Francia, la sinistra batte Sarko ma alle urne manca il popolo

La disfatta del partito del presidente Sarkozy alle regionali, ma l’astensionismo dilaga

Paolo Persichetti
Liberazione 16 marzo 2010

Elezioni regionali 2010

L’elettorato francese ha inflitto una sonora sberla al presidente della repubblica Nicolas Sarkozy e alla sua maggioranza di governo. Alle regionali di domenica scorsa l’Ump, il partito unico del centrodestra, è precipitato al suo minimo storico, appena il 26,2%. Otto punti sotto il risultato del 2004. Un «voto sanzione» netto, quasi epidermico, con il quale gli elettori hanno voluto bocciare l’operato dell’Eliseo. La consegna arrivata direttamente dal capo dello Stato di circoscrivere lo smacco elettorale al solo piano locale, ricorrendo ad «elementi di linguaggio», è durata lo spazio di qualche ora e non poteva essere altrimenti. Nelle 22 regioni dove sono state aperte le urne la destra è arrivata sistematicamente dietro i socialisti. I venti ministri della compagine governativa che si erano candidati sono stati tutti sconfitti e probabilmente nemmeno i ballottaggi offriranno loro delle chances supplementari. Una disfatta completa per la linea del governo e la politica del capo dello Stato, aggravata ulteriormente dal riemergere di un altro dato: il ritorno in forza dell’estrema destra lepenista rinvigorita dall’azione di Marine Le Pen, la figlia del vecchio leader Jean-Marie, che ha preso in mano le redini di un partito dato per spacciato troppo in fretta. Il movimento razzista e xenofobo ha incassato su scala nazionale quasi il 12% dei voti. Consenso che nelle regioni del sud, in Provenza e Costa azzurra, sorpassa il 20%; in Alsazia e Lorena torna ad attestarsi sul 13-14%, mentre nell’ex bacino minerario e industriale del Nord-Pas de Calais, cavalcando la “preferenza nazionale” e il rigetto dei francesi d’origine nordafricana prende il doppio dei voti della destra di governo.
Un risultato che azzera l’operazione politica più riuscita di Sarkozy e che gli aveva permesso di stravincere le presidenziali del 2007: l’integrazione nel discorso della destra classica delle tematiche dell’ultradestra. Ribaltando lo schema strategico mitterrandiano che faceva perno sulla divisione delle destre francesi sociologicamente maggioritarie, grazie all’insediamento nel panorama politico di una destra antisistema, Sarkozy aveva vestito i panni del «primo sceriffo di Francia» riuscendo in questo modo a prosciugare il serbatoio lepenista e riunire sotto un unico campo l’elettorato moderato, conservatore e reazionario. Una volta al governo ha dovuto però operare una sterzata d’immagine per legittimare, anche a livello europeo, la propria politica. Dopo aver avviato una strategia d’apertura era riuscito ad arruolare per alcuni incarichi di governo diverse personalità provenienti da un partito socialista in crisi: dal ministro degli Esteri Bernard Kouchner, all’ex ministro della cultura di Mitterrand Jack Lang, all’ex consigliere personale sempre di Mitterrand, Jacques Attali, al contestato ministro dell’immigrazione Eric Besson, a figure della società civile precedentemente impegnata nella battaglia per i diritti civili, come Fadela Amara. Immagine ecumenica a sua volta corretta sul versante politico opposto con l’apertura di un dibattito sull'”identità nazionale”, mirato proprio a non perdere l’elettorato della destra più ostile all’immigrazione e alla presenza di una importante comunità mussulmana, sul quale per altro negli ultimi tempi è intervenuto il consigliere speciale dell’Eliseo e “penna” del presidente, Henri Guaino, accusato di civettare con le idee di Charles Maurras, padre del fascismo alla francese e fondatore dell’Action française.
Un gioco d’equilibrismi e furberie, realizzato tutto sul terreno della comunicazione e dell’immagine, che non ha sortito l’effetto cercato ma al contrario ha largamente demotivato il proprio elettorato suscitando inquietudine e disaffezione verso il governo. L’elettorato estremo sensibile alle sirene populiste si è sganciato tornando a votare il marchio Le Pen, pezzi di quello moderato non è andato a votare ingrossando le fila dell’astensione che in questa tornata ha raggiunto il massimo storico per le amministrative, un buon 53%, inferiore solo alle europee con il 59%. Ed è proprio quest’oceano d’astensioni che attenua l’entusiasmo dei partiti della sinistra, «vincitori senza popolo» di questa partita elettorale. I socialisti con quasi il 30% anche se in panne di rinnovamento (tutti i presidenti uscenti ricandidati), i Verdi di Europa ecologia con il 12,5% (4 punti in meno rispetto alle europee ma il trend è sempre inferiore negli scrutini amministrativi per le forze ancora non insediate), che si confermano piuttosto come terza forza politica, e il Fronte della sinistra (alleanza tra il partito della Sinistra di Jean-luc Mélenchon, Pcf e Sinistra unitaria) con un quasi 6% che vince la partita col Npa di Olivier Besancenot, solo 2,5 (anche se quando si presentano tutti insieme, come nel Limousin, raggiungono il 13,3%).
Secondo i maggiori istituti di sondaggio l’astensionismo si è distribuito su entrambi gli schieramenti elettorali. Come rivelano le prime analisi dei flussi, ancora una volta i giovani di età inferiore ai 25 anni, le classi popolari e gli abitanti delle periferie hanno snobbato in massa le urne. Un dato questo che può soltanto preoccupare le sinistre. Vincere perché sono venuti meno gli avversari non vuol dire vincere veramente. La prossima volta di fronte ad una forte mobilitazione del voto non è detto che il risultato resti lo stesso.

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Poveri, esclusi e operai: ecco chi non ha votato

