Gli avvoltoi s’avventano sulla memoria di Prospero Gallinari

Il giorno dopo la sua morte, i media si sono esercitati nel loro macabro rituale. Abbiamo intervistato Francesco Piccioni, che con Prospero ha condiviso buona parte della vita militante


Da www.contropiano.org

15 gennaio 2013

Prospero non c’è più. Ti aspettavi questa reazione dei media?
Tutto sommato sì, anche se c’è sempre una qualcosa di più, di infame, che riesce a sorprendere.

A cosa ti riferisci?
Tutti i giornali e tutti i tg – sia di destra che di centrosinistra – hanno dato sostanzialmente lo stesso servizio, centrato su una frase semplice e ripetuta ossessivamente: “se n’è andato con i suoi segreti”. Nessuno ha provato a chiedersi come mai un uomo con la sua storia, della sua età e con tre infarti sul cuore, se ne stesse andando come tutte le mattine a lavorare, per uno stipendiuccio da precario o quasi, uscendo da una casa popolare. Chi detiene segreti importanti o muore presto o viene ricoperto d’oro, non fa una vita così, no? Ma l’informazione, in Italia, è diventata un semplice copia-e-incolla della “verità” delle agenzie stampa…

È il frutto della “dietrologia”…
Sì, ma con una differenza importante rispetto a 20 o 40 anni fa. Allora la dietrologia era sostanzialmente “di sinistra”. Nel senso che i dietrologi militanti (Flamigni, i fratelli Cipriani, ecc) venivano dal Pci e lavoravano per i suoi giornali. Era una dietrologia orientata dalla teoria di comodo del “doppio stato” (uno fedele alle istituzioni, uno agli ordini di “forze oscure”), ma che era nata dentro uno scontro politico e ideologico a far data dal ’68: chi era “veramente” comunista? Il Pci che guardava al compromesso con le altre “grandi famiglie” della politica italiana (Dc e Psi), oppure i soggetti che guardavano alla Rivoluzione come un obiettivo possibile? Persino “il manifesto”, a quei tempi, venne accusato di esser “pagato dalla reazione”. La dietrologia di oggi è invece un discorso vago, che parla di “misteri” senza nemmeno più nominare gli episodi che in una mente malata o in malafede potrebbero sembrare tali.

Un cambiamento, certo; ma cosa significa?
È come se si fosse raggiunto un certo accordo, per cui è conveniente lasciare la storia di questo paese avvolta nella nebbia anche quando la nebbia non c’è. Del resto, ad un certo punto, per iniziativa di Fragalà e qualcun altro era nata persino una dietrologia di destra, che puntava ovviamente e cercare nella lotta armata le “responsabilità” segrete del Kgb, così come fino a quel punto quella “di sinistra” le aveva cercate nella Cia o nei “servizi deviati”. Ora hanno fatto pace e quindi la versione ufficiale diventa: ci sono dei misteri, non si può risolverli, ma va bene così. Ma è un accordo politico che guarda soprattutto al futuro, più che al passato.

In che senso?
C’è un bisogno disperato di dire che nulla è possibile al di fuori del campo politico disegnato dagli attuali rapporti di forza, che è inutile opporsi, organizzarsi, lottare, progettare futuro. La figura di Prospero rompe decisamente questo schema paralizzante: un contadino comunista che insieme a operai e studenti arriva a “colpire il cuore dello stato”, catturando il principale protagonista del potere dell’epoca. Al di là delle forme storiche, è la prova empirica che l’organizzazione degli sfruttati può raggiungere risultati impensabili. Una constatazione del genere, già da sola, rappresenta una minaccia per la continuità del potere. Specie in tempi di crisi. Quindi bisogna, come direbbe Monti, “silenziarla”. E nulla più della nebbia dei “misteri” può tornare utile allo scopo. Il “mistero” serve a ricacciare tutti nella frustrazione, ognuno racchiuso nella propria individuale impotenza.

Per quale ragione?
Perché un “mistero” è il rovesciamento dell’onere della prova! Non serve più che l’accusatore debba esibire le prove della sua accusa, è sufficiente mettere l’accusato nella posizione di chi deve “soddisfare” le attese dell’accusatore. E naturalmente starà sempre all’accusatore di decidere se “credere” oppure no. Basta guardare l’Unità di oggi, che ripubblica una pseudo-intervista (in realtà una chiacchierata informale con un gruppo di brigatisti prigionieri) fatta a Prospero da Veltroni nel ’93. Con “Uòlter” impegnatissimo a ripetere che “non basta” mai esibire le proprie verità, neppure condite da prove; che insomma bisognerebbe ammettere di “esser stati manovrati”.

