Chi sequestra un archivio, attacca la libertà di ricerca, l’appello firmato da ricercatori e cittadini contro l’inchiesta della procura di Roma e della polizia di prevenzione

L’appello lanciato da storici e ricercatori contro l’inchiesta condotta dal pm Eugenio Albamonte insieme alla Polizia di prevenzione nei miei confronti (leggi qui) ha superato le 600 firme. La raccolta continua e chi volesse ancora aderire lo può fare apponendo la propria firma nello spazio dedicato ai commenti o sui social.
Lo scorso 2 luglio il Tribunale del riesame rigettando la richiesta di dissequestro del mio archivio di materiali storici e della documentazione privata della mia famiglia ha corretto le imputazioni indicate dalla procura ritenendo più adeguata la contestazione dell’art. 262 cp, «Rivelazione di notizia di cui sia stata vietata la divulgazione», anziché l’art. 378 (favoreggiamento) e il 270 bis (associazione sovversiva con finalità di terrorismo ed eversione dell’ordinamento costituzionale) – leggi qui.
Come in una sorta di caccia al tesoro, con la decisione del tribunale del riesame siamo ormai alla terzo tentativo di indicare un reato che, a quanto pare, magistrati ed inquirenti non sono ancora riusciti a trovare. Nel mese di dicembre 2020, infatti, l’indagine della Polizia di prevenzione ipotizzava la rivelazione del segreto d’ufficio, art. 326 cp, ipotesi investigativa poi lievitata nell’associazione sovversiva e nel favoreggiamento.
Nei giorni scorsi gli accertamenti tecnici non ripetibili disposti dal pubblico ministero, che si sarebbero dovuti tenere sul materiale sequestrato, sono stati sospesi a seguito della richiesta di incidente probatorio davanti al Gip avanzata dal mio avvocato, Francesco Romeo. L’incidente probatorio offre infatti maggiori garanzie processuali introducendo una figura terza, ovvero il Giudice per le indagini preliminari che sul piano formale riequilibra il ruolo della procura, fino ad ora dominus di ogni atto all’interno dell’inchiesta. Questa scelta processuale allunga i tempi, ma non vi era altra scelta davanti all’atteggiamento della Procura che ha persino mancato di notificare all’avvocato il provvedimento che autorizzava la riconsegna dell’archivio amministrativo della mia famiglia e quello medico e scolastico dei miei figli. Il Gip esaminerà le carte dopo la pausa estiva.

La procura di Roma ha accusato il collega Paolo Persichetti di «divulgazione di materiale riservato acquisito e/o elaborato dalla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio dell’on. Aldo Moro». Con un incredibile e ingiustificato spiegamento di forze (una pattuglia della Digos e altri agenti appartenenti alla Direzione centrale della Polizia di Prevenzione, e della Polizia postale) è stata eseguita la perquisizione del domicilio di Persichetti (durata 8 ore) con contestuale sequestro di telefoni cellulari e di ogni altro tipo di materiale informatico (computers, tablet, notebook, smartphone, hard-disk, pendrive, supporti magnetici, ottici e video, fotocamere e videocamere e zone di cloud storage). La polizia ha anche esaminato quantità di libri e portato via materiale archivistico raccolto dopo anni di paziente e faticosa ricerca.
L’accusa è di divulgazione di «materiale riservato». Il materiale sequestrato riguarda documenti raccolti da anni in diversi archivi pubblici e quindi previa autorizzazione ed accordo degli stessi per l’accesso), e, secondo la procura della Repubblica, si sarebbe concretizzata in due reati ben precisi: associazione sovversiva con finalità di terrorismo (ex art. 270 bis c. p.) e favoreggiamento (ex art. 378 c. p.) e il 270 bis. I reati ascritti avrebbero avuto inizio l’8 dicembre 2015.
Più in generale e più incredibilmente, sempre secondo la procura, da 5 anni sarebbe attiva in Italia un’organizzazione sovversiva di cui però non si conoscono ancora il nome, i programmi, i testi e proclami pubblici e soprattutto le azioni concrete (e violente, soprattutto, perché senza di quelle il 270 bis non potrebbe configurarsi). È legittimo, a questo punto, chiedersi se il richiamo al 270 bis sia stato un espediente per consentire un uso più agevolato di strumenti di indagine invasivi e intimidatori (pedinamenti, intercettazioni, perquisizioni e sequestri), in presenza di minori tutele per l’indagato.
Cosa in realtà abbia giustificato un tale imponente dispositivo poliziesco rimane un mistero. Ci verrebbe però da dire che non ci interessa saperlo. È fin troppo facile, infatti, giocare sulla biografia di Paolo Persichetti, coinvolto nella stagione della violenza politica in Italia e che per questa ha «saldato i conti con la giustizia» ed oggi è un ricercatore affermato che ha collaborato e collabora con diverse testate giornalistiche oltrechè autore, insieme a Marco Clementi ed Elisa Santalena, del volume : “Brigate Rosse: dalle fabbriche alla “Campagna di primavera”, presso la casa editrice DeriveApprodi.

Qui, però, non si tratta di personalizzare una causa, né di santificare nessuno, bensì di fare un passo in avanti e cogliere la grave portata generale di questo evento.
Questa vicenda è solo l’ultima di una serie che dimostra l’attacco alla libertà della ricerca storica (e non solo): basti pensare alla proposta di legge che vorrebbe introdurre il reato di negazionismo sulla questione delle Foibe, contro la quale diversi studiosi e molte associazioni si stanno esprimendo da diversi mesi. Ancora, è necessario ricordare le minacce allo storico Eric Gobetti, autore di un libro sempre sulle Foibe o l’incredibile vicenda della ricercatrice Roberta Chiroli, prima condannata e poi fortunatamente assolta per aver redatto una tesi sul movimento No-TAV.
Sugli anni ‘70 (e, aggiungiamo, su qualsiasi altro periodo “scomodo”), si può e si deve fare ricerca storica: si tratta di un importante periodo della nostra storia nazionale che va approcciato senza complessi e preconcetti, bensì con i molteplici strumenti che le discipline delle scienze storiche e sociali ci forniscono e con le svariate fonti (documentali, audiovisive, orali) che si hanno a disposizione, tanto negli archivi quanto nella società.

È venuto il momento di chiudere una “tradizione”, dominante nel discorso pubblico e politico, che considera quel periodo, ormai vecchio di 50 anni, come un tabù, intoccabile e innominabile, oppure narrabile solo secondo la vulgata mainstream.
Per questo, il sequestro di materiale d’archivio assume un carattere di enorme gravità.
Lo assume sempre, ma lo assume in particolare in questo caso.
Ad oggi, un collega ricercatore non ha più il suo archivio costruito con anni di paziente e duro lavoro, raccolto studiando i fondi presenti presso i seguenti istituti:

·       l’Archivio centrale dello Stato;

·       l’Archivio storico del Senato;

·       la Biblioteca della Camera dei deputati;

·       la Biblioteca si storia moderna e contemporanea;

·       l’Emeroteca di Stato;

·       l’Archivio della Corte d’Appello di Roma

A ciò va aggiunta la personale raccolta di documenti reperiti presso fonti aperte, portali on line istituzionali, testimonianze orali, esperienze di vita, percorsi biografici, e appunti, schemi, note e materiali con i quali stava preparando libri e progetti di ricerca, anche insieme ad altri studiosi e studiose.
Ripercorrete la lista: sono gli archivi che tanti e tante di noi conoscono e attorno ai quali gravitano.  Sono gli archivi presso i quali tante volte ci siamo incontrati e sui quali sono basati tanti libri che abbiamo nelle nostre biblioteche, soprattutto dopo le varie declassificazioni portate avanti negli ultimi anni, al netto dei tanti limiti del caso.
Cosa dobbiamo fare adesso? Cosa dovremmo fare?
Portare in salvo i nostri archivi, sperando che non ci vengano confiscati? 
Cambiare specialità e rientrare nei ranghi, studiando le cose “giuste”?§
Chiedere ai nostri dottorandi di andarci piano con la ricerca, che non si sa mai, come se già non fossero penalizzati abbastanza per il periodo di studi scelto?

Quel che succede al nostro collega Paolo Persichetti ci riguarda tutti da vicino: si tratta di un’intimidazione gravissima che deve allertarci tutti e tutte, in modo particolare chi lavora nella ricerca storica sugli anni ‘70, ma anche in tutta la ricerca.
Per questo pensiamo sia necessario manifestare una risposta civile ferma, forte e indignata contro quanto accaduto.
Una giusta battaglia di civiltà, perché pensiamo che il vero motivo per cui si insegna, si indaga, si narra la storia è perché questa fornisce un’identità, ci dice cosa siamo oggi e da dove proveniamo. Anche quando la provenienza è scomoda. Pensiamo che il passato ci strutturi come individui attivi e partecipanti in un contesto sociale, mentre l’assenza di memoria storica ci rende manipolabili.
Gli archivi devono essere dissequestrati, la storia non si imbavaglia!

