L’insopportabile ferita narcisistica ricevuta da Giancarlo Caselli

Ritratti – Chi è e da dove viene il procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli?

Giancarlo Caselli appartiene a quel genere di magistrati che pretendono di salvarti l’anima non prima di averti confiscato il corpo. All’insegna di quella che è stata la magistratura combattente durante l’emergenza degli anni Settanta, Caselli conduce sempre una battaglia su due fronti: quello giudiziario e quello del senso, ovvero sulla visione legittima delle cose da imporre.
Non chiede solo punizioni, vorrebbe soprattutto redimerti e lo fa attraverso quel singolare ossimoro della correzione che è il raddrizzamento, la messa in riga attraverso la curvatura della persona.
Un sentimento di profonda amarezza ha dunque pervaso il suo animo di fronte all’immensa ingratitudine dimostrata da quella marmaglia di potenziali colpevoli che hanno osato contestarlo, ricordandogli che in fondo non è che uno zerbino dei poteri forti, un sifone dello Stato etico.
Le contestazioni che nelle ultime settimane gli hanno impedito, prima in una libreria di Lugano, poi a Milano, infine a Genova, di presentare il suo ultimo e “preziosissimo” libro, hanno rappresentato per il suo ego carico di slancio profetico, per quel suo apostolato missionario che lo porta a propagare il verbo vittimario di una giustizia presa d’assalto da un male dalle sembianze luciferine che al posto delle corna mostra delle antenne, un’insopportabile ferita narcisistica.
Lo si è capito dalle addolorate interviste rilasciate prima al Corriere della sera e poi a Repubblica, nelle quali tra l’indispettito e l’affranto ha prima recitato la partitura del perseguitato, un genere che va di moda e può portare al successo come ha dimostrato Roberto Saviano, per poi lanciare il consueto anatema contro i manifestanti valsusini e i contestatori dei suoi libri raffigurati alla stregua di stupratori e mafiosi.

E’ troppo abituato, il dottor Caselli, ad avere davanti a sé solo degli imputati che la pressione coercitiva dello stato d’arresto pone in condizione d’inferiorità. E’ troppo abituato, il dottor Caselli, a ragionare non con i concetti ma a colpi di custodia cautelare appesantita dalla situazione d’isolamento giudiziario, magari disposto in un istituto di massima sicurezza. Ha fatto troppo l’abitudine, il dottor Caselli, ad avvalersi di quelle condizioni d’intimidazione psicologica che minorizzano l’indagato per sopportare di fronte a sé degli uguali, irriverenti, turbolenti, irrispettosi.
Comoda è la posizione dell’inquisitore che pone le domande in una condizione di vantaggio, privo di condizionamenti, fresco e riposato, sostenuto dall’ausilio della forza coercitiva di cui dispone, dalle informazioni raccolte durante mesi di violazione della sfera privata del suo ostaggio, e di cui ha disposto il saccheggio della vita e dei beni, la perquisizione della casa, infrangendone l’intimità, invadendo e appropriandosi d’oggetti a lui cari, di strumenti di lavoro, dei segreti e dei ricordi, appunti e sogni, ed a cui vorrebbe – dopo tutto ciò – rieducare la coscienza, misurare i valori etici, raddrizzare la morale, arrogarsi il diritto di giudicare il percorso personale svolto nel fetore di una putrida cella di sicurezza.
Un po’ come quei magistrati codini pieni di cipria che la rivoluzione giacobina dell’’89 mise al bando, Caselli disprezza il frastuono del mondo: le urla, le grida, gli schiamazzi. L’unico rumore socialmente ammissibile per lui è quello dei ferri, una sinfonia di chiavi, serrature e blindi che sbattono.
L’atteggiamento di Caselli ricorda molto da vicino quello di un personaggio di Franz Kafka narrato in un brano conosciuto sotto il nome di frammento del sostituto, e ritrovato nei suoi quaderni postumi (Michael Löwy, Franz Kafka. Rêveurs insoumis, Stock Paris 2004).
In quelle pagine Kafka si divertiva a mettere in scena il ragionamento di un sostituto procuratore incaricato di sostenere l’accusa nei confronti di un uomo incolpato di lesa maestà.
Secondo quel magistrato le cose del mondo dovevano attenersi ad una curiosa geometria dell’autorità che vede la vita assumere sempre una linea ricurva, nella quale la postura dell’essere ha senso unicamente se rivolta in posizione arcuata, prona, reclina, flessa, prostrata, accucciata, soprattutto mai dritta: «Egli credeva che se tutti avessero collaborato con il Re e il Governo [è dunque nella legalità] nella calma e nella fiducia, si potevano superare tutte le difficoltà[…] più grande era la fiducia, e ancora di più si doveva curvare la schiena, ma in virtù di principi naturali, senza bassezza. Ciò che impediva uno stato di cose così auspicabile, erano personaggi della risma dell’accusato che, usciti da non si sà quali bassi fondi, venivano a disperdere con le loro grida la massa compatta delle brave genti».
In questo modo l’obiettivo della macchina giudiziaria non era più quello d’applicare un semplice castigo ma di spingere a collaborare attivamente alla propria punizione affinché la condanna assumesse il senso di una vera correzione, o piuttosto l’ossimoro della correzione come dicevamo all’inizio, cioè il raddrizzamento, la messa in riga attraverso la curvatura dell’individuo.

1/continua

Link
La vera storia del processo di Torino al “nucleo storico” delle Brigate rosse: Caselli sapeva che la giuria popolare venne composta grazie all’intervento del Pci

La tortura in Italia, in pdf il libro del comitato contro l’uso della tortura che nel giugno 1982 rese pubbliche le prime denunce e prove delle sevizie realizzate contro gli arrestati per appartenenza alla lotta armata

Il primo libro che denunciò le torture in corso
Mentre questo volume, uscito nel giugno 1982, veniva diffuso le torture continuavano.
Gli ultimi episodi conosciuti risalgono al novembre 1982

Questo Libro Bianco nasce dall’esigenza di approfondire il dibattito che in questi ultimi mesi si è sviluppato sulla Tortura e il Carcere Speciale. Il Comitato contro l’uso della Tortura «dal ‘FERMO’ al TRATTAMENTO DIFFERENZIATO», che è composto dall’Associazione Giuridica Radicale, dall’Associazione Nazionale Solidarietà Proletari in Carcere, dal Comitato Familiari Proletari Detenuti di Roma, da Radio Proletaria e da numerosi altri compagni romani, e aperto al contributo di ogni compagno, democratico o struttura di base interessato alla ripresa dell’iniziativa sui terreno della denuncia, della controinformazione, della lotta contro la repressione.

COMITATO CONTRO L’USO DELLA TORTURA

Roma, giugno 1982

Clicca qui per scaricare il pdf completo
http://www.ristretti.it/commenti/2012/febbraio/pdf5/tortura_italia.pdf

Dall’Introduzione:

Negli ultimi mesi, ed in particolare dal gennaio-febbraio ’82, sono state sempre più numerose e incalzanti le dettagliate denunce da parte degli arrestati, e dei loro familiari, avvocati, su episodi di torture subite dopo l’arresto all’interno di posti di polizia, se non addirittura in località segrete (appartamenti, pinete, ecc.). Dalle prime notizie raccolte ci e apparso subito chiaro come non si trattasse più soltanto dei tradizionali maltrattamenti riservati da anni agli arrestati che ‘non collaborano’, bensì di un vero e proprio sistema di tortura, condotto con l’uso di mezzi e tecniche sempre più sofisticate, e con l’impiego delle scienze (psichiatria, psicologia, ecc.) nei metodi di coercizione fisica e psicologica, tesi a distruggere la volontà e l’identità dei soggetti sottoposti a tali trattamenti. Il Comitato contro l’uso della tortura e nato prima di tutto per rompere il black-out, cioè quel muro di silenzio complice e di omertà della stampa che copre e protegge l’applicazione di tali feroci pratiche. L’uscita di un primo DOSSIER, presentato a Roma il 2 marzo nel corso di una conferenza stampa, la raccolta ordinata e sistematica degli elementi che man mano provenivano dalle istanze di controinformazione di base, radio e strutture di compagni, familiari di detenuti, avvocati, ecc. hanno contribuito ad imporre l’apertura di un dibattito su quello che stava diventando un fenomeno sempre più vasto: la tortura in Italia. Altra esigenza alla quale abbiamo voluto rispondere e quella di dimostrare come la pratica della tortura nel nostro paese non fosse il frutto dell’iniziativa individuale o delle fantasie sadiche dei singoli poliziotti, ma la prosecuzione di un processo repressivo che ha le sue radici nella progressiva evoluzione in senso sempre più autoritario degli apparati dello Stato. La Legge Reale, le successive leggi speciali, con le quali si legittimano anni e anni di carcerazione preventiva, si rende il ‘sospetto’ valido come ‘prova’, si instaura il fermo di polizia (che rende possibile la scomparsa dei fermati per giorni e giorni, senza possibilità di intervento da parte della difesa), fino alle cosiddette misure segrete varate dal Governo nel gennaio di questo anno, costituiscono la premessa che ha reso possibile il ‘salto di qualità rappresentato dall’uso della tortura nei confronti dei fermati e degli arrestati.

