Le banche centrali sono diventate le discariche della finanza tossica

Discariche di rifiuti tossici per il Credito

by Robert Kurz

Testo ripreso da http://francosenia.blogspot.com/2011/08/rifiuti-tossici.html

Chiunque abbia conservato un po’ di capacità di memoria potrebbe essersi chiesto dove sia andata a finire l’enorme massa di crediti irrecuperabili. Questi debiti non sono mai stati pagati e, al contrario, ogni forma immaginabile di debito ha continuato a crescere. Il gioco di far finta di pagare i vecchi prestiti per mezzo di quelli nuovi, e quelli nuovi per mezzo di quelli ancora più recenti, è finito da tempo, nel settore privato. E, a causa della loro enorme grandezza, i famosi “toxic assets” non potevano essere ammortizzati interamente (salvo alcune operazioni cosmetiche fatte dalle banche). Secondo le parole dei guru finanziari, questo avrebbe causato la “fusione del nucleo” del sistema finanziario globale. Ai fini contabili delle banche è stato permesso loro di gettare a mare i rifiuti tossici. Ma nulla è stato detto a proposito della “banche cattive”, che dovevano fare affidamento sulle garanzie statali per compensare temporaneamente il crollo del “sistema bancario ombra” dopo lo scoppio della bolla immobiliare. La speranza ufficiale e l’aspettativa erano che le garanzie statali potessero rapidamente ripristinare la “fiducia” in modo che i titoli, a lungo senza valore, riuscissero ancora una volta a spuntare un prezzo decente. La condizione era che il settore immobiliare statunitense, dove era cominciata la crisi, si riprendesse con forza. Nulla da dire su questo. Ma le garanzie dello Stato non erano pagabili. Non potevano essere pagati, per il semplice motivo che questo avrebbe causato la “fusione del nucleo” nel bilancio statale. Perciò, dove sono andati a finire i rifiuti tossici del sistema finanziario? Sono finiti nella discarica finale: le banche centrali. Come tutti sanno, queste banche stanno attualmente inondando il mondo di dollari, euro, ecc., al fine di dare ossigeno ad un’economia mondiale clinicamente morta. Non sono ancora al punto di stare buttando il denaro con gli elicotteri, ma stanno praticando l’estensione del credito, alle banche commerciali, a tassi di interesse bassissimo, o addirittura senza alcun interesse. Proprio come per ogni prestito, le banche devono fornire “garanzie”. E dove sono queste garanzie? In queste pile di carta tossica, che le banche centrali accettano con gioia, come se fossero gioielli della corona. Nemmeno tre anni sono passati dal crollo dei mercati finanziari, ed ora le finanze pubbliche di un numero crescente di paesi saltano in aria, dopo essere state sovraccaricate di politiche anti-crisi. Fondamentalmente, quello che è successo ai bond privati sta ora succedendo ai titoli pubblici di stato. Un parte crescente, e difficile da controllare, del debito è stata trasferita su bilanci ombra. Come accaduto in precedenza con i mutui per la casa, le partecipazioni al debito sovrano si sono trasformate in rifiuti tossici. E le banche centrali con entusiasmo acquistano anche questi. Allora, le banche asiatiche stanno comprando meno buoni del tesoro degli Stati Uniti? Non importa, dal momento che la stessa Federal Reserve americana se li accaparra, come grano in tempo di carestia. Inoltre, la crisi del debito sovrano europeo avrebbe continuato ad aggravarsi, nonostante tutti i pacchetti di salvataggio, se la Banca centrale europea non avesse cominciato a comprare mucchi di titoli senza valore provenienti dai paesi in crisi. Ironicamente, le banche centrali, guardiane della presunta stabilità finanziaria, sono diventate discariche di rifiuti tossici per il sistema finanziario globale. Sono esse la sede definitiva di questi beni, la loro ultima dimora, perché non esiste nessun ente, che si cela dietro le banche centrali, in grado di liberarle da questo peso. La facciata della normalità eretta dopo il 2008 si basa su un avventurismo politico che ha creato soldi da “garanzie” basate su un debito che non può essere pagato.

Fonte: http://linternationale.blogspot.com/2011/08/real-debt-crisis.html

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Gallino: «Barbarie sociale e recessione, ecco l’effetto della manovra»

Intervista a Luciano Gallino, sociologo, autore di Finanzcapitalismo, Einaudi 2011

Paolo Persichetti
Liberazione 14 agosto 2011


Colpire al cuore lo Statuto dei lavoratori. Questo progetto ultradecennale perseguito con una ferocia ideologica senza pari è forse giunto al suo traguardo. I ripetuti tentativi, sempre falliti o respinti in passato, hanno trovato nel grande golpe della finanza in corso il mezzo per assestare la mossa finale. La misura, richiesta nella lettera della Bce scritta da Mario Draghi, come lo stesso Giulio Tremonti ha lasciato intendere, è stata introdotta nella manovra aggiuntiva del governo in una maniera del tutto subdola e artificiosa. Abbiamo chiesto al sociologo Luciano Gallino, che in un suo lungimirante saggio uscito lo scorso marzo per Einaudi, Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi, ha descritto l’attuale crisi finanziaria, un giudizio sulle scelte del governo.

Quando parliamo dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (divieto di licenziare senza giusta causa) ci riferiamo ad una norma di legge che sancisce un diritto soggettivo del cittadino lavoratore. Possono le parti sociali espropriare questo diritto della persona derogando la legge con un accordo aziendale? Non si tratta di una elementare violazione della gerarchia delle fonti del diritto? Prim’ancora che incostituzionale sembra l’ennesima alchimia antigiuridica. Una furberia architettata da un malandrino.
Non sono un giurista e lascio a loro una valutazione tecnica sulla questione. Ma come ho detto in una precedente intervista, rimuovere la persona come titolare dei diritti, mettendo invece al centro la prestazione o il contratto, è un aberrazione giuridica, il segno di una forte regressione in direzione di una smodata rimercificazione del lavoro. Sono le persone che hanno titolo, per usare un termine di Amartya Sen, per ottenere reddito o veder difesa la loro dignità.

