Dalle torture a Bilderberg, l’ambigua posizione dell’ex magistrato Ferdinando Imposimato

Si tiene stamani l’udienza presso la corte d’appello del tribunale di Perugia che dovrà decidere se accogliere la richiesta di revisione della condanna per calunnia pronunciata contro Enrico Triaca dopo che questi aveva denunciato le torture subite nelle fasi successive all’arresto avvenuto nel maggio 1978. La corte dovrà decidere se le nuove prove depositate a sostegno della richiesta di revisione, dopo le pubbliche ammissioni fatte recentemente da Nicola Ciocia (l’ex funzionario di polizia originario di Bitonto, soprannominato “professor De Tormentis” per la sua abilità con la tortura dell’acqua e sale), che ha rivelato di aver torturato Triaca, siano tali da consentire la riapertura del dibattimento

jpg_2178052Enrico Triaca, noto alle cronache come il “tipografo delle Br”, arrestato il 17 magio 1978, pochi giorni dopo il ritrovamento del corpo del presidente della Democrazia cristiana, Aldo Moro, in via Caetani a Roma, denunciò di essere stato torturato mentre era nelle mani della polizia perché rendesse dichiarazioni accusatorie. Dagli uffici della Digos, dove era stato condotto dopo l’arresto, fu portato nella caserma di Castro Pretorio. Qui venne a parlargli un funzionario che si presentò come un suo compaesano (Triaca è di origini pugliesi), quindi fu prelevato da una squadra di uomini travisati che lo incappucciarono e lo trasportarono in una sede ignota. Nel corso del tragitto iniziarono le minacce mentre i suoi sequestratori scarrellavano le armi. Arrivato a destinazione fu violentemente pestato ed alla fine sottoposto al waterboarding, la tortura dell’acqua e sale che produce una sensazione di annegamento (leggi qui il racconto di Triaca).

La ritorsione di Gallucci
showimg2Riportato in questura, di fronte al magistrato fece mettere a verbale le torture subite ma per rappresaglia venne a sua volta denunciato per calunnia dall’allora procuratore capo di Roma Achille Gallucci, che per conto del potere democristiano custodiva il tribunale della capitale, non a caso denominato il “porto delle nebbie”, insabbiando le inchieste non gradite a piazza del Gesù (dove si trovava la sede della Dc) e rivolgendo gli strali della giustizia inquisitoriale contro i nemici politici.

Una folla di nomi famosi
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Nel corso del processo farsa tenutosi nel novembre successivo, Triaca fu condannato ad un anno e quattro mesi di carcere per calunnia. Pena che si aggiunse a quella per appartenenza alle Brigate rosse e in un primo momento anche per il sequestro Moro. Verdetto ribadito in appello e poi in cassazione. Nel corso del processo, oltre all’allora capo della Digos romana, Domenico Spinella, sfilarono poliziotti che successivamente hanno fatto molta carriera, da Carlo De Stefano che condusse l’iniziale perquisizione nella tipografia di via Pio Foa, arrivato a dirigere la Polizia di prevenzione (denominazione assunta dall’Ucigos), poi nominato prefetto e recentemente sottosegretario agli Interni durante il governo Monti (leggi qui), a Michele Finocchi, promosso capo di gabinetto del Sisde, praticamente il numero due sotto la gestione di Malpica e coinvolto nello scandalo dei fondi neri per questo latitante in Svizzera dove venne successivamente arrestato dal Ros dei carabinieri. Il ruolo di Finocchi è centrale nella gestione dell’interrogatorio violento di Triaca poiché è lui che raccoglie i due fogli della “deposizione” estorta, di cui uno mai controfirmato.

Dalle torture a Bilderberg, l’ambigua posizione di Imposimato
Ferdinando-ImposimatoNon ci sono solo poliziotti ad interrogare Triaca, arrivarono anche Luciano Infelisi e poi come giudice istruttore Ferdinando Imposimato, che delle torture non si curò minimamente. Omise, coprì anche lui nonostante l’ibrida funzione di magistrato dell’istruzione gli avrebbe imposto di fare luce su tutte le circostanze dell’arresto.
Ad Imposimato la questione non interessava ed oggi, alla stregua dell’abbé Barruel, utilizza la coltre fumogena della dietrologia evocando il ruolo di alcune lobby nelle vicende della lotta armata per il comunismo, come il gruppo Bilderberg (dietro l’imput del suo ultimo delirante libro, la procura di Roma ha riaperto una quinta inchiesta sul rapimento Moro), per evitare imbarazzanti domande su quello che resta l’unico vero mistero della lotta armata: l’impiego delle torture di Stato.

La tortura dell’acqua e sale (waterboarding), conosciuta nelle questure italiane anche con il nome della “cassetta”
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Le parole di Nicola Ciocia, alias “professor De Tormentis”
162521007-2d0fba44-c393-4578-8c05-7b233e6357f74«Ammesso, e assolutamente non concesso, che ci si debba arrivare, la tortura – se così si può definire – è l’unico modo, soprattutto quando ricevi pressioni per risolvere il caso, costi quel che costi. Se ci sei dentro non ti puoi fermare, come un chirurgo che ha iniziato un’operazione devi andare fino in fondo. Quelli dell’Ave Maria esistevano, erano miei fedelissimi che sapevano usare tecniche “particolari” d’interrogatorio, a dir poco vitali in certi momenti» (a Matteo Indice, Il Secolo XIX 24 giugno 2007).
La struttura – rivela a Nicola Rao, autore di Colpo al cuore. Dai pentiti ai “metodi speciali. Come lo Stato uccise le Br, Sperling&Kupfer 2011) è intervenuta una prima volta nel maggio 1978 contro il tipografo delle Br, Enrico Triaca. Ma dopo la denuncia del “trattamento” da parte di Triaca la squadretta viene messa in sonno perché – gli spiegarono – non si potevano ripetere, a breve distanza, trattamenti su diverse persone: «se c’è solo uno ad accusarci, lascia il tempo che trova, ma se sono diversi, è più complicato negare e difenderci». All’inizio del 1982 il “profesore” viene richiamato in servizio. Più che un racconto quella di “De Tormentis” appare una vera e propria rivendicazione senza rimorsi: «io ero un duro che insegnava ai sottoposti lealtà e inorridiva per la corruzione», afferma presagendo i tempi del populismo giustizialista. «Occorreva ristabilire una forma di “auctoritas”, con ogni metodo. Tornassi indietro, rifarei tutto quello che ho fatto».

Di seguito un estratto della richiesta di revisione preparata dagli avvocati Francesco Romeo e Claudio Giangiacomo
«I difensori contattavano il sig. Matteo Indice nato a Genova il 7/6/1977, giornalista, [leggi qui la sua intervista a Ciocia che parla nascondendosi sotto lo pseudonimo di “professor De Tormentis”] ed in data 30/7/2012 acquisivano le dichiarazioni (anche a mezzo registrazione audio con conseguente trascrizione integrale allegata); Matteo Indice dichiarava: di aver conosciuto Nicola Ciocia nel 2007 per il tramite di Salvatore Genova che lo accompagnò a Napoli per incontrarlo; di averlo incontrato a casa sua, in Campania, ove Ciocia gli raccontò nei dettagli la storia della struttura denominata “i cinque dell’ave Maria” da lui diretta; Ciocia ammise che lui ed i suoi uomini praticavano torture ma, lo facevano per il bene dello Stato; ammise di aver praticato la tecnica dell’acqua e sale (waterboarding) nei confronti di detenuti comuni e politici sia di destra che di sinistra; fece capire anche che il waterboarding era il sistema più leggero e, che usavano anche altro senza specificare oltre; ammise di essere stato soprannominato “Dottor De Tormentis”; Ciocia citò al giornalista anche il caso Triaca da lui definito interrogatorio esemplare, premettendo che lo avevano torchiato; a richiesta del giornalista se fosse stata usata l’acqua e sale Ciocia rispose “certo che lo usammo”; Ciocia spiegò anche che il suo gruppo era clandestino ed era stato creato per volontà dell’Ucigos, i suoi superiori erano i vertici dell’Ucigos da questi veniva incaricato di trattare ed interrogare le persone arrestate; delle azioni del suo gruppo erano informati: il Capo della polizia ed il Ministro dell’Interno dell’epoca (cfr. doc. all.  y, z))».

«De Tormenti sono io»
Bufi

Per saperne di più
Le torture della repubblica

Roma, 16 marzo 1978, in via Fani alcuni operai scesi dalle fabbriche del Nord insieme ad un gruppo di precari romani provano a cambiare la storia d’Italia. Erano le Brigate rosse

Quella mattina erano in 10, un tecnico, un contadino, un’assistente di sostegno, uno studente, un artigiano, un paio di disoccupati, alcuni operai. Lo scarno racconto, secco e preciso, del rapimento del presidente della democrazia cristiana Aldo Moro proposto dallo storico Marco Clementi nel volume, Storia delle Brigate rosse, Odradek 2007

cop-br-4-cmIl nucleo che agì la mattina del 16 marzo era composto da nove brigatisti operativi e da una decima persona, una ragazza che aveva il compito di segnalare, all’inizio di via Fani, l’arrivo del convoglio delle macchine con la scorta e il presidente democristiano e, quindi, abbandonare immediatamente la zona.
Quattro brigatisti attendevano divisi in due sottonuclei di due persone l’arrivo delle macchine all’incrocio tra via Fani e via Stresa, dov’era situato un segnale di stop. Una brigatista in via Stresa doveva chiudere la strada in un senso; un sesto brigatista si trovava dentro una macchina con la quale doveva entrare a marcia indietro in via Fani per caricare l’ostaggio, un settimo militante era al volante di una macchina che doveva mettersi alla testa del convoglio, tenendoselo dietro fino allo stop, e gli ultimi due dovevano chiudere via Fani dalla parte alta, il cosiddetto «cancello superiore».
Il problema rappresentato da un fioraio che ogni mattina giungeva in via Fani con un camioncino era stato risolto la sera precedente, squarciando tutte e quattro le ruote del mezzo. Egli si posizionava normalmente nella parte superiore di via Fani, lontano dallo stop, ma avrebbe potuto trovarsi nella zona del fuoco in seguito a un’evoluzione diversa dell’agguato, come la presenza di macchine che allungavano la fila all’incrocio con via Stresa. Inoltre, si sarebbe trovato all’altezza del «cancello superiore». Il piano prevedeva che, dopo la segnalazione della ragazza, la macchina parcheggiata in doppia fila all’inizio di via Fani e condotta da un solo militante si muovesse in modo da mettersi esattamente di fronte alla 131 blu con Moro e due uomini di scorta dentro. Avendo percorso via Fani, si sarebbe fermata allo stop e immediatamente i due sottonuclei avrebbero aperto il fuoco. Il primo elemento di ogni sottonucleo doveva colpire l’autista rispettivamente della prima e della seconda auto, quindi il resto della scorta assieme al secondo.
Contemporaneamente, il conducente della macchina ferma allo stop sarebbe dovuto scendere e rinforzare il «cancello inferiore», mentre la macchina con i due brigatisti chiudeva via Fani da sopra. Alla fine della sparatoria i brigatisti avrebbero preso Moro e lasciato immediatamente la zona su tre auto in una stessa direzione, mentre la quarta, quella del «cancello superiore», si sarebbe diretta dalla parte opposta. La quinta macchina, quella ferma allo stop, sarebbe stata abbandonata all’incrocio stesso.

