“Delazioni industriali”, la nuova filosofia aziendale di Marchione

Giovanni Barozzino, operaio, delegato Fiom della Sata-Fiat di Melfi, licenziato e poi reintegrato dalla magistratura del lavoro risponde alle accuse anonime pubblicate da Panorama: «“Panorama” scrive il falso. Antisindacale è la Fiat»

Paolo Persichetti
Liberazione 5 settembre 20120


Sergio Marchionne ha l’ambizione di passare alla storia come un grande innovatore. Ma non sarà certo il freeweare, l’abbigliamento informale sui luoghi di lavoro, il maglioncino al posto della cravatta, roba per chi pensa che il ’68 sia stato una moda vestimentaria che ha mandato in soffitta colletti inamidati e cravatte, che marcherà la memoria dei posteri. Il manager che parla di filosofia, il grande guru della «qualità totale», verrà ricordato come l’inventore di un nuovo modello di relazioni in fabbrica: le delazioni industriali. Il settimanale Panorama pubblica questa settimana, con tanto di foto in prima pagina e titolo “Gli eroi bugiardi”, un servizio a firma di Antonio Rossitto che copovolge totalmente la ricostruzione dei fatti sancita dalla magistratura del lavoro e che ha portato al reintegro nello stabilimento dei tre operai della Fiat-Sata di Melfi, licenziati dall’azienda dopo uno sciopero e un corteo interno perché accusati di aver sabotato le linee di produzione ostacolando lo scorrimento dei carrelli.
Ma lo fa sulla base di tre testimonianze rigorosamente anonime. Un fatto giustamente percepito dai lavoratori come una intimidazione mafiosa, un messaggio obliquo, roba da padroni che fanno i padrini. Alcuni degli “anonimi” si presentano come delegati sindacali concorrenti della Fiom. Ed è tutto dire. Che sia la dimostrazione di quella «complicità» sindacale auspicata dal nuovo modello delatorio di relazioni industriali?
L’anonimato, prova a raccontare il settimanale, sarebbe giustificato dal «pesante clima d’intimidazione e violenza» che si vivrebbe in fabbrica ad opera dei lavoratori aderenti alla Fiom per poi subito doversi smentire riconoscendo che «la gente pensa che dobbiamo schierarci con i tre [licenziati] a prescindere», «stanno tutti con la Fiom», «All’interno dello stabilimento, dopo che il giudice ha dato ragione alla Fiom, tutti sono schierati con gli operai licenziati». Sempre secondo i tre anonimi, persino nei paesi dove risiedono la popolazione è schierata con gli operai licenziati.
Certo l’anonimato non è un bel modello di trasparenza e quanto a valenza probatoria è pari a zero. Lo dovrebbe sapere molto bene il settimanale di casa Berlusconi che di processi se ne intende. Che cosa direbbe mai l’attuale inquilino di palazzo Chigi di fronte ad un eventuale tentativo di portarlo in giudizio sulla base di denunce anonime?
Nel corso di una conferenza stampa, tenuta ieri mattina a Rionero in Vulture (Potenza), la Fiom e i tre operai hanno annunciato querela in sede penale e civile contro la pubblicazione di «notizie dal contenuto altamente diffamatorio e che travisano la realtà dei fatti già accertata dal giudice del lavoro che ha condannato la Fiat per comportamento antisindacale». Giovanni Barozzino, uno dei tre licenziati e poi reintegrati, «il delegato più votato in fabbrica», come dice uno dei tre delatori, è abituato a parlare a viso aperto e ribadisce al telefono che «la sera dello sciopero interno, prim’ancora che si sapesse delle sospensioni cautelative dal lavoro di noi tre, tutti i delegati Rsu presenti, cioè Fim, Fiom, Uilm, Ugl, firmarono una lettera in cui si spiegava che lo sciopero e il corteo si erano svolti nel pieno rispetto delle regole».

Allora da dove sono usciti fuori questi tre testimoni anonimi che dicono di essere anche sindacalisti, addirittura presenti quella sera?
Non lo so. Quelli presenti dopo l’atteggiamento provocatorio del preposto aziendale che aggredì verbalmente uno dei lavoratori, non solo hanno tutti sottoscritto un documento in cui si rigettavano le sue accuse, consegnato all’azienda appena mezz’ora dopo l’episodio, ma l’intera Rsu compatta si è poi recata sulle linee per rassicurare il lavoratore aggredito.

Cosa era accaduto esattamente?
Ad un certo punto del corteo ho sentito il preposto aziendale inveire in modo violento e autoritario contro uno dei lavoratori, poi licenziato. Sono intervenuto dicendogli che non aveva alcuna autorità per rivolgersi contro di lui in quel modo, minacciandolo addirittura di licenziamento. Per altro Marco è un ragazzo molto sensibile, più giovane di noi, sta soffrendo molto questa esperienza. In questi giorni ha anche avuto un malore per lo stress.

Ma allora questi testimoni sono dei fantasmi?
Il giornalista di Panorama descrive un quadro aziendale, il terzo anonimo dell’intervista, che avrebbe incontrato sempre in maniera furtiva a fine turno di lavoro, come uno che «odora ancora di sudore e di lamiera». Scrive proprio così, sudore e lamiera. Ora, con tutto il rispetto per i diversi ruoli che si hanno nel lavoro, a puzzare di sudore e di lamiera sono gli operai non i quadri.

Dunque la vostra impressione è che si tratti di una montatura?
Non penso che sia solo la nostra. Noi comunque non vogliamo prestarci a questo gioco. E’ una trappola dentro la quale vogliono farci cadere. Non abbiamo fatto alcun sabotaggio. Chi ha avuto un comportamento antisindacale è stata la Fiat. Lo ha detto una sentenza ed a quella ci atteniamo.

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Fumi di democrazia
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Romiti: «A Marchionne dico: Operai e azienda? La contrapposizione di interessi ci sarà sempre»

L’intervista – L’ex amministratore delegato: bisogna imparare dal passato. L’Italia ha visto situazioni tragiche ed è riuscita a superarl. I sindacati? Li puoi battere, non dividere. Durante le vertenze anche le tensioni vanno governate

Il partito invisibile di Mirafiori interviene in Fiat

Aldo Cazzullo
Corriere della sera
28 agosto 2010

«Sa qual è la prima cosa che mi è venuta in mente, ascoltando l’intervento di Sergio Marchionne al Meeting di Rimini?». No, dottor Romiti. Ce la dica. «Ho pensato a quando, due mesi fa, vidi Raffaele Bonanni in tv, intervistato a “In mezz’ora”, su RaiTre. Lucia Annunziata gli chiese: “Scusi, lei preferisce Romiti o Marchionne?”. Lui, un po’ imbarazzato, rispose: Marchionne. Il giorno dopo gli telefonai. Bonanni, decisamente imbarazzato, pensava volessi lamentarmi. Invece gli dissi: “Non si preoccupi, ci mancherebbe altro che uno non possa esprimere le sue opinioni. Vorrei solo capire le ragioni per cui ha risposto in quella maniera”. Bonanni, sempre più imbarazzato, disse che non si aspettava la domanda della giornalista. Chiusi la conversazione ricordandogli che i giudizi vanno dati nel lungo termine, in base ai risultati…».