Cosa accadrà con lo smantellamento dei contratti nazionali e la possibilità di derogare le norme di legge che tutelano i diritti dei lavoratori?
Intanto bisogna vedere come va a finire, manca ancora il voto finale del parlamento. In ogni caso l’idea che il centro della contrattazione debba essere l’azienda significa veramente non rendersi conto di come è organizzata oggi la produzione nel mondo. Si sarebbe dovuto parlare di contrattazione di filiera, di contrattazione estesa alle cosiddette catene di produzione del valore, perché ciò che fa ogni singola azienda dipende da ciò che fanno le aziende a monte e quelle a valle. Praticamente nessuno produce più nulla per intero. Tutto il prodotto, anche il più piccolo elettrodomestico, qualunque tipo di servizio per non parlare dei manufatti più grandi, è composto da centinaia di produttori situati in decine di Paesi diversi. L’idea che si possa contrattare la produttività in una sola azienda significa non aver capito nulla di come da decenni la produzione è organizzata nel pianeta. E poi mi preoccupano due cose.

Quali?
La scelta del governo è regressiva dal punto di vista sociale, civile e giuridico. I governi di destra ci hanno abituato a interventi del genere ma qui si è andati molto oltre. ma c’è ancora di più, questi interventi sono recessivi anche dal punto di vista economico, sono un limite allo sviluppo, alla cosiddetta ripresa. Queste misure non fanno altro che porre le premesse per una recessione che non sarà inferiore a 5-10 anni. Per un Paese che ha già una media di sviluppo dello 0,5% si tratta di un intervento molto ottuso. La fermentazione delle contrattazioni, la disarticolazione dei contratti fa si che a soffrire sarà la stessa produttività, l’organizzazione aziendale, la formazione dei lavoratori. Sono tutte premesse per un peggioramento e un prolungamento della recessione. il ministro Sacconi interpreta gli aspetti più deteriori dell’ideologia neoliberale.

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Niente amnistia perché ci vogliono i 2/3 del parlamento? Allora abolite le ostative del 4 bis e allungate la liberazione anticipata. Basta la maggioranza semplice

Il nuovo Guardasigilli Nitto Palma dice no all’amnistia e parla della solita depenalizzazione dei reati minori e del reintegro della detenzione domiciliare, disattivata dalla Cirielli

Paolo Persichetti
Liberazione 13 agosto 2011


Per il nuovo ministro della Giustizia, Francesco Nitto Palma, il ricorso ad un’amnistia, accompagnata da un indulto, come chiesto a viva voce da Marco Pannella nel corso del suo ultimo sciopero della fame per affrontare la drammatica situazione di sovraffollamento delle carceri: «non è percorribile politicamente data la necessità di una maggioranza qualificata per la sua approvazione in parlamento». Il guardasigilli si è affrettato a chiudere ogni spiraglio a ridosso della giornata di sciopero della fame e della sete promossa dal partito radicale per domenica 14 agosto, ed a cui hanno aderito le diverse associazioni che si occupano di carcere, alcuni esponenti politici ma soprattutto il segretario nazionale del sindacato dei direttori e dirigenti penitenziari insieme ai responsabili di altre sigle del sindacalismo penitenziario come l’Uil-Pa penitenziari, l’Osapp e il comparto sicurezza Cgil-Fp. Una presenza istituzionale che la dice lunga sulle preoccupazioni e i malumori che circolano all’interno dell’universo penitenziario insoddisfatto per l’incapacità messa in mostra da questo governo dopo il conferimento dei poteri speciali al capo del Dap, il piano straordinario di edilizia penitenziaria e la ridicola leggina “svuota carceri”.
Defilata appare invece la presenza dei detenuti, meno massiccia del solito, sparpagliata e disorganizzata. Segno di rassegnazione e fatalismo? Due anni fa di questi tempi si moltiplicavano proteste e rivendicazioni un po’ ovunque. Il capo del Dap era costretto a correre da una prigione all’altra mentre i sindacati degli agenti di custodia denunciavano il rischio di una esplosione generale della rivolta. Oggi la situazione sembra sedata, nel vero senso della parola, cioè sottoposta all’effetto di sedativi. E’ il carcere dei disgraziati, di chi fa largo abuso di benzodiazepine o peggio, e si affida alla provvidenza come i pescatori di Verga nei Malavoglia. In gran parte figure destrutturate, incapaci di darsi una soggettività. L’alto numero di suicidi e le diffuse pratiche autolesioniste delineano il profilo sociologico fragile, sofferente, ultramarginale, di una popolazione che raccoglie tra le sue fila per buona parte tossicodipendenti, persone con problematiche psichiatriche, immigrati catapultati da altre rive. Un nuovo ciclo dei vinti sul quale infierisce con brutale cinismo una cultura assai trasversale ispirata ad una sorta di nuovo malthusianesimo penale che cerca di sbarazzarsi di questa umanità ritenuta uno sgradevole esubero. Attenzione però, sotto questo sonno covano spesso gli incendi più paurosi, come le jacqueries di un tempo.
Quindi la battaglia per arrivare ad un nuovo indulto accompagnato da quell’amnistia mancata nel 2006 è già finita prima di cominciare? C’è da giurare che Pannella non si arrenderà tanto facilmente. Ha ragione a tenere la barra alta e chiedere un provvedimento amnistiale per rovesciare quell’amnistia di classe, quotidiana e silenziosa, che porta il nome di prescrizione, valida solo per colletti bianchi e ceti abbienti. Da una parte un’amnistia mascherata e tutta di censo per chi riesce sempre a sottrarsi al processo, figuriamoci alla condanna; dall’altra condanne pesanti, aggravanti e recidive di ogni ordine e grado, celle affollate, pene lunghe e senza benefici per chi non appartiene ai ceti del privilegio. Resta il fatto che i rapporti di forza in parlamento, e soprattutto la presenza di una cultura politica giustizialista egemone e trasversale agli schieramenti politici, rendono improba la battaglia. Nel 2006 l’indulto arrivò sull’onda di una risicata vittoria parlamentare del centrosinistra, votato ad inizio legislatura quando nelle aule parlamentari e nella coalizione di governo era ancora presente Rifondazione comunista, prima della scissione. Oggi al suo posto c’è l’Idv, i Radicali sono soli e nel Pd l’idea non crea certo l’unanimità. Sulla questione c’è chi ha posizioni persino più rigide delle destre, al punto che nessuno ha protestato per le disposizioni ultraforcaiole (e incostituzionali), come l’abolizione del rito abbreviato e l’esclusione dai benefici penitenziari per alcune categorie di reato, contenute nel ddl detto «allunga processi», passato recentemente al senato.
Il nuovo guardasigilli sembra orientato a lavorare su misure minime come la depenalizzazione dei reati minori e una nuova leggina sui domiciliari, questa volta con maglie più larghe. Mezzucci. Con lo “svuota carceri” (e riempi celle) che tanta paura aveva suscitato solo a MarcoTravaglio sono usciti meno di 3000 persone. Bastava applicare correttamente le norme sui domiciliari e l’affidamento previste dalla Gozzini e ne sarebbero uscite molte di più.
Se l’intenzione del neoministro è quella di volare così basso, i Radicali possono sfidarlo proponendo l’abolizione dei vincoli ostativi previsti dal 4 bis, che impediscono l’accesso alla Gozzini, e il raddoppio dei giorni di liberazione anticipata. 180 giorni all’anno di sconto per buona condotta. Non serve l’insormontabile maggioranza qualificata richiesta dall’amnistia. Basta la maggioranza semplice.