Michael Lowy, Elisa Santalena, Angelo D’orsi, Marco Grispigni, Monica Galfré, Sergio Bianchi, Andrea Fumagalli, Isabelle Sommier, Andrea Fioretti, Marco Clementi, Barbara Biscotti, Antonello De Leo, Steve Wright, Ottone Ovidi, Giuseppe Aragno, PierVittorio Buffa, Francesca Chiarotto, Alessandro Barile, Christophe Mileschi, Elisabetta Sellaroli, Alessandro Stella, Luciano Villani, Ilenia Rossini, Mauro Ronco, Alberto Pantaloni, Guido Celli, Gabriella Piroli, Marie Thirion, Guillaume Guidon, Zapruder, Giacomo Tortorici, Gianremo Armeni, Antonio Lenzi, Sergio Bellavita, Michele Vollaro, Simonetta Stampatore, Laura Nanni, Marco Morra, Giovanna Gioli, Gigi Malabarba, Lorenzo Fazio, Vincenzo Sorella, Stefano Magni, Ugo Maria Tassinari, Associazione Bianca Guidetti Serra,, Chiara Lizzani, Michele D’Ambra, Valentina Lecca, Andrea Bellucci, Maria Grazia Meriggi, Andrea Lecca, Angela sollai, Simone Varriale, Cristina Saggioro, Manuele Gasperini, Davide Steccanella, Antonio Corso, Italo Di Sabato, Vincenzina Mercuri, Danilo Mariscalco, Edoardo Blotto, Paola Rivetti, Edoardo Todaro, Fabrizio Trullu, Barbara Meazzi, Ylenia Francesca Le Mura, Aldo Matzeu, Gennaro Gervasio, Stefano Lucarelli, Emanuela Nanni, Luca Iervolino, Ilona Wsz, Eleonora Forenza, Giorgio Del Vecchio, Stefania Mazzone, Emilio francesco Daniele, Cosimo De Benedictis, Michel Huysseune, Veronica Lacquaniti, Antonello Pizzaleo, Giuseppe Ponsetti, Nicola Erba Erba, Sandro Padula, Valentina Perniciaro, Ettore Bucci, Stefania Croci, Zaccarias Gigli, Andrea Colombo, Davide Ricco, Filippo Gianluca Callegaro, Cristina Cannizzo, Annarita Camerucci, Silvia De Bernardinis, Giacomo Pellegrini, Maria Pia Calemme, Erberto Rebora, Giuseppe Sergi, Walter Niolu, Angelo Tomassetti, Marina Salvatorelli, Marina Penasso, Monica Chiofi, Cristina Bagnato, Riccardo Quintili, Serenella Marini, Antonello Tiddia, Giancarla Rotondi, Salvatore Scuderi, Lidia Nucera, Gianluca Ricciato, Rosa Colella, Daniela Bracco, Elisa Giampieri, Luca Rafanelli, Daniela Valdiserra, Maria Cristina D’Angiolini, Lorenzo Misuraca, Laura Fresu, Melania Del Santo, Diego Ruggero, Alessandra de Luca, Angelica augusta Martini, Pino Casamassima, Francesca Valagussa, Marzocchi Silvana, Ivanka Gasbarrini, Gemma Busana, Susana Roitman, Miki De Benedictis, Giampiero Fabiani, Riccardo Tomassetti, Elena Storti, Cristina Cecchini, Mimmo Sambuco, Cristina Accornero, Nadia Bagni, Tito Faraci, Mattia Gallo, Giovanni Scognamiglio, Isa a, Gaetano Musto, Michela Mari, Gaia Martina Grimaldi, Maria Ricciardi, Stefano di Iorio, Anna Lucia Tomelleri, Tanja Golisano, Francesco Schiro, Chiara Quargnolo, Isa Salis, Sabrina Pusceddu, Linda Bargellini, Francesco costa, Santa D’alio, Lorenzo Alberti, Massimo, Cicchinelli, Claudio Moratto, Claudio Serafini, Laurence Bourguignon, Andrea Mencarelli, Cesare Cavallari, Maria Orsola Chiattella, Franco Barbero, Emilio Bagnoli, Annalisa Corno, Elio Limberti, Romilda De Santis, Diego Pellizzari, Silvia Di Fonzo, Angelo Guerriero, Claudio Vecchiola, Roberto Evangelista, Giulio Petrilli, Roberta Ciribilli, Alberto di Vincenzo, Valentina Magnanti, Angela Di leo, Diana di Lollo, Anna Maria Molinari, Remo Pancelli, Irène Bonnaud, Caterina Marassi, Luigina Dorigo, Stefano Chiesa, Donatella Tirelli, Elena Orsini, Giuseppe Tiano, Paolo Favarin, Riccardo De Angelis, Annalisa Capriotti, Susanna Bernoldi, Claudia Pinelli, Valerio Minnella, Elvira Maria Guenzi, Dario Alserio, Luca Nigro, Mariarosaria La Porta, Sandra Dolente, Giulio De Leo, Umberto Spallotta, Monica Maglia, Nicol Klatt, Dario Furnari, Amelia Zarrella, Maria Enrica Pennello, Andrea Fogli, Giovanni Russo, Christian Di Stefano, Andrea De Vito, Usb Pisa, Marinella Fiume, Stefano du Bois, Antonio Vicente, Carrillo Paños, Sandra Berardi, Maurella Carbone, Diego Robotti, Cristina Campanile, Pierpaolo Ascari, Giovanni Di Leo, Diana Cavaliere, Manuela Anna Margherita Anselmo, Lorenzo Villani, Alfredo Toppi, Giovanni Monti, Alfredo Toppi, Graziano Bergonzini, Massimo Luciani, Marco Mais, Biagio Barbaro Benedetta Rossini, Gaia Dall’Ara, Laura Celano, Riccardo Pagliarini, Vittorio Oratino, Giorgio Trinchero, Michele Armando Carbone, Paolo Ciaravino, Francesco Marchi, Cecilia Gnocchi, Martina Di Pasquale, Manuela Di Giacomo, Maria luisa Renzi, Chiara Cogoni, Francesco Di Dato, Maria Raffaella Naitza, Nico Vox, Valerio Guizzardi, Alessio Caperna, Braulio Rojas, Marco Mucciarelli, Diego D’Amario, Rossana Tidei, Danilo Sidari, Valeria Sanzone, Rosella Roselli, Federica Bordoni, Titti Mazzacane, Monica Quaresima, Stefania Guastella, Antonella Coloru, Maurizia Nichelatti, Gabriele Donato, Maria Zampini, Silvia Longo, Roberto Chiarelli, Marina Grulovic, Germana Pennica, Claudia Zudini, Franck Gaudichaud, Leonardo Casalino, Olivier Kraif, Giovanni Croce, Marco Noris, Giuseppe Leo, Anna Maria Romeo, , Rossana Meloni, Antonio Andreotti, Domenico Tangolo, Nereo Santella, Irene Galuppo, Antonia Cascio, Gabriele Giraudo, Matteo Molinaro, IIaria Bracaglia, Marianna Melis, Filippo Bozzano, Ernesto Nieri, Valentine Pillet, Pier Lisi, Maurizio Milanese, Francesco Giordano, Sergio Falcone, Danilo Maramotti, Francesco Lembo, Isabella Cellerino, Tiberio Crivellaro, Francesco Russo, Noémie de Grenier, Paolo Morpurgo, Elisa Romani, Giovanna Russo, Valeria Forte, Jacopo Ricciardi, Maria Belladonna, Anna Cabras, Barbara Bernardini, Martina Battaglia, Rosario Maria Romeo, Raffaele Di Francia, Catherine Carpentier, Maddalena Tiburzio, Lorenzo Brigida, Luigia De Biasi, Valentina Donati, Brunella Bartolini, Nastasia Tennant, Maria Teresa Catania, Claudio Venza, Nicolas Kìuzik, Silvia Boverini, Costanza Curro’, Christiane Vollaire, Mirco Di Sandro, Stefano Santaniello, Gianfranco Santacaterina, Franco Ventriglia, Enzo Bistoni, Valentina Mitidieri, Tania Maria Preste, Caterina Soprana, Giancarlo Scotoni, David Gigli, Mariangela Sacchi, William Gambetta, Nadia Menengee, Vincenzo Gargano, Maurizio Conte, Beppe Battaglia, Emilio Prosperi, Paola Caruso, Natalina Farris, Giulio Zanchi, Vania Borsetti, Samantha Pescari, Maya Alexandra Seppecher, Olivier Le Trocquer, Giovanni Consorti, Roberto Scorza, Agnese Forte, Carmela Maddalena, Michela Forte, Gianfranco Criscenti, Tiziana Leoni, Alessandra Cecchi, Graziella Mascheroni, Fiorenzo Fedeli, Primo Dorigo, Agata Castello, Lorenzo Mizzi, Uberto Crivelli, Pasquale Piscitelli, Francesca de Rossi, Leonardo Pacetti, Roberto Budini Gattai, Roberta Gaeta, Sandra Lombardi, Cristina Volpe,, Salvatore Francesco (detto Totò) Caggese, Emilia Andreou, Patrizia Togna, Christian Drouet, Isabelle Parion Rosa Cristina Lamberti Fresa, Irène Villa, Elena Della Pietra, Nicola Pannelli, Fausto Carotti, Riccardo Silva, Claudia Lai, Emma Contini, Fabrizio Portaluri, Sara Cassai, Giovanna Cilento, Caterina Arfè, Barbara Ragone, Filippo Kalomedis, Leo Donnarumma, Brianna Cordell, Marco Bartoli, Roberta D’andrea, Franco Ferrara, Luigina Creta, Alessandro Pallassini, Marco Pellegrino, Antonio Grilli, Xavier Lambert, Raffaele Cirone, Antonella Beccaria, Labey Marion, M.Elena Tomassini, Paola Di Paolo, Pierre Stambul, Barbara Croce, Vincenzo Pallara, Giacomo Mattiello, Giulia Leone, Mariela Ortiz, Igina Ierardi, Riccardo Rossi, Fernanda Filippi, Sandro Turdo, Stefano Gallo, Claudia Santoro, Daniela Bandini, Silvia Capata, Rosa Maria De Cambourg, Katja Besseghini, Luigi Lorusso, Donatella Quattrone, Francesco Cirillo, Alessia Peca, Luciana Capata, Mirta Mattina, Paola Lanteri, Gian Luca Pittavino, Francesca Tuscano, Alessandro D’Ansembourg, Elisabetta Faffuzzi, Mario Salvatore Gravina, Annalena Di Giovanni, Francesco Comisi, Maria Grazia Prudenzano, Sabina Paladini, Franco Barracchia, Carla Dovini, Viviana Duca, Martina La Stella, Sabatina Ragucci, Valentina Spera, Cinzia Cavini, Mauro Nicolicchia, Annalisa Pannarale, Fabiola Schneider Graziosi, Vittorio Morfino, Ivan Bianchini, Stefano Pasetto, Tania La Tella, Roberto D’Angiò, Giuseppe Pugliese, Daniela Micheli, Claudia De Angelis, Simona Musolino, Stefania Zuccari, Francesca Usala, Rossana Canfarini, Manueka Tedeschi, Francesca Lombardozzi, Daniela Usala, Anella Cerolla, Gabriella Frangiotta, Marianna Rosa, Anna Maria Costa, Luigia Mangili, Claude Pourcher, Maria Mazzarella, Chiara Di Croce, Carla Pastori, Simonetta Facioni, Mariateresa Salvi, Lara Garlaschelli, Lina Sortino, Ivan Romanò, Alberto Prunetti, Gianluca Andreozzi, Carmela Petrone, Giovanna Perretti, Chiara Cerruti, Mariamargherita Scotti, Argia Simone, Marina Bosco, Stefano Fiorin, Loretta Bertolotti, Raoul Villano, Claudio Tribuzi, Michela Mioni, Silvana Miradoli, Valeria Mercandino, Alejandro Roberto Pannocchia, Simone Cristini, Patrick Carre, Mathilde Epifanie, Kevin Kouakou, Coeli Gianluca, Agata Creanza, Marc Damestoy, Sonia Doronzo, Elisabetta Martinazzoli, Fabienne Mergaux, Jean François Wolff, Claudio Edgardo Palombella, Valeria Fiore, Alessia Stelitano, Mario Bucci, Marie Contaux, Antonino Ansaldo Patti, Cavarra Simona, Mario Orabona,Arthur Barbaras, Elena Gaetti, Jean Courtiou, Tea Cernigoi, Ambra Floris, Catherine Bolly, Rosalba Ciranni, Luisa Gaetti, Gerardina Vavala’, Antonio Scalia, Balzer Shimano, Pino Pannuti, Lorenzo Dossi, Armelle Girinon, Clara Mogno, Marco Codebo, Giorgio Casiello, Ornella Beltramme, Daniele Lauri, Flavia Fasano, Danielle Mainfray, Luciana Storri, Rocco Lerose, Patrizia Pisanu, Marco Sozzi Sozzi, Paola di Michele, Luigi Flagellin, Rachele Colella, Maurizio Vito, Teresa Mecca, Giuseppe Giannini, Giulia Pezzella, Umberto Spallotta, Alina Rosini, Rita Fiori, Luigi Casinelli, Clemente Manzo, Eugenia Magnaghi, Maria Mucci, Marco Bersani, Elena Guaraglia, Francesco Paolo Caputo, Antonio Di Giuda, Davide Rompietti, Italo Poma, Diego Graziola, Francesca Figari, Alessandro Lentini, Marco della Rocca, Adeline Picaud, Oriana Cartaregia, Christian Tarting, Olivier Rodier, Florence Rigollet, Jean-Marc Bernard, Modesta Suárez, Danièle Restoin, Serge Martin, Patrice Petit, Henri Raynaud, Francesca Cogliati Dezza, Paolo Boido, Fabia Andreoli, Isabelle Krzywkowski, Germain Coudert, Pascale Carpentier, Francesca Pulice, Francesca Fortuzzi, Lucio Terracciano, Sauthier Françoise, Claude Guillon, Mila Milanesi,Giorgio Frau, Eric Poirier, Michel Mosca, Manuela Stella, Anne Marcadelli, Robert Chassin, Ottone Ovidi, Giulia Betti, Dominique Rebeix, Alessandra Marigo, Delphine Moritz, Chiara Birattari, Christine Maynard, Gabriella Spada, Daniela Antonelli, Marie Christine Laporte, Sabrina Lanzi, Jean-Pierre Olivier, Auzou Martine, Patrizia Cuonzo, Anna Borini, Gian Luigi Longo, Francesco Montanari, Christian Larose, Andrea Bonzi, Marco Gabellini, Jean-Marie Viguie, Luigi Rotili, Anna Cepollaro,Serena Rampietti, Franco Piersanti, Carlo Premoselli, Giancarlo Calidori, Anna Di Vittorio, Gianluca Collini, Marco F. Martirava, Giovanni Savino, Guido Stori, Ivano Bisson, Marina Mini, Angelo Caforio, Michele Mikis Mavropulos, Giovanni Spreafico, Andrea Benati, Livio Milan, Pietro Terzan, Umberto Passigatti, Eva Mantelli, Pier Paolo Lisi, Flavio Guidi, Mimì Burzo, Giorgia Rocca

