Bonanni (Cisl) e la febbre del sabato sera: “Finché c’è crisi scioperi solo il sabato o la sera”

E perché no solo la domenica e gli altri giorni festivi non lavorativi, o magari durante le ferie e nelle ore di riposo notturno?

Roma, 13 settembre, 13:32
(Dispaccio Adnkronos)

Finchè perdurerà una situazione di crisi via libera agli scioperi solo di sabato o di sera. A rilanciare la proposta il leader della Cisl, Raffaele Bonanni. «Non faremo più perdere soldi ai lavoratori», spiega presentando la manifestazione sul fisco indetta assieme alla Uil per il 9 ottobre prossimo, sabato appunto. «Certo dipenderà dalla gravità della situazione che ci troveremo davanti perchè non si può dire che aboliamo gli scioperi», si affretta a spiegare ribadendo come la proposta, «una esercitazione dialettica», serva essenzialmente «a differenziare il sindacato da chi proclama, in un momento di crisi, 11 scioperi di fila», prosegue con un chiaro riferimento alla Fiom, le tute blu della Cgil. «Finchè potremo lo faremo solo di sabato o di sera ma dipenderà dalla situazione», insiste.

Si, Buana!

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Sevel (Fiat di Atessa in Abruzzo) alla Fiom: se scioperate chiediamo i danni

La Fiom proclama uno sciopero e la Fiat minaccia di chiedere i danni

14 settembre 2010


Dopo aver impedito l’ingresso a due dei tre licenziati di Melfi che la Fiom voleva portare in assemblea nello stabilimento della Sevel, lo scontro Fiat e Fiom-Cgil aumenta ancora di grado. Nello stabilimento di Atessa, in provincia di Chieti, con circa 5200 dipendenti dove la Fiat in joint-venture con i francesi della Peugeot-Citroën produce furgoni leggeri, l’azienda ha comunicato alle maestranze il ricorso a 4 sabati di seguito di lavoro straordinario. Fiom e Cobas hanno subito proclamato uno sciopero, che si è tenuto l’11 settembre, per l’intera giornata. Secondo i metalmeccanici della Cgil l’adesione sarebbe stata del 70%. Cifra contestata dalla Confindustria di Chieti, a cui si è subito accodata la Fim-Cisl, che invece ha parlato di un seguito del 20%. Per Bruno Vitali, responsabile della Fim, «oltre il 70% dei lavoratori della Sevel del primo turno ha lavorato disattendendo lo sciopero sullo straordinario contrattuale dichiarato da Fiom e Cobas». La Fim ha contestato anche il merito dell’astensione affermanndo che «la richiesta da contratto dei sabati lavorativi è una buona notizia per i lavoratori della Sevel. E’ segno di una ripresa del carico di lavoro che non va vanificata».
Lo sciopero era stato indetto per protestare contro la recente decisione di Federmeccanica di recedere dal contratto nazionale del 2008, l’ultimo firmato dalla Fiom; la mancata regolarizzazione di 1500 lavoratori precari; la non corresponsione del conguaglio sul premio di risultato annuale.
Attraverso la Confindustria di Chieti, la Fiat aveva inviato una lettera alla Fiom nella quale preannunciava l’intenzione, «qualora lo sciopero non venga revocato», di «agire nei vostri confronti per ottenere l’accertamento dell’illegittimità del vostro operato e la condanna dei responsabili al risarcimento danni» derivante dal fermo della produzione. Secondo la Sevel e la Confindustria di Chieti – città dove è nato l’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne – lo sciopero sarebbe illegittimo perché proclamato sulla base di motivazioni «con tutta evidenza pretestuose e comunque tali da dimostrare che non si è in presenza di un corretto esercizio dei diritti sindacali». Per la Sevel lo sciopero configura un «inadempimento di quanto previsto dalla contrattazione collettiva» che consente all’ azienda di disporre di un certo numero di sabati lavorativi per rispondere alle richieste del mercato.
La Fiom di Chieti ha a sua volta replicato con una lettera alla Confindustria e alla Sevel: «Non si comprende ove risieda l’illegittimità dello sciopero proclamato, le ragioni delle vostre pretese e il fondamento giuridico delle richieste risarcitorie. Posto che il diritto di sciopero è costituzionalmente riconosciuto, le motivazioni addotte da questa organizzazione sindacale a suo fondamento traggono origine da problematiche contrattuali, retributive e occupazionali». La Fiom quindi riserva per se azioni «risarcitorie» degli eventuali danni richiesti. «Forse hanno sbagliato indirizzo – fa sapere la Fiom di Chieti-. La lettera dovevano mandarla a Pomigliano: lì gli altri hanno fatto un accordo con la Fiat che dice che il sabato non si può scioperare, ma nel resto d’ Italia non è così».