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L’insostenibilità economica del sistema penitenziario: riduciamo i detenuti e dimezziamo le carceri
Cronache carcerarie

«Chiudere i paradisi fiscali e abolire la finanza tossica»

Intervista a Pietro Raitano direttore di Altreconomia

Paolo Persichetti
Liberazione 10 agosto 2011

«Siamo di fronte ad un problema di debito totale, non solo finanziario ma anche ecologico. Debito generazionale di un Paese che riesce solo a saccheggiare il proprio territorio ma è incapace d’investire in lungimiranza, ad esempio nella scuola». Pietro Raitano, direttore di Altreconomia, non ne fa una semplice questione di contabilità. Questa crisi mette in discussione un modello di società, in altri tempi si sarebbe detto di sviluppo, termine caduto in disuso per la sua natura ambivalente che suscita critiche. «La crisi che abbiamo davanti viene da lontano: il primo dato è che abbiamo il quarto debito mondiale ma non siamo la quarta potenza economica del mondo, dall’altra con l’incremento del debito crescono anche gli interessi da restituire ed essendo ormai divenuti un Paese vecchio, che non punta più su tecnologia, innovazione e ricerca, vacilla la fiducia sulla nostra capacità di esser solvibili».

Non bastano soluzioni contabili per il declino?
Non si può pensare di continuare a rispondere con la ricetta della crescita ad una crisi della crescita, una crisi di sovrapproduzione. Siamo di fronte ad un sistema economico che non sa più come spendere la propria liquidità. Una liquidità conseguenza anche dello sganciamento avvenuto negli anni 70 della moneta dall’oro. Questa liquidità ha creato una bolla gigantesca su tutti i comparti del mercato finanziario, dall’immobiliare all’energetico, che adesso sottrae risorse. Ma lo fa con un ritardo clamoroso perché ormai siamo abituati a quel denaro, ci contiamo anche se non c’è più. E così siamo giunti alla resa dei conti. Bisognerebbe invece investire sulla lungimiranza: efficienza energetica, fonti rinnovabili, tecnologia. Uno studio della Banca d’Italia ha dimostrato che investire sulla scuola porta un rendimento del 7%. Valorizzare le nostre risorse rilanciando la filiera corta agroalimentare.

Che ruolo svolgono i mercati in questa crisi?
Tutta l’attenzione è concentrata sui famosi umori dei mercati, tanto che ci dicono “bisogna ristabilire la fiducia degli investitori”. Ma chi sono questi mercati? Il 53% degli scambi a Wall street sono fatti in regime di high frequency trading (hft), cioè di scambi iperveloci, si tratta di algoritmi matematici gestiti da computer. Attenzione dunque, la finanza sta diventando qualcosa di differente da un gruppo di persone che investe del denaro. Abbiamo a che fare con un sistema che non ha più legami con l’economia reale.

Però dietro ai programmi di calcolo c’è sempre la mano dell’uomo. Dunque è un problema di logica?
Quella stessa per cui se una una banca è ritenuta troppo grande per fallire si deve immediatamente intervenire per sostenerla mentre per gli Stati si può contemplare l’idea che possono andare in default. Con molto ritardo si è intervenuti in favore della Grecia e dell’Italia. Per giunta la Bce al posto del fondo salva Stati non ha fatto altro che emettere altri bond. E’ un po’ paradossale che si risponda ad una crisi finanziaria con la finanza. La traduzione di tutto questo è molto semplice: come ha chiesto la Bce al governo, avremo meno servizi e dovremo pagarli di più, avremo meno pensioni e dovremo lavorare maggiormente. Si spalmerà  sulla popolazione l’incapacità del governo e più in generale dei governi internazionali di fronteggiare la rapacità del sistema economico finanziario.

