolognese fu caratterizzato da errori, l’uso di teoremi, il ricorso indiscriminato a ricostruzioni e piste aperte da pentiti, dovette anche confrontarsi con l’azione di depistaggio dei Servizi. Per l’inquinamento delle indagini vennero sanzionati Licio Gelli, Francesco Pazienza e due dirigenti del Sismi, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte.
Per ammissione stessa dei magistrati che hanno redatto la sentenza finale di condanna, le conclusioni processuali non sono riuscite a definire in modo soddisfacente quello che fu il movente della strage ed individuarne i mandanti. Una indeterminatezza che ha lasciato aperte ipotesi e discussioni su piste alternative, scenari diversi che si sono sostituiti col passar dei decenni e delle maggioranze politiche. Negli anni 90 si è discussa l’ipotesi che la bomba alla stazione fosse stato un diversivo per distogliere l’attenzione dalla strage di Ustica: l’abbattimento, la sera del 27 giugno dello stesso anno, dell’aereo di linea Itavia che trasportava 81 persone sulla linea Bologna-Palermo. Disastro causato da una vera e propria azione di guerra aerea che vide jet militari Nato attaccare alcuni Mig libici che utilizzavano (autorizzati segretamente dalle autorità italiane) il “cono d’ombra” dell’aereo civile come schermo per traversare indisturbati i cieli del Tirreno di pertinenza Nato.
A partire dal 2000, su iniziativa della destra, si è imposta all’attenzione la cosiddetta “pista palestinese” che aggiornava la “pista mediorientale”, ipotizzata negli anni 80 da alcuni ambienti politici democristiani (Zamberletti), convinti della responsabilità del colonnello Gheddafi, di cui si sospettava la reazione per un accordo di protezione che l’Italia aveva concluso con Malta. La pista palestinese, a causa della sua strutturale fragilità (un movente inconsistente e indizzi striminziti rispetto a quelli della pista neofascista), ha sempre avuto dei contorni incerti e varianti successive (dalla rappresaglia all’esplosione accidentale durante un trasporto di esplosivo) elaborati di volta in volta per colmare palesi incongruenze e gigantesche illogicità, per non citare l’assenza di riscontri.
A detta dei suoi sostenitori, oltre a membri della resistenza palestinese, vedeva coinvolti militanti della sinistra rivoluzionaria tedesca, almeno una delle vittime della strage, ed avrebbe persino lambito gli ambienti della lotta armata italiana.
Nelle intenzioni dei suoi fautori, infatti, essa costituiva un vero e proprio capovolgimento di paradigma storico, una sorta di risarcimento simbolico che in qualche modo doveva riequilibrare e riabilitare in forma vittimistica l’immagine della destra italiana macchiata dall’infamia indelebile per il ruolo avuto nella lunga stagione delle stragi, da piazza Fontana all’Italicus.

Nonostante l’importante campagna politico-mediatica dispiegata attorno a questa pista nell’ultimo decennio, il flusso incontrollato di documenti provenienti dagli ex archivi dell’Est, a volte inattendibili, in altre circostanze male utilizzati, i lavori molto discutibili della commissione Mitrokhin, l’azione di quella che può definirsi l’attività di una “agenzia di disinformazione e depistaggio” non ha prodotto risultati efficaci sul piano giudiziario: «Inserita all’interno di una cornice terroristica internazionale e suggestivamente intrecciata ad un groviglio di fatti storicamente accertati o meramente ipotizzati – concludeva il pm Ceri nella sua richiesta di archiviazione dell’inchiesta bis sulla strage, accolta dal Gip Giangiacomo – la pista palestinese ha rivelato una sostanziale inidoneità a fornire una complessiva spiegazione delle vicende della strage di Bologna».
Più fruttuosi sono stati invece i risultati sul piano del senso comune, dove il battage vittimistico del neofascismo e il paradigma rovescista messo in piedi dalla destra, che attribuiva per la prima volta le responsabilità di una strage, la più grande mai vista in Italia, ai “rossi”, grazie anche alla congiuntura favorevole del ventennio berlusconiano, ha riscontrato maggiore successo facendo breccia goebelsianemente in quella che possiamo definire la “percezione storica” del Paese.
Nella prossima puntata torneremo su alcune questioni recentemente sollevate dai sostenitori della pista palestinese, soprattutto – poiché questo è il vero tema – esamineremo la tecnica distorsiva e manipolatoria da loro utilizzata per dare vita ad una narrazione vittimistica e falsificatoria sulla strage.

1/continua

Precedenti puntate sull’argomento

0. Strage di Bologna, il diario di viaggio di Mauro Di Vittorio
1. Puntata, L’ultimo depistaggio, la vera storia di Mauro Di Vittorio. Crolla il castello di menzogne messo in piedi da Enzo Raisi
2. Puntata, Vi diciamo noi chi era Mauro Di Vittorio, le parole dei compagni e degli amici su Lotta continua dell’agosto 1980
3. Puntata, Strage di Bologna, Mauro Di Vittorio viveva a Londra tra ganja, reggae, punk, indiani d’India e indiani metropolitani
4. Puntata, Cutolilli, Di Vittorio non deve dimostrare la sua innocenza è Raisi che deve giustificare le sue accuse
5. Accuse contro Mauro Di Vittorio, Paradisi e Pellizzaro prendono le distanze da Enzo Raisi ma non convincono affatto
6. puntata, ecco i documenti di Mauro Di Vittorio di cui Raisi negava l’esistenza

Stazione di Bologna 2 agosto 1980, una strage di depistaggi
Strage di Bologna, la storia di Mauro Di Vittorio che Enzo Raisi e Giusva Fioravanti vorrebbero trasformare in carnefice
Strage di Bologna, in arrivo un nuovo depistaggio. Enzo Raisi, Fli, tira in ballo una delle vittime nel disperato tentativo di puntellare la sgangherata pista palestinese
Daniele Pifano sbugiarda il deputato Fli Enzo Raisi: Mauro Di Vittorio non ha mai fatto parte del Collettivo del Policlinico o dei Comitati autonomi operai di via dei Volsci

