Caso Persichetti, la ricerca storica sotto attacco

Anni Settanta. Incredibile iniziativa della Procura di Roma che ha emanato un mandato di perquisizione nei confronti dello studioso Paolo Persichetti al termine del quale gli sono stati sequestrati tutti i documenti analizzati e schedati in lunghi anni di lavoro e di consultazione di archivi

Marco Grispigni il manifesto 20 giugno 2021

Osservandola da fuori, indubbiamente l’Italia è un paese assai strano da comprendere. Se poi ci si interessa agli anni Settanta del secolo scorso, forse più che strano il paese sembrerebbe immerso in una sceneggiatura distopica.

È infatti nel campo dell’assurdo che si colloca l’incredibile iniziativa della Procura di Roma che ha emanato un mandato di perquisizione nei confronti dello studioso Paolo Persichetti al termine del quale gli sono stati sequestrati tutti i documenti analizzati e schedati in lunghi anni di lavoro e di consultazione di archivi. L’accusa è la divulgazione di materiale riservato «acquisito e/o elaborato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro».

Il reato di divulgazione di materiale riservato andrebbe inserito nel contesto di due più gravi reati, quello di favoreggiamento e addirittura di associazione sovversiva con finalità di terrorismo. In sostanza, per giustificare perquisizione e sequestro, si accusa Paolo Persichetti da far parte di una banda terrorista attiva niente di meno che dall’8 dicembre 2015. A parte l’assurdità dell’accusa e dell’utilizzo del reato di associazione sovversiva con finalità di terrorismo, la data di inizio rimanda al giorno in cui la commissione parlamentare presieduta da Giuseppe Fioroni, ex democristiano e ora deputato del Pd, discuteva ed emendava la bozza finale della relazione. Una nuova colonna, «studi storici», nasceva in quel giorno con l’incarico di divulgare le segretissime carte, che poco dopo diventeranno pubbliche con il versamento all’archivio storico della Camera.

Ora a parte l’ironia possibile su questa vicenda che ha un effetto pesante e ingiustificato sulla vita e il lavoro di Paolo Persichetti, direi che questa iniziativa solleva almeno tre ordini di problemi.

Il primo è l’incredibile attacco alla ricerca storica che si interroga su periodi “difficili” della nostra storia nazionale. È inevitabile leggere questa iniziativa giudiziaria quasi in parallelo con la proposta di legge di introdurre il reato di «negazionismo» nei confronti di chi mette in discussione la vulgata bipartisan-presidenziale sulle «foibe». Questo tema è al centro dell’appello lanciato da alcuni studiosi in solidarietà con Persichetti.

Il secondo riguarda gli studi e riflessioni sugli anni Settanta e sul fenomeno della lotta armata di sinistra. Dopo che per un ventennio il discorso pubblico e la ricostruzione storica di quel periodo erano state sostanzialmente delegate alle aule di tribunale e ai magistrati, da diversi anni ormai su quel decennio e sul tema della violenza politica c’è una notevole produzione scientifica, sia in ambito universitario che fuori dai circuiti dell’accademia. Ora l’accusa contro Persichetti sembra una sorta di duro monito proprio contro la vasta area di studiosi non accademici di quegli anni. Mentre si giustificano operazioni di pura vendetta, come quella contro i dieci «terroristi» rifugiati in Francia, con un presunto bisogno di «svelare i misteri» di quella stagione, si avvia una procedura giudiziaria contro uno studioso che su quei «misteri» ha a lungo lavorato, smontando con l’uso di documenti di archivio i vari complottismi.

Il terzo, infine, riguarda direttamente Paolo Persichetti. Persichetti non è solo un conosciuto studioso non accademico e autore di diverse pubblicazioni su quegli anni, ma è anche un «ex». Persichetti infatti fece parte delle Brigate rosse – Unione dei comunisti e fu condannato a 22 anni per banda armata e concorso morale nell’omicidio del generale Licio Giorgieri. La sua condizione di «ex» è il punto di partenza di tutti gli articoli su questa iniziativa giudiziaria. Ovunque, prima di soffermarsi sull’incredibilità delle accuse, gli articoli iniziano parlando della passata militanza di Persichetti.

