Il generale Dozier incontra i giornalisti per il trentennale della sua liberazione: tranquilli nessuno parlerà delle torture!

Il generale James Lee Dozier, l’ex ufficiale statunitense comandante del settore meridionale della Nato, rapito dalle Brigate Rosse e liberato il 28 gennaio del 1982, dopo un’inchiesta segnata dal ricorso sistematico alle torture, ha incontrato oggi i giornalisti nei locali dell’Hotel Milton di Roma, in via Emanuele Filiberto 155. L’appuntamento era fissato per le 17. L’evento è stato organizzato per “festeggiare” il trentennale della sua liberazione insieme ai 12 uomini che agli ordini di Edoardo Perna, comandante del nucleo Nocs che penetrò nell’appartamento di via Pindemonte a Padova, riuscirono a liberare il generale della Nato.
«Sarà un’incontro di festa e allo stesso tempo l’occasione per rievocare e conoscere nel dettaglio l’operazione che portò alla sua liberazione», ha detto ieri all’Adnkronos Edoardo Perna. «Arrivammo all’appartamento a bordo di un camion, simulando un trasloco. Fu un’operazione perfetta, in pochi secondi riuscimmo a liberare Dozier», ricorda sempre Perna.
Questo è il link del servizio passato al Tg1 delle 20.00.
Ma il racconto di Perna è solo solo un breve fotogramma dell’operazione che prese inizio, come racconta qui sotto Salvatore Genova, all’epoca dei fatti commissario della Digos aggregato all’Ucigos, in un’intervista rilasciata il 24 giugno 2007 e confermata recentemente in una puntata di Chi L’ha visto? su Rai3, con la tortura scientifica di due «fiancheggiatori delle Br» ed in particolare su una donna, Elisabetta Arcangeli, messa in pratica da una squadra speciale del ministero dell’Interno guidata da Nicola Ciocia-professor De Tormentis, in una chiesa sconsacrata di Verona.

Aggiungiamo solo una piccola postilla al racconto dell’operazione di salvataggio del generale fatta da Matteo Indice, grazie alle dichiarazioni di Salvatore Genova e dell’anonimo funzionario, che poi – recentemente – si è scoperto essere Nicola Ciocia, alias De Tormentis, allora in forza all’Ucigos col grado di primo dirigente: sembra che su quei 100 milioni che un’altro importante funzionario dell’Ucigos si recò a ritirare a Roma venne fatta la cresta. Agli arrestati che sotto tortura divvennero collaboratori di giustizia fu consegnata la metà della somma presa dal fondo segreto del ministero dell’Interno. Anche la ragion di Stato ha il suo prezzo!

La vera storia della liberazione di Dozier

Matteo Indice
Il Secolo XIX
, 24 giugno 2007,  pagina 2

La soffiata decisiva per la liberazione del generale americano James Lee Dozier, vicecapo della Nato in Italia rapito dalle Br a Verona il 17 dicembre 1981 e liberato a Padova il 28 gennaio 1982 arrivò grazie alla tortura, scientifica,di due fiancheggiatori, messa in pratica in una chiesa sconsacrata a Verona, «un passaggio che impressionò persino la Cia». E dopo la liberazione, almeno 100 milioni delle vecchie lire furono distribuiti “informalmente” fra alcuni “pentiti”, le cui rivelazioni diedero impulso decisivo alla soluzione dell’inchiesta: gli stessi pentiti, ovviamente, non rivelarono mai nulla di preciso sulle sevizie.
È questa la ricostruzione, dettagliata e inedita, raccolta dal Secolo XIX direttamente da due dei funzionari di polizia che parteciparono alle fasi più delicate di quell’operazione.
Di uno, Salvatore Genova (all’epoca commissario della Digos genovese “aggregato” all’Ucigos) abbiamo rivelato nei giorni scorsi l’identità. L’altro l’abbiamo raggiunto a Napoli, ed è il superpoliziotto che guidava saltuariamente “I cinque dell’Ave Maria”, una squadra specializzata in interrogatori violenti. Ne rispettiamo, al momento, la richiesta dell’anonimato. Ma le loro dichiarazioni colmano la lacuna che il sostituto procuratore di Padova Vittorio Borraccetti e il giudice Roberto Aliprandi, presidente della Corte d’Assise che giudicò alcuni agenti incriminati per il pestaggio dei br sequestratori (ma non dei fiancheggiatori, ndr) descrissero nella requisitoria e nella sentenza di primo grado. Rimarcarono che non soltanto i poliziotti imputati compirono le torture, «e comunque non di propria iniziativa ma su ordine di persone più alte in grado». Nell’atto giudiziario venivano citati esplicitamente, quali «autori di un comportamento omissivo», l’allora capo dell’Ucigos Gaspare De Francisci e Umberto Improta, ai tempi funzionario della stessa divisione e in seguito prefetto di Napoli. «Con loro – rivela oggi l’investigatore anonimo [Nicola Ciocia Ndr], con il quale abbiamo avuto il lungo colloquio riportato a pagina 3 – avevo rapporti costanti, erano informati passo passo di tutte le procedure adottate per risolvere l’emergenza». Da Salvatore Genova arrivano invece le chiarificazioni sulle tappe che segnarono la soluzione del giallo. «Furono messe sotto controllo centinaia di utenze telefoniche, con l’obiettivo di scandagliare l’area dell’eversione. Ascoltavamo di tutto, in particolare le conversazioni di giovani militanti nell’Autonomia operaia. Il centro investigativo era la questura di Verona, dove di tanto in tanto venivano accompagnati i sospetti. Talvolta passavano per le mani di altri uomini in divisa, che usavano ogni sistema pur di farli parlare ». È in questo modo che vengono individuati RuggeroVolinia (il cui nome risulta negli atti dei vari processi) e la sua fidanzata. «Vennero accompagnati in questura – prosegue Genova – e nessuno si aspettava che da quell’uomo potessero arrivare indicazioni tanto importanti».
Non potevano immaginare, sulle prime, di trovarsi davanti “Federico” (questo il suo nome di battaglia), ovvero colui che materialmente, a bordo d’un furgone, trasferì Dozier dalla sua casa di Lungadige Catena a Verona al covo di via Ippolito Pindemonte, a Padova. Aggiunge, Genova: «Un gruppo specializzato si occupò dell’interrogatorio. Separarono Volinia dalla compagna e su di lei ci furono violenze. Io non partecipai all’azione, ma in seguito tacqui davanti ai giudici per proteggere altri funzionari, che mi garantirono avanzamenti di carriera in cambio del silenzio».
È solo la prima parte. «Sentendo le urla disumane della fidanzata, Ruggero Volinia a un certo punto supplicò di fermarsi. E iniziò a fare qualche nome; nulla di eclatante, ma palesava evidentemente una consapevolezza superiore a tanti altri». È lì che entrano in scena, direttamente, “I cinque dell’Ave Maria”. La conferma arriva da Napoli, a distanza di 25 anni, dalla voce del superiore che li guidava. «Io ribadisce il superpoliziotto [Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis] che non è mai stato coinvolto in alcun procedimento mi trovavo a cena in un ristorante con il capo dell’Ucigos Gaspare De Francisci, che mi disse dell’interrogatorio in corso. Fu deciso allora di trasferire Volinia in una chiesa sconsacrata, un luogo più isolato, e qui ottenemmo indicazioni sensazionali. Anch’io raggiunsi il santuario, insieme ai miei, e lì si usarono “metodi forti”, gli stessi che portarono due fra gli ufficiali della Cia che ci affiancavano ogni giorno, a mettersi le mani nei capelli: “Non credevamo, dissero, che gli italiani arrivassero a un livello di pressione tale”».
L’autista è provato da una giornata infernale e alla fine cede, racconta tutto. «Se vi dicessi dov’è nascosto Dozier?». È la notte fra il 26 e il 27 gennaio, nella chiesa nessuno osa fiatare, a quel punto. E il prosieguo delle operazioni è cronaca nota: il blitz ad opera dei Nocs nella casa di via Pindemonte, dove Dozier era recluso sotto una tenda, e l’arresto dei brigatisti Antonio Savasta, Emilia Libera, Cesare Di Lenardo (colui che fece scattare la prima e circoscritta indagine sulle torture), Giovanni Ciucci e Daniela Frascella. Nei giorni successivi accadono altre cose, che nessuna indagine ha mai svelato con chiarezza. Le chiarifica ancora Salvatore Genova: «Un altro dei funzionari che parteciparono alle fasi finali degli accertamenti, e che assistette alle torture, andò a Roma a prelevare i soldi destinati ad alcuni pentiti, stornati da un fondo segreto destinato a quel tipo di risarcimento». Le stesse cose potrebbe ripetere a breve, davanti ai magistrati veneti che allora si occuparono del caso.

Link
Torture contro i militanti della lotta armata
Salvatore Genova, che liberò Dozier, racconta le torture ai brigatisti
Il penalista Lovatini: “Anche le donne delle Br sottoposte ad abusi e violenze”
Parla Nicola Ciocia, alias De Tormentis, il capo dei cinque dell’Ave Maria: “Torture contro i Br per il bene dell’Italia”
Le rivelazioni dell’ex capo dei Nocs, Salvatore Genova: “squadre di torturatori contro i terroristi rossi”
Il generale Dozier alla cerimonia in ricordo di Umberto Improta, uno dei funzionari di polizia coinvolti nelle torture
Torture della Repubblica: il movimento argentino degli escraches, un esempio di pratica sociale della verità



Roberto Saviano è un «paglietta»: parola di Antonio Gramsci

Antonio Gramsci identificava la formazione di un particolare ceto di intellettuali che definiva «pagliette» o «pennaioli». Si trattava di personaggi incorporati nelle classi dirigenti meridionali, con particolari privilegi “giudiziari”, impiegatizi, ecc., in modo che lo strato che avrebbe dovuto organizzare il malcontento meridionale diventava uno strumento della politica settentrionale, un suo accessorio “poliziesco”.
Sembra la fotografia spiccicata della funzione svolta da un certo Roberto Saviano, l’odierno pennaiolo di Repubblica, il velinaro dei Ros, lo scrivano del giustizialismo meridionale recentemente cimentatosi in un’ardua recensione di un discutibile saggio di Alessandro Orsini (che i lettori di questo blog già conoscono) intitolato, Gramsci e Turati. Le due sinistre (Rubettino)


Antonio Gramsci

Sul Risorgimento
, Editori Riuniti 1967

Il Mezzogiorno era ridotto a un mercato di vendita semicoloniale, a una fonte di risparmio e di imposte ed era tenuto «disciplinato» con due serie di misure: misure poliziesche di repressione spietata di ogni movimento di massa con gli eccidi periodici di contadini, misure poliziesche-politiche: favori personali al ceto degli «intellettuali» o «pagliette», sotto forma di impieghi nelle pubbliche amministrazioni, di permessi di saccheggio impunito delle amministrazioni locali, di una legislazione ecclesiastica applicata meno rigidamente che altrove, lasciando al clero la disponibilità di patrimoni notevoli, eccetera, cioè incorporamento a «titolo personale» degli elementi più attivi meridionali nel personale dirigente statale, con particolari privilegi «giudiziari», burocratici, eccetera. Così lo strato sociale, che avrebbe potuto organizzare l’endemico malcontento meridionale, diventava invece uno strumento della politica settentrionale, un suo accessorio di polizia privata. Il malcontento non riusciva, per mancanza di direzione, ad assumere una forma politica normale e le sue manifestazioni, esprimendosi solo in modo caotico e tumultuario, venivano presentate come «sfera di polizia» giudiziaria. In realtà a questa forma di corruzione aderivano sia pure passivamente e indirettamente uomini come il Croce e il Fortunato per la concezione feticistica dell’unità. […]

È l’aprile del 1907 quando viene varata la corazzata Roma ed in quell’occasione fanno mostra di sé i cappelli estivi. La paglietta è una gloria italiana visto che l’industria della paglia è attiva in Toscana fin dal Settecento. Si chiamava anche magiostrina perché la si indossava a partire dal mese di maggio e veniva dismessa tassativamente al tempo della vendemmia ancorché il clima fosse mite. Ma questo cappello rigido, di forma ovale e fondo piatto, trova la sua consacrazione artistica nei dipinti degli impressionisti francesi: Renoir e Manet ci rimandano le immagini dei signori di inizio secolo che vanno in barca sul fiume e frequentano i locali all’aperto indossando appunto quella che chiamano canotier.

