Chiesti 27 anni per il capo del Ros

Milano – (Adnkronos/Ign) – Le accuse sono associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga, peculato e falso

Ultimo aggiornamento: 14 aprile, ore 21:09

Milano, 14 apr. (Adnkronos/Ign) – L’accusa è grave. Aver ”promosso, costituito, diretto e organizzato, all’interno del Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri, un gruppo dedito alla commissione di una serie indeterminata di illecite importazioni, detenzioni e cessioni di ingenti quantitativi di cocaina, eroina e hashish e pasta di cocaina, utilizzando la struttura, i mezzi, le relazioni e l’organizzazione dell’Arma dei Carabinieri, abusando della propria qualità di pubblici ufficiali, avvalendosi in modo strumentale delle norme che regolano la consegna controllata, l’acquisto simulato, il ritardato sequestro e arresto da parte degli operatori di polizia giudiziaria”.
A capo di quella che è stata definita come una “banda in divisa” c’era Giampaolo Ganzer, generale a capo dei Ros. E c’è anche un secondo generale, Mauro Obinu, anche lui ai vertici dei Ros prima di entrare nel Sisde. Per entrambi oggi il pm di Milano Luisa Zanetti ha fatto richieste particolarmente pesanti: 27 anni di carcere per associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, peculato, falso. E richieste non meno pesanti, il magistrato le ha fatte nei confronti di altri 16 imputati, soprattutto ex militari dei Ros, per pene comprese tra i 5 e i 27 anni.
Dopo quasi cinque anni di processo, 12 udienze di requisitoria, e anni di indagini e di trasferimenti del fascicolo per mezza Italia, arriva dunque al termine della requisitoria uno dei procedimenti tra i più delicati degli ultimi tempi. Un procedimento nato a Brescia, poi trasferito per competenza a Milano, da qui spostato a Bologna e alla fine, per decisione della Cassazione, approdato definitivamente a Milano nel 2001, quando oramai i termini erano scaduti e bisognava ‘stringere il cerchio’ velocemente.
L’associazione, per l’accusa, comincia ad operare a Bergamo circa una ventina di anni fa, quando gli ufficiali dei Ros avrebbero cominciato ad “instaurare contatti diretti e indiretti con rappresentanti di organizzazioni sudamericane e mediorientali dedite al traffico di stupefacenti senza procedere né alla loro identificazione né alla loro denuncia, ordinano quantitativi di stupefacente da inviare in Italia con mercantili o per via aerea, versando il corrispettivo con modalità non documentate e utilizzando anche denaro ricavato dalla vendita in Italia dello stupefacente importato. Denaro di cui viene omesso il sequestro”.
Non fanno tutto da soli. Possono contare, per le formalità più evidenti, sulla ‘collaborazione’ di un magistrato, Mario Conte, sostituto procuratore prima a Bergamo, poi a Brescia, anche lui finito a giudizio ma in un procedimento stralciato per motivi di salute dell’imputato.
Il suo ruolo nelle ‘operazioni antidroga’ era fondamentale perché, con la sua firma, sostiene l’accusa, forniva ai Ros la copertura legale. “Con Obinu e Ganzer – si legge nella richiesta di rinvio a giudizio – il sostituto procuratore Conte promuove, costituisce, dirige, organizza l’associazione a delinquere. Ne delinea il modus operandi. Gestisce la collaborazione dei trafficanti Enrique Luis Tobon Otoya (colombiano), Ajaj Jean Chaaya Bou (libanese) e Biagio Rotondo, agevolandone l’attività anche durante i periodi di detenzione. Fornisce un contributo rilevante con direttive e provvedimenti, emessi anche al di fuori della competenza territoriale. Partecipando personalmente, in più occasioni, ad interventi operativi”.
La ‘banda’, nel tempo, avrebbe mosso centinaia di migliaia di euro, per un totale di quasi tre miliardi. E chili su chili di droga. Ma non per soldi, più che altro, sostiene l’accusa, per “potere, carriera, visibilità, prestigio” tutto quello che come polizia giudiziaria, a loro giudizio, non avrebbero mai raggiunto o, per dirla con le parole dei magistrati “per pervenire a brillanti operazioni di polizia in attuazione di un metodo sistematico che consentiva di conseguire visibilità e successo”.
Ma non è solo una storia di droga. Secondo l’accusa dagli ufficiali sono anche passate molte armi, come il carico della nave ‘Bisanzio’, giunta Ravenna da Beirut nel dicembre 1993 che, oltre a migliaia di chili di stupefacente trasportava 119 kalashnikov, due lanciamissili, quattro missili e numerose munizioni, venduti in cambio di una somma di denaro di cui si è persa ogni traccia.
Gli imputati avrebbero inoltre utilizzato gli strumenti concessi dalla legislazione vigente in materia di antidroga ”in modo distorto e contrario alla legge, simulando la sussistenza dei presupposti di fatto per introdurre agevolmente e senza controlli la sostanza stupefacente in territorio nazionale, per trasportarla e detenerla, per procedere alla sua eventuale raffinazione e alla successiva vendita ad acquirenti, ricercati dagli stessi associati, e oggetto di intervento e conseguente arresto, per pervenire così a brillanti operazioni di polizia, in attuazione di un metodo sistematico che consentiva di conseguire, tra l’altro, visibilità e successo”. Sotto accusa ci sono, in particolare, sei operazioni condotte tra il 1991 e il 1996 a Bergamo. Terminata la ‘parte’ dell’accusa, dalla prossima udienza toccherà alle difese trarre le loro conclusioni per un processo che, salvo ‘incidenti’ di percorso, potrebbe arrivare a sentenza nell’estate.