Tu hai scritto spesso che la “dietrologia” è anche una questione di interessi economici…
Beh, basti pensare che c’è stata una commissione di inchiesta parlamentare aperta continuativamente per 18 anni. I “consulenti” – come i fratelli Cipriani ed altri – hanno avuto compensi favolosi per tutto il periodo. Figuriamoci se qualcuno di loro poteva accettare di arrivare all’accertamento della verità, di mettere un punto finale… Solo l’archivista della Comissione, Vladimiro Satta, l’unico che sie era letto il milione e mezzo di pagine degli atti, alla fine ci ha scritto un libro definitivo (“Odissea nel caso Moro”) distruggendo tutti i cosiddetti “misteri” uno per uno. A momenti lo accusano di essere un brigatista! Finché c’è mistero, c’è un prodotto da vendere, libri da fare, film da girare, psudo-inchieste giornalistiche che ti riportano sempre al punto di partenza, così magari tra due anni se ne fa un’altra uguale… Su questa strada sonostate costruite fortune politiche, giornalistiche, editoriali, con tanto di poltrone parlamentari e contratti d’oro. Un’industria che poi ha chiuso bottega per manifesta insussistenza dell’oggetto, ma che ha distribuito a lungo dei bei dividendi.

C’è un dato di fatto che può smontare tutta la dietrologia?
Premetto che in queste cose, stabilito un punto, si può sempre ricominciare da capo a inventarne altre. Però, se uno conosce la letteratura dietrologica, tutto si riduce a un solo punto e una sola persona: “Mario Moretti non ce la conta giusta”. Basta guardare alla situazione di fatto. Dei brigatisti storici e di tutti gli uomini e donne di via Fani, soltanto uno è ancora in carcere, e da 32 anni: Mario Moretti. Un osservatore neutro ne trarrebbe una sola conclusione: Mario ha sempre detto la verità e sta pagando di persona per essere stato a capo dell’organizzazione che ha “messo paura” al potere in Italia. Del resto, al governo di questo paese ci sono stati piduisti ed ex comunisti, democristiani “tecnici” e ora persino il capo europeo della Trilateral. E Mario è sempre rimasto dentro, da semilibero, con una lavoro che rende poco e che si deve continuamente inventare. Vale quel che ho detto prima per Prospero: che detiene segreti “decisivi” o muore presto e viene coperto d’oro. Altrimenti, è uno che ha sempre raccontato la verità. Che poi questa sia sgradita, è cosa che pone domande sugli accusatori, non sull’accusato.

Torniamo a Prospero, per concludere. Di tutti i ricordi pubblicati oggi, ce n’è qualcuno un po’ meno falso della media?
Diciamo che soltanto uno è completamente onesto e veritiero, quello di Giovanni Russo Spena, sul manifesto di oggi. Per il resto, è la sagra del fasullo, con abissi di ignominia toccati ad esempio da Ferdinando Imposimato. E con l’eccezione illuminante di Severino Santiapichi, il presidente della Corte d’Assise che ci condannò in 32 all’ergastolo, all’inizio dell’83. Il quale rinonosce la serietà e la correttezza dell’atteggiamento nostro e di Prospero. Sembra insomma che soltanto tra nemici veri, che si sono combattuti sul serio, come fu anche con Francesco Cossiga, si possa stabilire quel riconoscimento della verità che è la base su cui si può istituire un qualsiasi confronto. Coi leccaculi che vivono dietro una scrivania, invece, non è proprio possibile. E’ come parlare di montagna con chi l’ha vista in fotografia…

Qual’è stata la sua importanza, nella vostra storia?
È stato il militante che dava l’esempio, senza alcuna preoccupazione individualistica. Un esempio per come – da contadino orgoglioso delle proprie origini – ha “studiato di notte”, rubando ore al riposo dopo il lavoro, per migliorare la propria conoscenza. Per come ha interpretato la dimensione del “collettivo”, del fare insieme, dell’assumere ruoli di direzione soltanto perché “qualcuno deve pur farlo”, mantenendo sempre quel distacco autocritico che consiste nel non darsi individualmente troppa importanza. È qualcosa che oggi appare difficile persino da raccontare, figuriamoci a spiegarlo. Ma chiunque abbia “militato” davvero in un’organizzazione rivoluzionaria, dove si rischia la vita e non c’è una poltrona (e uno stipendio) da conquistare, sa che la posizione di vertice è un ruolo funzionale; che il “dirigere” è un’attività complessa che viene fuori come risultante dall’insieme dei militanti. Anche nelle ultime interviste appare evidente questo lato della sua cultura umana e politica. E’ il suo contributo alla politica comunista anche dopo la sua morte, che sapeva poter arrivare in qualsiasi momento.