imagesQuella mattina, non appena la giovane brigatista vide giungere le due macchine con Moro e la scorta, segnalò con un gesto convenuto al conducente dell’auto (poi ritrovata in via Fani) l’arrivo dell’obiettivo e lasciò la sua posizione. Il brigatista attese l’inizio della manovra di svolta della Fiat 131, quindi partì tenendo dietro la stessa e l’Alfetta bianca con tre componenti la scorta. Scendendo verso via Fani fu costretto a superare un’auto che viaggiava lentamente e lo stesso fecero le due auto di Stato. Giunto allo stop, si fermò, così fecero la Fiat e l’Alfa Romeo. Immediatamente i quattro brigatisti in attesa aprirono il fuoco, mentre la brigatista addetta al «cancello inferiore» fermava con il mitra una Cinquecento appena sopraggiunta, guidata, lo si seppe poi, da un poliziotto. L’autista dell’Alfetta fu colpito immediatamente e la sua macchina fece un balzo in avanti, andando a tamponare la 131, il cui autista cominciò a suonare all’auto ferma davanti a lui affinché partisse. Il mitra con il quale doveva essere colpito, infatti, si era inceppato e l’uomo della scorta stava tentando una disperata manovra per portare Moro in sicurezza. Il brigatista dentro l’auto ferma allo stop rimase con il piede sul freno, mentre la 131 continuava ad andare avanti e dietro provando a uscire dalla morsa nella quale era stata chiusa. Poi l’autista venne raggiunto da alcuni colpi e morì. Nel frattempo si inceppò anche il mitra di un altro brigatista che stava sparando contro l’Alfetta e ciò permise a un componente la scorta di scendere dall’auto e provare una reazione, ma venne colpito a sua volta e cadde. I colpi cessarono e solo allora il brigatista nell’auto ferma allo stop poté scendere. Fu lui a prendere Moro (secondo il piano doveva essere uno del primo sottonucleo a farlo), che venne caricato nell’auto giunta da via Stresa a marcia indietro. Quindi tutti i brigatisti lasciarono la zona e dopo pochi isolati cambiarono le auto, parcheggiando quelle usate nell’agguato in una stessa via. Attraverso uno scambio ulteriore di mezzi, l’ostaggio venne portato in via Montalcini, in una zona periferica di Roma ma non troppo lontana dal centro, dove fu tenuto prigioniero in una «prigione del popolo» gestita da Anna Laura Braghetti, Germano Macccari e Prospero Gallinari. Mentre Moro entrava in quella base tutti gli altri brigatisti che avevano partecipato al rapimento erano già partiti per il Nord o si erano ritirati nelle loro basi romane.

Per saperne di più

Gallinari, Gotor e le lettere di Moro
Mario Moretti, Brigate rosse une histoire italienne
Doppio Stato e dietrologia nella narrazione storiografica della sinistra italiana – Paolo Persichetti
Doppio Stato? Una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta
La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Italie, le theme du complot dans l’historiographie contemporaine – Paolo Persichetti
I marziani a Reggio Emilia – Paolo Nori
Ci chiameremo la Brigata rossa – Vincenzo Tessandori
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Storia della dottrina Mitterrand

Enrico Triaca denunciò le torture subite ma venne condannato per calunnia. In un libro il torturatore (Nicola Ciocia, alias De Tormentis) rivela, «era tutto vero». Parte la richiesta di revisione

Ora nessuno potrà più girare la testa dall’altra parte. E’ stata depositata la richiesta di revisione contro la condanna per calunnia ricevuta da Enrico Triaca dopo la denuncia delle torture subite. Non poteva essere altrimenti dopo le rivelazioni fatte dal suo stesso torturatore, l’allora funzionario Ucigos Nicola Ciocia (soprannominato professor De Tormentis per la sua abilità con la tortura dell’acqua e sale), nel libro di Nicola Rao,  Colpo al cuore: dai pentiti ai “metodi speciali”, come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, Sperling&Kupfer 2011.
Da sottolineare come questa richiesta di revisione sia un atto mirato ad innescare un meccanismo che porti a fare degli ulteriori passi verso l’accertamento della verità sui fatti; non chiede condanne (i reati sono prescritti), al contrario esige che venga tolta l’unica condanna erogata (e scontata) in modo scandaloso contro Enrico Triaca


[…]

Nella hall di un albergo di Napoli un sabato pomeriggio, il 12 febbraio 2011. Accompagnato dalla sua signora, che ha preferito rimanere in disparte, il «professor de tormentis» (che, dopo essere stato nominato questore, abbandonò la polizia e oggi fa l’avvocato) ha deciso di affrontare la situazione, accettando di rispondere (anche se alla sua maniera) alle mie domande.

Prima di cominciare, gli ho chiesto se avesse nulla in contrario a che il colloquio fosse registrato, e lui ha acconsentito.

Il personaggio ha una sua dignità e un suo mondo. Nel suo esordio c’è tutto: «Io sono stato un combattente, perché quella contro le Brigate Rosse era una guerra. Una vera e propria guerra». E in guerra ogni mezzo è lecito per concluderla e vincerla.

Entro subito nel merito: «Quando è stato deciso di procedere al trattamento? Quando le è stata delegata la gestione di questa pratica? Quando ha cominciato a mettere su la sua squadra? Perché solo dopo il rapimento di un generale americano e non prima?»

Ecco la sua risposta: «Lo avevamo fatto anche prima… con Triaca [esponente delle Br arrestato subito dopo il delitto Moro, N.d.A.]. Comunque il trattamento è anche una cosa molto razionale. Non solo fisica. Nel senso che, se viene davanti a te una persona arrestata che tu, per l’esperienza che hai, ritieni uno che offende la tua intelligenza, perché nega l’evidenza e magari dice evidenti cazzate, non ha senso dirgli: ‘Scusi, è stato lei a commettere quel delitto?’ Così non si ottiene niente. Allora gli chiedi: ‘Ma perché vuoi offendere la mia intelligenza? Non si offende l’intelligenza di un rappresentante dello Stato’. E allora il… ehm… come dire… il contrasto, ecco, sì, il contrasto fra noi e loro entra nella fase… importante».

Nicola Ciocia è l’uomo di spalle, basso dinstatura e con la chiera

«De Tormentis» era l’eteronimo sotto il quale si nascondeva l’identità di Nicola Ciocia, il funzionario Ucigos (oggi denominata Polizia di prevenzione) a capo della speciale squadra addetta alle sevizie, in particolare alla tecnica del waterboarding, utilizzate per estorcere informazioni durante gli interrogatori contro i militanti, o supposti tali, arrestati con l’accusa di appartenere alle Brigate rosse.
In una intervista rilasciata al secolo XIX il 24 giugno 2007, sotto anonimato, “De Tormentis” raccontava di aver prestato servizio in polizia per quasi tre decenni, dove era entrato alla fine degli anni Cinquanta uscendone con il grado di questore per poi esercitare la professione di avvocato (un vero insulto alla categoria) presso il foro di Napoli.
Sempre “De Tormentis” aggiungeva di aver lavorato in Sicilia, partecipando alle inchieste che portarono alla cattura di Luciano Liggio e Totò Riina (il primo arresto di quest’ultimo, nel 1963, prima della lunghissima latitanza), poi a Napoli, sia alla squadra mobile sia all’ispettorato antiterrorismo creato da Emilio Santillo per approdare dopo lo scioglimento dei nuclei antitetrrosismo di Santillo all’Ucigos (Ufficio centrale per le investigazioni generali e le operazioni speciali), dove ha coordinato i blitz più «riservati».
Nella stessa intervista riferiva di essere raffigurato in una delle foto simbolo scattate in via Caetani, tra gli investigatori vicini alla “Renault 4″ dove si trovava il corpo senza vita di Moro

Per approfondire
Triaca: “De Tormentis mi ha torturato così
Triaca: dopo la tortura l’inferno del carcere/ seconda parte
Che delusione professore! Una lettera di Enrico Triaca a Nicola Ciocia-professor De Tormentis
“De Tormentis” è venuto il momento di farsi avanti

Enrico Triaca si rivolge al sottosegretario all’Interno Carlo De Stefano: «Lei che mi ha arrestato nel maggio 1978 dovrebbe sapere come sono finito nelle mani di quel “Nicola Ciocia-De Tormentis” che mi ha torturato»

Dott. Carlo De Stefano,

IL prefetto Carlo De Stefano

ho letto la sua risposta all’interrogazione dell’On. Bernardini, che dire?
Una risposta sobria! In linea col nuovo corso, ma un tantino carente, lacunosa. Una risposta che si potrebbe attribuire a chi, in quegli anni, era estraneo al mondo delel Forze di polizia. Ma Lei Dottore non era estraneo, giusto? Lei c’era! Lei molte cose dovrebbe saperle!
Lei mi ha arrestato il 17 maggio 1978 ed oggi il suo collega Nicola Ciocia dice di avermi torturato quella notte, come io denunciai.
Dove stava quella notte Dottore? Questo non lo dice nella sua risposta. Non per accusarla di qualcosa ma forse lei può spiegare come io sia finito dalle sue mani in quelle del “Professor de Tormentis”.
In questo periodo sto imparando quanto sia difficile per voi assumervi le vostre responsabilità quando non potete nascondervi dietro l’anonimato e, del resto, vedo che è stato ben ripagato per i suoi servigi. Ma prima o poi arriva per tutti il giorno in cui non si può più vivere nell’ombra, ed è in questo frangente che un uomo può dimostrare un residuo di dignità di etica.

Lei Dottore con questa risposta ha perso un’occasione. Ora continuerà imperterrito a fare l’uomo di Stato, magari il buon padre di famiglia, tutto Chiesa, Casa e Stato.

Dica Dottore come ci si sente a rivestire questo doppio ruolo? Cosa le suggerisce la sua coscienza? Io da “terrorista” non riesco a immaginarlo.

Sicuramente Lei come il suo collega Nicola Ciocia si sentirà un servitore di Stato, ed io non sono qui a rinfacciarle il suo ruolo di poliziotto, né di avermi arrestato: quello era sicuramente il suo compito ed il suo dovere, quello per cui ha giurato, ma come Lei sa qui si parla di altro, di abusi, di torture, di violenze non ammesse dallo Stato che ritiene di servire. Ma tacere, svicolare, mistificare non si può dire che sia un bel servire.

Non le sembra paradossale che alla fine debbano essere dei “terroristi” a mobilitarsi per far emergere la verità e lo Stato a doversi nascondere?

Enrico Triaca

Link
Torture contro i militanti della lotta armata
De Tormentis, il fantasma del Viminale: la riposta del sottosegretario De Stefano sulle torture
«Che delusione professore!». Una lettera di Enrico Triaca a Nicola Ciocia-professor De Tormentis
Triaca:“Dopo la tortura, l’inferno del carcere – 2
Enrico Triaca; “De Tormentis mi ha torturato così” – 1

Le torture della repubblica, maggio 1978: il metodo De Tormentis atto primo

Enrico Triaca: “De Tormentis mi ha torturato così”

jpg_2178052Avevo chiesto ad Enrico Triaca, se ne avesse avuto voglia, di raccontare in una intervista le torture subite dopo l’arresto, nel maggio 1978. Enrico mi ha fatto pervenire questa testimonianza scritta di suo pugno dove racconta i due volti della tortura: quella immediata, il supplizio sul corpo, e quella più lunga, sottile, interminabile, realizzata attraverso l’isolamento carcerario in condizioni di detenzioni bestiali. Entrambe finalizzate ad estorcere informazioni, spingere alla delazione, distruggere la sua identità politica e personale. Il racconto è molto lungo per questo sono costretto a suddividerlo in due parti. Non voglio togliere altro spazio a parole che lasciano il segno, aggiungo solo una cosa: “De Tormentis” ha rivelato nel libro di Nicola Rao di essere stato il torturatore di Triaca. Enrico riferisce che questo funzionario di polizia che discuteva da pari a pari con il capo della Digos romana Spinella, dunque aveva un grado elevato, gli si presentò come «compaesano». Enrico Triaca è nato a San Severo, in provincia di Foggia. Il suo torturatore era dunque pugliese come lui. Si tratta di un ulteriore dettaglio che conferma l’identità di “De Tormentis”, nato a Bitonto, provincia di Bari, il 21 gennaio 1934


«Ho un concetto chiaro dell’interrogatorio.
Una persona deve sentirsi nel potere di colui il quale interroga.
Quando ciò avviene, cede».
Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis
in Valerio Lucarelli, Vorrei che il futuro fosse oggi.
Ribellione, rivolta e lotta armata
, (Una storia dei Nap)

Ancora del mediterraneo 2010, pagina 182

di Enrico Triaca

Sono stato arrestao il 17 maggio 1978. Prelevato da casa fui portato in tipografia, in via Pio Foà a Monteverde, per la perquisizione dei locali. Qui appena gli agenti hanno rinvenuto il materiale dell’organizzazione si è precipitata un’orda di poliziotti. A quel punto sono stato portato in questura, a San Vitale, dove venni perquisito come risulta da un verbale firmato dal commissario Bellisario. Nel pomeriggio sono stato spostato nella caserma di via Castro Pretorio, dove è cominciato l’interrogatorio. Verso sera è arrivato un funzionario di Polizia che recentemente sui giornali è stato indicato con lo pseudonimo di “professor De Tormentis” che mi ha indirizzato qualche battuta dicendomi, tra l’altro, che eravamo paesani, dopodiché si appartò con Spinella. I due confabularono qualcosa. Appena finito dissero agli agenti che bastava così e ordinarono di riportarmi in questura. Uscimmo nel cortile dove c’era un furgone. Si aprì lo sportello laterale e si affacciarono due poliziotti con casco antiproiettile e giubbotto suscitando lo stupore degli agenti che mi tenevano, ma “De Tormentis” ordinò di consegnarmi a loro e Spinella confermò l’ordine.