Cucchi, il pestaggio provocò conseguenze mortali

I periti della famiglia: “La morte fu causata dai traumi alle vertebre”

11 aprile 2010

Senza i traumi subiti nelle ore precedenti al suo ingresso in carcere, Stefano Cucchi non sarebbe morto. Non lasciano dubbi le conclusioni a cui sono arrivati i periti della famiglia che parlano di decesso «addebitabile ad un quadro di edema polmonare acuto da insufficienza cardiaca in soggetto con bradicardia giunzionale intimamente correlata all’evento traumatico occorso ed alla immobilizzazione susseguente al trauma». I consulenti di parte civile smentiscono nettamente i risultati a cui sono giunti nei giorni scorsi gli esperti nominati dal pm che conduce le indagini. Per i periti della pubblica accusa, la morte di Cucchi sarebbe imputabile unicamente alle negligenze dei medici del Pertini. Per i professori Vittorio Fineschi, Giuseppe Guglielmi e Cristoforo Pomara, al contrario se è vero che «Cucchi era un ragazzo gracile e andava seguito, tuttavia senza traumi non sarebbe morto». Secondo i periti della famiglia del giovane deceduto il 22 ottobre del 2008 all’interno dell’ospedale Pertini, vi sarebbe un evidente nesso causale tra i traumi inferti sul suo corpo nelle ore dell’arresto e l’agonia mortale in ospedale. Lo dimostrerebbero le recentissime fratture a livello lombare e nel tratto sacro-coccigeo emerse dalle immagini radiologiche. Sulla frattura del corpo della terza vertebra lombare – hanno spiegato i consulenti – «non c’è traccia di formazione di callo osseo, cosa che dimostra che la frattura è di recente insorgenza». La tesi delle lesioni pregresse non trova quindi conferma. Non solo, ma l’analisi degli esami clinici ai quali il giovane venne sottoposto nei due ingressi al pronto soccorso dell’ospedale Fatebenefratelli, il 16 e 17 ottobre 2009 – hanno sostenuto i periti – conferma la presenza di un «grave quadro di traumi contusivi al volto, al torace, all’addome, nella zona pelvica e sacrale, lì dove appare la frattura dell terza vertebra lombare (con cedimento e avvallamento dell’emisoma sinistro) e la frattura del corpo della prima vertebra sacrale con vasta area di infiltrato emorragico in corrispondenza dei muscoli lombari, del pavimento pelvico e della parete addominale a dimostrazione della violenza degli effetti lesivi». I Periti fanno capire che il pestaggio subito da Cucchi fu devastante, al punto che nelle ore successive al ricovero si scatenarono diverse emorragie interne che compromisero il funzionamento della vescica e poi l’arresto cardiaco. Il 17 ottobre 2009, a 24 ore dal trauma – sottolineano sempre i periti – «Cucchi presenta una vescica neurologica con necessità da parte del sanitario dell’ospedale Fatebenefratelli di posizionare un catetere (per il presunto danno alla radici nervose tipico delle evoluzioni di questi soggetti con frattura di L3 e prima coccigea)». Le conclusioni raggiunte dagli esperti della parte civile indicano in modo chiaro che l’inchiesta deve tornare a fare luce sui momenti iniziali del fermo e dell’arresto di Cucchi, quando su di lui vennero commesse brutali violenze da parte del personale che lo aveva in custodia.

Link
Cucchi, una settimana d’agonia, picchiato e lasciato morire
Cronache carcerarie
Caso cucchi, avanza l’offensiva di chi vuole allontanare la verità
Cucchi, anche la polizia penitenziaria si autoassolve
http://perstefanocucchi.blogspot.com/
Stefano Cucchi: le foto delle torture inferte
Caso Cucchi, scontro sulle parole del teste che avrebbe assistito al pestaggio. E’ guerra tra apparati dello Stato sulla dinamica dei fatti
Morte di Cucchi, c’e chi ha visto una parte del pestaggio nelle camere di sicurezza del tribunale
Erri De Luca risponde alle infami dichiarazioni di  Carlo Giovanardi sulla morte di Stefano Cucchi
Stefano Cucchi, le ultime foto da vivo mostrano i segni del pestaggio. Le immaigini prese dalla matricola del carcere di Regina Coeli
Manconi: “sulla morte di Stefano Cucchi due zone d’ombra”

Stefano Cucchi, quella morte misteriosa di un detenuto in ospedale
Stefano Cucchi morto nel Padiglione penitenziario del Pertini, due vertebre rotte e il viso sfigurato
Caso Stefano Cucch, “il potere sui corpi è qualcosa di osceno”
Violenza di Stato non suona nuova

Chi ha ucciso Bianzino?

Morte di Giuseppe Uva, una telefonata accusa i carabinieri

I due militari: “Lo puoi tenere bene, è debole”

http://www.youtube.com/watch?v=KB-RtWXV3Pg


Una registrazione smentisce nettamente la versione dei carabinieri su quanto accaduto nella caserma di Varese la notte fra il 13 e il 14 giugno 2008, quando iniziò il calvario di Giuseppe Uva che poi lo portò alla morte. I militari hanno sempre parlato di “atti di autolesionismo” del quarantenne che, portato in caserma, avrebbe iniziato a “buttarsi dalla sedia, divincolarsi, resistere, dare calci contro armadio e scrivania, procurandosi lesioni lievi ed escoriazioni agli arti inferiori”, che la sorella avrebbe poi fotografato la mattina dopo sul corpo senza vita di Giuseppe. In realtà, leggendo le registrazioni, la realtà sembrerebbe un’altra: i due carabinieri parlano di Giuseppe come di “un ragazzo debole, che si può tenere”, a differenza dell’altro fermato, l’amico di Uva, Alberto Biggiogero, che dalla caserma aveva chiamato il 118.
 Nella telefonata, Bigioggero dice di vedere “il via vai di carabinieri e poliziotti, di sentire le urla di Giuseppe che echeggiano per la caserma e i colpi dal rumore sordo” e dice all’operatore che “stanno massacrando un ragazzo”. A quel punto il 118 chiama in caserma per sapere se serve un’ambulanza, ma i militari rispondono che non serve perche “sono due ubriachi e ora gli togliamo i cellulari”. Bigioggero racconterà di aver sentito le urla di Uva per un’altra ora e mezzo dopo la telefonata.

Ecco il testo della telefonata. Sono le 7 e 54 minuti. Giuseppe è in ospedale. Per un minuto e mezzo, i militari del Radiomobile ridono, si scambiano battute, poi parlano di due ragazzi fermati.


Carabiniere 1
: “Paolo era impegnato con Uva Giuseppe, stanotte”.

Carabiniere 2: “Si, si..”.

Carabiniere 1: “E poi io gli ho portato qua anche il F. B. Gliel’ho detto a Mario, non so chi è tra i due.. chi è il migliore. Non lo so, Uva..”.

Carabiniere 2: “No, no.. Uva fisicamente lo puoi tenere, tanto è debole”.

Carabiniere 1: “Ah..”

Carabiniere 2: “Il B. era intenibile”.