Dottor Romiti, da quando nel ’98 lasciò la Fiat lei non ha mai parlato dei suoi successori né dell’azienda. Che cosa non le è piaciuto dell’intervento di Marchionne?
«Marchionne ha fatto bene a parlare del presente e del futuro. Ma le cose di oggi esistono perché c’è stato il passato. Del passato non s’è parlato. O, meglio, si è parlato delle presenze internazionali della Fiat come di realizzazioni nuove, anche là dove si tratta di fatti acquisiti».

A cosa si riferisce?
«Al Brasile. Agli Stati Uniti, per quanto riguarda le macchine movimento terra e i trattori. Alla Cina. Quando arrivai, nel ’74, il Brasile era sguarnito: vi si era insediata la Volkswagen. La Fiat, con Peccei, aveva puntato sull’Argentina: una tragedia. Smobilitai l’Argentina e riorganizzai ex novo la nostra presenza in Brasile, dove nacque uno dei principali stabilimenti Fiat, da cui sono sempre venuti forti utili».

Ci sono altri temi su cui Marchionne non la convince?
«Sì. Quando tratteggia un futuro in cui non esiste la lotta di classe. Ora, guai se mancasse non dico la lotta, ma la contrapposizione degli interessi. Sarebbe un guaio che non finisce mai. Un conto è trovare la formula per ricomporre la contrapposizione, come in Germania, con la partecipazione dei lavoratori ai risultati dell’impresa. Ma la contrapposizione degli interessi ci sarà sempre, ed è un bene che ci sia».

Marchionne chiede un nuovo patto sociale.
«Ecco il punto principale. Vede, la situazione che affrontammo noi nel 1980 era un po’ più complicata di quella di oggi. Oggi per fortuna non scorre il sangue. Allora scorreva il sangue. Ci ammazzarono il vicedirettore della Stampa, Carlo Casalegno, e il responsabile della pianificazione, Carlo Ghiglieno. Le Br ci azzoppavano un caposquadra ogni settimana. Di fronte avevamo leader sindacali che si chiamavano Lama, Carniti, Benvenuto, Bertinotti; non voglio fare paragoni con quelli di oggi, ma diciamo che erano leader di un certo calibro. Eppure noi non ci siamo mai sognati di dividere il sindacato, o anche solo di provarci. Il sindacato lo puoi battere, non dividere. Dividere il sindacato è un errore grave, perché il sindacato escluso ti tormenterà nelle fabbriche; a maggior ragione se è il sindacato più grande. Ed è proprio quel che sta accadendo».

Guardi che la Fiat ha tentato a lungo di raggiungere un accordo con la Cgil e la Fiom.
«Il rapporto tra azienda e sindacato è un rapporto dialettico. È sbagliato rinunciare a parlarsi, cercare accordi separati, lasciar fuori qualcuno».

Marchionne dice di essere disposto a incontrare Epifani.
«Ma intanto elogia gli altri due leader sindacali, chiamandoli pure per nome, tra gli applausi. Mi pare un crinale pericoloso. Nel momento in cui sarebbe meglio placare le divisioni, le si alimenta. Mi auguro sinceramente che tutto si risolva bene per la Fiat, ma la situazione è delicata. Anche perché ogni sindacato è da sempre legato a un partito, o comunque a posizioni politiche, pro o contro il governo. Anche per questo dividere il sindacato porta sempre svantaggi».

Marchionne ha ricordato di aver trovato nel 2004 una Fiat sull’orlo del fallimento. Non è forse così?
«La storia della Fiat è legata a grandi cicli e a brevi periodi di gravi difficoltà. Dopo il grande ciclo di Valletta, ci furono cinque o sei anni neri. Poi c’è stato il ciclo tra il 1974 e il 1998, in cui sconfiggemmo il sindacato, battemmo le Brigate rosse, riportammo l’ordine in fabbrica. Nel ’98 lasciai la Fiat in condizioni ottime. Sono seguiti sei anni di interregno, in cui morirono prima l’Avvocato e poi Umberto Agnelli, mentre si susseguivano amministratori delegati che non davano buoni frutti. Ora mi auguro davvero che si apra un nuovo ciclo virtuoso. Dico solo che la teoria della pacificazione generale e la divisione del sindacato non mi sembrano le premesse giuste. Anzi, sono le premesse che hanno creato il caso Melfi».

Che idea si è fatto della vicenda dei tre operai?
«Quella notte a Melfi è accaduto quel che accade da sempre in caso di sciopero. L’ostruzionismo c’è stato. Il licenziamento dei tre può anche essere legittimo, per quanto due di loro siano sindacalisti. Ma io non avrei acuito la tensione. Se il tribunale decide per il reintegro, si prepara l’appello, e intanto si rispetta la sentenza. Lo scontro va rabbonito, non eccitato».

Lei andò allo scontro con i sessantuno licenziamenti del 1979.
«Come si fa a paragonare la Mirafiori del 1979 con la Melfi del 2010? A Torino avevamo decine di migliaia di operai, un partito comunista fortissimo, il terrorismo nelle fabbriche. Melfi è sempre stata una fabbrica tranquilla, ideale. Le sono particolarmente affezionato perché l’ho voluta io. E ricordo ancora la gioia con cui, quando gli telefonai, reagì il sindaco, al pensiero dei concittadini che avrebbero avuto un’opportunità di lavoro. Gente particolarmente adatta: seria, affidabile. Noi decidemmo di licenziare i sessantuno dopo che le nuove cabine della verniciatura, fatte secondo le norme, vennero subito sabotate. E non tenemmo all’oscuro il sindacato, anzi, avvertii Lama, Carniti e Benvenuto. Dissi: “Vi comunico che faremo questi licenziamenti. Non chiedo il vostro assenso. Vi chiedo però di non fare causa, perché lo facciamo anche nel vostro interesse, visto che questi sono violenti: terroristi o contigui al terrorismo”. Fecero causa lo stesso, e venne fuori che una buona parte dei sessantuno erano legati all’eversione armata. Altro che i tre di Melfi».

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Perché a Romiti non piace il capitalismo di Marchionne

Quando Marchionne criticava l’arida ricerca del profitto del capitalismo anglosassone…