I governi che si sono succeduti negli ultimi anni hanno mostrato tutti una identica volontà di applicare una politica di repressione generalizzata, di procedere verso un progressivo restringimento degli spazi per il dissenso e l’opposizione sociale, giustificando il loro operato con la pretesa necessita della lotta anti-terrorismo, e con l’avallo totale della stampa e dei partiti di opposizione, salvo rare e sporadiche eccezioni.

La realtà dimostra come la legislazione speciale sia servita invece per creare un apparato che fosse in grado di annientare preventivamente ogni forma di opposizione. La complicità diretta in questo progetto e emersa ancora una volta con chiarezza quando, alle prime precise e circostanziate denunce di torture subite, si è risposto, da parte degli organi responsabili e dei mass-media, con un imbarazzato e reticente silenzio, che ha comunque testimoniato delle contraddizioni che l’uso accertato della tortura ha generato all’interno delle istituzioni.

Di fronte alla cinica arroganza di chi dichiara che comunque «ancora non e morto nessuno» si cominciano a delineare le prime crepe in quel muro che fino ad allora era stato compatto. Non tutti sono più disposti a difendere una macchina repressiva che ormai sfugge anche al loro controllo; fino a quando la tortura applicata all’interno delle asettiche mura di un carcere di massima sicurezza non lasciava segni visibili sui corpi di quei soggetti che erano sottoposti a metodi di disorientamento psicologico e di privazione sensoriale (tendenti alla spersonalizzazione), nessuno aveva levato voci di protesta; ora che alla sofisticata esperienza importata dai paesi del Nord Europa si affianca la tecnologia brutale, diretta, tanto in auge nelle dittature dell’America Latina, il fronte non ritrova più la sua compattezza. Perciò il lavoro di controinformazione e le denunce raccolte, vengono riprese e sostenute, in parte, anche da settori politici nuovi a tali problematiche.
Ruolo importante di supporto alle pratiche repressive e sempre stato giocato, anche in questo ultimo periodo, da una stampa ben allineata e sempre attenta ai voleri del Palazzo. Il silenzio totale, o, nelle rare occasioni in cui si parla di tortura, l’uso del dubitativo, servono a preparare le ovvie e scontate risposte del ministro Rognoni alle interrogazioni parlamentari seguite alle prime denunce degli avvocati. E così ci sentiamo dire: «None successo nulla, lo stato democratico combatte la ferocia terroristica con gli strumenti consentiti dall’ordinamento democratico e costituzionale che, per essere efficiente, necessita pero di misure ‘eccezionali’, per far fronte ad una situazione ‘eccezionale’».

È proprio questo concetto di ‘eccezionalità’, di ‘emergenza’ che, sostenuto da tutti a spada tratta, ha permesso ieri lo sviluppo delle leggi e degli ordinamenti speciali e che oggi permette l’uso della tortura. Questo nuovo passaggio del progetto repressivo viene difeso in due modi: da una parte Rognoni e Sica negano tutto e tacciano di fiancheggiamento chiunque parli di tortura, dall’altra, sempre all’interno dello stesso schieramento, si minimizza l’accaduto, sottolineando implicitamente che, se tortura c’e stata, ha riguardato comunque solo pochi brigatisti.
La drammatica realtà che ci troviamo di fronte e invece quella di una applicazione sempre più vasta della tortura, nei suoi molteplici aspetti e gradazioni.
Non si tratta più solo dei pestaggi e dei maltrattamenti generalizzati, da sempre usati nei posti di polizia, ma dell’applicazione scientifica di tecniche nuove per il nostro paese.
La somministrazione di sostanze chimiche non meglio definite e la varietà dei mezzi e degli strumenti usati nel condurre gli interrogatori richiedono una preparazione non casuale e un personale preventivamente addestrato.
È altrettanto chiaro, d’altronde, che nell’introdurre una nuova pratica si usi il criterio della selettività, anche se i casi accertati di tortura sono numerosi, come e dimostrato, oltre che dalle denunce, anche dalle perizie mediche e dai verbali giudiziari di interrogatori, che riportano le lesioni presentate dai detenuti, a volte a distanza di settimane dal trattamento subito.
È da ricordare comunque come il numero delle denunce, peraltro rilevante, non renda sicuramente l’idea della reale dimensione del fenomeno. Tra l’altro, il clima di intimidazione e di paura ha costretto spesso vittime e familiari ad una attenta autocensura.

Invocando la solita ‘eccezionalità’ si torturano, per il momento, quasi esclusivamente, brigatisti o presunti tali, a dimostrazione del fatto che tali mezzi sarebbero usati solo contro questi soggetti. Riteniamo che ciò non sia vero: nel momento in cui l’apparato tortura e pronto, esso potrà essere usato contro ogni forma di antagonismo individuale e collettivo. Comunque, anche un solo caso di tortura, aldilà di considerazioni, non certo irrilevanti, di carattere umanitario, rappresenta (chiunque ne sia la vittima), un fatto gravissimo, ed anche una minaccia concreta contro i sempre più numerosi compagni che vengono quotidianamente inghiottiti dalle operazioni repressive. L’uso della tortura si configura fondamentalmente come un punto di non ritorno (se non riusciremo a sconfiggere tale progetto) di una spirale repressiva sempre più feroce. Con il termine tortura il Comitato non intende soltanto i maltrattamenti e le sevizie subite al momento del fermo o dell’arresto, m anche quella combinazione di elementi del trattamento riservato ai detenuti, quali il completo isolamento, la privazione sensoriale, i cui danni sulla personalità e la soggettività dell’individuo sono spesso irreversibili: per questo, abbiamo definito il Comitato «dal ‘fermo’ al trattamento differenziato».

[…]

Un ulteriore passo avanti verso l’annientamento psicofisico dei detenuti è l’applicazione dell’art. 90 della riforma carceraria del 1975. La legge prevede la sua applicazione nell’eventualità di grosse tensioni all’interno del carcere, ma il potere che esso concede al ministro di Grazia e Giustizia e ai direttori delle carceri, ha fatto sì che esso sia di fatto diventato l’articolo più usato.
Da gennaio, esso è entrato in vigore in tutte le carceri speciali e verso tutti i detenuti differenziati. L’art. 90, in sintesi, non è altro che l’abolizione di tutti i diritti e le conquiste acquisite dai detenuti in anni di battaglie quotidiane e stabilisce che:

– gli incontri coni familiari avvengano esclusivamente attraverso un vetro divisorio antiproiettile, senza quindi nessun contatto fisico, e sotto il costante controllo delle guardie carcerarie che ascoltano, vedono e registrano tutto quello che accade. Tutto ciò nonostante le schifose perquisizioni personali cui sono sottoposti detenuti e familiari;

– anche con gli avvocati il colloquio si svolge con i vetri;

viene così eliminata ogni parvenza di diritto alla difesa;

– non può più essere consegnato ai detenuti alcun genere di cose (alimenti, giornali, libri, ecc.);

– venga razionata la corrispondenza, già super-censurata;

– vengono abolite le telefonate quindicinali alla famiglia. Crediamo che il trattamento differenziato e l’art. 90 non siano semplicemente delle degenerazioni o imbarbarimenti dello stato, ma dei passaggi di un disegno scientificamente preordinato, al fine di distruggere l’identità umana, sociale e politica dei detenuti e di chiunque si oppone dentro e fuori le galere contro questo progetto repressivo. È chiaro quindi che lottare contro la tortura significa anche lottare contro l’art. 90 e il trattamento differenziato. Separare e isolare i singoli elementi significherebbe infatti non comprendere che essi sono dei passaggi di uno stesso processo, che mira alla distruzione di ogni forma di antagonismo e di dissenso.

