Niente amnistia perché ci vogliono i 2/3 del parlamento? Allora abolite le ostative del 4 bis e allungate la liberazione anticipata. Basta la maggioranza semplice

Il nuovo Guardasigilli Nitto Palma dice no all’amnistia e parla della solita depenalizzazione dei reati minori e del reintegro della detenzione domiciliare, disattivata dalla Cirielli

Paolo Persichetti
Liberazione 13 agosto 2011


Per il nuovo ministro della Giustizia, Francesco Nitto Palma, il ricorso ad un’amnistia, accompagnata da un indulto, come chiesto a viva voce da Marco Pannella nel corso del suo ultimo sciopero della fame per affrontare la drammatica situazione di sovraffollamento delle carceri: «non è percorribile politicamente data la necessità di una maggioranza qualificata per la sua approvazione in parlamento». Il guardasigilli si è affrettato a chiudere ogni spiraglio a ridosso della giornata di sciopero della fame e della sete promossa dal partito radicale per domenica 14 agosto, ed a cui hanno aderito le diverse associazioni che si occupano di carcere, alcuni esponenti politici ma soprattutto il segretario nazionale del sindacato dei direttori e dirigenti penitenziari insieme ai responsabili di altre sigle del sindacalismo penitenziario come l’Uil-Pa penitenziari, l’Osapp e il comparto sicurezza Cgil-Fp. Una presenza istituzionale che la dice lunga sulle preoccupazioni e i malumori che circolano all’interno dell’universo penitenziario insoddisfatto per l’incapacità messa in mostra da questo governo dopo il conferimento dei poteri speciali al capo del Dap, il piano straordinario di edilizia penitenziaria e la ridicola leggina “svuota carceri”.
Defilata appare invece la presenza dei detenuti, meno massiccia del solito, sparpagliata e disorganizzata. Segno di rassegnazione e fatalismo? Due anni fa di questi tempi si moltiplicavano proteste e rivendicazioni un po’ ovunque. Il capo del Dap era costretto a correre da una prigione all’altra mentre i sindacati degli agenti di custodia denunciavano il rischio di una esplosione generale della rivolta. Oggi la situazione sembra sedata, nel vero senso della parola, cioè sottoposta all’effetto di sedativi. E’ il carcere dei disgraziati, di chi fa largo abuso di benzodiazepine o peggio, e si affida alla provvidenza come i pescatori di Verga nei Malavoglia. In gran parte figure destrutturate, incapaci di darsi una soggettività. L’alto numero di suicidi e le diffuse pratiche autolesioniste delineano il profilo sociologico fragile, sofferente, ultramarginale, di una popolazione che raccoglie tra le sue fila per buona parte tossicodipendenti, persone con problematiche psichiatriche, immigrati catapultati da altre rive. Un nuovo ciclo dei vinti sul quale infierisce con brutale cinismo una cultura assai trasversale ispirata ad una sorta di nuovo malthusianesimo penale che cerca di sbarazzarsi di questa umanità ritenuta uno sgradevole esubero. Attenzione però, sotto questo sonno covano spesso gli incendi più paurosi, come le jacqueries di un tempo.
Quindi la battaglia per arrivare ad un nuovo indulto accompagnato da quell’amnistia mancata nel 2006 è già finita prima di cominciare? C’è da giurare che Pannella non si arrenderà tanto facilmente. Ha ragione a tenere la barra alta e chiedere un provvedimento amnistiale per rovesciare quell’amnistia di classe, quotidiana e silenziosa, che porta il nome di prescrizione, valida solo per colletti bianchi e ceti abbienti. Da una parte un’amnistia mascherata e tutta di censo per chi riesce sempre a sottrarsi al processo, figuriamoci alla condanna; dall’altra condanne pesanti, aggravanti e recidive di ogni ordine e grado, celle affollate, pene lunghe e senza benefici per chi non appartiene ai ceti del privilegio. Resta il fatto che i rapporti di forza in parlamento, e soprattutto la presenza di una cultura politica giustizialista egemone e trasversale agli schieramenti politici, rendono improba la battaglia. Nel 2006 l’indulto arrivò sull’onda di una risicata vittoria parlamentare del centrosinistra, votato ad inizio legislatura quando nelle aule parlamentari e nella coalizione di governo era ancora presente Rifondazione comunista, prima della scissione. Oggi al suo posto c’è l’Idv, i Radicali sono soli e nel Pd l’idea non crea certo l’unanimità. Sulla questione c’è chi ha posizioni persino più rigide delle destre, al punto che nessuno ha protestato per le disposizioni ultraforcaiole (e incostituzionali), come l’abolizione del rito abbreviato e l’esclusione dai benefici penitenziari per alcune categorie di reato, contenute nel ddl detto «allunga processi», passato recentemente al senato.
Il nuovo guardasigilli sembra orientato a lavorare su misure minime come la depenalizzazione dei reati minori e una nuova leggina sui domiciliari, questa volta con maglie più larghe. Mezzucci. Con lo “svuota carceri” (e riempi celle) che tanta paura aveva suscitato solo a MarcoTravaglio sono usciti meno di 3000 persone. Bastava applicare correttamente le norme sui domiciliari e l’affidamento previste dalla Gozzini e ne sarebbero uscite molte di più.
Se l’intenzione del neoministro è quella di volare così basso, i Radicali possono sfidarlo proponendo l’abolizione dei vincoli ostativi previsti dal 4 bis, che impediscono l’accesso alla Gozzini, e il raddoppio dei giorni di liberazione anticipata. 180 giorni all’anno di sconto per buona condotta. Non serve l’insormontabile maggioranza qualificata richiesta dall’amnistia. Basta la maggioranza semplice.