A quell’ora Uva era arrivato all’ospedale, ma solo da poco (circa alle 6 di mattina). Qui prende i farmaci che alle 11.10 lo portano alla morte – secondo la procura, che ha indagato per omicidio colposo due medici – perché incompatibili con l’alcol in corpo. 
«La telefonata tra i militari – dice l’avvocato degli Uva Fabio Anselmo – mina alla base la versione data dalle forze dell’ordine, che sostengono che Uva si sia procurato le ferite da solo». Anche lo stato fisico di Uva è uno dei tanti enigmi: il tasso alcolico di 1,6 registrato dall’autopsia è compatibile con l’autolesionismo o provoca – come dice la letteratura medica – “sonnolenza molto intensa?”. Per questo, da tempo, la difesa chiede una nuova autopsia: la mancanza di esami radiologici ha impedito di individuare fratture. Una verifica che oggi può essere fatta solo con la riesumazione del corpo.

Link
Caso Giuseppe Uva: dopo tre anni finalmente la superperizia
Perché Giuseppe Uva fu denunciato dai carabinieri quando era già morto?
La vendetta dei carabinieri contro Giuseppe Uva: “Il racconto choc dell’amico”
Cucchi, una settimana d’agonia, picchiato e lasciato morire
Ancora un episodio di violenza e tortura in una caserma dei carabinieri
Le sevizie contro Giuseppe Uva: parla il legale Fabio Anselmo

Perché Giuseppe Uva fu denunciato dai carabinieri quando era già morto?

Nuovi sconcertanti particolari emergono sul decesso del ragazzo di Varese fermato dai carabinieri

Liberazione 28 marzo 2010
Luca Bresci

Giuseppe Uva fu denunciato dai carabinieri quando era già morto. Dopo la presunta storia della relazione sentimentale con la moglie di uno dei militari che lo avevano fermato, insieme con un suo amico, la sera del 13 giugno nelle strade di Varese, vengono a galla nuovi sconcertanti particolari sulla vicenda del suo decesso. Il 15 giugno proprio l’amico di Uva, Alberto Biggiogero, consegna una denuncia per lesioni, ingiurie e minacce alla procura della repubblica. Nell’esposto si descrive uno scenario da incubo: l’atteggiamento aggressivo dei militi, in particolare di uno di loro che subito apostrofa Uva gridandogli: «cercavo proprio te»; e poi «un’ora e mezzo di pestaggio» nella caserma di via Saffi, la chiamata al 118, l’intervento dell’ambulanza bloccato dal personale della caserma, il sequestro del telefonino. Quello stesso 15 giugno sia Uva che Biggiogero furono a loro volta denunciati per «disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone», come riporta il processo verbale redatto dai due militari dell’Arma che avevano bloccato i due amici in piazza Madonnina del Prato. Sarà interessante conoscere l’ora esatta in cui furono depositate le due denuncie, per sapere quale venne presentata prima, e se quella dei carabinieri fu solo una risposta all’esposto di Bigioggero per tentare di giustificare il fermo a posteriori. Tuttavia qualunque sia la risposta a questa domanda, nulla ormai potrà cambiare il fatto che a quella data Uva era già cadavere da almeno ventiquattro ore.
Perché i carabinieri hanno aspettato tanto? L’anomalia, se così vogliamo chiamarla, portata alla luce da alcuni quotidiani locali, è davvero gigantesca e si aggiunge alle tante ombre e domande, ancora senza risposta, che circondano l’intera vicenda. L’artigiano di 43 anni venne fatto ricoverare in un reparto psichiatrico dai carabinieri che chiesero per lui un Tso presso l’ospedale di Circolo. Uno stratagemma per farlo sembrare pazzo e depotenziare preventivamente una sua eventuale denuncia per il trattamento subìto. Chi avrebbe dato retta ad uno “squilibrato” certificato con un trattamento sanitario obbligatorio? Ad Uva venne somministrata una terapia sedativa incompatibile con l’alcool assunto nella serata precedente. Poche ore dopo, alle 10.30 del 14 giugno, spirò per insufficienza respiratoria ed edema polmonare. Ovviamente la versione ufficiale del decesso, stilata dopo una sommaria autopsia che stranamente non contemplò esami radiologici per verificare l’esistenza di eventuali fratture ossee, nonostante l’evidente presenza sul corpo di ematomi, traumi e tracce di sangue, non ha mai persuaso i familiari. L’inquietante dinamica dei fatti, la procedura illegale del fermo, le tracce di percosse sul corpo, sollevano troppi dubbi. Di punti oscuri la vicenda ne ha fin troppi: come le dichiarazioni, ignorate, del comandante del posto di polizia presso l’ospedale che nel suo rapporto escludeva la natura «non traumatica» della morte e rilevava «una vistosa ecchimosi rosso-bluastra» sul naso, e che «le ecchimosi proseguono su tutta la parete dorsale». Il poliziotto registrava anche l’assenza di slip e la presenza sui pantaloni, «tra il cavallo e la zona anale di una macchia di liquido rossastro», mentre la sorella ricorda di aver visto «tracce di sangue dall’ano». A proposito degli slip, in un’informativa inviata quindici giorni dopo la morte, i carabinieri sostengono di non essere in grado di dire se l’uomo indossasse o meno gli slip, perché «al momento dell’intervento dei militari non venne perquisito». Affermazione che secondo l’avvocato della famiglia, Fabio Anselmo, è in palese contrasto con le relazioni presentate dall’Arma dopo i fatti. In quei rapporti, sostiene sempre il legale, «i militari mostravano di sapere di ferite sulle gambe di Giuseppe, che però aveva i jeans». I suoi slip non sono mai stati rinvenuti, al loro posto la sorella, giunta all’obitorio, ha trovato un pannolone. Circostanza che solleva inquietanti sospetti, ad oggi ancora mai fugati, sulla possibilità che siano stati fatti sparire perché intrisi di sangue, e possibile prova di sevizie praticate nella parte posteriore del corpo. Le domande senza risposta non finiscono certo qui. A detta sempre di Lucia Uva, il carabiniere più giovane, presente al momento dell’arresto, sarebbe stato trasferito quindici giorni dopo la morte di suo fratello. Nessuno dei carabinieri coinvolti nella vicenda o degli agenti della polizia di Stato, stranamente accorsi in forze nel Comando dei carabinieri la sera del pestaggio, è mai stato ascoltato fino ad oggi dai magistrati che indagano.
E’ di ieri la notizia che due cronisti della stampa locale, uno della Prealpina e l’altro della Provincia di Varese, sono stati sentiti in procura per «sommarie informazioni testimoniali». La convocazione, secondo un’interpretazione apparsa su alcuni quotidiani, sarebbe dovuta a degli articoli poco apprezzati in procura. Intanto l’eco mediatica raggiunta dalla vicenda ha sbloccato l’iter giudiziario: il gip ha fissato per il 9 giugno prossimo l’udienza preliminare nei confronti dei due medici che hanno accettato il Tso e somministrato i farmaci, accusati di omicidio colposo, sempre che la riapertura delle indagini sulla verifica del movente della gelosia e la nuova autopsia richiesta dalla famiglia non dimostri che Uva subì traumi tali da indebolire il suo fisico di 69 chili, al punto da non sopportare il Tso. In questo caso sarebbero i carabinieri a dover rispondere di omicidio preterintenzionale.