Hanno firmato:

La raccolta di firme è ancora aperta, potete aderire lascisno la vostra firma qui sotto!

Polizia, procure e dietrologia, la santa alleanza contro la ricerca indipendente sugli anni 70

Il tribunale del riesame ha rigettato il ricorso contro il sequestro del mio archivio, degli strumenti di lavoro e comunicazione, computer, smartphone, tablet e ogni altro supporto informatico, l’intero l’archivio fotografico di mia moglie, lo spazio cloud dove erano stoccati oltre al mio materiale storiografico anche le cartelle cliniche, amministrative e scolastiche dei miei figli (leggi qui).
All’udienza che doveva esaminare l’impugnazione presenta dal mio legale, tenutasi venerdì 2 luglio, era presente il pm titolare del decreto di sequestro. Una circostanza del tutto irrituale, non accade praticamente mai che i procuratori della repubblica vengano a difendere le proprie ragioni in udienze del genere. Il Pm probabilmente nutriva qualche timore sulla fondatezza delle sue decisioni ed è venuto in prima persona a cauzionarle. In aula, a dire il vero, non si è soffermato – come ci attendevamo e sarebbe stato logico – sulle ragioni che hanno giustificato la scelta dei capi d’imputazione. Nulla ha detto sul presunto favoreggiamento, ancora meno sul 270 bis. Eppure era stato appena chiamato in causa dall’avvocato Romeo che chiedeva quali fossero gli altri associati, le condotte censurate, il ruolo organizzativo presunto nell’associazione (semplice partecipante? Promotore? Organizzatore? Finanziatore?), i proclami, le azioni realizzate o programmate.
Anche sulla natura “riservata” dei documenti che avrei divulgato, il titolare delle indagini ha glissato velocemente, sostenendo che tutti i regolamenti inevitabilmente danno luogo ad interpretazioni soggettive e che dunque sarebbe servito a poco soffermarsi su una discussione del genere. Non si capisce però, se le cose stanno così, perché la sua interpretazione soggettiva dovrebbe essere prevalente. In ogni caso stando all’articolo 2 della “Deliberazione sul regime di divulgazione degli atti e dei documenti”, stabilito dalla stessa Commissione presieduta dal presidente Giuseppe Fioroni il 15 ottobre 2014, sono considerati documenti riservati «gli atti giudiziari, i documenti provenienti dalle autorità amministrative e di governo per i quali sia stato raccomandato l’uso riservato, documenti provenienti da soggetti privati per i quali sia stata richiesta la riservatezza, infine documenti che al momento dell’acquisizione siano stati classificati come tali». Insomma secondo le regole che si è data la Commissione Moro 2, le Relazioni di bilancio annuale e tantomeno le loro bozze, che in un altra nota non assumono alcuna fattispecie documentale ma al contrario vengono ritenute «inesistenti», non sono documenti riservati. E non potrebbe essere altrimenti trattandosi di documenti politici, risultato di una discussione, di emendamenti e di un voto finale.In un Paese normale la discussione si sarebbe conclusa qui. Ma in Italia il sistema Giustizia non funziona cosi e i Pm dettano legge così il responsabile dell’accusa ha preso la parola narrando i suoi impegni professionali, i numerosi filoni d’inchiesta aperti che ha ereditato dalle attività irrisolte della Commissione Fioroni e che in parte condivide con la procura generale. Ha tirato fuori dal cilindro una serie di argomenti che non erano indicati nel provvedimento di sequestro e nelle carte depositate, impedendo alla difesa così di sviluppare le proprie controdeduzzioni.
Ha spiegato che potrebbero esserci in giro altre prigioni dove Moro sarebbe stato rinchiuso nei 55 giorni del sequestro e dunque che ci sarebbero in giro ancora degli ex brigatisti mai catturati, affittuari o titolari di quelle abitazioni (sembrava recitasse a memoria i libri di Flamigni o Cucchiarelli), ha poi tirato fuori il cartellino fotosegnaletico falso su Alessio Casimirri (leggi qui) finito tra le mani della Commissione Moro, chiedendosi se quel documento fosse la prova dell’arresto di Casimirri e della sua successiva liberazione e quindi delle coperture di cui si sarebbe giovato nelle istituzioni o se invece quel documento fosse un falso, messo lì da pezzi “deviati” degli apparati. Sono passati tre anni dalla chiusura dei lavori della Commissione e il fatto che il responsabile dell’inchiesta non sia stato in grado di accennare uno straccio di risposta sulla questione, partendo da un assunto che era già palese all’epoca, ovvero che quel cartellino era un falso, ma oggi pensi che la soluzione del mistero passi per il mio archivio e le cartelle cliniche di mio figlio, la dice lunga.
Infine, dulcis in fundo, come una serie americana, ha tirato fuori l’Fbi, l’indagine internazionale (probabilmente una semplice rogatoria) sulle caselle postali elettroniche di Alessio Casimirri, ormai cittadino nicaraguense. L’intercettazione del suo traffico mail avrebbe portato – ha spiegato il pm – alla scoperta di conversazioni con Alvaro Lojacono Baragiola, suo compagno nelle Br al momento del sequestro Moro, ed oggi cittadino svizzero, Paese dove ha scontato una lunga condanna per la sua appartenenza alle Brigate rosse. I due si sarebbero intrattenuti spesso sulle vicende di via Fani ricostruendone alcuni passaggi. Fatto grave, secondo il pm, era il fatto che Lojacono conversasse prima con Persichetti che poneva domande, sollevava questioni e poi ne parlasse con Casimirri. Non ho ancora avuto accesso a queste carte, e nemmeno i giudici del riesame che hanno deciso sulla parola del pm, posso solo ipotizzare che con tutta probabilità ciò avveniva negli anni in cui era in corso il lavoro preparatorio che ha portato al libro “Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera”.
Con tutta evidenza, in quegli scambi non ci sono nomi nuovi, altrimenti le autorità di polizia sarebbero già intervenute, ma ai loro occhi questa normale attività di interrogazione delle fonti testimoniali, proprie di un lavoro di ricerca storiografica, appare sospetta, degna di ulteriori accertamenti e sequestri. A più di quarant’anni dai fatti, la polizia vuole ficcare il naso nella ricerca storica, criminalizzando l’attività di studio e ascolto delle fonti.
Il pubblico ministero ha inviato un chiaro messaggio ai giudici del riesame: non intralciate le mie indagini, non cassate il mio sequestro esplorativo perché altrimenti bloccate la scoperta dei segreti di questo Paese che per forza di cose passano per casa Persichetti. Altro dato emerso nell’udienza di venerdì è la sovrapposizione tra indagini della procura, attività delle forze di polizia e narrazioni dietrologie. Un fronte comune schierato contro la ricerca indipendente. Le fonti testimoniali e chi va a scomodarle d’ora in poi dovranno saperlo: se provano a ricostruire quegli anni al di fuori dei circuiti istituzionali legittimi sono passibili di reato associativo e favoreggiamento. La storia è sotto sequestro, il rapimento Moro è recintato col filo spinato.