Le déjeuner des Canotiers (1881) – Auguste Renoir

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Alessandro Orsini, l’inquisitore dell’eresia brigatista
Saviano e il brigatista
Il paradigma orwelliano impiegato da Roberto Saviano

Saviano e il genere fantasy
La macchina del fango di Saviano contro i manifestanti del 14 dicembre

Il capo della mobile: “Contro Saviano minacce non riscontrate”
Alessandro Dal Lago:“La sinistra televisiva un berlusconismo senza berlusconi”
Il capo della Mobile di Napoli: “Vi spiego perché ero contrario alla scorta per Roberto Saviano”
Aldo Grasso: “Vieni via con me un po’ come a messa”
Daniele Sepe scrive un rap antiSaviano: “E’ intoccabile più del papa”
Il razzismo anticinese di Saviano. L’Associna protesta
La denuncia del settimanale albanese: “Saviano copia e pure male”

Saviano in difficoltà dopo la polemica su Benedetto Croce
Marta Herling: “Su Croce Saviano inventa storie”
Saviano, prime crepe nel fronte giustizialista che lo sostiene

Ma dove vuole portarci Saviano
Il ruolo di Saviano. Considerazioni dopo la partecipazione a “Vieni via con me”

Pg Battista: “Come ragalare un eroe agli avversari. Gli errori della destra nel caso Saviano”

Non c’è verità storica: il Centro Peppino Impastato diffida l’ultimo libro di Roberto Saviano
Diffida e atto di messa in mora. Rettifica libro “La parola contro la camorra” di Roberto Saviano
Castelvolturno, posata una stele per ricordare la strage di camorra ma Saviano non c’era e il sindaco era contro

Alla destra postfascista Saviano piace da morire

Il diritto di criticare l’icona Saviano
La libertà negata di criticare Saviano
Saviano, l’idolo infranto
Pagliuzze, travi ed eroi

Attenti, Saviano è di destra, criticarlo serve alla sinistra
Buttafuoco, “Saviano agita valori e codici di destra, non regaliamo alla sinistra”
Ucciso il sindaco di Pollica: dubbi sulla matrice camorristica

Covergenze paralelle: iniziativa con Saviano e confronto Fini-Veltroni

Torture della Repubblica: il movimento argentino degli “escraches”, un esempio di pratica sociale della verità

Ho sospeso per un momento l’inchiesta sulle torture ma ci tornerò sopra molto presto. Molti risvolti di quella vicenda vanno ancora raccontati e soprattutto non va mollata la presa ora che si sono aperte delle crepe importanti all’interno dell’apparato poliziesco che all’inizio del 1982 venne incaricato dal governo Spadolini, con il sostanziale avvallo di gran parte delle forze politiche anche d’opposizione, compreso il Pci, di ricorrere alle torture durante gli interrogatori di polizia. Tutto ciò grazie alle rivelazioni dell’ex commissario Genova:

– prima in alcune interviste rilasciate al Secolo XIX nel 2007, quando la deposizione del dirigente di polizia Michelangelo Fournier fece luce sull’assalto delle forze di polizia all’interno della scuola Diaz a Genova durante il G8 del 2001, brutali violenze definite dallo stesso Fournier «macelleria messicana», scatenò per un breve periodo una discussione pubblica subito riassorbita dal muro di gomma dell’opinione pubblica;

– rivelazioni sulle torture praticate nel corso del 1982 contro le persone che venivano arrestate con l’accusa di appartenere alla Brigate rosse, o ad altre formazioni armate, confermate nel recente libro di Nicola Rao, e nel corso di una puntata di Chi l’ha visto su Rai tre;

– rivelazioni che hanno trovato conferma nelle ammissioni del funzionario del ministerro dell’Interno col grado di 1° dirigente presso l’Ucigos, Nicola Ciocia, conosciuto con il soprannome di De Tormentis, capo di una delle squadrette specializzate negli interrogatori sotto tortura ed in particolare nella tecnica del waterboarding (che suscita un principio di annegamento con acqua e sale).


La verità è anche una pratica sociale: il movimento argentino degli escraches

«Escracher» è un termine dello slang urbano di Buenos Aires che ha per significato il verbo mostrare, smascherare e che in gergo capitolino potremmo tradurre con sputtanare pubblicamente.  L’espressione è stata coniata durante le azioni di denuncia pubblica dei responsabili diretti del terrorismo di Stato coinvolti nelle torture della dittatura militare che dal 1976 al 1983 ha governato il Paese. Periodo nel quale furono commessi circa 2.300 omicidi politici e circa 30 mila persone scomparvero (desaparecidos), 9 mila delle quali accertate dalla Comisión Nacional sobre la Desaparición de Personas.

Questi personaggi venivano affrontati nel loro spazio sociale di vita, sotto le loro abitazioni, davanti ai posti di lavoro, nei quartieri dove abitavano, nei bar e locali che frequentavano, affinché tutti sapessero e conoscessero il loro passato. L’escrache era in sostanza una denuncia pubblica dell’identità e delle gesta del torturatore. Un modo per stanarlo dall’anonimato, per rompere il muro di gomma del silenzio, l’opacità corriva dell’omertà d’apparato e l’ipocrisia delle istituzioni. Un’azione sociale di verità che i movimenti argentini hanno definito «pratica di memoria sovversiva».

Un’esponente di quel movimento racconta così l’escrache: «dopo aver accertato l’identità e il curriculum delle azioni e del ruolo avuto dal torturatore, gli attivisti vanno nel quartiere dove abita e parlano con i vicini spiegando loro le ragioni dell’iniziativa di denuncia, chiedendo anche a loro di parteciparvi. Tutti sono invitati davanti al domicilio in modo che tutto possa divenire visibile e udibile. La facciata del palazzo viene ridipinta, in genere di vernice rossa, mentre le murgas e i tamburi accompagnano i manifestanti equipaggiati di trombe, megafoni e cartelli che raccontano la storia e le gesta del torturatore».

Link
Rai tre Chi l’ha visto? Le torture di Stato
Nicola Ciocia, Alias De Tormentis risponde al Corriere del Mezzogiorno 1
Torture, anche il Corriere della sera fa il nome di De Tormentis si tratta di Nicola Ciocia
Nicola Ciocia, alias De Tormentis, è venuto il momento di farti avanti
Torture contro i militanti della lotta armata
Mauro Palma: l’Italia tortura
Nicola Ciocia-De-Tormentis: Francesca Pilla del manifesto da che parte stai?
PierVittorio Buffa: “La tortura c’era”
Adriano Sofri, l’uso della tortura negli anni di piombo
«Che delusione professore!». Una lettera di Enrico Triaca a Nicola Ciocia-professor De Tormentis

L’insopportabile ferita narcisistica ricevuta da Giancarlo Caselli

Ritratti – Chi è e da dove viene il procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli?

Giancarlo Caselli appartiene a quel genere di magistrati che pretendono di salvarti l’anima non prima di averti confiscato il corpo. All’insegna di quella che è stata la magistratura combattente durante l’emergenza degli anni Settanta, Caselli conduce sempre una battaglia su due fronti: quello giudiziario e quello del senso, ovvero sulla visione legittima delle cose da imporre.
Non chiede solo punizioni, vorrebbe soprattutto redimerti e lo fa attraverso quel singolare ossimoro della correzione che è il raddrizzamento, la messa in riga attraverso la curvatura della persona.
Un sentimento di profonda amarezza ha dunque pervaso il suo animo di fronte all’immensa ingratitudine dimostrata da quella marmaglia di potenziali colpevoli che hanno osato contestarlo, ricordandogli che in fondo non è che uno zerbino dei poteri forti, un sifone dello Stato etico.
Le contestazioni che nelle ultime settimane gli hanno impedito, prima in una libreria di Lugano, poi a Milano, infine a Genova, di presentare il suo ultimo e “preziosissimo” libro, hanno rappresentato per il suo ego carico di slancio profetico, per quel suo apostolato missionario che lo porta a propagare il verbo vittimario di una giustizia presa d’assalto da un male dalle sembianze luciferine che al posto delle corna mostra delle antenne, un’insopportabile ferita narcisistica.
Lo si è capito dalle addolorate interviste rilasciate prima al Corriere della sera e poi a Repubblica, nelle quali tra l’indispettito e l’affranto ha prima recitato la partitura del perseguitato, un genere che va di moda e può portare al successo come ha dimostrato Roberto Saviano, per poi lanciare il consueto anatema contro i manifestanti valsusini e i contestatori dei suoi libri raffigurati alla stregua di stupratori e mafiosi.

E’ troppo abituato, il dottor Caselli, ad avere davanti a sé solo degli imputati che la pressione coercitiva dello stato d’arresto pone in condizione d’inferiorità. E’ troppo abituato, il dottor Caselli, a ragionare non con i concetti ma a colpi di custodia cautelare appesantita dalla situazione d’isolamento giudiziario, magari disposto in un istituto di massima sicurezza. Ha fatto troppo l’abitudine, il dottor Caselli, ad avvalersi di quelle condizioni d’intimidazione psicologica che minorizzano l’indagato per sopportare di fronte a sé degli uguali, irriverenti, turbolenti, irrispettosi.
Comoda è la posizione dell’inquisitore che pone le domande in una condizione di vantaggio, privo di condizionamenti, fresco e riposato, sostenuto dall’ausilio della forza coercitiva di cui dispone, dalle informazioni raccolte durante mesi di violazione della sfera privata del suo ostaggio, e di cui ha disposto il saccheggio della vita e dei beni, la perquisizione della casa, infrangendone l’intimità, invadendo e appropriandosi d’oggetti a lui cari, di strumenti di lavoro, dei segreti e dei ricordi, appunti e sogni, ed a cui vorrebbe – dopo tutto ciò – rieducare la coscienza, misurare i valori etici, raddrizzare la morale, arrogarsi il diritto di giudicare il percorso personale svolto nel fetore di una putrida cella di sicurezza.
Un po’ come quei magistrati codini pieni di cipria che la rivoluzione giacobina dell’’89 mise al bando, Caselli disprezza il frastuono del mondo: le urla, le grida, gli schiamazzi. L’unico rumore socialmente ammissibile per lui è quello dei ferri, una sinfonia di chiavi, serrature e blindi che sbattono.
L’atteggiamento di Caselli ricorda molto da vicino quello di un personaggio di Franz Kafka narrato in un brano conosciuto sotto il nome di frammento del sostituto, e ritrovato nei suoi quaderni postumi (Michael Löwy, Franz Kafka. Rêveurs insoumis, Stock Paris 2004).
In quelle pagine Kafka si divertiva a mettere in scena il ragionamento di un sostituto procuratore incaricato di sostenere l’accusa nei confronti di un uomo incolpato di lesa maestà.
Secondo quel magistrato le cose del mondo dovevano attenersi ad una curiosa geometria dell’autorità che vede la vita assumere sempre una linea ricurva, nella quale la postura dell’essere ha senso unicamente se rivolta in posizione arcuata, prona, reclina, flessa, prostrata, accucciata, soprattutto mai dritta: «Egli credeva che se tutti avessero collaborato con il Re e il Governo [è dunque nella legalità] nella calma e nella fiducia, si potevano superare tutte le difficoltà[…] più grande era la fiducia, e ancora di più si doveva curvare la schiena, ma in virtù di principi naturali, senza bassezza. Ciò che impediva uno stato di cose così auspicabile, erano personaggi della risma dell’accusato che, usciti da non si sà quali bassi fondi, venivano a disperdere con le loro grida la massa compatta delle brave genti».
In questo modo l’obiettivo della macchina giudiziaria non era più quello d’applicare un semplice castigo ma di spingere a collaborare attivamente alla propria punizione affinché la condanna assumesse il senso di una vera correzione, o piuttosto l’ossimoro della correzione come dicevamo all’inizio, cioè il raddrizzamento, la messa in riga attraverso la curvatura dell’individuo.

