Sotto le parole niente. Il nuovo libro cuore di Fazio e Saviano

«Saviano vive di parole», scrive il critico televisivo Aldo Grasso sul Corriere della sera. Mai definizione si è rivelata più corretta dopo la querela milionaria presentata nei confronti del Corriere del Mezzogiorno, della storica Marta Herling nipote di Benedetto Croce e del vice direttore di Rai Uno.
La recensione di Grasso mette l’accento sul «catechismo morale» che emana dalle prediche di Saviano novello maestro Manzi. E’ l’idea della «democrazia del pubblico», di cui scriveva quasi 20 anni fa Bernard Manin nel suo Principes du gouvernement représentatif (Flammarion 1995), tradotto in Italia solo nel 2010 per il Mulino.
Il popolo ridotto a spettatore catodico indottrinato dai nuovi ciarlatani del potere, in questo caso i sacerdoti della legalità che con le loro omelie scritte da illustri «parolieri», come Francesco Piccolo e Michele Serra, vorrebbero «educarci e redimerci».
Fazio e Saviano, insieme ai loro ghost, si riempieranno pure le tasche piene di soldi,  nascerà forse il partito della legalità ma alla fine non è detto che funzioni. Per fortuna ci sono ancora tanti Franti in giro.

Rito da maestro Manzi nel clima di redenzione
La debolezza di questo «reading» è che tutti fanno venire il senso di colpa

Aldo Grasso
Il Corriere della sera 15 maggio 2012

Il destino delle parole è che invecchiano e si usurano con gli uomini che le usano. Un po’ martire, un po’ rockstar Roberto Saviano vive di parole, ha costruito il suo successo con le parole e, nonostante la giovane età, viene già osannato come un venerato maestro. Così, con l’aiuto di Fabio Fazio e di illustri «parolieri» come Francesco Piccolo e Michele Serra (seduti in prima fila), ha trovato ospitalità su La7 per ripensare le parole che usiamo (idea non nuovissima). Se un tempo le Officine Grandi riparazioni di Torino servivano a riparare i treni, adesso, come location, riparano parole. Una sfilata di ospiti illustri o meno prende una parola e la spolvera. Annotava nei suoi diari Lev Tolstoj: «Se tutta la complessa vita di molti passa inconsciamente, allora è come se non ci fosse mai stata». Questo è il destino delle parole: a furia di ripeterle, di sentirle nella quotidianità diventano gusci vuoti. Solo i veri scrittori sanno restituire loro il senso della vita, sanno restituircele come «visione» non come «riconoscimento». Fazio e Saviano vogliono educarci, redimerci, farci sentire migliori. Senza gioia, con pedanteria.

Le loro trasmissioni sono le sole eredi del maestro Manzi, le sole dove la noia viene scambiata per insegnamento, la demagogia per redenzione, la retorica per vaticinio. E, ovviamente, hanno successo perché la tv del dolore conosce tante forme, anche quella di predicare sui suicidi o sui bambini di Beslan. Il clima è sempre quello del rito, della celebrazione: una sorta di consacrazione laica della parola, una necessaria penitenza perché lo sproloquio si offra a noi come eloquio. Sotto le parole, niente. Solo un po’ di omelia televisiva, dove quello che non ho si confonde volentieri con quello che non so.

La debolezza di questo reading è che tutti ti fanno venire il senso di colpa, persino Pupi Avati con i suoi ricordi felliniani al borotalco, persino il duo Travaglio-Lerner: se non sei impegnato, sei non vuoi cambiare il mondo con noi, se non usi le parole come arma di difesa civile, insomma sei poco propenso alla bacchettoneria, che tu sia dannato in eterno.
Fra i tanti luoghi comuni, ci sono anche le parole che il ceto medio riflessivo non dovrebbe mai pronunciare perché fanno cafone: sbaglio o la parola marketta non c’era?

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Occupazione militare dello spazio semantico: Saviano e il suo dispositivo
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Qualcuno deve pur dirlo ora basta con Saviano

Qualcuno deve pur dirlo, ora basta con Saviano

Pubblichiamo l’articolo che l’elefantino ha dedicato al ritorno di Saviano in tv: uno «che non ha un’idea in croce», scrive Giuliano Ferrara alludendo al fatto che della testa, quella sorta di contenitore nel quale madre natura ha riposto il cervello, Saviano non sa proprio che farsene se non spazzolarla a lucido. «Macchinetta sputasentenze, che brancola nel buio di un generico civismo», prosegue senza un briciolo di pietà il direttore del Foglio, ricordandoci che per tre giorni vi dovrete sorbettare “l’eroe di carta” su La7 con «l’auricolare di Serra» a soccorrerlo.
Io per fortuna no. Da quando il digitale terreste è entrato in funzione anche nella casa di reclusione di Rebibbia, i Philips 14 pollici che abbiamo nelle celle sono sintonizzati solo su 10 canali: Rai 1, 2, 3 e 4; i tre canali Mediaset, Iris, Italia sport e una locale partenopea.
Mi guarderò un film, a voi invece toccherà «il nulla intorno alle parole, ridotte barbaramente al nulla dell’ideologia, e tutt’intorno un uso cinico della condiscendenza verso il piccolo talento dell’ordinario». Come vi compatisco. Una volta tanto, devo riconoscerlo, l’Amministrazione penitenziaria ha fatto le cose giuste.

Solo una domanda: questo Saviano «di un grigiore penoso, che non sa fare niente e va su tutto», come lo riassume Ferrara nell’epitaffio finale, avrà la coerenza di sporgere querela, oppure si genufletterà ancora una volta, striscerà sui tappeti del potere, si accuccerà “tomo, tomo, quatto, quatto” – come diceva Totò – sui sedili posteriori della comoda auto della sua scorta?

Giuliano Ferarra
Il Foglio 13 maggio 2012

Saviano al posto di Bocca. Uno che non ha mai detto nulla di interessante, che non ha un’idea in croce, che scrive male e banale, che parla come una macchinetta sputasentenze, che brancola nel buio di un generico civismo, che è stato assemblato come una zuppa di pesce retorico a partire da un romanzo di successo, si prende la rubrica di un tipo tosto che di cose da dire ne aveva fin troppe. Saviano a La7 per tre giorni con l’auricolare di Serra e la bonomia un po’ spenta di Fazio, un rimasuglio di tv dell’indignazione, una celebrazione di quella cazzata che è l’evento, il tutto destinato a sicuro successo di critica e di pubblico: il nulla intorno alle parole, ridotte barbaramente al nulla dell’ideologia, e tutt’intorno un uso cinico della condiscendenza verso il piccolo talento dell’ordinario. Saviano a New York, come un brand scassato alla ricerca della mafia già scoperta da Puzo, Coppola e Scorsese, una specie di Lapo in cerca di marketing sulle orme di Zuccotti Park, tranne che Lapo fa il suo mestieraccio. Saviano in ogni appello, dalla lotta al traffico di cocaina ai diritti dei gay a chissà cos’altro ancora. Saviano sul giornale stylish del mio amico Christian Rocca, perfino. Ma che palle. L’ho ascoltato al Palasharp, un anno e mezzo fa, via web. Un disastro incolore. Uno fuori posto perfino in un luogo in cui si faceva mercimonio delle idee peggiori della società italiana. Non riusciva ad aderire, malgrado la buona volontà, nemmeno alla semplificazione moralista della politica nella sua forma estrema di faziosità e di odio teologico-politico. Saviano non sa fare niente e va su tutto, è di un grigiore penoso, e i madonnari che lo portano in processione dalla mattina alla sera gli hanno fatto un danno umano, civile, culturale e professionale quasi bestiale. Credo che le premesse fossero genuine, è l’esplosione che si è rivelata di un’atroce fumosità. Già non è dotato, ma poi mettergli in mano una specie di scettro da maghetto della popolarità e della significatività di sinistra o de sinistra, insignirlo di una strana laurea da rive gauche all’italiana, il caffè intellettuale dei mentecatti, chiedergli di pronunciarsi su tutto e su tutti come l’oracolo, di fungere da uomo-simbolo, lui che del simbolico ha appena la scorta, questo è veramente troppo.
I Moccia e i Fabio Volo hanno scritto anche loro libri di successo. E’ un guaio che ti può capitare, una brutta malattia come il premio Nobel e altre scemenze. Un giorno o l’altro qualcuno te le commina, se sei veramente sfortunato, e c’è chi sbava nell’attesa. Ma nessuno li ha trasformati in totem, non si prestavano, non erano all’altezza. Saviano invece è all’altezza di questa mondializzazione del banale, di questa spaventosa irriverenza verso l’allegria e l’eccentricità dell’intelletto come nutrimento della società e della vita, di questa orgia del progressismo finto sexy, il torello triste che combatte la sua corrida in compagnia di milioni di consumatori culturali e di utenti dell’indicibilmente e sinistramente comune, medio. Siamo il paese di Wilcock, di Flaiano, di Cesaretto, di Manganelli e a parte lo spirito d’avanguardia e di letizia della scrittura, abbondano grandi maestri, filologi, scrittori anche civili che qualcosa da dire ce l’hanno, in trattoria e sui giornali e in tv, e siamo stati trasformati nel paese dei balocchi dei festival e delle seriali conferenze culturali dedicate al libro, al bestseller che ti cambia la vita come una nuova religione e ti immette nel mainstream più compiacente e belinaro. Ma via. Qualcuno deve pur dirlo. Facciamo un comitato, qualcosa di sapido e di cattivo, qualcosa di rivoltoso e di ribaldo. Basta con Saviano.