Di seguito potete leggere la dichiarazione che ho depositato davanti al riesame e che ricostruisce il lavoro preparatorio del libro e i rapporti intrattenuti con la commissione Fioroni nel 2015.

Dichiarazione di Paolo Persichetti ai giudici del tribunale del riesame presso il Tribunale di Roma – udienza del 2 luglio 2021

Nelle carte dell’indagine depositate dal pubblico ministero dottor Eugenio Albamonte emerge una rappresentazione della mia biografia esistenziale e della mia attività di ricerca deformata e fuorviante.
Quando nel settembre del 1991 mi sono recato in Francia in possesso del mio passaporto ho iniziato ha lavorare in una scuola di lingue, dove tenevo dei corsi di alfabetizzazione e primo livello in alcune grosse società che formavano i propri dipendenti all’impiego della lingua italiana. L’anno successivo ho ripreso gli studi iniziati nel dipartimento di Storia della Sapienza di Roma riuscendo ad iscrivermi presso la facoltà di scienze politiche dell’università di Parigi 8, Vincennes-Saint Dénis. Questa doppia attività di studio e lavoro si è bruscamente interrotta nel novembre 1993, quando in esecuzione di un mandato di arresto internazionale per l’esecuzione della pena a cui ero stato condannato in Italia in via definitiva dopo la mia partenza per la Francia, sono stato arrestato nei locali delle prefettura di place d’Italie dove ero stato convocato per il ritiro del permesso di soggiorno.
Dopo oltre un anno e mezzo di detenzione sono stato scarcerato. Appena le condizioni lo hanno permesso, sono tornato all’università dove ho completato gli studi con un diploma di laurea e un master. Successivamente ho avuto accesso alla scuola dottorale della facoltà dove mi ero laureato, ho vinto un posto Ater, insegnamento e ricerca, ed una piccola borsa di studio del Ministero della cultura. Attività di insegnamento e studio che si è interrotta il 24 agosto del 2002 quando in serata sono stato fermato in strada, caricato su un’autovettura e condotto direttamente in Italia dove alle prime ore dell’alba del giorno successivo la polizia francese mi ha consegnato alle autorità italiane nell’area antistante il tunnel del Monte Bianco.
Nei primi anni di detenzione non ho più avuto accesso ad alcun computer e per l’intero periodo di esecuzione pena non mi è stato possibile riallacciare rapporti con nessuna università per completare il mio percorso dottorale.
Ottenuta la semilibertà ho iniziato a lavorare nella redazione del quotidiano “Liberazione”, dove sono rimasto fino alla chiusura, poi sono passato al settimanale “Gli Altri”. Negli anni successivi ho collaborato con diversi altri quotidiani: “Il Garantista”, “Il Dubbio”, “il Riformista”.
Nel 2015 collaboravo con “Il Garantista”.
Nell’agosto 2013, quando da pochi mesi avevo ottenuto l’affidamento in prova, un episodio di morte in culla intercorso al mio secondo genito ha bruscamente modificato la mia esistenza e quella della mia famiglia. Nonostante una pronta reazione e la disperata corsa verso l’ospedale il bambino è giunto al pronto soccorso in arresto cardiaco. Durante il tragitto gli avevo praticato la respirazione bocca a bocca. Rianimato il piccolo è rimasto in stato di coma per diverse settimane.
Il danno ipossico-ischemico ha provocato una situazione di paralisi cerebrale e tetrapanesi. Da allora non ho più potuto lavorare. Sono diventato caregiver di mio figlio portatore di una tracheotomia e peg, mi occupo quotidianamente della gestione di tutti i rapporti con le amministrazioni, Asl, ospedale, centri riabilitativi, attività scolastica. Dopo il primo anno interamente trascorso nei vari reparti d’ospedale, nel maggio del 2014 siamo stati domiciliati a casa dove è iniziata una intensa e proficua attività riabilitativa.
Davanti a questa nuova condizione esistenziale che mi impediva di proseguire l’attività intellettuale precedente, di mantenere quella poliedricità di interessi e temi affrontati, ho deciso comunque di mantenere fermo, nei limiti del possibile, l’impegno di studio e ricerca sugli anni 70. Nei ritagli di tempo, con grandi sforzi e fatica, anche solo per poche ore a settimana, ho iniziato a frequentare biblioteche e archivi d’ogni tipo alla ricerca di materiali e documenti, oltre a raccogliere tutto quello che i vari portali e le fonti aperte presenti sul web consentivano di rintracciare. Ho scoperto così, quasi per caso, le carte della direttiva Prodi versate in archivio di Stato, 27 faldoni che ho consultato interamente per quasi tre anni, previa autorizzazione ministeriale che all’epoca era richiesta. Successivamente è arrivata la direttiva Renzi e altri materiali di notevole interesse (materiale digitale interamente sequestrato lo scorso 8 giugno). Da qui è nata l’idea di un progetto editoriale complesso, insieme a due altri studiosi, che è poi sfociato nel 2017 nella pubblicazione di un primo volume, “Brigate rosse, dalle fabbriche alla compagna di primavera”. Successivamente ho chiesto anche l’accesso agli archivi della Corte d’appello depositati presso l’aula bunker di Rebibbia. Nel frattempo con i miei colleghi ho avviato anche un lavoro di ascolto delle fonti orali disponibili e raggiungibili. Da qui lo scambio di mail posto all’attenzione delle indagini della procura.
Poiché nel frattempo era stata istituita una nuova commissione d’inchiesta parlamentare sulla vicenda del sequestro e della uccisione di Aldo Moro, è iniziato un parallelo lavoro, sempre con i miei colleghi, di studio dei nuovi materiali accessibili prodotti dalla nuova commissione (fondamentalmente audizioni) e di interazione con la commissione stessa, almeno fino al maggio 2016, quando ci è stato impedito di tenere un convegno.
Preso contatto con un suo membro, insieme ai miei colleghi abbiamo formulato delle proposte come l’audizione, novità assoluta rispetto al passato, di studiosi del caso Moro molto critici rispetto alle ricostruzioni complottiste della vicenda. Grazie a questo lavoro, tra il giugno e il luglio 2015 sono stati auditi il professor Marco Clementi, il documentarista del Senato e in passato archivista della Commissione Stragi, dottor Vladimiro Satta, e un giovane studioso, il dottor Gianremo Armeni, autore di una brillante monografia su via Fani che avevo recensito sul “Garantista” dove nel frattempo avevo pubblicato una sequenza di 5 articoli molto critici sulle ipotesi di ricerca privilegiate dalla Commissione Fioroni.
Queste persone hanno portato all’attenzione della commissione uno sguardo nuovo, una metodologia differente, una quantità rilevante di nuove informazioni e nuovi documenti.
In particolare il professor Clementi, con il quale collaboravo in modo stretto, nel corso della audizione del 17 giugno 2015, ha depositato delle foto ed un verbale di interrogatorio del testimone Alessandro Marini, che hanno poi condotto il teste a ritornare sulle sue precedenti dichiarazioni e ammettere che nessuno sparo aveva colpito il parabrezza del suo motorino, danneggiatosi nei giorni precedenti l’agguato di via Fani a causa di una caduta dal cavalletto, come risulta nel verbale d’interrogatorio del 1994 (da me trovato presso l’Archivio storico del senato e da tutti sempre ignorato) e le foto attestavano. Circostanza rilevante poiché metteva definitamente in dubbio le ricostruzioni che parlavano delle presenza di una moto Honda nella dinamica dell’azione di via Fani. Il professor Clementi ha depositato anche un fonogramma proveniente da Beirut, scovato nelle direttiva Renzi, inviato dal colonnello Giovannone che attestava per la prima volta l’esistenza del “Lodo Moro”, infine uno schizzo di Mario Moretti che ricostruiva la dinamica dell’azione di via Fani.
Attiro la vostra attenzione su questa singolare circostanza che mi vede accusato di essermi procurato e aver divulgato documenti riservati, in realtà la bozza di una relazione che non è un documento primario, quando in realtà è accaduto l’esatto contrario: con il mio lavoro ho fatto pervenire all’attenzione della Commissione documentazione di significativa rilevanza.
Nel luglio del 2015 era stato audito il ministro degli Esteri che nel riassumere le vicende estradizionali aveva riportato delle informazioni errate riguardo alla posizione del dottor Alvaro Loiacono Baragiola. Il dottor Baragiola, dopo aver ascoltato su radio radicale l’audizione, mi comunicò il suo disappunto e l’intenzione di intervenire sulla questione. Informai il membro della commissione con cui ero in contato, il quale a sua volta ne parlò con Il Presidente Fioroni che si mostrò subito interessato. In effetti nell’autunno del 2015 la Commissione Moro 2 aveva avviato una una nuova fase: il presidente della Commissione si era convinto della necessità di audire gli ex militanti delle Br che in passato avevano sempre rifiutato, in ragione delle ricostruzioni complottiste avanzate dalle commissioni. In alcune dichiarazioni pubbliche aveva dichiarato che era venuto il momento di ascoltare questi brigatisti. L’intenzione di intervenire espressa dal dottor Baragiola sembrava quindi confortare i progetti del Presidente Fioroni.
Tra il novembre e la fine del dicembre 2015 ci fu un intenso lavorìo che portò ad uno scambio di lettere tra il dottor Baragiola e il Presidente Fioroni, un flusso comunicativo che mi pose inevitabilmente nella posizione di veicolatore dei reciproci messaggi che passavano attraverso una terza persona, un membro della Commissione. E’ nell’ambito di questo contesto, assolutamente noto al Presidente Fioroni, che ho inviato alcune pagine della bozza della prima relazione attinenti ad un punto cruciale della vicenda, su cui si focalizzava l’attrito tra il nostro lavoro di ricostruzione del sequestro e l’ipotesi portata avanti dalla Commissione, ovvero l’abbandono in via Licinio Calvo delle tre vetture con cui i brigatisti erano fuggiti da via Fani. Ed è a partire dalle richieste di chiarimenti fatte a più testimoni, non solo al dottor Baragiola, che è iniziato il lungo percorso di ricostruzione dell’azione di via Fani in tutti i suoi aspetti, logistici e politici.
Un lavoro condotto in completa trasparenza, senza alcun artificio cospirativo, attraverso le mail e i vari social e appuntamenti in presenza con le fonti residenti in Italia.
Consentitemi, infine, di concludere con una domanda: vista l’insistenza sul mio passato nelle carte depositate dalla procura, in particolare su un singolo segmento di quel passato, vi chiedo se avrò mai diritto a 59 anni compiuti, dopo aver scontato per intero la condanna, dopo aver trascorso 11 anni in esilio, ad avere un presente?