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Terremoto di L’Aquila, l’ambiguo rapporto tra scienza e politica. Il caso della condanna dei membri della commissione grandi rischi

L’intervista – Sentenza di L’Aquila contro i membri della Commissione grandi rischi. Parla Valerio Lucarini fisico, docente di meteorologia teorica presso l’università di Amburgo, esperto di prevenzione dei rischi geoambinetali

Paolo Persichetti
Gli Altri 2 novembre 2012

L’Aquila che resiste

Ha creato molto scalpore la sentenza del giudice monocratico del tribunale di L’Aquila, Marco Brilli, che lo scorso 22 ottobre ha condannato a 6 anni di carcere (due di più di quelli richiesti dalla pubblica accusa) e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici per omicidio colposo plurimo e lesioni colpose, il vice direttore della Protezione civile Bernardo De Bernardinis e i sei membri della Commissione grandi rischi, tra cui figurano nomi come Franco Barberi ed Enzo Boschi, massimi esperti mondiali nel campo della sismologia.
Molto dure le reazioni del mondo scientifico che hanno visto nella sentenza un ritorno dei processi alle streghe mentre il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, auspicando un ribaltamento del verdetto in appello ha chiamato in causa il precedente della condanna di Galileo.
In attesa delle motivazioni della sentenza, ad esser note per il momento sono solo le giustificazioni utilizzate dall’accusa per chiedere le condanne. Argomenti, a dire il vero, molto diversi dalle interpretazioni della sentenza apparse sui media. I pm Fabio Picuti e Roberta D’Avolio, dopo aver ricordato che la scienza attuale non dispone di conoscenze e strumenti per la previsione deterministica dei terremoti, hanno sostenuto che agli imputati non poteva essere addebitata «la mancata previsone della scossa distruttiva del 6 aprile 2009» o il fatto di «non aver lanciato allarmi di forti scosse imminenti», cosa che in realtà gli esperti avevano fatto, o «non aver ordinato l’evacuazione della città», ma per essersi prestati ad una operazione politica voluta dal capo della protezione civile. Bertolaso aveva chiesto di rassicurare la popolazione aquilana allarmata dal lungo sciame sismico e dalle denuncie di Giampaolo Giuliani, fondate sulla misurazione delle emissioni di gas radom dal terreno. Un metodo contestato dalla comunità scientifica.
Ha senso dunque parlare di una condanna contro la scienza? In realtà la sentenza sembra sollecitare un altro tipo di dibattito più complesso e meno manicheo, come il rapporto tra scienza e politica o ancora sul grado di indipendenza e autorevolezza dei pareri tecnici rispetto alle amministrazioni e più in generale alla società. Ne parliamo con Valerio Lucarini, fisico, docente di meteorologia teorica presso l’università di Amburgo, esperto di prevenzione dei rischi geoambinetali, uno dei nostri migliori cervelli “in fuga” dall’Italia.

Professore, suppongo che questa sentenza non susciti in lei nessuna nostalgia per l’Italia?
Decisamente no, per una lunga serie di ragioni. Certamente questa sentenza e tutta questa vicenda mettono in luce il difficilissimo rapporto che esiste in Italia fra scienza, politica, opinione pubblica, e rendono chiaro quanto sia difficile per un esperto operare con serenità ed esercitare la proprie competenze in situazioni in cui l’incertezza è intrinsecamente grande e seri sono i rischi per persone, beni pubblici e privati. Naturalmente non dobbiamo pensare solo al rischio sismico, ma, ad esempio, anche al rischio idro-meteo-climatico – il mio ambito di competenze – cui l’Italia è fortissimamente esposta.

L’inchiesta ha accertato che gli scienziati all’inizio hanno fatto correttamente il loro lavoro, avvertendo della possibilità di altre scosse, anche forti. Poi c’è stata quella conferenza stampa, «l’evento mediatico» di cui parla Bertolaso nella intercettazione. Come si spiega un fatto del genere? Gli esperti si sono lasciati strumentalizzare dalla politica?
Io direi che è emersa una situazione di fondamentale debolezza per la Commissione grandi rischi. Da un lato si sono trovati schiacciati dalle pressioni di Bertolaso, e dal suo peculiare modo d’interpretare il ruolo della Protezione civile come mano operativa della Presidenza del consiglio dei ministri, con tutte le implicazioni politiche e mediatiche del caso. Dall’altro, si sono trovati schiacciati da un’opinione pubblica presa dal panico prodotto dallo sciame sismico prolungato ma anche dall’allarme diffuso da personaggi privi di qualsiasi credibilità scientifica. Giuliani, che è un tecnico senza laurea dei laboratori del Gran Sasso, aveva preannunciato un terremoto anche a Sulmona che poi non c’è stato. Incredibilmente, la denuncia per procurato allarme che Bertolaso ha – giustamente – effettuato contro Giuliani è stata respinta dal giudice dopo il terremoto di L’Aquila. Perché il fatto non sussiste. Come se l’allarme di Giuliani fosse stato giustificato! Purtroppo la tendenza ad affidarsi a teorie del complotto, per cui la scienza ufficiale nasconde la “vera verità” per fini secondi o terzi è molto radicata. Quindi la Commissione era in realtà assai debole in termini di comunicazione.