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L’insostenibilità economica del sistema penitenziario: riduciamo i detenuti e dimezziamo le carceri
Cronache carcerarie

«Chiudere i paradisi fiscali e abolire la finanza tossica»

Intervista a Pietro Raitano direttore di Altreconomia

Paolo Persichetti
Liberazione 10 agosto 2011

«Siamo di fronte ad un problema di debito totale, non solo finanziario ma anche ecologico. Debito generazionale di un Paese che riesce solo a saccheggiare il proprio territorio ma è incapace d’investire in lungimiranza, ad esempio nella scuola». Pietro Raitano, direttore di Altreconomia, non ne fa una semplice questione di contabilità. Questa crisi mette in discussione un modello di società, in altri tempi si sarebbe detto di sviluppo, termine caduto in disuso per la sua natura ambivalente che suscita critiche. «La crisi che abbiamo davanti viene da lontano: il primo dato è che abbiamo il quarto debito mondiale ma non siamo la quarta potenza economica del mondo, dall’altra con l’incremento del debito crescono anche gli interessi da restituire ed essendo ormai divenuti un Paese vecchio, che non punta più su tecnologia, innovazione e ricerca, vacilla la fiducia sulla nostra capacità di esser solvibili».

Non bastano soluzioni contabili per il declino?
Non si può pensare di continuare a rispondere con la ricetta della crescita ad una crisi della crescita, una crisi di sovrapproduzione. Siamo di fronte ad un sistema economico che non sa più come spendere la propria liquidità. Una liquidità conseguenza anche dello sganciamento avvenuto negli anni 70 della moneta dall’oro. Questa liquidità ha creato una bolla gigantesca su tutti i comparti del mercato finanziario, dall’immobiliare all’energetico, che adesso sottrae risorse. Ma lo fa con un ritardo clamoroso perché ormai siamo abituati a quel denaro, ci contiamo anche se non c’è più. E così siamo giunti alla resa dei conti. Bisognerebbe invece investire sulla lungimiranza: efficienza energetica, fonti rinnovabili, tecnologia. Uno studio della Banca d’Italia ha dimostrato che investire sulla scuola porta un rendimento del 7%. Valorizzare le nostre risorse rilanciando la filiera corta agroalimentare.

Che ruolo svolgono i mercati in questa crisi?
Tutta l’attenzione è concentrata sui famosi umori dei mercati, tanto che ci dicono “bisogna ristabilire la fiducia degli investitori”. Ma chi sono questi mercati? Il 53% degli scambi a Wall street sono fatti in regime di high frequency trading (hft), cioè di scambi iperveloci, si tratta di algoritmi matematici gestiti da computer. Attenzione dunque, la finanza sta diventando qualcosa di differente da un gruppo di persone che investe del denaro. Abbiamo a che fare con un sistema che non ha più legami con l’economia reale.

Però dietro ai programmi di calcolo c’è sempre la mano dell’uomo. Dunque è un problema di logica?
Quella stessa per cui se una una banca è ritenuta troppo grande per fallire si deve immediatamente intervenire per sostenerla mentre per gli Stati si può contemplare l’idea che possono andare in default. Con molto ritardo si è intervenuti in favore della Grecia e dell’Italia. Per giunta la Bce al posto del fondo salva Stati non ha fatto altro che emettere altri bond. E’ un po’ paradossale che si risponda ad una crisi finanziaria con la finanza. La traduzione di tutto questo è molto semplice: come ha chiesto la Bce al governo, avremo meno servizi e dovremo pagarli di più, avremo meno pensioni e dovremo lavorare maggiormente. Si spalmerà  sulla popolazione l’incapacità del governo e più in generale dei governi internazionali di fronteggiare la rapacità del sistema economico finanziario.

Cosa servirebbe?
La patrimoniale, non è più tollerabile che venga tassato sempre di più il lavoro quando chi specula in borsa paga un’imposta del 12%, se non nasconde addirittura i suoi profitti nei paradisi fiscali. Quei paradisi dove anche le nostre aziende di Stato hanno insediato delle società. Un fatto inaccettabile. Non crederò mai alla possibilità di risolvere questa crisi senza avere prima messo mano  a livello internazionale almeno a due operazioni: abolizione totale dei paradisi fiscali; abolizione di quegli strumenti finanziari deleteri come alcuni derivati, tipo i credit default swap (cds) che permettono di scommettere sui fallimenti degli Stati. C’è chi guadagna sul fatto che ad un certo punto in Italia si privatizzi l’acqua, non ci siano sono più asili e si vada in pensione a 75 anni. Questo è un clamoroso furto nei confronti delle popolazioni a favore di una minoranza di alcune centinaia di speculatori. Ci potrà salvare solo un sistema economico basato sulla sobrietà, sulla sostenibilità e sulla distribuzione del potere che non permette accumulazioni di ricchezza in poche mani.

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Gianni Rinaldini: «Cgil stop. Basta Marcegaglia, è tempo di rilanciare il conflitto»

L’intervista al responsabile dell’opposizione interna della Cgil: «Siano di fronte ad una crisi che ricorda quella del ’29. Basse retribuzioni, precarietà di massa e smantellamento dello stato sociale. Non si può uscire dalla crisi rilanciando questo modello sociale»

Paolo Persichetti
Liberazione 7 agosto 2011

«Questa crisi è paragonabile solo a quella del 1929. Sono saltati interi equilibri internazionali. Non esiste più un sistema monetario internazionale fondato sul dollaro. Oggi è tutto rimesso in discussione». Gianni Rinaldini ce l’ha in particolare con la miopia generale dimostrata di fronte alla natura della crisi dei mercati finanziari. «Penso proprio che ci sia un deficit di analisi», sostiene.