Ponte Galeria, migranti in rivolta salgono sui tetti

Protesta contro le bestiali condizioni di vita e l’internamento ingiustificato

Paolo Persichetti
Liberazione
14 marzo 2010

Mentre il popolo viola si radunava in piazza del Popolo per ascoltare i discorsi dei leader dell’opposizione, da Bersani a Ferrero, da Vendola a Di Pietro, ad una ventina di chilometri di distanza, nella zona suburbana della Capitale, si scatenava la rivolta dentro il Centro di identificazione ed espulsione di Ponte Galeria. Dopo aver dato fuoco ai materassi una trentina di migranti sono riusciti a salire sui tetti al grido di «libertà», mentre colonne di fumo e fiamme si alzavano verso il cielo. Altri hanno tentato di arrampicarsi sulle reti di recinzione che separano la zona maschile da quella femminile. Le donne dopo aver provato anche loro a ribellarsi sono state subito rinchiuse al’interno dei reparti. Fuori dalla cinta del campo d’internamento, oltre le reti, il filo spinato, le torrette d’avvistamento e i fari, un presidio dei Centri sociali appoggiava la protesta con slogan e fumogeni colorati. Fotografia sintomatica di due mondi diversi e lontani. Quelli di piazza del Popolo sotto i riflettori occupano la scena mediatica, contraltare quasi speculare della commedia berlusconiana; i secondi, su quei tetti, da dove si arriva quasi a scorgere la linea azzurra del mare che bagna il litorale romano, condannati alla drammatica solitudine dei vinti. D’altronde l’occultamento dello sciopero generale del giorno precedente, dell’unica manifestazione che in questi giorni aveva da proporre qualcosa, un’idea di società un po’ diversa, la dice lunga sul grado zero della politica che sta dietro la nevrastenica e confusa indignazione del variegato universo dei viola. Due mondi che non comunicano, un po’ come accadeva sui ponti del Titanic. I rinchiusi nella stiva, la grande pancia del titano del mare in movimento, e quelli sopra impegnati nello loro dispute mondane. Ecco uno dei problemi, anzi delle voragini che hanno risucchiato la sinistra verso l’inconsistenza, un po’ come quegli smottamenti di terreno che inghiottono i paesini della Calabria. La rivolta delle nude vite lasciata sola. A Ponte Galeria, dopo la fine dello sciopero della fame che gli internati avevano deciso insieme ad altri loro compagni rinchiusi in altri Cie d’Italia, si vivevano giorni difficili pieni di frustrazione e delusione. L’arrivo dei nuovi gestori che hanno rimpiazzato la Croce rossa non ha migliorato le condizioni di vita. Anzi sembra che l’insediamento della cooperativa Auxilium vincitrice della gara d’appalto, e che già gestiva il Cara (Centro di accoglienza per richiedenti asilo) di Bari, sia coinciso con un giro di vite ulteriore. Regole sempre più dure, cibo scadente privo di vitamine, riscaldamento fuori uso e somministrazione quasi forzata della terapia, una vera sedazione di massa. Gelo, freddo, minacce, umiliazioni e pestaggi, sono il pane quotidiano. Un inferno. La rivolta di ieri era stata preceduta da un’altra sommossa. Proprio nei giorni in cui avveniva il passaggio di consegne, dall’ala inaugurata di recente partiva un tentativo di fuga. Tuttavia solo un ragazzo riusciva a raggiungere il muro di cinta e provare il salto verso la libertà. Ma la speranza durava poco. Subito ripreso, il giovane veniva pestato brutalmente dalle forze dell’ordine. Secondo le testimonianze, tra gli autori della violenta punizione inflitta a mo’ d’esempio vi sarebbe stato lo stesso dirigente della polizia. Dopo le percosse il ragazzo veniva portato via. Iniziava così la protesta. Grida, coperte date alle fiamme e devastazione sistematica di tutto ciò che si riusciva a spaccare. Parola d’ordine: «distruggere il lager». Per sedere la sommossa il giovane veniva ricondotto tra i suoi compagni. Malconcio ma finalmente in mani sicure. Nella serata di ieri i rivoltosi erano ancora sui tetti decisi a restarvi per tutta la notte. Dopo averli rincorsi e colpiti tentando di farli desistere anche con il lancio di gas, la polizia schierata in assetto antisommosa presidia l’edificio. All’esterno, in segno di solidarietà i manifestanti hanno bloccato i treni della linea ferroviaria. Soltanto dopo una lunga trattativa con i funzionari delle forze dell’ordine tutto è tornato tranquillo.

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Il nuovo lavoro schiavile
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Le ronde non fanno primavera
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Razzismo a Tor Bellamonaca, agguato contro un migrante
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Sans papiers impiegati per costruire Cpt
Le figure del paria indizio e sintomo delle promesse incompiute dall’universalità dei diritti
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La lunga notte di Parigi dove la Cgt da l’assalto ai migranti
Parigi, la Cgt sgombera la bourse du travail occupata dai migranti

Lula orientato a non estradare Battisti, il Stf fa ostruzionismo e Berlusconi rimanda la visita ufficiale in Brasile

Restroscena di un viaggio mancato. Intanto la Suprema corte brasiliana fa di tutto per ritardare la decisione di Lula

Paolo Persichetti
Liberazione 10 marzo 2010

Ieri avrebbe dovuto tenersi l’incontro tra Silvio Berlusconi e il presidente brasiliano Ignacio Lula da Silva. Il viaggio, previsto in agenda da lungo tempo e rimandato una prima volta a febbraio, è nuovamente slittato all’ultimo momento. L’impegno internazionale era persino stato indicato come “legittimo impedimento” alla partecipazione in una delle udienze del processo Mediaset. Non si conoscono le ragioni del rinvio, forse dovuto alle tensioni provocate dalla mancata validazione delle liste del Pdl per le elezioni regionali. Con il Brasile sono in ballo contratti importanti in materia di forniture militari. L’Italia vorrebbe riequilibrare il peso commerciale assunto dalla Francia, presente con investimenti stimati in «22 miliardi di dollari». Finmeccanica e Iveco dovrebbero concludere accordi per dotazioni militari di un certo spessore. Siamo certi che alla fine Berlusconi non mancherà all’appuntamento, il suo grande talento commerciale, l’anima di piazzista che lo contraddistingue non verrà meno a quello che considera l’impegno più importante: vendere merci. C’è chi sostiene che tra le vere ragioni del rinvio via sia la spinosa vicenda della estradizione di Cesare Battisti, l’ex militante dei Pac condannato all’ergastolo dai tribunali della giustizia d’emergenza italiana. Già in febbraio, secondo il quotidiano della capitale brasiliana Folha, l’Italia avrebbe chiesto per via diplomatica di non far coincidere l’annuncio della decisione su Battisti con la visita di Berlusconi. Ma proprio alla vigilia della partenza del premier italiano è giunta dal Brasile l’indiscrezione, diffusa da un importante portale d’informazione, che «Lula non consegnerà Cesare Battisti all’Italia». Una “notizia” che sembra il segreto di Pulcinella, imbeccata forse proprio da chi ha tutto l’interesse a rilanciare le polemiche tra i due Paesi, ovvero la destra carioca. Che Lula abbia già deciso di non estradare Battisti, è voce che circola con insistenza da molto tempo trovando un’indiretta conferma proprio nelle precauzioni diplomatiche adottate per non irritare l’Italia, come la scelta di un profilo più tecnico per motivare la conferma dell’asilo. La lieve condanna a soli due anni di semilibertà, inflitta nei giorni scorsi a Battisti per il possesso di documenti falsi, per altro già largamente scontati (è nelle carceri brasiliane da tre anni), ha tolto solo uno dei due ostacoli che impediscono a Lula di ufficializzare la sua decisione. Mancano ancora le motivazioni scritte con le quali il Tribunale supremo ha bocciato la concessione dell’asilo politico concesso dal ministro della Giustizia Tarso Genro. Il presidente del Stf, Gilmar Mendes, sta dilatando all’infinito i tempi della consegna. C’è chi vede in questo una strategia ben precisa: trascinare l’affaire Battisti a ridosso delle presidenziali di ottobre per mettere nuovamente in difficoltà Lula. Una conferma dell’atteggiamento strumentale tenuto dalla Suprema corte brasiliana in questa vicenda.