Quanto detto finora evidenzia, secondo noi, la necessità che il comitato non si limiti ad essere una pura e semplice struttura di servizio, che pur nei fatti si è dimostrata necessaria.
Non basta riuscire a denunciare con tempestività quanto avviene dentro i commissariati o le carceri, o ad inviare commissioni miste composte da medici, avvocati, parlamentari per verificare quanto accade, ma deve assumere connotati politici destinati a durare nel tempo e ad incidere sui terreno dell’intervento intorno al problema politico della tortura, del carcere, della repressione.
La convergenza realizzata dal comitato fra settori più propriamente di classe e alcuni cosiddetti garantisti, non è da intendere nel vecchio e abusato rapporto molto in voga negli anni scorsi e ancora oggi fra alcuni settori di movimento; si tendeva infatti ad utilizzare il settore democratico e garantista solo in determinate occasioni, per poi lasciarlo e riprenderlo a piacimento per questa o quell’altra emergenza. La breve esistenza dei numerosi comitati sorti come risposta ai continui blitz polizieschi e la parzialità del loro intervento dimostra come, pur nell’importanza del lavoro che questi compagni hanno condotto, sia necessario oggi superare tale ristrettezza. La realtà degli ultimi anni ha evidenziato come, se in alcuni casi i comitati hanno compreso e tentato di superare tali limiti, in altri si è verificata una tendenza al settarismo, responsabile di aver introdotto un criterio selettivo nella difesa dei detenuti. Tale logica ha generato un’incapacità di produrre programmi e interventi adeguati alla situazione, oltre all’aver introdotto fra i compagni elementi di divisione, impedendo l’affermarsi di una linea che garantisca la difesa di tutti i detenuti.
Anche chi scambia una concentricità di azione e di alleanze fra settori tra loro non omogenei per democraticismo e istituzionalismo tout court, non comprendendone la necessità oggettiva in questa fase, denota ancora una volta isolamento e velleitarismo politico.

Al di fuori di questa concentricità di forti alleanze politiche e sociali diventa oggi ridicolo, se non impossibile, l’impegno teso a perseguire propri ideali e concezioni politiche.
I pochi garanti della costituzione, esterni alle dinamiche sociali per loro o altrui volontà, farebbero una battaglia di principio, mentre gli oppositori, animati dal desiderio di una società migliore, ma sprezzanti della perdita di ogni minima libertà, si ridurrebbero a sognarla di più.
Noi non ci facciamo illusioni: la voce dei garantisti non potrà compensare il silenzio di ampi settori di massa, oggetto privilegiato della repressione, ma siamo anche convinti che la mobilitazione di questi ultimi non può essere contrapposta ad una funzione di vigilanza e di controllo che il mandato popolare impone ai parlamentari democratici.
Ad alcuni mesi di distanza dalla nascita del Comitato e dalla definizione della sua proposta politica, riteniamo necessario un primo bilancio delle iniziative e dell’attività svolta fino ad oggi.
I diversi gruppi di compagni che, insieme ai familiari dei detenuti, hanno dato vita, nel febbraio dell’82, a questa struttura, individuavano, fin dalla stesura del primo appello, distribuito ad avvocati, medici, parlamentari, e giornalisti per raccogliere le adesioni, come il primo, ma non unico, obiettivo del Comitato, dovesse essere quello della rottura del ferreo black-out esistente intorno agli episodi di tortura e alle condizioni di detenzione nelle carceri italiane. Quindi, rottura del muro di silenzio come primo passo, condizione preliminare per la crescita di un’ampia mobilitazione di massa in grado di porre una barriera forte, decisa e irriducibile contro l’uso della tortura nel nostro paese. La conferenza stampa del Comitato, tenuta a Roma il 2 marzo, nella quale veniva presentato ai numerosi giornalisti intervenuti un primo dossier (con oltre 70 casi di tortura), è stato un momento importante per la rottura della cappa del silenzio.

Per alcuni giorni le sempre più precise e dettagliate denunce di torture, accompagnate dalle perizie mediche che confermavano quanto denunciato, hanno trovato un, seppur parziale, spazio sulla stampa. Quasi ogni giorno ci trovavamo di fronte a nuovi casi di sevizie e di maltrattamenti, di pestaggi nelle carceri; i fermati e gli arrestati scomparivano per giorni e giorni, prima di essere trasferiti nelle carceri, senza che né familiari né avvocati sapessero nulla della loro sorte. Per adempiere ad una funzione di vigilanza e di controllo, oltre che di denuncia, il Comitato si è impegnato nella costituzione di commissioni di medici e parlamentari disponibili ad entrare nelle carceri, per controllare l’integrità psicofisica dei detenuti.
Inoltre, riferendosi ad una analoga iniziativa del Partito Socialista Operaio Spagnolo, (PSOE), il Comitato ha elaborato e presentato ad alcuni parlamentari, una bozza di legge, che prevede l’estensione della facoltà di visita, riservata dall’art. 67 (legge N. 354 del ’75) ad alcune categorie, dalle sole carceri, ad altri luoghi (caserme, questure, ecc.), dove gli arrestati vengono trattenuti per giorni, prima di essere inviati in carcere, e dove maggiormente si verificano episodi di tortura. Ancora oggi però, nonostante l’interesse dimostrato da alcuni, (purtroppo pochissimi) parlamentari, tale progetto di legge non è stato presentato alle Camere, né si sono avuti incontri per discutere tale proposta.

Dopo questo primo periodo di attività del Comitato (in cui si è raggiunto l’importante obiettivo di rottura del black­out), con la seconda (prevedibile) risposta di Rognoni alla Camera, viene di nuovo imposta la censura alla stampa. Il ministro infatti, non solo smentisce che la tortura sia stata decisa dall’alto, o comunque applicata, ma afferma anche che chiunque parli di tortura fiancheggia le Brigate Rosse nella loro campagna, orchestrata per «screditare lo Stato democratico». L’arresto dei giornalisti Buffa (Espresso) e Villoresi (Repubblica), le intimidazioni contro il capitano Ambrosini, se da un lato dimostrano come si voglia impedire che si parli di tortura, dall’altro mettono chiaramente in luce le contraddizioni che l’uso accertato della tortura in Italia genera all’interno delle stesse istituzioni. Intanto, per arrivare ad un primo momento di dibattito e di confronto sulla proposta politica del Comitato, e per rendere concreta e significativa quella convergenza di forze e di interessi imposta dalla realtà, convocavamo a Roma una assemblea cittadina all’Università, con la partecipazione di settori di movimento, familiari di detenuti, parlamentari, medici, avvocati, giornalisti. Dopo un primo pretestuoso divieto, l’assemblea, che si è svolta il 1 aprile, ha visto la partecipazione di 1500 compagni. È stato quindi un momento centrale di dibattito e di pubblica denuncia, e doveva rappresentare l’inizio di una mobilitazione di massa contro la tortura e il trattamento differenziato. Ma, nonostante l’indubbia importanza e positività dell’iniziativa, (nella quale sono intervenuti, oltre alle varie strutture di compagni, anche Adele Faccio, il Prof. Biocca e l’Avv. Mattina), nel periodo successivo il Comitato non è riuscito a dare continuità all’intervento e alla mobilitazione contro la tortura.

Questo breve periodo di silenzio, se da un lato era dovuto a difficoltà del Comitato, dall’altro è stato determinato dai problemi incontrati all’esterno, dalla difficoltà in questa fase di aprire un dibattito e un confronto libero da chiusure e da settarismi aprioristici, fra le varie componenti del movimento antagonista.
Con la pubblicazione di questo libro bianco, e con le iniziative che lo accompagneranno, vogliamo superare il periodo di stasi e di silenzio. Crediamo infatti che il Comitato, non solo non abbia esaurito le sue funzioni, ma debba anzi rafforzare la continuità dell’intervento; sarebbe un grave errore ritenere, nei periodi in cui le denunce di torture sono meno frequenti, che il compito di vigilanza e di denuncia sia esaurito. Non dimenticando che i maltrattamenti e le brutali condizioni di detenzione sono una costante delle carceri del nostro paese, va ricordato anche che la tortura è una conseguenza della legislazione degli ultimi anni. Allentare la vigilanza e il controllo significherebbe quindi lasciare via libera agli strumenti più feroci della repressione.
Abbiamo aperto questo libro anche agli interventi esterni al Comitato, che quindi non necessariamente rispecchiano completamente il nostro punto di vista; riteniamo comunque validi tali contributi, per l’apertura e la circolazione di un dibattito, che necessariamente dovrà trovare la sua espressione in vasti e forti momenti di lotta contro la tortura, le leggi speciali, il trattamento differenziato nelle carceri.