Sia il ministro degli esteri che il direttore della banca centrale della Cina, dirigenti espressi dal partito comunista, sono saliti in cattedra spiegando a Stati uniti e Unione europea come ci si deve comportare nel mercato capitalista. D’accordo, in Cina ormai vige il “socialismo di mercato”, un ibrido che sembra particolarmente adatto agli animal spirits del capitalismo più brutale. Nonostante ciò questa sortita ricorda il mondo rovesciato di Alice nel “Paese delle meraviglie”. Non è un paradosso?
Secondo me fa parte della situazione che stiamo attraversando. Credo proprio che ci sia un deficit di analisi rispetto ad una crisi come quella attuale. Come non vedere che l’Europa così come è stata costruita non sta più in piedi e che per riuscire a salvarne l’idea bisogna ridiscuterne le caratteristiche stesse? Pensare che questa crisi si possa risolvere adottando alcune misure per poi riprendere tutto come prima, significa non avere capito niente. Questa è la crisi innanzitutto del modello sociale che si è affermato nel corso degli ultimi decenni, fondato sulle basse retribuzioni, la precarizzazione di massa e lo smantellamento dello Stato sociale. Se non si cambia indirizzo la crisi si aggraverà sempre di più. Il compito della sinistra e della Cgil è quello di essere riferimento e punto di aggregazione di un’altra idea di uscita dalla crisi. Non si può continuare a ragionare come se si fosse in una normale trattativa sindacale dove occorre trovare dei punti di mediazione. Se sinistra e sindacato non scelgono di svolgere questo ruolo il disagio sociale si esprimerà in altri forme e modi. Il disagio sociale può andare da qualsiasi parte.

In questo bisogno di rifondare il progetto europeo intravedi anche la necessità di riformare i mercati finanziari? Ormai sono in molti, anche tra gli stessi analisti della stampa borghese, a ritenere il comportamento dei mercati, una sorta di prateria sconfinata senza argini e confini dove si pratica il far west, uno dei fattori scatenanti di questa crisi. Sono finite sotto tutela le sovranità nazionali. La stessa volontà elettorale non conta nulla di fronte ai listini e ai voti delle agenzie di rating, diventati i veri grandi elettori del globo.
Non c’è dubbio. Bisogna fare come quando si mise mano alla crisi del ’29 rifondando il sistema bancario. Altrimenti tutte le cose che si sono dette fino adesso sono soltanto propaganda. La realtà è però un’altra e tutto continua ad andare avanti come prima. L’unica variabile su cui si agisce è quella dei dei lavoratori: ridurre le retribuzioni e i diritti, aumentare la precarietà di massa. Si agisce allo stesso modo ovunque nei Paesi di vecchia industrializzazione, come Europa, Giappone e Stati uniti. Paradossalmente ciò che viene proposto è l’assunzione del modello sociale americano (dove il contratto nazionale non esiste e manca uno stato sociale), in un momento in cui gli Usa stessi sono uno dei soggetti scatenanti della crisi.

Prima i sei punti siglati nel documento unitario delle parti sociali, poi l’annuncio del governo di una nuova manovra che anticipa di un anno il pareggio di bilancio, addirittura il progetto di iscrivere questo comandamento della teologia  monetarista nella costituzione insieme alla riforma dell’articolo 41, per stabilirvi nuovi principi che legittimino la ferocia sociale dell’iperliberismo, infine l’attacco allo statuto dei lavoratori. Siamo di fronte ad una micidiale manovra a tenaglia?
E’ inquietante il fatto che ci si trovi di fronte alla Marcegaglia che parla anche a nome delle organizzazioni sindacali sulla base di un documento sottoscritto da banchieri e imprenditori. Credo che una cosa di questo genere non sia mai successa.

Sì, ai tempi del corporativismo fascista.
Nella Cgil tutto ciò sta avvenendo senza un mandato specifico mentre i contenuti dei sei punti sono l’opposto di quello che si è discusso. E’ necessario  sospendere immediatamente gli incontri previsti. Siamo in una situazione di assoluto arbitrio. Quanto all’azione del governo si prefigura un’operazione di massacro sociale, non solo dal punto delle condizioni materiali di vita ma anche di ridefinizione delle relazioni sociali e dell’assetto democratico del Paese. Pensare di uscire dalla crisi di questo modello sociale rilanciando lo stesso modello sociale è pura follia.

Sono state riconvocate le Camere, pensate di presentarvi sotto Montecitorio?
Bisogna convocare gli organismi dirigenti, prendere atto che la strada intrapresa ci ha portato in una situazione inaccettabile e decidere proposte, iniziative e mobilitazioni da mettere in campo per contrastare le scelte del governo. La Cgil deve aprire una fase di grande mobilitazione, di grande conflitto generale che abbia come riferimento le condizioni dei lavoratori e degli strati sociali più deboli per tentare di impedire che vada avanti questa operazione.

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Boia che non mollano: Cina e Stati uniti in testa alle classiche della pena di morte

Il Rapporto annuale di “Nessuno tocchi Caino”: aumentano le esecuzioni anche se calano i Paesi che ricorrono alla pena capitale