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Massimo Germani: «La tortura non serve solo ad estorcere informazioni, mira a distruggere l’identità e ridurre al silenzio»

L’intervista – Parla Massimo Germani, medico e terapeuta del centro di cure per i disturbi da stress post-traumatico dell’ospedale san Giovanni di Roma. Coordinatore nazionale del Nirast, una rete nata nel 2007 e che raccoglie 10 centri ospedalieri universitari diffusi nel territorio e specializzati per i richiedenti asilo che hanno ricevuto torture e traumi estremi


Paolo Persichetti

Gli Altri
27 aprile 2012

In Italia c’è stata e continua ad esseci la tortura. Non è una novità anche se recentemente sono emerse circostanze nuove che portano a rileggere in modo più compiuto quanto è accaduto. Per esempio nel 1982, quando il governo allora guidato da Giovanni Spadolini decise di ricorrervi per contrastare la lotta armata. Libri, inchieste giornalistiche e televisive, blog, le rivelazioni per la prima volta senza reticenze di Salvatore Genova (un funzionario di polizia in forza alla squadra speciale dell’Ucigos, creata nel dicembre 1981 dal ministro della Giustizia Virginio Rognoni per condurre le indagini sul sequestro Dozier) apparse sull’Espresso del 6 aprile, hanno aperto squarci importanti. Oggi conosciamo i nomi dei torturatori, di chi ha dato gli ordini e di chi li ha coperti. Un film, Diaz, ci reintroduce nell’atmosfera del massacro nella palestra della scuola di Genova e delle sevizie nella caserma di Bolzaneto durante il G8 del 2001. Tuttavia siamo portati sempre a soffermarci sugli aspetti politici e giuridici che il ricorso alla tortura implica all’interno della società. Una riflessione che non deve cessare ma anzi va ancora di più approfondita. Questa volta però vogliamo proporvi uno sguardo diverso, quello di un medico-terapeuta che cura i torturati. Questo anche perché esiste un risvolto ancora sconosciuto: nelle carceri Italiane ci sono da più decenni persone che hanno subito torture, non hanno visto riconosciuto questo trattamento violento subito, non sono state curate.
E’ venuto il momento di cominciare a parlarne e soprattutto esigere la loro scarcerazione.

Che cosa accade nella psiche di una persona torturata?
Negli ultimi dieci anni si è capito che la tortura, come ogni tipo di violenza interpersonale, soprattutto se ripetuta e prolungata nel tempo, provoca degli effetti assolutamente specifici che vanno molto al di là della classica sindrome da stress post-traumatico.

Che tipo di effetti?
Si assiste ad una frantumazione dell’identità che da luogo a patologie della personalità di tipo dissociativo. La nostra identità è fatta di tante cose messe insieme che vanno a costruire quello che si vede all’esterno e quello che sentiamo dentro. Una composizione complessa di fattori con molte facce: culturale, politica, religiosa, sociale… che ad un certo punto si frammentano e si dissociano dando vita ad una serie di fenomeni clinici, spesso purtroppo non riconosciuti, che se non sono trattati in modo specifico possono divenire cronici aggravandosi nel tempo, anche lontano dall’episodio di tortura e di violenza.

Come si scatena questo sfaldamento della personalità?
La tortura produce conseguenze che investono la profondità della psiche. Rispetto ai traumi dovuti ad incidenti, catastrofi naturali, qui si tratta dell’incontro con qualcosa di negativo che viene portato da un altro uomo e che dal punto di vista analitico è chiamato il “male incarnato”. E’ il ritorno ad un’angoscia primitiva che ognuno di noi ha nella fase infantile ma che impariamo ad allontanare con un rapporto genitoriale sufficientemente buono. Quest’angoscia può ricomparire se ci si ritrova completamente inermi nelle mani di qualcuno che vuole distruggerci. L’idea di un io stabile e unitario ci sembra un fatto acquisito. In realtà non è così. Si tratta di un equilibrio fragile. Ce ne accorgiamo solo in determinati momenti della nostra vita, quando subiamo dei lutti, dei contraccolpi, ma in genere si tratta di brevi esperienze. Questa percezione stabile e unitaria dell’io può andare completamente in frantumi proprio nei momenti in cui incontriamo un essere umano che ci tiene in pugno e vuole annientarci.

Parli di “fenomeni non riconosciuti”. Soffermiamoci un momento su questo punto. In un contesto dove la tortura è stata praticata ma non riconosciuta, il perdurare di questa menzogna che effetti ha? Siamo abituati a riflettere sugli effetti politici e storici ma sulla singola persona quali conseguenze si ripercuotono?
Uno dei problemi nelle persone che hanno subito torture è proprio il dopo. Si è visto nelle ricerche compiute sui sopravvissuti ai campi di concentramento che quanto accade dopo, soprattutto nell’immediato, quando sembra che è finita, si è scampati, fuggiti, è molto importante. Se viene meno il riconoscimento da parte dei riferimenti che c’erano prima si incrementata in modo esponenziale la violenza subita. In questo caso la tortura raggiunge il suo scopo primario, anche se implicito: non solo estorcere informazioni ma distruggere l’identità e indurre al silenzio civile, politico e sociale. L’effetto finale della tortura è far sì che le persone non siano più tali e si trasformino in fantasmi che sopravvivono nel mondo. In modo che attraverso questo silenzio e questa sofferenza siano testimoni del potere, siano monito a tutti di cosa può succedere a chi prende posizioni diverse da quelle possibili o richieste dal potere stesso.

Dunque il riconoscimento ha una doppia valenza, storico-politica ma anche clinico-sociale?
Certo, se c’è un riconoscimento da parte della collettività, che può essere più o meno allargata, come poter tornare in un gruppo sociale di riferimento, in qualche modo sentire una condivisione e un sostegno da parte del gruppo in cui si è reinseriti, l’effetto è positivo. Aiuta a ritrovare le proprie radici, la possibilità di ritornare a quelle che precedentemente erano le proprie identità. Questo ovviamente è un qualcosa che non prelude automaticamente alla possibilità di un recupero.

Fino ad ora mi hai descritto la condizione dell’inerme, quella che per definizione è definita “vittima assoluta”. Tuttavia nei militanti che hanno subito torture si tende a rifiutare questa identità. Esiste una differenza?
Questo è un punto molto importante. La ricerca clinica ha dimostrato che la consapevolezza del rischio a cui si va incontro facendo certe cose, sapere che si può essere presi, messi in carcere, subire delle violenze, nella maggioranza dei casi è un fattore di protezione importante. Aiuta rispetto a quello che può essere il risultato finale di una esperienza di tortura o di violenza. Questo è possibile perché si ha la consapevolezza che quello che sta accadendo, la sofferenza subita, è legato ad un significato. Questo significante può svolgere una funzione di protezione, come tutte le credenze condivise che riescono a sopravvivere alla esperienza della tortura: siano esse religiose, sociali o politiche. Naturalmente questo non significa che chi ha una fede politica o religiosa sia esente dalle conseguenze della tortura. Ho in mente tante persone che nonostante questo sono uscite distrutte e hanno dovuto fare percorsi lunghi prima di ritrovare un senso di sè, una certa soddisfazione e fiducia negli altri.

In Italia, i militati della lotta armata torturati, e che nel frattempo non sono diventati “collaboratori di giustizia”, sono rimasti in carcere per molti decenni. Ancora oggi ci sono almeno due casi che hanno oltrepassato i 30 anni. Come è definibile questa situazione?
Anche questa è un’altra cosa importante dal punto di vista umano e clinico. Le persone che hanno subito trattamenti inumani e degradanti, o di vera e propria tortura, soprattutto se sono in regime carcerario avrebbero dovuto subire accertamenti sulle loro condizioni di salute psico-fisiche in strutture specializzate nel riconoscimento e nella cura di questo tipo di patologie. Le patologie dissociative sono fenomeni ed hanno sintomi che spesso sfuggono anche a psicologi o medici, o anche a psichiatri che non hanno una grossa esperienza di questo tipo. Possono quindi essere facilmente sottovalutati o presi per altri tipi di problematiche e non riconosciuti. Inoltre non siamo di fronte a patologie che volgono spontaneamente verso una guarigione nel tempo. Lasciate a se stesse nella maggior parte dei casi evolvono verso un peggioramento e una cronicizzazione.