Dunque non un errore di previsione ma di comunicazione provocato dal tentativo di diffondere un messaggio antipanico?
Italia c’è da sempre una cattiva comunicazione e un bassissimo livello di ricezione scientifica. Cosa che non avviene altrove. Negli Usa è diffusa in tutti gli strati sociali un’alta capacità di ricezione dell’informazione scientifica, per esempio in materia di rischio idrometeorologico. Tutti sono in grado di decodificare informazioni come “esiste l’X% di probabilita’ che in questa regione Y si possano avere delle precipitazioni piu’ intense di Z”. E nessuno si stupisce o si scandalizza se le precipitazioni in Y sono meno intense di Z o se alla fine in una regione K vicino a Y si osservano precipitazioni molto intense. Al contrario in Italia è successo in passato che i bagnini della Romagna e della Versilia abbiano chiesto di non pubblicare le previsioni del tempo nelle località balneari per non scoraggiare i turisti. Dimenticandosi di quelli che venendo al mare “sperando” nel bel tempo e trovandosi in mezzo a condizioni avverse, perderebbero soldi, tempo, o anche la vita.
Tuttavia la risposta nel caso di L’Aquila non è così facile: cosa vuol dire, infatti, “rassicurare”, soprattutto in quel contesto traversato da voci allarmistiche e su una materia come quella sismica? Bisognava dare un messaggio immediato e forte di fronte a situazioni di vero e proprio procurato allarme. Il panico non aiuta a diffondere informazioni importanti in situazione di grande incertezza. Esiste nell’opinione pubblica e nei media italiani la capacità di dare e recepire un’informazione del tipo: questo sciame sismico implica/non implica un aumento della possibilità di una scossa più forte entro questo segmento spaziale e temporale, con questa incertezza?

A quanto pare no, ma ciò giustifica la “narcotizzazione del rischio”?
Il rischio sismico è dato dalla combinazione tra quanto si scuote la terra e la capacità di resistenza di ciò che esiste sopra il suolo. Non basta che la terra tremi (pericolosità sismica), occorre conoscere la situazione socio-urbana dei territori. Faccio un esempio: il centro di Tokio è ad altissima pericolosità sismica ma a rischio assai basso grazie alle infrastrutture antisismiche, al livello di organizzazione sociale e alla preparazione dei singoli cittadini. Ma non limitiamoci al Giappone, come caso limite. Certi standard sono ormai comuni in moltissimi paesi, inclusi quelli molto più poveri dell’Italia. A Messina o in altre parti d’Italia, in presenza di una pericolosità sismica forte, il rischio è altissimo a causa del basso livello di prevenzione socio-urbana. La mappatura della pericolosità sismica italiana è stata accuratamente svolta anni fa dall’Ingv, ente allora guidato proprio da Boschi.

Professore, sta dicendo che la narcotizzazione del rischio è avvenuta molto prima?
Certo. Quanto è comodo prendersela con dei meravigliosi capri espiatori, come gli esperti, perché non hanno saputo impedire il terremoto, come se lo scienziato fosse uno stregone. E’ paradossale ma si guarda alla scienza in modo ancora superstizioso, come se possedesse proprietà divine. Così dal cono di luce della tragedia viene tolto chi ha costruito male, chi non ha controllato, tutti gli interessi locali e nazionali, gli imprenditori, gli amministratori e anche la società che si è adagiata su tutto questo. Una somma di responsabilità diluite nel tempo che hanno impedito la riduzione del rischio. Per le comunità locali chiudersi a riccio ed esportare verso l’esterno ogni colpa è la soluzione più comoda. In questo senso, il modo in cui i media esteri hanno riportato la sentenza, “L’Italia condanna sette esperti per non essere stati capaci di prevedere il terremoto”, è piu’ corretta di quanto le carte letteralmente dicano.

Le sue sono parole forti.
Non c’è altra soluzione. Mappare sempre più accuratamente la pericolosità sismica, minimizzare il rischio ottimizzando la gestione del territorio con rigorose misure antisismiche, preparando socialmente e culturalmente gli abitanti ad affrontare razionalmente il rischio facendo convivere sapere scientifico e vita quotidiana. Non esistono miracoli. Lo stesso discorso vale per il rischio idro-meteo-climatico, vogliamo ricordare Sarno e Messina?

Quindi lei assolve i tecnici?
Ma io non faccio il giudice. Dico che il rapporto tra esperti, politica e amministrazione dovrebbe essere diverso. Problemi molto seri non sono presenti solo in Italia. Penso a quanto è accaduto nel 2006 nel Regno Unito: una commissione di medici di altissimo livello propose una revisione della calssificazione delle droghe, normalmente suddivisa in tre categorie per ordine di pericolosità. Provocatoriamente, ma seguendo alla lettera i fatti medici, questa commissione mise nella prima fascia l’alcool, il tabacco, e l’eroina. Le droghe chimiche (oltre che ovviamente la cannabis), contro le quali si rivolge attualmente la repressione poliziesca e su cui si concentrano i media, finirono in ultima fascia. Questo perché, se non ricordo male, ogni anno ci sono molte decine di migliaia di morti per alcool, alcune decine di migliaia per tabacco, alcune migliaia per eroina, poche decine per il resto.

Come andò a finire?
Ovviamente il governo ignorò fragorosamente gli esperti asserendo che politica aveva la supramazia assoluta su tali questioni. Si veda http://www.official-documents.gov.uk/document/cm69/6941/6941.pdf