Vi ringrazio per l’attenzione, Paolo Persichetti

La polizia della storia

Il corpo del reato

Prima puntata – Il pm Eugenio Albamonte ha finalmente depositato una parte delle carte dell’inchiesta che ha portato al sequestro del mio archivio storico e dei miei strumenti di lavoro. Al centro delle accuse c’è il lavoro preparatorio condotto per la redazione del volume “Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera

di Paolo Persichetti

In Italia esiste un organismo di Polizia che si occupa di storia. Proprio così, si intromette nell’attività di ricerca, sorveglia il lavoro dello storico, ascolta le sue conversazioni con le fonti, intercetta le caselle di posta elettronica, sequestra archivi. Come in una sorta di scenario orwelliano si erge a ministero della verità e con il suo occhio minaccioso amministra il passato, decide chi può scrivere, recinta gli argomenti, filtra i contenuti e sopratutto gli autori. Decide insomma come e chi può scrivere la storia. Questo nuovo organismo si chiama Polizia di Prevenzione, ex Ucigos, una struttura che nasce dalle ceneri della dissolta e famigerata Uar. Di sicuro non lo sapevate, a dire il vero nemmeno io ne ero al corrente fino a quando non ho letto l’informativa della Polizia di prevenzione del 21 dicembre 2020 (N.224/B1/Sez.2/18803/2020, procedimento penale nr. 93188/20). Un rapporto che fa seguito ad una lunga serie di indagini originate nel gennaio 2019 e da cui è scaturita una ulteriore ed intensa attività investigativa che ha radiografato l’esistenza della mia intera famiglia dalla fine del 2015 ad oggi, e ancora domani e dopodomani, poiché l’attività investigativa e “tecnica” è tuttora in essere. Un attacco frontale al mio lavoro di ricerca che ha portato, l’8 giugno scorso, a una lunga perquisizione nella mia abitazione e al sequestro del mio intero archivio digitale, dei miei strumenti di lavoro e di comunicazione, della documentazione amministrativa e medica di mio figlio disabile. Non è stato portato via solo il materiale d’archivio raccolto e prodotto negli ultimi 15 anni, ma la storia della mia famiglia, di mia moglie e dei miei figli, il nostro passato, la nostra intimità.

L’irruzione nel passato
Questi nuovi storici con l’uniforme si intromettono nel lavoro complicato e complesso della ricostruzione del passato, fanno irruzione in quella bottega dove il ricercatore come un artigiano impasta le sue mani con la polvere del tempo: raccoglie documenti, testimonianze, tenta di colmare i buchi della memoria, rappezza brandelli di ricordi, tracce spezzettate, indizi che pazientemente prova a rimettere insieme, soprattutto ad interrogare. Ma a questi nuovi sbirri del passato tutto ciò non interessa. Nella visione poliziesca della storia i testimoni, gli attori, i soggetti e i gruppi sociali vengono sostituiti dai colpevoli, dai fiancheggiatori e dalle vittime. Le sfumature non esistono, il contrasto è netto, bianco e nero, luce e tenebre, buoni e cattivi. Il terreno storiografico è solo un pretesto per cercare nuovi colpevoli, arrestare gli scampati, affibbiare nuovi ergastoli. La storia si fa riserva di caccia, un safari dove conquistare un trofeo da mostrare in manette ad una conferenza stampa con tanto di selfie. E con queste aspettative che il nuovo ministero della verità – avrebbe detto Orwell – si è intromesso nel rapporto che in questi anni ho intrattenuto con alcune delle mie fonti, ha sorvegliato il lavoro preparatorio che ha portato alla stesura del primo volume del libro Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, scritto insieme a Marco Clementi ed Elisa Santalena e apparso nel febbraio 2017. «Peraltro – scrivono nella loro informativa – Persichetti emerge nelle e-mail oggetto di analisi anche in riferimento all’invio a Loiacono di documenti riguardanti una bozza di una futura pubblicazione relativa ad una ricostruzione dell’azione di via Fani, dalla pianificazione fino alla sua conclusione. Tale materiale è poi effettivamente confluito, sebbene con alcune modifiche, in un capitolo del citato libro. Queste ultime mail, in particolare, contengono una ricostruzione dell’azione di via Fani per alcuni versi distonica rispetto a quanto accertato sinora dai processi e dalle varie Commissioni sul sequestro dell’on. Moro. Lo scopo del libro – e quindi anche di queste e-mail che ne rappresentano una bozza preliminare – è assertivamente quello di “sgomberare il campo dalle mille bufale che circolano sul 16 marzo in via Fani e di ribadire che “via Fani fu in tutto e per tutto un’azione operaia”. Finalità più volte esplicitata da Persichetti in più passaggi dello stesso libro, come per esempio a pagina 9, dove si legge testualmente
“… Ciò che preme sottolineare qui per restare sul terreno della critica è la sordità cognitiva delle narrazioni dietrologie, impermeabili alle smentite accumulatesi nel tempo. Le teorie del complotto, a causa del loro divenire circolare, si sottraggono alla verifica della coerenza interna ed esterna delle loro asserzioni”».
Quella coerenza che sembra mancare anche ai poliziotti della memoria, come vedremo meglio tra un po’.

Una ricostruzione veritiera
«Si tratta di documenti – proseguono gli autori del testo – che forniscono una ricostruzione per alcuni versi inedita, basata sul Memoriale Morucci, ed integrata sulla base dei contenuti di alcuni libri scritti dagli stessi brigatisti e delle nuove dichiarazioni rese “agli autori da Moretti, Seghetti e Balzerani nel corso di una serie di conversazioni tra il 2006 e il 2016». Ricostruzione che ad avviso della Polizia di prevenzione appare veritiera poiché «La lettura delle mail induce a ritenere che i protagonisti fossero “genuini” nella cristallizzazione dei propri ricordi, non fosse altro che per la presunzione di poter discutere in forma “riservata“ […] Una analisi integrata del materiale a disposizione, partita dai dati desumibili da queste “inedite” mail, da rapportare poi alla versione “ufficiale” presente nel libro e a quella presente nel “memoriale Morucci”, non ha evidenziato elementi di novità ad eventuali altri brigatisti o soggetti estranei alle Brigate rosse che possano aver preso parte alla strage».

Non un ricercatore ma un favoreggiatore
Talmente veritiera che secondo i poliziotti non «avrei», in reltà sarebbe stato più corretto scrivere avremmo (il libro è opera a più mani, ma alla polizia della storia fa comodo indicarmi come autore unico), riportato correttamente le informazioni raccolte. Per questo mi sare macchiato di favoreggiamento, in particolare nei confronti di Alvaro Loiacono Baragiola. Nella relazione si sostiene che «la mancata trasposizione nel libro di alcuni passaggi invece presenti nelle email implica una scelta che potrebbe non essere solo di natura editoriale, ma anche “politica”, tenuto conto delle contraddizioni che pure erano emerse tra i racconti dei vari terroristi intervistati e tra questi e il memoriale Morucci e/o gli iscritti già pubblicati da alcuni militanti delle Br».
Affermazione impegnativa, che troverebbe senso solo se i poliziotti della storia avessero intercettato tutti i colloqui avuti dagli autori del libro in anni di incontri con i diversi testimoni e riscontrato difformità. Forse per questo sono venuti in casa, col pretesto della divulgazione di un inesistente documento riservato della commissione (le relazioni annuali e le bozze delle relazioni non rientrano in questa fattispecie) per cercare appunti, schizzi, piantine, vocali e altri materiali raccolti nel corso della preparazione del primo volume e in vista del secondo. Una ingerenza indebita nel lavoro mio e di Marco Clementi (abbiamo curato insieme la parte del libro su via Fani).
E’ un fatto gravissimo. Non può essere un’autorità di polizia o la magistratura a sindacare il rapporto con le fonti e giudicare come un ricercatore affronta le contraddizioni, le difficoltà, gli errori, le illusioni o i buchi di memoria delle fonti orali a quaranta anni dai fatti. Nella informativa si sostiene che avremmo «cassato completamente» dal libro «le funzioni inedite svolte da Loiacono rispetto a quelle riscontrate processualmente» (tornerò tra poco sulla questione), ma la cosa davvero gratuita è il movente scelto dalla Polizia di prevenzione per giustificare questa presunta omissione. Secondo il Primo dirigente Di Petrillo e il vice Ispettore Vallocchia avrei intenzionalmente svolto «generale opera di rivisitazione del ruolo [dei brigatisti latitanti – anche se Loiacono è cittadino svizzero ed ha scontato per intero la condanna] nell’azione di via Fani, assumendo anche i margini di una possibile forma di favoreggiamento».

Un lavoro rigoroso
Chiunque abbia letto il libro conosce perfettamente il lavoro minuzioso svolto, gli elementi di novità significativi introdotti nella ricostruzione del rapimento Moro grazie a una faticosa integrazione tra fonti documentali e nuove disponibilità delle fonti orali, che non si sono tirate indietro, intenzionate a dare un contributo definitivo di chiarezza nella ricostruzione dei fatti. Abbiamo insistito con loro affinché anche il minimo dettaglio venisse ricostruito, nei limiti delle possibilità che la memoria e i documenti potevano consentire. Abbiamo assistito al processo di rimemorizzazione in presa diretta di alcuni di loro, testimoni che hanno dovuto superare e correggere errori e illusioni stratificatesi a decenni di distanza dai fatti. Oggi sappiamo come sono arrivati sul posto i brigatisti quella mattina, tutte le armi che impugnavano, come hanno organizzato l’azione, collocato le macchine, la via di fuga ricostruita nel dettaglio, e molte altre cose ancora sulla vicenda politica del sequestro, aspetti che alla Polizia di prevenzione sembrano interessare ben poco. Nonostante ciò, al momento di chiudere le bozze, alla fine del 2016, non siamo riusciti a chiarire un aspetto della via di fuga, per altro fino ad allora da tutti ignorato: ovvero come venne spostato un furgone di riserva, collocato nel quartiere di Valle Aurelia, che in caso di necessità sarebbe dovuto servire per un secondo trasbordo del prigioniero. Il confronto con gli altri testimoni che abbiamo potuto raggiungere è stato acceso ma purtroppo non risolutivo sul punto. Dovendo andare in stampa abbiamo così deciso di risolvere l’impasse delimitando l’informazione su due dati da noi accertati: non abbiamo mai scritto che Loiacono fosse sceso dalle scalette in fondo a via Licinio Calvo insieme a Balzerani, Bonisoli, Casimirri e Fiore. Abbiamo riportato quanto sostenuto da Moretti e confermato da tutti, che furono alcuni dei membri già identificati della Colonna romana che presero parte all’azione a spostare il furgone (p. 184).