Link
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Chi era Prospero Gallinari
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Per saperne qualcosa di più
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Il nemico inconfessabile
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Mario Moretti, Brigate rosse une histoire italienne
La révolution et l’Etat
La vera storia del processo di Torino al “nucleo-storico” delle Brigate rosse: il Pci intervenne sui giurati popolari
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
Doppio Stato e dietrologia nella narrazione storiografica della sinistra italiana
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella

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Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico

Qualche breve cenno bibliografico per districarsi con un po’ d’intelligenza tra i deliri complottistici e le menzogne costruite attorno alla storia del rapimento Moro

Libri – Marco Clementi, La pazzia di Aldo Moro (Rizzoli 2006, Rizzoli ora in BUR) Vladimiro Satta, Odissea del caso Moro. Viaggio controcorrente attraverso la documentazione della commissione stragi, Edup, Roma 2003, pp. 445, euro 16

Paolo Persichetti
Liberazione
domenica 28 settembre 2003

copj13-1-asp1Il tema della cospirazione ha dominato la letteratura storica dell’Italia recente. Concetti come “potere invisibile” o “Stato parallelo” sono entrati nel lessico corrente, ispirando ricostruzioni in cui la storia del dopoguerra viene interpretata unicamente come la trama oscura di un “doppio Stato”. Nel fitto intreccio di misteri e segreti intessuto da una fantasiosa pubblicistica, più vicina al mondo del romanzo giallo che a quello della ricerca socio-storica, il caso Moro più di ogni altro episodio ha alimentato la retorica del complotto. I primi segni di insofferenza nei confronti di questa vulgata dietrologica, che ha relegato la storiografia italiana contemporanea in una posizione periferica rispetto a quella di altri paesi europei, sono venuti da storici di scuola liberale come Giovanni Sabbatucci, “I misteri del caso Moro”, in Miti e Storia dell’Italia unita, Il Mulino 1999. Un risveglio storiografico che era stato preceduto dai sia pur parziali lavori di sociologia editi sempre dal Mulino nel corso degli anni 90, a cura di Raimondo Catanzaro e Donatella Della Porta. Ma la vera svolta è arrivata con il pionieristico lavoro di revisione storiografica realizzato da Marco Clementi, autore di una monografia sul rapimento Moro, La “pazzia” di Aldo Moro, Odradek 2001 (poi ristampato dalla Rizzoli). Storico di matrice culturale opposta a quella di Sabbatucci, Clementi evidenzia l’inconsistenza delle tesi del complotto architettato contro il Pci.
Questa giovane scuola storiografica si arricchisce oggi del fondamentale contributo fornito da Vladimiro Satta, documentarista del Senato incaricato 8817010359di seguire i lavori della commissione stragi dal 1989, Odissea del caso Moro, Edup 2003, euro 16,00. Fino ad oggi le tesi complottistiche si erano avvalse di una copiosa serie di analisi di dettaglio, di fatto poco accessibili e per questo al riparo delle molte possibili contestazioni. A ben guardare il vero mistero restavano le fonti dei teorici del mistero. Si pensi ai numerosi lavori pubblicati dall’ex senatore ad ex membro della Moro, Sergio Flamigni, che hanno largamente ispirato tutta la successiva narrazione dietrologica, fino al recente thriller Piazza delle cinque lune. Acquisizioni parziali, ricostruzioni lacunose, errori, manipolazioni, invenzioni, sentito dire, correlazioni arbitrarie, affermazioni ipotetiche, false equazioni, hanno nutrito per decenni le precostituite tesi cospirative. Mentre in passato la residua critica storiografica si era concentrata essenzialmente, attraverso il vaglio di inchieste altrui, sulle incongruenze logiche e la natura perfettamente reversibile delle tesi del complotto, il libro di Satta ribalta lo schema fornendo la più completa indagine documentale fino ad oggi disponibile. Accade così che gli esegeti della superstizione storiografica, gli alchimisti del complotto, i dietrologi di ogni natura e colore, 2566301esperti nell’arte di prevedere il passato, ne escano malconci. Grazie ad un sistematico e meticoloso lavoro di analisi e verifica documentale, vengono affrontate tutte le questioni irrisolte nonché le diverse tesi cospirative con relative varianti. Dopo aver passato al setaccio la pista atlantica, quella dell’Est e quella israeliana, l’autore conclude sulla decisione indipendente e sulla capacità autonoma delle Br nel rapire Moro.