Cosa servirebbe?
La patrimoniale, non è più tollerabile che venga tassato sempre di più il lavoro quando chi specula in borsa paga un’imposta del 12%, se non nasconde addirittura i suoi profitti nei paradisi fiscali. Quei paradisi dove anche le nostre aziende di Stato hanno insediato delle società. Un fatto inaccettabile. Non crederò mai alla possibilità di risolvere questa crisi senza avere prima messo mano  a livello internazionale almeno a due operazioni: abolizione totale dei paradisi fiscali; abolizione di quegli strumenti finanziari deleteri come alcuni derivati, tipo i credit default swap (cds) che permettono di scommettere sui fallimenti degli Stati. C’è chi guadagna sul fatto che ad un certo punto in Italia si privatizzi l’acqua, non ci siano sono più asili e si vada in pensione a 75 anni. Questo è un clamoroso furto nei confronti delle popolazioni a favore di una minoranza di alcune centinaia di speculatori. Ci potrà salvare solo un sistema economico basato sulla sobrietà, sulla sostenibilità e sulla distribuzione del potere che non permette accumulazioni di ricchezza in poche mani.

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Gianni Rinaldini: «Cgil stop. Basta Marcegaglia, è tempo di rilanciare il conflitto»

L’intervista al responsabile dell’opposizione interna della Cgil: «Siano di fronte ad una crisi che ricorda quella del ’29. Basse retribuzioni, precarietà di massa e smantellamento dello stato sociale. Non si può uscire dalla crisi rilanciando questo modello sociale»

Paolo Persichetti
Liberazione 7 agosto 2011

«Questa crisi è paragonabile solo a quella del 1929. Sono saltati interi equilibri internazionali. Non esiste più un sistema monetario internazionale fondato sul dollaro. Oggi è tutto rimesso in discussione». Gianni Rinaldini ce l’ha in particolare con la miopia generale dimostrata di fronte alla natura della crisi dei mercati finanziari. «Penso proprio che ci sia un deficit di analisi», sostiene.

Sia il ministro degli esteri che il direttore della banca centrale della Cina, dirigenti espressi dal partito comunista, sono saliti in cattedra spiegando a Stati uniti e Unione europea come ci si deve comportare nel mercato capitalista. D’accordo, in Cina ormai vige il “socialismo di mercato”, un ibrido che sembra particolarmente adatto agli animal spirits del capitalismo più brutale. Nonostante ciò questa sortita ricorda il mondo rovesciato di Alice nel “Paese delle meraviglie”. Non è un paradosso?
Secondo me fa parte della situazione che stiamo attraversando. Credo proprio che ci sia un deficit di analisi rispetto ad una crisi come quella attuale. Come non vedere che l’Europa così come è stata costruita non sta più in piedi e che per riuscire a salvarne l’idea bisogna ridiscuterne le caratteristiche stesse? Pensare che questa crisi si possa risolvere adottando alcune misure per poi riprendere tutto come prima, significa non avere capito niente. Questa è la crisi innanzitutto del modello sociale che si è affermato nel corso degli ultimi decenni, fondato sulle basse retribuzioni, la precarizzazione di massa e lo smantellamento dello Stato sociale. Se non si cambia indirizzo la crisi si aggraverà sempre di più. Il compito della sinistra e della Cgil è quello di essere riferimento e punto di aggregazione di un’altra idea di uscita dalla crisi. Non si può continuare a ragionare come se si fosse in una normale trattativa sindacale dove occorre trovare dei punti di mediazione. Se sinistra e sindacato non scelgono di svolgere questo ruolo il disagio sociale si esprimerà in altri forme e modi. Il disagio sociale può andare da qualsiasi parte.

In questo bisogno di rifondare il progetto europeo intravedi anche la necessità di riformare i mercati finanziari? Ormai sono in molti, anche tra gli stessi analisti della stampa borghese, a ritenere il comportamento dei mercati, una sorta di prateria sconfinata senza argini e confini dove si pratica il far west, uno dei fattori scatenanti di questa crisi. Sono finite sotto tutela le sovranità nazionali. La stessa volontà elettorale non conta nulla di fronte ai listini e ai voti delle agenzie di rating, diventati i veri grandi elettori del globo.
Non c’è dubbio. Bisogna fare come quando si mise mano alla crisi del ’29 rifondando il sistema bancario. Altrimenti tutte le cose che si sono dette fino adesso sono soltanto propaganda. La realtà è però un’altra e tutto continua ad andare avanti come prima. L’unica variabile su cui si agisce è quella dei dei lavoratori: ridurre le retribuzioni e i diritti, aumentare la precarietà di massa. Si agisce allo stesso modo ovunque nei Paesi di vecchia industrializzazione, come Europa, Giappone e Stati uniti. Paradossalmente ciò che viene proposto è l’assunzione del modello sociale americano (dove il contratto nazionale non esiste e manca uno stato sociale), in un momento in cui gli Usa stessi sono uno dei soggetti scatenanti della crisi.

Prima i sei punti siglati nel documento unitario delle parti sociali, poi l’annuncio del governo di una nuova manovra che anticipa di un anno il pareggio di bilancio, addirittura il progetto di iscrivere questo comandamento della teologia  monetarista nella costituzione insieme alla riforma dell’articolo 41, per stabilirvi nuovi principi che legittimino la ferocia sociale dell’iperliberismo, infine l’attacco allo statuto dei lavoratori. Siamo di fronte ad una micidiale manovra a tenaglia?
E’ inquietante il fatto che ci si trovi di fronte alla Marcegaglia che parla anche a nome delle organizzazioni sindacali sulla base di un documento sottoscritto da banchieri e imprenditori. Credo che una cosa di questo genere non sia mai successa.