Il suggeritore
Quello del ricercatore è un lavoro paziente e ostinato che non si arresta mai e negli anni successivi siamo più volte tornati sulla questione. Cosa c’entri questo lavorio storiografico con il favoreggiamento e l’associazione sovversiva, potete valutarlo da soli. Forse bisognerebbe chiederlo all’ex presidente della commissione Moro 2, Giuseppe Fioroni, che nel verbale di sommarie informazioni reso il 1 dicembre 2020 davanti al Pm Eugenio Albamonte e ai vertici della Polizia di Prevenzione, ribadendo una sua personale e indimostrata ipotesi sulla presenza di un garage “amico” dei brigatisti in via dei Massimi 91, circostanza che smentirebbe – a suo dire – l’abbandono delle tre vetture del commando brigatista in contemporanea in via Licinio Calvo e la fuga attraverso le scalette che portano verso via Prisciano, ha sostenuto che vi sarebbero «ulteriori complici del sequestro, seppur con ruoli minori collegati alla logistica, i cui nomi non sono ancora noti». E fin qui nulla da obiettare. Ognuno può pensarla come vuole, anche se la disciplina dei riscontri richiede elementi concreti e verificabili, non illazioni senza fondamento. Il problema sorge quando Fioroni insinua che «In tale contesto si potrebbe giustificare un interesse di terze persone legate agli ambienti delle brigate rosse nel conoscere gli stati di avanzamento dei lavori della Commissione con riferimento a questo profilo». Lavori e stati di avanzamento destinati a diventare di dominio pubblico, quindi se quello fosse stato il fine di “queste terze persone” sarebbe bastato attendere. Di Fioroni, delle attività della sua Commissione, dei suoi carteggi con Loiacono e delle sue proposte indecenti, parleremo nella prossima puntata.

Caso Persichetti, la ricerca storica sotto attacco

Anni Settanta. Incredibile iniziativa della Procura di Roma che ha emanato un mandato di perquisizione nei confronti dello studioso Paolo Persichetti al termine del quale gli sono stati sequestrati tutti i documenti analizzati e schedati in lunghi anni di lavoro e di consultazione di archivi

Marco Grispigni il manifesto 20 giugno 2021

Osservandola da fuori, indubbiamente l’Italia è un paese assai strano da comprendere. Se poi ci si interessa agli anni Settanta del secolo scorso, forse più che strano il paese sembrerebbe immerso in una sceneggiatura distopica.

È infatti nel campo dell’assurdo che si colloca l’incredibile iniziativa della Procura di Roma che ha emanato un mandato di perquisizione nei confronti dello studioso Paolo Persichetti al termine del quale gli sono stati sequestrati tutti i documenti analizzati e schedati in lunghi anni di lavoro e di consultazione di archivi. L’accusa è la divulgazione di materiale riservato «acquisito e/o elaborato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro».

Il reato di divulgazione di materiale riservato andrebbe inserito nel contesto di due più gravi reati, quello di favoreggiamento e addirittura di associazione sovversiva con finalità di terrorismo. In sostanza, per giustificare perquisizione e sequestro, si accusa Paolo Persichetti da far parte di una banda terrorista attiva niente di meno che dall’8 dicembre 2015. A parte l’assurdità dell’accusa e dell’utilizzo del reato di associazione sovversiva con finalità di terrorismo, la data di inizio rimanda al giorno in cui la commissione parlamentare presieduta da Giuseppe Fioroni, ex democristiano e ora deputato del Pd, discuteva ed emendava la bozza finale della relazione. Una nuova colonna, «studi storici», nasceva in quel giorno con l’incarico di divulgare le segretissime carte, che poco dopo diventeranno pubbliche con il versamento all’archivio storico della Camera.

Ora a parte l’ironia possibile su questa vicenda che ha un effetto pesante e ingiustificato sulla vita e il lavoro di Paolo Persichetti, direi che questa iniziativa solleva almeno tre ordini di problemi.

Il primo è l’incredibile attacco alla ricerca storica che si interroga su periodi “difficili” della nostra storia nazionale. È inevitabile leggere questa iniziativa giudiziaria quasi in parallelo con la proposta di legge di introdurre il reato di «negazionismo» nei confronti di chi mette in discussione la vulgata bipartisan-presidenziale sulle «foibe». Questo tema è al centro dell’appello lanciato da alcuni studiosi in solidarietà con Persichetti.

Il secondo riguarda gli studi e riflessioni sugli anni Settanta e sul fenomeno della lotta armata di sinistra. Dopo che per un ventennio il discorso pubblico e la ricostruzione storica di quel periodo erano state sostanzialmente delegate alle aule di tribunale e ai magistrati, da diversi anni ormai su quel decennio e sul tema della violenza politica c’è una notevole produzione scientifica, sia in ambito universitario che fuori dai circuiti dell’accademia. Ora l’accusa contro Persichetti sembra una sorta di duro monito proprio contro la vasta area di studiosi non accademici di quegli anni. Mentre si giustificano operazioni di pura vendetta, come quella contro i dieci «terroristi» rifugiati in Francia, con un presunto bisogno di «svelare i misteri» di quella stagione, si avvia una procedura giudiziaria contro uno studioso che su quei «misteri» ha a lungo lavorato, smontando con l’uso di documenti di archivio i vari complottismi.

Il terzo, infine, riguarda direttamente Paolo Persichetti. Persichetti non è solo un conosciuto studioso non accademico e autore di diverse pubblicazioni su quegli anni, ma è anche un «ex». Persichetti infatti fece parte delle Brigate rosse – Unione dei comunisti e fu condannato a 22 anni per banda armata e concorso morale nell’omicidio del generale Licio Giorgieri. La sua condizione di «ex» è il punto di partenza di tutti gli articoli su questa iniziativa giudiziaria. Ovunque, prima di soffermarsi sull’incredibilità delle accuse, gli articoli iniziano parlando della passata militanza di Persichetti.

Il messaggio abbastanza chiaro è: «stiamo parlando di un ’ex terrorista’, quindi anche se le accuse sembrano strampalate, non si sa mai». La damnatio memoriae nei confronti di quegli anni e in particolare nei confronti di chi scelse la strada della lotta armata deve essere riaffermata sempre. Il diritto di parola esiste se si è funzionali a ricostruzioni basate su oscuri complotti e se è preceduto da un «contrito pentimento».

La procura sequestra e tace

Vorrei ringraziare tutte e tutti per i messaggi di solidarietà ricevuti in pubblico e in privato. Siete in tanti, sui social, direttamente, e non riesco a starvi dietro in queste giornate un po’ faticose. L’appello che è stato lanciato mi dicono che è già vicino alle 500 firme. A breve verrà reso pubblico.
Nonostante siano trascorsi dieci giorni dalla perquisizione di martedì 8 giugno la Procura tace. Nessun fascicolo è stato depositato davanti al tribunale del riesame dove il mio avvocato, Francesco Romeo, ha presentato ricorso. Ad oggi non sappiamo ancora cosa c’è scritto nell’informativa della Polizia di prevenzione del 9 febbraio da cui sono scaturite le accuse di associazione sovversiva con finalità di terrorismo e favoreggiamento e il sequestro di tutti i miei strumenti di lavoro e comunicazione, oltre che del mio intero archivio digitale nel quale sono raccolti decenni di ricerche, dell’archivio amministrativo di famiglia, dell’intero archivio medico-sanitario di mio figlio Sirio, di quello scolastico del fratello Nilo. Oltretutto emergono falle procedurali notevoli. Dopo aver dato comunicazione pubblica di quanto avvenuto, ho deciso di attendere prima di riprendere la parola. La Costituzione, il Diritto, la norma giuridica, la procedura penale prevedono che quando si apre una procedura penale sia chi muove le accuse a dover giustificare i propri atti, documentandoli se ne è in grado. Non sta a me fornire delle spiegazioni, tanto meno in una materia come la ricerca storiografica che è libera.

Paolo Persichetti e il complottismo eterno delle procure

L’ex membro dell’ Unione dei Comunisti Combattenti è indagato per il suo lavoro di ricercatore storico sul caso Moro avrebbe divulgato documenti “riservati” che tutti conoscevano