Link
Caso Giuseppe Uva: dopo tre anni finalmente la superperizia
La telefonata che accusa i carabinieri
La vendetta dei carabinieri contro Giuseppe Uva: “Il racconto choc dell’amico”
Cucchi, una settimana d’agonia, picchiato e lasciato morire
Ancora un episodio di violenza e tortura in una caserma dei carabinieri
Le sevizie contro Giuseppe Uva: parla il legale Fabio Anselmo

Odifreddi: «Se c’è qualcuno che non ha il diritto di parlare di etica è la Chiesa»

Interviste – Piergiorgio Odifreddi

Paolo Persichetti
Liberazione 24 marzo 2010

Quanto peserà l’appello del capo dei vescovi italiani, Angelo Bagnasco, affinché la scelta elettorale dei cittadini di osservanza cattolica difenda la tutela dei temi etici, definiti dal cardinale «non negoziabili», sanzionando quei candidati favorevoli all’aborto e alla RU486? Che la Curia romana non avesse gradito la candidatura della radicale Emma Bonino, proprio nella regione dove ha sede il Vaticano, era scontato. Il Lazio è la regione dove sociologicamente è più alta la concentrazione di ordini e congregazioni religiose. La presenza di suore (ne sono state censite 18.123) tocca il 22% di quella nazionale, mentre quella dei sacerdoti (ben 5.138) arriva al 29,5%. Tutti in massima parte concentrati nel quartiere Aurelio, area della città non a caso ribattezzata «Gran Pretagna», situata in un territorio che dalle spalle del Vaticano arriva nella zona suburbana, oltre il raccordo anulare. In realtà questa presenza massiccia non «vive» la città, è una specie di mondo a parte, un microcosmo multietnico parallelo. Per cogliere il polso dell’elettorato cattolico bisogna rivolgere l’attenzione al circuito delle parrocchie e delle associazioni disseminate sul territorio e nella sterminata periferia, dove spesso rappresentano gli unici avamposti di una presenza sociale in grado di fornire doposcuola, attività ricreative e sportive, accanto al tradizionale catechismo. La Chiesa del territorio ha però cifre molto più scarne: solo 2.096 tra parroci e vice-parroci, il 6,2% della presenza nazionale; pochissimi seminaristi, appena 362, il 7,7% del totale. Questa Chiesa del disincanto vive una dimensione più dimessa tra crisi della vocazione e scarsa partecipazione alle funzioni religiose, appena il 20%. Un sondaggio Ipsos rivela che tra i «praticanti assidui» della messa domenicale, il 37% ha dichiarato che voterà Bonino e solo il 30% Polverini. Forse è proprio questa «fuga del gregge» che ha spinto il pastore Bagnasco a rincorrere le pecorelle smarrite. Ne parliamo col professor Piergiorgio Odifreddi.

La Bonino ha minimizzato l’intervento di Bagnasco, non ravvisandovi nulla di veramente nuovo. E’ d’accordo?
La Bonino fa bene a fingere di non aver sentito per non cadere nella trappola della provocazione. Noi invece non dobbiamo fingere ma urlare il nostro sdegno. Grazie al Concordato la Chiesa riceve diversi quattrini dallo Stato ma in cambio non dovrebbe intromettersi nelle questioni politiche. Il Vaticano deve fare una scelta: rinunci a quei soldi e riprenda la sua piena libertà di parola. Non può pretendere le due cose insieme. C’è un patto tra gentiluomini che non viene rispettato.

La sortita della Cei non è forse un segno di debolezza?
Credo di si. C’è una debolezza della politica e della Chiesa. La destra si è arrampicata sugli specchi pur di spostare la data del voto. C’è poi una debolezza globale della Chiesa cattolica. Dopo il consiglio vaticano secondo un terzo dei preti ha chiesto la riduzione allo stato laicale. Ciò vuol dire che un terzo del suo esercito se n’è andato e tra le suore gli abbandoni arrivano addirittura al 50%. L’emorragia è anche un fattore interno. Da noi ce n’accorgiamo poco, purtroppo. All’estero, per esempio, le reazione alla vicenda della pedofilia ha avuto tutt’altro rilievo. Qui in Italia, nel tentativo di fare quadrato, la Chiesa finisce per ritrovarsi alleata con gente come Berlusconi, che come rappresentante dei valori cattolici della famiglia non è certo il campione migliore.

Dietro i «temi etici non negoziabili» non pensa che vi siano anche interessi d’altra natura, come la partita sui finanziamenti per la sanità privata cattolica e le scuole private cattoliche?
I veri problemi della Chiesa sono sempre problemi di borsa. In questo caso però non va sottovalutato il tentativo d’ingerenza morale. La vera domanda è: quale legittimità ha la Chiesa per evocare valori non negoziabili? Forse che la pedofilia è un valore negoziabile? In Irlanda la pensano diversamente. Come si conciliano i discorsi contro l’aborto se poi si fa quadrato sulla vicenda della pedofilia, minimizzando il fenomeno? Questo Papa ha sempre tentato di nascondere la questione. Era stato messo sotto inchiesta in Texas per la circolare in cui stabiliva che i preti pedofili non dovevano essere consegnati alla giustizia, ma giudicati solo dagli organi interni. Si è salvato solo grazie al perdono del presidente Bush. Se c’è qualcuno che non ha il diritto di parlare di etica, dopo tutto quello che si è venuto a sapere, sono proprio i preti e la Chiesa.

