Khadim, arrestato mentre lasciava l’Italia perché… in passato non aveva lasciato l’Italia

Manette in aereoporto. Non sapeva della condanna a 7 mesi per non aver lasciato l’Italia. Voleva tornare a casa ma è clandestino

Paolo Persichetti
Liberazione 6 gennaio 2010

Nemmeno Kafka sarebbe arrivato a congeniare una storia tanto assurda. Assurda al punto da raggiungere il sublime, se non fosse che un uomo che non ha mai rubato nulla, trafficato sostanze illecite, esercitato violenza o truffato alcuno, ma al contrario ha sempre lavorato, lasciandosi sfruttare al nero, giace nel fondo di una prigione. Khadim, un cittadino senegalese quarantunenne che da otto anni viveva in Italia in situazione amministrativa irregolare aveva deciso di rientrare nel suo Paese. Notizie non buone sullo stato di salute di alcuni suoi familiari l’avevano finalmente spinto a mettere fine alla sua esperienza di migrante, mai pervenuta al raggiungimento dell’agognato permesso di soggiorno. Otto anni di vita da clandestino sono pesanti anche se alla fine chi ti è vicino ti vuole bene, hai saputo crearti degli amici, hai l’impressione di vivere tra la gente una esistenza quasi normale, sempre che non ti capiti di incontrare una uniforme, di dover varcare un ufficio amministrativo o un ospedale. Khadim era stanco e così aveva acquistato di tasca propria un biglietto per Dakar. Giunto all’imbarco dell’aereo che doveva riportarlo a casa è stato arrestato e condotto in carcere perché sulla sua testa pesava, a sua insaputa, una condanna a 7 mesi di carcere. In passato non aveva ottemperato ad alcune misure di espulsione dal territorio pronunciate nei suoi confronti. La procedura era andata avanti fino a trasformarsi in una condanna penale. Khadim ignorava tutto ciò, aveva un passaporto regolare e pensava di poter lasciare tranquillamente l’Italia. Non poteva immaginare che sarebbe stato arrestato proprio perché non aveva lasciato l’Italia.
Su due piedi si fa un po’ fatica a capire che una persona possa essere arrestata perché una legge dice che, data la sua situazione amministrativa irregolare, deve lasciare il territorio e ciò accade proprio quando lui sta lasciando il territorio. Ma la legge, come si dice, è cieca. E così, invece si di salire sul volo per Dakar, Khadim si è ritrovato nel carcere laziale di Civitavecchia. Era l’11 ottobre scorso. La notizia è stata resa nota dal garante dei detenuti della regione Lazio, Angiolo Marroni, allertato a sua volta da alcuni conoscenti italiani di Khadim, proprio quelli che l’avevano accompagnato all’aeroporto romano di Fiumicino. Questi credevano il loro amico in Senegal e invece si sono visti recapitare una sua lettera dal carcere. Una volta imprigionato, Khadim non si è perso d’animo, anche se i primi giorni sono stati duri. Senza effetti personali, trattenuti al momento dell’arresto, e recuperati anche grazie all’intervento del garante. Ha subito avviato le pratiche per l’espulsione. Ipotesi prevista come misura alternativa per diversi reati con condanna inferiore ai due anni. Tuttavia la sua istanza è stata respinta dai magistrati perché la legge “Bossi-Fini” non consentirebbe questo tipo di soluzione per chi non ha ottemperato all’espulsione. Peccato che Khadim stesse ottemperando da solo. Ora dovrà restare in carcere fino allo scadere dei 7 mesi previsti. Difficilmente potrà accorciare la sua permanenza usufruendo dei 45 giorni di liberazione anticipata previsti in caso di buona condotta. Questo beneficio scatta solo dopo ogni semestre e i tempi tecnici per il suo riconoscimento sono abbastanza farraginosi. In ogni caso, dopo il carcere, Khadim non sarà subito libero. Non potrà salire sul primo aereo per Dakar ma finirà dritto in un Cie, dove dovrà attendere settimane e forse mesi, fino a un massimo di altri sei, perché le pratiche della sua espulsione vengano portate a termine e la polizia possa ricondurlo forzatamente alla frontiera. Peccato che Khadim, se lo lasciassero andare, partirebbe tranquillamente da solo. Questa storia è emblematica dei livelli di oscena stupidità che possono essere raggiunti dalle burocrazie repressive. Appena 9 mila sono gli immigrati espulsi, ha detto il ministro dell’Interno. Ciò dimostra che le leggi contro l’immigrazione più che a scacciare i migranti, servono a cacciarli in una condizione di clandestinità che li trasforma in una sottoclasse ipersfruttata. Chi predica la lotta alla clandestinità, vuole in realtà ripristinare lo schiavismo.

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Nasce l’osservatorio sulle morti e le violenze nei Cie, nelle questure, le stazioni dei carabinieri e i reparti per trattamenti sanitari obbligatori

Carlos, transessuale brasiliana detenuta senza reato, si è impiccata nel Cie di via Corelli a Milano