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Luigi Ferrajoli, «Incostituzionale l’arbitrato preventivo previsto nella controriforma del diritto del lavoro»

Intervista a Luigi Ferrajoli, filosofo del diritto

Paolo Persichetti
Liberazione 9 marzo 2010

Uno scudo dei diritti, come quello iscritto nella legge n. 300 del 1970 denominata Statuto dei lavoratori, rappresenta uno strumento di difesa fondamentale nei cicli bassi della lotta di classe, nella fasi di estrema debolezza dei lavoratori. Per questo va difeso con le unghie e con i denti. Sulla spinta degli scioperi e delle occupazioni dell’“autunno caldo”, quel condensato di lotte operaie e cultura giuridica progressista che si erano lentamente fatti strada nel corso degli anni 60 riuscirono ad introdurre nel nostro ordinamento giuridico sanzioni normative volte ad assistere la figura del lavoratore subordinato emersa negli anni della grande crescita socio-economica della fabbrica fordista. La disciplina giuslavorista tradusse in parte l’alto livello d’autonomia raggiunto dalle lotte operaie, anche se all’epoca non mancarono critiche, soprattutto da parte di quei settori che esprimevano le vette più avanzate del conflitto, verso un intervento giuridico percepito come un “freno”, una sorta di “imbrigliamento” della potenza sociale delle lotte. Il nuovo diritto del lavoro approfondì il proprio intervento bilanciando la debolezza contrattuale del lavoratore subordinato di fronte alla controparte datoriale, attuando così i principi di democrazia economica e sociale sanciti nella Costituzione. Tale processo normativo fu caratterizzato dal riconoscimento per il lavoratore subordinato di diritti fondamentali individuali, da una regolamentazione dei sistemi di autodifesa collettiva e sindacale e nello stesso tempo da una serie di doveri e di limiti posti a freno del potere imprenditoriale nei luoghi di lavoro. Dopo anni d’intollerabile violazione dei principi costituzionali (basti ricordare la terribile vicenda delle schedature di migliaia di dipendenti Fiat fatte dall’azienda, raccontata da Bianca Guidetti Serra in un eccellente libro introdotto Stefano Rodotà, Le schedature Fiat. Cronache di un processo e altre cronache, Rosemberg e Sellier 1984), sprazzi di democrazia traversarono finalmente i cancelli delle fabbriche entrando anche negli altri luoghi di lavoro. Questo “compromesso sociale” è ormai sotto attacco da tre decenni. Colpo dopo colpo, sotto la spinta anche della rivoluzione tecno-produttiva del postfordismo, la civiltà giuridica dei diritti dei lavoratori è stata messa in crisi. La legge approvata al Senato la scorsa settimana mira definitivamente a smantellarla. Ma tra i punti di resistenza opponibili, insieme all’iniziativa politica e sociale che può trovare un primo appuntamento nello sciopero generale del 12 marzo, come proposto da Mario Tronti domenica su queste pagine, c’è la natura manifestamente incostituzionale della legge, come ci spiega il professor Luigi Ferrajoli.

Quali sono i maggiori profili d’incostituzionalità di questa legge?
Ce ne sono almeno due. Il più evidente è la violazione dell’articolo 24 della Costituzione, che stabilisce che «tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi». Si tratta di un diritto fondamentale, inalienabile e indisponibile. Questa legge prevede invece che al momento dell’assunzione il lavoratore possa rinunciare preventivamente alla garanzia giurisdizionale e accettare di affidare la decisione sui suoi diritti, incluso il diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro previsto dall’art.18 in caso di licenziamento illegittimo, alla decisione equitativa di un arbitro privato. Questo è l’ultimo colpo portato non solo all’art.18, ma all’intero diritto del lavoro.

Dunque se l’arbitrato fosse una scelta successiva, intrapresa durante la controversia tra le parti, non sarebbe incostituzionale?
Non c’è mica bisogno di una legge per stabilire una cosa del genere. Ma non è questo che interessa al governo, la cui unica intenzione è colpire i lavoratori. Di solito gli arbitrati si fanno tra grandi imprese, tra poteri forti che possono decidere di non perder tempo con avvocati, udienze, rinvii e impugnazioni e quindi di risolvere in questo modo le loro controversie. La situazione ipotizzata in questa legge è ben diversa. Qui si chiede alla parte debole del rapporto di lavoro una rinuncia preventiva ad agire in giudizio per la tutela dei propri diritti, i quali, oltre tutto, consistendo in diritti in materia di lavoro, sono anch’essi in via di principio indisponibili. E’ chiaro che in questo modo viene a mancare proprio il requisito della libera autodeterminazione. Il lavoratore, pur di essere assunto, firmerà qualsiasi cosa. Siamo insomma di fronte alla legalizzazione, ovviamente costituzionalmente illegittima, di una coercizione della volontà, di un vero e proprio ricatto, di un’alienazione giuridicamente inammissibile del diritto fondamentale di usufruire della garanzia giurisdizionale.

Qual è l’altro punto d’incostituzionalità?
Si tratta dell’articolo 32, che vincola il giudice ad un mero controllo formale sul “presupposto di legittimità” delle clausole generali e dei provvedimenti padronali, escludendone il «sindacato di merito sulle valutazioni tecniche, organizzative e produttive che competono al datore di lavoro». Ora è chiaro che le violazioni dei diritti dei lavoratori avvengono, di solito, nel merito delle decisioni, ben più che nella loro forma. Anche questa è perciò una riduzione degli spazi della giurisdizione e quindi del diritto dei lavoratori alla tutela giudiziaria dei loro diritti. Non basta. Non si era mai visto che il giudice venisse vincolato, nella sua attività interpretativa, a “certificazioni” stabilite da speciali commissioni di natura extragiudiziale. E invece è proprio questo che viene stabilito da un altro comma dell’art. 32 di questa legge. E anche questa è una chiara violazione, oltre che dell’art.24, dell’art.101 della Costituzione, secondo cui «i giudici sono soggetti soltanto alla legge». Insomma, siamo di fronte a una vera dissoluzione di tutte le garanzie giurisdizionali dei diritti dei lavoratori.

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1970, come la Fiat schedava gli operai
Alleva: “Pronto il referendum, questa legge è anticostituzionale”
Mario Tronti: 12 marzo 2010 “sciopero generale contro l’attacco ai diritti del lavoro”
“Cara figlia, con questa legge non saresti mai nata”
Cronache operaie

1970, come la Fiat schedava gli operai

Libri – Bianca Guidetti Serra, Le schedature Fiat. Cronaca di un processo e altre cronache, Rosenberg & Sellier 1984