La vendetta dei carabinieri contro Giuseppe Uva: «Il racconto choc dell’amico»

Delitti d’onore: ucciso perché «aveva frequentato la moglie di un carabiniere»

Luca Bresci
Liberazione 23 marzo 2010

Emergono nuove circostanze che gettano una luce ancora più inquietante sulla morte di Giuseppe Uva, l’uomo di 43 anni morto il 14 giugno del 2008 nell’ospedale di Varese dopo un pestaggio subito nella caserma dei carabinieri. Sembra che tra lui e uno dei militi che lo avevano fermato la notte precedente ci fossero degli screzi personali legati a una donna. Alberto Biggiogero condotto in caserma insieme ad Uva, e che racconta di aver sentito le grida atroci dell’amico provenire dalla stanza dove era stato rinchiuso, tanto da chiamare il centralino del 118 per chiedere un intervento (circostanza che ha trovato piena conferma dalla registrazione della telefonata e dai successivi contatti del 118 con la caserma), ha sostenuto in un’intervista che Uva «aveva avuto una relazione con la moglie di un carabiniere e questi, in seguito, aveva promesso di fargliela pagare». Biggiogero non sa chi fosse la donna, ma la sera del fermo per schiamazzi notturni accadde qualcosa di molto simile a quanto paventato dall’amico. Nella dettagliata denuncia presentata alla procura di Varese, Biggiogero descrive la scena: «Un carabiniere si avvicina a noi con uno sguardo stravolto urlando “Uva, cercavo proprio te, questa notte te la faccio pagare!”», quindi avrebbe cominciato a spintonarlo e picchiarlo per poi spingerlo insieme con altri colleghi in una delle volanti accorse. Insomma, stando alle parole del testimone, il movente del brutale pestaggio continuato in caserma e finito in tragedia avrebbe potuto essere quello del forte risentimento personale nutrito da un esponente dell’Arma e che avrebbe coinvolto altri suoi colleghi. La presenza in passato di uno screzio con i carabinieri, sempre per questioni di donne (Uva era incensurato), viene confermato anche dalla sorella dell’uomo, Lucia. D’altronde la descrizione del suo corpo martoriato, in particolare le tracce di sangue sul retro dei pantaloni, la scomparsa degli slip, il sangue attorno ai testicoli e alla zona anale, lasciano supporre il ricorso a sevizie di natura sessuale compatibili col movente indicato. L’avvocato Anselmo, legale della famiglia, è più prudente e preferisce procedere con metodo: «Basterebbe poter consultare il traffico delle chiamate in uscita e in entrata sull’utenza del cellulare di Uva per accertare la verità». Per questo nei prossimi giorni depositerà una memoria avanzando diverse richieste per la riapertura delle indagini, tra cui la riesumazione della salma affinché venga realizzata una nuova autopsia finalizzata a nuovi accertamenti medico-legali sulla natura delle ecchimosi e dei lividi raffigurati nelle foto e la presenza di eventuali fratture e altri traumi. Nel frattempo il procuratore capo di Varese, Maurizio Grigo, ha rivendicato «il corretto operato dei colleghi titolari del procedimento». In un comunicato ha reso noto che «il 30 settembre 2009 la dottoressa Sara Arduini ha aperto un nuovo procedimento proprio per verificare le nuove accuse della famiglia e le dichiarazioni rese da Alberto Biggiogero ed accertare ulteriori ipotesi di determinismo sull’accadimento». Non vi sarebbero per il momento persone iscritte nel fascicolo degli indagati, ma a detta del procuratore «sono state espletate ulteriori attività istruttorie e altre ne verranno svolte, nel caso con la possibile partecipazione dei difensori». Per quanto riguarda, invece, il procedimento per omicidio colposo nei confronti dei due medici del reparto di psichiatria dell’ospedale di Varese che diedero assistenza a Uva durante il ricovero, il procuratore ha sottolineato che «si è in attesa della fissazione della prima udienza preliminare».
A ventuno mesi dalla morte di Giuseppe Uva cominciano a trovare conferma molti elementi che smentiscono la versione ufficiale fornita dalle autorità. Tuttavia numerose domande attendono ancora risposta, tra queste il numero dei militi dell’Arma e degli agenti della polizia di Stato presenti nella caserma la notte tra il 13 e 14 giugno e perché mai questi testi non siano mai stati ascoltati. Il velo di omertà, la catena di complicità e il muro dell’impunità di Stato cadranno?

Link
Caso Giuseppe Uva: dopo tre anni finalmente la superperizia
La telefonata che accusa i carabinieri
Perché Giuseppe Uva fu denunciato dai carabinieri quando era già morto?
Cucchi, una settimana d’agonia, picchiato e lasciato morire
Ancora un episodio di violenza e tortura in una caserma dei carabinieri
Le sevizie contro Giuseppe Uva: parla il legale Fabio Anselmo

Le sevizie contro Giuseppe Uva, parla il legale Fabio Anselmo

«Lucia Uva mi ha telefonato a Natale»