Ferruccio de Bortoli
Il Sole 24 ore 25 settembre 2007

Gli anni della grande paura borghese

Cesare Romiti non ama i pullover. «Continuo a portare la cravatta, quella non me la tolgo di sicuro». L’ex amministratore delegato e presidente della Fiat, 84 anni, si toglie invece qualche sassolino dalla scarpa dopo aver letto, domenica sul Corriere della Sera, l’intervento del suo successore alla guida della Fiat, pronunciato al convegno pugliese della rivista prodiana “L’Industria”. Un discorso molto applaudito, soprattutto a sinistra. «Una società liberale che vuole durare nel tempo – sostiene Sergio Marchionne, 55 anni – deve difendere chi è colpito dal cambiamento».
L’artefice della rinascita del gruppo torinese critica l’arida ricerca del profitto del capitalismo anglosassone, rivaluta le virtù del welfare europeo, rilancia il dialogo con i sindacati, ma non manca di sottolineare l’importanza del mercato, la centralità del merito, dell’efficienza e della competitività. Piero Fassino intravede nel manifesto di Marchionne una forte impronta riformista e socialdemocratica, quasi un nuovo modello capitalista. «Sono pronto ad allearmi con lui».
Nella sua casa milanese, Romiti scuote il capo e premette di avere una grande stima di Marchionne, ma di non aver digerito affatto alcuni passaggi di quell’intervento, in particolare quando, parafrasando Dickens, si dice che la Fiat «sta facendo molto, molto meglio di quanto non abbia fatto, sta andando verso un posto migliore, molto migliore di quanto non sia mai stata». Come se chi fosse venuto prima di Marchionne possa essere paragonato al perfido Fagin o al triste Sower di Oliver Twist.
No, argomenta con calma Romiti: la storia della Fiat, ma di qualsiasi altra grande impresa, va giudicata tenendo conto del contesto politico e sociale del tempo. Se questo, forse, è un capitalismo più avanzato, quello di prima non era né reazionario né insensibile ai temi sociali. Non c’è un modello buono e uno cattivo.
«Non dimentichiamoci che cos’era l’Italia della fine degli anni 70: scioperi, conflittualità e la minaccia del terrorismo». Marchionne cita, nel suo intervento, Mel Gibson nel film Braveheart: «Gli uomini non seguono gli uomini, gli uomini seguono il coraggio». E quanto coraggio, dice Romiti, bisognava avere negli anni in cui cadevano Ghiglieno e Casalegno? Quando vivevamo sotto scorta e ogni giorno qualcuno veniva gambizzato? Era quello un capitalismo cattivo e pavido? Che cosa sarebbe oggi la Fiat, ma anche il Paese, se non vi fosse stata la marcia dei quarantamila e, prima, il licenziamento di quei 61 dipendenti, fra i quali vi erano molti sospetti collusi con la lotta armata?
I ricordi si moltiplicano, anzi si affollano. «Gli anni del terrore furono anni terribili, durante i quali fare impresa, andare in ufficio o in fabbrica ogni giorno equivaleva a compiere un atto di coraggio civile che metteva a repentaglio la vita propria e dei propri collaboratori». Romiti parla di Ghidella, Callieri, Mattioli, Annibaldi. «E Guido Rossa? Io stesso fui oggetto di un tentativo di sequestro. Ma lasciamo perdere».
Gli anni passano, dottor Romiti, e qualche errore lo fece anche lei, lo ammetta. «Sì, ma la crisi della Fiat è stata il risultato di una serie di decisioni sbagliate, e di persone sbagliate. Soprattutto dopo il ’98, da quando lasciai la presidenza. Marchionne è stato bravo, lo riconosco. Ma il dialogo con il sindacato lo avevamo anche noi, aprivamo asili, colonie per i figli dei dipendenti, case, servizi». Insomma, Romiti non lo dice, ma trova molto ingeneroso il silenzio di Marchionne sugli anni difficili della Fiat. «Gli scioperi dopo la marcia dei quarantamila nell’80 finirono. Non se lo ricorda più nessuno. Ora non ci sono più? Sono contento, anche se mi sembra che a Termini Imerese qualche sciopero ci sia stato ancora, recentemente». La Fiat di Romiti diversificò le proprie attività, con successo. La Fiat di Marchionne si concentra sull’auto. Con successo.«Bene, ma allora perché non cede la partecipazione in Rcs, visto che è cambiato il modello di capitalismo?».
Ma il successo è innegabile o no? Romiti, alla fine, a mezza voce esprime qualche dubbio persino sul fatto che la ripresa di Torino sia così forte e stabile come appare e come testimonia la quotazione in Borsa. E poi ci sono le stock option, che proprio non gli vanno giù. Qualcuno ha fatto il calcolo, sostiene, di quanti secoli deve lavorare un dipendente Fiat per mettere insieme l’ammontare degli emolumenti del proprio amministratore delegato? «Una volta il rapporto fra quanto guadagnava un top manager e un dipendente era molto inferiore». Sì, ma la sua liquidazione, dottor Romiti, fu di diverse decine di miliardi. «Così si stabilì con l’Avvocato, ma le stock option condizionano giornalmente le scelte del manager. Non sempre quello che va bene per lui va bene per l’azienda». La conversazione termina ancora sul pullover. «Ho letto che poi se lo è messo anche Prodi…». Il cronista traduce non autorizzato: stia attento Marchionne, straniero in Patria, a non indossare, senza volerlo, oltre un pullover, una casacca.

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Maggiordomi Fiat, quando Piero Fassino si dichiarava alleato di Marchionne

Era il 2007 e l’entrata di Marchionne in Fiat affascinava la sinistra. Addirittura il solito Piero Fassino riconoscendo in lui la stoffa di un vero «socialdemocratico», si dichiarava: pronto ad allearsi con Marchionne»…

Franco Debenedetti
Sole 24ore, 25 settembre 2007

Dato che si impara anche dai successi, la storia dello spettacolare turn around della Fiat di Sergio Marchionne, oltre che oggetto di compiacimento, ammirazione e soddisfazione, diventerà oggetto di studio. È giusto che egli ci ricordi quanto giochi, in ogni storia industriale di successo, la componente schumpeteriana, le culture di origine o di elezione, Machiavelli o Dickens. Un imprenditore deve tener conto del “terreno culturale” in cui opera, quello che Marchionne chiama, con qualche generosità, di “forte responsabilità sociale”. Non piccola parte del suo successo è dovuta all’aver riconosciuto che, tra i tanti problemi che ha trovato in Fiat, i temi “sensibili” – emblematicamente Termini Imerese e Mirafiori – non erano prioritari: e potevano essere diversamente risolti.
Proprio perché ogni storia di rilancio è anche una “storia di trasformazione personale” di chi la realizza, nessuna caratteristica individuale, nessun tipo di capitalismo sono dati a priori come vincenti. E invece i resoconti della giornata e i commenti del giorno dopo testimoniano dell’incapacità del mondo politico di leggere correttamente la lezione del manager Fiat, e di resistere alla tentazione di generalizzare e di appropriarsi di una quota del merito che solo è suo.
La spesa sociale pubblica, ha detto Marchionne, in Europa è del 27%, in Usa è del 16. Tanto è bastato perché il “mondo accademico filo cattolico” radunato a Mattinata esprimesse consenso a quella che parve fosse una critica al modello americano (così Roberto Bagnoli sul Corriere della Sera). Ma era proprio una critica? Egli sa bene che questo divario si ha anche perché l’onere previdenziale sta nei bilanci delle aziende americane, nel caso della General Motors facendola vacillare più della concorrenza giapponese. Lo crediamo quando dice che a lui è stato più facile trattare sui livelli occupazionali con i sindacati italiani di quanto lo sarebbe per General Motors con Uaw: ma in Usa è possibile avere contratti aziendali che escludono la presenza di sindacati, anzi così succede in molte aziende del Gruppo Fiat in America. Invece in Italia vige l’erga omnes e si rincorre sempre l’obbiettivo di differenziare e di fare della contrattazione aziendale il luogo dove si misura la produttività e si riconosce il merito. Per la flessibilità in uscita, le grandi aziende, e la Fiat in particolare, sanno di poter contare su strumenti di mobilità anche generosi. Per le piccole e medie aziende invece, e non solo per i commentatori anglosassoni, la nostra struttura del lavoro è poco flessibile. Anche per loro i problemi si chiamano una burocrazia che “non fa che alimentare se stessa”, la carenza “di una rete di infrastrutture efficiente e moderna”, “la riduzione della pressione fiscale”, “il costo dell’energia”.
Anche Piero Fassino, commentando il giorno dopo il discorso di Marchionne, ne apprezza la sensibilità sociale. Così insignitolo della medaglia di “vero socialdemocratico”, facendo l’analogia tra il cambiamento che il manager ha realizzato in Fiat («quando tutti dicevano che doveva essere solo venduta») e l’ambizione di cambiare la politica italiana dando vita al Partito democratico, può prenderlo come supertestimonial dell’evento. Ormai il parallelo tra industria e politica è diventato comune anche a sinistra. Fassino va oltre, e non esita a individuare nei sindacati e nella stessa coalizione di Governo il luogo dove si annidano le resistenze conservatrici al cambiamento. Per batterle, egli si dichiara «pronto ad allearsi con Marchionne». L’affermazione lascia perplessi: perché non vi è dubbio alcuno che, per superare gli ostacoli che sono disseminati sulla strada di aziende grandi e piccole, e delle piccole più ancora delle grandi, il Pd dovrà sapere stringere alleanze diverse, probabilmente assai meno facili. Penso alle tante aziende che non hanno bisogno che gli venga ricordato di «fondare le proprie radici sui valori della concorrenza e del mercato»; e che quanto ad «abbracciare la sfida del nuovo e pensare al futuro» possono dare lezioni. Perfino in America la frase che rese famoso Charles B. Wilson, ministro della Difesa di Eisenhower, («Ciò che è bene per la General Motors è bene per l’America ») è ricordata come l’epitaffio di un mondo che fu: figurarsi in Italia dove di grandi aziende ne abbiamo avute sempre poche.