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Fumi che uccidono operai e fumogeni che fanno tacere i sindacalisti collaborazionisti

Tre morti sfissiati dalle esalazioni. Obbligati allo straordinario pulivano il silos di una multinazionale. Erano dipendenti da una ditta esterna

Paolo Persichetti
Liberazione
12 settembre 2010

Difenditi! Il captalismo uccide

La meccanica dei fluidi è un ramo della fisica che studia le proprietà dei liquidi, dei vapori e dei gas. C’entra forse qualcosa con la politica? La risposta è sì. Il fumo, per esempio. Si tratta di una dispersione di particelle solide all’interno di un gas. Può essere tossico e velenoso, tuttavia non tutte le emissioni fumogene sono nocive. Molto dipende dalla natura e dalla densità delle particelle che lo compongono. Ad esempio, ci sono fumi che fanno soltanto polemica e fumi che uccidono. I primi sono emessi da fumogeni. In genere avvolgono le curve degli stadi all’inizio delle partite senza creare molto scalpore, al massimo qualche annoiata protesta. Se però vengono tirati durante un dibattito in risposta ad un lancio di sedie metalliche sulla testa dei contestatori, cosa che notoriamente fa molto male, come è accaduto alla festa del Pd di Torino mentre parlava il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni, suscitano furore e isteria repressiva. Eppure questo tipo di utilizzo ha un effetto esattamente contrario a quello delle cortine fumogene. Elucida un contesto piuttosto che annebbiarlo. Insomma aiuta a far chiarezza nella testa dei lavoratori e non solo. Poi ci sono i fumi che uccidono. Esalazioni velenose come i gas sprigionati ieri dalla cisterna che ha ucciso tre operai a Capua. Le statistiche dicono che in media ci sono tre morti al giorno per lavoro. Ieri ce ne sono state quattro, di cui tre tutte in una volta. Un vero strike, come i birilli del bowling. Il quarto è morto a Pescia, in provincia di Pistoia, risucchiato dalla pressa di una fabbrica, la 3f ecologia, che si occupa del riciclo della carta. La vittima è un operaio di 36 anni, Marius Birt, di nazionalità romena. Al contrario dei fumogeni queste morti non sono percepite dall’establishment come un pericolo per l’ordine pubblico. Bonanni e Marchionne possono dormire sonni tranquilli. Dormiranno male, invece, i familiari di Giuseppe Cecere, 50 anni, capuano, sposato e padre di tre figli e quelli di Antonio Di Matteo, 63 anni, di Macerata della Campania e Vincenzo Musso, 43 anni, di Casoria, che ieri si disperavano davanti alla Dsm, stabilimento con 80 dipendenti. Una multinazionale farmaceutica olandese con 200 siti distribuiti in 49 Paesi, che da quanto emerge dai primi accertamenti avrebbe dato in appalto ad una ditta edile di Afragola, la Errichiello, i lavori di pulizia del silos killer. Severo il primo giudizio sostituto procuratore di Santa maria Capua Vetere, Donato Ceglie, chiamato a svolgere l’inchiesta e che ha aperto un fascicolo per omicidio colposo plurimo: «Da quanto sta emergendo mi sembra che non ci fosse sufficiente sicurezza e protezione». Killer dunque non sarebbe stato il silos ma le condizioni di lavoro, il che rinvia all’intera filiera delle ditte appaltatrici chiamate a svolgere questo genere di attività. L’abbattimento dei costi spinge a ricorrere a lavoro dequalificato con turni di lavoro straordinari, senza adeguata formazione, protezione, dotazione tecnica e sicurezza. Colpevoli sono quei rapporti sociali che disprezzano la vita di chi lavora. Sembra accertato che i tre stessero lavorando in ore di straordinario per terminare la bonifica della cisterna e che siano stati investiti da un improvviso processo di fermentazione dei residui presenti nel fondo del locale mentre smontavano i ponteggi. Uno dei tre sarebbe intervenuto per portare soccorso agli altri due, finendo anche lui avvelenato. Le morti durante operazioni di pulizia e manutenzione delle cisterne sono diventate una delle cause maggiori di decesso sui posti di lavoro. L’ultimo episodio è accaduto il 25 agosto scorso in Puglia, anche lì vennero coinvolti tre lavoratori ma alla fine due si salvarono. Un altro episodio ci fu all’inizio dell’anno, in un paesino alla periferia di Alessandria, due operai scesi in un deposito di un distributore in disuso morirono investiti da un flusso di gas. Dal 2006 si contano almeno altri sette episodi di particolare gravità che portano il numero dei lavoratori avvelenati a 26. Terribile l’incidente accaduto a Mineo, in Sicilia, nel giugno 2008, che provocò la morte di sei operai che pulivano la vasca di un depuratore comunale. Il calo dei morti sul lavoro registrato dall’Istat nell’ultimo anno non è dovuto a un miglioramento delle misure di sicurezza e ma solo al decremento dell’occupazione e della produzione dovuto alla crisi. Lo prova il contemporaneo aumento delle malattie professionali. Si lavora in pochi, male e troppo.

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Stragi del capitalismo: operai morti in cisterna, i precedenti degli ultimi anni

Stragi del capitalismo: operai morti in cisterna, i precedenti degli ultimi anni

Capitalismo killer: 26 morti asfissiati o avvelenati negli ultimi anni

Dispaccio (ANSA) 11 settembre 10 – 16:34

Il capitalismo uccide. Difenditi


Come a Capua dove oggi sono morti tre operai mentre stavano provvedendo all’interno di un’azienda di Afragola allo smontaggio di un ponteggio che era stato allestito all’interno di uno dei silos di fermentazione, sono stati numerosi negli ultimi anni gli incidenti mortali che hanno visto vittime operai che lavoravano in operazioni di manutenzione o pulizia di cisterne o vasche. Eccone un riepilogo dei più gravi:

25 agosto 2010: nelle campagne di san Ferdinando di Puglia, tra le province di Bari e Foggia, muore un operaio (due i feriti) per le esalazioni di gas mentre stava impermealizzando una cisterna per l’acqua piovana.

12 gennaio 2010: tra Sale e Tortona (Alessandria), due operai, scesi in un deposito di un distributore in disuso, muoiono investiti da un flusso di gas.