Il messaggio abbastanza chiaro è: «stiamo parlando di un ’ex terrorista’, quindi anche se le accuse sembrano strampalate, non si sa mai». La damnatio memoriae nei confronti di quegli anni e in particolare nei confronti di chi scelse la strada della lotta armata deve essere riaffermata sempre. Il diritto di parola esiste se si è funzionali a ricostruzioni basate su oscuri complotti e se è preceduto da un «contrito pentimento».

La procura sequestra e tace

Vorrei ringraziare tutte e tutti per i messaggi di solidarietà ricevuti in pubblico e in privato. Siete in tanti, sui social, direttamente, e non riesco a starvi dietro in queste giornate un po’ faticose. L’appello che è stato lanciato mi dicono che è già vicino alle 500 firme. A breve verrà reso pubblico.
Nonostante siano trascorsi dieci giorni dalla perquisizione di martedì 8 giugno la Procura tace. Nessun fascicolo è stato depositato davanti al tribunale del riesame dove il mio avvocato, Francesco Romeo, ha presentato ricorso. Ad oggi non sappiamo ancora cosa c’è scritto nell’informativa della Polizia di prevenzione del 9 febbraio da cui sono scaturite le accuse di associazione sovversiva con finalità di terrorismo e favoreggiamento e il sequestro di tutti i miei strumenti di lavoro e comunicazione, oltre che del mio intero archivio digitale nel quale sono raccolti decenni di ricerche, dell’archivio amministrativo di famiglia, dell’intero archivio medico-sanitario di mio figlio Sirio, di quello scolastico del fratello Nilo. Oltretutto emergono falle procedurali notevoli. Dopo aver dato comunicazione pubblica di quanto avvenuto, ho deciso di attendere prima di riprendere la parola. La Costituzione, il Diritto, la norma giuridica, la procedura penale prevedono che quando si apre una procedura penale sia chi muove le accuse a dover giustificare i propri atti, documentandoli se ne è in grado. Non sta a me fornire delle spiegazioni, tanto meno in una materia come la ricerca storiografica che è libera.