G.G. Migone
L’Indice 1984, n. 1

Schedature Fiat“Understatement” è una parola inglese che, forse non a caso, non trova il suo corrispettivo nella lingua italiana. Quando un avvenimento, un giudizio, un concetto viene riferito sotto tono, senza enfasi retorica, ma addirittura in maniera riduttiva, si dà luogo ad un understatement. Paradossalmente, quando viene usato per descrivere fatti particolarmente gravi o drammatici, l’understatement può servire a dare maggiore rilievo alla cruda realtà. È questo il modo in cui Bianca Guidetti Serra (che da molti anni si distingue per il suo impegno civile e professionale nelle aule dei tribunali penali) ancora una volta ha fatto sentire la sua voce attraverso un volume intitolato “Le schedature Fiat”. Che i suoi bisbigli promettessero di risultare fastidiosi è dimostrato dal fatto che il suo libro in un primo tempo fosse stato addirittura stampato dalla casa editrice Einaudi, ma mai distribuito, e anche dal silenzio con cui è stata accolta dalla stampa l’edizione preparata dalla Rosenberg e che Stefano Rodotà non ha esitato a introdurre.
La vicenda ricostruita dalla Guidetti venne alla luce quasi casualmente. Il 24 settembre 1970 tale Caterino Ceresa intenta causa alla Fiat di fronte alla pretura del lavoro di Torino perché sostiene di aver prestato per anni la sua opera con una qualifica diversa da quella corrispondente alle sue effettive mansioni e di essere stato licenziato in tronco senza giusta causa. Mentre il Ceresa era stato assunto come fattorino, egli sostiene di aver trascorso il suo tempo a informare l’azienda con “ampie relazioni scritte, previe opportune e discrezionali indagini… in ordine alle qualità morali, ai trascorsi penali, alla rispettabilità delle persone con le quali la società stessa era o doveva entrare in relazione”.
Ceresa perde la causa, ma l’ordinanza del pretore Angelo Converso mette in moto un procedimento contro quei funzionari della Fiat che, alle dipendenze dell’ex colonnello Mario Cellerino, dirigono l’ufficio affari generali, appositamente addetto a investigare sui singoli per conto della Fiat sulla base di notizie che, secondo Converso, “non potevano pervenire se non da Organi e Uffici del Servizio di Polizia di Sicurezza e dall’ Arma dei Carabinieri “.
Poco meno di un mese più tardi, in piena estate, il pretore a cui è stato affidato il nuovo procedimento, Raffaele Guariniello, accompagnato da alcuni pubblici ufficiali particolarmente fidati, si presenta nei locali della Fiat e sequestra uno straordinario materiale, tra cui 354.077 schede personali, che documenta una ventennale attività di informazione, con l’evidente scopo di valutare gli avvenimenti politici e ideologici (oltre che la vita privata) dei suoi interlocutori, prima di deliberarne l’assunzione o la successiva destinazione.
Opportunamente, la Guidetti lascia parlare i documenti, riportando molti giudizi contenuti nelle schede. Così apprendiamo che C.A. nel 1951 veniva giudicato “prepotente e impulsivo… spesso viene notato in compagnia di elementi sospetti tanto dal lato morale quanto da quello politico”.
Se poi vi fosse qualche dubbio sulla direzione verso cui erano indirizzati quei sospetti, basta una scheda, come quella dedicata a S.A., nel 1956, a dissiparli: “È iscritto alla Fiom. Attivista propagandista, schedato come tale viene saltuariamente vigilato dai competenti organi di polizia. Politicamente pericoloso in caso di sommosse”. Le schede dedicate alle donne sono simpaticamente generose di annotazioni sulla loro vita privata, accanro a quelle di indole politica, come nel caso di C.C. (1954): “Comunista moderata. Detiene (sic) la bandiera del Pci in casa e in tutte le cerimonie, manifestazioni sia di partito che per il lutto di qualche compagno essa ha l’incarico di portarla. Pare che l’amante della C. stessa attualmente si trovi in carcere. Nella casa non di rado era notato e per di più di sera”.
Un’analisi linguistica e dei contenuti di queste schede, piene di maiuscole e di affermazioni apodittiche, potrebbe servire a un’interessante ricostruzione dei valori e della cultura di una certa gerarcilia aziendale. Forse ancora più interessante è la ricostruzione dei modi con cui venne realizzata questa operazione di spionaggio per almeno un ventennio, così come emerge dalle pagine della Guidetti e dai documenti processuali. Infatti, l’attività spionistica si imperniava sull’asservimento, da parte della Fiat, delle autorità statali preposte alla sicurezza nell’area torinese (e non solo torinese). Nella Fiat funzionavano gli uffici del colonnello Cellerino (significativamente, prima di essere assunto alla Fiat, aveva rappresentato l’aeronautica nel garantire la sicurezza della produzione militare), ma essi non potevano funzionare senza la totale disponibilità di carabinieri e pubblica sicurezza nel mettere a disposizione dell’azienda i propri strumenti di informazione (dagli schedari alle conversazioni di sottoufficiali con compiacenti portinaie, parroci, bottegai e vicini di casa). Così si apprende che, con l’autorizzazione dimostrata di direttori generali e capi del personale (gli imputati Bono, Garino e Cuttica, ad esempio), il capo del Sid di Torino, il maggiore dei carabinieri Enrico Stettermayer, anche con un occhio di riguardo alla sua situazione famigliare,”purtroppo… molto precaria”, percepiva dall’azienda un mensile di 150.000 lire che integravano il suo magro stipendio statale (siamo alla fine del 1970) . Altri funzionari di pubblica sicurezza godeva già di un trattamento analogo. Era poi capillare l’uso di regalie naralizie che con “cinica taccagneria” (sono parole tratte dalla sentenza dei giudici del tribunale di Napoli) venivano elargiti a piccoli e grandi servitori dello stato. Ecco, a titolo di esempio, come venivano gratificati alcuni alti funzionari della questura di Torino: “questore: De Nardis comm. dott. Filippo (vaso grande argento con cioccolatini). Vicequestore: Mastronardi dott. Giuliano (portasigarette Guillochè grande)”, via via all'”orologio a cipolla È 1 Kg. cioccolatini” del M.llo Cordisco Roberto e delle tre bottiglie di Bourgogne del M.llo Musetta Marcello, entrambi del nucleo Sios di Milano.
Anche se il processo è stato allontanato dalla sua sede naturale di Torino, la vicenda si conclude con una sentenza di condanna sia di corruttori che di corrotti, successivamente confermata dalla corte d’appello, anche se i termini di prescrizione salvano gli imputati dalle pene di detenzione inflitte. La Guidetti cita ampiamente le due sentenze che mettono in rilievo incostituzionalità delle discriminazioni politiche inflitte a singoli cittadini; l’uso delittuoso di pubblici funzionari; l’attività corruttrice dell’azienda, sotto la responsabilità dimostrata di alcuni dei suoi massimi dirigenti. Perché, allora, merita ancora oggi la nostra attenzione? Non si tratta, tutto sommato, di una serie di episodi che testimoniano una miserla umana da cui nessuna grande istituzione, privata o pubblica, è immune?
In realtà le pagine documentatissime della Guidetti, abituata alla precisione anche formale richiesta dalle procedure giudiziarie, sollevano grandi problemi anche di attualità. Negli ultimi rnesi gli attuali dirigenti della Fiat (e non solo della F;iat) hanno rivendicato il patrimonio storico della loro azienda, non esclusa la lunga fase della gestione vallettiana. Troppo spesso si è risposto limitandosl a mettere in luce i costi umani di quelle politiche, senza sottolineare come procedure e atti come quelli documentati dalla Guidetti, insieme con altri fatti e avvenimenti analoghi, rivelino un tipo di imprenditorialità assai diversa da quella vantata e che definirei frutto di una vera e propria falsa coscienza di troppi imprenditori e padroni italiani. Essi amano descriversi, nel passato come nel presente, come uomini d’azione disposti a rischiare in proprio; attenti ai frutti dell’innovazione tecnologica; talora duri con i propri dipendenti, ma sempre nell’interesse della produttività della propria impresa che costituisce il vero bene comune. Sopratuttto, essi rappresentano il paese “che lavora e che produce” a dispetto della rendita e, talora, della corruzione del settore pubblico.
Il libro della Guidetti aiuta invece a comprendere la peculiarità del modello imprenditoriale italiano, che è quello del rapporto con lo stato; anzi, della capacità di appropriarsi dello stato e dei suoi organi in funzione dell’interesse aziendale, nelle piccole come nelle grandi cose. Su questo piano l’opera, ad esempio, di Valletta era veramente geniale. Che si trattasse di utilizzare e contenere le passioni “maccartiste”dell’ambasciatore Luce, o di spiegare al presidente Kennedy le modalità più efficaci per finanziare il partito socialisra, all’epoca della costituzione del primo governo di centrosinistra, Valletta sapeva inserire il suo disegno aziendale all’interno di una politica estera statuale che talora egli conduceva in prima persona.
Analogamente, la polizia, i carabinieri, insomma lo stato che emerge dalle pagine della Guidetti, si lascia organizzare in funzione degli interessi aziendali. Siamo ben oltre la parola d’ordine del presidente della General Motors (“Ciò che è nell’interesse della G.M. è nell’interesse degli Stati Uniti.”), famigerata anche in uno stato di netto stampo capitalistico.
Qui lo stato viene piegato e deformato dalla Fiat; i suoi funzionari bianditi o corrotti; le sue esili strutture sostenute ma soggiogate. Persino la cancelleria degli uffici viene donata dalla Fiat, mentre ricordo come, all’inizio degli anni settanta, i sindacati scoprirono con raccapriccio che uno stuolo di impiegati della Fiat erano distaccati presso la prefettura di Torino.
In fondo non vi è da stupirsi. Il modello vallettiano si appropria di una parte dello stato esattamente come pretende di organizzare la chiesa all’interno dell’azienda (con i pellegrinaggi a Lourdes e mons. Tinivella che viene candidato dalla Fiat come arcivescovo di Torino) e di soggiogare quella parte del sindacato che esso non discrimina (dal Sida alla Uil di Viglianesi). Non solo manca il senso dello staro (liberale e capitalista), ma anche quello della legalità. Le leggi – che pure sono il frutto di rapporti di forza sociali – stanno strette anche a coloro che ne hanno determinato il contenuto. È in questo clima che si sviluppa quella criminalità economica di cui parlario i giudici del tribunale di Napoli. È anche in questo contesto che appare normale prescindere dal rispetto dei più elementari diritti democratici. Si afferma che il sindacato costituisca una garanzia per il piuralismo politico e, quindi, per la libertà all’interno della società.
E sia. Ma occorre essere marxisti per porre il problema della democrazia all’interno delle singole unità produttive? Sono passati alcuni anni, probabilmente sono mutate le forme di controllo politico all’interno della stessa Fiat, ma questo problema resta, alla Fiat come altrove.
Bianca Guidetti Serra afferma di avere scritto una semplice cronaca. Eppure, un segno distintivo di un’opera di storia si rileva nel rapporto che stabilisce con l’epoca in cui viene scri¡ta. Ad esempio i “Magnati e popolani” di Salvemini furono importanti perché scritti nei torbidi anni di fine Ottocento, così come non è possibile ignorare che il libro dedicato da Venturi alla giovinezza di Diderot fu scritto alla vigilia della seconda guerra mondiale. Così, “Le schedature Fiat” di Bianca Guidetti Serra vengono pubblicate nel 1984.