ULTIM’ORA
Stavamo ultimando le bozze quando la magistratura padovana ha spiccato il 29 giugno, cinque mandati di cattura contro altrettanti funzionari del NOCS, di diverse sedi. I reati contestati, dopo un’indagine durata alcuni mesi, vanno dal sequestro di persona all’uso di violenze, confermando quindi, in questa prima ipotesi accusatoria, che la tortura è stata impiegata durante alcuni interrogatori nell’ambito dell’operazione Dozier e che del «fermo» si è fatto largo abuso. Rognoni – ministro degli Interni – in compagnia di Piccoli e altri uomini politici ha subito manifestato la sua preoccupazione e costernazione, dando così, maggior rilievo alle proteste, dettate dallo spirito di corpo, manifestatesi in diverse questure d’Italia.

Perfino il Consiglio Comunale di Roma si è sentito in dovere di esprimersi sull’accaduto in termini analoghi. Sorge spontaneo il paragone con l’atteggiamento assunto dal potere politico, dai mass-media, addirittura da Sandro Pertini, quando altri magistrati, sempre di Padova, firmarono i mandati di cattura che diedero il via all’operazione 7 aprile. Il sostituto procuratore Boraccetti che ha svolto le indagini, dopo le prime denunce inoltrate alla Procura di Padova in una breve dichiarazione alla stampa ha difeso il suo operato specificando che non si è basato soltanto sulla parola di un terrorista condannato a 24 anni, facendo quindi intendere che le perizie svolte e altri elementi testimoniali sostengono la sua accusa. Ha così anche – crediamo – tentato di ribattere alla tesi immediatamente avanzata da tutti i giornali e dagli esponenti più reazionari, secondo cui si gettavano delle ombre sull’«operazione Dozier» prendendo per oro colato la voce di un brigatista.


Per chi volesse ulteriormente approfondire, segnaliamo:

  Il volume di referenza sulla vicenda delle torture pubblicato nell’ambito del progetto memoria da Sensibili alle foglie.
Si tratta fino ad ora del testo più organico che riporta le denunce affiorate al momento della pubblicazione (non tutte quindi),
testimonianze, documentazione giudiziaria, pubblicistica e materiale parlamentare.

  Il volume recente di Nicola Rao che riporta le importanti rivelazioni dell’ex commissario di polizia Salvatore Genova
sulla esistenza di un apparato speciale del ministero dell’Interno dedito alla pratica degli interrogatori sotto tortura,
e l’intervista allo specialista del waterboarding, l’ex funzionario dell’Ucigos Nicola Ciocia, soprannominato professor De Tormentis.

Segnaliamo infine la sezione speciale dedicata alle torture contro i militanti della lotta armata presente in questo blog e in quello di Baruda

L’articolo 18 di Emma Marcegaglia

L’articolo 18 dello statuto dei lavoratori pone dei limiti al licenziamento per ragioni disciplinari stabilendo che la rescissione del contratto di lavoro non può avere carattere discriminatorio diretto e indiretto, cioè in quest’ultimo caso ammantarsi di ragioni che celino nella realtà una volontà di censura dell’attività sindacale, delle opinioni politiche, religiose, culturali, di appartenenza etnica o linguistica o degli orientamenti sessuali del lavoratore, come sancito per altro dallo stesso articolo 3 della Costituzione. Per questo motivo quando il giudice del lavoro ne dovesse accertare la violazione, al datore di lavoro viene imposto il reintegro del dipendente licenziato per ingiusta causa e il risarcimento integrale delle mensilità perdute.
Per Emma Marcegaglia, presidente della Confindustria, l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori serve invece a proteggere ladri e fannulloni. Lo ha detto ieri. Da molti anni il padronato non compie più l’errore, o sarebbe meglio dire che non ha avuto più la forza e la legittimità – grazie alle lotte sociali degli anni 60 e 70 ivi compresa la lorta armata – di liberarsi di un dipendente accusandolo apertamente di avere idee o condotte politiche poco gradite all’azienda.
Chi fa attività sindacale o politica verrà, per esempio, accusato di essere un violento (come è accaduto alla Fiat di Melfi non molto tempo fa e come accadde nel 1979 a Mirafiori con i 61 quadri di lotta licenziati in blocco perché accusati di connivenza con le organizzazioni comuniste armate), di avere infranto le regole aziendali; i rimproveri disciplinari saranno sempre fondati su contestazioni subdole come l’assenteismo, l’errore professionale, la poca diligenza, eccetera. Il fondamento di questo tipo di accuse viene vagliato nel merito dal giudice del lavoro, una volta che il lavoratore presenta ricorso. E’ questo margine interpretativo che padronato, governo e forze sindacali tradizionalmente filo governative, corporative e concertative, vogliono ridurre.
Per dirla in breve, il padronato rivendica mano libera, dominio totale sul posto di lavoro. Incrinando il principio delle tutele antidiscriminatorie potrà disporre come vuole della sua forza-lavoro, resa docile da una gestione terroristica del rapporto di lavoro. E’ questo il nodo della partita in corso: flessibilità totale in uscita, dopo aver reso totalmente flessibile, cioè totalmente precario, il mercato del lavoro in entrata.

C’è un’altro aspetto delle dichiarazioni della signora Marcegaglia contro l’articolo 18 sul quale vale la pena soffermarsi: l’attuale presidente uscente della Confindustria ha parlato a proposito dell’articolo 18 di tutela dei ladri…
Forse è il caso di ricordare alcune vicissitudini non proprio in regola con la legge che hanno visto come protagonista il gruppo Marcegaglia.

Scandalo Enipower
Nel 2007 Mario Perego, un dirigente della società N.E.-C.C.T. (“joint venture” tra gli americani di Nooters Eriksen e la C.C.T. del gruppo Marcegaglia), fu accusato di aver pagato nel 2003 una tangente a un dirigente di Enipower, Lorenzino Marzocchi. Anche Antonio Marcegaglia, fratello di Emma, amministratore delegato della capogruppo e presidente di N.E.-C.C.T., venne indagato per corruzione. Si difese sostenendo di aver autorizzato il pagamento di quella che gli era stata prospettata dal suo manager («in larga autonomia») come una consulenza richiesta da Marzocchi per dar spessore al desiderio della società di essere ammessa nella lista dei fornitori di Enipower. Per l’accusa, invece, quella consulenza sarebbe stata solo la «maschera» legale di una tangente da 1,1 milioni di euro. Alla fine Antonio Marcegaglia preferì uscirne patteggiando una condanna: undici mesi di reclusione (subito sospesa) per lui; 500mila euro di pena pecuniaria e 250 mila di confisca per Marcegaglia spa; 500 mila euro di pena pecuniaria e cinque milioni di confisca per la N.E.-C.C.T.
Come ha scritto Luca Piana sull’Espresso, le indagini milanesi hanno rivelato l’esistenza di numerosi conti “off shore” intestati alla famiglia, sui quali sono transitate negli anni cifre importanti. In pratica, il gruppo non sempre acquistava i materiali necessari per l’attività industriale, ma li comprava da società di trading che riversavano i guadagni su appositi conti cifrati. Rispondendo ai magistrati, Antonio Marcegaglia ha spiegato che il sistema serviva a creare «risorse riservate che, peraltro, abbiamo sempre utilizzato nell’interesse del gruppo, per le sue esigenze non documentabili». Antonio Marcegaglia ha raccontato che nell’agosto 2004 si decise di chiudere il sistema di triangolazioni che ha alimentato i fondi neri. Una parte dei fondi, circa 22 milioni di euro, venne tuttavia trasferita a Singapore.
«La decisione», ha detto Antonio Marcegaglia, «era stata presa da tempo anche per motivi commerciali. Tuttavia non nego che l’inchiesta Enipower abbia impresso un’accelerazione nel timore di un sequestro giudiziario.» Secondo Piana dell'”Espresso”, «nelle motivazioni di diversi trasferimenti di denaro, non mancano pagamenti in nero a collaboratori, professionisti, fornitori italiani».  Emma Marcegaglia accolse favorevolmente lo scudo fiscale voluto da Giulio Tremonti sui patrimoni detenuti all’estero.*