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Gelmini: «I precari? Troppi e strumentalizzati»

La ministra si rifiuta di ricevere i docenti in lotta
Presidio sotto Montecitorio


Paolo Persichetti
Liberazione
3 settembre 2010

Possono anche crepare di fame. La ministra della scuola, Mariastella Gelmini, una specie di Sarah Palin italiana, ma più sbiadita, si rifiuta di incontrare i precari. «Non incontrerò chi è venuto a protestare davanti a Palazzo Chigi», ha detto nel corso della conferenza stampa sull’apertura del nuovo anno scolastico tenuta ieri mattina nella sede del governo. «Protestano – ha spiegato – senza ancora sapere se sono stati esclusi. Non si tratta di persone che sono state licenziate. Presumono di non avere un posto di lavoro, ma il ministero non ha ancora completato le operazioni». Per la responsabile del ministero di viale Trastevere la vasta mobilitazione nazionale di questi giorni sarebbe un fatto del tutto strumentale, «alcuni di quelli che protestano in piazza non sono precari ma esponenti di Italia dei valori». Così la Flc Cgil, il Coordinamento precari della scuola, i Cobas e le Rappresentanze di base hanno avuto il ben servito. La ministra, che per l’esame di abilitazione alla professione forense si recò nel 2001 da Brescia a Reggio Calabria (dove le statistiche dicono che non viene bocciato nessuno), nemmeno distingue l’abissale differenza che passa tra sigle sindacali, movimenti di base dei lavoratori e forze politiche che hanno l’abitudine di reclamare più manette per tutti e nulla sanno di sociale e di lavoro. Purtroppo siamo in tempi di Onagrocrazia, come diceva Benedetto Croce riferendosi al «potere degli asini raglianti». L’anno scolastico parte con 50 mila classi prive d’insegnanti, 1600 senza presidi, 8 miliardi di euro in meno in tre anni e 170 mila docenti e dipendenti lasciati per strada dopo anni di lavoro, ma per la ministra tutto ciò non esiste. Le cose vanno benissimo. Durante la conferenza stampa ha snocciolato una lunga serie di cifre che, a suo dire, segnano in positivo la «svolta epocale» introdotta con la riforma della scuola secondaria. Secondo i calcoli del ministero citati dalla Gelmini, la riforma del reclutamento degli insegnanti ridurrebbe il precariato, il taglio «vero» effettuato dal governo sarebbe quest’anno soltanto di 2000 cattedre a fronte della 10 mila dello scorso anno, per uno smantellamento complessivo di 87 mila posti in tre anni, di cui 67 mila fino ad oggi. L’introduzione dei licei linguistici e musicali avrebbe riscontrato un buon successo come il tempo pieno nelle scuole elementari, che sarebbe cresciuto del 3%. Anche per i disabili, secondo la ministra, sarebbero aumentati i posti di sostegno, mentre sui precari sarebbe pronto un decreto che darebbe priorità nell’attribuzione delle supplenze a coloro che hanno perso la cattedra. Altri precari “tagliati” verrebbero recuperati grazie ad accordi con le regioni e l’uso di fondi Ue. Insomma un quadro della scuola assolutamente roseo dove l’unico neo verrebbe dal passato: «Duecentomila precari sono il frutto di decenni di politica in cui si sono distribuiti posti che la scuola non era in grado di assorbire». Il passato per Gelmini è un’ossessione, in particolare quel Sessantotto che «ha propagandato un egalitarismo falso e profondamente deleterio. Ha svuotato di significato i principi di merito e di autorità», come ha spiegato in un’intervista al Messaggero di sant’Antonio per concludere che il «merito è l’unico criterio veramente democratico». E così per tutelare una didattica ispirata sempre più all’ordine e alla disciplina, ha terminato la conferenza stampa annunciando che «non si potranno più superare i cinquanta giorni di assenza, pena la bocciatura». Dura la risposta venuta dal presidio dei precari posto sotto Montecitorio, «Troppo facile accusarci di essere militanti politici. Così si aggira il problema per il quale chiediamo un confronto: la qualità della didattica, la qualità del lavoro, la ricaduta dei tagli sul personale della scuola e sulla società civile». Alle accuse della ministra i lavoratori rispondono che non c’è bisogno di attendere le chiamate per sapere che non ci sarà un lavoro quest’anno, «basta guardare le disponibilità pubblicate dai provveditorati e i numeri dei convocati: chi è fuori sa già di esserlo, molti lo sono sin dallo scorso anno». Diecimila assunzioni sono irrisorie, – fanno sapere – a fronte di 67 mila posti a tempo indeterminato tagliati e delle 130 mila cattedre tuttora vacanti. Anche sul tempo pieno «diverse famiglie si sono viste rifiutare il tempo pieno per i loro figli; nel solo Lazio 2800 bambini non vi sono stati ammessi».