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Mario Tronti, 12 marzo 2010: «Sciopero generale contro l’attacco ai diritti del lavoro»

Intervista a Mario Tronti, presidente del Centro per la riforma dello Stato

Paolo Persichetti
Liberazione 7 marzo 2010

Che fare? L’eterna domanda di sempre si ripropone di fronte alla sfacciata manovra del governo Berlusconi e del padronato che con la legge 1167-B sono riusciti ad aggirare l’intero sistema dei diritti del lavoro costruito negli ultimi decenni del Novecento, in particolare in quegli anni 70 che furono anni di libertà ed emancipazione. Potremmo dire che l’ultimo capitolo degli anni 70 rimasto ancora aperto è stato chiuso con il voto del Senato di lunedì scorso. Ma questo esito arriva davvero così imprevisto? La domanda è strettamente legata al che fare, soprattutto nel momento in cui giungono le prime critiche sull’insufficiente reazione dell’opposizione. Rifondazione aveva già predisposto dei quesiti referendari in attesa che la nuova normativa assumesse una veste definitiva. Il giuslavorista PierGiovanni Alleva ne ha spiegato su queste pagine i presupposti tecnici. Non solo, ma i giuristi del lavoro attendono al varco la nuova legge per sollevare eccezione d’incostituzionalità alla prima vertenza. Ma tutto questo è sufficiente? La discussione è aperta: per Sergio Cofferati la via del referendum è un’arma spuntata. A fronte dell’enorme sforzo di mobilitazione per la raccolta delle firme è ormai fin troppo facile condizionare l’elettorato affinché non si mobiliti inficiando così, attraverso il mancato quorum, il voto finale. L’ex segretario della Cgil propone la strada della proposta di legge d’iniziativa popolare come leva tribunizia per informare e mobilitare i lavoratori e le loro famiglie, suscitando così una forte reazione di massa. La Cgil fino ad ora è parsa poco reattiva. Colpiti dalla crisi i lavoratori si arrampicano sui tetti per difendere disperatamente i posti di lavoro. Mai come oggi la forza lavoro appare vulnerabile e indifesa. «Governo e padronato – spiega Mario Tronti – registrano un grande momento di debolezza del movimento sindacale. Le confederazioni sono divise, la Cgil isolata, i lavoratori sulla difensiva. Siamo di fronte ad un affondo della politica del governo, un attacco mascherato che stavolta, come dice Luciano Gallino, invece che sparare con le Corazzate sui diritti dei lavoratori sta utilizzando i sottomarini».

Che fare, allora?
Intanto hanno ragione quelli che hanno denunciato il ritardo della Cgil e dei partiti del centrosinistra. A parte i diversi rimedi (referendum, eccezione di costituzionalità), nell’immediato la cosa più importante è la reazione da costruire subito. La Cgil deve modificare i contenuti dello sciopero generale previsto per il 12 marzo. Quanto è accaduto cambia il senso della mobilitazione. La Cgil deve registrare questo passaggio chiamando i lavoratori ad opporsi alla controriforma del diritto del lavoro. Occorre correggere e drammatizzare questo momento anche per conquistare i lavoratori delle altre confederazioni. Vanno denunciate con durezza le scandalose posizioni di Uil e Cisl.

Ormai anche la destra ha una certa presa sul mondo del lavoro. Penso alla Lega nelle fabbriche del Nord ma anche alla destra sociale. Sarebbe interessante sentire cosa ha da dire sulla questione una candidata come la Polverini.
Il rapporto con le altre forze sindacali non può essere sempre di vertice ma deve rivolgersi all’intera forza lavoro, alla base, indipendentemente dall’appartenenza organizzativa. Siamo di fronte ad un punto di passaggio molto serio. Per questo bisogna arrivare a far percepire quanto rischiosa sia sulla pelle delle persone, sul proprio futuro e la propria vita, l’idea dell’arbitrato che cade in mano a figure disposte a soluzioni vicine all’interesse padronale e non dei lavoratori. Questo è un tema che fa breccia. Serve un appello al partito democratico perché si dia una mossa. Questa legge colpisce una parte importante del suo elettorato. Deve prendere posizione e uscire dalla propria ambiguità.