Checchino Antonini
Liberazione 21 marzo 2010


«Lucia Uva mi ha telefonato a Natale. Era disperata per l’insensibilità riscontrata rispetto alle sue aspettattive di giustizia». Fabio Anselmo, legale ferrarese, all’epoca era impegnato nel processo per i depistaggi nell’inchiesta Federico Aldrovandi e nelle prime indagini sull’omicidio di Stefano Cucchi. Ora ha accettato il nuovo incarico.
Giuseppe Uva, 43 anni, per lavoro guidava la gru e posava ferri nei cantieri. Lo hanno arrestato i carabinieri di Varese mentre spostava certe transenne per bloccare una strada. Era il 14 giugno 2008, le tre di notte, e Uva era un po’ sbronzo. «Chi lo arrestò lo conosceva, lo chiamò per nome», ricostruisce Anselmo: gli disse, più o meno, “proprio tu! sei cascato male!”, cominciarono gli spintoni. Le carte in mano alla famiglia «sono scarne», dice l’avvocato ma sono inquietanti. Intanto c’è la querela di Alberto Biggioggero, portato pure lui in caserma perché aveva tentato di difendere l’amico. Da lì chiamerà il 118 atterrito dalle urla che venivano dalla stanza dell’interrogatorio. Ma, al 118, l’Arma minimizza l’accaduto e sequestra il cellulare di Alberto. «La stranezza è che poi Uva verrà dipinto come un indemoniato. Possibile che una procura non senta il dovere di approfondire?», si chiede il legale. E in ospedale Uva ci andrà e certi farmaci incompatibili con l’alcool lo avrebbero ammazzato. «Ma Uva non era seguito dai servizi di salute mentale. Era una persona normale e non un delinquente incallito. C’erano tracce di sangue tra l’ano e i testicoli, lo sanno anche i poliziotti di turno in ospedale che segnalano che la morte non poteva non essere di origine traumatica come, invece, la struttura sanitaria cercava di escludere. Perché quel carabiniere conosceva Uva? Abbiamo bisogno immediato di alcuni atti di indagine e c’è tempo fino a giugno. Dopo due anni dai fatti, altrimenti, non sarà più possibile. E’ urgente che si possano incrociare i tabulati telefonici di Uva e del carabiniere».
Quando Anselmo ha ascoltato il racconto di Lucia ha pensato che la storia fosse «troppo grossa per essere vera». Poi ha visto le foto e letto il verbale dell’unico interrogatorio nel fascicolo, quello del comandante delle volanti. «Il primo pm aveva messo bene a fuoco la questione chiedendo come fosse possibile che in una sera normale tutte le volanti di turno fossero nel cortile della caserma dei carabinieri. Però l’inchiesta è passata di mano. Altro non so». Biggioggero, che sporge una querela dettagliatissima, non è ancora stato mai sentito.
52 anni, cattolico, iscritto al Pd proveniente dalla Margherita. Anselmo era noto per essere l’avvocato dei casi di malasanità e mai, almeno da 12 anni, in difesa di medici. «Solo vittime», precisa a Liberazione . Finché, nel 2005, un ispettore della digos lo presenta agli Aldrovandi che lo presenteranno ai Rasman e ai Cucchi che lo metteranno in contatto con la famiglia Uva. «Il caso Aldrovandi – spiega – ha inciso sulle coscienze mostrando ciò che può accadere a un ragazzo normale anche fuori da contesti di piazza o di stadio. Quella di Aldro è una vicenda emblematica anche per quello che è successo subito dopo, i depistaggi. Queste vicende sono isolate ma troppo numerose, la recrudescenza di episodi è dovuta alla garanzia di impunità non scritta ma che si verifica puntualmente. Un film costante: l’autolesionismo attribuito alle vittime, il processo al loro stile di vita (tossico, ubriacone, per non dire se capita che sia pregiudicato), l’evidenza negata, i comportamenti particolarmente arroganti e aggressivi contro chi si oppone al silenzio omertoso».
Veniamo al caso Cucchi. La sensazione di Anselmo è che l’indagine sia ferma, che i pm siano in attesa delle conclusioni dei consulenti. Intanto la relazione della commissione parlamentare mette molta enfasi sulla morte per
disidratazione. «I primi a dirlo furono i nostri consulenti che però non credono che la disidratazione sia un fenomeno biologico slegato dai traumi subiti. Pazzesco che si sia cercato di far passare una frattura coccigea, recentissima, come una malformazione genetica per ridurre gli effetti del politraumatismo».
Non è troppo vicina al rene quella vertebra rotta? «Le criticità sulle funzioni renale e urinaria possono essere determinate dalle complicanze neurologiche di quella frattura della vertebra L3 in quella posizione. Il blocco renale può anche essere conseguenza dei traumi subiti. Se si dice che è solo colpa dei medici si configura un dolo eventuale, non un omicidio colposo».

Link
Caso Giuseppe Uva: dopo tre anni finalmente la superperizia
Cucchi, una settimana d’agonia. Picchiato e lasciato morire
Ancora un episodio di violenza e tortura in una caserma dei carabinieri
La vendetta dei carabinieri contro Giuseppe Uva: “Il racconto choc dell’amico”

Ancora un episodio di violenza e tortura in una caserma dei carabinieri

Da Federico Aldovrandi e Stefano Cucchi, da Aldo Bianzino a Giuseppe Uva, la lunga lista dei morti ammazzati dalle forze dell’ordine dopo brutali pestaggi

Paolo Persichetti
Liberazione 21 marzo 2010

E’ stato rincorso e poi picchiato prima di essere caricato su una macchina delle forze dell’ordine. Giunto in caserma è stato pestato di nuovo. Un testimone racconta di un lasso di tempo lunghissimo nel quale si sentivano distintamente le urla del malcapitato provenire da un’altra stanza. Stiamo parlando del fermo di Giuseppe Uva morto il 14 giugno 2008 dopo le percosse subite in una stazione dei carabinieri e il ricovero coatto in una struttura psichiatrica. La vicenda è stata resa nota ieri da Luigi Manconi dopo che l’avvocato Fabio Anselmo, lo stesso che ha seguito il caso di Federico Aldovrandi e Stefano Cucchi, ha assunto il patrocinio legale a nome della famiglia. Giuseppe Uva aveva 43 anni e la sera del fermo aveva fatto le ore piccole. Alle tre di notte forse era un po’ brillo mentre si aggirava per le strade di Varese a fare “bischerate”, come in Amici miei. Ricordate il film di Mario Monicelli, girato nel 1975, dove cinque amici ormai cinquantenni si divertono a organizzare scherzi goliardici in giro per la città? Una delle ultime pellicole della commedia all’italiana dove si descriveva un paese ancora in grado di ridere di sé. Una risata piena e disperata, consapevole di una condizione umana ormai persa in un mondo senza grandi prospettive. Le «zingarate» dell’allegra brigata erano una fuga per non morire di tristezza. Un tentativo d’annegare la disillusione in un riso intriso di malinconia. In quell’Italia lì si poteva finire in caserma o in carcere per tante ragioni, spesso politiche, ma non ancora per ridere. Non erano tempi terribili e cupi come quelli dell’Italia attuale, dove un ragazzo che rientra da un concerto, com’è accaduto a Federico Aldovrandi, viene fermato sul ciglio del marciapiede di una strada di Ferrara e massacrato da alcuni poliziotti. Dove un artigiano mite che lavorava il legno come Aldo Bianzino, uno che viveva nel suo casolare umbro senza dare disturbo a nessuno, viene arrestato perché nel suo orto crescevano delle piante di marijuana che consumava solo per sé. Portato in carcere lo ritroveranno morto in cella. L’autopsia segnalerà la presenza di traumi interni, lacerazioni del fegato e degli altri organi dell’addome, manifesta conseguenza di percosse subite. A Riccardo Asman non è andata meglio. Affetto da problemi psichiatrici, mostra segni di forte euforia spogliandosi e tirando petardi dalla finestra di casa, da dove fuoriesce anche musica ad alto volume. L’intervento del 113 finisce in tragedia. L’uomo muore soffocato con le caviglie legate da fil di ferro, le pareti dell’abitazione sporche di sangue e il corpo devastato da brutali percosse praticate con oggetti contundenti. Stefano Cucchi invece è morto disidratato, segnalano i referti, nell’indifferenza e l’incuria di un ospedale penitenziario. Il suo corpo era martoriato da lesioni, fratture ed ematomi. Traumi subiti dopo il suo fermo mentre era nelle mani di chi doveva assicurarne la custodia.
Giuseppe Uva pare avesse spostato delle transenne in mezzo alla via. Non aveva commesso reati, al massimo una violazione al codice della strada. Per questa bischerata è morto. Il suo decesso ricorda quello di Francesco Mastrogiovanni, il maestro anarchico di Castelnuovo Cilento anche lui fermato per futili motivi e condotto nell’ospedale di Vallo della Lucania dove è deceduto durante un Tso. L’autopsia ha rivelato la presenza di un edema polmonare. Mastrogiovanni era rimasto legato per giorni su un letto di contenzione, lacci ai polsi, contro ogni regola. Qualcosa del genere è accaduta anche a Giuseppe Casu, l’ambulante cagliaritano fermato e poi ricoverato a forza perché non voleva lasciare la sua bancarella vicino al municipio. Sette giorni di letto di contenzione, farmaci somministrati contemporaneamente e in dosi elevate l’hanno ucciso. Queste morti hanno tutte un filo comune: colpiscono piccoli consumatori di droghe, persone con disagi psichiatrici o individui percepiti dalla comunità come “diversi”, troppo originali. Insomma segnalano un problema d’intolleranza e disprezzo verso popolazioni stigmatizzate, fasce considerate immeritevoli di rispetto e diritti. Sollevano poi l’irrisolto problema degli apparati di polizia pervasi da culture sopraffattrici, specchio di un’epoca dove la spoliticizzazione ha aumentato a dismisura il grado di violenza che pervade i rapporti sociali. Infine sollevano un paradosso: una legalità eretta a tabù si rovescia nel suo esatto contrario.