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I ricercatori: “Non cediamo al ricatto, difendiamo l’università pubblica”
I grembiulini della Gelmini

Disobbedienza e lavoro in fabbrica: la questione etica degli operai Fiat a Melfi

Nuove relazioni industriali: la lotta di classe è legittima solo se la fa il padrone

Elisabetta Della Corte


Da Taylor in poi l’organizzazione della produzione e del lavoro nelle grandi imprese ha volutamente eroso gli spazi di decisione degli operai con la standardizzazione delle operazioni e i tempi dettati dalla catena di montaggio. Comando e controllo ne uscivano amplificati, così come l’obbedienza degli operai. Eppure, proprio come ricorda Tatiana Pipan in un articolo, rintracciabile on line, dal titolo “La disobbedienza come categoria interpretativa”, nello stabilimento di Wattertown gli operai, sfruttati, si ribellarono a Taylor scioperando, e disobbedendo alle richieste manageriali. Fino a qui niente di nuovo, la storia del lavoro coatto, quello eterodiretto, accettato per necessità, è punteggiata da atti di insubordinazione e resistenza, così come ci ricordano gli storici del  lavoro. Di nuovo c’è il fatto che, in Italia, dagli anni ’90 del secolo scorso, dopo il fallimento del progetto di automazione totale a Cassino, la Fiat importa dal Giappone il nuovo modello organizzativo basato sulla qualità totale e il coinvolgimento degli operai nei team di lavoro. Si cerca in questo modo di mettere a frutto i vantaggi della cooperazione tra gli individui ricomponendo, almeno in parte, il lavoro frammentato della fase fordista, camuffando con l’autoattivazione nuove responsabilità per i lavoratori. Questo tipo di riorganizzazione è accompagnato da un certo ordine del discorso che si è andato via via costruendo dalla fine degli anni ’70 in poi. Anni decisivi per comprendere lo stato attuale delle relazioni industriali in Italia. Sono gli anni in cui l’acuirsi della conflittualità operaia apre la strada a nuove rivendicazioni e diritti, rinforzando il sindacato, almeno nella prima fase. Poi, però, alla fine degli anni ’70, dopo la crisi petrolifera del ’73, quando in fabbrica iniziano a circolare i volantini delle Brigate Rosse e alcuni operai finiscono nelle patrie galere, non solo il cavallo di troia del terrorismo venne utilizzato per criminalizzare l’intero movimento operaio che aveva fatto tremare la gestione autoritaria del management Fiat di stampo vallettiano, ma si deviò significativamente il percorso delle relazioni tra padronato e forza lavoro, il cui atto finale può essere individuato nella marcia dei quarantamila, per lo più impiegati,  ideata da Romiti all’inizio degli anni ’80. Da lì in poi la strada del sindacato e quella delle rivendicazioni operaie è tutta in discesa. Da quel momento, così come non si deve parlare di corda in casa dell’impiccato, alla Fiat ogni atto di ribellione, anche quelli eticamente orientati verso la riduzione dell’intensificazione del lavoro così come le proteste per gli accordi contrattuali non mantenuti sono stati bollati come atti estremi, su cui aleggiava il fantasma dell’estremismo. L’uso strumentale degli anni di piombo, quindi, è servito tanto a destra quanto a sinistra per riportare all’obbedienza gli operai e imporre il nuovo regime di fabbrica. Quando non si faceva uso di questo espediente retorico, il divide et impera veniva agito con altre categorie. In tempi recenti si usa dividere i bravi lavoratori contro i fannulloni che, come a Pomigliano, nel periodo elettorale sceglievano di stare ai seggi, preferendo la vita activa a quella lavorativa. Come si sa, infatti, la classe operaia deve produrre lasciando ai politici di professione l’onere delle questioni pubbliche.
Questo forse aiuta a capire in che direzione tira il vento che soffia da Pomigliano a Melfi fino a Mirafiori, dove chi invia un volantino dalla mail aziendale è un potenziale sovversivo così come chi a Melfi per protestare contro l’aumento disumano dei ritmi di lavoro è da licenziare. Questa è  gestione delle risorse umane ha molto di dis-umano, ma forse anche questo non avviene a caso. Il mercato dell’auto in questo periodo non tira e gli scioperi e i blocchi potrebbero tornare utili alla Fiat, che con una sola mossa – le sospensioni e i licenziamenti – può tentare di ammansire i “ribelli” della Fiom e ridurre i costi di una produzione che non tira. Certo più che di relazioni industriali si dovrebbe parlare dei comportamenti di incalliti pokeristi abituati a bluffare e a lasciare il tavolo dopo ricche vincite. Non sappiamo se Marchionne gioca a poker, e non ci importa saperlo, ma ci si chiede: non saranno mica queste le nuove relazioni industriali in tempo di crisi?

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Fumi di democrazia
Perché a Romiti non piace il capitalismo di Marchionne
Delazioni industriali: la nuova filosofia aziendale di Marchione
Bossnapping, nuova arma sociale dei lavoratori
Cronache operaie
1970, come la Fiat schedava gli operai
Lavorare con lentezza
La violenza del profitto: ma quali anni di piombo, gli anni 70 sono stati anni d’amianto

Italia-Libia, quando l’immigrazione è un affare di Stato

Campi di respingimento italiani in territorio libico

Paolo Persichetti
Liberazione
11 giugno 2009

Se da un decennio a questa parte gli sbarchi d’immigrati sulle nostre isole sono diventati il maggiore strumento di politica estera impiegato dalla Libia nei rapporti con Italia e comunità europea, da parte italiana si è assistito a un singolare slittamento di competenze. Il ruolo preponderante nella cooperazione con l’altra sponda del Mediterraneo è ormai da alcuni anni nelle mani del ministero degli Interni. È quanto emerge da un’analisi dei rapporti di cooperazione italo-libica riattivati ufficialmente nel 1998, dopo lo stop imposto dall’isolamento internazionale (che tuttavia non aveva mai interrotto le immi2relazioni economiche soprattutto nel settore dell’energia). Si tratta degli anni in cui l’Italia fa ammenda, anche se in modo superficiale, del proprio passato coloniale e tenta di reinserire la Libia nella comunità internazionale, riconoscendole un ruolo di ponte tra Africa ed Europa. È in questo contesto che comincia a divenire centrale nei rapporti bilaterali il tema dell’immigrazione, nodo che assume nel tempo un aspetto del tutto sproporzionato rispetto alla sua dimensione reale. Il grosso dell’immigrazione, infatti, non passa per Lampedusa, anche se la via del mare è una vera emergenza umanitaria che ha trasformato il mediterraneo in un cimitero liquido. Nel dicembre 2000 viene firmato un primo accordo che stipula una collaborazione globale nelle politiche di lotta contro terrorismo, criminalità organizzata, traffico di stupefacenti e immigrazione clandestina. Il fatto che un fenomeno a carattere multidimensionale come l’immigrazione, che investe clima, agricoltura, geopolitica, economia mondiale, processi socioculturali, sia apparentato a fenomeni di natura criminale o di violenza politica (nella fattispecie internazionale), confina da subito la questione all’interno di rigidi binari sicuritari che investono l’ordine pubblico, la difesa del territorio e la sicurezza dello Stato. A questo punto, se la politica estera è sempre più legata al tema dell’immigrazione e, questa, essendo gestita unicamente secondo un’ottica sicuritaria attiene alle competenze delle forze di polizia, diventa inevitabile che le relazioni mediterranee finiscano in misura crescente nelle mani del ministero degli Interni piuttosto che in quello degli Esteri. A occuparsene saranno nuove burocrazie, come la Direzione generale dell’Immigrazione e della polizia delle frontiere (istituita dalla Bossi-Fini), portatrice di una cultura d’apparato poco incline a una comprensione multidimensionale del problema e delle soluzioni, con l’effetto di ingenerare preoccupanti stravolgimenti in IMG_0216materia di funzionamento dello Stato e di equilibrio dei poteri, oltre a ledere le convenzioni internazionali sui diritti umani e i principi costituzionali. Spostare le tensioni di là delle frontiere non significa essere immuni dalle conseguenze, ma solo ampliare l’area e l’intensità dell’impatto che ne deriva. Tutti i successivi patti bilaterali stipulati tra Italia e Libia sono figli di questa impostazione iniziale. Accordi di polizia e di gestione delle frontiere che rivoluzionano la stessa nozione di confine. La filosofia contenuta in questi trattati, caratterizzati per altro da una sistematica segretezza sui loro contenuti, senza che il Parlamento sia mai stato chiamato a pronunciarsi, è quella di delocalizzare oltrefrontiera i nostri originari Cpt. Tra il 2004 e il 2005, il governo italiano finanzia la costruzione di tre campi di «trattenimento» in territorio libico. Si tratta di un vero e proprio outsourcing. L’informazione trapela dal rendiconto annuale della corte dei conti del 2004. Quella dell’anno successivo dettaglia ulteriormente la voce: si tratta probabilmente della costruzione di un centro di accoglienza in località Gharyan (Tripoli), del costo di 6,6 milioni di euro, dell’appalto per un secondo centro a Kufra e di un terzo campo previsto nella zona di Sebha, principale punto d’arrivo dei flussi transahariani in provenienza dal Niger. Campi costruiti ricorrendo a capitoli di spesa del ministero dell’Interno previsti per l’edificazione di Cpt in territorio nazionale. Da parte libica emerge, invece, l’abile e cinico utilizzo dei flussi migratori, aperti e chiusi come un rubinetto, trasformati così in uno strumento di pressione e ricatto diplomatico da mettere sul tavolo delle trattative bilaterali. Uno degli obiettivi principali della Jamahiriya è la fine dell’embargo sulle armi. L’interventismo estero del nostro ministero degli Interni ha come risvolto inevitabile quello di rendere un fatto di politica interna le scelte della politica estera libica. L’ipercentralità assunta dalla questione della migranza nella politica italiana ha modificato anche l’approccio libico, fino a indurlo al clamoroso tradimento degli originari ideali panafricani che avevano mosso la rivoluzione verde del colonnello Gheddafi.