Paolo Persichetti
Liberazione 27 dicembre 2009

«Dai suoi capelli sfilo le dita/quando le macchine puntano i fari/sul palcoscenico della mia vita/dove tra ingorghi di desideri/alle mie natiche un maschio s’appende/nella mia carne tra le mie labbra/un uomo scivola l’altro si arrende». Scorreva così, «sotto le ciglia degli alberi», nel chiaroscuro dei viali milanesi, la vita di Carlos S., transessuale brasiliana di 34 anni. Fino a domenica 20 dicembre, quando è rimasta impigliata in una retata della polizia, un tempo si sarebbe detto della “buon costume”. Carlos, non conosciamo il nome che si era scelta, era sprovvista dei documenti necessari per la sua permanenza in Italia. Per questo è stata fermata e poi deportata insieme con altri viados nel Cie di via Corelli. Di umiliazioni, dolore e discriminazioni, lei, come le altre, ne aveva conosciute e sopportate tante. Non l’ultima però. Non la degradazione e l’abisso dei “campi di concentramento” di cui sono disseminate le democrazie occidentali. Non questi luoghi dove vige lo stato d’eccezione, dove si è sottoposti a “detenzione amministrativa”, una coercizione dei corpi che l’ipocrisia di Stato non ha saputo nemmeno designare con un nome. Altrove sono stati coniati singolari neologismi. I francesi meno restii nel riconoscere esplicitamente il ricorso all’eccezione, parlano di rétention per distinguerla dalla detenzione. Campi di permanenza temporanea dove una persona straniera in situazione amministrativa irregolare è trattenuta a forza in attesa di “identificazione ed espulsione”, come recita l’ultima dizione legislativa. Luoghi vuoti di diritto, buchi neri che hanno ridotto a un colabrodo le nostre democrazie tanto decantate. In uno di questi recinti Carlos ha smesso di mescolare «i sogni con gli ormoni». L’ultima fermata è arrivata il giorno di Natale. L’hanno trovata appesa ad un lenzuolo, intorno alle 15.30, quando il resto del Paese era seduto attorno a tavole imbandite di cibo, panettoni e spumante. Carlos se n’andava per fuggire all’orrore di una prigionia senza reato, di una punizione senza colpa, se non quella di esistere, di voler essere donna. Se n’è andata liberandosi anche di quel corpo che l’aveva imprigionata ad una identità sessuale che non era sua. «Il 33% delle persone transessuali sono a rischio di suicidio a causa della discriminazione che subiscono», hanno spiegato in un comunicato Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, responsabili di EveryOne, associazione per i diritti umani. Nonostante ciò, prosegue sempre il testo del comunicato, «i transessuali vengono rinchiusi nei Cie, che sono vere e proprie carceri. L’Italia è il primo Paese europeo per discriminazioni, morti e violenze transfobiche: un terribile primato che rende le persone transessuali e transgender cittadini vulnerabili ed esclusi». «L’Italia sta violando i diritti umani senza porsi il problema del rimedio», sottolinea Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone che annuncia come già mille detenuti, da agosto ad oggi, abbiano chiesto il sostegno dell’associazione nella procedura di ricorso alla Corte europea dei diritti umani contro le condizioni di vita che sono costretti a subire negli istituti di pena italiani. «Mille richieste di indennizzo, dunque, contro lo Stato italiano – spiega Gonnella – per violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani, quello che vieta le torture e le pene inumane o degradanti». Situazione che ha spinto EveryOne ha sollecitare gli uffici dell’Alto commissario Onu per i diritti umani e dell’Alto commissario Onu per i rifugiati affinché la discussione sulle gravi violazioni dei diritti fondamentali perpetrate dal sistema carcerario e dalle politiche anti-immigrazione portate avanti dall’Italia venga sottosposta all’attenzione della Corte internazionale di giustizia, principale organo giudiziale delle Nazioni unite. Proprio a partire da quest’ultima vicenda, “l’Osservatorio permanente sulle morti in carcere” ha ritenuto opportuna la creazione di un’apposita “Sezione” per il monitoraggio dei decessi che avvengono in situazioni di privazione o limitazione della libertà personale al di fuori del sistema penitenziario. Nella società odierna si può essere privati della propria libertà senza per questo ritrovarsi in carcere. Il carcere diffuso rappresenta ormai una tendenza sempre più affermata. Fuori dalle mura di cinta delle prigioni ci sono i Cie, le camere di sicurezza delle questure e delle stazioni dei carabinieri; esiste poi un’area penale esterna che avviluppa in una sorta di “blindato sociale” la vita di centinaia di migliaia di persone sottoposte a misure alternative e di prevenzione; ci sono inoltre le case lavoro e gli Opg e infine i Tso, i trattamenti sanitari obbligatori. Ogni morte, violenza o discriminazione subita da persone private della libertà all’esterno del carcere sfugge alle statistiche. Il rischio è che quanto avviene in queste zone dove vige uno stato di diritto attenuato, per non dire inesistente, resti confinato in un cono d’ombra al riparo dalla percezione pubblica. «Nei centri di identificazione ed espulsione (ex Cpt), come pure nelle “camere di sicurezza” delle questure e delle caserme – afferma il comunicato stampa diffuso ieri dall’Osservatorio – le persone non sono “detenute”, quindi paradossalmente possono risultare meno tutelate rispetto a chi entra nel circuito penitenziario (regolato da un apparato normativo che prevede anche una serie di “strumenti di garanzia” per i detenuti)». Nelle tabelle rese note il suicidio di Carlos è il secondo che avviene in un Cie dall’inizio dell’anno, oltre ad un decesso per “causa da accertare” nel Cie di Roma. Nel 2008 nei Cie si sono registrati due morti per malattia, mentre nel 2007 altri 3 suicidi (di cui 2, nel Cie di Modena, a distanza di un solo giorno l’uno dall’altro). Per quanto riguarda le persone “fermate” e poi morte nelle Questure, “l’Osservatorio” ha raccolto informazioni su tre decessi avvenuti tra il 2007 e il 2008 nella questura di Milano e altri due avvenuti nella questura di Roma nel 2002.

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Non riusciamo a dirti addio, ciao Sher Khan. Se esiste un inferno per chi lotta, ci ritroveremo lì

Muore di freddo su una panchina il leader storico dell’antirazzismo romano. In realtà ucciso da un gelo ancora più profondo, quello dell’indifferenza e del razzismo

Stefano Galieni
Liberazione 10 dicembre 2009

Se ne è andato in silenzio, dopo aver per tanti anni parlato e lottato, con la sua voce roca, capace di fermarti al primo incrocio, di chiamarti a qualsiasi ora per chiedere impegno, spesso non per sé, ma per tanti altri che erano al freddo, che rischiavano l’espulsione, che erano stati maltrattati. Mohammad Muzaffar Alì, detto “Sher Khan” a Roma lo conoscevano tutti, sin da quando era giunto alla ricerca di un futuro migliore dal suo paese natale, il Pakistan, dove le sue opinioni politiche non erano gradite. A cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta, era stato fra i 1500 che avevano occupato il pastificio dismesso della “Pantanella”. Nella pubblica opinione un ghetto pericoloso, nella realtà il tentativo di sottrarsi al degrado, di creare comunità e di aprire una vertenza con l’amministrazione per veder riconosciuto il diritto ad una abitazione dignitosa. Faceva freddo alla Pantanella, ma ci si scaldava facilmente con un the, con le tante cucine degli occupanti, c’era lo spazio per pregare e quello per avere prodotti di prima necessità. In prima fila a difendere dai tentativi di sgombero c’erano altre due persone di cui oggi ci sarebbe un gran bisogno, Monsignor Luigi Di Liegro e Dino Frisullo. Sher Khan era sempre accanto a loro. In quegli anni nacque “Uawa” (United Asian Workers Association) una delle prime associazioni di migranti che riuniva persone provenienti da paesi diversi dello stesso immenso continente, Sher Khan ne era stato eletto presidente. Durante gli anni ne ha passate tante Sher Khan, è finito in carcere, si è dovuto difendere da accuse pesanti, gli è capitato spesso di finire picchiato da vigliacchi che aggredivano in branco, di ritrovarsi in questura, incazzato e senza riguardo. Ha vissuto per venti anni nelle manifestazioni e nelle occupazioni di stabili, difficile non incontrarlo, specialmente la sera, nel quartiere Esquilino. Negli anni la sua rabbia aumentava e la sua voce si faceva sempre più bassa, si sentiva da solo, vedeva che contro il razzismo più infido, quello dell’indifferenza, combattere era quasi impossibile. Ha visto Roma cambiare pelle, diventare più sprezzante e incapace di indignarsi. Aveva chiesto anni fa asilo politico per poter ottenere un minimo di garanzie dalle leggi di questo Paese. Per tutta risposta, dopo aver partecipato all’ennesima occupazione di uno stabile in Via Salaria, insieme a quelli come lui, malati, single, i “soli” per cui non è prevista (da questa come dalle precedenti amministrazioni) nessuna forma di accoglienza, si era ritrovato nel Cie di Ponte Galeria. Anche da lì dentro non sembrava essersi rassegnato, ad una assemblea antirazzista che si era tenuta in un centro sociale era intervenuto tramite collegamento telefonico, per raccontare dello schifo delle condizioni di vita in cui si trovavano le persone. Era uscito dal centro con la garanzia di un permesso temporaneo per ragioni umanitarie, da vivo non poteva tornare in Pakistan, avrebbe rischiato il carcere e la pelle. Un permesso che avrebbe ottenuto a giorni, ma che non è mai giunto. Era uscito e lo stesso giorno aveva partecipato ad una manifestazione contro gli sgomberi e per il diritto all’abitare, l’ultima.
«Fra poco scatterà il “Piano per il freddo”, con il quale sostanzialmente daremo ricovero a tutti coloro che oggi non hanno un posto in cui andare a dormire – ha affermato il sindaco Alemanno – La temperatura non si è ancora abbassata in maniera molto forte, ma noi siamo già pronti a partire». Peccato che il “Piano” dovesse scattare dal 1 dicembre e che garantisca accoglienza solo per la notte. Tutto qui quello che riesce a organizzare la Città Eterna? Come spiegarlo ai tanti che affollano i pochi luoghi in cui ripararsi durante la notte, spesso come Sher Khan malmessi di salute, pieni di alcool perché la notte passi più rapidamente, impauriti dalla pioggia quanto dalla cattiveria degli uomini, senza e con divisa. Gli ultimi mesi di vita di Sher Khan gli sono stati molto probabilmente fatali: dopo un lungo ricovero in ospedale – anni fa era finito in coma – aveva cuore e fegato rovinati… Ieri pomeriggio, la comunità pakistana, compagni e compagne impegnati nell’antirazzismo, si sono incontrati a P.zza Vittorio, pensando ai funerali, a come rimandare la salma in patria, a come dargli un ultimo saluto. E in tanti si è pensato di aver fatto poco per lui, di non essere intervenuti in tempo e con la forza necessaria, per garantirgli almeno condizioni di vita più dignitose. Il Prc si è unito al dolore di chi lo ha conosciuto e di chi gli è stato a fianco. Sher Khan è l’ultima (per ora) vittima di quel razzismo profondo, da cui è difficile sentirsi innocenti.