Sì, ai tempi del corporativismo fascista.
Nella Cgil tutto ciò sta avvenendo senza un mandato specifico mentre i contenuti dei sei punti sono l’opposto di quello che si è discusso. E’ necessario  sospendere immediatamente gli incontri previsti. Siamo in una situazione di assoluto arbitrio. Quanto all’azione del governo si prefigura un’operazione di massacro sociale, non solo dal punto delle condizioni materiali di vita ma anche di ridefinizione delle relazioni sociali e dell’assetto democratico del Paese. Pensare di uscire dalla crisi di questo modello sociale rilanciando lo stesso modello sociale è pura follia.

Sono state riconvocate le Camere, pensate di presentarvi sotto Montecitorio?
Bisogna convocare gli organismi dirigenti, prendere atto che la strada intrapresa ci ha portato in una situazione inaccettabile e decidere proposte, iniziative e mobilitazioni da mettere in campo per contrastare le scelte del governo. La Cgil deve aprire una fase di grande mobilitazione, di grande conflitto generale che abbia come riferimento le condizioni dei lavoratori e degli strati sociali più deboli per tentare di impedire che vada avanti questa operazione.

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Boia che non mollano: Cina e Stati uniti in testa alle classiche della pena di morte

Il Rapporto annuale di “Nessuno tocchi Caino”: aumentano le esecuzioni anche se calano i Paesi che ricorrono alla pena capitale

Paolo Persichetti
Liberazione 5 agosto 2011

Nel 2010 le esecuzioni capitali sono aumentate rispetto ai due anni precedenti. I giustiziati sono stati 5.837. Ben 96 in più rispetto al 2009 e 102 rispetto al 2008. L’aumento, secondo quanto spiega il rapporto sulla pena di morte nel mondo pubblicato dall’associazione “Nessuno tocchi Caino”, sarebbe dovuto all’escalation di pene capitali eseguite in Iran: passate dalle almeno 402 del 2009 alle almeno 546 del 2010. Quell’«almeno» sta a significare che i dati riportati peccano, semmai, per “difetto”. E che dunque c’è da dubitare che le morti di Stato, gli omicidi per legge, sono molti di più.
L’incremento delle uccisioni legali contrasta tuttavia con un altro dato, questa volta più confortante: i Paesi che continuano a praticare la pena di morte sono scesi di numero: 42 a fronte dei 45 del 2009. Un decremento che conferma una tendenza graduale in atto da alcuni anni. Dodici Paesi hanno abbandonato la pena di morte dal 2005 e oggi.
Gli Stati o territori che hanno abolito per legge le esecuzioni capitali sono 155. All’interno di questi, 97 risultano totalmente abolizionisti, altri 8 sono parzialmente abolizionisti, cioè hanno eliminato la pena capitale solo per i crimini ordinari mantenendola per crimini politici, terroristici o nei codici di guerra. Una moratoria sulle esecuzioni vige in 6 Stati, mentre 44 sono i Paesi che di fatto non eseguono più sentenze capitali da almeno 10 anni o che si sono impegnati a livello internazionale ad abolire la pena di morte tuttora in vigore nei loro ordinamenti penali.
Dei 42 Paesi che mantengono la pena capitale, 35 sono catalogati come «dittatoriali, autoritari o illiberali». Il grosso delle esecuzioni, 5.784, circa il 99% del totale mondiale, viene praticato in 18 di questi Paesi. A guidare la classifica sono Cina, Iran e Corea del Nord. Peccato che il rapporto fornisca le cifre solo in termini assoluti. Sarebbe stato interessante osservare l’incidenza anche rispetto alla densità di popolazione.
Tra i Paesi che mantengono in vigore la pena capitale, 7 di loro vengono classificati tra i sistemi politici a «democrazia liberale», sulla base – spiegano sempre gli autori del rapporto – «non solo del sistema politico del Paese, ma anche del sistema dei diritti umani, del rispetto dei diritti civili e politici, delle libertà economiche e delle regole dello stato di diritto». Le democrazie liberali che hanno applicato la pena di morte nel 2010 sono state 4 ed hanno effettuato 53 esecuzioni. Il fatto che si tratti dell’appena 1% del totale mondiale ci dice ancora poco senza un raffronto basato sul tasso percentuale delle esecuzioni. In ogni caso svettano gli Stati uniti con 46 giustiziati, uno ogni 680mila cittadini. Un bel record negativo per la più grande democrazia del pianeta, culla del populismo penale. Il resto sono briciole: Taiwan 4, Giappone 2 e Botswana 1. Anche qui si segnala un calo rispetto alle 60 uccisioni legali del 2009. Le Americhe sarebbero un territorio incontaminato dalla pena di morte se non ci fossero proprio gli Stati uniti, unico Paese del continente a praticare la pena capitale. Bisognerebbe ricordarsene un po’ più spesso.
In Europa solo la Bielorussia continua a giustiziare i suoi detenuti: 2 uccisi nel 2010. Nel continente Africano martoriato dalle guerre sono state registrate almeno 43 esecuzioni capitali legali, meno degli Stati uniti. L’Asia, a causa della Cina che vanta circa 5 mila esecuzioni (una ogni 267mila cittadini), è il continente nero (non più giallo) della giustizia capitale. Il rapporto non ci offre uno studio comparato sulla natura dei reati colpiti dalla pena di morte: quali sono presenti nei codici penali e quali sono quelli contestati con più frequenza.