Ora la magistratura vuole orientare anche la ricerca storica

Piero Sansonetti, Il Riformista 16 Giugno 2021

C’è un signore che studia il caso Moro. Cioè il rapimento, la strage, la fuga, il sequestro. Si chiama Paolo Persichetti. Tra l’altro è l’autore di un libro molto interessante e informatissimo sulla storia delle Brigate Rosse. Paolo è un ex militante delle Brigate rosse. Fu condannato a una lunga pena detentiva, estradato dalla Francia con uno stratagemma e messo in prigione. È uscito dalla detenzione pochi anni fa, dopo aver scontato l’intera condanna. E ha ripreso la sua attività di giornalista e studioso di storia. Ha ricostruito la sua vita, è padre di due bambini piccoli. Io lo conosco bene, ho anche lavorato con lui, e vi giuro che è una persona serissima, affidabile, onesta, impegnata nello studio e nelle sue battaglie ideali. Di gran livello professionale.
L’altro giorno è arrivata la polizia a casa sua. Ha messo a soqquadro il suo appartamento sulla base di un ordine di perquisizione. Gli ha sequestrato tutti i computer, i cellulari, gli apparati elettronici. Pure tutta la documentazione medica che riguarda il suo figlioletto. E poi lo ha informato che lui è indagato. Per cosa? Sarebbe in possesso di materiale sul sequestro Moro che invece dovrebbe essere secretato. Non si sa esattamente quale. Probabilmente carte che vengono dalla commissione parlamentare che indaga sul delitto Moro avvenuto quarantatrè anni fa. Le accuse contro Persichetti sono devastanti: associazione sovversiva a fini di terrorismo e favoreggiamento. Gli avvocati di Persichetti sanno pochissimo del merito delle accuse. Si sa soltanto che secondo i magistrati il reato sarebbe iniziato nel 2015. Sei anni fa.
In questi sei anni si suppone che questa associazione sovversiva si sia limitata a immaginare azioni clamorose. Senza compierle. Probabilmente si tratta di una associazione sovversiva molto pigra e cauta. Il favoreggiamento nei confronti di chi? Forse di latitanti, intervistati da Persichetti per le sue ricerche storiche. Al momento, tra tutte le persone condannate per il sequestro Moro, solo due sono tecnicamente latitanti. Uno è Alvaro Lojacono e l’altro è Alessio Casimirri. Lojacono è un cittadino svizzero di 67 anni, che in Svizzera ha scontato per intero la pena che gli è stata inflitta dal tribunale svizzero, e ora è pienamente libero. Alessio Casimirri è un anziano cittadino nicaraguense, 70 anni, anche lui perfettamente libero e senza pendenze con la legge del suo paese. Nessuno dei due vive nascosto. Non ne hanno motivo. In cosa poteva consistere il favoreggiamento?