Non trovano alcun riscontro, infatti, le tesi della “infiltrazione” durante il sequestro, né quella della “eterodirezione” (avanzata a suo tempo da Giuseppe Vacca) sia nella versione pregressa al rapimento che in quella successiva. Allo stesso modo sono prive di conferme la “teoria del doppio delitto” e quella del “doppio ostaggio”, cara all’ex presidente della commissione stragi, Giovanni Pellegrino.
Infinite sono le occasioni in cui la verità dei fatti viene ripristinata su aneddoti e dettagli che in passato, grazie al loro travisamento, erano divenuti pietre miliari del complotto. Valga per tutti l’episodio della doccia di via Gradoli, sul quale si è 9788806157395gcostruito per anni un edificio di strumentali congetture in continuo divenire. Sarebbe bastato osservare le foto della scientifica (da tutti trascurate) per constatare come il tubo della doccia fosse correttamente al suo posto e non disposto, come si è sempre maliziosamente postulato, in modo da provocare una volontaria perdita d’acqua (dovuta in realtà ad una banale quanto fatale dimenticanza del rubinetto aperto) che conducesse alla scoperta della base.eseguendo-la-sentenza Terminata la lettura del volume resta comunque in piedi una domanda: sarà sufficiente questo mastodontico lavoro di confutazione dettagliata e pignola per mettere a tacere definitivamente le tesi cospirative ed aprire la strada ad una matura stagione storiografica?
La risposta forse la si trova nello stesso volume di Satta (pp. 430). Infatti quando si appurò che il quarto uomo di via Montalcini, dove era stato nascosto Moro, non era affatto la tanto evocata “entità superiore”, il “livello occulto”, l’emissario di una potenza straniera”, ma “Gulliver”, al secolo Gennaro Maccari, ex militante di Potere operaio divenuto brigatista (si leggano in proposito la sua testimonianza raccolta da Giovanni Bianconi in, Mi dichiaro prigionieri politico. Storie delle Brigate rosse, Einaudi 2003; e Aldo Grandi, Il partito dell’insurrezione, Einaudi 2003), Sergio Flamigni sentenziò «se lui è il quarto uomo, allora erano cinque» (l’Unità 20 giugno 1996).
Purtroppo ci sarà sempre un uomo in più da scovare, mancherà comunque il personaggio decisivo, perché le teorie cospirative hanno un bisogno perenne di alibi che rendano le smentite ineffettuali. La retorica del complotto si alimenta di un pensiero circolare che rifiuta intromissioni perché prescinde dal fatto sociale. Per questo i modelli di cripto-storia non recepiscono la confutazione, ma introducono continuamente nuovi livelli di cospirazione. Benché decisivo per il rilancio della storiografia sugli anni 70, il libro di Satta rischia di restare isolato finché non si metterà mano ad una indagine che ricostruisca le matrici culturali ed i meccanismi ideologici che hanno consentito la diffusione delle teorie cospirative come spiegazione della realtà, facendone addirittura un elemento identitario della cultura di sinistra. E pensare che le moderne teorie del complotto hanno avuto origine in quell’abbé Barruel, esponente dell’emigrazione controrivoluzionaria che nel 1798 pubblicò un pamphlet sulle cause della rivoluzione francese spiegate attraverso il complotto ordito da logge massoniche infiltrate dai giacobini. Se non altro questo illustre precedente storico ci aiuta a capire quali sono gli schieramenti che si affrontano sui due lati della barricata.

Per saperne di più
La dietrologia nel rapimento Moro
Lotta armata e teorie del complotto
Doppio Stato e dietrologia nella narrazione storiografica della sinistra italiana – Paolo Persichetti
Doppio Stato? Una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta
La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Italie, le thème du complot dans l’historiographie contemporaine – Paolo Persichetti
I marziani a Reggio Emilia – Paolo Nori
Ci chiameremo la Brigata rossa – Vincenzo Tessandori
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella Paolo Persichetti
Il caso Moro – Paolo Persichetti
Storia della dottrina Mitterrand – Paolo Persichetti