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Cronache migranti
I dannati della nostra terra
Sans papiers impiegati per costruire Cpt
Le figure del paria indizio e sintomo delle promesse incompiute dall’universalità dei diritti
Elogio della miscredenza

Rom: lo chiamano “rimpatrio” ma è deportazione

Vaticano e Onu intervengono contro le espulsioni di massa decise dal governo di Parigi

Paolo Persichetti
Liberazione 28 agosto 2010


«Basta con le espulsioni dei Rom già vittime di un olocausto», lo dice monsignor Agostino Marchetto, segretario del Pontificio consiglio per i migranti e gli itineranti, di fronte alle deportazioni di intere comunità Rom messe in atto dalle autorità francesi. I governi preferiscono definirli rimpatri, dimenticando l’aggettivo “forzato”, concedono al massimo il termine “espulsioni”. Ma le espulsioni di massa su base etnica hanno precedenti storici che rimandano ai momenti più bui della storia europea, alla politica condotta dal Terzo Reich, al collaborazionismo della Francia di Vichy, alle leggi razziali del regime mussoliniano. Le parole dell’alto prelato non sono fuori misura bensì commisurate ad una realtà che diviene ogni giorno più torva. Il nostro governo, per bocca del ministro degli Interni Roberto Maroni, ha applaudito il nuovo impulso impresso alla politica sicuritaria dal presidente francese Nicolas Sarkozy. In una intervista apparsa sul Corriere della sera del 10 agosto scorso, il responsabile del Viminale si è guadagnato i galloni di nuovo ministro della xenofobia. Oltre a rallegrarsi del fatto che la Francia si è allineata alla politica delle espulsioni già avviata da tempo in Italia, ha annunciato l’adozione di misure ulteriori, come «l’espulsione di cittadini comunitari che non abbiano un reddito minimo, una dimora adeguata e siano a carico del sistema sociale del Paese che li ospita». Se ne discuterà il 6 settembre prossimo a Parigi durante una riunione dei ministri dell’Interno dei Paesi europei. L’obiettivo è quello di aggirare con uno stratagemma formale gli ostacoli normativi che impediscono il ricorso a politiche discriminatorie. I Nomadi, Rom e Sinti, provengono da Paesi comunitari. Rendendo generale il potere di espulsione, senza più riferimenti alle origini etniche ma delineando in altro modo l’identikit dei futuri perseguitati, in questo caso su base censitaria ed amministrativa, sarà possibile procedere con grande disinvoltura, e un raggio d’azione ancora più largo, ad espulsioni a catena. Eppure questa radicalizzazione della politica sicuritaria, questa invenzione dell’insicurezza programmatica trasformata in progetto elettorale e politico, in linea ideologica di rottura, in faglia permanente costruita pescando nei classici del pensiero razzista, fascista e segregazionista, non sembra raccogliere il pieno dei consensi sperati. Crisi economica e inchieste sui finanziamenti occulti ricevuti dai grandi padroni di Francia, hanno tolto splendore alla stella di Sarkozy, in forte calo nei sondaggi al punto da temere per la propria ricandidatura. La scelta di rilanciare sul terreno della xenofobia e della repressione sociale nelle periferie risponde dunque a un progetto politico-ideologico attentamente ponderato che, secondo alcuni osservatori, prevede l’abbandono dell’apertura a gauche e lo sdoganamento del Fronte nazionale. Come? C’è chi pensa ad operazioni simboliche come fu il viaggio in Israele di Gianfranco Fini. Un bagno rigenerante che si liberi degli orrori del passato per meglio mettere in campo le politiche xenofobe della modernità. Sarkozy guarda al modello italiano e forse pensa ad una Fiuggi del post-lepenismo. Intanto però i sondaggi, quelli seri, non manipolati con domande orientate che suggeriscono parte della risposta, dicono che la deportazione dei Rom non piace ai Francesi. Solo il 48% restano favorevoli. Un crollo di oltre il 20% in poche settimane. Mentre il New York Times gli ricorda di essere figlio di un profugo ungherese e sposo di una cittadina italiana naturalizzata francese. La legge dovrebbe essere uguale per tutti, non solo per i suoi familiari. Lo stesso discorso vale per la nazionalità che non è questione di classe o di status. Perché toglierla a «qualunque persona di origine straniera che abbia volontariamente attentato» alla vita di un poliziotto, un gendarme o altro depositario della pubblica autorità – come recita una misura legislativa che verrà varata nel prossimo Consiglio dei ministri – trascurando invece quella di chi, depositario della pubblica autorità, deputato della Repubblica, sindaco, amministratore locale, Comis d’Etat, ministro dello Stato, manager d’impresa, abbia raccolto fondi neri, evaso le tasse, corrotto o intascato tangenti?