Il magistrato che ha deciso perquisizione e indagine su Persichetti è un nome molto noto. Eugenio Albamonte. Particolarmente impegnato, da sempre, nell’attività politica delle correnti della magistratura. È stato il successore di Davigo alla guida dell’Anm e ora è il segretario di Area, cioè della corrente di sinistra, molto forte a Roma. Albamonte è noto per varie vicende, tra le altre il sequestro Shalabayeva (la signora kazaka catturata e rispedita in patria dalle autorità italiane, insieme alla sua figlioletta, in modo spericolato e rischioso per loro) nel quale furono pesantemente coinvolti due alti dirigenti della polizia, condannati a più di cinque anni di prigione per sequestro di persona.
Albamonte, che pure aveva autorizzato il rimpatrio forzato (eseguito poi dalla polizia), non fu mai indiziato. Albamonte evidentemente ha aperto una nuova indagine sul sequestro Moro, e cioè su un episodio avvenuto quando lui aveva 11 anni e frequentava la prima media. I motivi di questa indagine non si conoscono. Si può facilmente intuire che l’attività della Procura, talvolta, è abbastanza casuale. Forse esistono situazioni più gravi di quella creata da uno studioso che sta raccogliendo materiale per i suoi studi. Più urgenti. Giustamente, spesso, i magistrati si lamentano della scarsità dei mezzi e del personale a disposizione. Come si fa a dargli torto? Certo, poi, se scopri che uno dei più importanti magistrati italiani è impegnato a indagare sulle ricerche storiche di uno studioso, ti viene il dubbio che invece la procura non sia oberata di lavoro. Magari nei prossimi giorni qualcuno aprirà un’indagine sul caso Montesi, la ragazza uccisa a Torvaianica nel ‘53, o sulle probabili complicità che il Gobbo del Quarticciolo ebbe tra gli abitanti della zona e forse anche nella locale sezione del Pci, alla fine degli anni Quaranta. Poi c’è sempre la vecchia mai risolta questione del caso Girolimoni: siamo sicurissimi che fosse proprio innocente?
Forse l’aspetto più inquietante dell’indagine contro Paolo Persichetti è un’altra. Il rischio che passi l’idea che la magistratura, oltre a decidere quali siano le scelte giuste della politica, e a selezionare le liste elettorali, o dei ministri, stabilisca che tra i suoi doveri c’è anche quello di filtrare e orientare la ricerca storica. Se per esempio qualcuno si mette in mente di criticare, o di smontare, sulla base dei documenti, il lavoro della commissione Moro, è bene avviare su di lui una indagine immaginando la possibilità che contesti questo lavoro per organizzare un’associazione terroristica. Non so se questa circostanza solleverà qualche protesta o indignazione tra gli intellettuali. Temo di no.
Mi pare che anche gli intellettuali, negli ultimi anni, siano finiti nei girotondi e alla corte delle Procure. Certo quando avvengono cose di questo genere capisci che ormai gran parte della magistratura è del tutto fuori controllo, e che la nostalgia per il minculpop, da parte sua, è sempre più forte. Non sapete cos’è il minculpop? Date un’occhiata a Wikipedia.