Sentenza Grandi Rischi: un’interpretazione dolosamente distorta

Il commento del sito www.3e32.com

24 ottobre  2012

In questi giorni i media nazionali stanno mettendo in atto una vergognosa operazione mediatica, diffondendo una interpretazione completamente distorta della sentenza e del processo stesso alla Commissione Grandi Rischi.
Secondo gran parte dei mezzi di informazione – che seguono pedissequamente la tesi espressa anche dai vertici della Protezione Civile – gli imputati sarebbero stati condannati per non aver previsto il terremoto. Si tenta così di ribaltare il senso stesso del processo che non tratta affatto della capacità di previsione della scienza, ma che, lo ricordiamo per chi parla senza sapere, è basato sul fatto che i membri della Commissione hanno rassicurato la popolazione.
E’ vergognoso constatare come attraverso questa operazione mediatica si stia tentando di raccontare l’ennesima bugia, in Italia e all’estero (dopo, per esempio, la favola del “miracolo aquilano”), arrivando alla follia di sostenere che adesso la Protezione Civile non potrà più lavorare liberamente, come afferma senza pudore in comunicato del Dipartimento stesso.
Al presidente dimissionario della grandi rischi Maiani che ha affermato che “non c’è nessuna indagine su chi ha costruito in maniera non adeguata”, vorremmo ricordare che pochi giorni prima della sentenza di lunedì era arrivata la condanna per l’Ing. De Angelis, giudicato responsabile per il crollo della palazzina in via generale Rossi, dove lui viveva, e dove ha perso la vita anche sua figlia.
E’ triste inoltre che anche la politica debba esprimere giudizi di merito anche su questo, smascherando ancora una volta come dietro a degli incarichi tecnici, si cerchi di utilizzare arbitrariamente un potere tutto politico, come ha fatto e continua a fare il Capo della Protezione Civile (ed ex prefetto de L’Aquila) Gabrielli.
I membri della Commissione Grandi Rischi avrebbero dovuto dimettersi il 31 marzo 2009, quando piegarono il proprio operato ed il proprio giudizio scientifico al potere del Governo e del Capo della Protezione Civile Bertolaso, prestandosi all’intercettata “operazione mediatica” tesa a tranquillizzare i cittadini del cratere.
Abbiamo vissuto sulla nostra pelle quale sia l’enorme potere che passa trasversalmente attraverso il Dipartimento della Protezione Civile.
Un potere capace anche di modificare a proprio interesse l’oggettività dei fatti attraverso i media. Ma questa volta si è davvero passato il segno. La coraggiosa sentenza del giudice stabilisce evidentemente una verità non in sintonia con questo potere a cui da subito come 3e32 ci siamo opposti nel quotidiano del nostro territorio.
La sentenza apre finalmente una breccia di civiltà e riscatto nella cappa di ingiustizie e disagio in cui questa città sembra rimanere ancora come paralizzata.
Una breccia importante da cui può finalmente iniziare quel difficile processo di elaborazione collettiva di quanto realmente accaduto a partire dal terremoto. Un’elaborazione scomoda, finora impedita a tutti i costi e che però è l’unica cosa che può salvarci dal baratro.
La strada da percorrere ce la stanno mostrando prima di tutto la dignità vera, il coraggio e la tenacia dimostrate dai parenti delle vittime che in questi anni hanno continuato a battersi nel silenzio di gran parte della città e contro ogni manipolazione.

Strage di Bologna: la vera storia di Mauro Di Vittorio. Crolla il castello di menzogne messo in piedi da Enzo Raisi e Valerio Fioravanti

L’inchiesta/prima parte – L’ultimo depistaggio sulla bomba esplosa alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980 tira in ballo una delle vittime dell’eccidio: Mauro Di Vittorio, ventiquattrenne romano originario del popolare quartiere di Torpignattara. Pur di renderlo funzionale al teorema della pista palestinese i suoi accusatori non hanno esitato a riscrivere cinicamente il suo passato. Il grossolano tentativo di modificare quanto era già emerso 32 anni fa, nei giorni immediatamente successivi all’esplosione, fallisce clamorosamente di fronte alle testimonianze dei familiari di Di Vittorio e alla mole di materiali documentali esistenti

Paolo Persichetti
il manifesto 18 ottobre 2012

Mauro Di Vittorio, Lotta continua 21 agosto 1980

«Prendo un passaggio da un ragazzo tedesco che come salgo mi offre di accendere una pipetta di fumo mi tranquillizza un po’, ma alla seconda pipa nella quale c’erano minimo due grammi di nero mi sconvolgo in modo veramente pauroso. Con la terza la tensione è salita di molto e mi sento male, molto male. Ho un trip violentissimo e delle visioni allucinanti, e per fortuna sono molto stanco per cui mi metto a dormire. Quando il tipo mi sveglia sto meglio e ho fatto molta strada. La sera dopo un passaggio di un belga molto simpatico arrivo a Liegi. Sono contento perché la strada da fare è poca, per cui penso di arrivare il giorno dopo». (Leggi il testo integrale).

L’Europa in autostop
È il 30 luglio 1980, Mauro Di Vittorio sta attraversando l’Europa in autostop diretto a Londra, inconsapevole di avere pochi giorni di vita davanti a sé. Giunto a Dover gli inglesi lo rimandano indietro perché non ha con sé sufficienti garanzie di reddito. Costretto a rientrare in Italia, tre giorni più tardi salta in aria insieme ad altre 300 persone (85 morirono) nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna. Oltre venti chili di gelatinato e compound b, una micidiale miscela nascosta molto probabilmente in una valigia, mettono fine per sempre al suo ritorno.
Il racconto degli ultimi giorni di vita di Mauro è in un quaderno in cui sono annotate le tappe e gli incontri del viaggio, probabilmente scritto durante il rientro. Dopo 30 anni le pagine di questo diario sono diventate un affaire di Stato, un presunto mistero – secondo il parlamentare Enzo Raisi, già membro della commissione Mitrokhin – che sulla loro veridicità solleva dubbi insinuando che dietro vi sia una manipolazione per nascondere la responsabilità diretta, anche se involontaria, dello stesso Di Vittorio nella strage.

