Il brigatista torturato chiede la revisione del processo. Vuole sapere tutto sulla squadra speciale guidata da Nicola Ciocia che praticava il waterboarding

Dopo le ammissioni di Nicola Ciocia, il funzionario di polizia che lo torturò, e la testimonianza dell’allora commissario Salvatore Genova, Enrico Triaca chiede la revisione del processo che portò alla sua condanna per calunnia. L’istanza depositata dagli avvocati Francesco Romeo e Claudio Giangiacomo davanti alla corte d’appello di Perugia non mira soltanto all’annullamento del processo farsa che finì con una condanna per calunnia ad un anno e quattro mesi di carcere, che si aggiunse a quella per appartenenza alle Brigate rosse ed in un primo momento anche per il sequestro Moro. L’obiettivo è quello di fare luce sull’esistenza di un apparato di polizia parallelo che con il mandato del governo venne messo in piedi per condurre le indagini sulle organizzazioni rivoluzionarie armate ricorrendo alla tortura

di Marco Grasso e Matteo Indice
Il Secolo XIX 12 dicembre 2012

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Nicola Ciocia è l’uomo di spalle, di bassa statura con la chiera

Per piegare il terrorismo lo Stato italiano fece ricorso alla tortura. Un’accusa che allora, quando a lanciarla era Enrico Triaca, tipografo delle Br coinvolto nel sequestro Moro, finì con una condanna per calunnia. Era il 1978. Oggi, a trentaquattro anni di distanza, l’ex brigatista chiede la revisione del processo: «Era tutto vero». Un atto che potrebbe riaprire una delle pagine più oscure degli anni di Piombo: l’attività di alcuni corpi speciali, che agivano sotto copertura, conosciuti come “I cinque dell’Ave Maria” e “I vendicatori della notte”.
A confermare l’esistenza di un nucleo “parallelo” all’interno della polizia, nel corso degli anni, sono stati alcuni ex funzionari. Ne parlò Salvatore Genova, superinvestigatore che nel gennaio del 1982 liberò il generale americano James Lee Dozier, prigioniero delle Brigate Rosse. Poi anche Nicola Ciocia, anche lui ex poliziotto, che in quelle missioni speciali si celava dietro allo pseudonimo “Professor De Tormentis”. Ciocia, convinto che il fine giustificasse in mezzi («era per il bene dell’Italia»), raccontò la sua verità in un’intervista al Secolo XIX. Tra le rivelazioni anche quella di aver praticato ciò che allora veniva chiamato il «trattamento dell’acqua e sale». Una forma di interrogatorio divenuta famosa in tutto il mondo dopo la guerra in Iraq come waterboarding, tortura che simula l’annegamento del detenuto.
Quelli che fino a ieri erano frammenti sconnessi, adesso sono i pezzi di un mosaico coerente. A rimetterli insieme è una corposa indagine difensiva condotta da Francesco Romeo e Claudio Giangiacomo, avvocati di Triaca, e presentata alla Corte d’Appello di Perugia. In gioco non c’è solo l’annullamento di un processo, finito con una condanna a un anno e quattro mesi di carcere, arrivata dopo quella per banda armata.
L’obiettivo dichiarato del ricorso è quello di far luce su una delle pagine più oscure del dopoguerra italiano: «È molto facile indignarsi e criticare la tortura quando viene praticata in altri paesi – spiegano – È molto facile zittire con una condanna per calunnia, chi ha denunciato di essere torturato. È difficile, anzi, impossibile, affrontare la propria cattiva coscienza anche se appartiene al passato».
A descrivere il waterboarding è lo stesso Triaca, al blog Insorgenze, punto di riferimento della sinistra più estrema: «Fui prelevato dalla questura, bendato e caricato su un furgone. Mi introdussero in una stanza, mi spogliarono e mi legarono alle quattro estremità di un tavolo, con la testa fuori. Qui, accesa la radio al massimo, iniziò il “trattamento”. L’istinto è quello di agitarti nel tentativo di prendere aria, ma riesco solo a ingoiare acqua. “De Tormentis” dava gli ordini. Dopo un po’ che tieni la testa a penzoloni i muscoli cominciano a farti male e a ogni movimento ti sembra che il primo tratto della spina dorsale ti venga strappato dalla carne».
L’esistenza di una «struttura organizzata» emerse già in un’inchiesta della Procura di Padova degli anni Ottanta, che indagò sulle sevizie commesse ad alcuni membri delle Br, senza riuscire a individuarne gli autori. A colmare quel vuoto, nel 2007, è il capo della squadra, Nicola Ciocia: «I metodi forti sono stati usati, in emergenza e sempre dopo aver avuto la certezza oggettiva di trovarsi davanti il reo, le cui rivelazioni sarebbero state decisive per salvare delle vite. Ammesso, e assolutamente non concesso, che ci si debba arrivare, la tortura – se così si può definire – è l’unico modo in alcuni casi».
La vicenda è stata anche oggetto di un’interpellanza parlamentare, presentata dalla deputata radicale Rita Bernardini. A rispondere a nome del governo, notano però i difensori di Triaca, si è presentato Carlo De Stefano, sottosegretario agli Interni, all’epoca dei fatti «uno dei poliziotti che parteciparono al suo arresto».