Farlo sarebbe stato un riconoscimento implicito delle torture. In realtà la macchina giudiziaria e quella carceraria hanno lavorato per seppellire ogni prova. Subito dopo le torture c’è stato l’articolo 90, la sospensione della riforma carcerario e l’ulteriore inasprimento delle condizioni detentive.
Spiegaci un’altra cosa: hai riscontrato un uso e degli effetti specifici della tortura sul corpo delle donne?

Se pensiamo alle sevizie sessuali, non c’è differenza. Ci siamo resi conto che durante le torture anche la maggior parte degli uomini ha subito forme di abuso sessuale. Se già le donne, soprattutto all’inizio, non raccontano le sevizie perché se ne vergognano, per gli uomini è ancora più difficile. Pensiamo a chi, attraversando il Sahara, è passato per le carceri libiche o in quelle afgane. Esistono invece differenze importanti per quanto riguarda gli effetti. Sono in corso delle ricerche (tra qualche anno ne sapremo di più). Oggi si sa che nelle donne è più alta l’incidenza dei fenomeni dissociativi e l’incidenza delle sindromi depressive gravi, che si presentano come fenomeno secondario. Se oltre l’80% di chi ha subito tortura va incontro a sindromi depressive, insieme a quadri clinici che presentano iperattivazione continua, sensazione di pericolo imminente, stati ansiogeni, tensione interna molto forte che spesso porta ad avere scoppi di rabbia, nelle donne si arriva al 90% con forme ancora più gravi.

Il tuo lavoro ti ha messo davanti a tanti racconti di torture che arrivano da Paesi lontani. Che effetto ti hanno fatto le testimonianze delle torture italiane?
Sul piano emotivo mi hanno toccato di più. Faccio fatica a dirlo perché in questi anni molte cose che ho sentito mi hanno colpito in un modo incredibile, tuttavia devo sottolineare questa piccola ma significativa differenza. Quando ho letto della caserma di Castro Pretorio, ad esempio, un luogo che conosco, ci passo davanti, sentire questa cosa… Ecco, penso che questo vada colto, vada valorizzato per far capire che queste cose possono succedere veramente vicino a noi. E’ importante cercare di comunicarle nel modo giusto, che non è quello di far scandalo ma di avere una sensibilità più diffusa su qualcosa che altrimenti può essere sentita come lontana. Poi ovviamente sopravviene la riflessione e allora voglio dire che ogni tanto c’è un dibattito sul ricorso all’uso della tortura da impiegare magari solo in casi eccezionali, “se c’è il terrorista con la bomba che vuol far saltare in aria una scuola”. Questi discorsi che hanno la pretesa di essere realisti sono invece molto pericolosi. Guai a cedere alla tentazione di cominciare a contrattare. Ci deve essere un tabù della tortura. Non deve esistere, non va fatta. Questo ci impone di lottare contro di essa concretamente, al di là delle parole. In Italia è arrivato il momento, perché non è mai troppo tardi, di approvare una legge contro il reato di tortura.

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Anche le camere penali si accorgono (con grande ritardo) della tortura. Il sonno dell’avvocatura s’è desto!

«Accogliamo con favore – scrive in un documento la giunta delle Camere penali italiane – l’iniziativa del senatore Marcenaro, presidente della Commissione per i Diritti Umani del Parlamento, volta alla introduzione anche in Italia dello specifico reato di tortura. L’Italia, infatti, da molti anni ha sottoscritto la convenzione internazionale contro la tortura e i trattamenti inumani e degradanti. E’ arrivato il momento di darvi attuazione».

Meglio tardi che mai! Per la funzione oggettiva che l’avvocatura svolge, questa presa di posizione, anche se tardiva, è comunque positiva. Certo ne registraimo i limiti racchiusi in un’ottica strettamente penalistica e reatocentrica che evita in tutti modi di affrontare i nodi e le responsabilità politiche della vicenda che per esempio, restando nell’ottica entro la quale operano le Camere penali, poteva essere quella di chiedere l’instaurazione di una commissione parlamentare d’inchiesta, visto che sul piano giudiziario l’accertamento dei fatti, seppur molto gravi, è inficiato dalla prescrizione dei reati.
Ricordiamo che il professor De Tormentis, citato nel testo delle camere penali, ovvero l’ex questore e dirigente dell’Ucigos Nicola Ciocia, nel 1984 all’atto delle sue dimissioni dalla Polizia di Stato entrò a far parte dell’avvocatura, iscritto presso l’albo degli avvocati di Napoli, con studio legale in via Via Giacinto Gigante 7, partecipando (linkate qui se volete ascoltare la sua voce) come legale di un funzionario di polizia, tra l’86-87, ai processi contro la colonna napoletana delle Br, che non molto tempo prima aveva lui stesso smantellato senza risparmio di metodi “speciali”.
Una singolare commistione di ruoli tra funzione investigativa, emanazione del potere esecutivo, e funzioni di tutela all’interno di un iter che appartiene al giudiziario, che solo in uno stato di eccezione giudiziario, come quello italiano, si è arrivati a consentire.
Nel documento della giunta delle Camere penali manca qualsiasi accenno a questa circostanza, all’esigenza di una maggiore attenzione e pulizia interna della professione.
Soltanto dopo una lettera dell’avvocato Davide Steccanella del dicembre scorso, diretta all’Ordine degli avvocati di Napoli e nella quale si chiedevano chiarimenti si è registrata, nella più totale discrezione, la scomparsa dai registri dell’ordine del nome di Nicola Ciocia.
Il quale probabilmente al fine di evitare sanzioni ha preferito ritirarsi nell’ombra con i suoi indicibili segreti.

Di seguito il testo celle camere penali. Fonte: http://www.camerepenali.it/NewsDetail.aspx?idNews=12951

INTRODURRE IL REATO DI TORTURA PER RIPRISTINARE LA LEGALITA’

Arriva a proposito la iniziativa del senatore Marcenaro, presidente della Commissione per i Diritti Umani del Parlamento, volta alla introduzione anche in Italia dello specifico reato di tortura. L’Italia, infatti, da molti anni ha sottoscritto la convenzione internazionale contro la tortura e i trattamenti inumani e degradanti senza che, poi, i Governi e Parlamenti, di legislatura in legislatura, abbiano mai inteso introdurre il nuovo reato che darebbe concreta attuazione anche nel nostro Paese al trattato.
Nel frattempo, ed in particolare negli ultimi tempi, continuano ad emergere notizie sul fatto che trattamenti disumani e vere e proprie torture non sono affatto estranei al contesto italiano.
E’ il caso, ad esempio, della pratica del water boarding, che tanto scandalo ha giustamente provocato quando è stata riportata al trattamento subito da prigionieri in Irak o in Afganistan ma che è stata ignorata a proposito dei terroristi arrestati negli anni ‘70/80 in Italia, così come ricostruita da un libro pubblicato di recente e ripreso da organi di stampa nazionali. Una notizia precisa e particolareggiata sul fatto che, a quei tempi, operava nel nostro Paese una squadra speciale del Ministero degli Interni, capeggiata da un funzionario cui era perfino stato attribuito il nomignolo di “De Tormentis”, che si spostava alla bisogna nei vari carceri e sottoponeva i detenuti per terrorismo a sevizie di tutti i generi al fine di ottenere informazioni. Un fatto grave, che pur appartenendo al passato, coinvolge la responsabilità dello Stato sul quale nessuna riflessione si è aperta.
Così come nessuna riflessione della politica ha comportato la notizia, comparsa sulla stampa, della vicenda che ha coinvolto un condannato, costretto, a suo tempo, da militari dell’arma dei carabinieri che indagavano sull’uccisione di alcuni loro colleghi, ad accusare se stesso ed altri due giovani dopo inenarrabili sevizie. Anche questa notizia, resa nota dopo l’annullamento – a seguito della revisione – del processo che aveva portato l’uomo ad espiare ingiustamente 22 anni di reclusione, è scivolata dalle pagine della cronaca senza che il sistema politico ne traesse spunto per rilanciare il dibattito sulla tortura.
Recentemente ad Asti il Tribunale ha dichiarato la prescrizione dei fatti che avevano coinvolto una squadra della Polizia Penitenziaria che metodicamente picchiava i detenuti. Ugualmente, sono andati prescritti i fatti accaduti a Genova, nel 2001, in occasione del G8 alla scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto. Gli stessi fatti, narrati con impressionante crudezza in un film che viene proiettato proprio in questi giorni nelle sale italiane, provocano discussioni sulle pagine culturali dei giornali ma, attualmente, nessuna in sede politica. Prescrizioni che non ci sarebbero state se per quegli stessi fatti si fosse potuto contestare il reato di tortura. E sì che in tema di prescrizione i partiti sono sempre assai interessati, a volte persino queruli.
E’ di ieri l’altro la notizia e la foto di due tunisini rimpatriati in aereo in condizioni non umane e profondamente degradanti. E questi sono solo esempi, visto che molti altri casi, come quelli Cucchi e Uva, o le passate spedizioni punitive all’interno delle carceri, in Sardegna e altrove, e ancora quelli noti e meno noti che tutti i giorni dimostrano che anche nel nostro Paese esiste questo problema.
Ed allora, questo Governo, che si propone come “tecnico” e quindi distaccato dagli accadimenti degli anni passati, e per di più vanta continuamente la necessità di adeguare il Paese alle richieste e agli standard internazionali, deve far propria l’iniziativa del Sen. Marcenaro e deve chiedere una corsia preferenziale all’approvazione dello specifico reato di tortura e trattamenti disumani e degradanti, adempiendo così agli impegni internazionali già sottoscritti.
La legalità non è un concetto divisibile: o riguarda tutti, o nessuno e il corpo di coloro che sono nelle mani dello Stato è inviolabile.