Il trattamento
Fui caricato, mi misero le manette dietro la schiena, mi bendarono steso a terra e il furgone partì. Nessuno parlava, si sentiva solo un leggero bisbiglio e un rumore di armi, caricatori che venivano inseriti, carrelli che mettevano il colpo in canna. Cercavo di capire cosa stava succedendo: “Vogliono farti sparire, eliminarti? Ma sei stato prelevato a casa, portato in tipografia, quindi la cosa e pubblica”. Allora razionalizzavo che la cosa non era possibile. Allora mi chiedevo: “Vogliono pestarti? Ma questo potevano farlo a Castro Pretorio, di certo non sto andando in Questura”.  Dopo una mezzora circa, ma calcolare il tempo in certi frangenti è difficile, penso comunque di non essere uscito da Roma, il furgone si fermò. Mi fecero scendere, salimmo delle scale e mi introdussero in una stanza. Lì venni spogliato, mi caricarono su un tavolo e mi legarono alle quattro estremità con le spalle e la testa fuori dal tavolo, accesero la radio con il volume al massimo e cominciò “il trattamento”. Un maiale si sedette sulla pancia, un altro mi sollevò la testa tenendomi il naso otturato, e un altro mi inserì il tubo dell’acqua in bocca.
L’istinto è quello di agitarti nel tentativo di prendere aria ma riesco solo ad ingoiare acqua. Nessuno parla tranne“De Tormentis” che da ordini, decide quando smettere e quando ricominciare, fa le domande. Poi ti viene somministrato qualcosa che si dice dovrebbe essere del sale, ma tu non senti più il sapore, dopo un po’ che tieni la testa penzoloni i muscoli cominciano a farti male e ad ogni movimento ti sembra che il primo tratto della spina dorsale ti venga strappato dalla carne, dai muscoli, dai nervi. Quando l’ossigeno comincia a mancare il corpo si ribella e si manifesta con violenti spasmi, violente contrazioni nel tentativo di prendere ossigeno: uno, due , tre spasmi e “de Tormentis” ordina di smettere. Un paio di respirazioni e si ricomincia: uno, due, tre contrazioni, «Stop»; uno, due, tre, «Stop». Dopo un lasso di tempo indefinito cominci a non reagire più; cerchi di estraniarti ma la testa che viene continuamente mossa e le fitte che ciò ti procura ti costringono a restare lì. All’ennesimo stop entra in campo un’altra voce che dice di smettere, che può bastare. Ne nasce una mezza discussione con “De Tormentis” che invece insiste per continuare, ma l’altra voce ha paura e s’impone e così vengo slegato, messo a sedere sul tavolo. Con l’alcol mi massaggiano braccia e spalle, mi rivestono tra le battute divertite di due maiali. Per accertarsi che la bendatura regga mi fanno uscire sul pianerottolo dove al centro è sistemata una sedia che mi fanno urtare per verificare che non vedo, quindi riscendo una rampa di scale e poi ne imbocchiamo un’altra sulla sinistra, più piccola e meno illuminata che da direttamente nel garage. Qui vengo caricato nel furgone, si sente il rumore di una porta automatica e si parte. Tornati in questura, nel cortile vengo sbendato e consegnato a due guardie che mi portano in cella di sicurezza.

“Hanno visto in tanti”
“De Tormentis” ha sparso una quantità di indizi su di sè da essere ormai facilmente identificabile; la voce “fuori campo” presente nella stanza della tortura non è difficile da capire a chi appartenga. Non poteva essere certo un semplice poliziotto ad ordinare a “De Tormentis” di smettere. Nel cortile di Castro Pretorio oltre a Spinella e “De Tormentis” con la sua squadretta c’era una coorte di almeno 10 poliziotti. Erano e sono in molti a sapere.
Come scriveva Pasolini, io so. Io so i nomi dei torturatori, io so i nomi di chi tali abusi ha coperto, ma non ho le prove.

Il carcere
Dopo tre giorni di permanenza nelle celle di sicurezza (altro abuso perché le leggi di allora non permettevano di trattenere un detenuto per un tempo così lungo in questura) venni tradotto nel carcere di Civitavecchia, dove sono stato per circa una settimana. 24 ore su 24 chiuso in cella senza possibilità di andare “all’aria”, con un secondino fisso davanti alla cella. Poi trasferito a Sulmona, anche lì 24 su 24 in una cella sotterranea, con una finestrella a sei metri di altezza, una turca, senza lavandino, con un tubo che fuoriusciva sopra la turca da cui sgorgava in continuazione acqua dal quale potevo lavarmi o bere, il letto incementato al centro della cella, e una puzza di muffa che toglieva il respiro……… mi venne in mente Silvio Pellico.
Dopo una settimana circa, sono stato nuovamente trasferito, questa volta a Volterra. Qui ci fu il salto di qualità: la cella era una “normale” cella di isolamento, con letto, bagno, lavandino e due porte una di fronte all’altra. Una di queste portava al cortile dell’aria: una cella un po’ più piccola senza tetto, ma almeno si vedeva la luce del sole, il cielo. Qui riuscii ad avere dopo tanto una sigaretta dal lavorante della sezione, una Stop lunga senza filtro. Me la fumai con un gusto indescrivibile, poi mi sdraiai sul letto perché mi girava tutto. Dopo un’altra settimana circa sono stato nuovamente trasferito, a Rebibbia questa volta, sempre in isolamento. Ricevetti la prima visita degli avvocati, che mi spiegarono come fino a quel momento nessuno era riuscito a sapere dove stavo, che fine avessi fatto (Desaparecidos).
A Rebibbia il passeggio era ampio con tutto intorno vetrate che davano su corridoi interni. Dopo qualche giorno trovai i vetri tappezzati di carta plastificata ed ogni tanto apparivano fessure dalle quali, seppi in seguito, mi spiavano i parenti delle vittime per i confronti.

La condanna per calunnia
Ci fu poi l’interrogatorio con il magistrato Achille Gallucci al quale denunciai le torture raccontando come si svolsero i fatti. Lui mi rispose che mi sarei beccato una denuncia per calunnia e così fu. Il giorno dopo, o forse quello ancora, ricevetti il mandato di cattura per calunnia, dopo lunghe e approfondite indagini Sic!.
Venne istruito il processo per direttissima, ed in quella occasione ci inserirono il porto abusivo di armi. Gli avvocati fecero presente che non potevo essere processato per porto d’armi in quel frangente perché i tempi per la direttissima erano scaduti, ma il giudice se ne fregò e andò avanti.
Venne chiamato Domenico Spinella, capo della DIGOS. Il giudice gli chiese il motivo del trasferimento dalla questura a Castro Pretorio, ma lui negò che fossi stato portato in questura ma direttamente a Castro Pretorio. Gli avvocati presentano alla corte un verbale firmato da Domenico Spinella nel quale affermava che alle 12,30 venivo perquisito negli uffici della questura, ma il giudice se ne fregò, non chiese chiarimenti e continuò. Chiese a Spinella i nomi degli agenti di turno alle celle di sicurezza, lui rispose che non poteva ricordarli ma che il giorno dopo avrebbe portato il registro delle presenze. Il giorno dopo venne un agente e disse che il registro delle presenze era sparito, ma il giudice se ne fregò e si convinse, “al di la di ogni ragionevole dubbio”, della mia colpevolezza, così fui condannato.
Tutti i giornali evitarono qualsiasi commento limitandosi a riferire della mia condanna, si distinse L’UNITA’ che ebbe l’ardire di scrivere sul numero dell’8 novembre 1978: «L’avvocato Alfonso Cascone ha invece avanzato apertamente il sospetto che le accuse di Triaca alla polizia fossero false e che il suo assistito avesse mentito poiché – pensando di essere considerato dalle BR un delatore – temeva rappresaglie. Il reato di calunnia, ha detto quindi il legale, sarebbe stato compiuto in “stato di necessità”. Nonostante i dubbi suscitati dal comportamento della polizia durante il processo, dunque, uno scorcio di verità è arrivata inaspettatamente proprio da uno dei difensori del tipografo delle BR».
L’avvocato Alfonso Cascone presentò una denuncia contro il giornale che venne immediatamente archiviata.

1/ continua

Per saperne di più
Triaca: dopo la tortura l’inferno del carcere/ seconda parte
Torture contro i militanti della lotta armata
1982 la magistratura arresta i giornalisti che fanno parlare i testimoni delle torture
Novembre 1982: Sandro Padula torturato con lo stesso modus operandi della squadretta diretta da “de tormentis”
Anche il professor De Tormentis era tra i torturatori di Alberto Buonoconto
Caro professor De Tormentis, Enrico Triaca che hai torturato nel 1978 ti manda a dire
Le torture ai militanti Br arrivano in parlamento
“De Tormentis” è venuto il momento di farsi avanti
Torture: Ennio Di Rocco, processo verbale 11 gennaio 1982. Interrogatorio davanti al pm Domenico Sica
Le torture della Repubblica 2,  2 gennaio 1982: il metodo de tormentis atto secondo
Le torture della Repubblica 1/, maggio 1978: il metodo de tormentis atto primo

Torture contro le Brigate rosse: il metodo “de tormentis”
Acca Larentia: le Br non c’entrano. Il pentito Savasta parla senza sapere
Torture contro le Brigate rosse: chi è De Tormentis? Chi diede il via libera alle torture?
Parla il capo dei cinque dell’ave maria: “Torture contro i Br per il bene dell’Italia”
Quella squadra speciale contro i brigatisti: waterboarding all’italiana

Le torture della Repubblica /1: maggio 1978, il metodo “De Tormentis” atto primo

Nel maggio 1978 la nazionale di calcio italiana era in Argentina dove stava completando la preparazione in vista del campionato del mondo che sarebbe cominciato il mese successivo, vinto alla fine dai padroni di casa. Due anni prima, nel marzo 1976, un golpe fascista aveva portato al potere una giunta militare ma nonostante ciò i mondiali di calcio si tennero lo stesso. Furono una bella vetrina per i golpisti mentre i militanti di sinistra sparivano, desaparecidos; prima torturati nelle caserme o nelle scuole militari, poi gettati dagli aerei nell’Oceano durante i viaggi della morte, attaccati a delle travi di ferro che li trascinavano giù negli abissi. Intanto i neonati delle militanti uccise erano rapiti e adottati dalle famiglie degli ufficiali del regime dittatoriale.
Nel resto dell’America Latina imperversava il piano Condor orchestrato dalla Cia per dare sostegno alle dittature militari che spuntavano un po’ ovunque nel cortile di casa di Washington. Cinque anni prima, l’11 settembre del 1973, era stata la volta del golpe fascio-liberale in Cile, dove gli stadi si erano trasformati in lager.