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Processo verso la revisione per il tipografo br torturato

Nella richiesta di revisione del processo una lunga lista di nomi saliti negli anni successivi ai vertici del Viminale e dei Servizi segreti, oltre a Nicola Ciocia, al momento dei fatti funzionario Ucigos, individuato per le sue stesse ripetute rivelazioni come il capo della squadra speciale degli “acquaiuoli”, i cinque dell’Ave Maria, il cui referente era Umberto Improta, Domenico Spinella allora capo della digos, Michele Finocchi, poi al Sisde, Carlo De Stefano attuale sottosegreario agli Interni

Sara Menafra
Il Messaggero 12 dicembre 2012

triacaROMA Lui l’aveva raccontato già nel 1978. Il 17 maggio, subito dopo essere stato arrestato, Enrico Triaca, il tipografo delle Br titolare del negozio di via Pio Foà che stampava buona parte dei documenti dei terroristi, era stato torturato, anche con il waterboarding. Allora, però, nessuno gli aveva creduto e anzi sempre nel 1978 gli era arrivata una condanna per calunnia arrivata fino in Cassazione. Ora, però, le conferme a quella storia sono diventate talmente numerose che il suo avvocato, Francesco Romeo, ha deciso di chiedere la revisione del processo. Basandosi sulle ammissioni degli stessi torturatori di Triaca che di quella storia hanno parlato in libri e interviste.
La storia di quella notte di torture è il cuore dell’istanza depositata ieri: «Verso le 23.30 – si legge nel documento Triaca veniva fatto salire su un furgone, bendato, ed arrivato a destinazione (a lui ignota) veniva legato su un tavolaccio e una volta che gli era stato turato il naso gli si versava acqua in bocca insieme ad una polverina di cui non sapeva indicare il sapore; rimaneva legato per circa 30 minuti mentre le persone intorno a lui lo incitavano a parlare; dopo questo trattamento veniva riportato – sempre bendato – in questura e trasferito in una camera di sicurezza». Il giorno dopo, Triaca firmò una confessione, ma quando provò a parlare delle torture nessuno gli credette. Smentito tra l’altro da un agente del Sisde, Michele Finocchi, che disse di essergli stato accanto mentre decideva di confessare. La prima conferma del suo racconto è arrivata molto tempo dopo, nel 2007, quando il Secolo XIX ha intervistato il «professor De Tormentis». All’interno dell’Ucigos, tra il 1978 e il 1982 ci sarebbe stata una struttura deputata a praticare la tortura. A dirigerla era appunto il dottor De Tormentis, ovvero Nicola Ciocia, oggi 78enne. E’ stato lo stesso Ciocia a confermare che la struttura aveva sperimentato la tortura dell’acqua e sale su Enrico Triaca. Anzi agli avvocati di Triaca che l’hanno contattato, ha raccontato che «il waterboarding era il sistema più leggero»: «Ciocia spiegò anche che il suo gruppo era stato creato per volontà dell’Ucigos, i suoi superiori erano i vertici dell’Ucigos e da questi veniva incaricato di trattare le persone arrestate; delle azioni del suo gruppo erano informati il capo della Polizia ed il ministro dell’Interno dell’epoca».