Roma, 20 aprile 2012
La Giunta

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De Tormentis è venuto il momento di farsi avanti
Una lettera all’ordine degli avvocati di Napoli
Nicola Ciocia-De Tormentis arringa durante processo d’appello alla colonna napoletana delle Br-sequestro Cirillo
Studio legale Nicola Ciocia- de Tormentis Napoli

Il paradigma del capro espiatorio e la nuova filosofia penale nell’ultimo libro di Vincenzo Guagliardo

Dalla Postfazione di Paolo Persichetti

Una delle originalità di questo libro sta nella capacità di cogliere i processi generali attraverso i cambiamenti intercorsi nel microcosmo carcerario. Ancora una volta gli anni ’70 appaiono un decisivo banco di prova. Se la logica della premialità e della differenziazione, introdotti con i dispositivi legislativi limitati inizialmente ai collaboratori di giustizia e ai dissociati, e successivamente estesi al resto della popolazione carceraria, hanno anticipato e sperimentato con successo l’ingresso della contrattazione individuale e della precarietà nel mercato del lavoro; allo stesso modo il rito del capro espiatorio è diventato il nuovo motore ideologico della società. L’analisi di Guagliardo, che fa del ricorso a questo paradigma l’aspetto centrale della sua riflessione critica, è frutto dell’esperienza diretta vissuta dentro il carcere speciale dove l’effetto combinato di fattori esterni e interni, come la crisi progettuale della lotta armata, le mutazioni sociali e produttive, le tecniche d’isolamento e repressione, sfaldano progressivamente la solidarietà «per dar luogo alla concorrenza tra individui».
È qui che Guagliardo scopre l’inarrestabile scatenamento del processo vittimario descritto in uno dei capitoli più forti (il Quinto). Il rito del capro espiatorio è introiettato dai prigionieri al punto da divenire una forma autofagica della propria esperienza.
Di volta in volta i militanti rinchiusi cominciano ad esportare verso l’organizzazione esterna le responsabilità per le difficoltà incontrate. È una sorta di piano inclinato inarrestabile che si trasforma in una voragine e poi nell’abisso della disfatta etica che ha prodotto le figure del pentito-delatore, dell’abiurante-dissociato e dell’inquisitore-killer, che spesso anticipa e presuppone le prime due. In questo dispositivo il carcere speciale appare un laboratorio all’interno nel quale covano fenomeni che poi si riprodurranno su larga scala all’esterno delle cinte murarie.
Non a caso la dissociazione anticipa un modello culturale che farà strame dentro la sinistra minandone la capacità critica e anticipando la stagione delle grandi ipocrisie pentitorie, dove la categoria del ravvedimento non è più quella che assume su di sé la critica o, se vogliamo restare sul piano del linguaggio teologico, la colpa e l’espiazione, ma al contrario esporta fuori di sé ogni colpa e punizione introducendo la moda dell’autocritica degli altri.
Gli strumenti giudiziari d’eccezione e la cultura inquirente congeniata per combattere la lotta armata tracimeranno al punto da travolgere anche il ceto politico della “Prima Repubblica”, quasi a ricordare l’osservazione di Marx sullo scontro tra classi che può concludersi anche con la rovina reciproca delle parti in lotta.
L’impegno profuso nel contrastare la sovversione sociale degli anni ’70, la lunga stagione delle leggi penali speciali e dei maxiprocessi che hanno traversato il decennio ’80, e lo tsunami giudiziario che ha preso il nome di “Tangentopoli” nella prima metà degli anni ’90, conferiscono alla magistratura, e in particolare ad alcune procure, il ruolo di vero e proprio soggetto politico portatore di un disegno generale della società, di una filosofia pubblica capace di sostituirsi a quelli che erano stati gli attori tradizionali della politica: partiti e movimenti.
Il modello del capro espiatorio svolgerà un ruolo centrale nella vicenda passata alle cronache come la rivoluzione di “Mani pulite”. Le conseguenze, per nulla percepite dagli attori dell’epoca, che spesso pensavano di interpretare una stagione di rinnovamento del Paese, saranno enormi. È da lì che prendono forma e si strutturano le ideologie del rancore e del vittimismo che fomentano le attuali correnti populiste, stravolgendo quell’idea di giustizia che per lungo tempo era stata sospinta da ragioni che disprezzavano gli strumenti della penalità e del carcere in favore della ricerca del bene comune. Se prima si trattava di raggiungere obiettivi universali in grado di ripercuotersi in un miglioramento delle condizioni di vita di ciascuno ora il traguardo più ambito diventa l’aula processuale, la conquista di un posto in prima fila nei tribunali, un ruolo sui banchi della pubblica accusa o delle parti civili.
Un drastico mutamento di prospettiva che è conseguenza anche della crisi delle grandi narrazioni che descrivevano cammini di liberazione. Di emergenza in emergenza, passando per il terrorismo, le mafie, la corruzione, i migranti, la sicurezza, ha preso corpo un populismo penale che ha pervaso trasversalmente la società sovrapponendosi alle vecchie barriere ideologiche fino a farle scomparire.
La sfera giudiziaria è diventata il perno attorno al quale ruotano i conflitti, si pensa e si parla solo attraverso le lenti dell’ideologia penale anche a causa di un processo d’autoinvestitura politica della magistratura, formulata sulla base di una vera e propria “teoria della supplenza” da parte del potere giudiziario, «in caso di assenza o di carenze del legislativo». Una sovrabbondanza che alla fine, è superfluo ricordarlo, non ha creato più giustizia. Come dicevano già i romani: summum ius, summa iniuria*.
Il mito della giustizia penale ha trasformato la politica nel cimitero della giustizia sociale e l’esaltazione della qualità salvifiche del potere giudiziario ha fatto tabula rasa di ogni critica dei poteri.

1/continua

A dieci anni di distanza torna nelle librerie “Di sconfitta in sconfitta” di Vincenzo Guagliardo

L’ossessione identitaria, il paradigma del capro espiatorio con il suo corollario di pentimenti e dissociazioni, la filosofia penale, il razzismo istituzionale incarnato dalle ripetute legislazioni antimmigrati, una nuova forma di capitalismo distruttivo che percepisce le forze produttive non più come un’occasione di sfruttamento ma come un esubero, sono alcune delle piste che accompagnano la riflessione di Vincenzo Guagliardo a partire dal nodo della sconfitta della lotta armata, letta come un’opportunità, non un fatto negativo che inibisce ogni possibilità bensì «una caratteristica necessaria del mutamento per chi non sia soddisfatto dell’esistente». Corredata da una nuova intervista di Massimo Cappitti all’autore (pp. 127-163), questa seconda edizione Di sconfitta in sconfitta. Considerazioni sull’esperienza brigatista alla luce di una critica del rito del capro espiatorio oltre ad una nota dell’editore contiene in postfazione anche due interventi di Paolo Persichetti e Tommaso Spazzali


Questo volume può essere richiesto direttamente all’editore inviando l’importo di euro 12,00 sul c.c.p. 28556207 intestato a: Colibrì – via Coti Zelati, 49 – 20037 Paderno Dugnano (Mi)

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Guagliardo, “Punizioni e premi, la funzione ambigua della rieducazione”
Guagliardo, “Logica premiale e logica vittimaria ispirano la nuova filosofia penale”
Populismo penale
Il paradigma vittimario

Torture di Stato: i nomi di chi diede l’ordine ed eseguì le torture. Le rivelazioni di Salvatore Genova all’“Espresso”

Sevizie ai brigatisti. Le denunciò “l’Espresso” trent’anni fa. Fu smentito e il cronista arrestato. Oggi uno dei presenti conferma e dice chi le ordinò

Colloquio con Salvatore Genova di Pier Vittorio Buffa
L’Espresso 6 aprile 2012

«Sì, sono anche io responsabile di quelle torture. Ho usato le maniere forti con i detenuti, ho usato violenza a persone affidate alla mia custodia. E, inoltre, non ho fatto quello che sarebbe stato giusto fare. Arrestare i miei colleghi che le compivano. Dovevamo arrestarci l’un con l’altro, questo dovevamo fare».
Salvatore Genova è l’uomo il cui nome è da trent’anni legato a una grigia vicenda della nostra storia recente. Quella delle torture subite da molti terroristi tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta. Una vicenda grigia perché malgrado il convergere di testimonianze concordanti, le denunce di poliziotti coraggiosi e le inchieste giudiziarie la verità non è mai stata accertata. Nessuna condanna definitiva, nessuna responsabilità gerarchico-amministrativa, nessuna responsabilità politica. Solo lui, il commissario di polizia Salvatore Genova, e quattro altri poliziotti arrestati con l’accusa di aver seviziato Cesare Di Lenardo, uno dei cinque carcerieri del generale americano James Lee Dozier, sequestrato dalle Brigate rosse il 17 dicembre 1981 e liberato dalla polizia il 28 gennaio 1982. Evocare il nome di Genova vuol dire far tornare alla memoria l’acqua e sale ai brigatisti, le sevizie, le botte.
Oggi Salvatore Genova non ci sta più. Nel 1997 aveva iniziato a mandare al ministero informative ed esposti senza avere risposte. Adesso ha deciso di fare nomi, indicare responsabilità, svelare quello che accadde davvero in quei giorni drammatici Ecco il suo racconto.