1/continua

Link
La vera storia del processo di Torino al “nucleo storico” delle Brigate rosse: Caselli sapeva che la giuria popolare venne composta grazie all’intervento del Pci

La tortura in Italia, in pdf il libro del comitato contro l’uso della tortura che nel giugno 1982 rese pubbliche le prime denunce e prove delle sevizie realizzate contro gli arrestati per appartenenza alla lotta armata

Il primo libro che denunciò le torture in corso
Mentre questo volume, uscito nel giugno 1982, veniva diffuso le torture continuavano.
Gli ultimi episodi conosciuti risalgono al novembre 1982

Questo Libro Bianco nasce dall’esigenza di approfondire il dibattito che in questi ultimi mesi si è sviluppato sulla Tortura e il Carcere Speciale. Il Comitato contro l’uso della Tortura «dal ‘FERMO’ al TRATTAMENTO DIFFERENZIATO», che è composto dall’Associazione Giuridica Radicale, dall’Associazione Nazionale Solidarietà Proletari in Carcere, dal Comitato Familiari Proletari Detenuti di Roma, da Radio Proletaria e da numerosi altri compagni romani, e aperto al contributo di ogni compagno, democratico o struttura di base interessato alla ripresa dell’iniziativa sui terreno della denuncia, della controinformazione, della lotta contro la repressione.

COMITATO CONTRO L’USO DELLA TORTURA

Roma, giugno 1982

Clicca qui per scaricare il pdf completo
http://www.ristretti.it/commenti/2012/febbraio/pdf5/tortura_italia.pdf

Dall’Introduzione:

Negli ultimi mesi, ed in particolare dal gennaio-febbraio ’82, sono state sempre più numerose e incalzanti le dettagliate denunce da parte degli arrestati, e dei loro familiari, avvocati, su episodi di torture subite dopo l’arresto all’interno di posti di polizia, se non addirittura in località segrete (appartamenti, pinete, ecc.). Dalle prime notizie raccolte ci e apparso subito chiaro come non si trattasse più soltanto dei tradizionali maltrattamenti riservati da anni agli arrestati che ‘non collaborano’, bensì di un vero e proprio sistema di tortura, condotto con l’uso di mezzi e tecniche sempre più sofisticate, e con l’impiego delle scienze (psichiatria, psicologia, ecc.) nei metodi di coercizione fisica e psicologica, tesi a distruggere la volontà e l’identità dei soggetti sottoposti a tali trattamenti. Il Comitato contro l’uso della tortura e nato prima di tutto per rompere il black-out, cioè quel muro di silenzio complice e di omertà della stampa che copre e protegge l’applicazione di tali feroci pratiche. L’uscita di un primo DOSSIER, presentato a Roma il 2 marzo nel corso di una conferenza stampa, la raccolta ordinata e sistematica degli elementi che man mano provenivano dalle istanze di controinformazione di base, radio e strutture di compagni, familiari di detenuti, avvocati, ecc. hanno contribuito ad imporre l’apertura di un dibattito su quello che stava diventando un fenomeno sempre più vasto: la tortura in Italia. Altra esigenza alla quale abbiamo voluto rispondere e quella di dimostrare come la pratica della tortura nel nostro paese non fosse il frutto dell’iniziativa individuale o delle fantasie sadiche dei singoli poliziotti, ma la prosecuzione di un processo repressivo che ha le sue radici nella progressiva evoluzione in senso sempre più autoritario degli apparati dello Stato. La Legge Reale, le successive leggi speciali, con le quali si legittimano anni e anni di carcerazione preventiva, si rende il ‘sospetto’ valido come ‘prova’, si instaura il fermo di polizia (che rende possibile la scomparsa dei fermati per giorni e giorni, senza possibilità di intervento da parte della difesa), fino alle cosiddette misure segrete varate dal Governo nel gennaio di questo anno, costituiscono la premessa che ha reso possibile il ‘salto di qualità rappresentato dall’uso della tortura nei confronti dei fermati e degli arrestati.

I governi che si sono succeduti negli ultimi anni hanno mostrato tutti una identica volontà di applicare una politica di repressione generalizzata, di procedere verso un progressivo restringimento degli spazi per il dissenso e l’opposizione sociale, giustificando il loro operato con la pretesa necessita della lotta anti-terrorismo, e con l’avallo totale della stampa e dei partiti di opposizione, salvo rare e sporadiche eccezioni.

La realtà dimostra come la legislazione speciale sia servita invece per creare un apparato che fosse in grado di annientare preventivamente ogni forma di opposizione. La complicità diretta in questo progetto e emersa ancora una volta con chiarezza quando, alle prime precise e circostanziate denunce di torture subite, si è risposto, da parte degli organi responsabili e dei mass-media, con un imbarazzato e reticente silenzio, che ha comunque testimoniato delle contraddizioni che l’uso accertato della tortura ha generato all’interno delle istituzioni.

Di fronte alla cinica arroganza di chi dichiara che comunque «ancora non e morto nessuno» si cominciano a delineare le prime crepe in quel muro che fino ad allora era stato compatto. Non tutti sono più disposti a difendere una macchina repressiva che ormai sfugge anche al loro controllo; fino a quando la tortura applicata all’interno delle asettiche mura di un carcere di massima sicurezza non lasciava segni visibili sui corpi di quei soggetti che erano sottoposti a metodi di disorientamento psicologico e di privazione sensoriale (tendenti alla spersonalizzazione), nessuno aveva levato voci di protesta; ora che alla sofisticata esperienza importata dai paesi del Nord Europa si affianca la tecnologia brutale, diretta, tanto in auge nelle dittature dell’America Latina, il fronte non ritrova più la sua compattezza. Perciò il lavoro di controinformazione e le denunce raccolte, vengono riprese e sostenute, in parte, anche da settori politici nuovi a tali problematiche.
Ruolo importante di supporto alle pratiche repressive e sempre stato giocato, anche in questo ultimo periodo, da una stampa ben allineata e sempre attenta ai voleri del Palazzo. Il silenzio totale, o, nelle rare occasioni in cui si parla di tortura, l’uso del dubitativo, servono a preparare le ovvie e scontate risposte del ministro Rognoni alle interrogazioni parlamentari seguite alle prime denunce degli avvocati. E così ci sentiamo dire: «None successo nulla, lo stato democratico combatte la ferocia terroristica con gli strumenti consentiti dall’ordinamento democratico e costituzionale che, per essere efficiente, necessita pero di misure ‘eccezionali’, per far fronte ad una situazione ‘eccezionale’».

È proprio questo concetto di ‘eccezionalità’, di ‘emergenza’ che, sostenuto da tutti a spada tratta, ha permesso ieri lo sviluppo delle leggi e degli ordinamenti speciali e che oggi permette l’uso della tortura. Questo nuovo passaggio del progetto repressivo viene difeso in due modi: da una parte Rognoni e Sica negano tutto e tacciano di fiancheggiamento chiunque parli di tortura, dall’altra, sempre all’interno dello stesso schieramento, si minimizza l’accaduto, sottolineando implicitamente che, se tortura c’e stata, ha riguardato comunque solo pochi brigatisti.
La drammatica realtà che ci troviamo di fronte e invece quella di una applicazione sempre più vasta della tortura, nei suoi molteplici aspetti e gradazioni.
Non si tratta più solo dei pestaggi e dei maltrattamenti generalizzati, da sempre usati nei posti di polizia, ma dell’applicazione scientifica di tecniche nuove per il nostro paese.
La somministrazione di sostanze chimiche non meglio definite e la varietà dei mezzi e degli strumenti usati nel condurre gli interrogatori richiedono una preparazione non casuale e un personale preventivamente addestrato.
È altrettanto chiaro, d’altronde, che nell’introdurre una nuova pratica si usi il criterio della selettività, anche se i casi accertati di tortura sono numerosi, come e dimostrato, oltre che dalle denunce, anche dalle perizie mediche e dai verbali giudiziari di interrogatori, che riportano le lesioni presentate dai detenuti, a volte a distanza di settimane dal trattamento subito.
È da ricordare comunque come il numero delle denunce, peraltro rilevante, non renda sicuramente l’idea della reale dimensione del fenomeno. Tra l’altro, il clima di intimidazione e di paura ha costretto spesso vittime e familiari ad una attenta autocensura.

Invocando la solita ‘eccezionalità’ si torturano, per il momento, quasi esclusivamente, brigatisti o presunti tali, a dimostrazione del fatto che tali mezzi sarebbero usati solo contro questi soggetti. Riteniamo che ciò non sia vero: nel momento in cui l’apparato tortura e pronto, esso potrà essere usato contro ogni forma di antagonismo individuale e collettivo. Comunque, anche un solo caso di tortura, aldilà di considerazioni, non certo irrilevanti, di carattere umanitario, rappresenta (chiunque ne sia la vittima), un fatto gravissimo, ed anche una minaccia concreta contro i sempre più numerosi compagni che vengono quotidianamente inghiottiti dalle operazioni repressive. L’uso della tortura si configura fondamentalmente come un punto di non ritorno (se non riusciremo a sconfiggere tale progetto) di una spirale repressiva sempre più feroce. Con il termine tortura il Comitato non intende soltanto i maltrattamenti e le sevizie subite al momento del fermo o dell’arresto, m anche quella combinazione di elementi del trattamento riservato ai detenuti, quali il completo isolamento, la privazione sensoriale, i cui danni sulla personalità e la soggettività dell’individuo sono spesso irreversibili: per questo, abbiamo definito il Comitato «dal ‘fermo’ al trattamento differenziato».