Paolo Persichetti
Liberazione 5 agosto 2011

Nel 2010 le esecuzioni capitali sono aumentate rispetto ai due anni precedenti. I giustiziati sono stati 5.837. Ben 96 in più rispetto al 2009 e 102 rispetto al 2008. L’aumento, secondo quanto spiega il rapporto sulla pena di morte nel mondo pubblicato dall’associazione “Nessuno tocchi Caino”, sarebbe dovuto all’escalation di pene capitali eseguite in Iran: passate dalle almeno 402 del 2009 alle almeno 546 del 2010. Quell’«almeno» sta a significare che i dati riportati peccano, semmai, per “difetto”. E che dunque c’è da dubitare che le morti di Stato, gli omicidi per legge, sono molti di più.
L’incremento delle uccisioni legali contrasta tuttavia con un altro dato, questa volta più confortante: i Paesi che continuano a praticare la pena di morte sono scesi di numero: 42 a fronte dei 45 del 2009. Un decremento che conferma una tendenza graduale in atto da alcuni anni. Dodici Paesi hanno abbandonato la pena di morte dal 2005 e oggi.
Gli Stati o territori che hanno abolito per legge le esecuzioni capitali sono 155. All’interno di questi, 97 risultano totalmente abolizionisti, altri 8 sono parzialmente abolizionisti, cioè hanno eliminato la pena capitale solo per i crimini ordinari mantenendola per crimini politici, terroristici o nei codici di guerra. Una moratoria sulle esecuzioni vige in 6 Stati, mentre 44 sono i Paesi che di fatto non eseguono più sentenze capitali da almeno 10 anni o che si sono impegnati a livello internazionale ad abolire la pena di morte tuttora in vigore nei loro ordinamenti penali.
Dei 42 Paesi che mantengono la pena capitale, 35 sono catalogati come «dittatoriali, autoritari o illiberali». Il grosso delle esecuzioni, 5.784, circa il 99% del totale mondiale, viene praticato in 18 di questi Paesi. A guidare la classifica sono Cina, Iran e Corea del Nord. Peccato che il rapporto fornisca le cifre solo in termini assoluti. Sarebbe stato interessante osservare l’incidenza anche rispetto alla densità di popolazione.
Tra i Paesi che mantengono in vigore la pena capitale, 7 di loro vengono classificati tra i sistemi politici a «democrazia liberale», sulla base – spiegano sempre gli autori del rapporto – «non solo del sistema politico del Paese, ma anche del sistema dei diritti umani, del rispetto dei diritti civili e politici, delle libertà economiche e delle regole dello stato di diritto». Le democrazie liberali che hanno applicato la pena di morte nel 2010 sono state 4 ed hanno effettuato 53 esecuzioni. Il fatto che si tratti dell’appena 1% del totale mondiale ci dice ancora poco senza un raffronto basato sul tasso percentuale delle esecuzioni. In ogni caso svettano gli Stati uniti con 46 giustiziati, uno ogni 680mila cittadini. Un bel record negativo per la più grande democrazia del pianeta, culla del populismo penale. Il resto sono briciole: Taiwan 4, Giappone 2 e Botswana 1. Anche qui si segnala un calo rispetto alle 60 uccisioni legali del 2009. Le Americhe sarebbero un territorio incontaminato dalla pena di morte se non ci fossero proprio gli Stati uniti, unico Paese del continente a praticare la pena capitale. Bisognerebbe ricordarsene un po’ più spesso.
In Europa solo la Bielorussia continua a giustiziare i suoi detenuti: 2 uccisi nel 2010. Nel continente Africano martoriato dalle guerre sono state registrate almeno 43 esecuzioni capitali legali, meno degli Stati uniti. L’Asia, a causa della Cina che vanta circa 5 mila esecuzioni (una ogni 267mila cittadini), è il continente nero (non più giallo) della giustizia capitale. Il rapporto non ci offre uno studio comparato sulla natura dei reati colpiti dalla pena di morte: quali sono presenti nei codici penali e quali sono quelli contestati con più frequenza.

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Cronache carcerarie

Stazione di Bologna, una strage di depistaggi

Strage di Bologna

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Link sulla strage di Bologna
Storia di Mauro Di Vittorio vittima della strage di Bologna che Raisi e Fioravanti vorrebbero trasformare in carnefice
Daniele Pifano sbugiarda il deputato Fli Raisi: “Mauro Di Vittorio non ha mai fatto parte del Collettivo del policlinico, né dei Comitati autonomi operai di via dei Volsci
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Strage di Bologna, i depistaggi sono la continuazione dello stragismo con altri mezzi. Risposta a Enzo Raisi
Strage di Bologna, in arrivo un nuovo depistaggio. Enzo Raisi, Fli, tira in ballo una delle vittime nel disperato tentativo di puntellare la sgangherata pista palestinese
Giovanni de Luna, “Golpismo e stragismo non sono proponibili come un paradigma esaustivo della storia degli anni 70”
lapattumieradellastoria.blogspot.it: Un Valpreda per Bologna
Strage di Bologna, i palestinesi non c’entrano
Strage di Bologna, la montatura della pista palestinese
Strage di Bologna, l’ultimo depistaggio


Link strage di Brescia

Strage di Brescia: la grande ingenuità di chi ha creduto che la magistratura potesse arrivare alla verità senza cambiamenti politici profondi nelle istituzioni coinvolte
Giovanni de Luna, “Golpismo e stragismo non sono proponibili come un paradigma esaustivo della storia degli anni 70”
De Luna: “Senza verità giudiziaria il passato non passa”


Link sulle teorie del complotto

I limiti della dietrologia
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto – Paolo Persichetti
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico – Paolo Persichetti
Il caso Moro – Paolo Persichetti
Stato e dietrologia – Marco Clementi
Doppio Stato, una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta

Dietrologia e doppio Stato nella narrazione storiografica della sinistra italiana – Paolo Persichetti
La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Le thème du complot dans l’historiographie italienne – Paolo Persichetti
I marziani a Reggio Emilia – Paolo Nori

Link sulla strage di Ustica
Ustica trentanni dopo l’anniversario delle verità contrapposte


Link sul rapporto tra storia e memoria
Quando la memoria uccide la ricerca storica – Paolo Persichetti
Storia e giornate della memoria – Marco Clementi

I signori della borsa: quei terremoti nei mercati finanziari creati ad arte dagli speculatori

Non esiste una finanza buona e una cattiva. Anche i fondi sovrani e i fondi pensione ricorrono alla speculazione per avere profitti immediati

Paolo Persichetti
Liberazione 22 luglio 2011

Di fronte all’ennesima tempesta che si è abbattuta sui mercati finanziari sono state riproposte grosso modo due chiavi di lettura. La prima, sostanzialmente assolutoria nei confronti dei circuiti borsistici, si ispira alla teoria liberista che postula la piena efficienza dei mercati finanziari. La ricerca sfrenata di ricchezza privata che muove le speculazioni borsistiche – sostengono i paladini di questa posizione – non entrerebbe in contrasto con l’interesse generale delle economie dei vari Paesi, perché il principio di concorrenza sarebbe in grado di generare delle mediazioni finanziarie efficaci. Insomma il giudizio dei mercati non si discute poiché sarebbe il solo in grado di produrre soluzioni razionali e performanti capaci di offrire quella liquidità monetaria indispensabile agli Stati per finanziare il debito pubblico interno. Più che una filosofia siamo di fronte ad una teologia che introduce nei fatti un nuovo fondamento della sovranità. Le implicazioni collegate a questo assunto sono gravide di conseguenze importanti. Esse fuoriescono dalla semplice sfera economica per investire dimensioni politico-filosofiche che modificano il funzionamento, oltre che il significato, dei modelli politici pluralisti che per comodità passano sotto il nome di democrazie. In Italia il Pd ha sposato integralmente questa lettura dei fatti cercando nella sanzione espressa dai gruppi speculativi che hanno attaccato i bond governativi una legittimità alla propria candidatura alla guida del Paese. Perplessità sull’operato dei mercati borsistici sono venute, invece, da settori della destra di governo fornendo l’ennesima prova di quel paradossale capovolgimento di senso dei punti cardinali della politica.