L’ordine dall’alto
«Questura di Verona, dicembre 1981. Il prefetto Gaspare De Francisci, capo della struttura di intelligence del Viminale (Ucigos) convoca Umberto Improta, Salvatore Genova, Oscar Fioriolli e Luciano De Gregori. È la squadra messa in campo dal ministero dell’Interno (guidato dal democristiano Virginio Rognoni) per cercare di risolvere il caso Dozier.
Il capo dell’Ucigos, De Francisci, ci dice che l’indagine è delicata e importante, dobbiamo fare bella figura. E ci dà il via libera a usare le maniere forti per risolvere il sequestro. Ci guarda uno a uno e con la mano destra indica verso l’alto, ordini che vengono dall’alto, dice, quindi non preoccupatevi, se restate con la camicia impigliata da qualche parte, sarete coperti, faremo quadrato. Improta fa sì con la testa e dice che si può stare tranquilli, che per noi garantisce lui. Il messaggio è chiaro e dopo la riunione cerchiamo di metterlo ulteriormente a fuoco. Fino a dove arriverà la copertura? Fino a dove possiamo spingerci? Dobbiamo evitare ferite gravi e morti, questo ci diciamo tra di noi funzionari. E far male agli arrestati senza lasciare il segno.

Arriva Nicola Ciocia-De Tormentis, lo specialista del waterboarding
Il giorno dopo, a una riunione più allargata, partecipa anche un funzionario che tutti noi conosciamo di nome e di fama e che in quell’occasione ci viene presentato. E’ Nicola Ciocia, primo dirigente, capo della cosiddetta squadretta dei quattro dell’Ave Maria come li chiamiamo noi. Sono gli specialisti dell’interrogatorio duro, dell’acqua e sale: legano la vittima a un tavolo e, con un imbuto o con un tubo, gli fanno ingurgitare grandi quantità di acqua salata. La squadra è stata costituita all’indomani dell’uccisione di Moro con un compito preciso. Applicare anche ai detenuti politici quello che fanno tutte le squadre mobili. Ciocia, va precisato, non agì di propria iniziativa. La costituzione della squadretta fu decisa a livello ministeriale.
Ciocia, che Umberto Improta soprannomina dottor De Tormentis, un nomignolo che gli resta attaccato per tutta la vita, torna a Verona a gennaio, con i suoi uomini, i quattro dell’Ave Maria. Da più di un mese il generale è prigioniero, la pressione su di noi è altissima.

Improta, Fioriolli e Genova “disarticolano” (tradotto: pestano brutalmente) Nazareno Mantovani in un villino appositamente affittato per le torture
Il 23 gennaio viene arrestato un fiancheggiatore, Nazareno Mantovani. Iniziamo a interrogarlo noi, lo portiamo all’ultimo piano della questura. Oltre a me ci sono Improta e Fioriolli. Dobbiamo “disarticolarlo”, prepararlo per Ciocia e i quattro dell’Ave Maria. Lo facciamo a parole, ma non solo. Gli usiamo violenza, anche io. Poi bisogna portarlo da Ciocia in un villino preso in affitto dalla questura. Lo facciamo di notte. Lo carichiamo, bendato, su una macchina insieme a quattro dei nostri. Su un’altra ci sono Ciocia con i suoi uomini, incappucciati. Fioriolli, Improta e io, insieme ad altri agenti, siamo su altre due macchine. Una volta arrivati Mantovani viene spogliato, legato mani e piedi e Ciocia inizia il suo lavoro con noi come spettatori. Prima le minacce, dure, terrorizzanti: “Eccoti qua, il solito agnello sacrificale, sei in mano nostra, se non parli per te finisce male”. Poi il tubo in gola, l’acqua salatissima, il sale in bocca e l’acqua nel tubo. Dopo un quarto d’ora Mantovani sviene e si fermano. Poi riprendono. Mentre lo stanno trattando entra il capo dell’Ucigos, De Francisci, e fa smettere il waterboarding.
Dopo qualche giorno l’interrogatorio decisivo che ci porterà alla liberazione di Dozier, quello del br Ruggero Volinia e della sua compagna, Elisabetta Arcangeli.

Lo stupro di Elisabetta Arcangeli
Io sono fuori per degli arresti e quando rientro in questura vado all’ultimo piano. Qui, separati da un muro, perché potessero sentirsi ma non vedersi, ci sono Volinia e la Arcangeli. Li sta interrogando Fioriolli, ma sarei potuto essere io al suo posto, probabilmente mi sarei comportato allo stesso modo. Il nostro capo, Improta, segue tutto da vicino. La ragazza è legata, nuda, la maltrattano, le tirano i capezzoli con una pinza, le infilano un manganello nella vagina, la ragazza urla, il suo compagno la sente e viene picchiato duramente, colpito allo stomaco, alle gambe. Ha paura per sé ma soprattutto per la sua compagna. I due sono molto uniti, costruiranno poi la loro vita insieme, avranno due figlie. È uno dei momenti più vergognosi di quei giorni, uno dei momenti in cui dovrei arrestare i miei colleghi e me stesso. Invece carico insieme a loro Volinia su una macchina, lo portiamo alla villetta per il trattamento. Lo denudiamo, legato al tavolaccio subisce l’acqua e sale e dopo pochi minuti parla, ci dice dove è tenuto prigioniero il generale Dozier. Il blitz è un successo, prendiamo tutti e cinque i terroristi e li portiamo nella caserma della Celere di Padova. Ciascuno in una stanza, legato alle sedie, bendato, due donne e tre uomini. Tra loro Antonio Savasta che inizierà a parlare quasi subito, e proprio con me, consentendoci di fare centinaia di arresti.

Il giardino dei torturatori

Dopo i quattro dell’Ave maria arrivano i Guerrieri della notte
Ma le violenze non finiscono con la liberazione del generale. Il clima è surriscaldato. Tutti sanno come abbiamo fatto parlare Volinia e scatta l’imitazione, il “mano libera per tutti”. Un gruppo di poliziotti della celere, che si autodefinisce Guerrieri della notte, quando noi non ci siamo, va nelle stanze dove sono i cinque brigatisti e li picchia duramente. Un ufficiale della celere, uno di quei giorni, viene da me chiedendomi se può dare una ripassata a “quello stronzo”, riferendosi a Cesare Di Lenardo, l’unico dei cinque che non collabora con noi. Io non gli dico di no e inizia in quell’attimo la vicenda che ha portato al mio arresto. La mia responsabilità esiste ed è precisa, non aver impedito che il tenente Giancarlo Aralla portasse Di Lenardo fuori dalla caserma. La finta fucilazione e quello che accadde fuori dalla caserma lo sappiamo dalla testimonianza di Di Lenardo. Io rividi il detenuto alle docce. Degli agenti stavano improvvisando su di lui un trattamento di acqua e sale. Li feci smettere ma non li denunciai diventando così loro complice.

Dopo Padova torture anche a Mestre
La voglia di emulare, di menar le mani, di far parlare quegli “stronzi” non si ferma a Padova. Di Mestre so per certo. Al distretto di polizia vengono portati diversi terroristi arrestati dopo le indicazioni di Savasta. I poliziotti si improvvisano torturatori, usano acqua e sale senza essere preparati come Ciocia e i suoi, si fanno vedere da colleghi che parlano e denunciano. Ma l’inchiesta non porterà da nessuna parte.
Quando i giornali cominciano a parlare di torture e scatta l’indagine contro di me e gli altri per il caso Di Lenardo mi faccio vivo con Improta, gli dico che non voglio restare con il cerino in mano, che devono difendermi. Lui promette, dice di non preoccuparmi, ma solo l’elezione al Parlamento propostami dal Partito socialdemocratico mi toglie dal processo. Gli altri quattro arrestati con me vengono condannati in primo grado e, alla fine, amnistiati.