L’appalto berlusconiano del G8 alla Maddalena
Mita Resort è una società attiva soprattutto in Sardegna (nel 2008 ha fatturato 66 milioni di euro, producendone 3,2 di utile) controllata al 50% dalla Gaia Turismo della famiglia Marcegaglia e al 50% dalla Olii Resorts, una spa che appartiene al 72% alla Life & Resorts di Massimo Caputi. Mita, si occupa di costruzione e gestione di immobili turistici la cui proprietà resta di soggetti terzi.
All’inizio del 2009 il Governo Berlusconi affida a Mita Resort l’appalto per la costruzione e la gestione di una nuova area turistica in Sardegna, di fronte all’Arsenale dell’isola di La Maddalena, proprio davanti a Caprera e a Santo Stefano. Lo scopo iniziale è di riqualificare l’area in preparazione del G8, che doveva tenersi in loco. Gli investimenti dello Stato in questa operazione immobiliare sono stati pari a circa 210 milioni di euro. Come scrive Fabrizio Gatti sull’Espresso, fra il primo maggio e il 20 giugno 2009 la Mita Resort avrebbe dovuto completare e arredare le 95 stanze dell’albergo destinato a Barack Obama e alla sua delegazione, assumere e formare il personale, gestire l’hotel secondo uno standard di cinque stelle lusso, attrezzare il porto turistico. Inoltre, la Mita Resort avrebbe dovuto versare 41 milioni di euro una tantum allo Stato, e un affitto di 600 mila euro all’anno alla regione Sardegna. In cambio, la società avrebbe ottenuto la concessione per costruire e gestire un’area di 155 mila metri quadrati nella parte più ricca della Sardegna, edificando un hotel di lusso, un centro delegati da 10 mila metri quadrati progettato per esser poi trasformato in sala conferenze o centro commerciale, ulteriori aree coperte per 16 mila metri quadrati di estensione, 30 mila metri quadrati di verde, un porto turistico.All’ultimo momento si decide di trasferire il G8 in Abruzzo per catalizzare l’attenzione mondiale sulla tragedia del terremoto.
In questo modo, si determina una sorta di «perdita» per Mita Resort, che non può utilizzare l’evento per promuovere l’area turistica. Come «risarcimento» Mita ottiene la conferma delle medesime condizioni, e il prolungamento della concessione da 30 a 40 anni. «Così Mita Resort incasserà due volte», scrive Gatti, «dal prolungamento del periodo di gestione e dal risparmio per la cancellazione del vertice.» In pratica, a fronte di un esborso pubblico pari a 210 milioni di euro, Mita Resort investe 65 milioni di euro (41 milioni di una tantum + 600 mila euro per 40 anni) per avere in affitto l’area per 40 anni. A conti fatti, si tratta di un canone di locazione annuale di 10 euro al metro quadrato per una delle aree migliori della Costa Smeralda. Un ottimo affare per Mita Resort, «uno schiaffo ai contribuenti» secondo Gatti.
L’ottimo affare della presidente di Confindustria viene sottolineato da Silvio Berlusconi stesso, quando, nel giugno 2009, interviene al convegno dei giovani imprenditori di Santa Margherita Ligure: «Abbiamo ultimato i lavori di rilancio della Maddalena, lavori affidati al gruppo Marcegaglia», dice il presidente del Consiglio di fronte alla platea confindustriale e a tutte le televisioni, sottolineando una seconda volta: «lavori affidati al gruppo Marcegaglia». Chi doveva capire ha capito.*


* Fonte: Filippo Astone, Il Partito dei padroni. Come Confindustria e la casta economica comandano in Italia, Longanesi, Milano 2010

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Mani (ri)pulite dal sangue: chi era Francesco Saverio Borrelli, capo del pool di Milano che indagò su Tangentopoli

Molto spesso sono i dettagli che riassumono l’insieme. Per esempio nelle biografie. Prendiamo quella di Francesco Saverio Borrelli, capo del pool di Milano che all’inizio degli anni Novanta avviò e condusse le più importanti inchieste denominate “Mani pulite”.

Nato a Napoli nel 1930, erede di una dinastia di magistrati (figlio e ipote) che hanno traversato senza problemi monarchia, fascismo e repubblica, Francesco Saverio in linea con le sue origini alto borghesi non ha mai tradito il conformismo omologato e la lunga tradizione cattolico-conservatrice della famiglia. Dal 1992 al 1998 è stato capo della Procura di Milano, in seguito diventa procuratore generale della Corte d’appello sempre nella capitale lombarda dove ha costruito la sua carriera. Prima di guidare il pool di Mani pulite, che lo consegnò alla celebrità facendogli anche balenare l’idea di arrivare in quel frangente a prendere la guida del Paese, si era occupato di giustizia civile, in Pretura poi in Tribunale dove era diventato uno specialista di fallimenti e diritto industriale, per approdare infine in Corte d’Appello. Una volta disse che se il capo dello Stato avesse chiamato i membri del pool per prendere parte ad una compagine di governo di salute pubblica, loro si sarebbero fatti trovare pronti. Solo che poi il più lesto fu soltanto Antonio Di Pietro, costretto, quasi obbligato, a lasciare la magistratura a causa dei molti scheletri nascosti nell’armadio del suo ufficio. Passato al Penale, dal 1975 al 1982 fu presidente di corte d’Assise negli anni più caldi dell’insorgenza sociale.

C’è un episodio che lega la carriera di Francesco Saverio Borrelli ai fatti di quegli anni:

Il 16 aprile 1975 migliaia di persone sfilano per le vie di Milano manifestando per il diritto alla casa. L’iniziativa è organizzata da alcuni gruppi dell’estrema sinistra e dai movimenti di lotta per la casa. Al ritorno dal corteo alcuni gruppi di manifestanti incrociano dei militanti di estrema destra. Nella zona di piazza Cavour ci sono degli scontri nel corso dei quali Antonio Bragion, di Avanguardia nazionale, vistosi accerchiato estrae la pistola e spara uccidendo il diciassettenne Claudio Varalli, studente di un istituto tecnico e aderente al Movimento dei Lavortori per il socialismo.


Il giorno successivo un corteo furioso che raccoglie tutti i gruppi politici e i movimenti della sinistra extraparlamentare si dirige minaccioso verso la federazione del Movimento sociale situata in via Mancini, difesa da manipoli di militanti fascisti  e schieramenti di polizia. Giunge improvvisa una carica di gipponi e autocarri dei carabinieri che danno vita a pericolosi caroselli, anche sui marciapiedi, per disperdere la folla. Su corso XXII marzo uno di questi automezzi, un Fiat CM 52 con alla guida il carabiniere Sergio Chiarieri, salito appositamente sul marciapiede per inseguire i manifestanti che vi si erano rifuggiati per sfuggire al rischio di essere investiti, sterza improvvisamente e travolge in pieno, schiacciandogli il cranio, Giannino Zibecchi, studente diciottenne del Coordinamento dei comitati antifascisti.

Il 28 novembre 1980 una sentenza del tribunale di Milano, presieduto da Francesco Saverio Borrelli (estensore delle motivazioni), assolverà il carabiniere Chiarieri per «insufficienza di prove» nonostante «la manovra non giustificata dalla situazione di fatto e prevedibilmente pericolosa per l’incolumità di quanti si trovavano in corso XXII Marzo».

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Tangentopoli, «la finta rivoluzione compie vent’anni»

L’intervista – Sono passati vent’anni dall’arresto di Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio di Milano, che diede il via a Mani Pulite. Tangentopoli «fu una falsa rivoluzione. Quella vera la può fare solo la politica, i processi penali non trasformano la società. E ad alimentare questo falso mito contribuì la stampa», secondo il cronista giudiziario Frank Cimini, uno dei giornalisti che più da vicino ha vissuto gli anni di Mani Pulite

Manuela D’Alessandro
17 febbraio 2012
Fonte: http://www.linkiesta.it/mani-pulite-tangentopoli

 

Non lo dice adesso che sono passati vent’anni e una revisione critica di quei fatti appare fisiologica, prima che doverosa. Lo scriveva, unico, già allora, quando i giornalisti erano i “cantori” del pool di toghe milanesi guidato da Antonio Di Pietro. «Tangentopoli è una falsa rivoluzione e i magistrati finti eroi che volevano accrescere il potere della loro casta». Sotto la barba ispida e nera e lo sguardo acuto di Frank Cimini sono passati trent’anni di cronaca giudiziaria milanese. Tra i capitoli più turbolenti, “Mani Pulite”.
Cimini fu il primo a prendersi una querela dai magistrati che indagavano sulla corruzione. «Il pool mi chiese 400 milioni per un articolo pubblicato nel 1993 sul Il Mattino intitolato “Latitante, ripassi domani” in cui spiegavo che i pubblici ministeri non volevano interrogare un manager della Fiat perché temevano raccontasse le tangenti all’ombra dell’azienda torinese, verso la quale la Procura mantenne sempre un trattamento di favore. Persi in primo grado, ma vinsi in appello». Per Cimini ci sarebbe un “epitaffio” efficace in grado di commemorare Tangentopoli. «L’unico modo serio e paradossale di celebrare quest’anniversario sarebbe apporre una targa con incise le parole intercettate dal Gico della Guardia di Finanza al banchiere Francesco Pacini Battaglia: “A me Di Pietro e Lucibello mi hanno sbancato, si pagò per uscire da Mani Pulite”».