L’altra chiave di lettura ricorre, al contrario, alla tesi dell’anomalia dei comportamenti tenuti in Borsa, al mancato rispetto delle regole finanziarie. E’ grosso modo la strada perseguita dalle associazioni che hanno denunciato azioni di manipolazione del mercato, depositando degli esposti presso la magistratura nei quali additano il ruolo ambiguo delle agenzie di rating, ritenute le capofila della filiera speculativa. In questo caso il profitto speculativo, oltre ad essere ritenuto un vettore che provoca danni per la comunità, bruciando risorse, impedendo investimenti keynesianamente virtuosi nel ciclo produttivo, è percepito come immorale. Posizione ideologica che trae legittimità dalla vecchia etica calvinista del capitale e rispecchia gli interessi dei ceti medi, dei piccoli azionisti e risparmiatori vittime delle bufere che traversano i mercati finanziari. Un atteggiamento ammantato d’ipocrisia morale poiché trova al contrario accettabile l’estrazione di plusvalore, la spremitura della forza lavoro umana.

Esiste tuttavia una terza interpretazione che non considera le ricorrenti crisi dei mercati finanziari degli ultimi 30 anni l’effetto di errori, incidenti o comportamenti irrazionali ma il risultato del pieno rispetto del libero gioco borsistico. E’ la tesi sostenuta in particolare da André Orléan, studioso francese di scuola regolazionista, che in un volume apparso nel 2010 (Dall’euforia al panico. Pensare la crisi finanziaria, Ombre corte) ritiene le crisi conseguenza «non del fatto che le regole del gioco finanziario siano state aggirate ma del fatto che sono state seguite». A differenza di quel che accade nell’economia reale, sui mercati finanziari domanda e offerta agiscono in modo diverso, nota l’autore. L’aumento della domanda di un bene non ne fa aumentare solo il prezzo ma anche la richiesta, a causa dei rendimenti accresciuti che lo rendono ancora più attraente. Le crisi, in sostanza, sarebbero il fondamento stesso del funzionamento del sistema borsistico che agisce in modo autoreferenziale, investendo su prodotti finanziari “derivati” alla ricerca di rendimenti decorrelati, cioè sempre più scollegati dall’economia reale. Orléan ne indaga in modo accurato la dimensione ideologica ed emotiva, la rincorsa mimetica dei diversi operatori che suscitano momenti di euforia (da cui fuoriescono la cosiddette “bolle”) e le fasi di panico che caratterizzano la sua strutturale volatilità. La finanziarizzazione dell’economia capitalistica agisce come un continuo processo d’inclusione-esclusione che per certi versi sembra una riedizione continua dell’accumulazione primitiva con i suoi caratteri brutali.

Esistono delle soluzioni? A parte l’oltrepassamento del capitalismo, utili ma non risolutivi sarebbero certamente degli interventi in favore della tassazione delle operazioni borsistiche, la messa al bando di alcuni prodotti finanziari e tecniche speculative. Gran parte del problema tuttavia riguarda il nodo del debito pubblico e del suo finanziamento, attorno al quale ruota – come abbiamo visto – il problema della sovranità. La globalizzazione finanziaria ha tolto agli Stati la capacità di controllo sull’andamento dei titoli un tempo confinati in prevalenza nel mercato nazionale. Le proposte fioccano: separare i circuiti bancari da quelli finanziari, ristabilire in controllo politico sulle banche centrali, favorire un fondo comune europeo per il finanziamento del debito pubblico, liberarsi dalla dittatura delle agenzie di rating, tornare all’economia reale.

2/fine

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Paolo Persichetti
Liberazione 21 luglio 2011