L’impunità
Noi non siamo mai stati in prigione. Io venni portato all’ospedale militare di Padova e lì mi venivano a trovare funzionari di polizia per informarmi delle intenzioni dei magistrati. Tra le mie carte ho ritrovato un appunto dattiloscritto che mi venne consegnato in quei giorni. È una falsa, ma dettagliatissima, ricostruzione dei fatti che dovevamo sostenere per essere scagionati. Suppongo che lo stesso foglio venne dato anche agli altri arrestati perché non ci fossero contraddizioni tra di noi.
Io me ne sono restato buono per tutti questi anni perché non volevo far scoppiare lo scandalo, fare arrestare tutti quanti.
Oggi, guardandomi indietro, vedo con chiarezza che ho sbagliato, che non avrei dovuto commettere quelle cose, né consentirle. Non dovevo farlo né come uomo né come poliziotto. L’esperienza mi ha insegnato che avremmo potuto ottenere gli stessi risultati anche senza le violenze e la squadretta dell’Ave Maria».


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Torture contro i militanti della lotta armata
8 gennaio 1982, quando il governo Spadolini autorizzò il ricorso alla tortura
Cercavano Dozier nella vagina di una brigatista

Torture di Stato: «L’ordine venne dal governo. Oltre a me coinvolti De Francisci, Improta, Ciocia, Fiorolli, De Gregori». L’ex commissario Salvatore Genova racconta tutto

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Sull’Espresso in edicola da oggi venerdì 6 aprile 2012 la testimonianza rilasciata a Piervittorio Buffa dall’ex commissario di Polizia Salvatore Genova, aggregato alla squadra speciale del ministero dell’Interno durante le indagini sul sequestro Dozier tra la fine del 1981 e il 1982

«Questura di Verona, dicembre 1981. Il prefetto Gaspare De Francisci, capo della struttura di intelligence del Viminale (Ucigos) convoca Umberto Improta, Salvatore Genova, Oscar Firiolli, e Luciano De Gregori. E’ la squadra messa in cmpo dal ministero dell’Interno (guidato dal democristiano Virginio Rognoni) per cercare di risolvere il caso Dozier.
Il capo dell’Ucigos, De Francisci, ci dice che l’indagine è delicata e importante, dobbiamo fare bella figura. E ci dà il via libera a usare maniere forti per risolvere il sequestro. Ci guarda uno a uno e con la mano destra indica verso l’alto, ordini che vengono dall’alto, dice, quindi non preoccupatevi, se restate con la camicia impigliata da qualche parte, sarete coperti, faremo quadrato. Improta fa sì con la testa e dice che si può stare tranquilli, che per noi garantisce lui. Il messaggio è chiaro e dopo la riunione cerchiamo di metterlo ulteriormente a fuoco. Fino a dove arriverà la copertura? Fino a dove possiamo spingerci? Dobbiamo evitare ferite gravi e morti, questo ci diciamo tra di noi funzionari. E far male agli arrestati senza lasciare il segno».

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Torture contro i militanti della lotta armata
8 gennaio 1982, quando il governo Spadolini autorizzò il ricorso alla tortura
Cercavano Dozier nella vagina di una brigatista

8 gennaio 1982, quando il governo Spadolini autorizzò il ricorso alla tortura

Come documentano i dispacci dell’agenzia Ansa riportati qui sotto, l’8 gennaio 1982 si tenne una riunione del Ciis, il Comitato interministeriale per le informazioni e la sicurezza, organo del servizio segreto italiano oggi sostituito dal Comitato interministeriale per la sicurezza della repubblica.
Il comitato era presieduto e convocato dal Primo ministro, che all’epoca era il repubblicano Giovanni Spadolini, ed era composto dal ministro degli Affari Esteri, dell’Interno, della Giustizia, della Difesa, Economia e Finanze e Attività produttive.

Da 22 giorni era in corso il sequestro del generale americano e vice-comandande delle forze terrestri della Nato nel Sud Europa, James Lee Dozier, rapito Il 17 dicembre 1981 nella sua casa di Verona da un nucleo delle Brigate rosse – partito comunista combattente, una delle tre branche in cui si era scissa l’organizzazione nel 1980. Azione rivendicata dalla colonna veneta Annamaria Ludman.

Era la prima volta che un’organizazzione marxista rivoluzionaria riusciva a rapire un membro del comando Nato in Europa, una novità per un militare statunitense così alto in grado. L’operazione, pensata all’interno di quella che era la tradizionale azione di contrasto contro l’aggressiva politica delle forze imperialiste, mirava a riaprire la battaglia in favore dell’uscita dell’Italia dalla logica dei blocchi, contro la presenza delle basi Nato e americane. Un’azione volta a denunciare i patti segreti che legavano la Penisola a una sorta di sudditanza, che molti storici e analisti non esitavano a definire senza mezzi termini “sovranità limitata”, e intervenire all’interno del movimento contro il riarmo e la presenza di testate nucleari, mobilitatosi per impedire l’istallazione in Europa di nuovi sistemi d’arma come i missili nucleari Pershing e Cruise, questi ultimi previsti nella base di Comiso e Sigonella in Sicilia.

Il rapimento del generale americano sfatava di fatto tutte le dietrologie sulla natura eterodiretta delle Brigate rosse da parte di ambienti atlantici. Interpretazione complottistica fatta circolare in primis dagli ambienti del Partito comunista ma poi ripresa su larga scala e divenuta uno dei più inossidabili luoghi comuni capaci solo di mutare di segno (i servizi dell’Est al posto di quelli dell’Ovest) ma non di eclissarsi.


RIUNIONE
CIIS: MISURE TERRORISMO

Primo dispaccio

1982-1-8  POLITICA      

RIUNIONE CIIS: MISURE TERRORISMO
19820108 00850
ZCZC047/01
U POL 01 QBXB

(ANSA) – ROMA, 8 GEN – IL COMITATO INTERMINISTERIALE PER L’INFORMAZIONE E LA SICUREZZA (CIIS), NEL CORSO DI UNA LUNGA RIUNIONE TENUTA STAMANE A PALAZZO CHIGI, HA ADOTTATO UNA SERIE DI MISURE E DIRETTIVE AD EFFETTO IMMEDIATO RIGUARDANTI LA LOTTA AL TERRORISMO E LA SICUREZZA NELLE CARCERI. SECONDO QUANTO SI E’ APPRESO SUL CONTENUTO DELLE MISURE PRESE, CHE RIENTRANO NELL’ AMBITO DELLA COMPETENZA DEL CIIS, C’E’ IL VINCOLO DEL PIU’ STRETTO RISERBO. SI TRATTA NATURALMENTE DI MISURE DI CARATTERE AMMINISTRATIVO. HANNO PARTECIPATO ALLA
RIUNIONE I MINISTRI DELL’INTERNO ROGNONI, DELLA DIFESA LAGORIO, DELLA GIUSTIZIA DARIDA, DELL’ INDUSTRIA MARCORA, CHE FANNO PARTE DELL’ORGANISMO, E I MINISTRI LA MALFA, DI GIESI E ALTISSIMO IN RAPPRESENTANZA DELLE FORZE POLITICHE DELLA
COALIZIONE DI GOVERNO. I MINISTRI SONO STATI D’ACCORDO UNANIMEMENTE, SEMPRE SECONDO QUANTO SI E’ APPRESO, SULL’URGENZA E LA NECESSITA’ DELLE MISURE CHE SONO STATE DEFINITE DAL CIIS.
MR/SOR
8-GEN-82 12:45 NNNN

Secondo dispaccio

ZCZC196/01
U CRO 01 QBXB
RIUNIONE CIIS: MISURE TERRORISMO (2)

(ANSA) – ROMA, 8 GEN – LE DICISIONI ADOTTATE DAL CIIS,
NELLA RIUNIONE DI QUESTA MATTINA, IN MATERIA DI SICUREZZA NELLE CARCERI SONO COPERTE DAL PIU’ STRETTO RISERBO. AL MINISTERO DI GRAZIA E GIUSTIZIA NESSUN COMMENTO E NESSUNA INFORMAZIONE E’ FILTRATA AL PROPOSITO, SI SMENTISCE SOLTANTO L’IPOTESI CHE TRA ESSE SIA COMPRESO IL PROGETTO DI RIAPRIRE IL CARCERE DELL’ASINARA. TENENDO COMUNQUE CONTO DELLE MISURE CHE NEI MESI SCORSI ERANO ALLO STUDIO DEGLI ESPERTI SI POSSONO AVANZARE DELLE IPOTESI: SEMBRA PROBABILE CHE (COME DEL RESTO E’ GIA’ AVVENUTO IN OCCASIONE DI ALTRI MOMENTI DI TENSIONE  NELLE CARCERI) VENGANO CONTROLLATI CON MAGGIOR RIGORE TUTTI I CONTATTI CON L’ESTERNO DEI DETENUTI DELLE SEZIONI SPECIALI. QUESTO VORRA’ DIRE, PROBABILMENTE, CHE IN QUESTE SEZIONI VERRANNO ABOLITI I COLLOQUI STRAORDINARI; CHE NON SARANNO PIU’ CONSENTITI COLLOQUI CON I FAMILIARI SENZA IL VETRO DIVISORIO; CHE SARANNO INTENSIFICATI I CONTROLLI SUI PACCHI CHE GIUNGONO AI DETENUTI E SULLA CORRISPONDENZA; VERRA’ INTENSIFICATA LA SORVEGLIANZA ESTERNA PER NON VESSARE INUTILMENTE DETENUTI CHE NON SONO CONSIDERATI PERICOLOSI MA IN ALCUNI CASI SI TROVANO A STRETTO CONTATTO CON  ”GLI SPECIALI”, PROBABILMENTE VERRA’ ACCELERATO IL PIANO ALLO STUDIO DA TEMPO CHE TENDE A MIGLIORARE LA SITUAZIONE DEI COSIDDETTI ” DETENUTI DEFINITIVI TRATTABILI” (COLORO CIOE’ CHE DEVONO SCONTARE LUNGHE PENE MA NON SONO CONSIDERATI PERICOLOSI). QUESTI, SECONDO IL PROGETTO ALLO STUDIO, DOVREBBERO VENIR CONCENTRATI IN CARCERI SITUATE NELLE RISPETTIVE REGIONI DI PROVENIENZA E DOVE SARANNO VIGENTI TUTTI I BENEFICI INTRODOTTI DALLA RIFORMA.
CZ BM
8-GEN-82 21:11 NNNN