Lo storico Marco Clementi, «Il sequestro dell’archivio di Paolo Persichetti è un attacco al suo lavoro di ricerca sugli anni 70»

Quando il terremoto distrusse Amatrice e gli altri comuni vicini ero lì con la mia famiglia. Paolo Persichetti e la sua erano partiti da qualche giorno e quella mattina avremmo dovuto incontrarci in Umbria. Stavamo lavorando a un libro sul caso Moro e più in generale sugli anni della lotta armata in Italia assieme alla prof.ssa Elisa Santalena, che vive in Francia, e anche durante il periodo estivo ci si incontrava per consultarci. Paolo aveva fatto un lavoro egregio in Archivio di Stato, a Roma, quartiere Eur, dove era stata depositata una mole enorme di documentazione proveniente dalla PS, dai carabinieri, dai servizi (direttive Prodi e Renzi), passando intere settimane a leggere, ordinare e creare un suo inventario di carte che era il primo studioso in Italia a vedere.
Il mio archivio, che contiene documenti provenienti un po’ da tutto il mondo e in molte lingue straniere, si trovava a Capricchia, la frazione di Amatrice da dove è originario mio padre, mentre mia nonna era di Accumoli, tanto per non farci mancare nulla quella notte. Saputo della tragedia, Paolo corse con un amico. La casa, che avevamo ristrutturato da pochi anni, aveva tenuto. Entrammo e con calma, nei giorni successivi, nei momenti in cui non dovevamo provvedere all’ennesima emergenza, mettemmo in salvo l’archivio e circa mille libri, che avevo portato per aprire una biblioteca in paese. Pensavo, all’epoca, che la comunità dove ero nato meritasse un luogo di cultura, sebbene fossero rimasti in pochi a vivere stabilmente tra i Monti della Laga. E lo pensava anche Paolo, per quella che è ormai diventata la sua comunità di adozione.
Di adozione sua e della sua famiglia, con il piccolo Sirio, un bambino che adesso tutti conoscono come il “capo” dei Tetrabondi, un bambino con una forza e di una intelligenza rare, che sta superando ogni difficoltà che la vita gli ha posto di fronte fin dal ventesimo giorno dalla nascita grazie alle sue qualità e al lavoro instancabile dei suoi genitori.
Il dott. Persichetti è un grande papà. Poco mi importa che sia un docente mancato in Francia a causa della sua estradizione e che abbia passato anni in carcere. Resta tra i migliori ricercatori che abbia mai incontrato in quella che, purtroppo, può oramai definirsi una lunga carriera. Chi mi conosce lo sa: ne stimo pochi, con ancora meno parlo. Paolo Persichetti è un uomo colto, acuto, meticoloso (molto più di me), capace di ragionare da storico, politologo e sociologo (molto meglio di me), instancabile lettore di lavori altrui, con una straordinaria capacità di giudizio critico e in grado di tornare sui propri errori. Il suo italiano, poi, è tra i migliori sulla piazza storica. È un cercatore di risposte a domande storicamente fondate e sarebbe in grado di tenere un ottimo corso sugli anni Sessanta e Settanta in qualunque università del mondo.
Qualcuno ha parlato, per la perquisizione della sua casa avvenuta l’8 giugno 2021, di attacco alla ricerca storica. Mica gli storici ufficiali, quelli delle organizzazioni scientifiche e dell’accademia. Quelle e quelli credo non diranno una parola in merito. Li conosco e non mi faccio illusioni. Paolo non è considerato un pari. Tra l’altro la ricerca storica non è una persona. Anzi, non so bene proprio di cosa si tratti. Non so cosa sia la storia, non so cosa sia il passato, il presente, un fatto, un avvenimento. Provate a chiederlo a decine di storiche e di storici. Ognuno darà una risposta differente, spesso vaga, a volte incomprensibile. La questione, allora, riguarda le ricerche proprio del dott. Persichetti. Le sue ricerche, non quelle di chiunque altro. Quelle di uno dei migliori, se non il migliore, studioso del caso Moro. In grado di aprire le contraddizioni e stanare le dietrologie basate sul nulla, di mettere in fila le deduzioni che diventano per miracolo “realtà” e di porre infine il quesito dei quesiti in maniera chiara: se si chiede verità ancora oggi, dopo 40 anni, i processi che hanno condannato decine di persone all’ergastolo o a centinaia di anni di carcere, che cosa hanno detto?
Come se la verità fosse un punto fermo in qualche parte del cosmo e servissero solo le chiavi giuste per aprire la porta che la custodisce. Come se la presenza, ingombrante, di storico o storica non fosse determinante nel maneggio personale e soggettivo delle carte. Come se il soffio che regolarmente passiamo sulla polvere del passato, non scoprisse il nulla che oggi resta e non ci chiedesse, a noi che ci assumiamo la responsabilità di raccontare, di dire esclusivamente la nostra. La verità storica non esiste. Esistono gli uomini e le donne e le loro opere. Paolo è uno di loro. Nelle sue carte e nei computer gli inquirenti troveranno risposte storiografiche solide, ben strutturate, chiare. Troveranno il riflesso di quello che ho potuto osservare in tutti gli anni nei quali abbiamo lavorato insieme e anche se da tempo ho scelto di non occuparmi più di di lotta armata in maniera professionale, ci consultiamo, leggo ancora parte delle cose che scrive, continuo a essere una presenza nella sua vita di studioso, oltre che in quella privata. Credo di aver imparato da lui, come lui ha imparato da me. Ma è arrivato il momento che il dott. Persichetti sia riconosciuto non come un ex, ma per quello che è: un ottimo storico, il migliore sul caso Moro e la storia delle Br. Per distacco.