In Italia l’opposizione sfilava solo nelle strade. In parlamento da un paio di anni si era ridotta a frazioni centesimali di punto a causa di un fenomeno politico che gli studiosi hanno ribattezzato col termine di “consociativismo”’: ovvero la propensione a costruire larghe alleanze consensualistiche, trasversali e trasformiste che annullano gli opposti e mettono in soffitta alternanze e alternative. Il 90% delle leggi erano approvate con voto unanime nelle commissioni senza passare per le aule parlamentari. Il consociativismo di quel periodo aveva un nome ben preciso: “compromesso storico”. Necessità ineludibile, secondo il segretario del Pci dell’epoca Enrico Berlinguer, per scongiurare il rischio di derive golpiste anche in Italia.
Dopo un primo “governo della non sfiducia”, in carica tra il 1976-77, mentre la Cgil imprimeva con il congresso dell’Eur una svolta fortemente moderata favorevole politica dei sacrifici e il Pci, sempre con Berlinguer, assumeva l’austerità come nuovo orizzonte politico, improntata ad una visione monacale e moralista dell’impegno politico e del ruolo che le classi lavoratrici dovevano svolgere nella società per dare prova della loro vocazione alla guida del Paese, nel marzo 1978, il giorno stesso del rapimento Moro, nasceva il “governo di solidarietà nazionale”, col voto favorevole di maggioranza e opposizione.

Oltre al calcio e alla folta schiera di oriundi cosa poteva mai avvicinare una strana democrazia senza alternanza, come quella italiana, ad una dittatura latinoamericana come quella argentina?

La risposta sta in una parola sola: le torture. La repubblica italiana torturava gli oppositori, definiti e trattati come terroristi.

Anche le democrazie torturano, dal libro di Nicola Rao, Colpo al cuore. Dai pentiti ai “metodi speciali”: come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, Sperling & Kupfer 2011

[…]

Non era la prima volta che il professore e la sua squa­dra – cinque suoi fedelissimi dai tempi della Mobile di Napoli – scendevano in campo. Era già successo anni prima. Le Brigate Rosse avevano appena assassinato Aldo Moro e lo Stato era in ginocchio. Nei due mesi di prigionia del presidente della De le forze dell’ordine non erano riuscite a prendere nemmeno uno straccio di terrorista. Era una cosa vergognosa. Così, quando gli telefonarono e gli chiesero di provare a fare qualcosa, anche con metodi non proprio ortodossi, perché un tentativo andava fatto, lui acconsentì. Del resto, il professore non era uno che si tirava indietro. Così chiamò a raccolta i suoi scudieri e disse loro: «Lo Stato ci chiama, non possiamo dire di no».

Otto giorni dopo l’uccisione di Aldo Moro, qualcosa si mosse. Da tempo la polizia era sulle tracce di un estremista di sinistra, sospettato di essere in contatto con le Br. Si chiamava Enrico Triaca e lavorava in una tipografia in via Pio Foà 31. Il 28 marzo, dodici giorni dopo la strage di via Fani, una segnalazione anonima all’Ucigos chiedeva di «controllare le seguenti persone che sono certamente collegate con le Br: 1) Teodoro Spadaccini, anni 30/35, pregiudicato; 2) certo Gianni, che lavora al Poligrafico e ha un’auto 126 Fiat targata Roma S04929; 3) certo Vittorio, di anni 25/30, che ha un’auto Ami 8 targata Roma F74048; 4) Proietti Rino, attacchino del Comune di Roma; 5) Pinsone Guglielmo, che circola con una Fiat 125 di colore celestino. Tutti e cinque abitano nella zona Prenestina e frequentano la Casa della Studentessa».
Gli uomini dell’antiterrorismo si misero al lavoro e pedinando Spadaccini arrivarono a Triaca e al posto dove lavorava. Una pattuglia aveva provato a parlare con Triaca, ma era di sabato e la tipografia era chiusa. Il 17 maggio la polizia si rifece viva in via Foà, e stavolta l’obiettivo c’era. All’interno della tipografia trovarono la macchina per scrivere elettronica con cui le Br avevano scritto i docu­menti del sequestro Moro, bozze di volantini, risoluzioni strategiche, bozze scritte a mano di altri documenti delle Br, volantini di rivendicazioni di altri attentati e persino soldi provenienti ancora dal sequestro dell’armatore Costa, a Genova.
Arrestarono Triaca con l’accusa di partecipazione a banda armata e associazione sovversiva, insieme con Antonio Marini, Teodoro Spadaccini e altri esponenti romani delle Br. Poi lo lasciarono agli uomini del professore.
Il trattamento ebbe i suoi effetti. Il tipografo cantò e il giorno dopo, a verbale, ammetteva di far parte delle Brigate Rosse: raccontò che le spese per mantenere la tipografia erano state pagate da uno dei capi delle Br, a lui noto con il nome di Maurizio, che conosceva fin dal 1976, e fornì molti elementi a carico degli altri arrestati.
Ma un mese più tardi, il 19 giugno, Triaca provò a ritrattare, denunciando le torture subite: «La sera del 17 maggio fui portato dentro un furgone dove c’erano due persone con casco e giubbotto antiproiettile. Fui bendato e steso per terra. Il furgone partì. Poi fui fatto scendere e, sempre bendato, venni spogliato e legato su un tavo­laccio. Qualcuno mi tappò il naso con le mani e mi versò dell’acqua in bocca per non farmi respirare. Per due volte qualcuno mi gettò in bocca una polverina».

La denuncia di Triaca fu formalizzata e si aprì un’inchiesta contro ignoti. Ma, non potendo riconoscere nessuno dei suoi torturatori, il 7 novembre 1982 il tipografo si beccò anche una condanna per calunnia dal tribunale di Roma.
Dopo questa prima operazione, però, il professore per parecchio tempo non fu più chiamato. Inizialmente gli spiegarono che non si potevano ripetere, a breve distanza, trattamenti su diverse persone perché «se c’è solo uno ad accusarci, lascia il tempo che trova, ma se sono diversi, è più complicato negare e difenderci».

[…]

Ricostruzione giornalistica dell’esperienza di Enrico Triaca
il manifesto, 20 maggio 1982

“Esiste la tortura in Italia? Credo purtroppo che bisogna rispondere positivamente e non da oggi. Un caso, estremamente interessante, anche perché può essere ricostruito nei dettagli, essendo ormai gli atti tutti pubblici, è quello di Enrico Triaca, il tipografo delle BR che il 7  Novembre 1982 è stato condannato dalla 8° sezione del Tribunale di Roma, quale responsabile del delitto di calunnia “perché nell’interrogatorio reso al consigliere istruttore presso il tribunale di Roma il 19 Giugno 1982 quale imputato di partecipazione a banda armata e di altri reati, incolpava ufficiali e agenti di polizia giudiziaria di PS, sapendoli innocenti, di averlo costretto con torture fisiche a rendere dichiarazioni ammissione di responsabilità proprie ed altrui, il 17-18 maggio 1978″.
Triaca venne arrestato il 17 Maggio 1978 nella tipografia di Pio Foà a Roma. Nominò immediatamente l’avvocato Alfonso Cascone.
Dagli atti risulta:
1) che il Triaca venne interrogato il 17 maggio ore 17,50 nei locali della Digos da due ufficiali di Pg. Il verbale consta di sei facciate dattiloscritte a spazio uno. In esso non vi è alcun cenno al fatto che il Triaca è imputato, né al suo difensore.
2) che in data 18 maggio 1978 Triaca ha rilasciato “spontaneamente e personalmente ” una dichiarazione dattiloscritta davanti ad altro ufficiale di polizia giudiziaria, connettente affermazioni accusatorie nei confronti di terzi;
3) che in pari data il Triaca rilasciò altra dichiarazione accusatoria
4) che alle ore 22 di quello stesso giorno Triaca fu interrogato nel palazzo di giustizia dal consigliere istruttore su mandato di cattura dello stesso, in presenza del difensore Luigi De Cervo, del foro di Roma, nominato d’ufficio. Presente in quanto il Triaca revoca quello da lui nominato in precedenza
5) che il 19 maggio negli uffici della questura di Roma (non è indicata l’ora) Triaca viene interrogato da altro GI, in assenza di qualsiasi difensore. Dal verbale risulta avv. Maria Caurasano con revoca di ogni altra nomina.
Ma la Causarano non risulta presente, né vi è alcuna annotazione riguardante la urgenza di procedere senza aver avvisato il difensore.

Due giorni dopo l’arresto Triaca scompare per riemergere il 9 giugno

A questo punto, secondo i difensori attuali, del Triaca si perdono le tracce: né loro, né i parenti del detenuto riescono a sapere alcunché, sino a quando il 9 giugno nel carcere di Rebibbia il consigliere istruttore interroga il Triaca in presenza dell’avv. Cascone, suo difensore originario di fiducia. Nel verbale risulta che Triaca a domanda risponde di aver scritto una dichiarazione dettagliata da una persona della Questura, il cui contenuto però corrispondeva alle sue dichiarazioni.
In un successivo interrogatorio del 19 giugno, Triaca puntualizza: “Ritratto tutto quello che ho detto perché mi è stato estorto con la tortura”.
A domanda risponde: “Potevano essere le 23 e 30 quando fui portato giù e fatto salire su un furgone ove si trovavano due uomini con casco e giubbotto antiproiettile. Fui bendato e steso per terra. Il furgone partì. Ad un certo punto fui fatto scendere e sempre bendato salii dei gradini. Sempre bendato venni legato su un tavolaccio. Qualcuno mi tappò il naso con le mani e mi versò dell’acqua in bocca.
Ritengo che mi versò l’acqua in bocca per non farmi respirare. Inoltre per due volti qualcuno mi gettò in bocca della polverina.
Non so indicare il sapore di questa polverina. Rimasi legato per circa 30 minuti, mentre le persone che mi erano accanto che io non vedevo, perché ero bendato, mi incitavano a parlare. Quindi fui slegato, fui massaggiato e venni rivestito (infatti prima di legarmi mi avevano denudato). Fui portato fuori sempre bendato.
In questura mi tolsero le bende, dico meglio, dentro il furgone mi tolsero le bende, e mi consegnarono in questura, a due agenti che mi portarono in camera di sicurezza. il giorno dopo mi portarono in un ufficio della questura e mi fecero scrivere a macchina una dichiarazione in due fogli. Preciso che la prima dichiarazione la battei a macchina da me la mattina, e l’altra dichiarazione su altro foglio fu scritta da me a macchina in pomeriggio”.
L’imputato ha appena finito di rendere le sue dichiarazioni che il consigliere istruttore  gli contesta di essere indiziato del delitto di calunnia”.

Il 4 luglio 1978 il Pm ordina la cattura per calunnia. Triaca, interrogato il giorno dopo dichiara: “Confermo quanto ho dichiarato il 19 giugno 1978 al consigliere istruttore Gallucci; preciso che non ho visto particolarmente in faccia, nella semioscurità del furgone, i due agenti che mi ci fecero salire, il cui viso era oltretutto occultato dal casco. Non ho nemmeno badato ai connotati degli agenti che in questura mi portarono in camera di sicurezza, dopo la tortura, né a quelli che, dopo avermi tolto le bende, mi consegnarono ai suddetti agenti. Il fatto che io nei giorni successivi abbia confermato ai magistrati inquirenti tutto quanto avevo in precedenza dichiarato, fornendo anche ulteriori particolari, si spiega col fatto che per vari giorni ho agito nella sfera di intimidazione derivante dalla tortura subita, anche quando mi trovavo in ambiente del tutto estraneo a quello della questura.”

