La leggenda dei due motociclisti che spararono e il tentativo di cambiare la storia di via Fani – 4a puntata

Da quei primi novanta secondi in cui, la mattina del 16 marzo 1978, le Brigate rosse riuscirono a neutralizzare la scorta e portare via il presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, il tentativo di cambiare la storia di via Fani non è mai cessato. Oggi raccontiamo la lunga storia delle parole inaffidabili dell’ingegner Alessandro Marini, da sempre ritenute una delle testimonianze più attendibili e ancora oggi utilizzate per dare corpo alle letture cospirazioniste del sequestro. La leggenda dei due motociclisti che sparano e di un parabrezza che va in frantumi restano uno dei pezzi forti attorno al quale si dipana la narrazione dietrologica.  Leggi qui le precedenti puntate (1), (2), (3)

Paolo Persichetti
Il Garantista 12 marzo 2015 (versione integrale)

13 Motorino03 copiaUna moto Honda di grossa cilindrata con due persone a bordo passò davvero in via Fani la mattina del 16 marzo 1978? Se la risposta è affermativa, chi c’era sopra quel mezzo? Due brigatisti mai identificati o due ignari motociclisti piombati nel luogo sbagliato al momento sbagliato? Oppure, come sostengono i dietrologi, i centauri erano uomini dei servizi in appoggio al commando brigatista? La questione tiene banco da anni e recentemente è tornata d’attualità dopo una campagna sensazionalistica ripresa dai media. Un clamore che ha provocato prima l’avocazione dell’inchiesta, ferma da tempo, e poi la richiesta di archiviazione formulata dal pg Luigi Ciampoli (ne abbiamo parlato sul Garantista del 1 marzo 2015). Ora il gip, Donatella Pavone, accogliendo il ricorso del nuovo procuratore generale Antonio Marini (fortemente polemico con il suo predecessore), ha deciso la riapertura delle indagini. Un ping pong tra magistrati della procura segnato da rivalità, sgambetti e divergenze. Se l’attuale pg, “protempore”, Marini si mostra sempre convinto della presenza della motocicletta e che a bordo vi fossero due brigatisti rimasti impuniti, l’ex pm Franco Ionta, lo scorso 3 marzo, di fronte alla nuova commissione parlamentare d’inchiesta ha manifestato grosse perplessità.
Dal punto di vista storico e politico, se si accertasse che la moto passò e che era guidata da due brigatisti rimasti ignoti, non cambierebbe nulla. La questione rivestirebbe solo un residuale interesse giudiziario. Tuttavia i brigatisti hanno sempre smentito l’impiego di una motocicletta quella mattina. D’altronde a cosa sarebbe servita? Non certo per confermare l’imminente arrivo del convoglio che a volte sceglieva itinerari alternativi, perché la moto sarebbe dovuta rimanere troppo vicina alla scorta di Moro col rischio di insospettirla. Per questo le Brigate rosse scelsero una soluzione più discreta, impiegando una giovane militante in cima a via Fani con un mazzo di fiori in mano. Agitandoli, avrebbe dato il segnale. Una presenza talmente discreta che nessuno dei 34 testimoni la notò, e furono gli stessi brigatisti a indicarla quando, ritenuto concluso il ciclo politico della lotta armata, intesero favorire un lavoro di storicizzazione di quelle vicende.
Era superfluo anche l’impiego di una staffetta mobile per verificare che la strada fosse sgombera da presenze inopportune. Il declivio di via Fani consente una visibilità ottima a chi è più in basso. D’altronde intralci improvvisi ci furono, come la 500 che procedeva troppo lentamente, sorpassata dalla 128 giardinetta dei Br e poi con una manovra un po’ avventata dalla scorta di Moro. Il rischio di variabili era stato preso in considerazione, come la possibilità che una qualche vettura anticipasse la giardinetta di Moretti e il convoglio, piazzandosi davanti a tutti all’altezza dello stop. In quel caso l’assalto sarebbe stato portato qualche metro più in alto, all’altezza del furgone del fioraio Spiriticchio. Furgone al quale vennero bucati i pneumatici la sera prima perché non fosse presente quella mattina.
Infine, è al di fuori di qualsiasi schema d’azione brigatista ipotizzare che due militanti a cavallo di una moto si potessero fare strada con le armi in pugno, allertando chiunque li avesse visti e vanificando così quell’effetto sorpresa che forniva loro la supremazia militare, per poi sparare come dei cowboy, addirittura nemmeno contro la scorta di Moro ma verso un inerme testimone.
Come se non bastasse, tutti i mezzi impiegati durante l’azione sono stati abbandonati dopo un breve tragitto, ma della moto invece non si è mai trovata traccia. Non è pensabile immaginare che i due militanti delle Br abbiano attraversato la città su quel mezzo, segnalato da alcuni testimoni, senza mai effettuare un cambio. Pur non avendo risolto queste contraddizioni, la sentenza conclusiva del primo processo Moro, che riunisce le inchieste Moro e Moro bis, stabilì che quella moto ci fu, che sopra c’erano due militanti delle Brigate rosse che spararono ad un testimone, l’ingegner Alessandro Marini, fermo all’incrocio sul lato basso di via Fani. Almeno questo dichiarò il teste perché le perizie balistiche non confermarono mai la presenza di spari nella sua direzione. Insomma i giudici si fidarono ciecamente delle parole di Marini e condannarono anche per concorso in tentato omicidio tutti i componenti del commando brigatista, ritenendo che ve ne fossero altri due ancora da scovare e consegnare all’ergastolo.