Perché proprio quelle parole per ricordare un fenomeno complesso come Tangentopoli?
Mani Pulite è caratterizzata da una serie di imputati, tra i quali lo stesso Pacini Battaglia, Prada, Redaelli, che erano difesi dall’avvocato Giuseppe Lucibello, intimo amico di Di Pietro. Nell’ intercettazione si faceva riferimento all’unica disastrosa operazione finanziaria compiuta da Pacini Battaglia a vantaggio del costruttore Antonio D’Adamo, che a Di Pietro aveva regalato un cellulare e una macchina.

Di Pietro venne però assolto per quella vicenda dopo essere stato indagato dalla Procura di Brescia per concussione.
Fu prosciolto perché l’Anm, per la prima e unica volta nella sua storia, si schierò con un indagato, ed era Di Pietro, che non si poteva toccare. Al di là dell’esito giudiziario, ci sono dei fatti storici che lo stesso pubblico ministero non ha mai smentito: il prestito di 100 milioni di lire ricevuto da Giancarlo Gorrini e poi restituito dal magistrato in una scatola delle scarpe, il figlio del magistrato che lavorava per lo stesso Gorrini, i vestiti che Di Pietro comprava in una boutique di Porta Venezia e il costruttore D’Adamo pagava. Questo era l’uomo simbolo di Mani Pulite.

Da dove arriva quella che lei inquadra come l’onnipotenza di Di Pietro e dei magistrati che lo affiancavano? Come nasce Mani Pulite?

Mani Pulite è potuta scoppiare per un’anomalia tutta italiana. I partiti si erano molto indeboliti perché avevano delegato completamente alla magistratura la soluzione della vera emergenza di quegli anni, il terrorismo. La magistratura acquistò un enorme credito verso i politici che, in quegli anni, si erano dimostrati incapaci di dare una risposta agli “anni di piombo” ed erano impegnati a ingrassare alle spalle degli imprenditori.

Ma prima del 1992 la politica non era corrotta? E perché la magistratura non perseguiva i politici corrotti?
Prima del 1992 le notizie di reato c’erano, eccome, ma si faceva finta di niente per due ragioni. La prima era di politica internazionale. Fino al 1989, anno della caduta del muro di Berlino, le forze politiche italiane costituivano un blocco molto unito, impossibile da scalfire. La seconda era quella a cui accennavo prima: la politica era un potere forte che s’indebolì in seguito all’incapacità di trovare una soluzione politica per la madre di tutte le emergenze, il terrorismo. Certamente è innegabile che la politica “facilitò” il lavoro della magistratura perché era largamente corrotta.

Nella sua azione contro la corruzione, la magistratura usò metodi oggi riconosciuti da molti come non rispettosi della Costituzione. È d’accordo?

È vero. Il pool fece violenza sulla Costituzione. Mi ricordo quei magistrati andare in televisione e parlare senza contraddittorio, da eroi intoccabili. Si verificò, inoltre, un uso spropositato della custodia cautelare, e si registrarono tanti episodi di arroganza e mancanza di umanità. Uno su tutti: quando Borrelli negò all’indagato Pillitteri di andare ai funerali del cognato Bettino Craxi nel 2000.

Il comportamento dei magistrati è colpevole anche nella rilettura di alcuni suicidi di detenuti eccellenti?
Raul Gardini, che si tolse la vita, fu trattato come un delinquente. Chiese di poter essere interrogato, ma non gli venne concesso. A differenza di quanto accadde per Romiti e De Benedetti che ebbero questa opportunità. Cusani, che non aveva incarichi in Montedison, fu condannato al doppio della pena rispetto a Carlo Sama, dotato di poteri a lui ben superiori, perché non collaborò. Nacque in quegli anni l’idea di premiare chi collaborava coi magistrati. Alcuni indagati che non collaborarono arrivarono a togliersi la vita.

Perché la magistratura esercitò quelli che definisce abusi di potere?

Perché, a parte Di Pietro, che agiva per sua vanità e tornaconto personale, gli altri volevano accrescere il potere della casta, arrivare a governare il paese. Tanto che Borrelli, a un certo punto, disse: “Se il Presidente della Repubblica ci chiama per governare, noi dobbiamo andare”. Nella sua opera fu aiutata anche dagli avvocati che, pur di ottenere le parcelle milionarie, si vendevano alla Procura i loro assistiti. Tanti di questi legali poi sono diventati garantisti, ma allora funzionava così, quello era il clima.

Prima ha detto che alcuni imprenditori furono salvati. Chi erano e perché gli si risparmiò l’umiliazione del carcere?
Cominciamo dalla Fiat, che era intoccabile. Andò così. Agnelli, che allora non aveva poteri formali all’interno dell’azienda, disse: “Dobbiamo uscirne”. Allora Romiti si presentò a Di Pietro e, in un memoriale, elencò le tangenti che la Fiat aveva pagato, ma, come poi emergerà da altre indagini, quello rappresentò l’inquinamento probatorio più clamoroso di Mani Pulite perché erano più le tangenti nascoste da Romiti che quelle rivelate. Nei giorni seguenti, si svolse una riunione negli uffici di Borrelli, a cui partecipò anche l’avvocato Giandomenico Pisapia, il papà di Giuliano, legale dell’azienda, e dal quel momento le indagini si fermarono. La stessa cosa accadde per De Benedetti, che presentò un memoriale in cui ometteva molte cose, ma si salvò.

Parte della vulgata su Tangentopoli, alimentata anche da una lettura degli eventi di Berlusconi, racconta che le “toghe rosse” risparmiarono il Pci-Pds. Come andò?
Questa delle “toghe rosse” è una becera leggenda berlusconiana. La verità è che i magistrati e in particolare Borrelli, uomo molto intelligente, sapeva che se si fosse indagato su tutte le forze politiche il Parlamento si sarebbe compattato contro la magistratura, avrebbe votato l’amnistia e i pm sarebbero andati a casa. L’unica che provò a indagare fu Tiziana Parenti ma tutto il pool la bloccò e chiese al gip l’archiviazione per Marcello Stefanini, il tesoriere diessino. Il gip si oppose all’archiviazione e invitò i pm a indagare sui rapporti tra Greganti e i vertici del partito, ma loro non fecero nulla.

Siamo a un bilancio. Quali sono stati gli esiti di Tangentopoli?
Fu una falsa rivoluzione. Quella vera la può fare solo la politica, i processi penali non trasformano la società. Ad alimentare questo falso mito contribuì la stampa perché gli editori erano sotto schiaffo del pool. In Italia nessuno ha dei bilanci puliti e venne sancito un patto tra editori e magistrati. Noi vi sosteniamo mediaticamente, voi ci salvate. Fino all’avviso di garanzia a Berlusconi, che cambiò le cose perché i suoi giornali si rivoltarono contro il pool, ero la sola voce critica in Procura. Litigavo spesso con D’Ambrosio, che pure stimavo.

Oggi Gherardo Colombo va nelle scuole e predica che va cambiata la società civile attraverso un’assimilazione delle regole. Ma anche allora la società civile sembrava pervasa da un moralismo anti – corruzione. 

La società civile non esiste ora e non esisteva allora. Il popolo si entusiasmò per il regicidio , ma poi ogni italiano, quando può, se ne frega e non paga le tasse. In Italia non c’è cultura delle regole. A Colombo, che ha scritto un libro intitolato “Farla Franca: la legge è uguale per tutti?”, io dico: l’hanno fatta franca gli imprenditori perché la magistratura li ha salvati; l’ha fatta franca Di Pietro perché per molto meno altri sono andati in galera. I magistrati facciano i magistrati, non hanno credibilità per dare lezioni di morale a nessuno.