Ma il Pd si mostra una forza politica sempre più estranea alle tematiche sociali?
Bisogna stanarli, prendere alcune iniziative. Stiamo elaborando con il “Tavolo del lavoro”, una struttura del Crs, un appello in appoggio dello sciopero generale. Chiamiamo anche le forze intellettuali e politiche a una convocazione il giorno precedente. In questo momento ci si deve stringere intorno alla Cgil, che resta l’elemento di resistenza, e nello stesso tempo spingerla a una maggiore aggressività che la fase richiede. Sono convinto che esistono le condizioni. Il disagio nel mondo del lavoro è molto forte. Non è possibile che gli operai si trovino utilizzati solo come soprammobili sul palco di Sanremo. Serve un nuovo richiamo alla società civile in generale per ridare visibilità al tema del lavoro. Questione molto più importante dell’oscuramento per un mese dei talk show. E’ evidente che va introdotta una diversa gerarchia dei problemi individuando le contraddizioni centrali. C’è un problema di orientamento politico che i grandi partiti hanno perso.

Non è forse un effetto del paradigma totalizzante dell’antiberlusconismo? Il discorso legalitario e giustizialista si sovrappone alla questione sociale sollevando un problema di egemonia culturale che disarma i lavoratori.
Sostengo da sempre che l’antiberlusconismo è una cosa che finisce per occultare i problemi veri del paese e delle persone in carne e ossa, della quotidianità difficile di chi lavora. Alla fine rischia di nascondere le contraddizioni reali, anche del campo avverso. Bisogna fare breccia nelle persone reali che sono implicate molto più da questi temi e molto meno dei problemi della par condicio.

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1970, come la Fiat schedava gli operai
Ferrajoli, “Incostituzionale l’arbitrato preventivo previsto nella controriforma del diritto del lavoro”
Alleva: “Pronto il referendum, questa legge è anticostituzionale”
“Cara figlia, con questa legge non saresti mai nata”
Cronache operaie

Abolizione dei diritti dei lavoratori: “Cara figlia, con questa legge non saresti nata”

Una madre ventiseienne spiega perché l’ultimo attacco ai diritti riguarda (e tanto) anche i giovani precari

Assunta Rossi*
Liberazione 5 marzo 2010

Cara Erminia,
siamo state fortunate sai? Una volta tanto posso dirlo, e ora che ci sei tu posso anche usare un bel plurale: siamo  state fortunate, piccola mia. Imparerai, piano piano (ma non troppo mi raccomando, che non tira l’aria giusta per crescere senza tener la guardia sempre alta) che spesso è una questione di tempistica, di fortuna (non credo che sarai una di quelle che crederà ai miracoli, è più attraente e altrettanto rara la “fortuna”) … e questa volta la tua mamma è stata fortunata. Per te è un po’ presto per capire, ma già il fatto che io stia qui a parlartene vuol dire che hai inconsciamente capito: non ci saresti stata se quest’ultimo capitolo della devastazione dei diritti dei lavoratori fosse avvenuto qualche mese fa.
Zitti zitti, come se niente fosse, stanno togliendo tutto quello che avevamo conquistato, lavoratori in lotta per anni, per strappare con le unghie una vita decente ai padroni. Son concetti chiari, Erminia, secondo me li capisci pure tu, che mi guardi con quegli occhioni dolci da bimba di due mesi. Sono concetti facili anche per te, eppure mi guardo intorno e sembra che gli altri non capiscano, pensano che stiano privando di diritti una piccola parte di vecchi lavoratori pubblici. Guardaci qua, io ho 26 anni, ti sembro vecchia?
Contratto a tempo indeterminato dopo una lunga odissea. Sono andata a lavorare a 21 anni in quel posto: duecento terminali accesi contemporaneamente, tutti in cuffia ad impazzire con i clienti in linea. A guardarci per la prima volta pensi che hai davanti delle formiche, animaletti tutti uguali intenti a lavorare a testa china. Magari! Lì eravamo tutte formiche, questo è certo, ma non tutte uguali. C’erano le formiche con il contratto, vecchie salariate della grande azienda a partecipazione statale, e noi. Noi, tante e tutte giovanissime al contrario degli altri, le formiche zoppe! Subappaltate, precarie, flessibili: formiche senza alcun diritto di parola. Contratti di sei mesi; se avevi lavorato bene e in silenzio te ne prendevi altri sei, altrimenti a casa senza nessuno scandalo. Sai, Erminia mia, ci sono stata quattro anni così… poi mi sono arrabbiata, come ancora non m’hai visto mai, ho sbattuto la porta alle mie spalle, ho lasciato le formichine e me ne sono partita. Ci son rientrata dopo altri anni in quel posto: con un bel contratto in mano! E’ stato facile vincere, il giudice non ha fatto altro che constatare che non era possibile lavorare subappaltata con la clausola del «periodo di alti picchi lavorativi” per quattro anni continuativi.
Quindi, contratto in mano e anche una scorta di soldi che ci sta dando un grande aiuto da quando ci sei tu: l’azienda che m’aveva sfruttato è stata costretta a darmi tutti i soldi che mi doveva, a risarcire gli abusi perpetrati su me e tutti gli altri nella mia condizione. E così ho scoperto tante parole nuove: ferie, malattie, contributi, pensione, maternità, congedi parentali. Chissà se ti capiterà di incontrarle mai, queste parole rilassanti, chissà se non le studierai solo nei capitoli dei libri che parleranno di quell’Italia nata dalle lotte di operai e studenti che aveva conquistato un paese un po’ più libero, quel paese miseramente scomparso in pochissimi decenni e che torna all’arbitrato, al padronato, all’assenza totale di diritti. Stiamo messi male e siamo anche in pochi ad accorgercene, ci fosse qualche adulto o adulta ancora con la tua capacità di urlare forse tutto ciò non avverrebbe… (allora siamo sulla buona strada, non ci avevo pensato!).
In quel posto che ti raccontavo, quello delle formichine che lavorano zitte e gobbe con la testa che scoppia, ora che tutte hanno un contratto c’è stata una grande rivoluzione sai? Proprio come ha fatto la tua mamma, praticamente anche tutte le altre si son messe a scoprire queste nuove parole scritte su quei fogli… la prima che ci ha colpito è quella che da donne precarie avevamo proprio cancellato dal nostro dizionario: maternità! E così, tanta è stata la gioia di riscoprire quella parola che in poco tempo siete spuntati in tanti, bambini di giovani neo assunte, alla faccia dell’azienda che non ce l’aveva mai permesso e che ora è costretta a farlo. Quasi settanta bambini su meno di duecento assunzioni!Siamo state proprio fortunate piccola mia, perché da oggi tutto questo non sarà più  possibile. Stanno cercando di metter su carta che la formica zoppa deve rimanere tale, che non potrà più chiedere aiuto a nessun tipo di giudice, che dovrà regalare la sua vita e la sua dignità all’azienda di turno senza aprire bocca. Quindi sta a me cercare di impedirglielo, sta a te imparare a lottare per i tuoi diritti ed anche a difenderli, a non farli calpestare o portare via dal primo manipolo di ladroni che prende il potere.
Come dicono in Val Susa, quei tuoi cuginetti che lottano contro l’Alta Velocità e la devastazione del loro territorio, a sarà dura!

* Non mi chiamo Assunta, anzi l’ho scelto ironicamente, come nome contro il precariato. Niente di cui vergognarmi, ma con l’aria che tira, con la “licenza di licenziare” ormai legalizzata, beh, meglio rimanere anonima, che il lavoro mi serve. Chiamiamoci tutt@ Assunt@ e alziamo la testa!