15 giugno 2009: a Riva Liure (Imperia) due operai muoiono dopo essere caduti in una vasca di acque nere situata all’interno di un depuratore.

26 maggio 2009: tre operai muoiono per asfissia, nello spazio di pochi minuti, l’uno per salvare l’altro in una cisterna negli impianti della raffineria Saras di Sarroch (Cagliari).

11 giugno 2008: sei morti a Mineo (Catania) mentre pulivano una vasca del depuratore. Quattro erano dipendenti comunali, altri due di un azienda privata.

3 marzo 2008: cinque persone muoiono a Molfetta (Bari) per le esalazioni liberatesi durante la pulitura della cisterna di un camion. Nella cisterna perdono la vita tre dipendenti e il titolare dell’azienda ‘Truck center’, un altro lavoratore muore in ospedale il giorno seguente.

18 gennaio 2008: due operai addetti ai lavori di pulizia della cisterna di una nave a Porto Marghera (Venezia) muoiono asfissiati dalle esalazioni di gas.

16 marzo 2007: due lavoratori muoiono a Cogollo di Tregnago (Verona), uccisi dalle esalazioni provenienti dalla cisterna in cui si erano calati per eseguire lavori di manutenzione.

18 agosto 2006: due operai muoiono cadendo in una cisterna, storditi dalle esalazioni in uno stabilimento oleario di Monopoli (Bari).

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Cronache operaie
Fumi che uccidono operai e fumogeni che fanno tacere i sindacalisti collaborazionisti

Fumate di democrazia

Raffaele Bonanni, la prossima volta i tuoi comizi falli direttamente in un consiglio di amministrazione

Un fumogeno è un fumogeno è un fumogeno

Ida Dominijanni
il manifesto 10 settembre 2010


Narrano le cronache che il lancio del fatidico fumogeno su Bonanni da parte di una militante di Askatasuna è stato preceduto, e scatenato, dal lancio di due sedie sui contestatori da parte di due militanti cislini. Per carità, il gioco del «chi ha cominciato» non è mai stato di particolare aiuto nell’analisi di fatti del genere. Però qual è la differenza fra due sedie e un fumogeno? Il fumogeno fa più scena, ma le sedie possono fare più male: andrebbe detto almeno per la precisione. La precisione del resto scompare dai commenti su «l’aggressione a Bonanni»: delle due sedie non c’è traccia, perché romperebbero lo schema. Con poche varianti, lo schema è il seguente: un’aggressione violenta che lede il diritto di parola che è il sale della democrazia, ergo un’aggressione alla democrazia. Accidenti. Sembra di vivere in un reality sull’agorà ateniese, dove chiunque voglia dire la sua alza un dito e parla circondato da sorrisi, «prego si accomodi», «mi perdoni ma non sarei d’accordo», «aggiungerei quest’argomento» e consimili, e poi si decide ordinatamente, in circolo e per alzata di mano il bene comune. Invece viviamo nel reality dell’Italia berlusconiana e berlusconizzata, dove a parlare sono sempre i soliti noti, peraltro più maleducati che mai e più che mai incapaci di fare qualcosa che assomigli alla politica, e tutti gli altri – tutti: non solo «i ragazzi dei centri sociali», che detto per inciso non sono una tribù di scimmie – sono senza rappresentanza e senza rappresentazione. E da qualche giorno, vista la selva di invettive contro i fischi a Schifani e Bonanni, pure senza diritto di contestazione. Domanda: chi è che sta demolendo la democrazia? Risposta: un fumogeno.
Un fumogeno è un fumogeno è un fumogeno, come la proverbiale rosa. Invece no, perché serve «a coprire il coraggio dei riformisti», spiega Il Sole 24 ore che ci attacca per aver evocato contro Cesare Damiano il martello di Rita Pavone senza essere Pete Seeger: ripareremo. Invece no, perché «questa volta era un fumogeno ma niente vieta di immaginare per il futuro una pietra o altro», avverte La Stampa, non l’unica ad agitare gli spettri. Meglio Il Riformista, che almeno lo fa apertamente: siamo pur il paese «dell’Autonomia operaia, la P38 e le Brigate rosse»: il passato può sempre tornare, dunque «non scherziamo col fuoco». Però è lo stesso Riformista a invitare energicamente il Pd a uscire dal guado evitando di «restarsene abbarbicato a Di Pietro e Vendola» e imboccando con decisione la via dell’alleanza costituente, perché «questi sono tempi da compromesso storico», brillantemente evocati del resto dalla bolla bersanian-fassiniana di «squadristi» rivolta ai contestatori di Torino e ricalcata pari pari sui «diciannovisti» di berlingueriana memoria. Domanda: chi è che sta scherzando col fuoco? Risposta: «un manipolo di giovani barbari» (Corsera, sic).
Non scherza invece Enrico Letta, con quel suo ossessivamente scandito «voi, con noi, non c’entrate nulla», autentico inno al dialogo rivolto agli ospiti inattesi della festa di Torino. Né chi, dal governo e dall’opposizione, equipara lo sciopero al sabotaggio e la produttività al paradiso. Né chi alza limiti e paletti su tutto, dal diritto di manifestare agli ingressi negli stadi. Né chi, a sinistra più che a destra, invoca partecipazione solo un attimo prima che la platea sociale si trasformi in platea elettorale. Nessuno di costoro sta scherzando col fuoco, perché nella democrazia dell’opinione l’unica cosa che conta è che the (talk)show must go on. Chi lo interrompe, con o senza fumogeni, è perduto.
Non scherza infine e soprattutto chi, dall’opposizione di sinistra e di destra, non trova altra bandiera da sventolare che quella del rispetto della legalità, senza saper distinguere fra l’illegalità di un sistema di potere e l’illegalità di un fumogeno contro quel sistema, e finendo anzi con l’usare la seconda per coprire di fumo la prima. Del resto, non sarà per caso che a lanciare quel dannato arnese stata la figlia di un pm. Malgrado gli spettri del passato i tempi cambiano: dalle contraddizioni in seno al popolo a quelle in seno alla legalità.