[…]

Un ulteriore passo avanti verso l’annientamento psicofisico dei detenuti è l’applicazione dell’art. 90 della riforma carceraria del 1975. La legge prevede la sua applicazione nell’eventualità di grosse tensioni all’interno del carcere, ma il potere che esso concede al ministro di Grazia e Giustizia e ai direttori delle carceri, ha fatto sì che esso sia di fatto diventato l’articolo più usato.
Da gennaio, esso è entrato in vigore in tutte le carceri speciali e verso tutti i detenuti differenziati. L’art. 90, in sintesi, non è altro che l’abolizione di tutti i diritti e le conquiste acquisite dai detenuti in anni di battaglie quotidiane e stabilisce che:

– gli incontri coni familiari avvengano esclusivamente attraverso un vetro divisorio antiproiettile, senza quindi nessun contatto fisico, e sotto il costante controllo delle guardie carcerarie che ascoltano, vedono e registrano tutto quello che accade. Tutto ciò nonostante le schifose perquisizioni personali cui sono sottoposti detenuti e familiari;

– anche con gli avvocati il colloquio si svolge con i vetri;

viene così eliminata ogni parvenza di diritto alla difesa;

– non può più essere consegnato ai detenuti alcun genere di cose (alimenti, giornali, libri, ecc.);

– venga razionata la corrispondenza, già super-censurata;

– vengono abolite le telefonate quindicinali alla famiglia. Crediamo che il trattamento differenziato e l’art. 90 non siano semplicemente delle degenerazioni o imbarbarimenti dello stato, ma dei passaggi di un disegno scientificamente preordinato, al fine di distruggere l’identità umana, sociale e politica dei detenuti e di chiunque si oppone dentro e fuori le galere contro questo progetto repressivo. È chiaro quindi che lottare contro la tortura significa anche lottare contro l’art. 90 e il trattamento differenziato. Separare e isolare i singoli elementi significherebbe infatti non comprendere che essi sono dei passaggi di uno stesso processo, che mira alla distruzione di ogni forma di antagonismo e di dissenso.

Quanto detto finora evidenzia, secondo noi, la necessità che il comitato non si limiti ad essere una pura e semplice struttura di servizio, che pur nei fatti si è dimostrata necessaria.
Non basta riuscire a denunciare con tempestività quanto avviene dentro i commissariati o le carceri, o ad inviare commissioni miste composte da medici, avvocati, parlamentari per verificare quanto accade, ma deve assumere connotati politici destinati a durare nel tempo e ad incidere sui terreno dell’intervento intorno al problema politico della tortura, del carcere, della repressione.
La convergenza realizzata dal comitato fra settori più propriamente di classe e alcuni cosiddetti garantisti, non è da intendere nel vecchio e abusato rapporto molto in voga negli anni scorsi e ancora oggi fra alcuni settori di movimento; si tendeva infatti ad utilizzare il settore democratico e garantista solo in determinate occasioni, per poi lasciarlo e riprenderlo a piacimento per questa o quell’altra emergenza. La breve esistenza dei numerosi comitati sorti come risposta ai continui blitz polizieschi e la parzialità del loro intervento dimostra come, pur nell’importanza del lavoro che questi compagni hanno condotto, sia necessario oggi superare tale ristrettezza. La realtà degli ultimi anni ha evidenziato come, se in alcuni casi i comitati hanno compreso e tentato di superare tali limiti, in altri si è verificata una tendenza al settarismo, responsabile di aver introdotto un criterio selettivo nella difesa dei detenuti. Tale logica ha generato un’incapacità di produrre programmi e interventi adeguati alla situazione, oltre all’aver introdotto fra i compagni elementi di divisione, impedendo l’affermarsi di una linea che garantisca la difesa di tutti i detenuti.
Anche chi scambia una concentricità di azione e di alleanze fra settori tra loro non omogenei per democraticismo e istituzionalismo tout court, non comprendendone la necessità oggettiva in questa fase, denota ancora una volta isolamento e velleitarismo politico.

Al di fuori di questa concentricità di forti alleanze politiche e sociali diventa oggi ridicolo, se non impossibile, l’impegno teso a perseguire propri ideali e concezioni politiche.
I pochi garanti della costituzione, esterni alle dinamiche sociali per loro o altrui volontà, farebbero una battaglia di principio, mentre gli oppositori, animati dal desiderio di una società migliore, ma sprezzanti della perdita di ogni minima libertà, si ridurrebbero a sognarla di più.
Noi non ci facciamo illusioni: la voce dei garantisti non potrà compensare il silenzio di ampi settori di massa, oggetto privilegiato della repressione, ma siamo anche convinti che la mobilitazione di questi ultimi non può essere contrapposta ad una funzione di vigilanza e di controllo che il mandato popolare impone ai parlamentari democratici.
Ad alcuni mesi di distanza dalla nascita del Comitato e dalla definizione della sua proposta politica, riteniamo necessario un primo bilancio delle iniziative e dell’attività svolta fino ad oggi.
I diversi gruppi di compagni che, insieme ai familiari dei detenuti, hanno dato vita, nel febbraio dell’82, a questa struttura, individuavano, fin dalla stesura del primo appello, distribuito ad avvocati, medici, parlamentari, e giornalisti per raccogliere le adesioni, come il primo, ma non unico, obiettivo del Comitato, dovesse essere quello della rottura del ferreo black-out esistente intorno agli episodi di tortura e alle condizioni di detenzione nelle carceri italiane. Quindi, rottura del muro di silenzio come primo passo, condizione preliminare per la crescita di un’ampia mobilitazione di massa in grado di porre una barriera forte, decisa e irriducibile contro l’uso della tortura nel nostro paese. La conferenza stampa del Comitato, tenuta a Roma il 2 marzo, nella quale veniva presentato ai numerosi giornalisti intervenuti un primo dossier (con oltre 70 casi di tortura), è stato un momento importante per la rottura della cappa del silenzio.

Per alcuni giorni le sempre più precise e dettagliate denunce di torture, accompagnate dalle perizie mediche che confermavano quanto denunciato, hanno trovato un, seppur parziale, spazio sulla stampa. Quasi ogni giorno ci trovavamo di fronte a nuovi casi di sevizie e di maltrattamenti, di pestaggi nelle carceri; i fermati e gli arrestati scomparivano per giorni e giorni, prima di essere trasferiti nelle carceri, senza che né familiari né avvocati sapessero nulla della loro sorte. Per adempiere ad una funzione di vigilanza e di controllo, oltre che di denuncia, il Comitato si è impegnato nella costituzione di commissioni di medici e parlamentari disponibili ad entrare nelle carceri, per controllare l’integrità psicofisica dei detenuti.
Inoltre, riferendosi ad una analoga iniziativa del Partito Socialista Operaio Spagnolo, (PSOE), il Comitato ha elaborato e presentato ad alcuni parlamentari, una bozza di legge, che prevede l’estensione della facoltà di visita, riservata dall’art. 67 (legge N. 354 del ’75) ad alcune categorie, dalle sole carceri, ad altri luoghi (caserme, questure, ecc.), dove gli arrestati vengono trattenuti per giorni, prima di essere inviati in carcere, e dove maggiormente si verificano episodi di tortura. Ancora oggi però, nonostante l’interesse dimostrato da alcuni, (purtroppo pochissimi) parlamentari, tale progetto di legge non è stato presentato alle Camere, né si sono avuti incontri per discutere tale proposta.

Dopo questo primo periodo di attività del Comitato (in cui si è raggiunto l’importante obiettivo di rottura del black­out), con la seconda (prevedibile) risposta di Rognoni alla Camera, viene di nuovo imposta la censura alla stampa. Il ministro infatti, non solo smentisce che la tortura sia stata decisa dall’alto, o comunque applicata, ma afferma anche che chiunque parli di tortura fiancheggia le Brigate Rosse nella loro campagna, orchestrata per «screditare lo Stato democratico». L’arresto dei giornalisti Buffa (Espresso) e Villoresi (Repubblica), le intimidazioni contro il capitano Ambrosini, se da un lato dimostrano come si voglia impedire che si parli di tortura, dall’altro mettono chiaramente in luce le contraddizioni che l’uso accertato della tortura in Italia genera all’interno delle stesse istituzioni. Intanto, per arrivare ad un primo momento di dibattito e di confronto sulla proposta politica del Comitato, e per rendere concreta e significativa quella convergenza di forze e di interessi imposta dalla realtà, convocavamo a Roma una assemblea cittadina all’Università, con la partecipazione di settori di movimento, familiari di detenuti, parlamentari, medici, avvocati, giornalisti. Dopo un primo pretestuoso divieto, l’assemblea, che si è svolta il 1 aprile, ha visto la partecipazione di 1500 compagni. È stato quindi un momento centrale di dibattito e di pubblica denuncia, e doveva rappresentare l’inizio di una mobilitazione di massa contro la tortura e il trattamento differenziato. Ma, nonostante l’indubbia importanza e positività dell’iniziativa, (nella quale sono intervenuti, oltre alle varie strutture di compagni, anche Adele Faccio, il Prof. Biocca e l’Avv. Mattina), nel periodo successivo il Comitato non è riuscito a dare continuità all’intervento e alla mobilitazione contro la tortura.

Questo breve periodo di silenzio, se da un lato era dovuto a difficoltà del Comitato, dall’altro è stato determinato dai problemi incontrati all’esterno, dalla difficoltà in questa fase di aprire un dibattito e un confronto libero da chiusure e da settarismi aprioristici, fra le varie componenti del movimento antagonista.
Con la pubblicazione di questo libro bianco, e con le iniziative che lo accompagneranno, vogliamo superare il periodo di stasi e di silenzio. Crediamo infatti che il Comitato, non solo non abbia esaurito le sue funzioni, ma debba anzi rafforzare la continuità dell’intervento; sarebbe un grave errore ritenere, nei periodi in cui le denunce di torture sono meno frequenti, che il compito di vigilanza e di denuncia sia esaurito. Non dimenticando che i maltrattamenti e le brutali condizioni di detenzione sono una costante delle carceri del nostro paese, va ricordato anche che la tortura è una conseguenza della legislazione degli ultimi anni. Allentare la vigilanza e il controllo significherebbe quindi lasciare via libera agli strumenti più feroci della repressione.
Abbiamo aperto questo libro anche agli interventi esterni al Comitato, che quindi non necessariamente rispecchiano completamente il nostro punto di vista; riteniamo comunque validi tali contributi, per l’apertura e la circolazione di un dibattito, che necessariamente dovrà trovare la sua espressione in vasti e forti momenti di lotta contro la tortura, le leggi speciali, il trattamento differenziato nelle carceri.

ULTIM’ORA
Stavamo ultimando le bozze quando la magistratura padovana ha spiccato il 29 giugno, cinque mandati di cattura contro altrettanti funzionari del NOCS, di diverse sedi. I reati contestati, dopo un’indagine durata alcuni mesi, vanno dal sequestro di persona all’uso di violenze, confermando quindi, in questa prima ipotesi accusatoria, che la tortura è stata impiegata durante alcuni interrogatori nell’ambito dell’operazione Dozier e che del «fermo» si è fatto largo abuso. Rognoni – ministro degli Interni – in compagnia di Piccoli e altri uomini politici ha subito manifestato la sua preoccupazione e costernazione, dando così, maggior rilievo alle proteste, dettate dallo spirito di corpo, manifestatesi in diverse questure d’Italia.

Perfino il Consiglio Comunale di Roma si è sentito in dovere di esprimersi sull’accaduto in termini analoghi. Sorge spontaneo il paragone con l’atteggiamento assunto dal potere politico, dai mass-media, addirittura da Sandro Pertini, quando altri magistrati, sempre di Padova, firmarono i mandati di cattura che diedero il via all’operazione 7 aprile. Il sostituto procuratore Boraccetti che ha svolto le indagini, dopo le prime denunce inoltrate alla Procura di Padova in una breve dichiarazione alla stampa ha difeso il suo operato specificando che non si è basato soltanto sulla parola di un terrorista condannato a 24 anni, facendo quindi intendere che le perizie svolte e altri elementi testimoniali sostengono la sua accusa. Ha così anche – crediamo – tentato di ribattere alla tesi immediatamente avanzata da tutti i giornali e dagli esponenti più reazionari, secondo cui si gettavano delle ombre sull’«operazione Dozier» prendendo per oro colato la voce di un brigatista.