La fabbrica delle patacche ispirata dalla trama di un romanzo
Per il parlamentare di Fli, che sulla vicenda ha depositato un’interpellanza parlamentare urgente annunciando anche la prossima uscita di un libro, il giovane sarebbe stato un appartenente «all’area di Roma sud dell’Autonomia Operaia», incaricato di trasportare per conto di un gruppo palestinese, l’Fplp di George Habash in contatto con Carlos, la valigia poi esplosa per un incidente o forse addirittura per una trappola architettata all’insaputa del giovane. Episodio che, sempre secondo Raisi, andrebbe iscritto tra i retroscena del lodo Moro (l’accordo segreto tra Sismi e guerriglia palestinese per salvaguardare l’Italia da attentati in cambio del transito di armi), come un incidente di percorso o come una rappresaglia per la sua violazione l’anno precedente, quando davanti al porto di Ortona furono arrestati, perché trovati in possesso di un lanciamissili destinato alle forze palestinesi, tre esponenti dell’Autonomia romana e successivamente Abu Anzeh Saleh, responsabile dell’Fplp in Italia.
Raisi fonda i suoi sospetti sul fatto che nel fascicolo delle indagini, «non sembrerebbe risultare verbalizzato alcun rinvenimento di documento d’identità o agenda del Di Vittorio». Non è affatto vero ma al parlamentare non interessa al punto da sollevare ombre anche sulla scheda biografica presente nel sito web dell’Associazione familiari vittime del 2 agosto 1980, nella quale sono riportati alcuni brani virgolettati del diario.
A rafforzare i dubbi di Raisi ci sarebbero delle nuove testimonianze che riferiscono lo strano comportamento di una ragazza e di un uomo dalle sembianze mediorientali che avrebbero realizzato una ricognizione del cadavere di Di Vittorio all’obitorio di Bologna, fuggendo intimoriti prima che «il primario e il maresciallo presenti sul posto riuscissero a raggiungerli per identificarli».
Sarà soltanto una coincidenza ma il castello di sospetti avanzato da Raisi ricalca senza molta originalità la fantasiosa trama del romanzo Strage, di Loriano Machiavelli (circostanza segnalata dal sempre attento Ugo Maria Tassinari nel suo sito FascinAzione.info), uscito sotto pseudonimo e tra mille polemiche nel 1990 per Rizzoli e ripubblicato due anni fa da Einaudi, nel quale si narra la storia di una coppia di giovani che gravitano nell’area dell’Autonomia, si riforniscono di armi tra Parigi e la Cecoslovacchia fino a quando uno dei due salta in aria alla stazione di Bologna con una valigia di esplosivo attivata a sua insaputa da un sofisticato congegno trasportato da un’emissaria dei “poteri occulti”. Guarda caso anche qui la ragazza si reca all’obitorio con altri compagni.

Una forzatura di troppo
Il deputato post-missino, citando una testimonianza rilasciata 26 anni dopo i fatti dalla sorella maggiore di Di Vittorio, Anna, a Giovanni Fasanella e Antonella Grippo nel libro “I silenzi degli innocenti” (Bur, 2006), lascia intendere che la «strana telefonata» che informò i familiari del rinvenimento a Bologna della carta d’identità di Mauro, non proveniva dalla questura ma da probabili complici del giovane. Sempre Anna, alcuni anni fa concesse il perdono a Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, membri dei Nar condannati per la strage, con una lettera che facilitò l’accesso della Mambro alla liberazione condizionale. Lo scorso 2 agosto, come se nulla fosse, anche Fioravanti, ormai libero, ha ipotizzato in un articolo apparso sul Giornale un ruolo dell’«autonomo» Di Vittorio nella strage. Ma su questo argomento, Anna Di Vittorio e suo marito Gian Carlo Calidori, anche lui colpito negli affetti dalla strage, non hanno intenzione di scendere in polemica. Ritengono che ognuno debba rispondere alla propria coscienza: «Chi siamo noi due per giudicare gli altri?». In realtà, come ci ha spiegato Anna Di Vittorio, «non è mai esistita nessuna telefonata misteriosa». D’altronde quanto riportato nel libro non trova riscontro nelle dichiarazioni rilasciate dagli altri familiari il giorno del riconoscimento ufficiale della salma di Mauro. Luciana Sica di Paese sera, in una cronaca apparsa il 13 agosto 1980, racconta le ore passate nella casa di via Anassimandro, nel quartiere romano di Torpignattara. Descrive il clima attonito di una famiglia che per dieci lunghi giorni non ha voluto credere ai ripetuti segnali che annunciavano la tragica fine del loro congiunto, come la telefonata della questura felsinea del 3 agosto che – forse per un eccesso di cautela – riferiva soltanto del generico ritrovamento della sua carta d’identità in città. La cronista raccoglie le prime dichiarazioni del fratello più piccolo, Marcello, e quelle della zia che ancora non riescono a capacitarsi di quella rimozione. Riferisce dell’interessamento dei vicini che invece hanno sentito in televisione la descrizione dei corpi ancora non identificati ed hanno subito capito; finalmente Anna dopo una telefona all’obitorio decide di partire verso la capitale emiliana insieme a due amici. E’ lunedì 11 agosto, giunta all’istituto di medicina legale entra, sono le nove di sera e all’interno c’è poca luce, i suoi amici non resistono all’odore, tutt’intorno ci sono resti di cadaveri, Anna «vede il corpo del fratello, esce e dice di non averlo riconosciuto». Chiama Marcello a Roma per sapere se Mauro avesse dei pantaloni di velluto grigio. La risposta non offre scampo: «E’ lui».

Il mistero inesistente del diario
A chiarire invece il mistero del diario ci pensa Lotta continua che il 21 agosto 1980 ne pubblica il testo integrale insieme a una lettera firmata «I compagni di Mauro». Nel resoconto del viaggio Di Vittorio racconta di essere partito da Roma in automobile insieme a un amico di nome Peppe, probabilmente il 28 luglio. Due giorni dopo alla frontiera di Friburgo i doganieri tedeschi trattengono la macchina di Peppe perché due anni prima era stato trovato senza biglietto sulla metropolitana di Monaco e non ha ancora pagato la multa. Mauro gli lascia tutti i suoi soldi e prosegue solo, in autostop, con la speranza di arrivare rapidamente a Londra, nello squat di Brixton dove viveva, per trovare altro denaro da inviare a Peppe. I numerosi dettagli riportati offrono facili possibilità di riscontro sulla veridicità intrinseca del racconto e se ancora non bastasse c’è l’importo del biglietto del treno non pagato da Mauro durante il viaggio di ritorno che arrivò alla famiglia, quasi come una beffa, dopo la morte. Ancora più interessante è la lettera dei suoi compagni, dalla quale si capisce che Mauro non era un militante e non era mai stato vicino all’Autonomia. Gli autori del testo sono ex di Lotta continua del circolo di Torpignattara, ancora aperto nel 1980 – come accadde anche per altre sedi del gruppo – punto di riferimento per una parte di quella fragorosa comunità politico-esistenziale che non si era rassegnata allo scioglimento dell’organizzazione quattro anni prima. Mauro, che dopo la morte prematura del padre aveva lasciato la scuola per aiutare la famiglia, era molto conosciuto, amato e stimato. I suoi compagni lo descrivono come «Una persona, un compagno inestimabile che sapeva dare tutto a tutti. Capace di dare se stesso in qualsiasi momento. La persona che tutti avrebbero voluto vicino per qualsiasi cosa: per un viaggio, per parlare di se stessi, della vita, delle contraddizioni e dei problemi che ci si presentano quotidianamente».