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In alto i toni! sulla contestazione a Bonanni

Marchionne licenzia e chiede i danni a chi sciopera, pretende di scegliersi la controparte, disdice contratti firmati, vorrebbe una fabbrica di operai in silenzio e Bonanni che fa? Ovviamente è d’accordo

Centro Sociale Askatasuna – Torino
9 settembre 2010

Contestare qualcuno è legittimo, alla festa del Pd come in qualsiasi altro luogo. Se poi la festa si tiene in una piazza, libera e di tutti, lo è ancora di più.
Se quel qualcuno è Bonanni, è giusto persino di impedirgli di parlare. Le prese di posizione che trovano spazio sui giornali e sui tg di ieri e oggi lasciano alquanto dubbiosi per le categorie che si utilizzano (attacco violento, squadrista, ritorno agli anni di piombo) e per le soluzioni (isoliamo i violenti, abbassiamo i toni). Non appena accade un fatto si apre il circo della politica, quello che foraggia i Bonanni e i Letta, quello dei salotti televisivi, quello del volemose bene.
Bonanni è il responsabile di quanto sta avvenendo nel nostro paese con la Fiat e più in generale nel mondo del lavoro. E’ la sponda certa per Confindustria e Governo su qualsiasi argomento. Il sindacato che rappresenta si permette di estromettere un altro sindacato dalla contrattazione e dalla rappresentanza nonostante abbia più iscritti del suo. Quelli come Bonanni sono tra i tanti responsabili delle condizioni di vita e di lavoro che vive la gente, rappresentando gli interessi di chi non ne ha bisogno a discapito di chi lavora.
Togliere la parola a qualcuno non è una cosa così fuori dal mondo, del resto a quanti è tolta parola (e la dignità) tutti i giorni per le scelte dei vari Bonanni? I senza voce sono quelli (metalmeccanici o meno) che possono solo subire una vita di ricatti, che gente come “il nostro”, avvallano e perpetrano. Zittirlo è legittimo punto e basta.
Ora sui motivi della contestazione non entriamo neanche nel merito parchè sono così tanti e chiari che ci sembra di offendere chi legge. Sui modi possiamo spendere qualche parola perché chiamati in causa più volte e nelle maniere più fantasiose. I centri sociali non sono un’entità fuori dal mondo, estromessa dalla quotidianità, con soldati pronti a combattere la prossima battaglia. Sono luoghi dove trovano spazio tutti, lavoratori, studenti o disoccupati che siano, e in quello spazio, non solo fisico, si confrontano ed esprimono le tensioni di questa società. A differenza dei partiti, i collettivi e le soggettività che trovano spazio nei centri sociali intendono la democrazia come una pratica di partecipazione diretta, senza mediatori, senza rappresentanze. I “democratici” intendono la democrazia come un insieme di regole e norme alle quali far sottostare i governati, estromettendosene ed elevandosi a rappresentanti di tutto e tutti. E visto che questa è la democrazia, ebbene si siamo anti-democrtatici. La politica per noi non è un posto di lavoro, non è una carriera alla cui aspirare, è un mezzo per mettere in pratica i bisogni collettivi che questo sistema nega con tutti i mezzi che ha disposizione. Così è normale che vadano anche i centri sociali a contestare Bonanni, perché essi sono la voce di quanti non ce l’hanno, e a differenza dei partiti, senza voler rappresentare nessuno, mettono in pratica quello che molti lavoratori avrebbero voluto fare ma che non possono fare, limitandosi a insultare Bonanni davanti alla televisione.
Altro che abbassare i toni, qui i toni sono da accendere al massimo volume! E’ semplice per politici, opinionisti e sindacalisti patinati fare i discorsi che abbiamo letto sui giornali che richiamano al confronto , alla pacatezza, a tante belle parole. Ci dicono anche che così si rischia di rispolverare la figura del nemico o non quella di semplice avversario. Certo per chi fa parte della stessa cricca è normale che chi schiaccia o collaborare a schiacciare sotto i piedi i tuoi diritti minimi sia solo un avversario, come in una partita a briscola. E se gli devi dire qualcosa, glielo devi dire con gentilezza e abbassando i toni. Per noi non è così, crediamo ancora che esistano le categorie dei nemici, e questo mondo ce lo dimostra giorno dopo giorno, e siccome non partecipiamo a un torneo di carte, e la partita è la vita di tutti, indichiamo e avversiamo i nemici. Siamo di parte, e lottiamo per una parte sola di questa società: quella che lavora o non lavora, che è sottomessa a chi comanda e chi governa, quella delle fabbriche che chiudono e non sa come arrivare a fine mese. Padroni, proprietari, sindacalisti di mestiere, politici di professione, pennivendoli al soldo dei propri editori sanno far valere le loro ragioni molto bene!
Al resto delle considerazioni non diamo neanche spazio, il ritorno degli anni di piombo, la violenza estrema, lo squadrismo e tante altre parole le lasciamo al vento assieme a quelle tante altre che sentiamo in tv tutti i giorni. Avessimo mai sentito dire a Bersani parole del genere nei confronti degli squadristi veri, dei fascisti in doppiopetto, degli imprenditori delle varie cricche allora potremmo anche prenderle in considerazione.