Per chi volesse ulteriormente approfondire, segnaliamo:

  Il volume di referenza sulla vicenda delle torture pubblicato nell’ambito del progetto memoria da Sensibili alle foglie.
Si tratta fino ad ora del testo più organico che riporta le denunce affiorate al momento della pubblicazione (non tutte quindi),
testimonianze, documentazione giudiziaria, pubblicistica e materiale parlamentare.

  Il volume recente di Nicola Rao che riporta le importanti rivelazioni dell’ex commissario di polizia Salvatore Genova
sulla esistenza di un apparato speciale del ministero dell’Interno dedito alla pratica degli interrogatori sotto tortura,
e l’intervista allo specialista del waterboarding, l’ex funzionario dell’Ucigos Nicola Ciocia, soprannominato professor De Tormentis.

Segnaliamo infine la sezione speciale dedicata alle torture contro i militanti della lotta armata presente in questo blog e in quello di Baruda

L’Italia tortura

Mauro Palma*
il manifesto, 18 Febbraio 2012

Quando nell’aprile 2005 le Nazioni unite decisero di istituire uno speciale Rapporteur con il compito di proteggere i diritti umani nella lotta contro il terrorismo internazionale, gli stati europei salutarono positivamente un elemento ulteriore di analisi che si affiancava agli strumenti di controllo già da tempo in vigore, in particolare attraverso l’azione del Comitato per la prevenzione della tortura. Si riaffermò così il principio che nessuna situazione d’eccezione può far derogare dal divieto assoluto di ricorrere alla tortura: inaccettabile sul piano della comune percezione di civiltà giuridica, inammissibile nella simmetria che stabiliscono tra azione dello stato di diritto e pratiche delle organizzazioni criminali, foriera di gravi distorsioni dell’azione di giustizia, tale è la forza verso l’adesione a qualsiasi ipotesi dell’accusa che la sofferenza determina.
Il divieto assoluto era già del resto in convenzioni e patti internazionali su cui i paesi democratici hanno ricostruito la propria legalità ordinamentale dopo le tragedie della prima metà del secolo scorso. L’Italia, spesso inadempiente sul piano degli impegni conseguenti, quali per esempio la previsione dello specifico reato di tortura, ha sempre dichiarato la sua ferma adesione ai principi in essi contenuti. Eppure, solo negli ultimi quindici giorni sono emersi ben tre casi – diversi nel tempo e nella specificità dei corpi di forze dell’ordine che hanno operato – che fanno capire tale distanza.

Asti, 2012
Ad Asti, il tribunale ha emesso il 30 gennaio una sentenza in cui, qualificando i maltrattamenti inferti da agenti della polizia penitenziaria nei confronti di due detenuti come «abuso di autorità contro arrestati e detenuti» ha dichiarato prescritto il reato. L’esito non stupisce perché non è il primo in tale direzione; colpisce però la chiarezza con cui il giudice scrive nella sentenza che «i fatti in esame potrebbero agevolmente essere qualificati come tortura» (risparmio ai lettori la descrizione puntuale dei maltrattamenti subiti dai detenuti), ma che il reato non è previsto nel codice e, quindi, il tribunale non può che far ricorso ad altre inadeguate tipologie di reato. Nessun dubbio, quindi, sugli atti commessi e provati in processo, peraltro confermati da intercettazioni di chiacchierate telefoniche tra gli imputati. Ad Asti la tortura è avvenuta, ma non è perseguibile adeguatamente

Calabria, 1976
Dall’altro capo della penisola, in Calabria, la Corte d’Appello tre giorni fa ha assolto, in un processo di revisione, Giuseppe Gulotta dopo ventidue anni di carcere, trascorsi sulla base di un processo centrato sulla testimonianza di un presunto correo, che aveva portato all’incriminazione anche di altri due giovani. Il fatto era del lontano gennaio 1976, Gulotta aveva allora 18 anni, e il processo ha avuto la revisione solo perché un ex brigadiere dei carabinieri, all’epoca in servizio al reparto antiterrorismo di Napoli, ha raccontato quattro anni fa che la testimonianza era stata estorta con tortura. E con torture erano state estorte anche le confessioni dello stesso Gulotta: il sistema doveva essere stato ben convincente (lo stesso ex brigadiere li definisce «metodi persuasivi eccessivi») ed era maturato all’interno dell’Arma nel tentativo d’incastrare esponenti della sinistra – si diceva allora extraparlamentare – nella morte di due carabinieri. La vicenda ha avuto anche un altro esito inquietante: perché il presunto correo, che aveva poi cercato di scagionare gli accusati, venne trovato impiccato in cella in una situazione che definire opaca vuol dire eufemizzare; gli altri due accusati nel frattempo erano riusciti a riparare in Brasile.

Il caso «De Tormentis», 1978
Mercoledì scorso, la ricerca di scavare in casi non risolti che viene condotta da Chi l’ha visto? ha portato nella calma atmosfera serale delle famiglie la drammatica e torbida vicenda di gruppi speciali che operavano gli interrogatori verso la fine degli anni Settanta di appartenenti o simpatizzanti della lotta armata. Enrico Triaca ha raccontato la sua storia e le torture subite nel maggio 1978, dopo il suo arresto in una tipografia romana come fiancheggiatore delle Br: le torture vennero inflitte non da un agitato poliziotto a cui la situazione sfuggì di controllo ma da un gruppetto all’uopo predisposto, coordinato da questo signore delle tenebre che veniva nominato con il nickname «De tormentis», osceno come il suo operare.
Triaca, sparito per una ventina di giorni dopo il suo arresto, aveva denunciato immediatamente le torture subite, ma il giorno successivo alla denuncia aveva ricevuto il mandato di cattura per calunnia – l’allora capo dell’ufficio istruzione Achille Gallucci era un tipo veloce – e la conseguente condanna. Sarebbe una bella occasione la riapertura del processo per calunnia, ora che si sa chi si cela dietro quel nickname. Si sa che questi si definisce un nobile servo dello stato, che non nega ma inserisce il tutto in una sorta di necessitata situazione. Egli, sia pure con qualche successivo passo indietro, conferma. Così come già qualche anno fa un altro superpoliziotto, Salvatore Genova, in un’intervista al Secolo XIX, aveva confermato che torture erano state inflitte alle persone arrestate nell’ambito dell’indagine sul sequestro Dozier, operato in Veneto dalle Br qualche anno dopo. Allora Genova era stato indicato come oggetto di calunnia, qualcuno (il Partito Socialdemocratico, strano esito dei nomi) gli aveva dato l’immediato salvacondotto della candidatura in Parlamento, e anche se in quel caso un’inchiesta aveva, contrariamente al solito, accertato fatti e responsabilità, nessuno aveva pagato; anche perché il reato che non c’è oggi non c’era ovviamente neppure allora. Ma, il tutto era stato sempre riportato al caso isolato, alla sbavatura in un contesto in cui si affermava e si ripeteva che la lotta armata era stata affrontata e sconfitta senza mai debordare dal binario del rigoroso rispetto della legalità.
Questo riandare indietro di qualche anno, dal caso Dozier al caso Moro, e ritrovare stesse pratiche, stessi nomi, un gruppetto all’uopo utilizzato – «prestato» alla bisogna da Napoli al nord – ben noto a chi aveva allora alte responsabilità, dà un’altra luce al tutto.

La tortura è una pratica «sistemica»
Del resto i tre fatti riportati, proprio perché hanno diverse determinazioni di territorio, di tempi in cui sono avvenute, di corpi che hanno operato, forniscono uno scenario inquietante nel rapporto che il nostro paese ha con la tortura: chi ha pratica di ricerca scientifica o sociale sa che l’ampiezza di più parametri fa passare la valutazione di quanto osservato da «episodico» a «sistemico» e cambia quindi la modalità con cui valutare il fenomeno. Interroga per esempio, in questo caso, sulle culture formative di chi opera in nome dello stato, sulle coperture che vengono offerte, sull’assenza infine, da parte delle forze politiche e culturali del paese, di una riflessione più ampia su come questi fatti siano indicatori della qualità della democrazia.
L’atteggiamento della loro negazione o della loro riduzione a fatti marginali è di fatto complice del loro perpetuarsi e dell’affermarsi implicito di un principio autoritario come costruttore dell’aggregato sociale a totale detrimento dello stato di diritto.
Per questo va rifiutata l’impostazione che da sempre alcuni politici e alcuni procuratori hanno avuto nell’affermare senza velo di dubbio che l’Italia, anche in anni drammatici, non ha operato alcuna rottura della legalità: per questo già trent’anni fa alcuni di noi – penso all’esperienza della rivista Antigone che uscì come supplemento a questo giornale – avviarono una serrata critica alla logica e alla cultura, oltre che alle pratiche, di quella che allora era definita «legislazione d’emergenza».
Spataro, Battisti e la magistratura
Anche recentemente – esattamente un anno fa, il 19 febbraio, in occasione del dibattito attorno alla estradibilità di Battisti – il procuratore Spataro si fece carico di riaffermare su queste pagine che «l’Italia non ha conosciuto derive antidemocratiche nella lotta al terrorismo» e che «è falso che l’Italia e il suo sistema giudiziario non siano stati in grado di garantire i diritti delle persone accusate di terrorismo negli anni di piombo». Oggi, credo, che tali asserzioni, figlie della negazione della politicità del fenomeno di allora, debbano essere riviste.
Perché non è possibile che ciò che avveniva e avviene nel segreto non sia noto a chi poi interroga un fermato o lo visita in cella. Non era possibile allora e non è possibile nei casi di maltrattamento di oggi.
Il tribunale di Asti, per esempio, è severo con il direttore di quel carcere, le cui dichiarazioni sono definite a tratti «inverosimili». E il magistrato che raccolse le testimonianze accusatrici di Gulotta come indagò sulle modalità con cui esse erano state ottenute? Così come i magistrati che videro Triaca e ascoltarono le sue affermazioni, non appena ricomparso dai giorni opachi, quale azione svolsero per comprenderne la fondatezza?
La responsabilità, almeno in senso lato, non è solo di chi opera, ma anche di chi non vede e ancor più di chi non vuole vedere. Perché la negazione dell’esistenza di un problema non aiuta certamente a rimuovere ciò che lo ha determinato e apre inoltre la possibilità di mettere sotto una luce sinistra ogni altra operazione, anche quelle di chi – fortunatamente la larga maggioranza – ha agito e agisce nella piena correttezza.
In un articolo di ieri su Repubblica, Adriano Sofri ricordava come molte di queste storie fossero note, almeno sfogliando i rapporti per esempio di Amnesty o anche le stesse denunce avvenute in Parlamento. È vero, ma credo che tra un «io so» detto secondo la pasoliniana memoria e una esibita dichiarazione da parte di chi in tal senso operò, ci sia una distinzione sostanziale: una distinzione tale da rendere inaccettabile il silenzio o il perdurare in una logica che nulla è accaduto e nulla accada.
Oggi il continuare a negare il problema non aiuta a chiudere il passato in modo politicamente ed eticamente accettabile e utile, né a capire quali antidoti assumere per il suo non perpetuarsi.