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Rapporto Caritas–Migrantes: «L’Italia è sempre più multietnica»

Lavoro, sindacato e scuola vettori d’integrazione

Paolo Persichetti
Liberazione 29 ottobre 2009

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L’Italia è sempre più multietnica. Questa è la prima buona notizia che emerge dal rapporto Caritas-Migrantes presentato ieri. Spulciando il voluminoso dossier numerosi sono i dati che smentiscono pregiudizi e luoghi comuni sulla presenza dei migranti nel nostro Paese. Si contano circa quattro milioni e mezzo d’immigrati regolari, il 7,2 % dell’intera popolazione. Una cifra quasi raddoppiata nel giro di nemmeno quattro anni, grazie anche ai ricongiungimenti familiari. La percentuale delle presenze cresce se rapportata alle fasce d’età più giovani. Si arriva al 10% se si prende in considerazione la categoria dei minori e persone fino ai 39 anni. Più di un quinto della popolazione immigrata è costituito da minori (862.453 mila). Insomma una popolazione giovane, attiva, in piena capacità riproduttiva. L’età media degli stranieri è di ben 12 anni più bassa degli italiani, 31 anni contro 43. Quanto di meglio può augurarsi un Paese come il nostro, dal tasso di fertilità declinante, che vede la sua popolazione ingrigirsi. Insomma è grazie all’apporto delle popolazioni migranti che l’Italia può costruire il suo futuro. Da queste cifre derivano una serie di conseguenze importanti che ridisegnano la nostra geografia sociale e culturale. Secondo il dossier gli immigrati sono quasi un decimo degli occupati e contribuiscono per una quota analoga alla produzione di ricchezza, 9,5 di Pil. Ma attenzione, non “rubano” il lavoro ai nazionali, come la propaganda disinformata e fuorviante della destra e dei leghisti va raccontando. Il dato va correlato con la fascia d’età. In sostanza, i migranti occupano posti di lavoro dove manca manodopera italiana a causa anche del deficit di natalità (il tasso di attività, infatti, è superiore di 11 punti alla media nazionale). Il risvolto è anche l’alto tasso di sfruttamento cui sono sottoposti per la loro posizione d’origine, fragile e discriminata sul piano dei diritti (frequenti sono gli episodi di razzismo nei luoghi di lavoro). Condizione che li porta ad accettare un’ampia gamma di lavori nei settori meno appetibili e con qualifiche di basso livello. Realtà che li rende tra i più esposti a condizioni di rischio (143.651 infortuni soltanto nel 2008, dei quali 176 mortali). C’è però una novità importante. I circa due milioni lavoratori stranieri non accettano più supinamente questa condizione d’inferiorizzazione e così nel frattempo quasi un milione di loro si è sindacalizzato. Si tratta di un dato strategico che in prospettiva renderà multietnica la contraddizione capitale-lavoro. I due elementi tenderanno a sovrapporsi obbligando a pensare una nuova grammatica dei conflitti del lavoro. L’altro dato strategico è l’incremento del tasso di scolarizzazione dei figli d’immigrati, 7% del totale. 1 ogni 6 è romeno, 1 ogni 7 albanese, 1 ogni 8 marocchino. Tra questi almeno 4 su 10 sono nati in Italia, ben 7 su 10 sono alla materna. Nonostante l’arsenale di leggi xenofobe, la spinta dal basso alla conquista di un radicamento sociale di fatto sembra inarrestabile, grazie appunto al lavoro, la lotta sindacale e la scuola. Crescono i matrimoni misti, le condotte laiche, le ragazze puntano all’emancipazione economica individuale. Infine le cosiddette emergenze mediatiche alla resa dei conti si afflosciano: dagli sbarchi arriva meno dell’1% delle presenze regolari. Solo il 10% nell’ultimo anno. Quanto all’allarme criminalità è pura invenzione. Il numero delle denunce penali è fermo a quello di 19 anni fa. Non servono pacchetti sicurezza ma pacchetti integrazione, come ha dichiarato Monsignor Schettino, presidente della fondazione Migrantes alla presentazione del dossier. Il nostro Paese non ha mai avuto una vera politica migratoria.

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Ponte Galeria, migranti in rivolta salgono sui tetti
Il nuovo lavoro schiavile
Dopo i fatti di Rosarno manifestazione di protesta al Cie di Crotone
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Stupro della Caffarella, il capo della mobile di Roma querela Liberazione

La tragica vicenda dello stupro della Caffarella non si è ancora conclusa nonostante l’identificazione tardiva e la condanna dei due veri stupratori. Non si sa ancora perché le indagini seguirono una pista sbagliata. Non si sa ancora perché uno dei due cittadini rumeni accusati inizialmente confessò il falso, autoaccusandosi e chiamando in causa un suo amico. C’è ancora in piedi un paradossale procedimento per autocalunnia. Non si sa quali furono le modalità che portarono il “biondino”, Alexandru Izstoika Loyos, a riferire circostanze che coincidevano solo con la prima versione dell’aggressione riportata dai due adolescenti vittime della violenza. Versione risultata poi non veritiera ed aggiornata successivamente dai due ragazzi aggrediti. Loyos non aveva partecipato alla violenza, era del tutto innocente, chi gli aveva dato allora quelle informazioni risultate poi inesatte che gli servirono per autoaccusarsi e accusare il suo amico, anch’egli del tutto estraneo? I due vennero scagionati dall’esame del dna. Entrambi hanno sempre raccontato di percosse, violenze e minacce subite dopo l’arresto. Tracce di contusioni e traumi al timpano vennero refertati dai medici del carcere.
Su tutte queste singolari circostanze si è abbattuta una coltre omertosa di silenzio. I due sono stati spinti a lasciare l’Italia e non tornare mai più. Nessuno indaga per fare luce. Ad essere sotto processo è invece Liberazione, quotidiano che ha seguito la vicenda. A chiamarla in tribunale è stato il capo della mobile romana, Vittorio Rizzi. Nei giorni dell’inchiesta tutti i più importanti quotidiani nazionali e romani hanno dedicato paginate intere sulle indagini. I più importanti commentatori non hanno risparmiato critiche ruvide all’inchiesta. Le cronache hanno raccontato gli errori, le ambiguità, la fretta eccessiva degli inquirenti, la voglia di protagonismo di alcuni di loro, le pressioni della politica sulle indagini. Tuttavia nessuno di questi quotidiani è stato chiamato in giudizio. Soltanto Liberazione, a cui il dottor Rizzi sembra voler attribuire i clamorosi errori incorsi durante l’indagine, accusandola di volergli rovinare la carriera, ha ricevuto questo onore