Gli ufficiali o agenti di PG che presero in consegna il 17 maggio Enrico Triaca, dopo che fu interrogato dai due funzionari di PS, non sono mai stati individuati. Durante il processo, celebrato col rito direttissimo, lo stesso Spinella dirigente della Digos, dichiarava che era impossibile identificare gli agenti che erano addetti alla camera di sicurezza sulla scorta di appositi registri.
Senonché, avendo il tribunale disposto che i registri venissero esibiti in visione, la questura rispondeva che non esistevano. Il tribunale, subito acquietato, emetteva la sentenza di condanna ad anni 1 e mesi 4 di reclusione.
Nella motivazione sostiene che non ci sono state torture in quanto già nell’interrogatorio regolarmente verbalizzato il 17 maggio (il primo) l’imputato aveva parlato.
Perciò non vi era ragione perché gli agenti gli usassero violenza. Dimentica però il tribunale che in un caso Triaca aveva parlato di sue responsabilità e nell’altro di responsabilità di terzi (il che per un appartenente ad un’organizzazione non è cosa di poco conto).
[…]
I metodi usati per Triaca (emarginare e se possibile far revocare i difensori scomodi – custodire gli arrestati in luoghi speciali, difficilmente controllabili) pare siano serviti poi da modello per i pentiti o per ottenere i pentimenti.
L‘Unità dell’8 novembre 1978 diede la notizia della sentenza di condanna con commenti di questo genere: “il caso Triaca, dunque, è chiuso, anche perché persino uno dei difensori, ieri ha lasciato capire che il truculento racconto del brigatista è stato un bluff“.
Gli avvocati difensori hanno proposto querela per diffamazione, ma la querela è già stata archiviata.

Oggi sappiamo che la denuncia fatta da Triaca era più che vera. Il suo torturatore, sotto lo pseudonimo di “De Tormentis” lo ha ammesso pubblicamente: «Uno dei pentiti “storici” nella storia delle Br, il “tipografo” Enrico Triaca individuato successivamente alla scoperta del cadavere dello statista, fornì una serie di rivelazioni impressionanti dopo che lo torchiammo».

Link
Le torture della Repubblica /2,  2 gennaio 1982: il metodo de tormentis atto secondo
Torture contro le Brigate rosse: il metodo “de tormentis”
Acca Larentia: le Br non c’entrano. Il pentito Savasta parla senza sapere
Torture contro le Brigate rosse: chi è De Tormentis? Chi diede il via libera alle torture?
Parla il capo dei cinque dell’ave maria: “Torture contro i Br per il bene dell’Italia”
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Il pene della Repubblica: risposta a Miguel Gotor
Miguel Gotor diventa negazionista sulle torture e lo stato di eccezione giudiziario praticato dallo stato per fronteggiare la lotta armata
Miguel Gotor risponde alle critiche
Il penalista Lovatini: “Anche le donne delle Br sottoposte ad abusi e violenze”
Le rivelazioni dell’ex capo dei Nocs, Salvatore Genova: “squadre di torturatori contro i terroristi rossi”

Il coraggio dell’amnistia

Un’amnistia per la lotta armata

Piero Sansonetti
L’Altro 16 maggio 2009

Giampiero Mughini ha raccontato ieri al Corriere della Sera (articolo di Aldo Cazzullo) i suoi ricordi e le sue riflessioni sull’uccisione del commissario Luigi Calabresi (anno 1972), Mughini all’epoca era vicino al gruppo dirigente di Lotta Continua, e quindi basa la sua ricostruzione (ipotetica) dei fatti su ele-menti di conoscenza personale (di abitudini, idee, Callerapporti, modi di comportarsi di quel periodo). Mughini avanza l’ipotesi che Sofri non sia colpevole diretto, ma che sapesse. E che conosca i nomi di chi uccise Calabresi. Tesi che già in passato aveva sostenuto. Personalmente questa ricostruzione non mi convince. Penso che Sofri sia innocente. E constato che, in ogni caso, contro di lui non sono state raccolte prove, e i processi che si sono conclusi con la sua condanna erano processi indiziari, tutti fondati sulle dichiarazioni di un pentito (non verificate e non verificabili) il quale in cambio della condanna di Adriano Sofri ha ottenuto per se la libertà dopo pochissimi mesi di prigione (pur essendo stato condannato come autore materiale dell’uccisione).
Sono assolutamente convinto del principio secondo il quale in mancanza di prove non si può condannare. E credo che un certo numero dei processi che si sono svolti negli anni ’80 (e in parte ’90) contro gli imputati di lotta armata o di reati politici, siano stati processi “zoppi”, poco convincenti, senza garanzie.
Influenzati dal clima politico dell’epoca e condizionati da una legislazione speciale, basata sull’esaltazione del pentitismo, che non dava garanzie né di verità né di equanimità. Che le cose stiano così è abbastanza evidente. E ce ne accorgiamo ogni volta che le nostre autorità chiedono l’estradizione di qualcuno che fu condannato in quegli anni, con quei processi, e non la ottengono (recentissimo caso Battisti). Come mai non l’ottengono? Perché la Francia, il Brasile, il Canada, la Gran Bretagna, la Svezia, la Spagna eccetera, eccetera sono paesi filo terroristi? Non mi pare una spiegazione ragionevole. Non la ottengono perché i processi sono considerati non affidabili. Tutto qui. Vedete bene che il problema esiste, e va affrontato seriamente. In che modo? Riprendendo la riflessione su quegli anni di fuoco, nei quali la lotta politica, in Italia, convisse con la lotta armata; e trovando il modo dì uscire definitivamente da quel clima e da quella storia. C’è un solo modo di uscire da quel clima e da quella storia. Chiudendone tutti gli strascichi giudiziari e penali. Cioè con l’amnistia. Solo l’amnistia può relegare finalmente nel passato gli anni di piombo e di conseguenza permettere l’apertura di una discussione e di una riflessione seria. Quali sono gli argomenti contro l’amnistia? In genere se ne sentono tre. Il primo è il cosiddetto “diritto dei parenti delle vittime”. Il secondo è la certezza della pena e il rischio che gente che ha seminato il male non paghi per il male, la faccia franca. Il terzo è la paura che l’amnistia ci impedisca di scoprire cosa davvero è successo in quegli anni, cosa c’era dietro i delitti.
Il primo argomento mi sembra che non riguardi il diritto. Riguarda semmai la politica. I parenti delle vittime non hanno il diritto dì influire sulle pene dei colpevoli (o, talvolta, dei sospetti). Hanno il diritto ad essere risarciti, aiutati, assistiti. E spesso questo diritto non viene loro riconosciuto dallo Stato, ma l’amnistia non c’entra niente.
Il secondo argomento è sbagliato. Per un motivo molto semplice: la lotta armata degli anni settanta è l’unico capitolo della storia del delitto italiano che ha prodotto un numero altissimo di condanne e di pene. I ragazzi che furono coinvolti nella lotta armata, nella loro quasi totalità hanno pagato con anni e anni di galera. Non esistono altri “rami” del delitto dei quali si possa dire altrettanto. Qualcuno ha pagato per le stragi di Stato? Qualcuno per la corruzione politica? Qualcuno per le responsabilità dell’ecatombe sul lavoro? Ho fatto solo tre esempi, ì più clamorosi, ma potrei continuare. E allora è curioso che si chieda la certezza della pena per gli unici che la pena l’hanno scontata. Giusto? Il terzo argomento è il più controverso. E’ la famosa questione del complotto. Qual’è il problema? Una parte dell’opinione pubblica italiana (specialmente di sinistra) si era convinta, negli anni scorsi, che il fenomeno della lotta armata fosse troppo grande e vasto e potente per potere essere il semplice prodotto dell’impegno diretto e un po’ delirante di alcune migliaia di giovani. E che allora dovesse essere il risultato di un complotto nazionale o internazionale. Devo dire che per molti anni anche io mi ero convinto di qualcosa del genere. Avevo sospettato che il rapimento e l’uccisione di Moro fosse una losca congiura del potere. Però poi, di fronte alla realtà, bisogna arrendersi. I colpevoli sono stati tutti arrestati, sono state raccolte tonnellate di testimonianze, prove, documenti. Sono passati 30 anni. È chiaro che non ci fu complotto. Semplicemente avevamo sottovalutato la forza della rivolta armata. E allora perché negare l’amnistia con la scusa della ricerca della verità? È chiaro che le cose stanno in modo molto diverso. La verità che ancora non conosciamo, che vorremmo conoscere, è quella sulle stragi di Stato (da piazza Fontana 1969, fino alla Stazione di Bologna 1980). Cioè su quella parte di lotta armata (di controguerriglia) che fu organizzata direttamente dalle istituzioni e dal potere e che, tra l’altro, ebbe un peso forte nella nascita – per reazione – delle brigate rosse e delle altre formazioni eversive di sinistra. Nessuno è in prigione per quelle stragi (tranne alcuni estremisti di destra per la strage di Bologna, ma moltissimi esperti ritengono che essi siano innocenti). Con questi misteri l’amnistia non c’entra niente. E probabilmente se ci si decidesse a vararla potrebbe essere un aiuto per riaprire la discussione e la ricerca su quel buco nero della storia italiana.

Link
1982, dopo l’arresto i militanti della lotta armata vengono torturati
Il giornalista Buffa arrestato per aver raccontato le torture affiorate
Proletari armati per il comunismo, una inchiesta a suon di torture
Politici e amnistia, tecniche di rinuncia alla pena per i reati politici dall’unità d’Italia ad oggi
Storia della dottrina Mitterrand
Dalla dottrina Mitterrand alla dottrina Pisanu
Una storia politica dell’amnistia

Amnistia per i militanti degli anni 70
La fine dell’asilo politico
Vendetta giudiziaria o soluzione politica?
Il caso italiano: lo stato di eccezione giudiziario
L’inchiesta di Cosenza contro Sud Ribelle
Giorgio Agamben, Europe des libertes ou Europe des polices?
Francesco Cossiga, “Eravate dei nemici politici, non dei criminali”
Francesco Cossiga, “Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels”
Tolleranza zero, il nuovo spazio giudiziario europeo
Il Nemico inconfessabile, sovversione e lotta armata nell’Italia degli anni 70
Il nemico inconfessabile, anni-70
Universita della Sapienza, salta il seminario suggerito dalla digos
Università della Sapienza,il seminario sugli anni 70 della pantera
Quella ferita aperta degli anni 70
Un kidnapping sarkozien
Brasile: niente asilo politico per Cesare Battisti
Il Brasile respinge la richiesta d’estradizione di Battisti, l’anomalia è tutta italiana
Scontro tra Italia e Brasile per l’asilo politico concesso a Battisti

Tarso Gendro: “L’Italia è chiusa ancora negli anni di piombo”
Crisi diplomatica tra Italia e Brasile per il caso Battisti richiamato l’ambasciatore Valensise
Stralci della decisione del ministro brasiliano della giustizia Tarso Genro
Testo integrale della lettera di Lula a Napolitano
Caso Battisti: una guerra di pollaio
Dove vuole arrivare la coppia Battisti-Vargas?
Risposta a Fred Vargas
Corriere della Sera: la coppia Battisti Vargas e la guerra di pollaio

Italie, le thème du complot dans l’historiographie contemporaine

« Rhétorique du complot et représentation judiciaire
dans les récits historiques de l’Italie contemporaine »