* Fino allo scorso dicembre presidende del comitato europeo contro la tortura

Link
Torture contro i militanti della lotta armata


PierVittorio Buffa: “La tortura c’era”

Adriano Sofri, l’uso della tortura negli anni di piombo
«Che delusione professore!». Una lettera di Enrico Triaca a Nicola Ciocia-professor De Tormentis
Rai tre Chi l’ha visto? Le torture di Stato

Nicola Ciocia, Alias De Tormentis risponde al Corriere del Mezzogiorno 1
Torture, anche il Corriere della sera fa il nome di De Tormentis si tratta di Nicola Ciocia
Nicola Ciocia, alias De Tormentis, è venuto il momento di farti avanti
Cosa accomuna Marcello Basili, pentito della lotta armata e oggi docente universitario a Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, ex funzionario Ucigos torturatore di brigatisti
Triaca:“Dopo la tortura, l’inferno del carcere – 2
Un’antica ricetta per la memoria condivisa

Enrico Triaca; “De Tormentis mi ha torturato così” – 1

1982 la magistratura arresta i giornalisti che fanno parlare i testimoni delle torture
Novembre 1982: Sandro Padula torturato con lo stesso modus operandi della squadretta diretta da “de tormentis”
Anche il professor De Tormentis era tra i torturatori di Alberto Buonoconto
Caro professor De Tormentis, Enrico Triaca che hai torturato nel 1978 ti manda a dire
Le torture ai militanti Br arrivano in parlamento
Nicola Ciocia, alias “De Tormentis” è venuto il momento di farti avanti
Torture: Ennio Di Rocco, processo verbale 11 gennaio 1982. Interrogatorio davanti al pm Domenico Sica
Le torture della Repubblica 2,  2 gennaio 1982: il metodo de tormentis atto secondo
Le torture della Repubblica 1/, maggio 1978: il metodo de tormentis atto primo

Torture contro le Brigate rosse: il metodo “de tormentis”
Torture contro le Brigate rosse: chi è De Tormentis? Chi diede il via libera alle torture?
Parla il capo dei cinque dell’ave maria: “Torture contro i Br per il bene dell’Italia”
Quella squadra speciale contro i brigatisti: waterboarding all’italiana
Il pene della Repubblica: risposta a Miguel Gotor 1/continua

Miguel Gotor diventa negazionista sulle torture e lo stato di eccezione giudiziario praticato dallo stato per fronteggiare la lotta armata
Miguel Gotor risponde alle critiche
Il penalista Lovatini: “Anche le donne delle Br sottoposte ad abusi e violenze”
Le rivelazioni dell’ex capo dei Nocs, Salvatore Genova: “squadre di torturatori contro i terroristi rossi”
Tortura: quell’orrore quotidiano che l’Italia non riconosce come reato
Salvatore Genova, che liberò Dozier, racconta le torture ai brigatisti
1982, dopo l’arresto i militanti della lotta armata vengono torturati

Proletari armati per il comunismo, una inchiesta a suon di torture
Torture: l’arresto del giornalista PierVittorio Buffa e i comunicati dei sindacati di polizia, Italia 1982
L’énnemi interieur: genealogia della tortura nella seconda metà del Novecento
Ancora torture
Torture nel bel Paese
Pianosa, l’isola carcere dei pestaggi, luogo di sadismo contro i detenuti

Nicola Ciocia-De Tormentis: Francesca Pilla del “manifesto”, da che parte stai?

Sul manifesto di ieri, 17 febbraio, in apertura di pagina 8 è apparso un’articolo della corrispondente da Napoli Francesca Pilla dedicato a Nicola Ciocia, alias al professor De Tormentis, dal titolo «il dr. De Tormentis ha un nome» che i lettori di questo blog conoscono molto bene. Sorpreso dal reiterato silenzio su questa vicenda dell’unico giornale della sinistra comunista, radicale (le anime sono tante, non sto a soffermarmi) rimasto in edicola dopo la sopensione delle pubblicazioni di Liberazione, che sulla questione era intervenuta per ben due volte a dicembre, la scorsa settimana avevo chiamato più volte alcuni redattori per sollecitare la loro attenzione. Oltre a non aver recensito l’apparizione del libro di Nicola Rao, Colpo Al cuore, Sperling&Kupfner, che raccoglie la testimonianza dello stesso Ciocia, sotto copertura dello pseudonimo De Tormentis, e di Salvatore Genova, l’altro funzionario che racconta la stagione delle torture ordinate dal governo, il manifesto aveva mancato di riprendere l’argomento anche dopo la puntata di Chi l’ha visto? e l’uscita dell’articolo del Corriere della sera che rompeva il muro di silenzio dei grandi quotidiani nazionali divulgando il nome anagrafico di De Tormentis, già accessibile da diverso tempo su questo blog e quello di Baruda.
Alla fine, addirittura ad un giorno di distanza l’uno dall’altro, forse anche grazie all’effetto d’accredito (se fosse così ci sarebbe molto da pensare) prodotto dall’intervento di Sofri su Repubblica, sono usciti due articoli: quello di Francesca Pilla e il contributo importante di Mauro Palma, presidente fino allo scorso dicembre del Comitato europeo per la prevenzione e contro l’uso della tortura. Un’ente che ha poteri di sindacato ispettivo su mandato dell’Unione europea.

Nonostante l’attività di documentazione sulle torture contro i militanti della lotta armata svolta da questo blog, che accompagna quella d’inchiesta e riflessione, tra i post in archivio non troverete l’articolo di Pilla. Chi vuole può andarselo a leggere sul sito del manifesto. La ragione? Il pezzo di cronaca è una rimasticatura dei pezzi usciti sul Corriere della sera e sul Corriere del Mezzogiorno. Dal manifesto ci si aspettava qualcosa di più, anche perché in rete c’è già molto materiale. Ma non stiamo qui a fare le bucce. Il vero problema è un’altro: Francesca Pilla conclude il suo articolo con un bizzarro interrogativo il cui succo è: ma perché Salvatore Genova, che è stato accusato di aver partecipato alle torture di Di Lenardo (e si salvò grazie all’immunità parlamentare ottenuta con l’elezione in parlamento tra le file del partito del piduista Pietro Longo), accusa Ciocia solo ora che i fatti sono prescritti? Insomma cosa c’è dietro di losco?
Cito:
«Ma perché ora dovrebbe accusare proprio Ciocia (e non solo) e dopo più di trent’anni, quando quei reati non sono nemmeno perseguibili in quanto ormai prescritti? Di regola – conclude la giornalista – non si dovrebbe mai terminare un articolo con punto di domanda, ma purtroppo su questa faccenda sono ancora tanti i silenzi e le responsabilità da accertare»
.

Cara Francesca, questa domanda la potevi rivolgere direttamente a Salvatore Genova. La cultura giustizialista ha roso l’anima della Sinistra, gli ha mangiato il cervello. Tutta questa premura per il professor De Tormentis-Nicola Ciocia sorprende e guarda caso ricalca le parole dei pm napoletani, gli immacolati Libero Mancuso, Lucio Di Pietro, Felice Di Persia e Diego Marmo, che hanno subito fatto quadrato attorno al suo operato. Istillare il dubbio, far balenare il sospetto sulla presenza di chissà quali dietrologiche ragioni… serve in questo caso solo a screditare testimonianze imbarazzanti. E’ una vecchia tecnica e Francesca Pilla ci casca con tutte le scarpe, anzi i tacchi. Invece di chedersi perché i magistrati napoletani difendano il loro collaboratore prediletto Nicola Ciocia – che gli portava le confessioni degli arrestati su un piatto d’argento sciacquato con acqua e sale senza che loro, mai e poi mai, avessero percepito la benché minima irregolarità – con tanto fervore malgrado le evidenze, le ammissioni stesse di Ciocia che si è accusato da solo quando ha detto di aver torturato Enrico Triaca, quando sotto l’eteronimo di De Tormentis ha seminato una infinità di dettagli sulla sua persona e carriera? Non pensi che forse la latrina della Repubblica che si sta scoperchiando, il fetore purulento che emana stia infastidendo se non preoccupando qualcuno?

A raccontare delle torture furono già nel 1982 Gianni Trifirò, sovrintendente di polizia e il capitano Riccardo Ambrosini che riferirono a PierVittorio Buffa dell’Espresso e Luca Villoresi di Republlica. Salvatore Genova iniziò a farlo pubblicamente nel 2007, ben cinque anni fa, a ridosso dei processi per i fatti della Diaz e di Bolzaneto dopo la testimonianza del funzionario di polizia Michelangelo Fournier che parlò di «macelleria messicana». Leggete questa intervista e capirete le dinamiche psicologiche da lui ribadite anche nell’intervista rilasciata a Chi l’ha visto? E probabile che la prescrizione penale dei fatti-reato raccontati l’abbia anche sollevato dal timore di suscitare guai giudiziari ai suoi colleghi. E’ noto che l’ipoteca penale sia il più grande viatico alla sepoltura della verità, per questo lo Stato italiano ha sempre avuto paura di un’amnistia sugli anni 70 perché in questo modo poteva mantenere il monopolio della verità.

Detta in modo brutale: Salvatore Genova fa capire di non voler passare alla storia come l’unico funzionario macchiato dall’infamia di essere stato un torturatore. Vuole condividere questa responsabilità con chi insieme a lui partecipò anche con gradi gerarchici più alti all’operazione torture che si protrasse per tutto il 1982.
C’è rivalsa e risentimento in questo atteggiamento? Molto probabile.
Si tratta di sentimenti poco nobili? Scusate, ma ai fini della verità storica a noi cosa interessa. Misurare le intenzioni a cosa serve? Il giudizio morale sui protagonisti di questa vicenda c’è già. E non cambia.
A preoccuparci semmai deve essere la ricostruzione completa dei fatti, delle responsabilità di governo, delle complicità della magistratura, provati in modo circostanziato, documentato, inappuntabile.

Allora, cara Francesca Pilla, davvero non si capisce il senso della tua domanda e quel che è peggio non si capisce nemmeno da che parte stai.


La tortura c’era

Dopo trent’anni PierVittorio Buffa torna a scrivere delle torture. La sua è una testimonianza importante: per averlo fatto nel febbraio 1982 venne messo in carcere. Un mese dopo fu la volta di Luca Villoresi. Per  la magistratura avevano indagato troppo, messo il naso dove non si doveva, raccolto testimonianze inopportune, trovato scomodi riscontri. E’ questo un’altro aspetto dimenticato di questa storia: l’attacco alla libertà di stampa, il bavaglio messo sulla bocca di chiunque provava a denunciare quello che stava accadendo.
Tempo fa Buffa ci aveva concesso un’intervista nella quale raccontava la sua esperienza Leggi qui

La tortura c’era

Di PierVittorio Buffa
http://buffa.blogautore.repubblica.it/2012/02/16/la-tortura-cera/

Non avrei pensato di tornare a parlare di una storia vecchia di trent’anni se stamattina non vi avesse fatto esplicito riferimento, in un articolo per Repubblica, Adriano Sofri.
Nel 1982 Luca Villoresi, di Repubblica, e io, che lavoravo all’Espresso, venimmo arrestati a Venezia per aver denunciato le torture ai brigatisti che avevano rapito il generale americano James Lee Dozier. In rete c’è il mio articolo di allora e una breve sintesi della vicenda.
Andare in prigione, anche se giornalisti con alle spalle giornali come Repubblica e LEspresso, non e’ gradevole. Lacera dentro, lascia il segno, cambia qualcosa in te, per sempre. Quello che però, personalmente, mi ferì forse più delle foto con i ferri ai polsi e del rumore del cancello che si richiude alle spalle, fu l’essere implicitamente, e anche esplicitamente, accusato di aver fatto, con quell’articolo, il gioco dei terroristi. Il clima di quei giorni lo sintetizza bene Sofri riportando un passaggio dell’intervento di Leonardo Sciascia in parlamento.
Oggi, dopo trent’anni, i protagonisti di allora, funzionari di polizia, raccontano la verità. Confermano che la tortura programmata e’ davvero esistita nel nostro paese. Che l’acqua e il sale non erano l’invenzione di giornalisti fiancheggiatori. Che i poliziotti che denunciarono i loro colleghi e che, per questo, vennero additati come traditori ed emarginati, dicevano solo la verità. A me resta l’amarezza di non essere riuscito, allora, a far arrivare i responsabili di fronte a un giudice. Villoresi e io, semplici e giovani cronisti, arrivammo alla verità con un paio di telefonate alle persone giuste e qualche incontro semiclandestino. I magistrati e i capi di quei funzionari avrebbero potuto fare molto di più e meglio per scoprire cosa accadeva nei distretti di polizia e punire i responsabili. Ma non fecero nulla. Anzi, negarono con forza le evidenze. Resta però anche un pizzico di soddisfazione che non deve restare solo mia, ed è per condividerla che ho scritto questo post. Oggi ci sono le prove che due cronisti, su questa brutta storia, raccontarono la verità. E che sia davvero acclarata con ben trent’anni di ritardo dimostra solo che della verità non bisogna avere paura. Va cercata, documentata, scritta. E questo è il semplice ma difficile mestiere del cronista.