Le puntate della montatura poliziesca
Stupro della Caffarella, il capo della mobile di Roma querela liberazione
Caffarella: l’uso politico dello stupratore
Loyos picchiato dalla polizia per confessare il falso
La fabbrica dei mostri
Racs innocente e senza lavoro

Cosa si nasconde dietro la confessione di Loyos?
Stupro del Quartaccio, scarcerato Racs

Stupro della Caffarella
Negativi i test del Dna fatti in Romania
Racs non c’entra

Non sono colpevoli ma restano in carcere
Parlano i conoscenti di Racs
La difesa di Racs denuncia maltrattamenti

L’accanimento giudiziario
Non esiste il cromosoma romeno
Tante botte per trovare prove che non ci sono
Quando il teorema vince sulle prove
L’inchiesta sprofonda
È razzismo parlare di Dna romeno
Quartaccio-Caffarella, l’uso politico dello stupro

Alemanno: “sono rom me l’ha detto la questura”. Nemmeno 24 ore e i colpevoli sono già pronti

A CasaPound non piace la verità

CasaPound non gradisce la troppa pubblicità sui finanziamenti ottenuti dal comune di Roma
Botta e risposta con Liberazione

 

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Sponsor di CasaPound – Marcello Dell’Utri


Richiesta di rettifica ai sensi dell’art. 8 L. 47/48.

Nella qualità di Presidente e legale rappresentante pro tempore dell’Associazione di Promozione Sociale CasaPound Italia, Vi diffido a rettificare, nei termini e modi di legge, il contenuto dell’articolo «Roma, Giovane Italia dopo l’attentato vuol chiudere Radio Onda Rossa», a firma di Paolo Persichetti, da Voi pubblicato nell’edizione del 3 ottobre 2009, alla pagina 4, pubblicando con il medesimo rilievo e uguale posizione, il seguente testo in corsivo: «Si precisa che non è esatto quanto riportato, a pagina 4 dell’edizione del 3 ottobre 2009, nell’articolo “Roma, Giovane Italia dopo l’attentato vuol chiudere Radio Onda Rossa”, e cioè che l’azione politica di CasaPound sia architettata al solo scopo di garantire agli associati un ingresso nel Pdl per non restare fuori “dai giochi e soprattutto dalla torta dei soldi che arrivano dal sottogoverno”. Vero è, infatti, che l’attività politica, sociale e culturale dell’associazione, finanziata esclusivamente dai contributi degli associati, mira a proporre un nuovo rivoluzionario concetto politico, l’Estremocentroalto, e che, a tal fine, la stessa associazione è pronta a dialogare e confrontarsi con chiunque, senza volgari pregiudizi né puerili pregiudiziali». In mancanza di un Vostro riscontro entro i termini di legge, Vi preannuncio sin d’ora l’intenzione di adire l’autorità giudiziaria al fine di ottenere giusta tutela dei diritti dell’associazione.

Gianluca Iannone

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Perché avete così paura che si parli dei soldi ricevuti attraverso un bando comunale?

Perché mai negare così nervosamente l’evidenza? Che CasaPound faccia parte di quella sessantina di associazioni, che dopo un bando sono entrate nella graduatoria dei finanziamenti stanziati lo scorso agosto – con procedura del tutto anomala – dalla presidenza del consiglio comunale di Roma, è un fatto pubblico attestato da una delibera per «Attività culturali, sportive e folcloristiche». Per altro, in una risposta polemica alle dichiarazioni fatte dal sindaco Alemanno sulla necessità di ridiscutere il “finanziamento” a CasaPound, dopo che una giornalista si era vista vietare l’ingresso all’incontro-dibattito con Marcello Dell’Utri sui ”diari del Duce”, organizzato nella sede romana di via Napoleone III, lo stesso Iannone aveva precisato che «della vittoria di un bando» si trattava. Appunto!
Certo brucia non essere più i primi della classe, non poter più vantare l’aristocratica purezza di chi rivendica per se “etica, epica ed estetica”, ma si è piegato alla pratica plebea di ricevere denaro pubblico, come normali clientes. Quanto al resto, le coloriture futuriste, le provocazioni dannunziane, la postura superomista, lo stile scapigliato, spostano di poco la sostanza politica di un gruppo che agita simbologie tutte interne al blocco sociale della destra di governo e conduce con brio la marcia d’avvicinamento-dialogo con l’area multiforme del Pdl. Insomma siamo sempre lì, nel cortile del Palazzo, all’Estremocentroalto, come lo chiamate, che non è in politica quello che nel calcio ha rappresentato la «bizona» del mitico Oronzo Canà, col suo rivoluzionario modulo 5-5-5, ma qualcosa che dietro l’iperbole della formula nasconde una visione inquietante.
«Noi ci permettiamo il lusso di essere aristocratici e democratici; conservatori e progressisti; reazionari e rivoluzionari; legalitari e illegalitari; a seconda delle circostanze, di tempo, di luogo, di ambiente, in una parola di “storia” nelle quali siamo costretti a vivere e ad agire». Lo diceva un tale nel 1922. Anche lui cercava posizioni «regali e sovrane, al di là degli opposti sbandamenti», anche lui elogiava «la vita come ascesa», anche lui immaginava «la partecipazione per base, la decisione per altezza e la selezione per profondità» e rifiutava «l’attrazione morbosa per l’informe e il deforme». Anche lui praticava «l’Estremocentroalto». Si chiamava Benito Mussolini. Appunto.

Paolo Persichetti

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Lino Banfi nei panni del mitico Oronzo Canà

Link sul tema
I redenti
Fascisti su Marte
Sbagliato andare a Casapound, andiamo nelle periferie
La destra romana, fascisti neo-ex-post, chiedono la chiusura di radio Onda rossa
Il nuovo pantheon del martirologio tricolore

L’uso politico dello stupratore

Il caso Caffarella ha radici nel patriarcato e conseguenze attuali, penali e morali. E chi le denuncia viene querelato

Anita Cenci
Liberazione 7 ottobre 2009

Un coro di polemiche ha accolto la sentenza emessa lunedì scorso dal giudice per l’udienza preliminare, Luigi Fiasconaro, nei confronti dei due autori dello stupro commesso nel parco romano della Caffarella (quelli veri, non i due arrestati inizialmente, Alexandru Isztoika Loyos e Karol Racz, contro i quali questura e procura si accanirono per settimane nonostante il test del dna li avesse scagionati). La condanna di Oltean Gravila e Jounut Jean Alexandru, rispettivamente a 11 anni e 4 mesi e 6 anni, è stata considerata da diversi esponenti politici e dallo stesso sindaco di Roma Alemanno «troppo mite», «blanda», un «premio» per gli stupratori. Il 14 febbraio di quest’anno un’adolescente di 14 anni era stata sorpresa insieme al suo fidanzatino in un anfratto del parco e sottoposta a brutale violenza. Il ventiseienne Oltean Gravila, che all’esito delle indagini è risultato essere un sex offender seriale, doveva rispondere anche di un’altra violenza contro una donna portata a termine nel luglio precedente a Villa Gordiani. Per il gioco del cumulo delle pene e della riduzione automatica di un terzo prevista dal rito abbreviato, formula procedurale che facilita la speditezza del processo, i due hanno ottenuto sanzioni più basse rispetto alla pena edittale di 12 anni stabilita per questo tipo di reato. Gravila si è visto somministrare 7 anni per lo stupro di san Valentino, saliti a 11 e 4 per l’altro episodio. Il giudice ha invece riconosciuto al diciottenne Jounut le attenuanti generiche per la giovane età e l’assenza di precedenti penali.