Un indiano metropolitano a Londra
La domenica successiva, sempre su Lotta Continua, appare un’altra lettera che è quasi una seduta pubblica d’autocoscienza. In polemica con i toni ritenuti troppo politici della prima, i suoi autori che si firmano «Alcuni amici di Mauro» sostengono che «per Mauro la parola compagno era diventata vuota e priva di senso come lo è diventata per noi, perché questa maturazione l’avevamo vissuta insieme e insieme avevamo smesso di illuderci e insieme avevamo visto crollare miti, ideologie e propositi rivoluzionari. Quindi, oggi, il minimo che possiamo fare è rispettare il suo modo di vedere, le sue disillusioni. Evitare quindi cose che suonano speculative, evitare analisi che lui non avrebbe fatto, evitare termini in cui non si riconosceva più, evitare inni alla rivolta di cui tutti conosciamo la falsità e la vuotezza».
C’è l’intera parabola di quel che accadde in un pezzo del movimento del 77 in queste frasi che annunciano l’epoca del grande riflusso, dove le grandi narrazioni cedono spazio a traiettorie più intimistiche e personali, in ogni caso situate a una distanza siderale dall’immagine del giovane dalla doppia vita con la valigia piena di esplosivo suggerita da Enzo Raisi. Mauro Di Vittorio con i suoi lunghi capelli neri che sembrano anticipare la moda dei dread, la barba folta e l’aspetto freak, era un’altra persona. Chi lo descrive oggi come l’autore della strage di Bologna lo ha ucciso una seconda volta.
«Quest’accusa – replica Gian Carlo Calidori – ci sta facendo vivere un’esperienza sgradevole, ma nonostante ciò continuiamo a confidare, come sempre, nelle Istituzioni della Repubblica Italiana».
E Anna aggiunge: «Nell’agosto del 1980 sono andata a Bologna. Ho visto il cadavere di mio fratello Mauro: era intatto; non carbonizzato; con una sola ferita, mortale, nel costato. Poi, ho incontrato la Polizia Ferroviaria che, molto umanamente, mi ha consegnato gli effetti personali di mio fratello, tra cui il diario di Mauro».

Per saperne di più
“Vi diciamo noi chi era Mauro Di Vittorio”, le parole dei compagni e degli amici su Lotta continua dell’agosto 1980
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Strage di Bologna: la montatura della pista palestinese

Abu Saleh e i lanciamissili di Ortona
da http://www.arabmonitor.info

Amman, marzo 2009 – Abu Saleh, cittadino giordano, ora imprenditore, nel 1979 viveva in Italia e studiava all’Università di Bologna. Il 7 novembre di trent’anni fa era ad Ortona: doveva imbarcare per il Libano due lanciamissili Strela di fabbricazione sovietica destinati al Fronte popolare per la liberazione della Palestina, di cui faceva parte.
Abu Saleh si fece aiutare da Daniele Pifano, Giorgio Baumgartner e Giuseppe Nieri, i quali, all’oscuro della natura del carico, si prestarono a portare ad Ortona la cassa contenente i lanciamissili. Vennero tutti arrestati e condannati. Da qualche tempo quell’episodio viene periodicamente rievocato in Italia per tentare di collegarlo all’attentato di Bologna del 2 agosto 1980 e cercare di capire che tipo di legami esistessero all’epoca tra gli apparati dei servizi di sicurezza italiani e la resistenza palestinese. Arabmonitor ne ha parlato con lo stesso Abu Saleh.
Si dice che negli anni Settanta-Ottanta ci fosse un’intesa tra le autorità italiane e le organizzazioni palestinesi, perché l’Italia venisse risparmiata da operazioni palestinesi in cambio del libero transito di armi via Italia destinate appunto ai palestinesi.
“Io posso dire che c’era effettivamente un accordo ed era tra l’Italia e il Fronte popolare per la liberazione della Palestina. Fu raggiunto tramite il Sismi, di cui il colonnello Stefano Giovannone, a Beirut, era il garante. Non era un accordo scritto, ma un’intesa sulla parola. Lui ci aveva dato la sua parola d’onore, come dite voi, e noi gli abbiamo assicurato che non avremmo compiuto nessuna azione militare in Italia, perché l’Italia non rivestiva alcun interesse militare per il Fronte, e anche perché il popolo italiano era noto come amico dei palestinesi. In cambio Giovannone ci riconobbe, diciamo, delle facilitazioni in base alle quali si concedeva al Fronte la possibilità di trasportare materiale militare attraverso Italia. L’accordo fu fatto nei primi anni Settanta tra Giovannone e un esponente di primissimo piano del Fronte, il quale è tuttora presente sulla scena pubblica e non voglio nominarlo. Tutte le volte che c’era un trasporto, Giovannone veniva avvisato in anticipo. Non ci dava mai una risposta subito, ma dopo un paio di giorni. Penso che prima consultasse i vertici del Sismi (prima Sid) a Roma”.