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Cronache carcerarie

Stazione di Bologna, una strage di depistaggi

Strage di Bologna

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Link sulla strage di Bologna
Storia di Mauro Di Vittorio vittima della strage di Bologna che Raisi e Fioravanti vorrebbero trasformare in carnefice
Daniele Pifano sbugiarda il deputato Fli Raisi: “Mauro Di Vittorio non ha mai fatto parte del Collettivo del policlinico, né dei Comitati autonomi operai di via dei Volsci
Il nuovo depistaggio: Raisi, Fli, tira in ballo una delle vittime nel disperato tentativo di puntellare la sgangherata pista palestinese
Strage di Bologna, i depistaggi sono la continuazione dello stragismo con altri mezzi. Risposta a Enzo Raisi
Strage di Bologna, in arrivo un nuovo depistaggio. Enzo Raisi, Fli, tira in ballo una delle vittime nel disperato tentativo di puntellare la sgangherata pista palestinese
Giovanni de Luna, “Golpismo e stragismo non sono proponibili come un paradigma esaustivo della storia degli anni 70”
lapattumieradellastoria.blogspot.it: Un Valpreda per Bologna
Strage di Bologna, i palestinesi non c’entrano
Strage di Bologna, la montatura della pista palestinese
Strage di Bologna, l’ultimo depistaggio


Link strage di Brescia

Strage di Brescia: la grande ingenuità di chi ha creduto che la magistratura potesse arrivare alla verità senza cambiamenti politici profondi nelle istituzioni coinvolte
Giovanni de Luna, “Golpismo e stragismo non sono proponibili come un paradigma esaustivo della storia degli anni 70”
De Luna: “Senza verità giudiziaria il passato non passa”


Link sulle teorie del complotto

I limiti della dietrologia
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto – Paolo Persichetti
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico – Paolo Persichetti
Il caso Moro – Paolo Persichetti
Stato e dietrologia – Marco Clementi
Doppio Stato, una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta

Dietrologia e doppio Stato nella narrazione storiografica della sinistra italiana – Paolo Persichetti
La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Le thème du complot dans l’historiographie italienne – Paolo Persichetti
I marziani a Reggio Emilia – Paolo Nori

Link sulla strage di Ustica
Ustica trentanni dopo l’anniversario delle verità contrapposte


Link sul rapporto tra storia e memoria
Quando la memoria uccide la ricerca storica – Paolo Persichetti
Storia e giornate della memoria – Marco Clementi

I signori della borsa: quei terremoti nei mercati finanziari creati ad arte dagli speculatori

Non esiste una finanza buona e una cattiva. Anche i fondi sovrani e i fondi pensione ricorrono alla speculazione per avere profitti immediati

Paolo Persichetti
Liberazione 22 luglio 2011

Di fronte all’ennesima tempesta che si è abbattuta sui mercati finanziari sono state riproposte grosso modo due chiavi di lettura. La prima, sostanzialmente assolutoria nei confronti dei circuiti borsistici, si ispira alla teoria liberista che postula la piena efficienza dei mercati finanziari. La ricerca sfrenata di ricchezza privata che muove le speculazioni borsistiche – sostengono i paladini di questa posizione – non entrerebbe in contrasto con l’interesse generale delle economie dei vari Paesi, perché il principio di concorrenza sarebbe in grado di generare delle mediazioni finanziarie efficaci. Insomma il giudizio dei mercati non si discute poiché sarebbe il solo in grado di produrre soluzioni razionali e performanti capaci di offrire quella liquidità monetaria indispensabile agli Stati per finanziare il debito pubblico interno. Più che una filosofia siamo di fronte ad una teologia che introduce nei fatti un nuovo fondamento della sovranità. Le implicazioni collegate a questo assunto sono gravide di conseguenze importanti. Esse fuoriescono dalla semplice sfera economica per investire dimensioni politico-filosofiche che modificano il funzionamento, oltre che il significato, dei modelli politici pluralisti che per comodità passano sotto il nome di democrazie. In Italia il Pd ha sposato integralmente questa lettura dei fatti cercando nella sanzione espressa dai gruppi speculativi che hanno attaccato i bond governativi una legittimità alla propria candidatura alla guida del Paese. Perplessità sull’operato dei mercati borsistici sono venute, invece, da settori della destra di governo fornendo l’ennesima prova di quel paradossale capovolgimento di senso dei punti cardinali della politica.

L’altra chiave di lettura ricorre, al contrario, alla tesi dell’anomalia dei comportamenti tenuti in Borsa, al mancato rispetto delle regole finanziarie. E’ grosso modo la strada perseguita dalle associazioni che hanno denunciato azioni di manipolazione del mercato, depositando degli esposti presso la magistratura nei quali additano il ruolo ambiguo delle agenzie di rating, ritenute le capofila della filiera speculativa. In questo caso il profitto speculativo, oltre ad essere ritenuto un vettore che provoca danni per la comunità, bruciando risorse, impedendo investimenti keynesianamente virtuosi nel ciclo produttivo, è percepito come immorale. Posizione ideologica che trae legittimità dalla vecchia etica calvinista del capitale e rispecchia gli interessi dei ceti medi, dei piccoli azionisti e risparmiatori vittime delle bufere che traversano i mercati finanziari. Un atteggiamento ammantato d’ipocrisia morale poiché trova al contrario accettabile l’estrazione di plusvalore, la spremitura della forza lavoro umana.