Patriarcato penale
Come al solito l’entità delle condanne inferte non ha soddisfatto un’opinione pubblica sobillata dal mito purificatore della punizione che traversa la società. Tra i politici che hanno commentato la sentenza c’è addirittura chi ha strumentalmente chiesto l’ergastolo, come se il giudice potesse somministrare a suo piacimento una condanna che per questo delitto non è contemplata dal codice. Nella loro coazione a domandare punizioni sempre più feroci ed esemplari, queste polemiche sorvolano il fatto che all’interno di un codice penale che prevede condanne molto severe, i cui tetti massimi sono tra i più alti d’Occidente, il reato di violenza sessuale è paradossalmente punito con una pena inferiore ad altri episodi delittuosi che suscitano nel senso comune minore esecrazione. La richiesta di condanne inesorabili esula dunque il problema di fondo, ovvero il pregiudizio patriarcale che ha sempre relegato lo stupro, la violenza carnale, a delitto minore. Il codice Rocco, cioè il nostro codice penale ereditato dal fascismo, ha considerato per oltre 60 anni la violenza sessuale e l’incesto dei delitti “contro la moralità pubblica e il buon costume” (divisi in “delitti contro la libertà sessuale” e “offese al pudore e all’onore sessuale”) e “contro la morale familiare”. Addirittura l’articolo 544 c.p. ammetteva il ”matrimonio riparatore” come circostanza che poteva estinguere il reato. È solo negli anni 70, grazie all’azione del movimento femminista e alla grande ondata di lotte sociali, che la società prende coscienza del problema e si fa strada l’idea che la violenza sessuale sia un reato contro la persona. Tuttavia soltanto nel 1981 viene abrogata la clausola del matrimonio riparatore. Ci vollero ancora 15 anni prima che si affermasse, con la legge n. 66 del 15 febbraio 1996, il principio per cui lo stupro è un crimine contro la persona coartata nella sua libertà sessuale. Chi polemizza oggi farebbe bene a chiedersi su quale fronte era all’epoca.

L’uso politico dello stupro
Pochi decenni fa si pensava che la violenza sessuale andava combattuta dentro la società, modificando rapporti sociali e modelli culturali e educativi che relegavano la donna a ruoli subalterni e istigavano nell’uomo modelli predatori. Oggi molto è cambiato nella stessa condizione della donna, spesso proiettata in ruoli di primo piano. La violenza sessuale tuttavia permane e nelle reazioni attuali prevalgono le figure del male insieme a una riprovazione etica portatrice di un sottofondo morale spietato. Non per questo però la lettura dei fatti sociali è migliorata, la capacità di previsione cresciuta, la risposta fornita ai delitti più efficace. Lo spettacolo della cronaca nera annichilisce, inchioda alle poltrone, spinge a barricarsi in casa, votare chi promette “legge e ordine”. Negli ultimi anni il tema degli stupri, delle aggressioni sessuali legate strumentalmente alla figura dello straniero, dell’immigrato clandestino, sono diventati argomenti centrali del marketing politico e dell’immaginario sociale. L’ossessione dello sperma straniero che s’insinua nella comunità corrompendone la purezza è da sempre uno degli archetipi prediletti dal razzismo e dalla xenofobia, l’incubo che agita i sonni malati della destra e delle attuali tendenze neoidentitarie che si diffondono nelle periferie. Anche ai migranti italiani che traversarono gli oceani o valicarono le Alpi toccò d’essere considerati potenziali stupratori, truffatori, accoltellatori, terroristi e crumiri che rubavano il lavoro altrui. Tutto già visto e velocemente dimenticato. Le donne sono da sempre le figure cerniera dei processi d’integrazione. Sul corpo delle donne si gioca una battaglia decisiva. È attraverso la loro capacità procreatrice che si costruiscono nuove società, si fondono culture. La donna può essere un veicolo di mescolanza. Non è un caso dunque se il corpo della donna sia utilizzato per erigere politiche xenofobe. La brutale violenza della Caffarella, dopo una campagna che faceva leva anche su altri episodi, è servita al governo per varare l’ennesimo pacchetto sicurezza e introdurre le ronde.

Inchiesta poco esemplare
La sentenza emessa lunedì chiude una vicenda che oltre ad aver impressionato l’opinione pubblica per la brutalità della violenza perpetrata contro un’adolescente, chiamata ora a trovare dentro di sé la forza che le consenta nei prossimi anni di sormontare un trauma così profondo, ha suscitato molte polemiche per il modo in cui furono condotte le indagini.  «La politica ha messo fretta», dichiarò in un’intervista il prefetto Serra. Isztoika e Racs, i primi due accusati ingiustamente, erano stati fotosegnalati dalla polizia dopo un altro stupro, avvenuto il 21 gennaio precedente, in un luogo poco distante dal loro accampamento di fortuna. L’adolescente aggredita non impiegò molto tempo a indicare il viso del biondino. Seguendo una classica tecnica a imbuto, gli erano state mostrate un numero limitato di foto. Nonostante ciò aveva designato un’altra persona. Solo in seconda battuta “riconosce” Isztoika. La polizia lo trova subito. Erano le 18 circa del 17 febbraio. 8 ore dopo (alle 2 di notte) confessa davanti al pm: «L’abbiamo violentata per sfregio…». Chiama in causa anche l’amico Racs. Pochi giorni dopo ritratta, spiegando di aver subito percosse. Nessuno lo ascolta. Senza attendere le conferme tecniche, in questura si tengono trionfali conferenze stampa. I giornali dipingono ritratti agiografici degli inquirenti. Il questore non sta nella pelle: «Un lavoro di pura investigazione, d’intuito e senza l’aiuto di supporti tecnici. Da veri poliziotti». Ma a rovinare la festa arrivano i test del dna. Le tracce dello stupro non appartengono ai due. A san Vitale fanno muro: «bastava quello che ci aveva riferito Isztoika per sbatterlo in galera», risponde il questore. Ma il punto è proprio questo, Isztoika aveva riferito solo dettagli ripresi dalla prima versione dei fatti fornita dai ragazzi. Una ricostruzione inesatta che i giovani modificarono pochi giorni dopo. Insomma il biondino era stato “indottrinato” visto che sul posto non c’era. Da chi? Resta il grande mistero dell’inchiesta. Un mistero che nessuno vuole chiarire. Rientrati in Romania, Isztoika e Racz raccontano a un quotidiano romeno (Adevarul, 18 giugno) le percosse e le pressioni subite, insieme a altri dettagli che smentiscono la versione ufficiale.