La magistratura ha cominciato a interessarsi alla “casta” dei mercati finanziari. Parlare di casta, in realtà, è improprio. Anzi per nulla esatto. Si tratta di una concessione all’imperante linguaggio populista. Però in una fase come quella attuale, dove grande è la confusione, una semplificazione del genere può tornare utile per chiarire alcune cose. Per esempio: al cospetto degli «uomini d’oro della finanza-ombra», come li ha definiti recentemente il Sole24 ore, la “casta dei politici” di cui tanto si parla dopo la manovra economica dei giorni scorsi, o quella dei magistrati, visti al contrario come l’alternativa ad un ceto politico autoreferenziale e corrotto, ma ai cui alti stipendi e privilegi di status sono agganciati i compensi dei parlamentari, sono tutto sommato poca cosa. Una realtà subalterna, epifenomeno i cui costi sono inferiori ai milioni di euro bruciati in una sola giornata di speculazioni borsistiche. Come al solito il populismo ha il grande demerito di stornare l’attenzione: si sofferma sul dito e perde di vista la luna; s’indigna per la pagliuzza e non s’accorge della foresta.
Su esplicita richiesta della Consob il procuratore aggiunto della Capitale, Nello Rossi, coordinatore del pool sui reati economici, ha aperto un fascicolo. L’autorità di controllo per le società quotate in Borsa ha inviato anche alla procura di Milano un dossier su quanto accaduto nei mercati finanziari a ridosso del varo della manovra correttiva. Sotto osservazione il comportamento tenuto dalle due maggiori agenzie di rating, Moody’s e Standard and Poor’s, nelle giornate più critiche della crisi borsistica, il 24 giugno, l’8 e l’11 luglio scorsi. Nel rapporto la Consob propone un’analisi complessa di quanto accaduto, identificando diverse cause che agendo congiuntamente avrebbero provocato una serie di movimenti anomali e il crollo dei titoli. Tra questi, alcuni ordini cospicui di “vendita allo scoperto”, a cui avrebbero fatto seguito una cascata di ordini automatici di vendita al ribasso, predeterminati sulla base di programmi informatici di acquisto e vendita gestiti da computer. Ad uno stato più avanzato è invece l’inchiesta condotta dal pm di Trani, Michele Ruggiero, che si è attivato dopo le denuncie presentate da Elio Lannutti, presidente di Adusbef, e Rosario Trefiletti della Federconsumatori, nelle quali si profilano i reati di insider trading e market abuse (manipolazione del mercato) e si chiede il blocco delle diverse tipologie di “vendita allo scoperto”. «Tutti sanno bene – affermano in un comunicato stampa Lannutti e Trefiletti – che la speculazione deriva soprattutto da fondi inglesi ed americani. In realtà lo sa anche la Consob, che interfacciandosi con Borsa Italiana (che ha i tabulati di tutte le contrattazioni) ben vede chi sono gli speculatori». I responsabili di Adusbef e Federconsumatori rompono un tabù, dicono ad alta voce quello che sanno tutti gli addetti ai lavori. il Sole24 ore del 10 luglio fa i nomi di alcuni hedge fund, confermati anche dal Financial Times, i super fondi speculativi ad alto rischio che hanno come propria ragione sociale il ruolo di corsari dei mercati borsistici e che nei giorni della manovra stavano vendendo importanti quote di titoli governativi italiani per comprare “credit default swap”, ovvero speciali polizze assicurative che proteggono dal rischio di default. Cosa significa?
Che alcuni potenti fondi speculativi specializzati nell’arricchimento attraverso la variazione dei prezzi futuri hanno deciso di guadagnare su un’operazione al ribasso dei titoli pubblici italiani. «Offrono al prezzo di oggi – ha spiegato Francesco Gesualdi sul manifesto del 17 luglio – titoli che si impegnano a dare fra una settimana, un mese o altra data futura». L’azzardo, e soprattutto il trucco, stanno nel fatto che questi fondi non possiedono ancora i titoli che offrono. Il mercato speculativo vende fuffa. Aspettative spacciate per previsioni razionali. La scommessa su cui si fonda l’intera operazione speculativa sta nel provocare un forte ribasso del prezzo dei titoli promessi quando il loro valore era più alto, in modo da poterli acquistare al momento del loro costo più basso e guadagnare sul differenziale. Ovviamente perché ciò sia possibile occorre saper manovrare in modo da orientare il mercato, influenzare le fonti d’informazione, attuando attacchi concentrici, movimenti di panico, giocando anche sugli automatismi tecnici. Una somma di fattori che fanno aperto ricorso a tecniche manipolative del mercato e alla raccolta e controllo di notizie riservate. Il confine con l’aggiotaggio e l’insider trading è praticamente impercettibile, anzi nullo se si tiene conto del livello di connivenza già accertata in passato tra operatori dei fondi speculativi e vertici delle grandi corporation. Un recente verdetto della corte federale di Manhattan ha evidenziato la natura sistemica di questa collusione che vedeva nel libro paga del fondo Galleon un consigliere d’amministrazione di Goldman Sachs, un alto funzionario della Ibm, un consulente della McKinsey. Visti con la lente d’ingrandimento i mercati si dematerializzano, perdono il loro vantaggioso anonimato. Dietro l’astrazione dei rapporti sociali capistalistici emerge un brullichio d’attori animati da spietati interessi, ambizioni, una sfrenata sete di ricchezza. Dove sta scritto che devono essere loro i nuovi detentori della sovranità?

1/continua

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Luciano Gallino: «Povertà, dai dati Istat l’indebitamento invisibile dei lavoratori»

L’intervista – Luciano Gallino, sociologo, analizza il rappoto Istat sullo stato della povertà in Italia nel 2010

Paolo Persichetti
Liberazione 20 luglio 2011


«C’è un aspetto che non è stato rilevato nei tanti commenti seguiti dal rapporto Istat sulla situazione della povertà in Italia nel corso del 2010. Molti ne hanno parlato come se si trattasse di una misurazione dei redditi. In realtà ad essere presa in esame era la spesa al consumo. La differenza non è da poco poiché le spese per i consumi si possono fare anche contraendo debiti con le carte di credito oppure attraverso canali informali, come amici e parenti o peggio attraverso l’usura. Un dato, quest’ultimo, che può mascherare gli eventuali effetti della crisi». Secondo Luciano Gallino, i dati resi pubblici dall’Istat lasciano appena affiorare la punta di quell’invisibilità che copre la realtà della povertà.

Professore sembra di capire che qualcosa non la convince?
No, non ho detto questo. La metodologia di ricerca utilizzata dall’Istat ci dice che i livelli complessivi di povertà, sia relativa che assoluta, sono praticamente fermi da 4 anni. Salvo mutamenti interni che vedono un aumento della povertà nelle famiglie che hanno a capo un operaio (più del 15%), cioè il doppio rispetto a quelle che hanno lavoratori autonomi (più 7,8%). Ovviamente il divario aumenta ancora quando siamo in presenza di imprenditori. Questa è una novità importante rispetto alla singolare stabilità dei dati complessivi.

Si tratta del fenomeno che passa sotto il nome di working poor (il lavoro che rende poveri).
Certo, ma non ci dice tutto. Bisogna capire come fanno famiglie che vivono con un livello di reddito pari alla cassa integrazione a mantenere una spesa che, seppure resta nei parametri indicati per definire la povertà, riesce ad essere superiore ai 750 euro mensili. Evidentemente lì si nasconde la contrazione di un indebitamento invisibile.