Link
Caso Giuseppe Uva: dopo tre anni finalmente la superperizia
Le sevizie contro Giuseppe Uva: parla il legale Fabio Anselmo
La vendetta dei carabinieri contro Giuseppe Uva: “Il racconto choc dell’amico”

Cucchi, una settimana d’agonia. Picchiato e lasciato morire

Le conclusioni dell’inchiesta della commissione parlamentare: non è stata una morte accidentale

 

Paolo Persichetti
Liberazione
18 marzo 2010

images

I segni del pestaggio sul volto di Cucchi

Bisogna fare una lettura attenta della relazione finale dell’inchiesta parlamentare condotta per accertare l’efficacia e l’efficienza del Servizio sanitario nazionale nelle cure prestate a Stefano Cucchi, il giovane morto nel reparto penitenziario dell’ospedale Pertini di Roma, dopo aver subito una serie di pestaggi nelle ore successive all’arresto avvenuto il 16 ottobre 2009. Il testo, approvato ieri all’unanimità, dice cose molte gravi e sconcertanti. Le dice tra le righe perché l’unanimità non sempre è un pregio. Spesso si ottiene a costo di compromessi eccessivi che tolgono forza e chiarezza alle parole. Tuttavia nel testo la realtà s’impone comunque in tutta la sua brutalità descrivendo una situazione d’abbandono e indifferenza, sciatteria e disprezzo delle persone recluse. Violazioni dei diritti del detenuto, impossibilità d’informare familiari e incontrare il proprio legale di fiducia, lunghe attese nelle sale d’aspetto degli ospedali, assegnazioni in reparti clinici penitenziari in deroga a tutte le procedure. Non solo, ma la relazione sia pur tra sfumature, artifici diplomatici e formule precauzionali, accerta fatti e circostanze che pesano come un macigno sulle amministrazioni dello Stato che hanno avuto in custodia Stefano Cucchi. Si badi bene, tutto ciò non è avvenuto all’interno dell’impenetrabile cinta muraria classica di una prigione, ma in aree penali esterne. È dentro una camera di sicurezza, o forse più d’una, che Cucchi è stato pestato. È in una stanza d’ospedale che Cucchi è morto. La scena del delitto, come descritto con accuratezza nella relazione, si trascina tra due camere di sicurezza dei carabinieri, le stazioni Appia e Tor Sapienza; una camera di sicurezza situata nei sotterranei del tribunale di piazzale Clodio e una stanza del reparto clinico penitenziario dell’ospedale Pertini.
 Scrivono gli estensori della commissione presieduta dal senatore Ignazio Marino che la morte di Cucchi sarebbe dovuta a una «grave condizione di disidratazione» causata dalla scelta del giovane di non assumere cibi e liquidi in modo regolare e sufficiente. «L’opposizione – si spiega sempre nella relazione – non è intesa a non curarsi, ma è strumentale ad ottenere contatti con l’avvocato di fiducia». L’astensione dai liquidi e dal cibo oltre ad un drastico dimagrimento (10 kg in appena 6 giorni, addirittura 4 se si considera il ricovero al Pertini) avrebbe provocato un blocco della funzione renale e l’aritmia cardiaca mortale. Con altrettanta nettezza, la commissione costata che «all’analisi medico-legale il paziente risulta portatore di due patologie: la sindrome traumatica e la sindrome metabolica». Anche se non apparteneva alle competenze della Commissione stabilire chi avesse provocato le lesioni al viso e alle vertebre di Cucchi, tuttavia i consulenti tecnici ritengono che i traumi siano stati «probabilmente inferti» e per questo, tra le loro richieste i commissari auspicano che l’indagine penale chiarisca «chi ha inferto le lesioni al signor Stefano Cucchi», oltre a chi ha avuto responsabilità nell’anomalo trasferimento al Pertini, nel non aver dato seguito alle richieste di colloquio con il legale di fiducia e nella mancata identificazione di una condizione clinica estremamente chiare. Ricalcando sempre le conclusioni dei consulenti, che avevano escluso «senza incertezza, che il decesso si debba alle conseguenze del trauma subito», i commissari ritengono inesistente una relazione causale «che collega il trauma alla sindrome metabolica». Un’affermazione estremamente netta che però viene in qualche modo contraddetta più avanti, quando nel descrivere l’odissea sanitaria del giovane, si ricorda che il 17 ottobre, ricondotto nuovamente presso l’ospedale “Fatebenefratelli” per l’esecuzione di un’ecografia all’addome e di videat chirurgico, non solo i medici confermano la diagnosi del giorno precedente, ossia la «frattura del corpo vertebrale L3 e della I vertebra coccigea», ma sottolineano come il paziente venga «cateterizzato per la comparsa di difficoltà alla minzione». Circostanza questa che solleva dubbi sulle condizioni renali di Cucchi, probabilmente già pregiudicate dalle percosse subite. In sede di autopsia, infatti, sono state riscontrate tracce di sangue nella vescica e nell’addome. Erano trascorse non più di 36 ore dall’arresto, troppo poche per vedere manifestarsi gli effetti negativi del rifiuto del cibo e dell’idratazione. Rifiuto che verrà ufficializzato da Cucchi solo dopo il ricovero nel reparto clinico del Pertini.