Paolo Persichetti
Drôle d’Epoque
, n° 10 : Secrets et silences, printemps 2002

www.revuedroledepoque.com/articles/n10/complot.html

Le thème de la conspiration domine la littérature historique de l’Italie récente. La période républicaine est représentée dans la plupart des cas comme un continuum criminel, un trajet mêlé de mystères et secrets, régi par l’action illégale et connivente des hiérarchies atlantistes avec certains groupes dominants et des élites politiques. images-2
A partir des années 70 des expressions comme “pouvoir invisible”, pouvoirs occultes”, “Etat dans l’Etat”, “Etat parallèle”, sont rentrées dans le lexique courant et dans le sens commun. A plusieurs reprises Norberto Bobbio a évoqué l’action de ces “pouvoirs invisibles” (mafia, camorra, loges maçonniques indépendantes, fractions incontrôlées des services secrets), pour trouver une explication aux événements qui ont traversé l’Italie[1]. Toutes ces expressions ont depuis trouvé une synthèse dans une nouvelle formule: celle de “double Etat”[2].
Ainsi racontée, l’histoire est devenue un récit de crimes[3]. Son explication suit le mode judiciaire, ses sources s’inspirent des enquêtes de police et des arrêts de justice. Le fait social est réduit à un événement délictueux classé parmi les infractions à la loi. La recherche historique ne s’appuie plus sur les outils fournis par les sciences sociales, elle se fait récit de prétoire, ragot de tribunal. Le paradigme pénal devient sa nouvelle clef de lecture. L’ordre étatique, la norme dominante, la légalité courante, sont la trame d’un récit nourri de mystères qui relate ses violations et insoumissions. Les faits sociaux existent en tant qu’infractions du code pénal, les comportements humains intéressent seulement comme agissements déviants. L’histoire se soumet à la loi. Le récit devient un procès verbal. L’historien se déguise en gendarme, ne recherche pas des preuves mais des fautes et puis s’entoure de la robe de magistrat pour les juger.
Selon cette reconstruction, l’histoire de l’Italie de l’après-guerre est interprétée comme la trame d’un “double Etat”: l’un corrompu et aux ramifications occultes, qui aurait, par des manœuvres criminelles, détenu le pouvoir pendant ce qu’on appelle aujourd’hui la “première république”, c’est-à-dire la période qui va de 1946 à 1996; l’autre loyal et qui aurait servi de rempart à l’illégalité atavique des classes dominantes.
Cette forme de récit cache par ailleurs un enjeu: l’affirmation de la légitimité par le biais du monopole historique de la légalité. Une opération culturelle permettant, notamment à la gauche modérée issue de l’ancien parti communiste, une formidable réadaptation du regard sur son propre passé tout à fait compatible avec le nouvel “ordre mondial” consécutif à la chute du mur de Berlin. Un exemple de cette conception de l’histoire, nous est donné par Luciano Violante[4], ex-magistrat, ex-président de la chambre des députés, actuellement président du groupe parlementaire des Démocrates de gauches à la Chambre, responsable de plusieurs éditions des annales Einaudi sur l’histoire de l’Italie récente, mais surtout véritable courroie de transmission avec le monde judiciaire et éminence grise du système de l’urgence en Italie: 
“L’assassinat d’hommes d’Etat a constitué, traditionnellement, un chapitre de la théorie du tyrannicide: l’élimination physique du tyran comme geste désespéré et extrême contre celui qui avait effacé tout droit et liberté. Mais depuis la deuxième guerre mondiale cette interprétation se montre sans fondement. Les hommes d’Etat tués dans les pays développés après 1945 n’étaient pas des tyrans, au contraire ils avaient caractérisé leurs activités par un fort engagement démocratique et ils ont été tués à cause de cela. C’est le cas de Kennedy, de Allende, de Palme et aussi celui de Aldo Moro. Il serait banal de conclure que le pouvoir est devenu “bon” et la société “méchante”. Il est vrai, par contre, que les rapports entre société et Etats sont aujourd’hui plus 
complexes que ceux d’hier car ils sont devenus multiformes, à plusieurs facettes, avec des zones obscures. La société n’est plus le lieu exclusif où prédomine le bien et l’Etat n’est plus le lieu exclusif où prédomine l’abus. L’avancée démocratique qui a accompagné les quarante dernières années n’a pas été 
toujours acceptée par tous. […] La démocratie dans ses lignes de fond est acceptée; mais parfois son développement est considéré comme intolérable. […] Norberto Bobbio a parlé de conjuration pour identifier une catégorie historico-politique capable d’expliquer tout cela. Ce n’est pas rien. Parce que cela signifie qu’il y a des conjurés, qu’il y a une démocratie contre laquelle on conspire et qu’il y a des intérêts en vue desquelles on conjure”[5].
Une des conséquences importantes de cette lecture de l’histoire est la construction du théorème du “grand complot contre la démocratie” à travers l’usage du paradigme de la conspiration. Cette mode culturelle a donné vie à une nouvelle discipline: la “rétrologie”, en italien dietrologia, du mot dietro (derrière). L’écrivain Antonio Tabucchi, dans une lettre ouverte au président de la république italienne Ciampi, parue dans Le Monde du 19 avril 2001, a proposé une analyse “des institutions et des gouvernements qui dirigent et ont dirigé le peuple italien” qui se présente comme une véritable summa journalistique de cette vulgata: 
“A cinquante-cinq ans de distance, on pourrait dire que l‘Italie est une république fondée sur les massacres. Le premier est celui de Portella delle Ginestre[6], en 1947, commis par le bandit Giuliano, qui défendait les intérêts réactionnaires des grands propriétaires fonciers et des séparatistes siciliens […] Je passe, par souci de brièveté, sur certaines “anomalies” préoccupantes survenues entre-temps, telles que des tentatives de coups d’Etat éventées (ou révélées) non pas par les institutions mais par de courageux journalistes, pour en arriver à un massacre qui marque le début d’une série de turpitudes commises sur le dos des Italiens: celui produit par la bombe de la Banca de l’Agricoltura de Milan, le 12 décembre 1969 […] La suite est une litanie que nous connaissons tous: massacre de piazza della Loggia à Brescia; bombes sur le train Italicus; massacre de la gare de Bologne; massacre d’Ustica. Ou encore: obscure mort d’Enrico Mattei; enlèvement et assassinat d’Aldo Moro; Gladio; loge secrète P2; krach du Banco Ambrosiano et assassinat de l’avocat Ambrosoli; empoisonnement de Sindona; massacres de Capaci et via D’Amelio: Falcone et Borsellino; corruption privée et publique: Tangentopoli, c’est-à-dire les pots-de-vin généralisés”.
Chercher non pas un éventuel sens caché des choses mais le présumé marionnettiste qui fait bouger les choses est le motif obsessionnel de cette pratique très répandue dans les milieux intellectuels. Voilà que l’histoire devient un mobile bon pour toute astrologie de l’occulte. Dans cette dérive il y a toute la différence qui existe entre faire de la critique et défaire toute critique. La vérité se résume ainsi en une simple question de volonté qui est toujours entravée par l’éternelle lutte du mal contre le bien.

Des juges historiens

Ce retour en force de l’histoire événementielle à caractère politico-criminel s’explique aussi par l’entrée en scène de nouveaux acteurs dans le récit historique. La segmentation des savoirs et la multiplication des disciplines universitaires ont élargi l’éventail des matières qui ont une relation forte avec l’histoire du temps présent. Dans ce Babel de récits la spécificité italienne réside dans la quasi-monopolisation de la production du discours historique par une catégorie très spécifique de l’appareil d’Etat.
 A partir des années 70 et davantage encore au cours de décennies suivantes, les récits de “l’histoire actuelle” ont vu émerger, à côté de l’historien “classique”, la figure centrale du juge, dont les rôles respectifs tendent à se confondre de plus en plus. Cette course à la judiciarisation des sciences sociales est la dernière étape d’une judiciarisation plus globale de l’espace public qui traverse les sociétés actuelles. Des historiens sont recrutés comme consultants rétribués par les juridictions ou bien ils sont convoqués à la barre pour fournir des expertises et des témoignages sous serment. Inversement, l’arbitrage des juges s’accentue dans les controverses historiographiques (négationnisme, révisionnisme, crimes contre l’humanité, etc.) à tel point que l’écriture et la réécriture de l’histoire se retrouvent souvent confiées aux sentences de l’autorité judiciaire.
C’est la magistrature qui a écrit le plus grand nombre de pages de l’histoire contemporaine de l’Italie: indirectement, par le biais de ses instructions et sentences; directement, par les nombreuses publications, livres, articles, entrevues de ses membres. Cette place centrale conquise dans le fonctionnement social a permis à la magistrature de promouvoir un nouveau “sens commun” et de contribuer à la production d’une philosophie publique, d’un nouvel ordre moral, mais aussi, par une narration historique jalonnée des totems et des tabous, de mythes fondateurs et de comportements diabolisés. Elle nous a habitué à distinguer une histoire sacralisée d’une autre stigmatisée.
D’autres acteurs sont venus porter leur aide aux historiens parés de la toge, des “grandes plumes” du journalisme (Eugenio Scalfari, Giorgio Bocca, pour en citer quelques-uns) et des hommes politiques, par le biais de commissions d’enquête parlementaires créées pour faire de la lumière sur les “pages obscures” de l’histoire récente du pays. On peut évoquer notamment la “commission d’enquête sur la mafia”, renouvelée automatiquement à chaque législature depuis les années 60; la “commission d’enquête sur l’affaire Moro”, active durant les années 80, remplacée ensuite par la “commission d’enquête sur les massacres (attentat à la bombe ndr) et le terrorisme”. Cette dernière, également reconduite par plusieurs législatures.
 Ces commissions, instaurées parfois pour régler des équilibres politiques institutionnels, au moment où la méthode consociative était à son apogée, s’apparentent à de grosses machineries dotées d’un budget conséquent, de pouvoirs d’instruction empruntés à l’autorité judiciaire. Leurs travaux sont très suivis par la presse, notamment au moment des convocations de témoins. Certains journalistes sont devenus des permanents de leurs antichambres jusqu’à nouer des relations de collusion idéologique et de collaboration concrète avec ses structures, à tel point que ces commissions travaillent en réalité comme de véritables agences de presse. Il est très fréquent de voir ces journalistes sortir des entretiens très complices avec des membres de ces commissions.
Ces commissions ont produit durant leur existence une documentation pléthorique. Elles se sont dotées d’une panoplie de consultants à temps plein: magistrats, historiens, criminologues, journalistes improvisés détectives, linguistes, payés pour rendre leurs expertises et évaluations. Cette circonstance est plus que suffisante pour soulever, à elle seule, de sérieux doutes sur la valeur d’un travail miné par la nature de la relation entretenue avec le pouvoir politique commanditaire des travaux. 
En France, quand au moment des procès Touvier et Papon, ou bien à l’occasion des procès pour crimes contre l’humanité menés par des juridictions internationales, des historiens ont accepté de témoigner à la barre sous serment en tant qu’historiens, ayant un discours d’experts impartiaux sur l’époque où s’étaient déroulés les faits contestés en justice, il y a eu beaucoup de discussions et de critiques. Un débat important s’est ouvert et des livres ont été publiés[7]. En Italie, le silence à ce propos est assourdissant. On assiste à une véritable histoire de régime écrite au gré de la couleur des majorités parlementaires. Les relations conclusives, c’est-à-dire la vérité politique, autrefois appelée raison d’Etat, censée être la vérité historique, est le résultat de longues tractations où les mots sont mesurés, pesés, amendés et votés. L’histoire n’est plus un travail de recherche mais le résultat d’une délibération qui statue sur le vrai et le faux, ce qui s’est passé et ce qui ne doit pas s’être passé. C’est une parodie de l’histoire démocratique, comme nous l’explique une certaine philosophie à la mode, on pourrait parler “d’histoire communicationnelle”.
Les historiens de profession ont suivi les mises en forme produites par d’autres acteurs, introduisant parfois quelques précautions sémantiques et ajustements ici ou là, sans véritablement toucher à la structure de ces récits. L’historien s’est transformé en écrivain public de l’histoire officielle inspirée par les majorités parlementaires. Le récit du passé est plongé dans la misère de l’histoire.