Questo secondo dispaccio annuncia le prime avvisaglie di quella che sarà l’introduzione dell’articolo 90, ovvero l’instaurazione di uno stato di eccezione dentro le carceri e l’avvio di circuiti differenziati che approderà successivamente alla nascita delle aree omogenee, dove venivano concentrati i detenuti dissociati, formalizzato con decreto ministeriale il 22 dicembre 1982. In una intervista rilasciata al quotidiano la Repubblica, il 25 agosto 1983, il direttore della Direzione Amministrativa Penitenziaria, Nicolò Amato, dichiarava che l’applicazione dell’art. 90 O.P. riguardava 18 istituti e poco meno di un migliaio di persone.

L’attenzione tuttavia va incentrata soprattutto sul primo dispaccio nel quale si riferisce che le misure prese sono di «carattere amministrativo», ovvero decisioni che emanano dalla diretta competenza dell’esecutivo e dei singoli ministri. Decisioni rivolte su due materie presentate in modo distinto: la «lotta al terrorismo» e la «sicurezza nelle carceri». Misure, infine, vincolate dal «più stretto riserbo».

E’ subito dopo questo vertice, la cui importanza strategica è dimostrata dal coinvolgimento inusuale di altri ministri (La Malfa, Di Giesi e Altissimo in rappresentanza delle altre forze politiche della coalizione di governo) che cominciano a circolare sui giornali le prime voci su un via libera concesso dall’esecutivo all’impiego della tortura per acquisire informazioni durante gli interrogatori.

In realtà il vertice del Ciis è solo il punto terminale di un processo decisionale avviato nei giorni precedenti, come dimostra la creazione di un gruppo operativo avente l’incarico di provvedere al coordinamento nazionale delle indagini sul sequestro, istituito con un decreto del ministro dell’Interno Rognoni il 28 dicembre precedente. E’ attorno alla nascita di questa struttura speciale e delle sue competenze e modalità di azione che prende forma la decisione di ricorrere in modo sistematico alla tortura impiegando gli esperti (il professor De Tormentis e la sua squadra, ma non solo) di cui disponeva la polizia.

Ciò spiega perché la sera del 4 gennaio 1982 Umberto Improta chiama d’urgenza Nicola Ciocia, alias De Tormentis, affinché sottoponga al «trattamento» Ennio Di Rocco e Stefano Petrella, arrestati  appena 24 ore prima in via della Vite a Roma. I due erano militanti del Partito guerriglia, denominazione assunta dal Fronte carceri e dalla Colonna napoletana delle Brigate rosse dopo la scissione. Non c’entravano nulla con il sequestro Dozier ma gli inquirenti speravano in ogni caso di rompere il muro del silenzio, aprire le prime crepe nella struttura organizzativa.

Le feroci torture inferte avranno successo. Le dichiarazioni estorte permettono alla polizia di arrivare all’arresto di Govanni Senzani che imprudentemente era rimasto nell’abitazione conosciuta dai due militanti. Un arresto chiavi in mano: gli agenti della Digos entrarono e incappucciarono nel sonno il fondatore del Partito guerriglia.

Enrico Deaglio su Lotta continua dell’8 febbraio 1982 rompe il muro del silenzio e denuncia l’impiego della tortura, «deciso in varie riunioni di altissimo livello nei giorni tra lunedì 11 e mercoledì 13 gennaio; giorni in cui il Consiglio dei ministri decise importantissime quanto tuttora misteriose misure d’emergenza contro il terrorismo; giorni in cui vi furono riunioni tra il presidente del Consiglio e i massimi responsabili dell’Arma dei carabinieri, della polizia e dei servizi di sicurezza. Si dice, infine, che presa la decisione, i ministri si vincolarono al segreto e si impegnarono a coprire le decisioni che avevano preso in qualsiasi caso».

In un comunicato del 18 marzo 1982 (quello della ritirata strategica) le Brigate rosse Partito comunista combattente  si da notizia di una riunione del Ciis (informazione tratta come sempre dall’attenta lettura dei quotidiani delle settimane precedenti) in cui sarebbe stato dato l’avallo alla tortura. «Spadolini – scrivono – ha provveduto in riunioni separate a comunicarlo ed accordarsi con tutti i segretari dei partiti compreso il Pci, a quest’ultimo ha mostrato lo spettro di una inversione militare pilotata dagli americani. Così si sono garantiti l’assenso completo e il silenzio sulla tortura. Il Pci e il sindacato anche quando gli arresti li riguardavano da vicino, recitano con monotonia lo stesso ritornello: ribadiamo la nostra fermezza per la lotta contro il terrorismo. Sospensione cautelativa». (Potete trovare l’intero documento in Progetto memoria. Le torture affiorate, Sensibili alle foglie pp. 166-170. Il passo citato è a pagina 169).

Dei ministri che parteciparono a quelle riunioni sono ancora in vita Virginio Rognoni e Renato Altissimo.

Numerosi casi di tortura affiorano nel corso del 1982. Le denuncie tuttavia restano limitate rispetto al fenomeno reale. I casi identificati si aggirano attorno ai 18-20. Le modalità spazio-temporali in cui questi eventi accadono lasciano trasparire chiaramente la non episodicità e la non occasionalità di queste pratiche. Uno specifico apparato di tortura era stato costituito con protocolli di arresto e interrogatori violenti ben rodati. Si tratta di pratiche che non si improvvisano ma che necessitano dei nullaosta da parte delle gerarchie e di una struttura predisposta oltre che di un addestramento predefinito.

Per apparato della tortura deve intendersi un sistema complesso di convergenza di alcuni poteri: Governo, ministri di riferimento come Interni, Giustizia e Difesa, organi di polizia (nel caso specifico Digos, Nocs e Ucigos) e infine il ruolo decisivo, di fiancheggiamento e copertura, fornito dalla magistratura.

Le tecniche messe in atto:
Waterboarding (annegamento simulato) con la specifica del sale
L’uso di scariche elettriche riprese dalla tradizionale gegène delle truppe francesi in Algeria
Sevizie di natura sessuale, con particolare accanimento sulle donne
Bruciature
Pestaggi
Tagliuzzamenti
Fucilazioni simulate
Sostanze chimiche (in alcuni casi… ma la circostanza non è stata accertata con sicurezza)
Tecniche classiche come quella di impedire il sonno e trattenere il prigioniero in posture dolorose

Le modalità d’arresto non seguono la prassi legale: incappucciamento al  momento della cattura (tant’è che spesso la popolazione crede di assistere a dei rapimenti. Gli arrestati vengono trattenuti per settimane o mesi nelle questure, caserme, sotterranei, oppure portati in luoghi sconosciuti, non ufficialmente adibiti a trattenere persone fermate).

Il ministero dell’Interno e le procure competenti non hanno mai avviato inchieste (salvo quella di Padova, caso Di Lenardo) per accertare i fatti.

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Torture contro i militanti della lotta armata

Le bugie del Governo: le “torture legittime” del Sottosegretario all’Interno, prefetto Carlo De Stefano

Nella risposta che il governo, per bocca del sottosegretario all’Interno prefetto Carlo De Stefano (nella foto qui accanto), ha fornito lo scorso giovedì 22 marzo all’interrogazione, presentata dalla deputata radicale Rita Bernardini, sulle torture che nel 1982 furono utilizzate per contrastare il fenomeno della lotta armata, si lasciava intendere che almeno fino al 1984 in alcuni trattati internazionali sottoscritti anche dall’Italia fossero presenti «limitazioni» di «non di poco conto» al divieto di fare ricorso all’uso della tortura.
Secondo questa singolare interpretazione nelle convenzioni internazionali si sarebbe vietato l’uso della tortura essenzialmente contro il nemico esterno, in caso di guerre tra Stati, tacendo sul ricorso a torture contro il nemico interno (i cosiddetti “terroristi”), a meno che non si trattasse di Paesi sotto regimi dittatoriali. Una logica che se condotta fino alle sue estreme conseguenze avrebbe sancito il divieto di torturare solo per le dittature, ritenute una forma di governo illegittimo, mentre paradossalmente avrebbe lasciato alle democrazie ampi margini di possibilità di farlo tranquillamente.