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Fumi di democrazia
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Ucciso il sindaco di Pollica, dubbi sulla matrice camorristica

Oggi l’autopsia chiarirà la dinamica dell’agguato. Fiaccolata dei sindaci campani

Paolo Persichetti
Liberazione 8 settembre 2010

L’inchiesta sull’omicidio di Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica ucciso in un agguato lunedì notte, è passata nelle mani della direzione distrettuale antimafia di Salerno diretta dal procuratore Franco Roberti. La decisione è stata presa di comune accordo con i vertici della procura di Vallo della Lucania e il comando provinciale dei carabinieri. Alle indagini parteciperanno anche elementi del Ros e del Ris. L’enorme rilievo politico-mediatico assunto dalla vicenda ha reso quasi inevitabile questo passaggio di competenze in favore di una struttura inquirente dotata di un raggio d’azione e strumenti investigativi molto più potenti e penetranti. Ciò non vuol dire però che le indagini debbano orientarsi per forza verso un delitto di stampo camorristico di tipo tradizionale. Una fin troppo facile concessione agli stereotipi è apparsa infatti la fretta con la quale media, mondo politico, professionisti dell’antimafia e cantori della legalità, hanno voluto etichettare la matrice camorristica dell’omicidio. Allo stato delle indagini nulla si sa ancora sul movente esatto dell’agguato mortale. «Smettetela di parlare di camorra, qui non è mai arrivata», ha gridato a gran voce il vice sindaco di Pollica, Stefano Pisani. Parole mosse innanzitutto dalla preoccupazione di non danneggiare l’immagine fortemente positiva della zona e un’ economia turistica di gamma alta incentrata sull’alto valore naturalistico dei luoghi. Tuttavia le parole del primo collaboratore di Angelo Vassallo dicono una verità: il Cilento non è terra di camorra. Almeno non lo è stata fino ad oggi. «La criminalità qui non ha mai avviato i suoi affari – ha spiegato ancora Pisani – anche se eravamo preoccupati che questo potesse accadere». Ciò non toglie che Vassallo, nel corso della sua attività di amministratore pubblico, possa essere entrato in contrasto con personaggi che avevano grossi interessi nella zona. L’omicidio potrebbe avere origini nell’intreccio di questioni amministrative, ambientali, economiche interne al territorio. C’è chi ha ricordato, per esempio, la sua forte opposizione alla privatizzazione del porticciolo di Acciaroli. Ad agosto, ha raccontato il vicesindaco, Vassallo era intervenuto personalmente contro alcuni spacciatori all’interno di alcuni locali pubblici e in altri posti un po’ più isolati del paese, segnalandoli poi alle forze dell’ordine. Secondo il fratello vi sarebbero stati dei contrasti anche con i carabinieri: «prima di essere ammazzato, mi aveva detto che personaggi delle forze dell’ordine erano in combutta con personaggi poco raccomandabili. Ci sono delle lettere scritte sia al comando provinciale, sia al comando centrale a Roma senza alcuna risposta». Circostanza smentita dal generale Franco Mottola, comandante della Legione carabinieri Campania, il quale ha aggiunto che le lettere riguardavano solo «piccole lamentele, relative alla sfera di competenza del comandante della Compagnia di Vallo della Lucania e a quella dello stesso sindaco (ad esempio per gli adempimenti cui sono chiamati i titolari negli alberghi per la segnalazione degli ospiti). Questioni peraltro chiarite per le vie brevi tra i due». Intanto si è saputo che tutti gli esposti presentati contro il sindaco erano stati archiviati. La notizia della presenza di denunce nei suoi confronti era circolata ieri nei lanci di agenzia. Il nome di Vassallo era salito alle cronache anche per un altra vicenda, la morte di Francesco Mastrogiovanni, il maestro anarchico deceduto per un edema polmonare nel corso di un Tso, dopo aver trascorso 82 ore senza cibo né acqua legato ad un letto di contenzione del reparto psichiatrico dell’ospedale di Vallo della Lucania. Per quella morte sono sotto processo 18 persone, tra medici e infermieri. A firmare l’autorizzazione, largamente immotivata, per il ricovero coatto era stato proprio Vassallo. Tuttavia al momento del ricovero Matrogiovanni si trovava a san Mauro del Cilento, cioè fuori dalla giurisdizione del sindaco di Pollica-Acciaroli, che quindi in quel tragico episodio aveva abusato dei propri poteri. Vicenda che getta un’ombra cupa su un personaggio dipinto in questi giorni come una stella. Ma forse, più semplicemente, Vassallo interpretava fedelmente la sinistra di oggi.