Conventio ad excludendum

Helmut Sonnenfeldt, politologue nord-américain aux positions conservatrices, conseiller pour les affaires européennes à la Maison-Blanche et au Département d’Etat, avait élaboré durant les années 70, une doctrine qui envisageait le verrouillage du système politique italien de façon à isoler et empêcher le Pci d’accéder au gouvernement. Ceci à travers l’organisation d’un “pacte pour l’exclusion” conclu entre toutes les autres forces politiques.
Cette stratégie à caractère institutionnel est la dernière version d’une longue panoplie de politiques visant, dans le contexte géopolitique de la guerre froide, à contenir, repousser et si possible empêcher l’arrivée au pouvoir des partis communistes en Occident. Elle a donné lieu à un florilège d’hypothèses, de suppositions et de conjectures, qui expliquaient les difficultés et les obstacles rencontrés par le Pci dans la tentative d’arriver au gouvernement par son existence. Les erreurs, l’émergence de formations rivales dans le même espace politique et social, les coups adversaires et les adversités, étaient le résultat de l’action souterraine des trames du “parti américain”, selon une raison typiquement mono causale.
Dans un essai sur la “Lutte armée et le système politique”, Giorgio Galli, professeur de science politique à l’université Statale de Milan, est un des premiers observateurs à évoquer l’explication des événements socio-politiques de l’Italie contemporaine par la manipulation et l’instrumentalisation de forces étrangères. La thèse soutenue par Galli est nuancée et accompagnée d’un solide argumentaire qui s’inscrit dans le droit-fil d’une réflexion qui tient de la philosophie politique. Il s’agit d’une démonstration intelligente de l’usage possible du paradigme du complot, qui témoigne de l’ancrage en profondeur de cette théorie dans les milieux scientifiquement les plus préparés et qui peuvent lui apporter un niveau d’élaboration de qualité.
 Selon Galli, la règle de l’alternance périodique au gouvernement, c’est-à-dire le passage dans l’opposition d’une des élites organisées en parti, appartient à la logique du bon fonctionnement physiologique de la démocratie représentative. Le renouvellement et l’alternance des élites favorisent la paix civile et réduisent les tensions, ce qui empêche le déclenchement de la guerre civile. Or la longue absence de cette alternance, caractéristique du blocage du système politique italien durant plus de 40 ans (défini alternativement comme “bipartisme imparfait”, “pluralisme polarisé”, “pluralisme centripète”, “fractionnisme hétéro-dirigé”), aurait empêché “le système de démocratie représentative d’évoluer pour assurer le contrôle des tensions selon le modèle occidental. Il s’ensuit une exaspération des tensions dans les formes de la lutte armée”[8]. Raison qui – toujours selon Galli – “permet partiellement, en ce qui concerne la lutte armée en Italie, d’avoir recours aux catégories d’analyse du terrorisme comme phénomène international”. Au contraire, la lutte armée est interprétée comme le prix payé par un système politique incapable de fonctionner selon les règles qu’il s’est lui-même donné.
Mais cette interprétation, qui voit une fonctionnalité diminuée du système dans l’augmentation des tensions et l’absence d’alternance au gouvernement, et, donc, un surgissement subversif, n’apporte aucune réponse satisfaisante pour expliquer l’explosion de la lutte armée seulement dans les années 70 et pas avant, car le “bipartisme imparfait” existait depuis 1948. Giorgio Galli propose, alors, la thèse de l’instrumentalisation de la subversion armée animée par certains secteurs de l’Etat, dans le but de perpétuer ce que Norberto Bobbio a appelé conventio ad excludendum (le principe selon lequel le Pci ne pouvait pas arriver au gouvernement) au moment même où cet obstacle extra jure était en train de se vider de l’intérieur (comme le laissait penser l’avancée électorale du Pci entre 1974-76, ainsi que son nouveau positionnement international, comportant l’acceptation de l’Otan, pendant la campagne électorale de 1976)[9]. Une attitude essentielle de “tolérance et connivence” aurait avantagé, favorisé et accru la “liberté de mouvement”, le développement de la subversion armée de gauche qui, bien que jouissant d’une “implantation sociale partielle'”, aurait pu être facilement enrayée.

Le double Etat
L’historien Franco De Felice avec son essai intitulé “Double loyauté et double Etat”, paru en 1989 dans Studi storici (la revue du l’Institut Gramsci), est à l’origine du succès de la formule “double Etat”, une catégorie qui a donné un semblant conceptuel à toute la successive littérature du complot. En réalité, l’approche de Franco De Felice garde une certaine mesure et des précautions qui n’ont pas laissé de trace chez ses disciples. D’abord il a repris cette formule d’une définition qu’Ernest Fraenkel avait utilisée pour l’Allemagne nazie. Ensuite, il développe une analyse des contraintes internationales, dérivées de la politique de puissance et des systèmes d’alliance, conduisant les groupes dirigeants nationaux (au gouvernement comme à l’opposition) vers des comportements parfois en contradiction avec les intérêts de leurs pays et systèmes institutionnels légitimes. En substance, la fidélité géopolitique, l’allégeance envers un bloc, la légitimité idéologique, priment sur la légalité interne et la fidélité à l’Etat national. Cependant, il prend des précautions contre le risque de simplification de son discours. Il se démarque de ceux qui veulent: “comprendre à l’intérieur d’un même dénominateur des phénomènes très différents […] dévalorisant le caractère procéssuel et expérimental, contradictoire et concurrentiel, convulsif et aussi artificiel, offert par le développement d’éléments de double Etat et de leur capacité d’avoir une incidence”[10].
Or la prudence affichée par Franco De Felice repose davantage sur un escamotage linguistique, un habillage mesuré de la phrase, le choix d’un argumentaire érudit et sobre, que sur une réserve méthodologique réelle. Introduire une notion comme celle de “double Etat”, en 1989, a eu l’inévitable effet de greffer, sur trente ans de littérature du complot, la catégorie conceptuelle qui lui manquait. Ce n’est pas par hasard si le thème de la “double loyauté” (gênant pour la culture rétrospective de la gauche issue du Pci) s’est effacé derrière la notion de “double Etat”. Un Etat dans l’Etat, un Etat légal et un Etat illégal, un Etat fidèle contre un Etat infidèle: quoi de mieux pour le discours d’une force politique qui, ayant souffert d’une delégitimation originaire, pouvait enfin se légitimer comme l’expression historique de l’Etat et de surcroît de l’Etat honnête et légal contre l’autre Etat, corrompu, criminel, illégal et, donc, illégitime?
Le mobile existait déjà: empêcher la maturation démocratique de l’Italie, où, par “maturation”, il fallait entendre l’accès des hommes de l’ex-PCI au gouvernement. Maintenant on pouvait désigner aussi le coupable. Le seul responsable se résumait dans une catégorie unique, l’Etat parallèle[11] et ses agissements, dans lequel on peut tout insérer: ennemis, adversaires et adversités, difficultés, incapacités et contrecoups des virages politiques, mafia, P2, terrorisme et subversion, tentatives de coups d’Etat, corruption, etc. Bien sûr, la chute du mur de Berlin a nécessité une réorientation idéologique: le capitalisme n’étant plus un système en discussion, l’ancienne critique s’est mué en lutte contre les éthiques illégales de la capitalisation; la contradiction capital-travail étant “désuète” la lutte de classe s’est transformée en chasse à tout ce qui est censé perturber la paix de la société civile, ses fantasmes et ses troubles anxieux. De nouvelles “classes dangereuses” ont été désignées: terroristes, criminels, mafieux, corrompus…

La stratégie de la tension: un mythe fondateur
Aldo Moro (homme d’Etat italien enlevé puis tué par les Br en 1978, lorsqu’il était président de la Dc) était connu pour avoir un langage elliptique. Il forgeait des expressions très imagées et de grand succès. Professeur de droit constitutionnel, fin juriste, il n’avait pas hésité à se plonger dans les sciences mathématiques, d’où il avait sorti une formule révolutionnaire qui bouleversait la géométrie plane: “la convergence des lignes droites parallèles”. Métaphore antieuclidienne conçue pour désigner le rapprochement sur la scène politique italienne des catholiques et des communistes, de la Dc et du Pci. Un des préalables à cette convergence était ce qu’il appela par une autre formule, “la stratégie de l’attention”.
 Un étudiant, Mario Capanna, brillant latiniste à l’université catholique, devenu un des tribuns les plus écoutés pendant 68 à l’université Statale de Milan, détourna dans un discours cette expression en “stratégie de la tension” pour désigner l’attentat à la bombe du 12 décembre 1969 qui provoqua 16 morts et 88 blessés. Une des plus grandes légendes de l’histoire contemporaine italienne, un des mythes fondateurs de l’univers symbolique de la gauche en Italie, venait de naître. Il n’y a pas d’autre manière de définir la façon dont l’histoire de la décennie 70 s’est faite “mémoire”, pour se délayer dans une représentation victimaire de la trajectoire politique de la gauche durant les trente dernières années.
Nicola Tranfaglia, dans un essai intitulé “Un capitolo del “doppio Stato La stagione delle stragi e dei terrorismi, 1969-84” (Un chapitre du “double Etat”. La saison des massacres et des terrorismes, 1969-84)[12], donne un exemple flagrant de cette historiographie. D’abord il utilise comme source principale de son discours la Proposition de relation finale avancée, en 1995, par le sénateur Giovanni Pellegrino, président depuis 1994 de la commission parlementaire sur les massacres et le terrorisme. Un texte qui, d’ailleurs, n’aboutira pas en commission et sur lequel, comme l’on verra plus loin, son auteur se rétractera en grande partie[13]. Cet exemple montre clairement comment le discours historique, plutôt que se fonder sur un travail autonome de l’historien sur des sources directes, se structure en réalité par un enchaînement de de relato reprenant des synthèses historico-politiques déjà élaborées dans un contexte n’obéissant pas aux critères requis par la recherche historique. En effet, le travail d’historien est ici conçu comme une activité de divulgation et vulgarisation d’enquêtes parlementaires qui n’ont même pas obtenu le vote majoritaire de ses membres.
Tranfaglia fait un usage désinvolte de la catégorie de double Etat. De cette façon, les quinze années qui vont de 1969 à 1984 deviennent le théâtre où se déroule un projet cohérent de conjuration mené par des hiérarchies atlantistes et des secteurs de la classe dirigeante nationale pour arrêter l’avancée électorale du Pci et renforcer les équilibres modérés de l’Italie, à travers un dosage habile des deux terrorismes de couleur opposée (la théorie des “opposti estremismi”). Dans un article du journal la Repubblica (un des organes de la culture rétrologique) Tranfaglia résumait ainsi la thèse de “l’hétérodirection”: 
“Il faut désormais faire l’hypothèse qu’à cette occasion [l’affaire Moro ndr], encore mieux, dans tout le cycle des attentats à la bombe et des terrorismes, il y a eu des régies occultes qui, après avoir utilisé pendant longtemps le terrorisme noir avec la préparation de tentatives de coups d’Etat ayant pour but d’intimider, ont ensuite retourné leurs efforts vers un autre terrorisme de couleur opposée (et auquel participèrent plusieurs centaines de jeunes restés complètement dans l’ignorance de cette manipulation). Ces régies occultes ont suscité, puis évité d’entraver, en substance instrumentalisée (à travers les infiltrations aux sommets) ce nouveau terrorisme afin de mettre un terme au compromis historique et permettre une stabilisation modérée et anticommuniste de l’horizon politique italien. L’affaire Moro est au centre de ce projet et montre la contemporanéité de ces deux régies à l’intérieur du terrorisme rouge: d’une part, ceux qui choisirent la violence contre l’Etat; d’autre part, ceux qui portèrent à terme, probablement de façon consciente, le plan des élites institutionnelles qui voulaient arrêter Moro et avec lui la présence du Pci dans la majorité parlementaire. Les documents recueillis par la commission parlementaire sur les massacres confirment en grande partie cette interprétation, en montrant l’implication d’hommes politiques et des services secrets italiens et américains.”[14]
La technique argumentative est toujours la même, une ou plusieurs propositions hypothétiques (“il faut faire l’hypothèse”, “il est probable”, “c’est certain”, “sûrement”), qui relatent des ouïe dires, des informations erronées, de véritables mensonges, des allégations jamais confirmées par des preuves, induisent des conclusions péremptoires. Mêmes les absences font guise de preuve: le manque de références, dans le communiqué de revendication de l’attentat réalisé par les Br, en 1976, contre le procureur de Gêne Coco, à l’activité judiciaire que ce magistrat avait eu dans le passé en Sicile, devient un élément qui étaie l’existence de possibles contacts entre mafia et Br[15].
Sergio Flamigni, ex-sénateur à plusieurs reprises membre de la commission parlementaire sur l’affaire Moro, écrit, dans son dernier livre, Convergenze parallele[16], que l’attentat des BR contre le juge Coco “influa sur l’avancée électorale de la Dc au scrutin du 20 juin suivant, et démontra comment il était possible et productif d’utiliser le terrorisme à des fins politiques”. Or dans ces élections la DC atteignit un résultat identique à celui des quatre années précédentes, pendant que le Pci passa de 27,1 à 34,4 %. Selon Flamigni, cet attentat empêcha le Pci de dépasser la Dc. Rappelant cet épisode, l’historien Giorgio Sabbatucci, in “Il golpe in agguato e il doppio Stato”, Miti e storia dell’Italia unita[17], remarque, à juste titre, que l’idée de ce dépassement est ici perçue comme appartenant à l’ordre naturel des choses. Flamigni a dû sans doute songer au complot soviétique quand les troupes du pacte de Varsovie occupèrent Budapest en 1956 et Prague en 1968.
Enfin, pour ce qui concerne l’usage de la formule “stratégie de la tension”, des doutes commencent à émerger. D’abord on remarque que le terme stratégie indique une capacité de combinaison de plusieurs opérations afin d’aboutir à un objectif. Cela présuppose un centre directionnel unifié, un lieu unique qui organise, prédispose, projette et dirige. De même qu’est nécessaire une homogénéité d’intentions et d’objectifs: “chercher un pareil modèle dans les épisodes italiens qui ont suivi 1968 – écrit Franco Ferraresi dans un essai sur l’attentat de la piazza Fontana – serait absurde et dangereusement proche d’une théorie du complot. Le nombre d’acteurs et de structures impliqués fut trop grand, leur autonomie et différence trop marquées, le déroulement des événements trop désordonné pour que l’on puisse penser à un seul et unique plan global”.[18]
Giuseppe De Lutiis, l’historien attitré des services secrets italiens[19] explique, dans une table ronde parue dans la revue Giano[20], en mars 2001, qu’en 1967 les Usa lancèrent “l’opération Chaos”. Celle-ci avait été initialement conçue pour activer un contrôle strict des campus universitaires pendant la guerre du Vietnam, de sorte que l’“on parla à l’époque d’une “Hoover University”, tellement les hommes du Fbi avaient infiltré les universités, envoyés par leur chef qui justement s’appelait Edgar Hoover”. Plus tard l’opération Chaos accroîtra ses ambitions pour devenir, – toujours selon le téméraire De Lutiis – un véritable plan de “contrôle et manipulation des jeunes des pays européens, France et Italie en premier lieu”. A tel point que “durant le Mai 68 français, on ne peut pas exclure qu’il y a eu une action anti-française et anti-De Gaulle de la part des Usa”. Pour conclure, la “contestation” ne fut rien d’autre qu’une action de déstabilisation américaine. Le pauvre général n’avait rien compris ou fut mal renseigné quand il lança le mot de “juif allemand” contre Daniel Cohn-Bendit.