Un clima d’intimidazione
I due vengono messi in condizione di abbandonare l’Italia: persone non gradite perché “mostri” mancati e soprattutto involontari responsabili di un gigantesco danno d’immagine per la squadra mobile. A Racz, dopo una trasmissione televisiva, fanno balenare la promessa di un lavoro che non arriverà mai. Per tutta risposta Isztoika resta sotto inchiesta per «calunnia», avendo dichiarato il falso (surreale), mentre contro Racs la procura mantiene in piedi l’accusa per lo stupro di Primavalle, nonostante una sentenza contraria del tribunale del riesame e le ripetute contraddizioni in cui è caduta la vittima.
Nel frattempo Liberazione, che ha cercato di raccontare questa vicenda, è stata citata in giudizio di fronte al tribunale civile dal capo della squadra mobile romana, Vittorio Rizzi, protagonista delle indagini. Palese tentativo di mettere il bavaglio a un’informazione libera. Il dottor Rizzi sembra quasi voler attribuire a Liberazione i clamorosi errori incorsi nell’indagine, accusandola di volergli rovinare la carriera… Nei giorni in cui i più importanti quotidiani nazionali e il più grande quotidiano della capitale dedicavano (non senza critiche) pagine e pagine all’inchiesta, il capo della mobile era un nostro fedele lettore. Lo ringraziamo per questo. Per giustificare la sua azione legale ha addirittura chiamato in causa la vicenda del commissario Calabresi, proponendo un parallelo tra le cronache che questo giornale ha dedicato alle indagini sullo stupro della Caffarella con la campagna condotta a suo tempo da Lotta continua contro il commissario ucciso nel 1972. Alla luce di ciò, chiosa a conclusione della querela il suo legale, è di tutta evidenza che rivolgergli delle critiche «in un quotidiano tra i cui lettori è verosimile che vi siano militanti della sinistra più estrema[…] significa esporlo ad un ingiustificato rischio per la propria incolumità personale». Dire che tutto ciò è totalmente destituito di fondamento, è un’ovvietà. Registriamo invece la pesante insinuazione. Che il capo della polizia se la prenda con un giornale d’opposizione la dice lunga sul clima politico che stiamo vivendo. Arrivederci in tribunale.

Le puntate della montatura poliziesca sullo stupro della Caffarella
Il capo della mobile querela Liberazione
L’uso politico dello stupratore
Loyos picchiato dalla polizia per confessare il falso
La fabbrica dei mostri
Racs innocente e senza lavoro

Cosa si nasconde dietro la confessione di Loyos?
Stupro del Quartaccio, scarcerato Racs

Stupro della Caffarella
Negativi i test del Dna fatti in Romania
Racs non c’entra
Non sono colpevoli ma restano in carcere
Parlano i conoscenti di Racs
La difesa di Racs denuncia maltrattamenti
L’accanimento giudiziario
Non esiste il cromosoma romeno
Tante botte per trovare prove che non ci sono
Quando il teorema vince sulle prove
L’inchiesta sprofonda
È razzismo parlare di Dna romeno
Quartaccio-Caffarella, l’uso politico dello stupro

Sbagliato andare a CasaPound, andiamo nelle periferie

A proposito di un dibattito che campeggia da alcune settimane sul quotidiano L’Altro su memoria, fascismo, omofobia, strage di Bologna…

Paolo Persichetti
L’Altro 7 ottobre 2009

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Siamo sicuri che per affrontare l’intolleranza, combattere contro i pregiudizi e l’omofobia, salvaguardare ed estendere lo spettro dei diritti civili, bisogna passare per il salotto di CasaPound, che nella piazza romana sembra ormai aver rimpiazzato quello televisivo di Vespa? Non esistono forse altre strade più salutari, intelligenti e efficaci?
La domanda la pongo a questo giornale, non solo perché in proposito ha pubblicato un articolo di Paola Concia, deputata del Pd, ex comunista che oggi si definisce «liberale di sinistra», mi auguro nel senso di John Rawls altrimenti – lo dico senza facili sarcasmi – non sarebbe un orizzonte culturale particolarmente innovativo (esistevano già alla fine dell’800 e si sono macchiati di numerosi misfatti coloniali e imperialistici nel corso della loro storia). Rivolgo la domanda a l’Altro anche perché la redazione ha finito per litigare a causa della pubblicazione di alcuni interventi scritti da esponenti dichiaratamente fascisti, dopo aver avviato con un inizio assai infelice ed alcuni passaggi decisamente sgangherati, una discussione sulla memoria degli anni 70, se essa debba essere condivisa o meno: ma perché, almeno per istruire la discussione, non ha dato la parola a degli storici o filosofi che lavorano sulla differenza fondamentale che distingue la storia dalla memoria?
Per quel che mi riguarda, ho trovato gli articoli di Mancinelli e Renzaglia (i due fascisti in questione) delle sfide culturali che come tali meritavano risposte di altro livello, anche perché in alcuni passaggi sollevavano problemi che sono stati oggetto di serio dibattito all’interno del movimento comunista (dai giudizi di Bordiga sul fascismo come processo di modernizzazione del capitale, in contrasto con Gramsci e altri dirigenti del Pcd’I, alla revisione critica del togliattismo fatta dal marxismo operaista negli anni 60). Per contro, l’intervista a Iannone apparsa tempo fa e il successivo articolo elogiativo su un noto picchiatore d’immigrati rasentavano la piaggeria. Assolutamente parziale è stata poi la parola concessa a Valerio Fioravanti sulla strage di Bologna, a cui è stato permesso di rispondere a un depistaggio con un altro depistaggio ancora più infondato e che getta fango su palestinesi e prigionieri delle Br. La critica che in tempi non sospetti, quasi un ventennio fa, sinistra garantista e prigionieri della lotta armata di sinistra muovevano alla magistratura bolognese era diretta all’impianto emergenzialista che aveva ispirato l’inchiesta sulla strage, non sposava certo i punti di vista degli imputati. C’è una bella differenza, al punto che oggi la destra cerca di cavarsela accollando quell’attentato, con una logica perfettamente speculare, al movimento palestinese e alla sinistra armata.
La deputata Concia ha spiegato la scelta di andare a CasaPound con il fatto che la sinistra italiana (quale? Il Pd suppongo) «su questi temi deve fare molta strada e, per esempio, imparare non dai progressisti europei, ma dai conservatori». Già qui qualcosa non quadra. Fino a poco tempo fa non era forse Zapatero l’uomo nuovo dei diritti civili in Europa? Non mi risulta che il premier spagnolo appartenga allo schieramento conservatore. Siccome nessuno si pone il problema di educare la destra italiana – sostiene sempre Paola Concia – bisogna andare a CasaPound per discutere con loro di diritti civili. «Perché una cosa del genere non dovrebbe essere fatta? – domanda. «Forse perché loro sono destra “fascista”, “estremista”, impresentabili, non da salotto buono?», si risponde da sola. A parte la pretesa velleitaria di educare quelli di CasaPound, i cui dirigenti non sono affatto degli sprovveduti, mi pare che sorga un secondo problema.
Che cosa sono la destra sociale e CasaPound in particolare? L’analisi proposta, che ricalca quella fatta da altri su questo giornale, a me sembra superficiale. CasaPound è una forza politica gerarchizzata, (che si presenta sotto forma di centro sociale), verticistica, con livelli riservati, un servizio d’ordine, nulla a che vedere con l’atmosfera spontaneistica, confusionaria, orizzontale e pressappochista dei centri sociali. CasaPound è certamente ai margini, non del sistema però, ma dell’area di governo della città (e non solo), di quello che un tempo si chiamava sottogoverno. Non stiamo parlando di culture politiche ghettizzate, discriminate, vittimizzate, ma di esperienze che hanno il vento in poppa, sono in sintonia con l’egemonia culturale che la destra, grazie al dispositivo berlusconiano, è riuscita a costruire in Italia. Questo anche per merito loro, per un’indubbia capacità politica messa in campo negli ultimi anni.
Varcare il portone del grande palazzo di via Napoleone III è oggi quanto di più conformista, omologato e subalterno possa esistere. Appartiene alla più classica delle ritualità conservatrici. Chi va a CasaPound vuole farsi accettare dai nuovi assetti culturali dominanti di questo Paese. Non rompe schemi, non innova, al contrario si accoda, si assimila, si acquieta. Infatti il dissociato Valerio Morucci è stato uno dei primi a precipitarsi, abituato ormai a tenere conferenze suggerite da funzionari del ministero degli Interni, come ha raccontato il professor Mariani della Sapienza. Anche lui, su queste pagine, facendo ricorso alla retorica dell’incontro tra reduci ha iscritto i fascisti nella categoria dei paria della storia proprio quando il trend si è rovesciato e concede loro il sopravvento.
Ma c’è qualcosa di ancora peggiore che questa vicenda rivela: l’abbandono del sociale. Per combattere intolleranza, razzismo e omofobia invece di tornare ad essere politicamente e culturalmente presenti nelle periferie, vera frontiera dove questi fenomeni vanno contrastati, si propaga l’idea che occorre recarsi in pellegrinaggio a CasaPound, cioè nella sede di un’organizzazione che si autoinveste espressione dei quartieri difficili, legittimando così questa rappresentatività. Non è forse particolarmente stupido tutto ciò?
Che una così balzana idea possa essere venuta a una liberale di sinistra, non stupisce. A questo tipo di cultura avulsa dal sociale appartiene una concezione elitaria della politica, dunque la sola ricerca di un rapporto tra gruppi dirigenti, tra ceti politici che si legittimano vicendevolmente. Quella sinistra che viene dalla storia del movimento operaio, come può assecondare tutto ciò? Perché non andare direttamente a Tor Bella Monaca davanti ai muretti dove stazionano bande di adolescenti e giovani e la cocaina brucia i cervelli? Il sindaco di Roma Alemanno sta tagliando i fondi a quelle cooperative sociali che da decenni e in piena solitudine affrontano in prima linea questa battaglia. Soldi dirottati verso l’arcipelago delle associazioni e cooperative amiche, tra cui le “Occupazioni non conformi” dirette dai ducetti di condominio che in quei quartieri sono presenti e certo non contrastano le sottoculture sessiste, omofobe, intolleranti e violente che crescono contro il diverso, il più fragile. L’Altro appunto.