Quando ha conosciuto Stefano Giovannone ?
Nel 1974 a Beirut. L’Ambasciata italiana di Beirut non mi aveva dato il visto ed è intervenuto lui. Io ero già in Italia dal 1970. Ero iscritto all’Università di Bologna a scienze politiche. Il primo visto mi fu concesso dall’Ambasciata italiana ad Amman. A Beirut dissero che non era possibile rinnovarlo, perché ero cittadino giordano e dovevo farne richiesta ad Amman, ma noi del Fronte abbandonammo la Giordania dopo il 1970. Quindi non potevo tornare. Allora il Fronte popolare si rivolse a Giovannone, il quale risolse il problema velocemente.

Che tipo di persona era ?
Mi disse subito al primo incontro “Qualsiasi cosa ti possa servire, anche dei soldi, chiamami. Mi diede anche il suo numero riservato a Roma, perché si alternava tra Beirut e Roma. Quando lo chiamavo a Roma, e non c’era, dovevo lasciar detto: “Ha chiamato Gianni”. Mi richiamava da lì a poco. Nel 1975 alla Questura di Bologna mi comunicarono che non potevano rinnovarmi il foglio di soggiorno, perché il mio passaporto giordano era scaduto. Allora lo chiamai. Sistemò tutto in poche ore. Era sempre molto cordiale, disponibile. Ricordo che in quel periodo, grazie a lui, ricevemmo due borse di studio presso Università italiane per i ragazzi del Fronte popolare. Penso che lui non avesse mai rinunciato in quegli anni all’idea di reclutarmi per i servizi segreti italiani. Non mi spiego altrimenti la frequenza con cui usava ripetermi a non esitare a chiamarlo se mi fossi trovato in difficoltà economiche. Questo, comunque, non avvenne mai. Non mi dimenticherò che per tutto il periodo che sono stato in carcere ha continuato a ripetere ai compagni del Fronte: ‘State tranquilli. Verrà rilasciato. Abbiate fiducia in me. Datemi solo un po’ di tempo’.

Lei fu contattato da Giovannone durante il rapimento Moro?
Giovannone mi chiamò a Bologna già all’indomani del sequestro. ‘Puoi venire a Roma?’, mi fece. Gli risposi: ‘Prendo il treno domani’. ‘No, vieni in aereo, oggi’. Mi aspettava già in aeroporto, e ricordo bene il suo discorso. ‘Ti ho chiamato nella speranza che tu possa aiutarmi. Io faccio questo personalmente, perché sono molto amico di Moro. Tu sai quanto Moro abbia a cuore i palestinesi. Ti chiedo di contattare i responsabili del Fronte popolare e domandare se hanno qualche notizia sul rapimento?’. Gli dissi subito che noi non abbiamo nessun legame con le Brigate Rosse e io personalmente non conosco proprio nessuno delle BR, ma che avrei subito contattato Beirut. Da Beirut mi fecero sapere: come Fronte non abbiamo il benché minimo collegamento con le Brigate Rosse.

Ci può raccontare quello che avvenne a Ortona il 7 novembre 1979?
C’erano due lanciamissili, giunti in Italia da fuori, che Daniele Pifano e altri nostri amici ritirarono senza sapere cosa contenesse la cassa in cui erano chiusi. A loro fu richiesto di trasportarla a Ortona. Giovannone venne avvisato a Beirut che c’era un carico in transito. Fu l’unico trasporto in cui venni coinvolto. I lanciamissili dovevano essere caricati su una nave libanese a Ortona, diretta in Libano. Sulla stessa nave volevo imbarcare un carico di vestiti, acquistati a Bologna. L’appuntamento con Pifano e gli altri era ad Ortona. Non ci siamo, però, incontrati per una serie di incredibili sfortunate coincidenze. Io ho fatto caricare la mia merce e la nave è partita. Non ho visto arrivare nessuno. Non ho potuto chiamare nessuno. I cellulari allora non esistevano. Sono quindi rientrato a Bologna tranquillo e all’oscuro di quello che fosse successo. Non ho visto nessun motivo per scappare nemmeno dopo aver appreso del loro arresto. Le circostanze le venni a conoscere solo più tardi, in carcere. Loro, arrivando a Ortona, vennero notati in centro da alcuni metronotte, i quali, allarmati, chiamarono i carabinieri, perché proprio quel giorno in città ci fu una rapina in banca e c’era parecchia tensione in giro. Dissero ai carabinieri che erano diretti al mare, volevano prendere un traghetto. Vennero identificati, ma siccome il collegamento con la centrale di Roma era fuori servizio, non riuscirono a capire subito chi fossero. Allora ordinarono a loro di seguirli alla locale stazione e attendere. Dopo alcune ore il collegamento venne ripristinato. I carabinieri scoprirono che avevano a che fare con esponenti dell’Autonomia romana. Il furgone, già controllato in precedenza, venne nuovamente perquisito. Saltò fuori la cassa. Loro dissero che si trattava di cannocchiali che volevano usare durante la gita in mare.