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Sarko-choc, “Via la cittadinanza ai francesi di origine straniera autori di reati”
Francia, riesplode la banlieue. Guerriglia urbana a Grenoble
Francia, crociata del governo contro Gitani e Sinti

Piperno: «Cossiga, architetto dell’emergenza giudiziaria era convinto che con l’amnistia si sarebbero chiusi gli aspetti più orripilanti di quegli anni»

Ostaggio e succube al tempo stesso del Pci. Era affascinato dalla cultura statolatrica di quel partito con cui mise in piedi un patto di ferro per combattere la rivolta sociale degli anni 70. Una intervista di Franco Piperno offre un ritratto assai diverso dalle commemorazioni ufficiali e dalla vulgata che circola in quel che rimane della sinistra estrema


Iaia Vantaggiato
il manifesto
19 Agosto 2010

Nel 1978, nei 55 giorni più lunghi e più tragici nella storia della Repubblica, erano schierati su fronti opposti. Franco Piperno, ex leader di Potere operaio, faceva quel che era in suo potere, e non era molto, per facilitare la trattativa e salvare la vita di Aldo Moro. Francesco Cossiga, ministro, faceva quel che poteva, ed era moltissimo, per impedire la trattativa, anche a costo di sacrificare Moro.

Cominciamo dalla trattativa, quella tentata da te e da Lanfranco Pace.
L’idea fu di Paolo Mieli e Livio Zanetti, allora direttore dell’Espresso, l’unico giornale che aveva seguito le diverse fasi del movimento e col quale molti di noi avevano una certa consuetudine. Zanetti mi chiamò e mi disse che Claudio Signorile voleva incontrarci.

Tutto nasce nell’entourage craxiano?
Suppongo di sì anche se non ne ho le prove. All’epoca, eravamo nell’aprile del ’78, io ero già in Calabria e la donna con cui ero sposato – Fiora Pirri – era stata arrestata da poco. Per questo all’inizio provai una forte resistenza ad accettare quell’incontro, temevo di infilarmi in qualcosa che avrebbe avuto come conseguenza quella di peggiorare la posizione di Fiora, accusata – insieme a un numero sterminato di persone – di essere stata a via Fani.

Poi però all’incontro con Signorile decidesti di andare.
A convincermi fu una nuova telefonata di Paolo Mieli ma anche il peggioramento della situazione di Fiora. Pensai che se Moro fosse stato ucciso sarebbe stato un guaio per tutti noi. Così venni a Roma e incontrai Signorile diverse volte – prima da solo, poi con Lanfranco Pace che più di me aveva modo di far arrivare rapidamente alle Br le proposte che venivano da questa parte del Psi che faceva capo a Craxi e non a Giacomo Mancini – in una casa di via del Corso abitata da uno dei finanziatori del partito socialista. Eravamo a buon punto. Lo pensavo io e lo pensava Signorile.

Qual era la proposta?
Un esponente della Dc, nello specifico Amintore Fanfani, avrebbe dovuto pubblicamente riconoscere la disponibilità a trattare coi brigatisti sulla base della scarcerazione di alcuni di quelli che erano stati arrestati ma soprattutto della chiusura del carcere dell’Asinara, un carcere particolarmente crudele, direi al limite della tortura. Questo esponente della Dc avrebbe dovuto dimostrare disponibilità a compiere o a proporre non a realizzare una misura che era nell’ambito della legalità. L’oggetto concreto della trattativa si sarebbe precisato successivamente. In quel momento la cosa importante era interrompere quell’abbrivio, l’uccisione di Moro, e dare un segnale individuando tra le richieste delle Br quali erano legalmente accettabili da parte dello Stato. E tutto ciò andava fatto non da qualcuno che ricopriva un incarico di Stato ma da Fanfani che ricopriva solo incarico politico.

Dicevi che la trattativa sembrava quasi conclusa. Dove s’inceppò?
La sera del venerdì precedente all’uccisione di Moro venne da Signorile il consigliere militare del presidente della Repubblica e anche un motociclista carabiniere che avrebbe dovuto portare queste «indicazioni» a Fanfani. Così io me ne andai quel venerdì sera convinto che le chance di salvare Moro fossero alte. Ammetto per onestà intellettuale che non avevo nessuna simpatia per Moro e che di per sé non è che fossi in preda all’angoscia se l’uccidevano o meno. Quello che mi sembrava evidente è che uccidere Moro, oltre che un crimine, sarebbe stato un gigantesco errore per le conseguenze che avrebbe portato non tanto alle Br che erano clandestine ma soprattutto al movimento.

Fu Cossiga a far fallire la trattativa?
Non sono in grado di dirlo. Di certo uno degli errori fu che al posto di Fanfani parlò un uomo della sua corrente che si chiamava Bartolomei. Me la ricordo quella dichiarazione trasmessa al tg della notte: confusa e timida. Sulle Br non poteva avere nessun effetto.

Torniamo a Cossiga.
Cossiga aveva deciso che era meglio sacrificare Moro. Glielo dissi anche, anni dopo. E credo che nella sua decisione abbia avuto un’influenza determinante l’atteggiamento del Pci. Penso che coloro che hanno messo un veto totale a ogni possibilità di trattativa siano stati proprio i dirigenti del Pci. Cossiga si allineò per tenere in piedi il rapporto col Pci e per salvare il compromesso storico. E su questo c’era anche il consenso dell’allora segretario della Dc, Benigno Zaccagnini. Mentre Fanfani, secondo quanto lo stesso Signorile mi disse, era per provare.

Dunque uno scontro tra due correnti della Dc.
Esattamente. La sinistra Dc era schierata sulle posizioni del partito comunista che non avrebbe mai tollerato un qualsiasi riconoscimento indiretto delle br per le conseguenze che ci sarebbero state anche a livello di organizzazione dello stesso Pci, a cominciare dalle grandi fabbriche. Del resto lo si è capito quando l’anno dopo Dalla Chiesa ha arrestato in una notte sola 80 operai. Nelle fabbriche c’era una presenza brigatista che il Pci vedeva come «concorrenza».

Insomma tu dici che la Dc, o almeno una parte della Dc, avrebbe trattato e che la linea della fermezza fu un «regalo» al Pci. E quella parte non era quella di Cossiga.
Quello fu un episodio rivelatore della cattiva coscienza del ceto politico italiano, là mentivano tutti. La Dc avrebbe trattato come ha fatto in altre occasioni e come del resto è stato fatto in altri paesi, prima e dopo Moro. Non dico che Berlinguer volesse uccidere Moro. Dico che se anche se fosse stato rapito un loro dirigente, il compagno Pajetta per esempio, l’avrebbero sacrificato. Era nella logica del Pci. Tutto tranne che accettare una qualche richiesta che sarebbe servita a legittimare una corrente terroristico-sovversiva. I comunisti di allora erano chiaramente avviati verso una politica di superamento della «contrapposizione tradizionale» e dell’idea che il partito dovesse portare a un ribaltamento sociale.

Rapimento Moro come momento di verità, allora?
Sì e la crisi della I Repubblica è cominciata allora perché i comunisti sono diventati i fautori dell’ordine, cosa che non era mai successa prima . Sono stati loro che capillarmente hanno denunciato i compagni. Pensa che, a Torino, Giuliano Ferrara come capogruppo del Pci e insieme a Fassino hanno promosso le denunce anonime.

Ma le leggi speciali le ha fatte Cossiga.
Cossiga è stato un esecutore, certo non un rozzo esecutore, ma in quell’occasione ha realizzato sostanzialmente le richieste del partito comunista. E lui sapeva di aver toccato il fondo del barile della legalità con le leggi speciali contrariamente ai comunisti che mentivano. Mi ricordo quando venne in Canada e chiese di vedermi tramite una suora che adesso è morta, suor Teresilla. Parlammo di amnistia. C’era anche Pace. Vedi, lui era tra quelli convinti che con l’amnistia si sarebbero chiusi gli aspetti più orripilanti di quegli anni. Quelle leggi, lui lo sapeva, avevano profondamente alterato la consuetudine legale italiana. La presenza della magistratura negli affari politici è cominciata allora. Cossiga era cosciente di aver innescato una profonda ferita nella tradizione giuridica italiana quindi pensava all’amnistia come a uno dei modi di attenuare questa ferita.