Link
Casapound non gradisce che si parli dei finanziamenti ricevuti dal comune di Roma
Quando le lame sostituiscono il cervello
Il nuovo pantheon del martirologio tricolore
Fascisti su Marte
La destra romana, fascisti neo-ex-post, chiedono la chiusura di radio Onda rossa



Cronache dai Cie, altri pestaggi a Gradisca e Ponte Galeria

Nel centro friulano violenze della polizia contro un’intera camerata, a Roma trasferito chi era in sciopero della fame. Tentativi di fuga, proteste quotidiane nei lager dell’ultramodernità

Giorgio Ferri
Liberazione 4 ottobre 2009

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Ancora pestaggi, ancora violenze da parte delle forze di polizia dentro i centri d’identificazione ed espulsione. È difficile rincorrere la cronaca quotidiana in questi luoghi fatti d’orrore e abiezione, dove la burocratica banalità del male si accanisce contro esseri umani ridotti allo stato di non persone. È successo ieri per l’ennesima volta nel Cie di Gradisca d’Isonzo durante una perquisizione condotta con la solita tecnica provocatoria. Volano manganellate come niente fosse mentre agenti esagitati urlano e insultano. Un ragazzo è finito in infermeria perché colpito alla testa. La notizia è stata diffusa dal sito http://www.autistici.org/macerie/ che registra quotidianamente ciò che accade in questi lager dell’ultramodernità. Si è saputo anche che almeno una delle camerate era in sciopero della fame e ha rifiutato l’acqua. Un presidio antirazzista è stato indetto nel pomeriggio. A Brindisi, nel Cie di Restinco, è giunta notizia che otto internati sono in sciopero della fame e della sete da almeno sei giorni. Arrivati più di un mese fa a Lampedusa, trasferiti a Porto Empedocle e da lì a Brindisi, non sanno ancora nulla della sorte che li attende. Giovedì sera, invece, i reclusi di Ponte Galeria, il Cie a ridosso di Roma, hanno sospeso lo sciopero del vitto iniziato lunedì scorso. Dodici di loro, ritenuti dalla direzione gli animatori della protesta, sono stati chiamati in matricola con la scusa della scarcerazione. Una volta usciti dai reparti sono stati immobilizzati uno alla volta e preparati per il trasferimento in altri Centri. Chi li ha visti passare ha testimoniato che avevano i polsi legati col nastro isolante. Trasferimento che ha tutte le sembianze di un’azione di rappresaglia contro la protesta inscenata nei giorni precedenti. Nella notte successiva ci sono state urla dalle due fino alle cinque e trenta del mattino perché un internato si sentiva male e la Croce rossa non interveniva. La cronaca della giornata è proseguita con il suo calvario di brutalità: un altro dei protagonisti dello sciopero è stato trasferito verso una destinazione ignota mentre arrivava un gruppo d’internati algerini proveniente da Bari-Palese. Dopo un po’ si è scoperto che almeno due dei reclusi trasferiti la mattina erano finiti proprio a Bari. Un incrocio che ricalca perfettamente le pratiche punitive in uso nei penitenziari quando gli istituti sfollano i reclusi indesiderati. Intanto un altro degli internati che si era tagliato le vene martedì ha ripreso a camminare. Nella serata di venerdì quattro immigrati decidono il tutto per tutto e riescono a montare sui tetti. Da lì provano a scavalcare le reti e fuggire. Tre vengono bloccati subito, del quarto non si sa nulla. Nel campo c’è apprensione e speranza. Tutti si augurano che ce l’abbia fatta. La fuga anche di uno solo di loro sarebbe una vittoria simbolica per tutti. Purtroppo intorno alle dodici di ieri si diffonde la notizia della sua cattura. L’evaso è stato ripreso. Saltando dal tetto si è rotto una gamba e non è riuscito ad allontanarsi. Cosa che invece è riuscita a Torino nella notte tra domenica e lunedì, quando alcuni internati si sono dati alla fuga una volta passati all’esterno del Cie. Potremmo continuare a lungo. Le mura di questi luoghi dove regna lo stato di eccezione, le reti e le gabbie che trattengono questi individui assistono a una quotidiana battaglia tra oppressione e resistenza umana. Fuori gruppi di attivisti antirazzisti si mobilitano, presidiano l’esterno dei Centri, raccolgono le testimonianze degli internati. Giovedì scorso, all’ora di pranzo, una decina di militanti antirazzisti è entrata nella mensa del Politecnico di Torino esponendo uno striscione con la scritta “La Sodexho s’ingrassa sui lager” per poi distribuire volantini ai presenti. Studenti, cassiere e cuochi sono così stati informati che la grande multinazionale del catering Sodexho, oltre a gestire la mensa universitaria, ha anche l’appalto per la fornitura dei pasti agli internati dei Centri d’identificazione ed espulsione di via Corelli a Milano e di Roma Ponte Galeria. Spesso si tratta di cibo scadente come lamentano da sempre le persone rinchiuse nei Centri. Nel pomeriggio di ieri, invece, si è svolto a Firenze un corteo contro la presenza della Croce rossa all’interno dei Cie, e soprattutto contro la preannunciata costruzione di uno di questi centri in Toscana. Secondo le forze dell’ordine avrebbero partecipato circa 150 persone, almeno il doppio secondo gli organizzatori della manifestazione a cui hanno preso parte organizzazioni della sinistra radicale e dell’area antagonista, rappresentanti dei collettivi universitari, del movimento lotta per la casa e del gruppo “Perunaltracittà” presente in consiglio comunale.