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Dietro l’omicidio Vassallo la pista del traffico di droga

E’ morto Romano Canosa, pretore del lavoro negli anni 70

Faceva parte di quei giudici per cui venne coniata la definizione di “pretori d’assalto”.  Tradusse con coraggio nel campo del diritto del lavoro il mutato rapporto di forze che per una parte degli anni 70 fu favorevole alle classi lavoratrici, non senza ingenerare equivoci sulla funzione progressiva della “giurisprudenza creatrice” messa in campo da una parte della magistratura.
Esponente ultragarantista di Magistratura democratica, di cui fu fondatore, venne progressivamente marginalizzato per la sua opposizione contro la svolta emergenzialista e autoritaria impressa alla corrente di sinistra della magistratura.
Critico nei confronti di un modello di giustizia imperniato sul cosiddetto “governo dei giudici”, spostò così la sua attenzione sugli studi storici

«Canosa, il giudice che si fece storico»

Amedeo Santosuosso
Corriere della Sera 7 settembre 2010

Caro direttore, il passaggio da «storia di un pretore» a «un giudice che si fa storico» bene descrive il compasso esistenziale e scientifico di Romano Canosa (morto il 7 agosto nella sua casa di Ortona all’ età di 75 anni). Uomo di grande cultura, si può dire che sia stato storico da sempre (si veda La magistratura in Italia dal 1945 a oggi, 1974), anche quando il suo impegno principale era quello di giudice o era rivolto alle diatribe culturali e politiche. Per altro verso, ha continuato a essere un «giudice» anche quando, negli ultimi anni, la sua produzione storica era diventata imponente e lui era profondamente deluso dal modo in cui i giudici italiani facevano governo della loro indipendenza. La sua bibliografia conta una settantina di libri più svariati articoli, questi ultimi diradati negli ultimi anni, convinto com’era che «solo i libri durano». Negli anni Ottanta la sua prospettiva storica, che inizialmente comprendeva l’Otto-Novecento e riguardava principalmente la risposta delle istituzioni ai movimenti sociali e politici (era convinto della necessità di trascendere il dibattito politico della sinistra italiana ampliando la prospettiva temporale), si allunga al Cinque-Seicento e oltre. Si pensi ai cinque volumi su la Storia dell’ Inquisizione in Italia dalla metà del ‘ 500 alla fine del ‘700, alla Storia dell’ Inquisizione spagnola in Italia e a vari altri lavori sulla caccia alle streghe o su magistrati e untori al tempo della peste di Milano. Ha scritto molto anche sulla sessualità, sulla prostituzione in Italia dal 400 alla fine del 700, sulla sessualità nei conventi femminili fra ‘400 e ‘700. Negli ultimi due decenni credo che si possano cogliere due tendenze nella sua produzione. Per un verso ha conservato il suo interesse per il Cinque-Seicento (si veda Storia di Milano nell’ età di Filippo II, La vita quotidiana a Milano in età spagnola, Storia del Mediterraneo nel Seicento, Banchieri genovesi e sovrani spagnoli tra 500 e 600, Lepanto – Storia della «Lega Santa» contro i Turchi, I segreti dei Farnese), ma soprattutto ha portato l’attenzione su temi di storiografia generale, di cui sono espressione di grande rilievo i vari libri sul fascismo, a partire dal 2000 fino all’ ultimo Farinacci, il superfascista (2010), o su Pacelli – I rapporti tra la santa sede e la guerra civile spagnola (2010). Per altro verso, Canosa, che da sempre era stato attento al rapporto tra scienza, medicina, psichiatria e diritto, scrivendo testi importanti (si pensi a Storia del manicomio in Italia, 1979, e agli studi su la freniatria ottocentesca), è stato attratto piuttosto dalle dinamiche umane di lunga durata. Non tollerava la storia come ideologia (si sa che la storia, specie quella contemporanea, è affetta da un alto tasso di ideologia e di partito preso, che la rende poco credibile). La sua risposta era un aggancio rigorosissimo al dato documentario, come reperibile negli archivi, che negli ultimi decenni ha frequentato in Italia e in Spagna con una regolarità e un impegno crescenti. Alla arbitrarietà di certi racconti storici Canosa ha preferito l’esposizione austera, talora essenziale, delle fonti archivistiche. Ne è risultato uno stile rigoroso, asciutto, senza concessioni alle mode culturali, che importanti editori hanno apprezzato pubblicando i suoi numerosi libri (Mondadori, Feltrinelli, Einaudi e Menabò). Gli studi più recenti sul suo Abruzzo sono stati poi un ritorno a casa, ricercato e costruito con passione, ma non un rifugiarsi nel localismo, vista la sua straordinaria capacità di collegare elementi fondamentali della vita locale con dinamiche storiche e politiche più ampie. Insaziabilmente attento alle miserie e alle passioni che agitano l’ animo umano, le osservava attraverso la lente dei suoi studi. I libri erano diventati via via il mezzo privilegiato di comunicazione con la vita, una finestra sul mondo si potrebbe dire, quasi che la presa diretta potesse limitare la sua libertà. Aveva una visione profonda e disincantata delle cose e, nello stesso tempo, la capacità straordinaria di cogliere, anche nella più piccola vicenda (non importa se fosse presente, nel suo lavoro di giudice, o emersa dai suoi studi storici), la scintilla che la animava, come il riflesso di un qualcosa si superiore, quindi capace di comprensione universale.

Cassazione: non è reato essere amici di inquisiti per banda armata

Depositate le motivazioni dei giudici della cassazione che avevano annullato senza rinvio i provvedimenti di arresto per Manolo Morlacchi e Costantino Virgilio, accusati di essere entrati a far parte di un piccolo gruppo che avrebbe voluto costituire una organizzazione denominata “Per il comunismo Brigate rosse”

Giovanni Bianconi
Corriere della Sera
7 settembre 2010

Uno dei più noti falsi del Male, giornale satirico degli anni 70, che ironizzava sull'isteria antibrigatista.