La réversibilité du complot
Depuis les années 70, la rétrologie italienne a pu se reproduire grâce à l’intégration partielle des démentis successifs et à la réadaptation continuelle de ses explications, tout en préservant sa logique. Aujourd’hui personne n’a le courage, les arguments ayant disparu depuis longtemps, de soulever des doutes sur la nature sociale de la lutte armée. Les hommes et les femmes du commando qui neutralisèrent l’escorte et enlevèrent Moro ont été identifiés et condamnés. Il n’y avait pas “d’étrangers qui parlaient allemands”, ni des agents spéciaux des services occidentaux, ni même des camorristes: c’étaient des ouvriers Fiat, des techniciens d’usine, des chômeurs, des étudiants.
Alors la culture du complot change de signe, s’adapte à l’air du temps. Elle est moins anti-américaine et un peu plus anti-soviétique, mais surtout l’époque néo-libérale a fait apparaître un paradigme classiste. Les Br étaient composées d’ouvriers et non pas d’agents atlantistes. Mais cela ne suffit pas, comment aurait-il été possible que de la main d’œuvre d’officine puisse avoir la capacité d’élaborer une telle stratégie, faire des analyses, rédiger des documents, prendre Aldo Moro? Les tenants du complot suggèrent désormais qu’il y a eu indubitablement un contact avec des milieux intellectuels, issus d’autres classes sociales, notamment des personnages de la grande bourgeoisie, capables d’agir dans l’échiquier géopolitique. 
Le sénateur Giovanni Pellegrino a avancé ce scénario dans son livre, Il segreto di Stato (Einaudi, octobre 2000). Dans cet ouvrage, il revient sur ses précédentes positions qui avaient inspiré une large production éditoriale. Ce revirement a suscité des vastes polémiques dans le sein de son parti, les Ds. Sa commission a d’ailleurs renoncé à proposer une relation finale. En effet, la théorie du complot est à bout de souffle, une fois les enjeux géopolitiques disparus et les Ds arrivées au gouvernement. L’impossibilité de son utilisation politique est désormais évidente depuis que: d’une part, les objectifs politiques tant décriés du plan Rinascita nazionale attribué à la P2 (une substantielle verticalisation du système politico-institutionnel, à travers l’introduction du présidentialisme, du scrutin majoritaire, etc.), ont été en partie intégrés au système institutionnel et appartiennent désormais à la culture de la majorité des forces politiques toute tendance confondue; de l’autre, un chef de gouvernement Ds a conduit l’Italie dans une guerre de l’Otan et reconnu le statut de quatrième force armée aux corps des carabiniers, considéré dans le passé comme le fief de toutes les trames de l’histoire italienne.
 C’est pour cela, peut-être, que la gauche, en allant contre son passé[21], une fois percé le mystère du pouvoir s’est trouvée contrainte, avec le gouvernement D‘Alema, de prolonger, de 30 à 50 ans, le secret d’Etat. Unique possibilité de conserver le seul secret – comme le disait Nietzsche – qu’il n’y a pas de secrets.

1 Cf. Norberto Bobbio, La democrazia e il potere invisibile, in “Rivista italiana di scienza politica”, agosto 1980; Il futuro della democrazia, Einaudi, Tourin 1994; La Stampa del 13 novembre 1990, et La Repubblica malata, in “Nuova Antologia”, gennaio-marzo 1991, n. 2177, année 126, Le Monnier, Firenze, pp. 70-75.

2 Cf. Toujours Il futuro della democrazia, op. cit., Norberto Bobbio est le premier à introduire en Italie cette notion citant le travail de Alan Wolfe, The Limits of Legitimacy. Political Contradictions of Contemporary Capitalism, The Free Press, New York 1977. Plus tard Franco De Felice, in “Doppia lealtà e doppio Stato” (Double loyauté et double Etat), Studi Storici, n. 3, 1989, pp. 493-563, s’efforcera de reprendre ce concept sans arriver à le démarquer de sa faible connotation théorique depuis sa première formulation avancée par Ernest Fraenkel, in Il Doppio Stato. Contributi alla teoria della dittatura (1942), Einaudi, Tourin 1983.

3 Un exemple éclairant de ce modèle d’anti-histoire est le volume des annales Einaudi sur l’histoire d’Italie entièrement dédié à la criminalité. Cf. Storia d’Italia (sous la direction de Luciano Violante), Annali 12, Einaudi, 1997.

4 Ancien responsable de la section “problèmes de l’Etat” de l’ex Pci, puis responsable de son groupe parlementaire une fois le Pci devenu Pds, plus tard président de la commission parlementaire contre la mafia. Il visait la place de président de la république mais il a dû y renoncer car son profil d’inquisiteur l’a rendu très peu rassurant et mal-aimé non seulement face à ses ennemis.

5 Cf. Luciano Violante, “Introduction” à Sergio Flamigni, La Tela del ragno. Il delitto Moro, Edizioni Associate, Rome 1998, p. 7.

6 Le 1er mai 1947, à Portella delle Ginestre, dans la campagne sicilienne non loin de Palerme, des paysans et des ouvriers agricoles communistes s’étaient réunis pour la fête du travail. Onze personnes furent tuées et soixante-cinq blessées, fauchées par les mitrailleuses de Salvatore Giuliano et de ses hommes, embusquées au sommet d’une colline. Ils agissaient pour le compte de la mafia.

7 Nous rappelons le refus de l’historien Henry Rousso de comparaître lors du procès Papon; la table ronde parue dans Libération, véritable caricature de tribunal, qui opposa le couple Aubrac à un certain nombre d’historiens.

8 Cf. Giorgio Galli, Il Partito armato. Gli anni di piombo in Italia, 1968-1969. Op. cit. p. 370.

9 Le secrétaire général du Pci, Enrico Berlinguer, avait déclaré dans une entrevue: “Je veux que l’Italie ne sorte pas du Pacte atlantique, et pas seulement parce que notre sortie bouleverserait l’équilibre international. Je me sens plus sûr étant de ce côté car il existe de sérieuses tentatives pour limiter notre autonomie”, in G. P. Pansa, “Berlinguer conta “anche” nella Nato per mantenere l’autonomia da Mosca”, il Corriere della Sera, 15 juin 1976.

10 Cf. Franco De Felice, “Doppia lealtà e doppio Stato”, in Studi Storici, n. 3, 1989, pp. 543.

11 L’expression “Etat parallèle” est tirée du livre de P. Cucchiarelli et A. Giannulli, Lo Stato parallelo: l’Italia oscura nei documenti e nelle relazioni della Commissione stragi, Gamberetti, Rome 1997.

12 Cf. Nicola Tranfaglia in Franco Barbagallo (sous la direction), Storia dell’Italia repubblicana. III: L’Italia nella crisi mondiale. L’ultimo ventennio, Tomo 2, Istituzioni, politiche, culture, Einaudi, Tourin 1997, pp. 5-80.

13 Cf. L’ouvrage déjà cité de Giovanni Pellegrino, interviewé par Giovanni Fasanella et Claudio Sestieri, Segreto di Stato. La verita da Gladio al caso Moro, Einaudi Tourin 2000.

14 Cf. la Republica du 18 octobre 1997.

15 Cf. Nicola Tranfaglia, in “Un capitolo del “doppio Stato”. La stagione delle stragi e dei terrorismi, 1969-84”, op. cit. p. 58.

16 Sergio Flamigni, Convergenze parallele, Kaos edizioni, Rome 1998, p. 44.

17 Cf. Giorgio Sabbatucci, in “Il golpe in agguato e il doppio Stato”, Aa. Vv., Miti e storia dell’Italia unita, il Mulino, Bologne 1999, p. 214.

18 Cf. Franco Ferraresi, “La strage di piazza Fontana”, in Storia d’Italia (sous la direction de Luciano Violante), Annali 12, Einaudi, 1997, p. 629. Dans cet essai Ferraresi résume un chapitre de son livre, Minacce alla democrazia. La destra radicale e la strategia della tensione in Italia e nel dopoguerra, Feltrinelli, Milan 1995
.

19 Cf. Giuseppe De Lutiis, Storia dei servizi segreti in Italia, Editori Riuniti, Rome 1985.

20 Cf. Giano, Odradek, Rome mars 2001.

21 Cf. Fabrizio Clementi, ldo Musci, Il segreto di Stato. Da caso Sifar alla “giustizi negata” di Ustica e Blogna. Profili giuridici e propspettive di riforma, Csrs, supplément à Democrazia e diritto, editori riuniti 1990.

Link
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