L’indebitamento è anche uno degli indicatori del declino che sta investendo il ceto medio. C’è chi parla in proposito di una crisi del modello di società fondata sull’iperconsumo.
Il fenomeno non nasce oggi, ma un conto è contrarre debiti mantenendo pur sempre un livello di vita accettabile, come accade al ceto medio; altro è contrarre debiti dovendo contare solo sulla cassa integrazione, inferiore del 30% al salario medio. Voglio dire che esistono altri aspetti nascosti della crisi che non sono stati rilevati da questa indagine, come il fenomeno dell’indebitamento minuto. Una famiglia che ha a capo un operaio o assimilato difficilmente può contare sulla carta di credito, deve ricorrere ad altre forme: parentali, amicali, alle microfinanziarie o addirittura illegali. Siamo di fronte ad un sistema che non è in grado combattere la povertà o non gliene importa nulla, perché la povertà ha un aspetto singolare: è invisibile. E’ nascosta in certi quartieri, in certi tipi d’abitazione, non si vede per le strade dei centri storici, si trova in certi comuni piuttosto che in altri. L’invisibilità porta a sottovalutare il fenomeno ed alla fine a credere che non esiste.

Il rapporto Istat esaminava unicamente le famiglie residenti.
Appunto. In Italia abbiamo quasi 3 milioni d’immigrati. Fino a che punto è stato esaminato questo dato? L’invisibilità vale per i gruppi etnici che non hanno potere, non contano nulla, non hanno cittadinanza. In molti Paesi la povertà si distribuisce secondo i gruppi etnici. Negli Stati uniti tocca in misura minore i bianchi, aumenta tra ispanici e asiatici, diventa enorme tra i neri. Oltre il 57% dei minori sotto i 14 anni vive in famiglie sotto la soglia delle povertà.

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Lavorare stanca e rende poveri

Carlo Giuliani, quel passo in più

Quel passo in più mentre gli altri andavano indietro, la tua vita è tutta lì
Per questo ti vogliamo bene

I tratti addolciti del viso tradivano la sua giovane età. Si era staccato dal gruppo e in una mano teneva una pietra che scagliò con tutta la sua forza contro un drappello d’uomini bardati con scudi e mazze, caschi e stivali, armi da fuoco alla cintola. Quasi appagato da quell’incosciente gesto di sfida s’era voltato per riguadagnare le fila dei suoi compagni. Teneva larghe le braccia mentre le mani erano nude come in quella foto dell’anarchico diventata un manifesto, quando l’eco d’alcuni colpi di pistola risuonò nell’aria. I suoi compagni urlavano, mentre un poliziotto aveva preso la mira per fucilarlo alle spalle. Il suo sorriso s’era trasformato in una smorfia di dolore. Colpito alla schiena ma ancora incredulo continuava a camminare ma le sue falcate sembravano ormai passi di danza. Cadde sull’asfalto solo dopo aver compiuto una piroetta. Era il giugno del 2001, a Gotebörg. Il “movimento dei movimenti” solo per poco era scampato al suo primo morto. Un presagio maledetto che si avverò qualche settimana più tardi a Genova, in piazza Alimonda, dove un altro giovane, all’incirca della stessa età, venne ucciso da un coetaneo in divisa con un colpo in mezzo agli occhi.
Carlo Giuliani la morte l’ha vista in faccia mentre gli altri manifestanti avevano avuto il tempo d’indietreggiare di fronte a quell’arma spianata. Forse era troppo tardi per fermarsi o forse non voleva arretrare, ma andare fino in fondo per impedire a quel braccio teso, armato e in divisa di Stato, di continuare la sua minaccia. Due colpi, una quiete irreale cadde d’improvviso sul campo di battaglia rotta poi da nuove grida, mentre il corpo di Carlo veniva oltraggiato dalle ruote del Defender dei carabinieri.
“Fiori velenosi venuti solo per sfasciare”(1), non trovò migliore espressione una dirigente dell’organizzazione antimondialista Attac per liquidare i fatti di Gotebörg. Secca e adirata contro quella che ai suoi occhi sembrava una teppaglia neoluddista, madame Susan George, trovò più che normale che una pietra valesse un colpo di pistola tirato alle spalle. Autoconvocate, quelle orde d’insorti in cerca di sommosse non erano gradite. Disturbavano le ordinate kermes internazionali, i carnevali di strada, i convegni compunti dei professionisti dell’associazionismo, una nuova burocrazia della società civile che pensava di poter fronteggiare gli irruenti spiriti animali del capitalismo ultraliberale attraverso forme di regolazione economica, strumenti procedurali e regole etiche. Misure inadeguate quanto l’idea di poter fermare l’Oceano in tempesta con dei sacchetti di sabbia. Nello stesso periodo, un appello sottoscritto da intellettuali italiani e francesi, tra cui spiccavano le firme d’alcuni ex partecipanti ai movimenti politici degli anni Settanta, censurava le violenze e gli scontri di piazza, in modo particolre le brutalità commesse nei confronti di merci come “i cassonetti bruciati e le vetrine rotte”. Costoro invocavando manifestazioni ordinate e ottenevano nient’altro che forze dell’ordine. Decisamente la storia non è intenzionata a smentire quell’adagio che vuole ogni tragedia ripresentarsi in farsa. Per nulla appagati da tanta stigmatizzazione etica prim’ancora che politica, prendiparola del Forum sociale genovese e leaders d’alcune componenti noglobal, sponsorizzati dai loro grandi elettori mediatici, lanciarono il ritornello infinito, e per giunta dopo un anno ancora non provato, degli infiltrati. Lo fecero a caldo, sopraffatti dal pregiudizio e da servile paura, quando il corpo straziato di Carlo Giuliani non aveva ancora un nome. Nei salotti volanti delle dirette Rai di prima serata che seguivano il G8 circolava ancora la voce che il giovane ucciso fosse uno spagnolo, di certo un basco, un black bloc in ogni caso. Gli invitati (2), ancora accaldati per aver sfilato nei cortei del pomeriggio, attaccarono le forze di polizia colpevoli d’inerzia per aver lasciato devastare la città da bande di facinorosi vestiti di nero. Le forze dell’ordine avevano assalito i cortei quando questi sfilavano ancora lungo i percorsi autorizzati, in diversi punti della città i carabinieri avevano fatto uso d’armi da fuoco, in risposta gli acuti esponenti noglobal invece di pretendere meno forze dell’ordine invocavano più forza pubblica in piazza. Sollecitati con tanto ardore, il sabato successivo le forze di polizia eseguirono con zelo il loro mandato fin dentro alla Diaz. Immemore o forse ignaro che solo nei paesi dove vi è un controllo autoritario dello spazio pubblico le forze di polizia organizzano e svolgono il servizio d’ordine nei cortei, l’arrogante e mai pago presidente della Lila, Vittorio Agnoletto, pretendeva la tutela poliziesca per le sue sfilate nonviolente. Solo in tarda serata, sopraggiunta la notizia che quel manifestante deceduto altri non era che il figlio di un noto sindacalista della Cgil genovese, il “reprobo” Carlo Giuliani divenne finalmente un ragazzo da difendere, un imbarazzante martire da far proprio.