Il «brigatista figlio d’ arte», come si affrettarono a chiamarlo all’ indomani dell’arresto, non è un brigatista. O almeno non ci sono prove che lo sia. Ecco perché la corte di cassazione lo ha scarcerato, dopo che il tribunale della libertà lo aveva tenuto in cella ma dimezzando le accuse, sgravandolo dalla banda armata e lasciando l’associazione sovversiva. Manovra azzardata, che è servita ai giudici «di legittimità» a rispedire a casa sua Manolo Morlacchi – figlio di Pierino, uno dei fondatori delle Brigate rosse insieme a Renato Curcio e Mara Cagol all’inizio degli anni Settanta – quarant’anni compiuti lo scorso maggio in prigione dov’è rimasto da gennaio a giugno del 2010. Stessa sorte è toccata al suo amico Costantino Virgilio, che come Morlacchi e altri sette imputati saranno processati a partire dal prossimo 16 settembre. […]
Volevano rilanciare la strategia della lotta armata in Italia, sostiene l’accusa, «ricalibrandola in relazione alla mutata realtà storica, politica, sociale ed economica»; per questo il gruppo si stava organizzando, e aveva già un arsenale di armi a disposizione, dopo aver realizzato un fallito attentato a una caserma di Livorno nel 2006. A metà del 2009 erano stati presi cinque presunti neo brigatisti, tra cui uno che probabilmente aveva avuto rapporti con Nadia Lioce e Mario Galesi (responsabili degli omicidi D’Antona, Biagi e Petri) e dai computer erano saltate fuori tracce di programmi eversivi e «risoluzioni strategiche»; a gennaio di quest’ anno li avevano seguiti in carcere Morlacchi e Virgilio, accusati di essere in combutta con i primi arrestati. Adesso però la Cassazione ha ridimensionato il quadro accusatorio nei loro confronti, basato soprattutto su frequentazioni, contatti giudicati sospetti, presunte riunioni politiche che si svolgevano sempre con le stesse modalità, programmi informatici criptati. Ma niente di tutto ciò, ha stabilito la corte suprema, è sufficiente per dimostrare l’adesione a un gruppo eversivo. «Non risulta in alcun modo provato qualche intervento di carattere operativo, o anche solo di disponibilità o di supporto, da parte dei due indagati alle imprese criminose attuate o progettate dal gruppo», hanno scritto i giudici. C’erano rapporti tra Morlacchi e Virgilio e gli altri sospetti brigatisti arrestati in procedenza, ma sostenendo che erano finalizzati a propositi eversivi «gli inquirenti non sono andati al di là di semplici illazioni». E ancora: «È rimasta una mera affermazione, priva di concreti elementi di supporto, la loro partecipazione a incontri con esponenti del sodalizio definiti “di organizzazione”, dei quali non è stato possibile accertare quale fosse l’oggetto». Né possono essere considerate una prova le «particolari cautele» che Morlacchi Vigilio utilizzavano per incontrare gli amici accusati di essere dei neo brigatisti, «essendo queste comunque per ovvie ragioni imposte come necessarie anche agli estranei che siano ammessi a entrare con i membri di un’associazione terroristico-eversiva». Insomma, essere amici di presunti terroristi, o avere con loro relazioni caratterizzate da modalità che possono apparire ambigue, non significa essere a propria volta dei terroristi. Anche perché, ricordano i giudici citando la pentita delle «nuove Br» Cinzia Banelli, capita che le organizzazioni eversive avviino «prudenti e laboriose iniziative i reclutamento in aree politicamente omogenee, che possono evolvere nella militanza ma anche rimanere per lungo tempo a livello di rapporto dialettico, o interrompersi».

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Mammagialla uccide ancora: a Fallico è “scoppiato” il cuore
Anni Settanta
Un altro Morlacchi dietro le sbarre
Banda armata la Cassazione scarcera Manolo Morlacchi e Costantino Virgilio

“Scarcerate Papini, accuse senza argomenti

Amnistia e solidarietà sotto processo Massimo Papini in aula lunedi 22 febbraio 2010


Ignorata la disponibilita offerta da un gruppo di detenute che si offrì di assistere la Blefari. I magistrati Puntavano al pentimento
Induzione al pentimento
Suicidio Blefari Melazzi: l’uso della malattia come strumento di indagine

Allarme terrorismo: quel vizio del “Giornale” d’imbastire false notizie
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Fini e il futuro della destra nazionale verso un nuovo conservatorismo

Il cuore oltre Berlusconi. A Mirabello il Presidente della Camera ha dato l’addio al populismo