Collocazione dei testimoni in via Fani (via Fani 9.02)

Collocazione dei testimoni in via Fani (Fonte via Fani 9.02)

La presenza della moto fu confermata solo da tre testimoni: Luca Moschini che mentre attraversa perpendicolarmente l’incrocio di via Fani, prima che scattasse l’azione, avvista una Honda di colore bordeaux accanto a due avieri (due Br) che stanno sul marciapiede antistante il bar Olivetti. Non vede armi e non sente sparare; l’ingegner Marini, per il quale invece l’Honda è di colore blu, partecipa all’assalto e addirittura sfreccia dietro la 132 blu che porta via Moro; il poliziotto del reparto celere Giovanni Intrevado che colloca il passaggio della motocicletta ad azione conclusa. Il 5 aprile 1978 riferisce di una moto di grossa cilindrata con due persone a bordo che gli «sfrecciò vicino» quando era già sceso dalla sua 500 e correva verso le tre macchine ferme. All’epoca non scorge armi e descrive i due a volto scoperto. Solo nel maggio 1994, sollecitato sulla questione, fa mettere a verbale che i due a bordo della moto procedevano lentamente guardandosi attorno e ricorda qualcosa che assomigliava al caricatore di un mitra posizionato verticalmente tra i due passeggeri, anche se «l’uomo che sedeva dietro teneva le braccia avvinte al guidatore». Circostanza che contrasta apertamente con la scena descritta dall’ingegner Marini, il quale alterna la posizione del passeggero col passamontagna: nella prima deposizione era quello posteriore che gli avrebbe sparato; nella seconda è il guidatore. Nel 1994 non è più sicuro e rimanda a quanto detto negli anni precedenti. Intrevado e Marini, che pure sono entrambi fermi allo stop, non si accorgono mai uno dell’altro. Nessuno degli altri 31 testimoni scorge la moto, durante l’assalto o subito dopo, come per esempio il giornalaio Pistolesi o il benzinaio Lalli. Nemmeno Conti, che dalla sua abitazione alle 9.02 chiama per primo il 113 e avverte che hanno colpito l’auto di Moro.
Domanda: quando è passata la moto? Siccome le tre testimonianze non sono sovrapponibili, stabilirlo è dirimente, perché solo se è passata durante l’azione si può ritenere, senza ombra di dubbio, che la moto facesse parte del commando. Se invece è passata prima, o dopo, non si ha più alcuna certezza. Fino ad oggi la magistratura ha sottovalutato queste divergenze cronologiche dando credito alla versione dell’ingegnere sul motorino.
Ma davvero Marini è così attendibile? In realtà, la sua affidabilità fu già messa in discussione dalla corte d’appello del primo processo Moro, che qualificò la sua testimonianza di «ricostruzione “a posteriori” del fatto». Le deposizioni di Marini hanno tutte una caratteristica particolare: oltre a confondere e sovrapporre le varie fasi dell’assalto brigatista, moltiplicandone i partecipanti, tendono a ricostruire la sequenza degli eventi con una forte carica egocentrica che viene a situarlo al centro di un episodio che ha cambiato la storia.
Il 16 marzo 1978 egli riferì del passeggero posteriore di una moto Honda blu munito di passamontagna che avrebbe esploso dei colpi contro di lui, perdendo un caricatore a terra che poi disse di aver indicato agli investigatori.