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Ferrajoli, “Incostituzionale l’arbitrato preventivo previsto nella controriforma del diritto del lavoro”
Alleva: “Pronto il referendum, questa legge è anticostituzionale”
Mario Tronti: 12 marzo 2010 “sciopero generale contro l’attacco ai diritti del lavoro”
Cronache operaie

«Pronto il referendum, questa legge è anticostituzionale»

Parla il giuslavorista Piergiovanni Alleva

Paolo Persichetti
Liberazione
4 marzo 2010

Questa volta non si tratta di un attacco frontale come fu nel 2002 il tentativo di abolire d’impatto l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Allora si trattò di un’offensiva ad alto valore ideologico, un tentativo di sfondamento che puntava a creare una testa di ponte per poi travolgere il resto dell’architrave giuridico rimasto a tutelare i diritti dei lavoratori. Il disegno di legge 1167-B, approvato nell’aula del Senato, rappresenta una vera e propria manovra d’aggiramento. «La via d’attacco – spiega il professor Piergiovanni Alleva – non è più rivolta al diritto sostanziale (cioè l’abolizione tout court della norma), ma interviene sul diritto processuale. I nuclei principali di questo provvedimento legislativo hanno tutti la medesima filosofia: fare in modo che il lavoratore non possa più arrivare in concreto a chiedere giustizia davanti al tribunale del lavoro».

Si riferisce alla possibilità che le controversie tra il datore di lavoro e il suo dipendente potranno essere risolte d’ora in poi non più solo davanti al giudice ma anche davanti ad un’autorità arbitrale?
Questa invenzione non nasce oggi ma è figlia delle “certificazioni” previste nella legge Biagi

Cosa sono le “certificazioni”?
La possibilità d’inserire nei contratti di lavoro, di qualsiasi tipo, cosiddetti “certificati”, ovvero validati davanti ad un’autorità (di vario tipo), una clausola arbitrale in deroga ai contratti collettivi. In questo modo si è costruito un modello contrattuale fondato su una base assolutamente ricattatoria. Quando una persona ha bisogno di lavorare firma grosso modo qualsiasi cosa, quindi firma anche un contratto “certificato” nel quale una qualunque commissione dice che effettivamente si tratta di un contratto a progetto, di un regolare contratto a termine, eccetera. Anche se poi la verità è un’altra.

E qual è il nesso tra le certificazioni e l’arbitrato previsto dalla nuova legge?
La certificazione non ha avuto molta fortuna in questi sette anni perché, in realtà, non c’era nessuna sicurezza che reggesse davanti a un tribunale del lavoro. L’articolo 24 della Costituzione vieta che ci siano atti negoziali privati, provvedimenti amministrativi, inoppugnabili; mentre l’articolo 111 impedisce la possibilità che vi siano contratti che sfuggano alla possibilità di un controllo giurisdizionale. Davanti al tribunale del lavoro si sarebbe potuto dimostrare, per esempio, che questi contratti “certificati” come contratti a progetto nascondevano, in realtà, forme di lavoro subordinate e così via. Allora ecco la grande invenzione di questa legge. Siccome le certificazioni non reggono davanti al giudice, il governo ha pensato di eliminare anche il giudice mettendo al suo posto un cosiddetto arbitro. In questo modo questi contratti simulati non potranno più essere smentiti. Come se non bastasse la clausola arbitrale presente nel contratto certificato non riguarderà soltanto la natura del contratti (tempo determinato, indeterminato eccetera), ma anche le modalità di licenziamento. In caso di controversia sulla fine del rapporto di lavoro ci si ritrova di nuovo davanti ad un arbitro, il quale potrà decidere non secondo le leggi e gli accordi stabiliti in sede di contrattazione collettiva ma secondo “equità”, vale a dire secondo una propria valutazione soggettiva. Oggi se il giudice constata la ragione del lavoratore, deve reintegrarlo per legge sul posto di lavoro, l’arbitro invece potrà limitarsi ad una piccola somma di risarcimento.

Mi par di capire che questa legge rimette in discussione i cosiddetti “diritti indisponibili” del lavoratore, tutelato proprio perché parte debole nel rapporto contrattuale, introducendo una finzione giuridica, ovvero la parità astratta tra datore di lavoro e chi offre la propria forza lavoro.
Siamo di fronte ad un’ipocrisia colossale, intanto perché le commissioni di certificazione avrebbero dovuto assistere il lavoratore, cosa che non è mai avvenuta; poi perché la clausola arbitrale posta all’avvio del rapporto contrattuale, cioè al momento dell’assunzione, comporta un problema di costituzionalità perché non si avrà mai una rinunzia alla giustizia ordinaria da parte del lavoratore (evidentemente più vantaggiosa) che sia effettivamente una rinunzia libera.

Come si può rispondere a questo smantellamento dei diritti cardinali dei lavoratori?
La strada migliore è attaccare la questione alla base. Poiché la clausola arbitrale s’innesta su una particolare tipologia di contratti, cioè sul “contratto certificato”, bisogna abolire la certificazione. Quindi una delle vie da seguire è quella del referendum. Tra i quesiti referendari che Rifondazione vuole presentare ce n’è uno che mira proprio all’abrogazione della norma della vecchia legge Biagi che stipulava la possibilità della certificazione. Esiste poi una seconda via complementare alla prima: sollevare eccezione d’incostituzionalità la prima volta che una clausola arbitrale certificata sarà contestata da un lavoratore che chiederà di andare in giudizio.

Quanti altri danni fa questa legge?
Introduce uno scadenzario molto breve per le impugnazioni dei contratti a termine, a progetto, per i licenziamenti, i trasferimenti, la dissimulazione dei rapporti precari fasulli. 60 giorni per la citazione con raccomandata e 180 per il giudizio. Fino ad oggi c’erano 5 anni di tempo. Ora il lavoratore viene strangolato. Molti hanno paura a presentare ricorso subito perché sperano in un rinnovo contrattuale. Non solo, ma se prima venivano rimborsate tutte le mensilità intercorse nel periodo del giudizio, oggi si andrà solo da un minimo di 2 e mezzo e un massimo di 12. Assistiamo ad una forfettizzazione al ribasso del danno. Si tratta di norme perfide fatte da gente che conosce il mestiere. A fare queste cose sono i transfughi craxiani andati in Forza italia. Se c’è qualcuno che pensa ancora che non esiste più la distinzione tra destra e sinistra si legga questa legge.

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1970, come la Fiat schedava gli operai
Ferrajoli, “Incostituzionale l’arbitrato preventivo previsto nella controriforma del diritto del lavoro”
Mario Tronti: 12 marzo 2010 “sciopero generale contro l’attacco ai diritti del lavoro”
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Cronache operaie

Lo scudo di classe di Berlusconi

Ex Cirielli, lodo Alfano, legittimo impedimento, fanno parte di un’arsenale legislativo eretto come uno scudo di classe dal premier Berlusconi. L’esatto opposto di un garantismo giuridico uguale per tutti e per ciascuno (scudo dei più deboli), sistematicamente smantellato con il consenso della magistratura e dell’opposizione, Pd, Idv e sinistra