Regionali francesi: «Poveri, esclusi e operai, ecco chi non ha votato»

Jean-Yves Dormagen, direttore del dipartimento di sociologia dell’Università di Montpellier, spiega l’astensione dei ceti popolari

Daniele Zaccaria
Liberazione 17 marzo 2010

«I socialisti fanno bene ad esultare, ma dovrebbe farlo con maggior realismo: domenica un francese su due non è andato a votare, una diserzione di massa che dovrebbe far riflettere soprattutto a sinistra». Jean-Yves Dormagen, direttore del dipartimento di sociologia dell’Università di Montpellier, esperto di flussi elettorali e autore del saggio, Démocratie de l’abstension, non è stupito dai dati delle ultime elezioni regionali, i quali confermano la persistenza di una sua “vecchia” tesi: in Francia è in atto un processo di divaricazione tra società e politica che si cristallizza principalmente nell’astensione elettorale.

Dopo il picco di partecipazione del 2007, la Francia è dunque tornata in massa a disertare le urne.
L’astensione di domenica viene da lontano. Fa parte di un profondo ciclo di bassa mobilitazione elettorale iniziato verso la fine degli anni 90. Mettendo da parte le presidenziali di tre anni fa, possiamo osservare una vera e propria onda lunga di smobilitazione di massa. Dopo la corsa all’Eliseo del 2007, che fu quasi una “parentesi incantata” della democrazia con un tasso di partecipazione vicino al 90%, abbiamo avuto solo record negativi di astensione: alle legislative di due mesi dopo, alle municipali del 2008, alle europee del 2009 e infine alle regionali di domenica. Il che non è affatto un bel segnale per la vita democratica.

Perché tanta differenza tra le presidenziali e le altre elezioni?
Analizziamo il 2007. Erano in campo due candidati mediaticamente molto forti. In particolare Sarkozy, un uomo capace di ispirare sentimenti contrapposti, un po’ come accade con Berlusconi da voi in Italia. In tal senso è stata un’elezione molto polarizzante. Una specie di referendum-plebiscito sull’uomo nuovo della destra post-gollista. A questo bisogna aggiungere il senso di colpa nato al primo turno delle presidenziali del 2002, quando lo xenfobo Jean-Marie Le Pen arrivò al ballottaggio contro Chirac, approfittando della scarsissima mobilitazione degli elettori di sinistra i quali pensarono che il socialista Jospin, favorito da tutti i sondaggi, sarebbe comunque approdato al secondo turno. Andarono al mare e ci fu la tranvata. Il ricordo di quello choc per la società civile ha spinto molti elettori verso le urne nel 2007.

Dunque il Ps, e in genere tutta la sinistra, sbaglia a rallegrarsi?
E’ giusto che la sinistra incassi il successo, il blocco gollista vive delle serie difficoltà, ma non deve farsi fuorviare da analisi grossolane generate dall’entusiasmo. Un’elezione regionale in cui partecipa appena il 45% degli aventi diritto, può forse indicare una tendenza, ma non può minimamente anticipare i futuri rapporti di forza su scala nazionale. Nel 2012, quando Sarkozy chiederà ai francesi la riconferma del suo mandato, le cose saranno molto più ardue per la gauche. Ho letto e ascoltato molte letture superficiali sul voto di domenica. Ad esempio non credo che l’astensione sia un fenomeno che riguardi soltanto la destra gollista: è trasversale ai partiti. Molto meno alle classi sociali. Da questo punto di vista non credo che la sinistra ne abbia colto appeino la dimensione sociale, fermandosi a una lettura politicista del voto.

Perché? Quali categorie sociali non sono andate alle urne?
In primo luogo ci sono i giovani. Tra i meno di trent’anni la non parecipazione sfiora picchi del 70-80%. Al contrario chi vota di più è la fascia tra i 50 e 75 anni. In secondo luogo, ma forse è l’aspetto più importante, chi si è astenuto di più sono proprio le classi popolari: operai, disoccupati, esclusi, non diplomati. Molto più elevati i tassi di partecipazione tra i funzionari pubblici e i piccoli e medi quadri del settore privato. In tal senso, si può dire che l’astensione fa aumentare l’età e il reddito degli elettori attivi.

Messa così, sembra che la Francia stia diventando una democrazia elitaria, quasi una democrazia di censo?
In parte è ciò che sta accadendo. Tra i seggi di periferia e quelli dei quartieri borghesi ci sono oltre trenta punti di scarto nei tassi di affluenza alle urne. Prendiamo un luogo emblematico: Clichy sous-Bois, esterma periferia a nord di Parigi. E’ la cittadina dove nel 2005 nacquero le rivolte delle banlieues contro l’allora ministro dell’interno Sarkozy. Ebbene: domenica scorsa nei seggi Clichy sous-Bois ha votato meno del 30% degli iscritti, una vera miseria. Calcolando che si tratta di una circoscrizione storicamente orientata a sinistra si potrebbe a questo punto rovesciare il discorso iniziale, affermando che in verità è la sinistra la parte politica più penalizzata dall’astensione. Ma anche in questo caso si tratterebbe di un’analisi superficiale: in realtà quella francese è un’astensione sociologica e non di natura politica.

Qual è la ragione profonda di questo distacco?
In Francia ci sono ampi settori della popolazione molto distanti dal palazzo, ex elettori disincantati, in alcuni casi addirittura ostili, in modo quasi feroce, alla politique politicienne e ai suoi esponenti. Una sorta di ideologia dell’antipolitica alimentata dallo scarso appeal dei partiti e dalla loro incapacità di proporre soluzioni concrete ai problemi delle persone. Per comprendere le dimensioni di questa separazione tra politica e società le rivelo un sondaggio che spiega meglio di qualsiasi trattato il fenomeno in corso: due cittadini su tre non conoscono neppure il nome del loro presidente di regione.

L’abbandono progressivo della partecipazione elettorale e quindi l’indebolimento della democrazia rappresentativa è un fenomeno franco-francese o riguarda anche il resto di Europa?
Il fenomeno va ben al di là dei nostri confini nazionali e riguarda più o meno tutte le società occidentali. Si tratta di una tendenza legata alle grandi trasformazioni sociali avvenute negli ultimi decenni. Prendiamo le classi popolari: esse vivono una frammentazione enorme, nei luoghi di lavoro i sindacati sono praticamente assenti, non esiste più la militanza e la formazione politica classica, nei quartieri periferici non ci sono più sezioni di partito o semplici luoghi di incontro. Per non parlare del lavoro precario o della disoccupazione, condizioni esistenziali che allontanano radicalmente i cittadini dalla partecipazione alla vita pubblica. Il pericolo è che così rischiamo davvero di trasformarci in una democrazia delle e per le élites.

Link
Francia: la sinistra batte Sarko ma le urne vengono disertate dai ceti popolari