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Torture contro i militanti della lotta armata

Adriano Sofri, l’uso della tortura negli anni di piombo
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1982 la magistratura arresta i giornalisti che fanno parlare i testimoni delle torture
Novembre 1982: Sandro Padula torturato con lo stesso modus operandi della squadretta diretta da “de tormentis”
Anche il professor De Tormentis era tra i torturatori di Alberto Buonoconto
Caro professor De Tormentis, Enrico Triaca che hai torturato nel 1978 ti manda a dire
Le torture ai militanti Br arrivano in parlamento
Nicola Ciocia, alias “De Tormentis” è venuto il momento di farti avanti
Torture: Ennio Di Rocco, processo verbale 11 gennaio 1982. Interrogatorio davanti al pm Domenico Sica
Le torture della Repubblica 2,  2 gennaio 1982: il metodo de tormentis atto secondo
Le torture della Repubblica 1/, maggio 1978: il metodo de tormentis atto primo

Torture contro le Brigate rosse: il metodo “de tormentis”
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Il pene della Repubblica: risposta a Miguel Gotor 1/continua
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Tortura: quell’orrore quotidiano che l’Italia non riconosce come reato
Salvatore Genova, che liberò Dozier, racconta le torture ai brigatisti
1982, dopo l’arresto i militanti della lotta armata vengono torturati

Proletari armati per il comunismo, una inchiesta a suon di torture
Torture: l’arresto del giornalista PierVittorio Buffa e i comunicati dei sindacati di polizia, Italia 1982
L’énnemi interieur: genealogia della tortura nella seconda metà del Novecento
Ancora torture
Torture nel bel Paese
Pianosa, l’isola carcere dei pestaggi, luogo di sadismo contro i detenuti

L’uso della tortura negli anni di piombo

Dopo il Corriere della sera anche sulle pagine di Repubblica, il quotidiano di tutte le emergenze e fermezze nazionali, del più feroce rigor mortis, sostenitore imperterrito di polizia e magistratura, grazie ad Adriano Sofri si parla delle torture impiegate per contratstare la lotta armata degli anni 70 e inizio 80, ma non solo. A differenza degli altri pezzi, questa volta l’intervento di Sofri non ha richiami in prima ma si trova confinato nella pagina delle lettere, nella tribuna dedicata alle opinioni marcatamente esterne, estemporanee, a sottolineare la presa di distanza da qusta vicenda della nave ammiraglia scalfariana. Nonostante ciò il muro del silenzio ogni giorno che passa mostra sempre nuove crepe

Adriano Sofri, la Repubblica 16 Febbraio 2012

A prima vista, la notizia è che negli anni ’70 e ’80 ci fu un ricorso non episodico a torture di polizia nei confronti di militanti della “lotta armata” – e non solo. È quello che riemerge da libri (Nicola Rao, Colpo al cuore), programmi televisivi (“Chi l’ha visto“), articoli (come l’intervista del Corriere a Nicola Ciocia, già “professor De Tormentis”, questore in pensione). Non è una notizia se non per chi sia stato del tutto distratto da simili inquietanti argomenti. Nei primi anni ’80 le denunce per torture raccolte da avvocati, da Amnesty e riferite in Parlamento furono dozzine.

A volte la cosa “scappava di mano”, come nella questura di Palermo, 1985. Oscar Luigi Scalfaro, che era allora ministro dell’Interno, dichiarò: “Un cittadino è entrato vivo in una stanza di polizia e ne è uscito morto”. Era un giovane mafioso, fu picchiato e torturato col metodo della “cassetta”: un tubo spinto in gola e riempito di acqua salata. Gli sfondò la trachea, il cadavere fu portato su una spiaggia per simularne l’annegamento in mare. Alla notte di tortura parteciparono o assistettero decine di agenti e funzionari. Avevano molte attenuanti: era stato appena assassinato un valoroso funzionario di polizia, Beppe Montana, “Serpico”. All’indomani della denuncia di Scalfaro, e delle destituzioni da lui decise, la mafia assassinò il commissario Ninni Cassarà e l’agente Roberto Antiochia. Una sequenza terribile, ma le attenuanti si addicono poco al ricorso alla tortura, il cui ripudio è per definizione incondizionato. Repubblica sta ricostruendo la tremenda vicissitudine di Giuseppe Gulotta, “reo confesso” nel 1976 dell’assassinio ad Alcamo di due carabinieri, condannato all’ergastolo e detenuto per 22 anni: finché uno dei torturatori, un sottufficiale dei carabinieri, ha voluto raccontare la verità.
L’elenco di brigatisti e affiliati di altri gruppi armati sottoposti a torture è fitto: va dal nappista Alberto Buonoconto, Napoli 1975 (si sarebbe impiccato nel 1981) a Enrico Triaca, Roma 1978, a Petrella e Di Rocco (ucciso poi in carcere a Trani da brigatisti), Roma 1982, ai cinque autori del sequestro Dozier, Padova 1982… In tutte queste circostanze operavano (è il verbo giusto: noi siamo come i chirurghi, dirà Ciocia, “una volta cominciato dobbiamo andare fino in fondo”) due squadre chiamate grottescamente “I cinque dell´Ave Maria” e “I vendicatori della notte”. Ha riferito Salvatore Genova, già capo dei Nocs, inquisito coi suoi per le torture padovane al tempo di Dozier e stralciato grazie all’immunità parlamentare, infine pensionato: “Succedeva esattamente quello che i terroristi hanno raccontato: li legavano con gli occhi bendati, com’era scritto persino su un ordine di servizio, e poi erano costretti a bere abbondanti dosi di acqua e sale”. Quel modo di tortura – accompagnato da sevizie molteplici, aghi sotto le unghie, ustioni ai genitali, percosse metodiche, esecuzioni simulate; ed efferatezze sessuali nei confronti di militanti donne – non si chiamava ancora waterboarding, e non era un genere di importazione. Lo si usava già coi briganti ottocenteschi. Fu una specialità algerina negli anni ’50. Addirittura, quando Rao chiede a Ciocia se davvero gli ufficiali della Cia che assistettero agli interrogatori per Dozier fossero rimasti stupefatti per quello che vedevano, lui risponde: “Non sono stati gli americani a insegnarci certe cose. Siamo i migliori… Lì, nell’attività di polizia ci vuole stomaco. E gli altri Paesi lo stomaco non ce l’hanno come ce l’abbiamo noi italiani. Siamo i migliori. I migliori!”.
Costui accetta di parlare con Rao, che non ne rivela ancora il nome. Solo quel soprannome, “professor De Tormentis”. Il 23 marzo 1982 Leonardo Sciascia prese la parola nel dibattito alla Camera sulle torture ai brigatisti del sequestro Dozier, replicando all’allora ministro dell’Interno Virginio Rognoni. “Ieri sera ho ascoltato con molta attenzione il discorso del ministro e ne ho tratto il senso di una ammonizione, di una messa in guardia: badate che state convergendo oggettivamente sulle posizioni dei terroristi! Personalmente di questa accusa ne ho abbastanza! In Italia basta che si cerchi la verità perché si venga accusati di convergere col terrorismo nero, rosso, con la mafia, con la P2 o con qualsiasi altra cosa! Come cittadino e come scrittore posso anche subire una simile accusa, ma come deputato non l’accetto. Non si converge assolutamente con il terrorismo quando si agita il problema della tortura. Questo problema è stato rovesciato sulla carta stampata: noi doverosamente lo abbiamo recepito qui dentro, lo agitiamo e lo agiteremo ancora!”.

Successe allora che i giornalisti Vittorio Buffa e Luca Villoresi, che avevano riferito delle torture sull’Espresso e su Repubblica con ricchezza di dettagli, furono arrestati per essersi rifiutati di rivelare le loro fonti e liberati solo dopo che due coraggiosi funzionari di polizia dichiararono, a proprie spese, di aver passato loro le notizie. Certo Sciascia avrebbe meritato di conoscere la conclusione attuale della storia, che tocca quello che gli stava più a cuore, compreso il Manzoni della Colonna infame che citava il trattato duecentesco De tormentis. Da lì il prestigioso poliziotto Umberto Improta aveva ricavato il nomignolo per il suo subordinato. Il nome vero era da tempo noto agli esperti, a cominciare dalle vittime: appartiene a un poliziotto andato in pensione nel 2004 col grado di questore, dopo una carriera piena di successi contro malavita e terrorismo. Poi ha fatto l’avvocato, è stato commissario della Fiamma Nazionale a Napoli. Ora, alla vigilia degli ottant’anni e con la sua dose di malanni, dà interviste che un giorno rivendicano, un giorno smentiscono. Si definisce però “da sempre fascista mussoliniano”.
Ecco qual’è la notizia. Che quando lo Stato italiano e il suo Comitato interministeriale per la sicurezza decisero di sciogliere la lingua ai terroristi, ne incaricarono un signore che aveva già dato prova del proprio talento. Non è lui il problema: vive in pace la sua pensione, e promette di portarsi per quietanza nella tomba i suoi segreti di Pulcinella. Non importa che usassero il nome di tortura: non si fa così nelle ragioni di Stato, e del resto la Repubblica Italiana si guarda dal riconoscere l’esistenza di un reato di tortura. È superfluo, dicono. Bastava assicurare spalle coperte. La difesa della democrazia si affidò a un efficiente fascista mussoliniano. Siamo il paese di Cesare Beccaria e di Pietro Verri, i migliori.