Paolo Persichetti
Liberazione 28 febbraio 2010

E’ ripreso ieri a Milano il processo stralcio che vede imputato il Presidente del consiglio Silvio Berlusconi per corruzione in atti giudiziari dell’avvocato Mills. Una vicenda nella quale il legale britannico è indicato dall’accusa nella veste di corrotto perché avrebbe ricevuto un compenso di 600 mila euro da parte della Fininvest, società facente capo al premier che appare dunque nei panni del corruttore, in cambio di dichiarazioni false o reticenti rilasciate nei processi All Iberian e in quello sulla corruzione di alti ufficiali della Guardia di Finanza nell’interesse dello stesso Berlusconi. Dopo l’introduzione del cosiddetto “lodo Alfano”, che imponeva la sospensione dei giudizi per le più alte cariche dello Stato in attività, la posizione del premier venne separata. Da qui la creazione di due iter giudiziari distinti e con tempi di giudizio diversi. La successiva bocciatura del lodo, inflitta dalla Corte costituzionale, ha riaperto il processo contro il capo del governo. Le udienze hanno però subìto un nuovo arresto in attesa di conoscere l’esito del verdetto delle sezioni unite della Cassazione, convocate giovedì scorso per dirimere una complessa questione inerente alla presunta data d’inizio del reato. Novembre 1999, quando secondo l’accusa Fininvest informò Mills dell’ingente somma messa a sua disposizione in cambio delle false testimonianze da prestare in tribunale; oppure febbraio 2000, quando il compenso fu effettivamente versato? Pochi mesi ma decisivi, poiché dalla loro individuazione dipende la prescrizione o meno del reato. La Cassazione si è finalmente pronunciata in favore della prescrizione del delitto, sostenendo che il reato è stato consumato in una data precedente al febbraio 2009. Ieri, dunque, alla ripresa delle udienze tutta l’attenzione era rivolta alle decisioni che avrebbe preso la presidente della decima sezione penale, Francesca Vitale: proseguire oppure sospendere il processo, e i relativi termini di prescrizione come aveva chiesto l’avvocato Ghedini, legale di Berlusconi, in attesa di conoscere le motivazioni scritte della suprema Corte? Il tribunale ha scelto una via intermedia, sospendendo le udienze fino al prossimo 26 marzo. Un mese intero che avvantaggia il presidente del consiglio poiché nel frattempo i termini di prescrizione continuano a scorrere (scadranno nella primavera del 2011). Ancora una volta la schermaglia processuale ruota attorno alle date della prescrizione, strumento principe prescelto dalla difesa del premier per sottrarsi ai processi quando la magistratura non arriva all’assoluzione, grazie ad un arsenale di leggi e leggine (dall’ex Cirielli al Lodo Alfano, ai legittimi impedimenti per le funzioni pubbliche svolte) che di fatto, fino ad oggi, gli hanno consentito di avvalersi di uno «scudo di classe», che è l’esatto opposto di un garantismo giuridico uguale per tutti e per ciascuno (scudo dei più deboli), sistematicamente smantellato. In aula la difesa del premier aveva chiesto la sospensione delle udienze, sostenendo le necessità di conoscere il contenuto della sentenza della Cassazione, poiché il «dispositivo» reso pubblico risulterebbe «assolutamente neutro», ovvero non accerterebbe l’esistenza del reato e non indicherebbe la data esatta da cui avrebbe preso inizio. Sempre secondo l’avvocato Ghedini, l’avvio del reato potrebbe addirittura essere retrodatato al febbraio 1998, come contestato in un primo momento dalla procura. Data che provocherebbe l’immediata prescrizione del delitto. Per il pm, Fabio De Pasquale, il processo non deve subire arresti, la decisione della Suprema corte non contiene dubbi sull’indicazione della colpevolezza di Mills e la prescrizione è ancora lontana. La presidente ha motivato il rifiuto della sospensione perché «non c’è una data certa per il deposito delle motivazioni della Cassazione». In realtà la decisione presa ieri appare del tutto interlocutoria. Saranno le motivazioni contenute nella sentenza di Cassazione a decidere le sorti del processo: se l’esistenza del reato viene accertata e da che momento prenderebbe avvio. Intanto dal verdetto degli Ermellini emerge una singolare circostanza: il risarcimento di 250 mila euro, in favore della Presidenza del consiglio, inflitto a Mills per danno all’immagine dello Stato, vede Silvio Berlusconi, cioè il supposto corruttore, risarcito dal corrotto. Niente male come ironia della storia.

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Dal vertice della Consulta: una replica alle critiche sul ruolo della Corte costituzionale

Francesco Amirante: «Bizzarro stupirsi per la bocciatura di una legge»

Paolo Persichetti
Liberazione 26 febbraio 2010

Non è stato un discorso di rito quello pronunciato dal presidente della Corte costituzionale, Francesco Amirante, nel corso della tradizionale relazione d’inizio anno sulla giurisprudenza costituzionale che precede il consueto incontro con la stampa a Palazzo della Consulta. Rispondendo alle critiche che erano piovute dopo la bocciatura del cosiddetto “lodo Alfano”, Amirante ha difeso il lavoro dei giudici costituzionali ribadendo che la Consulta: «non è un organo politico». Una replica alle dichiarazioni fatte da Gaetano Pecorella, parlamentare e avvocato di Silvio Berlusconi che, all’indomani della sentenza nella quale si dichiarava incostituzionale l’immunità prevista per le più alte cariche dello Stato, ricordava l’opposizione espressa da alcuni costituenti nel corso dei dibattiti che precedettero il varo della Corte costituzionale. Le riserve, se non la dichiarata ostilità, muovevano dal timore che le decisioni di una piccola pattuglia di giudici costituzionali si sovrapponesse all’azione legislativa delle assemblee parlamentari, espressione della volontà popolare. Pecorella aveva ricordato il giudizio molto netto espresso da Palmiro Togliatti in proposito: «La Corte costituzionale è una bizzarria, un organo che non si sa cosa sia e grazie alla istituzione del quale degli illustri cittadini verrebbero a essere collocati al di sopra di tutte le assemblee e di tutto il sistema della democrazia, per esserne i giudici». Opinione condivisa anche da molti esponenti del liberalismo pre-fascista, come Francesco Saverio Nitti e Vittorio Emanuele Orlando. Insomma la discussione è di spessore e rinvia ai fondamenti del pensiero democratico e costituzionale. In questo botta e riposta a distanza, Amirante ha replicato che nel dichiarare illegittima una legge votata dal Parlamento, «una Corte o un tribunale costituzionale non compie nulla di strano», ma esegue unicamente le proprie competenze, per concludere che «forse ora la vera bizzarria potrebbe consistere nel meravigliarsene». Nel suo intervento, il presidente della Consulta ha spiegato che «la nostra Costituzione rigida comporta l’abbandono della teoria giacobina, secondo la quale il popolo, esprimendo la volontà generale, può in ogni momento cambiare i principi e le regole della propria convivenza». In realtà, l’assemblea costituente trovò un punto d’incontro tra le due tradizioni filosofiche contrapposte, quella roussoiana e quella kantiano-kelseniana, o se vogliamo quella del potere costituente incarnato dalla sovranità popolare e quello della repubblica elitaria dei saggi, detentori di competenza e sapere. I costituenti non solo non concepirono una costituzione bloccata, l’articolo 138 ammette la riforma della carta sia pur con modalità complesse che richiedono maggioranze qualificate, ma stemperarono l’istituzione della corte attraverso la nomina parlamentare della maggioranza dei giudici in linea con quanto diceva Montesquieu: un giudice legislatore sarebbe arbitrario, un giudice governante oppressore.

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Il ruolo delle corti costituzionali tra costituzioni rigide e costituzioni aperte
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