Marini 2

Marini 2.1

Il 26 settembre successivo dichiarò: «La persona che viaggiava sul sellino della “Honda”, dietro il conducente, sparò alcuni colpi di arma da fuoco dei quali uno colpì anche la parte superiore del parabrezza del motorino rompendolo. Io non sono stato colpito perché nel frattempo istintivamente mi ero abbassato. Conservo ancora a casa i frammenti del parabrezza che mantengo a disposizione della giustizia».
1. Caricatore e cappello copiaPerò del caricatore di cui parla Marini non si è mai vista traccia. L’unico caricatore ritrovato in via Fani, e ritratto nelle foto accanto al berretto da aviere, è quello del mitra che aveva in mano Raffaele Fiore. Il solo dei quattro del commando che doveva fare fuoco che non riuscì a sparare un solo colpo perché la sua arma si inceppò per due volte, anche dopo il cambio di caricatore, come attestano le perizie balistiche e conferma lo stesso Fiore nel libro di Aldo Grandi, L’ultimo brigatista (Bur).
Caricatore copiaIl 17 maggio 1994 l’ingegner Marini, sentito nuovamente dalla procura che stava conducendo nuove indagini, fa una rivelazione che ribalta completamente la storia dei colpi di pistola esplosi dalla Honda: «Riconosco nei due pezzi di parabrezza che mi vengono mostrati, di cui al reperto nr.95191, il parabrezza che era montato sul mio motorino il giorno 16 marzo 1978. Ricordo in modo particolare lo schoch che io stesso ho apposto al parabrezza che nei giorni precedenti era caduto dal cavalletto incrinandosi. Prima di sostituirlo ho messo momentaneamente questo schoch per tenerlo unito. Ricordo che quel giorno, in via Fani, il parabrezza si è infranto cadendo a terra proprio dividendosi in questi due pezzi che ho successivamente consegnato alla polizia». Dunque non sono più i colpi di pistola ad aver distrutto il parabrezza.

Dep Marini 0 1994Dep Marini 1994

Dep Marini 2 1994

4. Motorino 1 copiaTra le tante foto che ritraggono via Fani subito dopo l’assalto brigatista, in alcune si può scorgere, proprio dietro l’Alfasud beige della digos parcheggiata sul lato sinistro della via, un motorino accostato al muretto che separa il bar Olivetti dalla strada con un parabrezza nastrato che assomiglia moltissimo alla descrizione fatta da Marini, il quale nella deposizione del 1994 non ricordava «quando sono andato a ritirare il motorino che avevo lasciato incustodito all’incrocio con via Fani e via Stresa». E’ il suo?
Se, come dice l’ingegner Marini con 16 anni di ritardo, il parabrezza era già incrinato prima di quella mattina, e si danneggia ulteriormente perché impaurito dall’assalto armato lascia cadere il motorino, viene meno l’unico labile indizio richiamato fino a quel momento come prova dei colpi sparati dalla Honda contro di lui. E crolla la versione della Honda con i brigatisti a bordo che avrebbero partecipato al rapimento. 8 Motorino nastrato-1 copiaBoxer nastrato

9 Motorino nastrato-2 copia

12 Motorino02 copiaSe così stanno le cose, l’attuale procuratore generale, Antonio Marini, che ha ripreso in mano le indagini, ha una grande opportunità: fornire un decisivo contributo alla verità approfittando dell’occasione per chiedere la revisione delle condanne per tentato omicidio dell’ingegner Marini emesse nel primo processo Moro.
Appare sempre più chiaro che su quella moto c’erano persone ignare di quel che stava accadendo, passate nel luogo sbagliato al momento sbagliato. Eliminare l’ipoteca penale costituita del coinvolgimento nel rapimento e l’uccisione dei cinque uomini della scorta permetterebbe, a chi quella mattina si trovò lì per puro caso, di ammettere che, senza volerlo, transitò dentro la storia che stava cambiando.