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Condannato per calunnia dopo aver denunciato le torture subite, Enrico Triaca ha presentato istanza alla corte d’appello di Perugia e una lettera a Napolitano per chiedere la revisione del processo

Fonte www.tmnews.it

Roma, 12 dic. (TMNews) – Una istanza di revisione alla corte d’appello di Perugia e una lettera al presidente della Repubblica per denunciare che lui dopo l’arresto del 17 maggio 1978 fu torturato dalla polizia con la tecnica dell’acqua e sale oggi nota come waterboarding. E’ una richiesta che potrebbe riaprire una pagina di storia della lotta al terrorismo quella presentata ai magistrati umbri dai legali di Enrico Triaca, il cosiddetto “tipografo delle Brigate rosse”.

Dietro le sbarre, per il coinvolgimento nella banda armata, lui è rimasto oltre 15 anni. La pena che contesta, che non gli è mai andata giù, è quella ad un anno 1 anno e 4 mesi per il reato di calunnia a danno proprio di quello Stato che lo aveva torturato. Il riferimento nell’atto firmato dagli avvocati Francesco Romeo e Claudio Giangiacomo, è all’attività dei “cinque dell’ave maria” e del “professor de Tormentis”. E poi da febbraio del 2012 è notorio chi si nascondeva dietro quello pseudonimo, perché quell’ex funzionario di polizia è stato intervistato da un noto quotidiano ed ha dato la sua versione dei fatti.

L’avvocato Romeo aggiunge: “E’ molto facile indignarsi e criticare la tortura quando viene praticata in altri paesi; è molto facile zittire con una condanna per calunnia, chi ha denunciato di essere torturato; è difficile, anzi, impossibile, affrontare la propria cattiva coscienza anche se appartiene al passato. Ci auguriamo, inoltre, che possa contribuire a rompere l’assordante silenzio tenuto dalle istituzioni e dalla magistratura romana dopo che la notizia sulle torture praticate dal ‘professor De Tormentis’ è divenuta di dominio pubblico”.

In una lettera inviata al presidente della Repubblica, Triaca spiega: “Chiedo la revisione di quella condanna per calunnia, perché la verità venga ristabilita, ma visto il silenzio, politico, non nutro molta speranza nell’esito positivo di questa storia. Pur tuttavia, è una strada che sento di dover percorrere, anche perché ci sono personaggi, coinvolti, o che quanto meno sanno, che ancora oggi ricoprono ruoli istituzionali, e per contro ci sono ancora prigionieri che sono in carcere dopo 30 anni, dopo aver subito torture dallo Stato che lei, magnificamente, oggi rappresenta”.

Questa storia – argomenta Triaca – “non si può licenziare la cosa con frasi tipo: parti deviate dello Stato, mele marce o schegge impazzite”. Ora “è lo Stato tutto ad essere coinvolto, la politica che ordinò le torture, i ‘bravi’ tutori dell’ordine che le eseguirono, la magistratura che li assolse, i media che li coprirono. E capisco anche le difficoltà alle quali dovete far fronte, per 30 anni avete raccontato al popolo di aver vinto usando, solo, i mezzi e gli strumenti che la legge e la costituzione vi consentivano, ma é proprio in questi frangenti che si misura la dignità e autorevolezza di una persona, di uno Stato”.


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