Esiste tuttavia una terza interpretazione che non considera le ricorrenti crisi dei mercati finanziari degli ultimi 30 anni l’effetto di errori, incidenti o comportamenti irrazionali ma il risultato del pieno rispetto del libero gioco borsistico. E’ la tesi sostenuta in particolare da André Orléan, studioso francese di scuola regolazionista, che in un volume apparso nel 2010 (Dall’euforia al panico. Pensare la crisi finanziaria, Ombre corte) ritiene le crisi conseguenza «non del fatto che le regole del gioco finanziario siano state aggirate ma del fatto che sono state seguite». A differenza di quel che accade nell’economia reale, sui mercati finanziari domanda e offerta agiscono in modo diverso, nota l’autore. L’aumento della domanda di un bene non ne fa aumentare solo il prezzo ma anche la richiesta, a causa dei rendimenti accresciuti che lo rendono ancora più attraente. Le crisi, in sostanza, sarebbero il fondamento stesso del funzionamento del sistema borsistico che agisce in modo autoreferenziale, investendo su prodotti finanziari “derivati” alla ricerca di rendimenti decorrelati, cioè sempre più scollegati dall’economia reale. Orléan ne indaga in modo accurato la dimensione ideologica ed emotiva, la rincorsa mimetica dei diversi operatori che suscitano momenti di euforia (da cui fuoriescono la cosiddette “bolle”) e le fasi di panico che caratterizzano la sua strutturale volatilità. La finanziarizzazione dell’economia capitalistica agisce come un continuo processo d’inclusione-esclusione che per certi versi sembra una riedizione continua dell’accumulazione primitiva con i suoi caratteri brutali.

Esistono delle soluzioni? A parte l’oltrepassamento del capitalismo, utili ma non risolutivi sarebbero certamente degli interventi in favore della tassazione delle operazioni borsistiche, la messa al bando di alcuni prodotti finanziari e tecniche speculative. Gran parte del problema tuttavia riguarda il nodo del debito pubblico e del suo finanziamento, attorno al quale ruota – come abbiamo visto – il problema della sovranità. La globalizzazione finanziaria ha tolto agli Stati la capacità di controllo sull’andamento dei titoli un tempo confinati in prevalenza nel mercato nazionale. Le proposte fioccano: separare i circuiti bancari da quelli finanziari, ristabilire in controllo politico sulle banche centrali, favorire un fondo comune europeo per il finanziamento del debito pubblico, liberarsi dalla dittatura delle agenzie di rating, tornare all’economia reale.

2/fine

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Mercati borsistici: dietro l’attacco ai titoli di Stato l’intreccio tra fondi speculativi e agenzie di rating

Paolo Persichetti
Liberazione 21 luglio 2011

La magistratura ha cominciato a interessarsi alla “casta” dei mercati finanziari. Parlare di casta, in realtà, è improprio. Anzi per nulla esatto. Si tratta di una concessione all’imperante linguaggio populista. Però in una fase come quella attuale, dove grande è la confusione, una semplificazione del genere può tornare utile per chiarire alcune cose. Per esempio: al cospetto degli «uomini d’oro della finanza-ombra», come li ha definiti recentemente il Sole24 ore, la “casta dei politici” di cui tanto si parla dopo la manovra economica dei giorni scorsi, o quella dei magistrati, visti al contrario come l’alternativa ad un ceto politico autoreferenziale e corrotto, ma ai cui alti stipendi e privilegi di status sono agganciati i compensi dei parlamentari, sono tutto sommato poca cosa. Una realtà subalterna, epifenomeno i cui costi sono inferiori ai milioni di euro bruciati in una sola giornata di speculazioni borsistiche. Come al solito il populismo ha il grande demerito di stornare l’attenzione: si sofferma sul dito e perde di vista la luna; s’indigna per la pagliuzza e non s’accorge della foresta.
Su esplicita richiesta della Consob il procuratore aggiunto della Capitale, Nello Rossi, coordinatore del pool sui reati economici, ha aperto un fascicolo. L’autorità di controllo per le società quotate in Borsa ha inviato anche alla procura di Milano un dossier su quanto accaduto nei mercati finanziari a ridosso del varo della manovra correttiva. Sotto osservazione il comportamento tenuto dalle due maggiori agenzie di rating, Moody’s e Standard and Poor’s, nelle giornate più critiche della crisi borsistica, il 24 giugno, l’8 e l’11 luglio scorsi. Nel rapporto la Consob propone un’analisi complessa di quanto accaduto, identificando diverse cause che agendo congiuntamente avrebbero provocato una serie di movimenti anomali e il crollo dei titoli. Tra questi, alcuni ordini cospicui di “vendita allo scoperto”, a cui avrebbero fatto seguito una cascata di ordini automatici di vendita al ribasso, predeterminati sulla base di programmi informatici di acquisto e vendita gestiti da computer. Ad uno stato più avanzato è invece l’inchiesta condotta dal pm di Trani, Michele Ruggiero, che si è attivato dopo le denuncie presentate da Elio Lannutti, presidente di Adusbef, e Rosario Trefiletti della Federconsumatori, nelle quali si profilano i reati di insider trading e market abuse (manipolazione del mercato) e si chiede il blocco delle diverse tipologie di “vendita allo scoperto”. «Tutti sanno bene – affermano in un comunicato stampa Lannutti e Trefiletti – che la speculazione deriva soprattutto da fondi inglesi ed americani. In realtà lo sa anche la Consob, che interfacciandosi con Borsa Italiana (che ha i tabulati di tutte le contrattazioni) ben vede chi sono gli speculatori». I responsabili di Adusbef e Federconsumatori rompono un tabù, dicono ad alta voce quello che sanno tutti gli addetti ai lavori. il Sole24 ore del 10 luglio fa i nomi di alcuni hedge fund, confermati anche dal Financial Times, i super fondi speculativi ad alto rischio che hanno come propria ragione sociale il ruolo di corsari dei mercati borsistici e che nei giorni della manovra stavano vendendo importanti quote di titoli governativi italiani per comprare “credit default swap”, ovvero speciali polizze assicurative che proteggono dal rischio di default. Cosa significa?
Che alcuni potenti fondi speculativi specializzati nell’arricchimento attraverso la variazione dei prezzi futuri hanno deciso di guadagnare su un’operazione al ribasso dei titoli pubblici italiani. «Offrono al prezzo di oggi – ha spiegato Francesco Gesualdi sul manifesto del 17 luglio – titoli che si impegnano a dare fra una settimana, un mese o altra data futura». L’azzardo, e soprattutto il trucco, stanno nel fatto che questi fondi non possiedono ancora i titoli che offrono. Il mercato speculativo vende fuffa. Aspettative spacciate per previsioni razionali. La scommessa su cui si fonda l’intera operazione speculativa sta nel provocare un forte ribasso del prezzo dei titoli promessi quando il loro valore era più alto, in modo da poterli acquistare al momento del loro costo più basso e guadagnare sul differenziale. Ovviamente perché ciò sia possibile occorre saper manovrare in modo da orientare il mercato, influenzare le fonti d’informazione, attuando attacchi concentrici, movimenti di panico, giocando anche sugli automatismi tecnici. Una somma di fattori che fanno aperto ricorso a tecniche manipolative del mercato e alla raccolta e controllo di notizie riservate. Il confine con l’aggiotaggio e l’insider trading è praticamente impercettibile, anzi nullo se si tiene conto del livello di connivenza già accertata in passato tra operatori dei fondi speculativi e vertici delle grandi corporation. Un recente verdetto della corte federale di Manhattan ha evidenziato la natura sistemica di questa collusione che vedeva nel libro paga del fondo Galleon un consigliere d’amministrazione di Goldman Sachs, un alto funzionario della Ibm, un consulente della McKinsey. Visti con la lente d’ingrandimento i mercati si dematerializzano, perdono il loro vantaggioso anonimato. Dietro l’astrazione dei rapporti sociali capistalistici emerge un brullichio d’attori animati da spietati interessi, ambizioni, una sfrenata sete di ricchezza. Dove sta scritto che devono essere loro i nuovi detentori della sovranità?