Link
Italia-libia, quando l’immigrazione è un affare di Stato
Camicie verdi di ieri, ronde di oggi
Le ronde non fanno primavera
Aggressioni xenofobe al Trullo
Razzismo a Tor Bellamonaca, agguato contro un migrante
I dannati della nostra terra
Sans papiers impiegati per costruire Cpt
Le figure del paria indizio e sintomo delle promesse incompiute dall’universalità dei diritti
Elogio della miscredenza
La lunga notte di Parigi dove la Cgt da l’assalto ai migranti
Parigi, la Cgt sgombera la bourse du travail occupata dai migranti

Inferno carcere, un detenuto si suicida e un altro si cuce la bocca

Crescono le proteste per i diritti calpestati: raccolti già 100 ricorsi a Strasburgo
Le carceri sono ormai campi di concentramento dove vengono rastrellati i soggetti sociali più deboli

Paolo Persichetti
Liberazione
26 agosto 2009

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Dopo il clamore delle proteste di Sollicciano e Como il silenziatore è tornato di nuovo sulle proteste nelle carceri. Eppure non c’è giorno che passa senza che vi siano battiture, agitazioni e incidenti. Franco Corleone, garante dei diritti dei detenuti del Comune di Firenze, ha reso noto il gesto estremo compiuto nei giorni scorsi da un detenuto marocchino rinchiuso a Sollicciano. Si è cucito la bocca contro il mancato rimpatrio. Solo così è riuscito ad ottenere quanto gli spettava per legge. L’automutilazione, ancora una volta, è servita a surrogare l’afasia provocata dall’inesorabile condizione d’invisibilità vissuta nelle carceri. C’è, nella sordità mostrata dalla società esterna, e dai media, una particolare forma d’ipocrisia. Solo se la protesta rompe gli argini si accendono i riflettori, per assistere poi a un’ipocrita rincorsa a lanciare appelli alla calma, a scagliare moniti contro «proteste condotte in forme incivili, altrimenti…» Altrimenti cosa? Appena tutto ritorna nei binari classici, le proteste perdono il sonoro, finiscono nella confusione del rumore di fondo che accompagna il mondo esterno. Il bromuro dell’ipocrisia legalitaria diventa vasellina da spalmare sulle condizioni d’invivibilità quotidiana che i detenuti dovrebbero accettare.

Tre metri a testa
Tre metri quadri a testa, invece dei sette e mezzo ritenuti legali. Per quanto ancora? Qualcuno gioca col fuoco? Fa l’apprendista stregone e spera davvero nel peggio per poi introdurre un’ulteriore torsione autoritaria e repressiva? A un mese dalla sentenza della Corte di Strasburgo che ha condannato l’Italia a risarcire un detenuto per il sovraffollamento carcerario (meno di 3 metri quadri a persona), un centinaio di segnalazioni analoghe sono giunte all’ufficio del ”Garante” di Antigone, Stefano Anastasia (difensorecivico@associazioneantigone.it).

Proteste ovunque
Mentre a Sollicciano è ripresa la battitura in vista dell’incontro che i detenuti avranno oggi con la direzione e dove presenteranno un documento, altrove battiture e contestazioni non sono mai cessate. Nel carcere di Vibo Valentia. giovedì scorso per protestare contro l’affollamento è stato appiccato un incendio. Contestazioni ci sono state a Venezia Santa Maria Maggiore (325 detenuti, anche in nove dentro celle da quattro su letti a castello) e Padova. Secondo quanto riferito dalla Uil Pa, i due episodi avrebbero assunto «gli aspetti di una vera rivolta, con celle distrutte, suppellettili divelte, coperte e giornali date alle fiamme». Nella casa di reclusione di Padova «una sessantina di detenuti stranieri hanno dato vita a una maxi rissa».  Battiture a Trani, estese a Foggia Casermette (700 detenuti per 380 posti). Lecce e Bari, poi al Mammaggialla di Viterbo, al Marassi di Genova e al Pagliarelli di Palermo. Alla “Rocca” di Forlì, sempre per protesta. un detenuto ha incendiato la cella e siccome gli estintori non funzionavano sono stati evacuati tra il panico 50 detenuti. Per protestare contro l’assenza d’acqua circa 200 dei 400 detenuti della casa circondariale di Pisa hanno appiccato, lunedì sera, il fuoco a cuscini, stracci, indumenti ed effetti personali e hanno lanciato bottiglie, bombolette del gas ed escrementi nei corridoi. Nel carcere di Frosinone (480 reclusi), un detenuto di 46 anni, Fabio T., originario di Roma, si è tolto la vita lunedì pomeriggio. Al Bassone di Como (560 detenuti, 150 in più del previsto), sette detenuti, considerati gli animatori della protesta della scorsa settimana, sono stati “sfollati” a Monza, Vigevano e Pavia. I parlamentari che ad agosto hanno fatto visita nelle carceri e le associazioni che tutelano i diritti dei detenuti devono fare attenzione perché questo genere di trasferimenti punitivi vengono spesso seguiti da accoglienze particolarmente brusche da parte del personale di custodia dei nuovi istituti.

Detenuti stranieri discriminati
Nel pacchetto sicurezza, entrato in vigore l’8 agosto, c’è una norma che vieta l’attribuzione del codice fiscale agli stranieri senza permesso di soggiorno. Nelle carceri italiane sono circa il 40 per cento, con punte del 70% al nord. Questa disposizione esclude i detenuti stranieri dal lavoro in carcere, il che vuole dire sottrarre loro l’unica fonte di sostentamento che hanno) e dall’accesso alle misure alternative e ai benefici che sono fruibili unicamente in presenza di un contratto di lavoro (lavoro esterno, semilibertà, affidamento) per il quale è indispensabile il codice fiscale. Insomma oltre ad essere una misura particolarmente odiosa per il suo carattere discriminatorio che introduce un vero regime di apartheid, violando gli articoli 3 e 27 della costituzione, questa disposizione recepita nel testo unico di pubblica sicurezza amplifica ulteriormente l’effetto sovraffollamento.

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Amnistia subito e abolizione delle leggi che fabbricano detenzione
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Carceri è rivolta contro l’affollamento: “Amnistia”
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Ho paura dunque esisto

Giustizia o giustizialismo, dilemma nella sinistra
Il populismo penale una malattia democratica
Il governo della paura
Genesi del populismo penale e nuova ideologia vittimaria
Populismo penale, una declinazione del neoliberismo
L’indulto da sicurezza, il carcere solo insicurezza
Come si vive e si muore nelle carceri italiane
Prigioni i nuovi piani di privatizzazione del sistema carcerario
Carceri private il modello a stelle e strisce privatizzazioni e sfruttamento
Le misure alterantive al carcere sono un diritto del detenuto
Sprigionare la società
Desincarcerer la société
Carcere, gli spettri del 41 bis