Daniele Zaccaria Il Dubbio 17 giugno 2021

Che il complottismo demenziale animi lo spirito dei tempi non stupisce più di tanto, alimentato e moltiplicato dalla rete, incubatrice di paranoiche visioni e leggende metropolitane, esso offre rifugio e conforto alle frustrazioni di tutti noi fornendo risposte pronte a qualsiasi quesito.Cedere alle lusinghe intellettuali delle sirene cospirazioniste è una tendenza molto umana, incarnata dal cosiddetto “popolo del web”, autore collettivo delle più strampalate teorie su congiure, misteri e diaboliche macchinazioni.
Una letteratura “dal basso” che come un telefono senza fili passa di bocca in bocca. Fa però molta più impressione quando il complotto viene agitato e avallato dalle autorità; personaggi politici, ufficiali di polizia, e immaginifici procuratori della repubblica. Ci sono in tal senso pagine della nostra storia costantemente annebbiate dal morboso retropensiero complottista, con la sua fanatica ricerca della “verità”, sempre e immancabilmente diversa da quella ufficiale. Una di queste riguarda la “controstoria” del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro nutrita dalle lisergiche pubblicazioni dell’ex senatore Sergio Flamigni (già membro della Commissione parlamentare d’inchiesta) che da decenni insegue le ipotesi più pittoresche su quella tragedia, evocando trame oscure, intelligence deviate e connivenze politiche nel tentativo di far passare le Brigate Rosse come una succursale dei servizi segreti. Suggestioni che non hanno mai avuto lo straccio di un riscontro nella realtà, ispirando per lo più la schiera dei dietrologi in servizio permanente e filmacci come l’ineffabile Piazza delle cinque lune del sovranista Rrenzo Martinelli, ma evidentemente hanno estimatori anche nel variegato mondo delle toghe. Quel che è accaduto a Paolo Persichetti, ex membro delle Br-Ucc (ha scontato una condanna di 22 anni di reclusione per concorso morale dell’omicidio del generale Licio Giorgieri). Oggi uomo libero e ricercatore storico, è un caso emblematico di questo inesauribile filone. Almeno dieci agenti della Digos della Polizia postale gli sono piombati in casa di prima mattina e, per un’intera giornata, hanno rovistato tra i suoi archivi, sequestrando computer, telefono, tablet, hard disk, pendrive, fotocamere, quaderni, appunti e le bozze di un saggio che avrebbe dovuto essere pubblicato nei prossimi mesi. Si sono portati via persino i certificati e referti medici che appartengono al figlio disabile.
Persichetti, che sul caso Moro ha pubblicato diversi libri spesso polemici con le sommarie supposizioni della Commissione d’inchiesta, è ufficialmente indagato per un reato gravissimo: associazione sovversiva finalizzata al terrorismo e favoreggiamento. E per aver diffuso documenti “riservati” «acquisiti e/o elaborati dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro», come recita l’ordinanza del sostituto Eugenio Albamonte. Secondo la procura di Roma farebbe parte di un’organizzazione attiva dal 2015 volta a realizzare un indefinito disegno terrorista di cui «non si conoscono ancora il nome, i programmi, i testi e proclami pubblici e soprattutto le azioni concrete», scrive lo stesso Persichetti in un intervento sul suo sito web Insorgenze, in cui racconta la surreale violenza con cui gli hanno portato via anni di ricerca storica, l’irruzione, brutale nella sua vita privata. «Oggi sono un uomo nudo, non ho più il mio archivio costruito con anni di paziente e duro lavoro, raccolto studiando i fondi presenti presso l’Archivio centrale dello Stato, l’Archivio storico del senato, la Biblioteca della Camera dei deputati, la Biblioteca Caetani, l’Emeroteca di Stato, l’Archivio della Corte d’appello e ancora ricavato da una quotidiana raccolta delle fonti aperte, dei portali istituzionali, arricchito da testimonianze orali, esperienze di vita, percorsi», continua Persichetti, tuonando contro la doppiezza e la malafede dei suoi accusatori.
Perché lo scopo dell’indagine non è certo smantellare un’organizzazione criminale che non c’è, quello è soltanto un artificio giuridico per far scattare l’articolo 270 bis del codice penale sull’associazione con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico. Uno strumento “speciale” che autorizza l’impiego di metodi di indagine invasivi figli della legislazione di emergenza che limitano il diritto alla difesa e le tutele degli indagati. L’obiettivo della procura è chiaramente il lavoro storico di Persichetti, tutto incentrato nella minuziosa ricerca sul periodo degli anni 70, anche per contrastare e le sue eterne fake news che regolarmente aleggiano attorno alla vicenda Moro (dal covo di via Gradoli che sarebbe appartenuto al Sisde, alla grottesca circostanza della “scopa nella vasca da bagno” al ruolo ambiguo di Mario Moretti). Ma c’è chi non si rassegna, forse per narcisismo intellettuale, forse per sincere manie di protagonismo e continua a rovistare nel pozzo senza fondo del complottismo. Sempre la procura di Roma, in un’inchiesta parallela, ha fatto prelevare lo scorso marzo un campione di Dna ad una decina di persone tra cui l’ex br Giovanni Senzani e Paolo Baschieri per confrontare il codice genetico con quello presente sui mozziconi di sigarette trovati in una delle auto utilizzate il 16 marzo del 1978 per sequestrare il presidente della Dc.

Ora la magistratura vuole orientare anche la ricerca storica

Piero Sansonetti, Il Riformista 16 Giugno 2021

C’è un signore che studia il caso Moro. Cioè il rapimento, la strage, la fuga, il sequestro. Si chiama Paolo Persichetti. Tra l’altro è l’autore di un libro molto interessante e informatissimo sulla storia delle Brigate Rosse. Paolo è un ex militante delle Brigate rosse. Fu condannato a una lunga pena detentiva, estradato dalla Francia con uno stratagemma e messo in prigione. È uscito dalla detenzione pochi anni fa, dopo aver scontato l’intera condanna. E ha ripreso la sua attività di giornalista e studioso di storia. Ha ricostruito la sua vita, è padre di due bambini piccoli. Io lo conosco bene, ho anche lavorato con lui, e vi giuro che è una persona serissima, affidabile, onesta, impegnata nello studio e nelle sue battaglie ideali. Di gran livello professionale.
L’altro giorno è arrivata la polizia a casa sua. Ha messo a soqquadro il suo appartamento sulla base di un ordine di perquisizione. Gli ha sequestrato tutti i computer, i cellulari, gli apparati elettronici. Pure tutta la documentazione medica che riguarda il suo figlioletto. E poi lo ha informato che lui è indagato. Per cosa? Sarebbe in possesso di materiale sul sequestro Moro che invece dovrebbe essere secretato. Non si sa esattamente quale. Probabilmente carte che vengono dalla commissione parlamentare che indaga sul delitto Moro avvenuto quarantatrè anni fa. Le accuse contro Persichetti sono devastanti: associazione sovversiva a fini di terrorismo e favoreggiamento. Gli avvocati di Persichetti sanno pochissimo del merito delle accuse. Si sa soltanto che secondo i magistrati il reato sarebbe iniziato nel 2015. Sei anni fa.
In questi sei anni si suppone che questa associazione sovversiva si sia limitata a immaginare azioni clamorose. Senza compierle. Probabilmente si tratta di una associazione sovversiva molto pigra e cauta. Il favoreggiamento nei confronti di chi? Forse di latitanti, intervistati da Persichetti per le sue ricerche storiche. Al momento, tra tutte le persone condannate per il sequestro Moro, solo due sono tecnicamente latitanti. Uno è Alvaro Lojacono e l’altro è Alessio Casimirri. Lojacono è un cittadino svizzero di 67 anni, che in Svizzera ha scontato per intero la pena che gli è stata inflitta dal tribunale svizzero, e ora è pienamente libero. Alessio Casimirri è un anziano cittadino nicaraguense, 70 anni, anche lui perfettamente libero e senza pendenze con la legge del suo paese. Nessuno dei due vive nascosto. Non ne hanno motivo. In cosa poteva consistere il favoreggiamento?
Il magistrato che ha deciso perquisizione e indagine su Persichetti è un nome molto noto. Eugenio Albamonte. Particolarmente impegnato, da sempre, nell’attività politica delle correnti della magistratura. È stato il successore di Davigo alla guida dell’Anm e ora è il segretario di Area, cioè della corrente di sinistra, molto forte a Roma. Albamonte è noto per varie vicende, tra le altre il sequestro Shalabayeva (la signora kazaka catturata e rispedita in patria dalle autorità italiane, insieme alla sua figlioletta, in modo spericolato e rischioso per loro) nel quale furono pesantemente coinvolti due alti dirigenti della polizia, condannati a più di cinque anni di prigione per sequestro di persona.
Albamonte, che pure aveva autorizzato il rimpatrio forzato (eseguito poi dalla polizia), non fu mai indiziato. Albamonte evidentemente ha aperto una nuova indagine sul sequestro Moro, e cioè su un episodio avvenuto quando lui aveva 11 anni e frequentava la prima media. I motivi di questa indagine non si conoscono. Si può facilmente intuire che l’attività della Procura, talvolta, è abbastanza casuale. Forse esistono situazioni più gravi di quella creata da uno studioso che sta raccogliendo materiale per i suoi studi. Più urgenti. Giustamente, spesso, i magistrati si lamentano della scarsità dei mezzi e del personale a disposizione. Come si fa a dargli torto? Certo, poi, se scopri che uno dei più importanti magistrati italiani è impegnato a indagare sulle ricerche storiche di uno studioso, ti viene il dubbio che invece la procura non sia oberata di lavoro. Magari nei prossimi giorni qualcuno aprirà un’indagine sul caso Montesi, la ragazza uccisa a Torvaianica nel ‘53, o sulle probabili complicità che il Gobbo del Quarticciolo ebbe tra gli abitanti della zona e forse anche nella locale sezione del Pci, alla fine degli anni Quaranta. Poi c’è sempre la vecchia mai risolta questione del caso Girolimoni: siamo sicurissimi che fosse proprio innocente?
Forse l’aspetto più inquietante dell’indagine contro Paolo Persichetti è un’altra. Il rischio che passi l’idea che la magistratura, oltre a decidere quali siano le scelte giuste della politica, e a selezionare le liste elettorali, o dei ministri, stabilisca che tra i suoi doveri c’è anche quello di filtrare e orientare la ricerca storica. Se per esempio qualcuno si mette in mente di criticare, o di smontare, sulla base dei documenti, il lavoro della commissione Moro, è bene avviare su di lui una indagine immaginando la possibilità che contesti questo lavoro per organizzare un’associazione terroristica. Non so se questa circostanza solleverà qualche protesta o indignazione tra gli intellettuali. Temo di no.
Mi pare che anche gli intellettuali, negli ultimi anni, siano finiti nei girotondi e alla corte delle Procure. Certo quando avvengono cose di questo genere capisci che ormai gran parte della magistratura è del tutto fuori controllo, e che la nostalgia per il minculpop, da parte sua, è sempre più forte. Non sapete cos’è il minculpop? Date un’occhiata a Wikipedia.