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L’Italia tortura

Mauro Palma*
il manifesto, 18 Febbraio 2012

Quando nell’aprile 2005 le Nazioni unite decisero di istituire uno speciale Rapporteur con il compito di proteggere i diritti umani nella lotta contro il terrorismo internazionale, gli stati europei salutarono positivamente un elemento ulteriore di analisi che si affiancava agli strumenti di controllo già da tempo in vigore, in particolare attraverso l’azione del Comitato per la prevenzione della tortura. Si riaffermò così il principio che nessuna situazione d’eccezione può far derogare dal divieto assoluto di ricorrere alla tortura: inaccettabile sul piano della comune percezione di civiltà giuridica, inammissibile nella simmetria che stabiliscono tra azione dello stato di diritto e pratiche delle organizzazioni criminali, foriera di gravi distorsioni dell’azione di giustizia, tale è la forza verso l’adesione a qualsiasi ipotesi dell’accusa che la sofferenza determina.
Il divieto assoluto era già del resto in convenzioni e patti internazionali su cui i paesi democratici hanno ricostruito la propria legalità ordinamentale dopo le tragedie della prima metà del secolo scorso. L’Italia, spesso inadempiente sul piano degli impegni conseguenti, quali per esempio la previsione dello specifico reato di tortura, ha sempre dichiarato la sua ferma adesione ai principi in essi contenuti. Eppure, solo negli ultimi quindici giorni sono emersi ben tre casi – diversi nel tempo e nella specificità dei corpi di forze dell’ordine che hanno operato – che fanno capire tale distanza.

Asti, 2012
Ad Asti, il tribunale ha emesso il 30 gennaio una sentenza in cui, qualificando i maltrattamenti inferti da agenti della polizia penitenziaria nei confronti di due detenuti come «abuso di autorità contro arrestati e detenuti» ha dichiarato prescritto il reato. L’esito non stupisce perché non è il primo in tale direzione; colpisce però la chiarezza con cui il giudice scrive nella sentenza che «i fatti in esame potrebbero agevolmente essere qualificati come tortura» (risparmio ai lettori la descrizione puntuale dei maltrattamenti subiti dai detenuti), ma che il reato non è previsto nel codice e, quindi, il tribunale non può che far ricorso ad altre inadeguate tipologie di reato. Nessun dubbio, quindi, sugli atti commessi e provati in processo, peraltro confermati da intercettazioni di chiacchierate telefoniche tra gli imputati. Ad Asti la tortura è avvenuta, ma non è perseguibile adeguatamente

Calabria, 1976
Dall’altro capo della penisola, in Calabria, la Corte d’Appello tre giorni fa ha assolto, in un processo di revisione, Giuseppe Gulotta dopo ventidue anni di carcere, trascorsi sulla base di un processo centrato sulla testimonianza di un presunto correo, che aveva portato all’incriminazione anche di altri due giovani. Il fatto era del lontano gennaio 1976, Gulotta aveva allora 18 anni, e il processo ha avuto la revisione solo perché un ex brigadiere dei carabinieri, all’epoca in servizio al reparto antiterrorismo di Napoli, ha raccontato quattro anni fa che la testimonianza era stata estorta con tortura. E con torture erano state estorte anche le confessioni dello stesso Gulotta: il sistema doveva essere stato ben convincente (lo stesso ex brigadiere li definisce «metodi persuasivi eccessivi») ed era maturato all’interno dell’Arma nel tentativo d’incastrare esponenti della sinistra – si diceva allora extraparlamentare – nella morte di due carabinieri. La vicenda ha avuto anche un altro esito inquietante: perché il presunto correo, che aveva poi cercato di scagionare gli accusati, venne trovato impiccato in cella in una situazione che definire opaca vuol dire eufemizzare; gli altri due accusati nel frattempo erano riusciti a riparare in Brasile.

Il caso «De Tormentis», 1978
Mercoledì scorso, la ricerca di scavare in casi non risolti che viene condotta da Chi l’ha visto? ha portato nella calma atmosfera serale delle famiglie la drammatica e torbida vicenda di gruppi speciali che operavano gli interrogatori verso la fine degli anni Settanta di appartenenti o simpatizzanti della lotta armata. Enrico Triaca ha raccontato la sua storia e le torture subite nel maggio 1978, dopo il suo arresto in una tipografia romana come fiancheggiatore delle Br: le torture vennero inflitte non da un agitato poliziotto a cui la situazione sfuggì di controllo ma da un gruppetto all’uopo predisposto, coordinato da questo signore delle tenebre che veniva nominato con il nickname «De tormentis», osceno come il suo operare.
Triaca, sparito per una ventina di giorni dopo il suo arresto, aveva denunciato immediatamente le torture subite, ma il giorno successivo alla denuncia aveva ricevuto il mandato di cattura per calunnia – l’allora capo dell’ufficio istruzione Achille Gallucci era un tipo veloce – e la conseguente condanna. Sarebbe una bella occasione la riapertura del processo per calunnia, ora che si sa chi si cela dietro quel nickname. Si sa che questi si definisce un nobile servo dello stato, che non nega ma inserisce il tutto in una sorta di necessitata situazione. Egli, sia pure con qualche successivo passo indietro, conferma. Così come già qualche anno fa un altro superpoliziotto, Salvatore Genova, in un’intervista al Secolo XIX, aveva confermato che torture erano state inflitte alle persone arrestate nell’ambito dell’indagine sul sequestro Dozier, operato in Veneto dalle Br qualche anno dopo. Allora Genova era stato indicato come oggetto di calunnia, qualcuno (il Partito Socialdemocratico, strano esito dei nomi) gli aveva dato l’immediato salvacondotto della candidatura in Parlamento, e anche se in quel caso un’inchiesta aveva, contrariamente al solito, accertato fatti e responsabilità, nessuno aveva pagato; anche perché il reato che non c’è oggi non c’era ovviamente neppure allora. Ma, il tutto era stato sempre riportato al caso isolato, alla sbavatura in un contesto in cui si affermava e si ripeteva che la lotta armata era stata affrontata e sconfitta senza mai debordare dal binario del rigoroso rispetto della legalità.
Questo riandare indietro di qualche anno, dal caso Dozier al caso Moro, e ritrovare stesse pratiche, stessi nomi, un gruppetto all’uopo utilizzato – «prestato» alla bisogna da Napoli al nord – ben noto a chi aveva allora alte responsabilità, dà un’altra luce al tutto.

La tortura è una pratica «sistemica»
Del resto i tre fatti riportati, proprio perché hanno diverse determinazioni di territorio, di tempi in cui sono avvenute, di corpi che hanno operato, forniscono uno scenario inquietante nel rapporto che il nostro paese ha con la tortura: chi ha pratica di ricerca scientifica o sociale sa che l’ampiezza di più parametri fa passare la valutazione di quanto osservato da «episodico» a «sistemico» e cambia quindi la modalità con cui valutare il fenomeno. Interroga per esempio, in questo caso, sulle culture formative di chi opera in nome dello stato, sulle coperture che vengono offerte, sull’assenza infine, da parte delle forze politiche e culturali del paese, di una riflessione più ampia su come questi fatti siano indicatori della qualità della democrazia.
L’atteggiamento della loro negazione o della loro riduzione a fatti marginali è di fatto complice del loro perpetuarsi e dell’affermarsi implicito di un principio autoritario come costruttore dell’aggregato sociale a totale detrimento dello stato di diritto.
Per questo va rifiutata l’impostazione che da sempre alcuni politici e alcuni procuratori hanno avuto nell’affermare senza velo di dubbio che l’Italia, anche in anni drammatici, non ha operato alcuna rottura della legalità: per questo già trent’anni fa alcuni di noi – penso all’esperienza della rivista Antigone che uscì come supplemento a questo giornale – avviarono una serrata critica alla logica e alla cultura, oltre che alle pratiche, di quella che allora era definita «legislazione d’emergenza».
Spataro, Battisti e la magistratura
Anche recentemente – esattamente un anno fa, il 19 febbraio, in occasione del dibattito attorno alla estradibilità di Battisti – il procuratore Spataro si fece carico di riaffermare su queste pagine che «l’Italia non ha conosciuto derive antidemocratiche nella lotta al terrorismo» e che «è falso che l’Italia e il suo sistema giudiziario non siano stati in grado di garantire i diritti delle persone accusate di terrorismo negli anni di piombo». Oggi, credo, che tali asserzioni, figlie della negazione della politicità del fenomeno di allora, debbano essere riviste.
Perché non è possibile che ciò che avveniva e avviene nel segreto non sia noto a chi poi interroga un fermato o lo visita in cella. Non era possibile allora e non è possibile nei casi di maltrattamento di oggi.
Il tribunale di Asti, per esempio, è severo con il direttore di quel carcere, le cui dichiarazioni sono definite a tratti «inverosimili». E il magistrato che raccolse le testimonianze accusatrici di Gulotta come indagò sulle modalità con cui esse erano state ottenute? Così come i magistrati che videro Triaca e ascoltarono le sue affermazioni, non appena ricomparso dai giorni opachi, quale azione svolsero per comprenderne la fondatezza?
La responsabilità, almeno in senso lato, non è solo di chi opera, ma anche di chi non vede e ancor più di chi non vuole vedere. Perché la negazione dell’esistenza di un problema non aiuta certamente a rimuovere ciò che lo ha determinato e apre inoltre la possibilità di mettere sotto una luce sinistra ogni altra operazione, anche quelle di chi – fortunatamente la larga maggioranza – ha agito e agisce nella piena correttezza.
In un articolo di ieri su Repubblica, Adriano Sofri ricordava come molte di queste storie fossero note, almeno sfogliando i rapporti per esempio di Amnesty o anche le stesse denunce avvenute in Parlamento. È vero, ma credo che tra un «io so» detto secondo la pasoliniana memoria e una esibita dichiarazione da parte di chi in tal senso operò, ci sia una distinzione sostanziale: una distinzione tale da rendere inaccettabile il silenzio o il perdurare in una logica che nulla è accaduto e nulla accada.
Oggi il continuare a negare il problema non aiuta a chiudere il passato in modo politicamente ed eticamente accettabile e utile, né a capire quali antidoti assumere per il suo non perpetuarsi.