Lei fu arrestato quando?
I carabinieri trovarono su uno di loro un foglietto con il mio numero di telefono a Bologna. Se ricordo bene, sei giorni dopo ero in giro per Bologna con degli ospiti sauditi, venuti per acquistare dei mobili. All’uscita da un’agenzia di viaggi, dove abbiamo prenotato il loro volo di ritorno, degli agenti in borghese ci circondarono, chiedendoci i documenti. Dopo il controllo, mi dissero ‘Tu vieni con noi’. I sauditi vennero lasciati subito. Perquisirono la mia abitazione in Via delle Tovaglie 33 e mi dissero ‘Trovati subito un avvocato’. Sotto di me c’era uno studio legale, andai a chiamare uno di loro. Ricordo che i carabinieri presero solo l’agenda telefonica. Al termine, mi caricarono in macchina e venni portato a Chieti al comando dei carabinieri. Mi chiusero in una stanza. Qualche ora dopo si presentò un alto ufficiale. Non mi disse il suo nome, ma penso che fosse il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. La mia è un’ipotesi. Vedendo la sua foto sui giornali successivamente, ho pensato che fosse stato proprio lui. Gli assomigliava molto. Mi interrogò e dopo mi disse ‘Ti faccio uscire subito da qui attraverso la porta sul retro se mi dici che i lanciamissili sono per gli autonomi. Tu sei straniero. Da te non voglio nulla. Ti diamo quello che vuoi, cittadinanza, soldi, ma devi dire che le armi sono per loro’. Gli risposi che non sapevo nulla di cui stesse parlando. Replicò secco: ‘Pensaci’, e se ne andò. Per tre giorni sono stato picchiato praticamente di continuo. Mi hanno sempre tenuto nudo, abbandonandomi su una tavola di legno, su cui mi lasciavano dormire un po’. Ricordo che mi è venuta una febbre molto alta. Allora mi hanno portato al carcere di Chieti, dove ho ricevuto le prime cure mediche.

Lei in quegli anni era il responsabile del Fronte popolare in Italia?
Assolutamente no. Ero uno dei membri del Fronte presenti in Italia.

Al processo fu condannato per il trasporto di armi.
Mi condannarono a sette anni, come tutti gli altri. Il processo fu celebrato per direttissima, dopo 40 giorni, nel gennaio 1980. Mio fratello, che stava in Italia, venne a trovarmi in carcere e mi disse che sarei stato rilasciato prima del processo, perché il Fronte ha ricevuto assicurazioni in tal senso, penso da Giovannone. Mi raccontò di un avvocato che da Beirut si era recato a Roma, verso la fine di dicembre, per degli incontri con alcuni rappresentanti italiani, forse lo stesso Giovannone. Comunque, io restai in carcere e al processo venni condannato.

Lei fu tuttavia l’unico a ottenere la libertà anticipata, già nel 1981.
Penso che sia stato Giovannone a intervenire per ottenere la mia scarcerazione per scadenza dei termini. Era in corso il processo di secondo grado all’Aquila e il mio avvocato non aderì alla richiesta di rinvio del dibattimento (giugno 1981) come fecero gli altri. Così il 14 agosto 1981 scattò la scadenza dei termini. Ricordo molto bene quel giorno, perché stavamo organizzando una festa per il mio compleanno, che è il 15, chiedendo del vino e dei dolci. Verso le undici di mattina mi convocano in direzione e mi comunicano che c’è il mandato di scarcerazione. Ricordo che chiesi di poter restare un altro giorno per festeggiare il compleanno coi compagni, ma rifiutarono. Uscito da Rebibbia, restai a Roma per qualche giorno con l’obbligo della firma e quindi tornai a Bologna.

Durante la detenzione non è mai stato interrogato in relazione a qualche altro fatto avvenuto in quegli anni?

Sì, ricordo un episodio curioso. E’ venuto Domenico Sica a interrogarmi. Ero appena stato trasferito da Trani a Regina Coeli. Mi chiese se conoscessi Ali Agca? Quando gli feci ‘E’ una nuova accusa?’, mi rispose ‘Non pensarci nemmeno, è solo per capire.Vedi che non scrivo nulla’.

Ha, poi, completato gli studi a Bologna?
Sì, nel luglio 1983. Lo stesso mese ho lasciato l’Italia, partendo da Fiumicino per il Medio Oriente. Nemer Hammad (allora ambasciatore palestinese a Roma) mi disse già poco dopo la mia scarcerazione ‘Ti consiglio di partire il più presto che puoi. Quando vuoi andare, le autorità italiane chiuderanno un occhio”. Così è stato. Non sono più tornato.

Ci sono persone in Italia che mettono in relazione il suo caso con la bomba alla stazione di Bologna, sostenendo che il suo mancato rilascio, tra la fine del 1979 e la prima metà del 1980, spinse i palestinesi, cioè il Fronte popolare, a organizzare l’attentato.
Io seppi dell’attentato in carcere e posso dirle che ero più dispiaciuto degli stessi italiani. Ho vissuto molti anni a Bologna e ho conosciuto personalmente delle gente meravigliosa. Noi come palestinesi abbiamo ricevuto molta solidarietà e il Fronte popolare ha avuto molti aiuti dal popolo italiano. Mi meraviglio che si voglia ignorare la verità soprattutto quando a sostenere queste falsità sono delle personalità che avevano accesso a numerose informazioni, anche riservate. Smentisco nel modo più assoluto che prima dell’attentato ci fossero delle tensioni tra l’Italia e il Fronte popolare per via del mio caso. Giovannone era rimasto per tutto il tempo in contatto con i nostri responsabili a Beirut, tranquillizzandoli e ripetendo ‘Bisogna ridurre l’intensità della fiamma per poter spegnere il fuoco’. Cercare di accreditare la tesi che la mia detenzione abbia spinto il Fronte popolare a una rappresaglia, è una menzogna colossale. Si tratta di un tentativo di riscrivere la storia.

In un’intervista concessa tempo fa a un autorevole quotidiano italiano, Bassam Abu Sharif sostiene che il Fronte popolare di tanto in tanto forniva aiuto a piccoli militanti, “non gente importante”, delle Brigate Rosse che stavano scappando, e racconta che il colonnello Giovannone veniva a protestare da lui per questo.
Vede, Bassam Abu Sharif negli anni Settanta era semplicemente uno dei responsabili del settore dell’informazione al Fronte popolare. Non aveva nessun potere decisionale, né responsabilità operative. Non poteva avere rapporti con i servizi segreti italiani. Sfido Abu Sharif a dimostrare di aver incontrato il colonnello Giovannone per un colloquio anche una volta sola o di aver fornito documenti a gente delle Br in fuga dall’Italia. Sarà l’effetto dei lunghi anni trascorsi. La memoria che inganna o il desiderio di apparire più di quello che si era.

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