1/continua

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Luciano Gallino: «Povertà, dai dati Istat l’indebitamento invisibile dei lavoratori»

L’intervista – Luciano Gallino, sociologo, analizza il rappoto Istat sullo stato della povertà in Italia nel 2010

Paolo Persichetti
Liberazione 20 luglio 2011


«C’è un aspetto che non è stato rilevato nei tanti commenti seguiti dal rapporto Istat sulla situazione della povertà in Italia nel corso del 2010. Molti ne hanno parlato come se si trattasse di una misurazione dei redditi. In realtà ad essere presa in esame era la spesa al consumo. La differenza non è da poco poiché le spese per i consumi si possono fare anche contraendo debiti con le carte di credito oppure attraverso canali informali, come amici e parenti o peggio attraverso l’usura. Un dato, quest’ultimo, che può mascherare gli eventuali effetti della crisi». Secondo Luciano Gallino, i dati resi pubblici dall’Istat lasciano appena affiorare la punta di quell’invisibilità che copre la realtà della povertà.

Professore sembra di capire che qualcosa non la convince?
No, non ho detto questo. La metodologia di ricerca utilizzata dall’Istat ci dice che i livelli complessivi di povertà, sia relativa che assoluta, sono praticamente fermi da 4 anni. Salvo mutamenti interni che vedono un aumento della povertà nelle famiglie che hanno a capo un operaio (più del 15%), cioè il doppio rispetto a quelle che hanno lavoratori autonomi (più 7,8%). Ovviamente il divario aumenta ancora quando siamo in presenza di imprenditori. Questa è una novità importante rispetto alla singolare stabilità dei dati complessivi.

Si tratta del fenomeno che passa sotto il nome di working poor (il lavoro che rende poveri).
Certo, ma non ci dice tutto. Bisogna capire come fanno famiglie che vivono con un livello di reddito pari alla cassa integrazione a mantenere una spesa che, seppure resta nei parametri indicati per definire la povertà, riesce ad essere superiore ai 750 euro mensili. Evidentemente lì si nasconde la contrazione di un indebitamento invisibile.

L’indebitamento è anche uno degli indicatori del declino che sta investendo il ceto medio. C’è chi parla in proposito di una crisi del modello di società fondata sull’iperconsumo.
Il fenomeno non nasce oggi, ma un conto è contrarre debiti mantenendo pur sempre un livello di vita accettabile, come accade al ceto medio; altro è contrarre debiti dovendo contare solo sulla cassa integrazione, inferiore del 30% al salario medio. Voglio dire che esistono altri aspetti nascosti della crisi che non sono stati rilevati da questa indagine, come il fenomeno dell’indebitamento minuto. Una famiglia che ha a capo un operaio o assimilato difficilmente può contare sulla carta di credito, deve ricorrere ad altre forme: parentali, amicali, alle microfinanziarie o addirittura illegali. Siamo di fronte ad un sistema che non è in grado combattere la povertà o non gliene importa nulla, perché la povertà ha un aspetto singolare: è invisibile. E’ nascosta in certi quartieri, in certi tipi d’abitazione, non si vede per le strade dei centri storici, si trova in certi comuni piuttosto che in altri. L’invisibilità porta a sottovalutare il fenomeno ed alla fine a credere che non esiste.

Il rapporto Istat esaminava unicamente le famiglie residenti.
Appunto. In Italia abbiamo quasi 3 milioni d’immigrati. Fino a che punto è stato esaminato questo dato? L’invisibilità vale per i gruppi etnici che non hanno potere, non contano nulla, non hanno cittadinanza. In molti Paesi la povertà si distribuisce secondo i gruppi etnici. Negli Stati uniti tocca in misura minore i bianchi, aumenta tra ispanici e asiatici, diventa enorme tra i neri. Oltre il 57% dei minori sotto i 14 anni vive in famiglie sotto la soglia delle povertà.

Link
Scheda: Istat, Italia un paese da mile euro al mese, per due
Lavorare stanca e rende poveri