Però le Br come soggetto politico le ha riconosciute mentre il movimento lo ha massacrato.
Le ha riconosciute dopo. Durante quei giorni lui è stato spietato. Pensa – e questo è rilevatore della sua schizofrenia – che lui ha negato che le lettere di Moro fossero autentiche. Diceva delle cose che lui stesso ha ammesso, parlando con me, essere false. Certo è stato una personalità notevole ma era sardo e i sardi hanno due anime, l’ascaro e il ribelle. Pensa alla Brigata Sassari che lui ha voluto ricostituire dove si parla il sardo e dove il sardo va a morire al posto del sovrano. Cosa successa al tempo dei Savoia e che Cossiga ha rimesso in piedi. In Cossiga coesistevano entrambi gli elementi. Quando ha avuto responsabilità di governo e di influenza diretta e operativa sul Paese si è comportato come un ascaro, anzi come un generale degli ascari.

Ascaro col movimento e ribelle poi?
Esattamente. Lui è stato spietato e ha anche lasciato fare manifestazioni perché le cose si incancrenissero. Pensa all’episodio in cui muore Giorgiana Masi: una trappola. Poi ha ripreso la sua natura ribelle arrivando sino a rivendicare l’appartenenza a una famiglia di pastori in contrapposizione a quella aristocratica di Berlinguer. Cossiga è un caso estremo e alla fine si è preso la libertà dei matti: quella di dire delle verità in punto di morte.

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Francesco Cossiga, “Eravate dei nemici politici, non dei criminali”
Solo Cossiga ha detto la verità sugli anni 70
Francesco Cossiga, “Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels”
Anni Settanta

Francesco Cossiga: “Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels”

“La soi-disant justice qui s’est exercée et qui s’exerce encore à votre encontre, même si elle est légalement justifiable, tient politiquement soit de la vengeance, soit de la peur”

Sénat de la République
Francesco Cossiga

à M. Paolo Persichetti
Casa Circondariale Marino del Tronto
Frazione Navicella, 218
63100 Ascoli Piceno

Rome, 27 septembre 2002

Cher monsieur Persichetti,

J’ai lu l’entretien que vous avez accordé à La Stampa (25 septembre 2002), et je vous remercie pour l’attention que vous et vos camarades réservez à mes analyses et à mes jugements.
J’ai combattu durement le terrorisme, mais j’ai toujours estimé que, s’il s’agit bien entendu d’un phénomène politique gravissime et blâmable, il n’en plonge pas moins ses racines dans la situation sociale et politique particulière du pays et non dans un “humus propre à la délinquance”.
Le terrorisme de gauche – qui était aussi le fruit de ceux qui, au sein des partis et de la Cgil, n’avaient pas le courage d’aller jusqu’au bout de leurs opinions ou de leurs actes, qui professaient la “violence” au Parlement et dans “la rue”, mais qui, ensuite, n’ont pas assumé, c’est le moins qu’on puisse dire, la responsabilité des conséquences pratiques de leurs enseignements – naît à mon avis d’une lecture “non historique” du marxisme-léninisme et d’une “mythification” de la Résistance et de la Libération qui, dans le contenu social et politique de la gauche, a échoué parce qu’elle a conduit à la reconstitution d’un “régime des libertés bourgeoises”.
J’estime que l’extrémisme de gauche, qui n’était pas un terrorisme au sens propre (en effet, [les militants] ne croyaient pas qu’on ne pouvait changer la situation politique que par des actes terroristes), mais plutôt une “subversion de gauche”, comme l’avait été à ses débuts le bolchevisme russe, c’est-à-dire un mouvement politique qui, se trouvant dans la situation de combattre un appareil d’État, usait de méthodes terroristes comme l’ont toujours fait tous les mouvements de libération, y compris la Résistance (l’assassinat d’un grand philosophe comme Giovanni Gentile – bien qu’il fût fasciste – alors qu’il marchait tranquillement dans la rue par des résistants des Gap [NdT : Groupes d’actions patriotique, d’orientation communiste] florentins peut être jugé favorablement ou négativement, mais, d’un point de vue théorique, il n’en reste pas moins un acte de terrorisme), en croyant amorcer – et c’est là qu’était l’erreur, ne serait-ce que sur un plan formel – un mouvement véritablement révolutionnaire.
Vous avez été battus par l’unité politique entre la Démocratie chrétienne et le Parti Communiste Italien, et parce que vous n’avez pas su entraîner derrière vous les masses dans une véritable révolution. Mais tout ceci fait partie d’une période historique de l’Italie qui est achevée. Et, dorénavant, la soi-disant “justice” qui s’est exercée et qui s’exerce encore à votre encontre, même si elle est légalement justifiable, tient politiquement soit de la “vengeance”, soit de la “peur”. Ce sont précisément ces mêmes sentiments qui animent nombre de communistes de cette période. Quelle légitimité républicaine croient-ils détenir, quand ils l’ont conquise non par un suffrage populaire ni par des luttes des masses, mais à la faveur de leur collaboration avec les forces de police et de sécurité de l’État ? C’est pour cela que moi, qui ai été pour beaucoup d’entre vous “KoSSiga” [NdT: les deux S sont écrits à la main en calligraphie runique pour évoquer le sigle nazi], voire carrément “le chef d’une bande d’assassins responsable d’avoir ordonné des homicides”, je suis aujourd’hui partisan de clore ce chapitre douloureux de l’histoire civile et politique du pays, ne serait-ce que pour éviter qu’une poignée d’irréductibles ne deviennent de funestes maîtres à penser pour de nouveaux terroristes, ceux qui ont tué d’Antona et Biagi, que, pour les forces de police et pour la Justice, il est commode de chercher parmi vous, parce que vous avez été vaincus politiquement et militairement avec l’aide de la gauche : il serait peut-être plus embarrassant d’aller les chercher ailleurs…
Malheureusement, toutes les tentatives, de ma part ou de la part de certains de mes collègues, de droite ou de gauche, de faire approuver une loi d’amnistie ou d’indulto [NdT: allègement de la peine d’emprisonnement] se sont heurtées surtout à l’opposition de la sphère politique de l’ex-Parti communiste.
J’ai lu qu’on vous a refusé l’usage d’un ordinateur. Honnêtement, j’ignorais qu’un tel appareil pouvait être une arme de guerre ! Au cas où vous en feriez de nouveau la demande et que celle-ci serait de nouveau rejetée, faites-le-moi savoir et je veillerai personnellement à vous le faire parvenir.
Ne perdez jamais votre dignité d’homme, même en prison, lieu qui n’est pas fait ni organisé pour “racheter” les hommes ! Et ne perdez jamais espoir.

Cordialement,
Francesco Cossiga

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Anni Settanta
Francesco Cossiga, “Eravate dei nemici politici, non dei criminali”
Solo Cossiga ha detto la verità sugli anni 70
Erri De Luca, lettre à un detenu politique flambant neuf