4/continua

Le altre puntate
 5a puntata
Annunci

Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico

Qualche breve cenno bibliografico per districarsi con un po’ d’intelligenza tra i deliri complottistici e le menzogne costruite attorno alla storia del rapimento Moro

Libri – Marco Clementi, La pazzia di Aldo Moro (Rizzoli 2006, Rizzoli ora in BUR) Vladimiro Satta, Odissea del caso Moro. Viaggio controcorrente attraverso la documentazione della commissione stragi, Edup, Roma 2003, pp. 445, euro 16

Paolo Persichetti
Liberazione
domenica 28 settembre 2003

copj13-1-asp1Il tema della cospirazione ha dominato la letteratura storica dell’Italia recente. Concetti come “potere invisibile” o “Stato parallelo” sono entrati nel lessico corrente, ispirando ricostruzioni in cui la storia del dopoguerra viene interpretata unicamente come la trama oscura di un “doppio Stato”. Nel fitto intreccio di misteri e segreti intessuto da una fantasiosa pubblicistica, più vicina al mondo del romanzo giallo che a quello della ricerca socio-storica, il caso Moro più di ogni altro episodio ha alimentato la retorica del complotto. I primi segni di insofferenza nei confronti di questa vulgata dietrologica, che ha relegato la storiografia italiana contemporanea in una posizione periferica rispetto a quella di altri paesi europei, sono venuti da storici di scuola liberale come Giovanni Sabbatucci, “I misteri del caso Moro”, in Miti e Storia dell’Italia unita, Il Mulino 1999. Un risveglio storiografico che era stato preceduto dai sia pur parziali lavori di sociologia editi sempre dal Mulino nel corso degli anni 90, a cura di Raimondo Catanzaro e Donatella Della Porta. Ma la vera svolta è arrivata con il pionieristico lavoro di revisione storiografica realizzato da Marco Clementi, autore di una monografia sul rapimento Moro, La “pazzia” di Aldo Moro, Odradek 2001 (poi ristampato dalla Rizzoli). Storico di matrice culturale opposta a quella di Sabbatucci, Clementi evidenzia l’inconsistenza delle tesi del complotto architettato contro il Pci.
Questa giovane scuola storiografica si arricchisce oggi del fondamentale contributo fornito da Vladimiro Satta, documentarista del Senato incaricato 8817010359di seguire i lavori della commissione stragi dal 1989, Odissea del caso Moro, Edup 2003, euro 16,00. Fino ad oggi le tesi complottistiche si erano avvalse di una copiosa serie di analisi di dettaglio, di fatto poco accessibili e per questo al riparo delle molte possibili contestazioni. A ben guardare il vero mistero restavano le fonti dei teorici del mistero. Si pensi ai numerosi lavori pubblicati dall’ex senatore ad ex membro della Moro, Sergio Flamigni, che hanno largamente ispirato tutta la successiva narrazione dietrologica, fino al recente thriller Piazza delle cinque lune. Acquisizioni parziali, ricostruzioni lacunose, errori, manipolazioni, invenzioni, sentito dire, correlazioni arbitrarie, affermazioni ipotetiche, false equazioni, hanno nutrito per decenni le precostituite tesi cospirative. Mentre in passato la residua critica storiografica si era concentrata essenzialmente, attraverso il vaglio di inchieste altrui, sulle incongruenze logiche e la natura perfettamente reversibile delle tesi del complotto, il libro di Satta ribalta lo schema fornendo la più completa indagine documentale fino ad oggi disponibile. Accade così che gli esegeti della superstizione storiografica, gli alchimisti del complotto, i dietrologi di ogni natura e colore, 2566301esperti nell’arte di prevedere il passato, ne escano malconci. Grazie ad un sistematico e meticoloso lavoro di analisi e verifica documentale, vengono affrontate tutte le questioni irrisolte nonché le diverse tesi cospirative con relative varianti. Dopo aver passato al setaccio la pista atlantica, quella dell’Est e quella israeliana, l’autore conclude sulla decisione indipendente e sulla capacità autonoma delle Br nel rapire Moro.