(1) Le Courrier d’information, n. 246, Martedi 19 giugno 2001.
(2) Un isterico Vittorio Agnoletto e un fin troppo incauto Fausto Bertinotti.

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Lavorare stanca… e rende poveri

Rappoto Istat sullo stato della povertà in Italia nel 2010. Il commento di Marco Revelli

Paolo Persichetti
Liberazione
17 luglio 2011

Foto Baruda. Assalto alla Pirelli Re - società di speculazione immobiliare

«Ha ragione la Caritas quando dice che il rapporto sulla povertà appena pubblicato dall’Istat offre un’immagine ancora troppo ottimistica dell’Italia perché sottostima la situazione reale del disagio sociale». Marco Revelli sostiene che la situazione è ancora peggiore di quella descritta dall’istituto di ricerche statistiche e parla della presenza di uno specifico «modello di povertà italiano».

Quali sono le sue caratteristiche?

Ci sono delle particolarità che ci fanno essere tra i fanalini di coda degli indici di povertà nel raffronto europeo. Ci sono poi degli aspetti patologici: il primo è l’enorme squilibrio nord-sud. Un differenziale territoriale che vede gli indici di impoverimento 4-5 volte superiori a quelli del Nord. Non ci sono precedenti in Europa, nemmeno con la Spagna dove pure sono presenti regioni ricche e regioni povere. I 2/3 dei poveri italiani sono concentrati nel Meridione (67%) nonostante vi risieda soltanto 1/3 (31%) della popolazione. La povertà relativa è aumentata di 5 punti in un anno. Il secondo riguarda l’incidenza della povertà tra le famiglie numerose, in particolare la fascia con figli minori a carico. Una situazione davvero scandalosa che ci piazza all’ultimo posto in Europa e che dovrebbe far levare grida d’allarme. Siamo arrivati a sfiorare il 50% di povertà nelle famiglie con almeno tre figli minori a carico.  Nel Sud un minore su due vive in famiglie povere. Si tratta dell’indice di una catastrofe, la prova di quanto la crisi economica abbia colpito i settori più deboli.

E il terzo aspetto?
Si tratta della presenza del working poor. Di poveri che lavorano, anzi sarebbe meglio dire di poveri “sebbene lavorino”. La povertà non più come conseguenza della mancanza del lavoro ma del lavoro stesso. Non parliamo di famiglie con disoccupati ma di nuclei familiari il cui membro di riferimento ha un posto di lavoro. In questa fascia ad essere alta non è solo la povertà relativa ma anche quella assoluta che raggiunge il 6% delle famiglie. Gente che non può permettersi neppure il minimo indispensabile per condurre una vita decorosa.

Da dove nasce tutto ciò?
Dalla sconfitta sociale del lavoro. Dal passaggio che si è avuto dal fordismo al postfordismo, dal produttore al consumatore come eroe sociale. Una scelta strategica a livello globale partita dagli Stati uniti agli inizi degli anni ’80 e che ha segnato le politiche economiche di tutto il mondo. Il pretesto della lotta all’inflazione ha permesso la guerra al salario operaio. Così la ripartizione delle ricchezza sociale si è spostata di 8 punti di pil dal monte salari ai profitti. 120 miliardi di euro all’anno sottratti dalle tasche dei lavoratori e trasferiti nei bilanci delle imprese. Non più utilizzati per investimenti produttivi ma in operazioni speculative. Questo spiega la fragilità del nostro sistema economico.

I dati Istat mostrano anche un ceto medio ormai con chiari segni di impoverimento.

I dati sui ceti medi produttivi fanno sobbalzare sulla sedia. Siamo in presenza di un impoverimento evidente delle famiglie di lavoratori autonomi e della comparsa di povertà anche tra i possessori di titoli di studio elevato. Addirittura assistiamo alla crescita del tasso di povertà assoluta tra diplomati e laureati. Tutto questo conferma il piano inclinato su cui sta scivolando il ceto medio da diversi anni. Un percorso che ha una sua lunghezza. Non è cominciato ieri ma va avanti da un quindicennio, accelerato ultimamente dalla crisi. La percentuale dei quadri poveri appena sopra la soglia di povertà relativa è del 4%. C’è poi chi, pur avendo una spesa mensile elevata, si trova in una condizione di forte deprivazione a causa di situazioni di forte indebitamento, delle rate del mutuo e del credito al consumo. Anni di concerto del benessere e coazione al consumo li hanno spinti ad indebitarsi e così pur con una spesa alta, vivono da poveri. Non possono permettersi le vacanze, curarsi adeguatamente, cominciano a frequentare i discount. 18 milioni sono quelli per i quali una spesa imprevista superiore agli 800 euro non sarebbe sopportabile. Persone che vivono sul pelo dell’acqua. Sono la fotografia di un’Italia che annaspa.



I dati Istat sono apparsi nel giorno in cui veniva approvata col voto unanime delle opposizioni la manovra economica del governo. Un segno beffardo de destino, non crede?
Questa coincidenza ha dato il segno della ferocia sociale raggiunta. La manovra con i suoi tagli alle detrazioni fiscali per i figli minori, gli asili nido, l’istruzione, le cure pediatriche e la soppressione di servizi essenziali in campo educativo e sanitario, mentre risparmia la casta dei politici, infierisce proprio sugli strati su cui più si è incrudelita la crisi. Si tratta di una scure sulla parte più dolente della società.

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