Lo storico Marco Clementi, «Il sequestro dell’archivio di Paolo Persichetti è un attacco al suo lavoro di ricerca sugli anni 70»

Quando il terremoto distrusse Amatrice e gli altri comuni vicini ero lì con la mia famiglia. Paolo Persichetti e la sua erano partiti da qualche giorno e quella mattina avremmo dovuto incontrarci in Umbria. Stavamo lavorando a un libro sul caso Moro e più in generale sugli anni della lotta armata in Italia assieme alla prof.ssa Elisa Santalena, che vive in Francia, e anche durante il periodo estivo ci si incontrava per consultarci. Paolo aveva fatto un lavoro egregio in Archivio di Stato, a Roma, quartiere Eur, dove era stata depositata una mole enorme di documentazione proveniente dalla PS, dai carabinieri, dai servizi (direttive Prodi e Renzi), passando intere settimane a leggere, ordinare e creare un suo inventario di carte che era il primo studioso in Italia a vedere.
Il mio archivio, che contiene documenti provenienti un po’ da tutto il mondo e in molte lingue straniere, si trovava a Capricchia, la frazione di Amatrice da dove è originario mio padre, mentre mia nonna era di Accumoli, tanto per non farci mancare nulla quella notte. Saputo della tragedia, Paolo corse con un amico. La casa, che avevamo ristrutturato da pochi anni, aveva tenuto. Entrammo e con calma, nei giorni successivi, nei momenti in cui non dovevamo provvedere all’ennesima emergenza, mettemmo in salvo l’archivio e circa mille libri, che avevo portato per aprire una biblioteca in paese. Pensavo, all’epoca, che la comunità dove ero nato meritasse un luogo di cultura, sebbene fossero rimasti in pochi a vivere stabilmente tra i Monti della Laga. E lo pensava anche Paolo, per quella che è ormai diventata la sua comunità di adozione.
Di adozione sua e della sua famiglia, con il piccolo Sirio, un bambino che adesso tutti conoscono come il “capo” dei Tetrabondi, un bambino con una forza e di una intelligenza rare, che sta superando ogni difficoltà che la vita gli ha posto di fronte fin dal ventesimo giorno dalla nascita grazie alle sue qualità e al lavoro instancabile dei suoi genitori.
Il dott. Persichetti è un grande papà. Poco mi importa che sia un docente mancato in Francia a causa della sua estradizione e che abbia passato anni in carcere. Resta tra i migliori ricercatori che abbia mai incontrato in quella che, purtroppo, può oramai definirsi una lunga carriera. Chi mi conosce lo sa: ne stimo pochi, con ancora meno parlo. Paolo Persichetti è un uomo colto, acuto, meticoloso (molto più di me), capace di ragionare da storico, politologo e sociologo (molto meglio di me), instancabile lettore di lavori altrui, con una straordinaria capacità di giudizio critico e in grado di tornare sui propri errori. Il suo italiano, poi, è tra i migliori sulla piazza storica. È un cercatore di risposte a domande storicamente fondate e sarebbe in grado di tenere un ottimo corso sugli anni Sessanta e Settanta in qualunque università del mondo.
Qualcuno ha parlato, per la perquisizione della sua casa avvenuta l’8 giugno 2021, di attacco alla ricerca storica. Mica gli storici ufficiali, quelli delle organizzazioni scientifiche e dell’accademia. Quelle e quelli credo non diranno una parola in merito. Li conosco e non mi faccio illusioni. Paolo non è considerato un pari. Tra l’altro la ricerca storica non è una persona. Anzi, non so bene proprio di cosa si tratti. Non so cosa sia la storia, non so cosa sia il passato, il presente, un fatto, un avvenimento. Provate a chiederlo a decine di storiche e di storici. Ognuno darà una risposta differente, spesso vaga, a volte incomprensibile. La questione, allora, riguarda le ricerche proprio del dott. Persichetti. Le sue ricerche, non quelle di chiunque altro. Quelle di uno dei migliori, se non il migliore, studioso del caso Moro. In grado di aprire le contraddizioni e stanare le dietrologie basate sul nulla, di mettere in fila le deduzioni che diventano per miracolo “realtà” e di porre infine il quesito dei quesiti in maniera chiara: se si chiede verità ancora oggi, dopo 40 anni, i processi che hanno condannato decine di persone all’ergastolo o a centinaia di anni di carcere, che cosa hanno detto?
Come se la verità fosse un punto fermo in qualche parte del cosmo e servissero solo le chiavi giuste per aprire la porta che la custodisce. Come se la presenza, ingombrante, di storico o storica non fosse determinante nel maneggio personale e soggettivo delle carte. Come se il soffio che regolarmente passiamo sulla polvere del passato, non scoprisse il nulla che oggi resta e non ci chiedesse, a noi che ci assumiamo la responsabilità di raccontare, di dire esclusivamente la nostra. La verità storica non esiste. Esistono gli uomini e le donne e le loro opere. Paolo è uno di loro. Nelle sue carte e nei computer gli inquirenti troveranno risposte storiografiche solide, ben strutturate, chiare. Troveranno il riflesso di quello che ho potuto osservare in tutti gli anni nei quali abbiamo lavorato insieme e anche se da tempo ho scelto di non occuparmi più di di lotta armata in maniera professionale, ci consultiamo, leggo ancora parte delle cose che scrive, continuo a essere una presenza nella sua vita di studioso, oltre che in quella privata. Credo di aver imparato da lui, come lui ha imparato da me. Ma è arrivato il momento che il dott. Persichetti sia riconosciuto non come un ex, ma per quello che è: un ottimo storico, il migliore sul caso Moro e la storia delle Br. Per distacco.

Se fare storia è un reato

Paolo Persichetti

La libera ricerca storica è ormai divenuta un reato. Per la procura di Roma sarei colpevole di «divulgazione di materiale riservato acquisito e/o elaborato dalla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul sequestro e l’omicidio dell’on. Aldo Moro». Per questa ragione martedì 8 giugno dopo aver lasciato i miei figli a scuola, da poco passate le nove del mattino, sono stato fermato da una pattuglia della Digos e scortato nella mia abitazione dove ad attendermi c’erano altri agenti appartenenti a tre diversi servizi della polizia di Stato: Direzione centrale della Polizia di Prevenzione, Digos e Polizia postale. Ho contato in totale 8 uomini e due donne, ma credo ce ne fossero altri rimasti in strada. Una tale dispiegamento di forze era dovuto alla esecuzione di un mandato di perquisizione e contestuale sequestro di telefoni cellulari e ogni altro tipo di materiale informatico (computers, tablet, notebook, smartphone, hard-disk, pendrive, supporti magnetici, ottici e video, fotocamere e videocamere e zone di cloud storage), con particolare attenzione per il rinvenimento delle conversazioni in chat e caselle di posta elettronica e scambio e diffusione di files, nonché ogni altro tipo di materiale. Decreto disposto dal sostituto procuratore presso il Tribunale di Roma Eugenio Albamonte che ha dato seguito ad una informativa della Polizia di Prevenzione del 9 febbraio scorso. La perquisizione è terminata alle 17 del pomeriggio e ha messo a dura prova lo stesso personale di polizia estenuato dalla quantità di libri e materiale archivistico (scampato pochi mesi fa a un incendio), raccolto dopo anni di paziente e faticosa ricerca. Singolare il fatto che non risultino effettuate perquisizioni in casa di quei giornalisti “confidenti” della Commissione, o direttamente al libro paga, che ricevevano informazioni di prima mano e diffondevano veline di stampo dietrologico.
La divulgazione di «materiale riservato» (sic!), secondo la procura della Repubblica si sarebbe concretizzata in due reati ben precisi, il favoreggiamento (378 cp) e l’immancabile 270 bis, l’associazione sovversiva con finalità di terrorismo, che avrebbero avuto inizio l’8 dicembre 2015. Da cinque anni e mezzo, secondo la procura, sarebbe attiva in questo Paese un’organizzazione sovversiva (capace di sfidare persino il lockdown) di cui nonostante le molte stagioni trascorse non si conoscono ancora il nome, i programmi, i testi e proclami pubblici e soprattutto le azioni concrete (e violente, senza le quali il 270 bis non potrebbe configurarsi). E’ legittimo, a questo punto, chiedersi se il richiamo al 270 bis sia stato un espediente, il classico “reato chiavistello”, che consente un uso più agevolato di strumenti di indagine invasivi (pedinamenti, intercettazioni, perquisizioni e sequestri), in presenza di minori tutele per l’indagato.
L’8 dicembre del 2015 era un martedì in cui cadeva la festa dell’immacolata. In quei giorni la commissione parlamentare presieduta da Giuseppe Fioroni discuteva ed emendava la bozza finale della relazione che chiudeva il primo anno di lavori, approvata appena due giorni dopo, il 10 dicembre. Copie di quella bozza finale erano pervenute in tutte le redazioni d’Italia ed io presi parte, per conto di un quotidiano con il quale collaboravo, alla conferenza stampa di presentazione.
Cosa abbia giustificato un tale imponente dispositivo poliziesco, il saccheggio della mia vita e della mia famiglia, la perquisizione della casa, la sottrazione di tutto il mio materiale e dei miei strumenti di lavoro e di comunicazione, della documentazione amministrativa e medica di mio figlio disabile di cui mi occupo come caregiver, la spoliazione dei ricordi della mia famiglia, foto, appunti, sogni, dimensioni riservate, la nuda vita insomma, non so ancora dirvelo. Ne sapremo qualcosa di più nei prossimi giorni, quando la procura a seguito della richiesta di riesame avanzata dal mio difensore, avvocato Francesco Romeo, dovrà versare le sue carte.

Quello che è chiaro fin da subito è invece l’attacco senza precedenti alla libertà della ricerca storica, alla possibilità di fare storia sugli anni 70, di considerare quel periodo ormai vecchio di 50 anni non un tabù, intoccabile e indicibile se non nella versione quirinalizia declamata in queste ultime settimane, ma materia da approcciare senza complessi e preconcetti con i molteplici strumenti e discipline delle scienze sociali, non certo penali e forensi.
Oggi sono un uomo nudo, non ho più il mio archivio costruito con anni di paziente e duro lavoro, raccolto studiando i fondi presenti presso l’Archivio centrale dello Stato, l’Archivio storico del senato, la Biblioteca della Camera dei deputati, la Biblioteca Caetani, l’Emeroteca di Stato, l’Archivio della Corte d’appello e ancora ricavato da una quotidiana raccolta delle fonti aperte, dei portali istituzionali, arricchito da testimonianze orali, esperienze di vita, percorsi. Mi sono state sottratte le tonnellate di appunti, schemi, note e materiali con i quali stavo preparando diversi libri e progetti. Ho dovuto rinunciare in queste ore a un libro che dovevo consegnare nel corso dell’estate, perché i capitoli sono stati sequestrati. Forse qualcuno ha pensato di ammutolirmi relegandomi alla morte civile. Quel che è avvenuto è dunque una intimidazione gravissima che deve allertare tutti in questo Paese, in modo particolare chi lavora nella ricerca, chi si occupa e ama la storia.
Oggi è accaduto a me, domani potrà accadere ad altri se non si organizza un risposta civile ferma, forte e indignata.