Questo il passo in questione:

Fonte: Estratto dal testo letto in commissione Giustizia dal sottosegretario Carlo De Stefano

Sul piano sostanziale sappiamo che non esistono grosse diferenze nell’impiego della tortura tra Paesi con sistemi politici cosiddetti “democratici” e regimi con forme di governo dittatoriale o autoritario. Non stiamo qui a dilungarci troppo sugli esempi storici: dalla Francia, durante la guerra d’Algeria, alle imprese coloniali e imperialiste delle democrazie occidentali fino alla recente Guantanamo dell’amministrazione Bush.
Diverso è il piano formale, l’adesione alle convenzioni internazionali, i trattati Onu, il cosiddetto sistema dello Stato di diritto vieta il ricorso a determinati eccessi o abusi nell’uso della violenza legittima dello Stato, non in Italia tuttavia dove il ricorso alla tortura non è ancora oggi un reato previsto dal codice penale nonostante gli impegni presi in tal senso negli accordi internazionali e in sede europea.

La fretta e il poco tempo a disposizione mi avevano impedito sul momento di fare le dovute verifiche così ho dato per vero quanto asserito nelle affermazioni di De Stefano, rilasciate pur sempre da un membro del governo in una sede ufficiale come la commissione Giustizia dove non ci si aspetta che si raccontino frottole o addirittura si riscriva pro domo un testo come la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.
Avrei dovuto fidarmi dell’istinto, che poi in questo caso altro non è che la stratificazione pregressa di letture e studi passati. Quei testi, soprattutto la Dichiarazione universale come la Convenzione di Roma (Cedu) li avevo letti, studiati per alcuni esami universitari o per preparare ricorsi in carcere a detenuti che mi chiedevano un aiuto.
Molte volte li ho ritrovati, citati e commentati, nei libri e mai ricordo di aver incontrato da qualche parte quelle «limitazioni» al divieto della tortura, per giunta così nette, evocate dal sottosegretario all’Interno.

Così appena ho potuto sono andato a verificare. Quei dubbi iniziali erano più che fondati. Vi chiedo scusa dunque per aver accreditato, seppur involontariamente, delle fandonie così grossolane. Nel testo dei trattati quei vincoli non esistono. Le parole di De Stefano sono frottole, roba da bocciatura secca ad un esame di primo anno di Giurisprudenza. L’interpretazione similgiuridica suggerita sulla base della scheda fornitagli dai tecnici del ministero della Giustizia (supponiamo si tratti di insigni magistrati dell’ufficio studi) rivela solo il penoso tentativo di costruire a posteriori una copertura giuridica delle ragioni dello Stato per giustificare il ricorso alle torture nei primi anni 80.

Nella Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali stipulata a Roma nel 1950, quella per intenderci sulla base della quale opera la corte di Strasburgo, come nel Patto internazionale sui diritti civili e politici, un trattato delle Nazioni unite adottato nel 1966 ed entrato in vigore nel 1976, nato dall’esperienza della Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo, non c’è menzione alcuna delle «limitazioni» di «non di poco conto» di cui parla l’esponente del governo.

Questi due testi riprendono in modo secco la formulazione presente all’articolo 5 della Dichiarazione dei diritti universali:

Articolo  3
Proibizione della tortura
Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o a trattamenti inumani e degradanti.

(Fonte: Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà fondamentali – CEDU.
Roma 4 novembre 1950)

ARTICOLO  7
Nessuno può essere sottoposto alla tortura né a punizioni o trattamenti crudeli, disumani o degradanti, in particolare, nessuno può essere sottoposto, senza il suo libero consenso, ad un esperimento medico o scientifico.

(Fonte: Patto internazionale sui diritti civili e politici, New York 16 dicembre 1966,
entrata in vigore il 23 marzo 1976)


La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 10 dicembre 1948 all’articolo 5 recita:


Articolo 5

Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamenti o a punizioni crudeli, inumani o degradanti.

(Fonte: Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 10 dicembre 1948)

Il divieto è categorico, non lascia spazio a distinguo o limitazioni «non di poco conto (morale e in caso di ordine pubblico e di tutela del benessere generale di una società democratica)», come sostenuto da De Stefano. Semmai la formulazione è carente lì dove non fornisce una dettagliata descrizione di cosa sia la tortura.
Ed è proprio in questa eccessiva sinteticità che si sono insinuate nel tempo le strategie volte ad aggirare il divieto.
Per questo motivo la successiva formulazione varata con la Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1984 ed entrata in vigore il 26 giugno 1987, introduce una definizione molto più ampia e articolata:

Articolo 1
1. Ai fini della presente Convenzione, il termine “tortura” indica qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine segnatamente di ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimorire o di far pressione su una terza persona, o per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o con il suo consenso espresso o tacito. Tale termine non si estende al dolore o alle sofferenze risultanti unicamente da sanzioni legittime, inerenti a tali sanzioni o da esse cagionate.


La tesi truffaldina del ministero dell’Interno

Da dove sono sbucate allora quelle «limitazioni» di «non di poco conto (morale, ordine pubblico, benessere generale di una società democratica)», citate dal sottesegretario all’Interno?

E’ successo un pò come nel gioco delle tre carte: al ministero della Giustizia e dell’Interno pensano che siamo degli allocchi e ce la beviamo. Come avrebbe fatto l’Azzeccarbugli di manzoniana memoria hanno combinato due codicilli (combinato disposto lo chiamano nell’orribile gergo giuridico), l’articolo 5 sopracitato e il secondo comma dell’articolo 29 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che potete leggere qui sotto:

Articolo 29
1) L’individuo ha dei doveri verso la comunità, nella quale soltanto è possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalità;

2) Nell’esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà altrui e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell’ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica;

3) Tali diritti e libertà non possono in nessun caso essere esercitati in contrasto con i fini e i principi delle Nazioni Unite.

(Fonte: Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo, 1948)

Come è facile verificare, il testo del comma 2 riguarda unicamente l’esercizio dei diritti e delle libertà dell’individuo, sottoposti alle norme previste dalle singole leggi interne degli Stati che a loro volta non potrebbero essere in contrasto con i fini e principi della Dichiarazione generale sui diritti dell’Uomo.

In nessun momento si accenna alle torture o si fa riferimento ad una tutela del diritto soggettivo dello Stato che garantisca la possibilità di sottrarsi o attenuare il divieto di riccorrere alla tortura indicato nell’articolo 5. A questo punto c’è poco da aggiungere, quanto affermato da De Stefano è falso. Siamo alla truffa bella e buona. Nessuna legislazione internazionale ha mai ammesso la possibilità di ricorrere a torture per tutelare la morale, l’ordine pubblico o il benessere generale di una società democratica. Ciò è ammesso solo nella testa del Prefetto De Stefano e degli estensori della nota giuridica da lui letta e messa agli atti della Commissione Giustizia.

Un’affermazione del genere per l’incompetenza che dimostra e la pericolosità della tesi che afferma darebbe adito ad una immediata richiesta di dimissioni.

De Stefano se ne dovrebbe andare insieme agli autori materiali di quel testo. Sarebbe il minimo. Ma in Italia il minimo non c’è perché manca il fondo.

Concludo ricordando che la Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti del 1984 richiede, tra l’altro, agli Stati parte di incorporare il crimine di tortura all’interno della propria legislazione nazionale e di punire gli atti di tortura con pene adeguate; di intraprendere una rapida e imparziale inchiesta su ogni presunto atto di tortura; di assicurare che le dichiarazioni rese sotto tortura non vengano utilizzate come prove durante processi (eccetto che contro una persona accusata di tortura, come prova che tale dichiarazione sia stata resa); e di riconoscere e far applicare il diritto delle vittime di tortura e dei loro parenti più stretti (dependants) a ricevere un equo e adeguato risarcimento e recupero (psico-fisico e sociale).

Nessuna circostanza eccezionale – come uno stato o una minaccia di guerra, instabilità politica interna o qualsiasi altra pubblica emergenza – può essere invocata (addotta) come giustificazione di atti di tortura. La stessa disposizione vale per quell’individuo che abbia compiuto tali atti in seguito ad un ordine di un superiore o di autorità pubblica. Agli Stati parte è proibito rinviare una persona in uno Stato nel quale egli/ella potrebbe essere a rischio di subire tortura (principio di non-refoulement).

Allo stesso tempo gli Stati dovranno assicurare che i presunti responsabili di atti di tortura presenti sul territorio di propria giurisdizione vengano sottoposti a processi o estradati in un altro Stato per essere sottoposti a processo.

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