Guido Caldiron
Liberazione
7 settembre 2010


Gianfranco Fini ha scelto la platea di Mirabello, dove il vecchio Movimento Sociale di Almirante rinnovava ogni estate la sfida della destra nazionale nel cuore dell’Emilia rossa, per dar vita a un nuovo capitolo di quella storia paradossale cui la politica italiana ci ha abituato da tempo. Dopo aver guidato un partito, Alleanza nazionale che scelse di abbandonare il Novecento, inaugurando la stagione “post-fascista”, all’ombra dei successi del montante berlusconismo – la svolta sancita dal congresso di Fiuggi seguì di alcuni mesi la nascita del primo esecutivo guidato dal Cavaliere -, il Presidente della Camera decide che è venuto ora il momento di abbandonare la nave e di denunciare le derive plebiscitarie e personalistiche del populismo a cui Berlusconi ha dato voce e corpo. L’ingresso nella famiglia della destra europea, a tendenza liberale e conservatrice, per altro più volte annunciato, avviene perciò all’insegna della rottura con l’uomo grazie al quale l’Msi ha avuto i suoi primi ministri, è uscito da un isolamento durato mezzo secolo e si è potuto imporre come una grande forza politica nazionale. Le parole utilizzate da Fini non lasciano alcun dubbio. Bruciata apparentemente sul campo negli ultimi mesi l’ipotesi di costituzionalizzare il berlusconismo, l’ultimo leader del Msi ha scelto domenica di chiamare le cose con il loro nome. Ha spiegato che il tempo della gratitudine per quanto fatto da Berlusconi nel 1994 è finito, che il Cavaliere deve smetterla di confondere la leadership con l’atteggiamento di un propritario d’azienda e che il Pdl, partito di cui è stato il co-fondatore, si è trasformato in una Forza Italia allargata «con qualche colonnello o capitano che ha soltanto cambiato generale e magari è pronto a cambiarlo ancora», tanto per chiarire come valuti il sostegno assicurato al Cavaliere dai vari Alemanno, Gasparri e La Russa. E forse anche il riferimento fatto da Fini all’«egoismo diffuso» dell’Italia di oggi andava nella stessa direzione.
Il primo paradosso riguarda perciò questa sorta di “parricidio”, andato in scena sul palco biancorossorverde di Mirabello e a cui è stato chiamato simbolicamente a partecipare anche Giorgio Almirante, citato dal Presidente della Camera all’inizio del suo discorso come «un uomo certamente capace di guardare avanti (che) indicò al suo popolo la necessità di un salto di generazione», scegliendo oltre vent’anni fa lo stesso Fini per guidare la comunità della fiamma tricolore. Il secondo, decisamente più grave, riguarda le aspettative che da sinistra in molti sembrano aver riposto, e continuano a riporre, nel Presidente della Camera. A Mirabello Fini ha parlato da uomo di destra, tornando a citare, come aveva fatto lo scorso anno in occasione dell’ultimo congresso di An, che sanciva la nascita del Pdl, una celebre frase di Ezra Pound che suona più o meno così: «Se un uomo non è disposto a lottare per le proprie idee o non valgono niente le sue idee o non vale niente lui». Ha parlato di patria e di famiglia, di una «sintesi tra capitale e lavoro», di giovani, meritocrazia e «etica del dovere». Ha parlato, ancora una volta, di integrazione per gli immigrati onesti e di lotta all’immigrazione clandestina: tema su cui in una sinistra che oscilla tra il “miserabilismo” di chi non vede che gli immigrati appena sbarcati da un gommone e la “rincorsa securitaria” di chi vorrebbe dare la caccia ai lavavetri, si registra la maggiore eco delle sue proposte.
La destra di Fini si smarca da Berlusconi e dalla Lega, considerata quest’ultima una forza «a dimensione locale» e solo in parte un concorrente, e smette di inseguire le sirene del populismo, dopo che nell’ultimo decennio gli intellettuali “d’area” hanno dedicato pagine e pagine al posibile paragone tra il Cavaliere e il generale De Gaulle che, certo, oltre a sostenere il presidenzialismo fu tentato più volte dalla prova di forza muscolare, pur essendo decisamente di un’altra stoffa rispetto all’uomo di Arcore. Ma la rottura con la nuova politica inaugurata dall’ex padrone di Mediaset non pone Fini al di fuori della destra, come sembra invece suggerire un altro paradosso italiano, ne rivela invece il possibile profilo futuro. Dopo l’Msi e ora, almeno in prospettiva, dopo Berlusconi, la destra nazionale sembra alla ricerca di un approdo che è, in massima parte figlio della contingenza e dei paradossi della nostra politica, ma che continua a alimentarsi di alcuni saldi punti di riferimento. Il viaggio sembra però appena iniziato. Al punto che nell’introduzione a uno dei testi che danno conto dei lavori in corso dentro e attorno a Futuro e libertà, In alto a destra, Coniglio editore (pp. 288, euro 14,50), e che raccoglie contributi di Campi, Croppi, Lanna, Perina, Terranova e Raisi, per non citare che alcuni dei partecipanti, Giuliano Compagno spiega come «da una lettura attenta di questa raccolta di articoli, ripresi dal Secolo, da Farefuturowebmagazine e da Charta Minuta, si trae il convincimento che la destra, quale categoria del politico, non sia più definibile con certezza, in essa albergando, semmai fosse, tanto un’ampia polisemia di riferimenti concettuali quanto un esteso richiamo a opere, a pensatori e a miti che hanno illustrato il nostro Novecento per tacere di un passato ancor più remoto». Questo mentre Salvatore Merlo, in La conversione di Fini. Viaggio in una destra senza Berlusconi, Vallecchi (pp. 220, euro 16,00) attribuisce al ruolo personale giocato dallo stesso Fini la possibilità di indicare l’insieme di questo percorso: lontano dai tempi delle scuole di partito, oggi «il leader è una figura capace di evocare un’idea anche attraverso la sua sola immagine». Così, per capire dove voglia andare ora il presidente della Camera, conviene, suggerisce Merlo, guardare alla sua formazione politica piuttosto che all’evoluzione della sua carriera. Qualche certezza, in questo quadro ancora provvisorio, l’aveva però indicata lo stesso Fini che, solo lo scorso anno, nel suo libro, Il futuro della libertà (Rizzoli) aveva manifestato un grande interesse per la politica inaugurata da Ronald Reagan trent’anni fa. L’elezione di Reagan «a presidente degli Stati Uniti nel novembre del 1980 – scriveva Fini – fu il primo grande segnale che l’Occidente e il mondo libero stavano per lanciare la loro grande controffensiva politica, economica, culturale e tecnologica dopo le battute d’arresto degli anni Settanta»: «Dietro lo stile di Reagan c’era il ritorno della tensione morale e ideale della politica».

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Fascisti su marte
Neofascismo, il millennio in provetta