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Torture contro i militanti della lotta armata

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1985, Salvatore Marino muore di torture negli uffici della questura di Palermo

Salvatore Marino era stato arrestato nel corso delle indagini seguite alla morte del commissario Beppe Montana, ucciso dalla mafia il 28 luglio 1985. Giocatore di calcio, due mesi prima aveva fatto vincere alla sua squadra la promozione in serie D, fu ritrovato cadavere su una spiaggia palermitana dove gli uomini della squadra mobile palermitana l’avevano abbandonato dopo un’intera notte di bestiali torture

UNA PARTITA GIOCATA ALLA MORTE
Gabriella Greison e Matteo Lunardini
il manifesto, 6 Ottobre 2004, pag. 18

E’ una storia dimenticata, quella che si svolse tra la primavera e l’estate del 1985. E’ la storia di un poliziotto, di un mediano, e della sua ultima partita. Non una sfida da coppa Campioni, non una partita da storia del calcio. Eppure l’evento clou della stagione siciliana fu lo stesso capace di trasformare il «Nino Novara» di Agrigento in un Maracanà. Una trepidazione che si sentiva fin nella Valle dei Templi, a Porto Empedocle e a Sciacca, feudi del tifo del Ribera. E si sentiva a Bagheria, Casteldaccia, e Palermo, da dove 15 pullman partirono per sostenere il Pro; la squadra che aveva condotto una stagione da protagonista e che guidava la classifica con un punto di vantaggio sul Ribera.
Era il 26 maggio 1985. Sull’imbattuto campo del Ribera al Pro bastava un pareggio e l’allenatore Russotto lo sapeva. Lui era un mago, un mister moderno, uno che amava il gioco d’attacco; il suo pupillo, Salvatore Marino, era un mediano di grande corsa e con il fiuto del gol. Contro l’Olimpia Abitare, in svantaggio di una rete, Marino era salito dalle retrovie e centrato la porta con due eurogol, due fucilate che avevano portato vittoria e primato in classifica ai nerazzurri del Pro. Era stata la svolta della stagione.
«Ma oggi niente scherzi», gli ripeteva il mister. «Oggi non ti muovi da davanti la difesa. A noi basta il pareggio». Marino guardava serio mister Russotto. Aveva 25 anni e la testa ben salda sulle spalle. Quel che gli dicevano, lui lo faceva. Fu così che venne il giorno del la gara. Bastarono pochi minuti dal fischio d’inizio, con il Ribera catapultato in avanti, per capire che la Maginot organizzata da mister Russotto – con Marino posizionato davanti alla difesa a mo’ di frangiflutti – era insormontabile. Bastò una mezz’ora per capire che la foga del Ribera si sarebbe ben presto trasformata in frustrazione. Il Nino Novara, avvolto nella canicola, fu raggelato in contropiede una volta al ’41 e un’altra al ’57. A nulla servì il gol del Ribera all’89’. Il Pro, dopo 40 anni di purgatorio, era di nuovo in serie D. A Bagheria fu organizzata una festa che si protrasse per giorni. Poi tutti andarono in vacanza. E Salvatore Marino poté dedicarsi alla sua passione: le immersioni nel mare.
Serpico, su una moto
Ma c’era un’altra persona che in quel periodo amava fare immersioni. Era un siciliano anche lui, aveva un fisico atletico anche lui, si chiamava Beppe Montana. Dal 1982 era funzionario della squadra mobile di Palermo. I suoi modi poco ortodossi gli avevano procurato il soprannome Serpico. Come Serpico, Montana amava dirigere le investigazioni in modo informale, girando sopra una moto tra le vie di Palermo. Era convinto che i mafiosi latitanti non vivessero in sud America, ma conducessero una vita tranquilla nelle cittadelle della mafia. Bastava fare un giro per accorgersene. E così aveva cominciato a fare.
Nell’83, mentre infuriava la guerra tra mafie, i suoi uomini individuarono l’arsenale di San Ciro Maredolce. Saltarono fuori mitra, fucili, pistole, munizioni. Armi delle famiglie Greco e Marchese in lotta con i corleonesi per la supremazia nella cupola. Poi, nella primavera ’84 si presentarono a casa di Masino Spadaro, dove il boss stava trascorrendo indisturbato la sua latitanza. E lo arrestarono. Infine, il 24 luglio 1985, fecero irruzione in una villa a Bonfornello. Otto gli arrestati, tra cui alcuni luogotenenti dei Greco e un riciclatore di narcodollari appartenenti a Luciano Liggio.
Il 28 luglio era una bellissima domenica e Montana, a pochi giorni dall’inizio delle ferie, si rilassava sul suo motoscafo. L’aveva comprato per compiacere le sue passioni: quella dello sci nautico e quella della lotta alla mafia. Dal largo della costa era infatti facile individuare gli insediamenti delle famiglie, le grotte sotterranee e i cunicoli segreti. Con alcuni amici e la fidanzata, Montana attraccò il motoscafo a Porticello. Parlò con Antonio Orlando, il titolare del cantiere di rimessaggio. Gli chiese di un ristorantino dove mangiare del buon pesce. Non riuscì nemmeno a sentire la risposta. Due killer a viso scoperto gli spararono in faccia. Si accasciò sull’asfalto, mentre le urla della fidanzata e degli amici fendevano la folla sul lungomare. Morì all’istante.
La squadra mobile di Palermo, coordinata dal commissario capo Ninni Cassarà, si mise immediatamente sulle tracce dei killer. Tra Palermo e Casteldaccia duecento persone furono ascoltate. Qualcuno fece una soffiata: dopo essere scappati in moto, gli emissari delle cosche avevano preso un’auto d’appoggio. Una Peugeot 205 rossa che qualcuno aveva avvistato domenica sera a Porticello. Non era rubata, apparteneva a una famiglia di pescatori. Si chiamavano Marino e vivevano nella borgata di Sant’Erasmo. Uno di loro faceva il calciatore. Era fortemente sospettato di essere un fiancheggiatore del commando.
La famiglia Marino, padre madre e sette fratelli, fu chiamata in questura. Salvatore Marino era però irrintracciabile. Alcuni poliziotti gli perquisirono la casa, un umile alloggio a pochi passi dal mare di Romagnolo e, arrotolati in un giornale del 30 luglio, due giorni dopo l’assassinio Montana, trovarono dieci milioni. Altri ventiquattro furono rinvenuti in un armadio. Salvatore Marino si presentò alla questura il giorno dopo accompagnato dal suo avvocato. Fu immediatamente interrogato. Gli chiesero dove si trovasse la sera di domenica 28 luglio. Rispose: «In piazza a Porticello, con la fidanzata, a mangiare un gelato». Ma là, in mezzo al via vai della passeggiata domenicale, Beppe Montana aveva trovato la morte. Gli chiesero da dove provenissero i soldi trovati in casa. Rispose: «Dalla mia squadra». Ma i dirigenti della società lo smentirono: mai dati soldi in nero. Gli chiesero chi fosse la sua fidanzata. Rispose: «La figlia di Antonio Orlando». Ma questo era l’ultimo uomo ad aver parlato con il superpoliziotto. Il fermo del calciatore fu confermato fino al mattino seguente.
Durante la notte però successe qualcosa. Gli uomini di Beppe Montana ci vollero vedere più chiaro. Andarono a prelevare Marino nel carcere. «Ora te lo facciamo vedere noi chi comanda!» e gli mostrarono i soldi e il giornale in cui erano avvolti. «Sono i guadagni della tua attività di calciatore?» e lo fecero sedere per terra. «Non vuoi dirci chi ha sparato?» e cominciarono a percuoterlo. «Ti piace fare il sub?» e gli spararono in bocca acqua di mare. Per tutta la notte Salvatore Marino fu torturato. Acqua salata e botte. Alle luci dell’alba era ridotto un cadavere. Nessuno sarebbe più riuscito a rianimarlo. Il mediano dal gol facile era morto.
I poliziotti si fecero prendere dal panico. Consegnarono il corpo esanime di Marino a una «volante» della polizia, e questa, ignara dell’accaduto, lo trasportò in ospedale. Dissero di averlo ritrovato sull’arenile di Sant’Erasmo e per dodici ore il calciatore fu scambiato per un immigrato. La fine di Salvatore Marino fu chiara solo il 2 agosto. I giornali di tutto il mondo pubblicarono la foto del suo cadavere all’obitorio, la faccia orrendamente tumefatta e il corpo straziato. Sul braccio c’erano segni di denti umani. Scoppiò lo scandalo.
«Se lo stato spara…»
La lotta alla mafia era stata difficile da sempre. Tuttavia negli ultimi anni qualcosa era cambiato. Le famiglie avevano conosciuto qualche sconfitta, alla quale avevano risposto alzando il tiro. Se lo Stato spara, la mafia mitraglia. Erano così caduti poliziotti e magistrati. Boris Giuliano, Calogero Zucchetto e Mario D’Aleo. Carlo Alberto Dalla Chiesa, Rocco Chinnici e Giacomo Ciaccio Montalto. Le loro morti avevano messo il problema della mafia al centro delle priorità degli italiani. Ora, il barbaro assassinio di Salvatore Marino inficiava l’aura da eroi che l’antimafia si era pian piano costruita.
In questo clima si celebrarono i funerali. A Palermo, per il saluto estremo a Beppe Montana, partecipò poca gente. Si rese irreperibile anche il cardinale Pappalardo. I pochi colleghi del poliziotto rimasti in Sicilia ascoltarono disgustati l’omelia essenziale del vescovo. Ninni Cassarà non esitò ad attaccare la latitanza dello stato, sempre disponibile quando si trattava di intervenire ai funerali, ma latitante in fatto di azioni concrete.
Al funerale di Salvatore Marino, invece, c’era una folla sterminata. C’erano i compagni di squadra, le bandiere nerazzurre e gli amici. Cinquanta corone di fiori circondarono l’appartamento dello Sperone. Su una piccola ghirlanda di palme e gladioli bianchi comparve la maglia da calcio numero 4. Sotto una pioggia di applausi, i «picciotti» trasportarono il feretro bianco – usato di solito per la morte di un fanciullo – fino nel cuore del «rione dei contrabbandieri», il feudo di Masino Spadaro. Poi giunsero in piazza Kalsa, quartiere d’origine dei Marino, dove i sigarettai, i fruttivendoli, i venditori di musso, i pescatori di riccio, si fermarono un istante urlando di commozione. La gente affacciata alle finestre chiamò il nome di Salvatore, scandendo incitamenti come se il ragazzo fosse lanciato a rete in un campo da calcio. Qualcuno gridò «poliziotti assassini». Al santuario di Santa Teresa alla Kalsa, il carmelitano scalzo Mario Frittitta lesse il brano del «mistero di un giovane che muore». Se Gesù Cristo avesse camminato per le strade di Palermo, tutto ciò non sarebbe accaduto. Mister Russotto ci tenne a intervenire: «Lo chiamavano Big Jim perché era tutto muscoli. Si tuffava da venti metri senza bombole. Giocava anche quattro partite di seguito. Era buono, generoso, sorridente, compagnone. Questa è una storia troppo strana per essere vera».
La sera del 5 agosto il ministro Scalfaro e il presidente del consiglio Craxi esercitarono il potere di cui disponevano. Rimuovendo il capo della Squadra mobile, il capitano dei carabinieri e il dirigente della sezione antirapine. I tre sarebbero stati prima condannati e poi assolti per omicidio preterintenzionale. Il 6 di agosto la mafia esercitò il potere di cui disponeva. Uccidendo il commissario Ninni Cassarà e l’agente Nino Antiochia, massacrati sotto casa con un commando di 15 persone. Finiva così una delle più calde estati di Sicilia. A settembre tutto sarebbe ripartito da capo, campionato di serie D incluso. Ma nessuna squadra avrebbe avuto in rosa Salvatore Marino. Salvatore Marino aveva giocato la sua ultima partita il 26 di maggio. E l’aveva vinta. Poi si era limitato ad ubbidire.

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Caso Gullotta, le torture furono praticate da un nucleo antiterrorismo dei carabinieri