Non trovano alcun riscontro, infatti, le tesi della “infiltrazione” durante il sequestro, né quella della “eterodirezione” (avanzata a suo tempo da Giuseppe Vacca) sia nella versione pregressa al rapimento che in quella successiva. Allo stesso modo sono prive di conferme la “teoria del doppio delitto” e quella del “doppio ostaggio”, cara all’ex presidente della commissione stragi, Giovanni Pellegrino.
Infinite sono le occasioni in cui la verità dei fatti viene ripristinata su aneddoti e dettagli che in passato, grazie al loro travisamento, erano divenuti pietre miliari del complotto. Valga per tutti l’episodio della doccia di via Gradoli, sul quale si è 9788806157395gcostruito per anni un edificio di strumentali congetture in continuo divenire. Sarebbe bastato osservare le foto della scientifica (da tutti trascurate) per constatare come il tubo della doccia fosse correttamente al suo posto e non disposto, come si è sempre maliziosamente postulato, in modo da provocare una volontaria perdita d’acqua (dovuta in realtà ad una banale quanto fatale dimenticanza del rubinetto aperto) che conducesse alla scoperta della base.eseguendo-la-sentenza Terminata la lettura del volume resta comunque in piedi una domanda: sarà sufficiente questo mastodontico lavoro di confutazione dettagliata e pignola per mettere a tacere definitivamente le tesi cospirative ed aprire la strada ad una matura stagione storiografica?
La risposta forse la si trova nello stesso volume di Satta (pp. 430). Infatti quando si appurò che il quarto uomo di via Montalcini, dove era stato nascosto Moro, non era affatto la tanto evocata “entità superiore”, il “livello occulto”, l’emissario di una potenza straniera”, ma “Gulliver”, al secolo Gennaro Maccari, ex militante di Potere operaio divenuto brigatista (si leggano in proposito la sua testimonianza raccolta da Giovanni Bianconi in, Mi dichiaro prigionieri politico. Storie delle Brigate rosse, Einaudi 2003; e Aldo Grandi, Il partito dell’insurrezione, Einaudi 2003), Sergio Flamigni sentenziò «se lui è il quarto uomo, allora erano cinque» (l’Unità 20 giugno 1996).
Purtroppo ci sarà sempre un uomo in più da scovare, mancherà comunque il personaggio decisivo, perché le teorie cospirative hanno un bisogno perenne di alibi che rendano le smentite ineffettuali. La retorica del complotto si alimenta di un pensiero circolare che rifiuta intromissioni perché prescinde dal fatto sociale. Per questo i modelli di cripto-storia non recepiscono la confutazione, ma introducono continuamente nuovi livelli di cospirazione. Benché decisivo per il rilancio della storiografia sugli anni 70, il libro di Satta rischia di restare isolato finché non si metterà mano ad una indagine che ricostruisca le matrici culturali ed i meccanismi ideologici che hanno consentito la diffusione delle teorie cospirative come spiegazione della realtà, facendone addirittura un elemento identitario della cultura di sinistra. E pensare che le moderne teorie del complotto hanno avuto origine in quell’abbé Barruel, esponente dell’emigrazione controrivoluzionaria che nel 1798 pubblicò un pamphlet sulle cause della rivoluzione francese spiegate attraverso il complotto ordito da logge massoniche infiltrate dai giacobini. Se non altro questo illustre precedente storico ci aiuta a capire quali sono gli schieramenti che si affrontano sui due lati della barricata.

Per saperne di più
La dietrologia nel rapimento Moro
Lotta armata e teorie del complotto
Doppio Stato e dietrologia nella narrazione storiografica della sinistra italiana – Paolo Persichetti
Doppio Stato? Una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta
La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Italie, le thème du complot dans l’historiographie contemporaine – Paolo Persichetti
I marziani a Reggio Emilia – Paolo Nori
Ci chiameremo la Brigata rossa – Vincenzo Tessandori
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella Paolo Persichetti
Il caso Moro – Paolo Persichetti
Storia della dottrina Mitterrand – Paolo Persichetti