Se fare storia è un reato

Paolo Persichetti

La libera ricerca storica è ormai divenuta un reato. Per la procura di Roma sarei colpevole di «divulgazione di materiale riservato acquisito e/o elaborato dalla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio dell’on. Aldo Moro». Per questa ragione martedì 8 giugno dopo aver lasciato i miei figli a scuola, da poco passate le nove del mattino, sono stato fermato da una pattuglia della Digos e scortato nella mia abitazione dove ad attendermi c’erano altri agenti appartenenti a tre diversi servizi della polizia di Stato: Direzione centrale della Polizia di Prevenzione, Digos e Polizia postale. Ho contato in totale 8 uomini e due donne, ma credo ce ne fossero altri rimasti in strada. Una tale dispiegamento di forze era dovuto alla esecuzione di un mandato di perquisizione e contestuale sequestro di telefoni cellulari e ogni altro tipo di materiale informatico (computers, tablet, notebook, smartphone, hard-disk, pendrive, supporti magnetici, ottici e video, fotocamere e videocamere e zone di cloud storage), con particolare attenzione per il rinvenimento delle conversazioni in chat e caselle di posta elettronica e scambio e diffusione di files, nonché ogni altro tipo di materiale. Decreto disposto dal sostituto procuratore presso il Tribunale di Roma Eugenio Albamonte che ha dato seguito ad una informativa della Polizia di Prevenzione del 9 febbraio scorso. La perquisizione è terminata alle 17 del pomeriggio e ha messo a dura prova lo stesso personale di polizia estenuato dalla quantità di libri e materiale archivistico (scampato pochi mesi fa a un incendio), raccolto dopo anni di paziente e faticosa ricerca. Singolare il fatto che non risultino effettuate perquisizioni in casa di quei giornalisti “confidenti” della Commissione, o direttamente al libro paga, che ricevevano informazioni di prima mano e diffondevano veline di stampo dietrologico.
La divulgazione di «materiale riservato» (sic!), secondo la procura della Repubblica si sarebbe concretizzata in due reati ben precisi, il favoreggiamento (378 cp) e l’immancabile 270 bis, l’associazione sovversiva con finalità di terrorismo, che avrebbero avuto inizio l’8 dicembre 2015. Da cinque anni e mezzo, secondo la procura, sarebbe attiva in questo Paese un’organizzazione sovversiva (capace di sfidare persino il lockdown) di cui nonostante le molte stagioni trascorse non si conoscono ancora il nome, i programmi, i testi e proclami pubblici e soprattutto le azioni concrete (e violente, senza le quali il 270 bis non potrebbe configurarsi). E’ legittimo, a questo punto, chiedersi se il richiamo al 270 bis sia stato un espediente, il classico “reato chiavistello”, che consente un uso più agevolato di strumenti di indagine invasivi (pedinamenti, intercettazioni, perquisizioni e sequestri), in presenza di minori tutele per l’indagato.
L’8 dicembre del 2015 era un martedì in cui cadeva la festa dell’immacolata. In quei giorni la commissione parlamentare presieduta da Giuseppe Fioroni discuteva ed emendava la bozza finale della relazione che chiudeva il primo anno di lavori, approvata appena due giorni dopo, il 10 dicembre. Copie di quella bozza finale erano pervenute in tutte le redazioni d’Italia ed io presi parte, per conto di un quotidiano con il quale collaboravo, alla conferenza stampa di presentazione.
Cosa abbia giustificato un tale imponente dispositivo poliziesco, il saccheggio della mia vita e della mia famiglia, la perquisizione della casa, la sottrazione di tutto il mio materiale e dei miei strumenti di lavoro e di comunicazione, della documentazione amministrativa e medica di mio figlio disabile di cui mi occupo come caregiver, la spoliazione dei ricordi della mia famiglia, foto, appunti, sogni, dimensioni riservate, la nuda vita insomma, non so ancora dirvelo. Ne sapremo qualcosa di più nei prossimi giorni, quando la procura a seguito della richiesta di riesame avanzata dal mio difensore, avvocato Francesco Romeo, dovrà versare le sue carte.

Quello che è chiaro fin da subito è invece l’attacco senza precedenti alla libertà della ricerca storica, alla possibilità di fare storia sugli anni 70, di considerare quel periodo ormai vecchio di 50 anni non un tabù, intoccabile e indicibile se non nella versione quirinalizia declamata in queste ultime settimane, ma materia da approcciare senza complessi e preconcetti con i molteplici strumenti e discipline delle scienze sociali, non certo penali e forensi.
Oggi sono un uomo nudo, non ho più il mio archivio costruito con anni di paziente e duro lavoro, raccolto studiando i fondi presenti presso l’Archivio centrale dello Stato, l’Archivio storico del senato, la Biblioteca della Camera dei deputati, la Biblioteca Caetani, l’Emeroteca di Stato, l’Archivio della Corte d’appello e ancora ricavato da una quotidiana raccolta delle fonti aperte, dei portali istituzionali, arricchito da testimonianze orali, esperienze di vita, percorsi. Mi sono state sottratte le tonnellate di appunti, schemi, note e materiali con i quali stavo preparando diversi libri e progetti. Ho dovuto rinunciare in queste ore a un libro che dovevo consegnare nel corso dell’estate, perché i capitoli sono stati sequestrati. Forse qualcuno ha pensato di ammutolirmi relegandomi alla morte civile. Quel che è avvenuto è dunque una intimidazione gravissima che deve allertare tutti in questo Paese, in modo particolare chi lavora nella ricerca, chi si occupa e ama la storia.
Oggi è accaduto a me, domani potrà accadere ad altri se non si organizza un risposta civile ferma, forte e indignata.