* Fino allo scorso dicembre presidende del comitato europeo contro la tortura

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Torture contro i militanti della lotta armata


PierVittorio Buffa: “La tortura c’era”

Adriano Sofri, l’uso della tortura negli anni di piombo
«Che delusione professore!». Una lettera di Enrico Triaca a Nicola Ciocia-professor De Tormentis
Rai tre Chi l’ha visto? Le torture di Stato

Nicola Ciocia, Alias De Tormentis risponde al Corriere del Mezzogiorno 1
Torture, anche il Corriere della sera fa il nome di De Tormentis si tratta di Nicola Ciocia
Nicola Ciocia, alias De Tormentis, è venuto il momento di farti avanti
Cosa accomuna Marcello Basili, pentito della lotta armata e oggi docente universitario a Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, ex funzionario Ucigos torturatore di brigatisti
Triaca:“Dopo la tortura, l’inferno del carcere – 2
Un’antica ricetta per la memoria condivisa

Enrico Triaca; “De Tormentis mi ha torturato così” – 1

1982 la magistratura arresta i giornalisti che fanno parlare i testimoni delle torture
Novembre 1982: Sandro Padula torturato con lo stesso modus operandi della squadretta diretta da “de tormentis”
Anche il professor De Tormentis era tra i torturatori di Alberto Buonoconto
Caro professor De Tormentis, Enrico Triaca che hai torturato nel 1978 ti manda a dire
Le torture ai militanti Br arrivano in parlamento
Nicola Ciocia, alias “De Tormentis” è venuto il momento di farti avanti
Torture: Ennio Di Rocco, processo verbale 11 gennaio 1982. Interrogatorio davanti al pm Domenico Sica
Le torture della Repubblica 2,  2 gennaio 1982: il metodo de tormentis atto secondo
Le torture della Repubblica 1/, maggio 1978: il metodo de tormentis atto primo

Torture contro le Brigate rosse: il metodo “de tormentis”
Torture contro le Brigate rosse: chi è De Tormentis? Chi diede il via libera alle torture?
Parla il capo dei cinque dell’ave maria: “Torture contro i Br per il bene dell’Italia”
Quella squadra speciale contro i brigatisti: waterboarding all’italiana
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Miguel Gotor diventa negazionista sulle torture e lo stato di eccezione giudiziario praticato dallo stato per fronteggiare la lotta armata
Miguel Gotor risponde alle critiche
Il penalista Lovatini: “Anche le donne delle Br sottoposte ad abusi e violenze”
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Tortura: quell’orrore quotidiano che l’Italia non riconosce come reato
Salvatore Genova, che liberò Dozier, racconta le torture ai brigatisti
1982, dopo l’arresto i militanti della lotta armata vengono torturati

Proletari armati per il comunismo, una inchiesta a suon di torture
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Pianosa, l’isola carcere dei pestaggi, luogo di sadismo contro i detenuti

Nicola Ciocia-De Tormentis: Francesca Pilla del “manifesto”, da che parte stai?

Sul manifesto di ieri, 17 febbraio, in apertura di pagina 8 è apparso un’articolo della corrispondente da Napoli Francesca Pilla dedicato a Nicola Ciocia, alias al professor De Tormentis, dal titolo «il dr. De Tormentis ha un nome» che i lettori di questo blog conoscono molto bene. Sorpreso dal reiterato silenzio su questa vicenda dell’unico giornale della sinistra comunista, radicale (le anime sono tante, non sto a soffermarmi) rimasto in edicola dopo la sopensione delle pubblicazioni di Liberazione, che sulla questione era intervenuta per ben due volte a dicembre, la scorsa settimana avevo chiamato più volte alcuni redattori per sollecitare la loro attenzione. Oltre a non aver recensito l’apparizione del libro di Nicola Rao, Colpo Al cuore, Sperling&Kupfner, che raccoglie la testimonianza dello stesso Ciocia, sotto copertura dello pseudonimo De Tormentis, e di Salvatore Genova, l’altro funzionario che racconta la stagione delle torture ordinate dal governo, il manifesto aveva mancato di riprendere l’argomento anche dopo la puntata di Chi l’ha visto? e l’uscita dell’articolo del Corriere della sera che rompeva il muro di silenzio dei grandi quotidiani nazionali divulgando il nome anagrafico di De Tormentis, già accessibile da diverso tempo su questo blog e quello di Baruda.
Alla fine, addirittura ad un giorno di distanza l’uno dall’altro, forse anche grazie all’effetto d’accredito (se fosse così ci sarebbe molto da pensare) prodotto dall’intervento di Sofri su Repubblica, sono usciti due articoli: quello di Francesca Pilla e il contributo importante di Mauro Palma, presidente fino allo scorso dicembre del Comitato europeo per la prevenzione e contro l’uso della tortura. Un’ente che ha poteri di sindacato ispettivo su mandato dell’Unione europea.

Nonostante l’attività di documentazione sulle torture contro i militanti della lotta armata svolta da questo blog, che accompagna quella d’inchiesta e riflessione, tra i post in archivio non troverete l’articolo di Pilla. Chi vuole può andarselo a leggere sul sito del manifesto. La ragione? Il pezzo di cronaca è una rimasticatura dei pezzi usciti sul Corriere della sera e sul Corriere del Mezzogiorno. Dal manifesto ci si aspettava qualcosa di più, anche perché in rete c’è già molto materiale. Ma non stiamo qui a fare le bucce. Il vero problema è un’altro: Francesca Pilla conclude il suo articolo con un bizzarro interrogativo il cui succo è: ma perché Salvatore Genova, che è stato accusato di aver partecipato alle torture di Di Lenardo (e si salvò grazie all’immunità parlamentare ottenuta con l’elezione in parlamento tra le file del partito del piduista Pietro Longo), accusa Ciocia solo ora che i fatti sono prescritti? Insomma cosa c’è dietro di losco?
Cito:
«Ma perché ora dovrebbe accusare proprio Ciocia (e non solo) e dopo più di trent’anni, quando quei reati non sono nemmeno perseguibili in quanto ormai prescritti? Di regola – conclude la giornalista – non si dovrebbe mai terminare un articolo con punto di domanda, ma purtroppo su questa faccenda sono ancora tanti i silenzi e le responsabilità da accertare»
.

Cara Francesca, questa domanda la potevi rivolgere direttamente a Salvatore Genova. La cultura giustizialista ha roso l’anima della Sinistra, gli ha mangiato il cervello. Tutta questa premura per il professor De Tormentis-Nicola Ciocia sorprende e guarda caso ricalca le parole dei pm napoletani, gli immacolati Libero Mancuso, Lucio Di Pietro, Felice Di Persia e Diego Marmo, che hanno subito fatto quadrato attorno al suo operato. Istillare il dubbio, far balenare il sospetto sulla presenza di chissà quali dietrologiche ragioni… serve in questo caso solo a screditare testimonianze imbarazzanti. E’ una vecchia tecnica e Francesca Pilla ci casca con tutte le scarpe, anzi i tacchi. Invece di chedersi perché i magistrati napoletani difendano il loro collaboratore prediletto Nicola Ciocia – che gli portava le confessioni degli arrestati su un piatto d’argento sciacquato con acqua e sale senza che loro, mai e poi mai, avessero percepito la benché minima irregolarità – con tanto fervore malgrado le evidenze, le ammissioni stesse di Ciocia che si è accusato da solo quando ha detto di aver torturato Enrico Triaca, quando sotto l’eteronimo di De Tormentis ha seminato una infinità di dettagli sulla sua persona e carriera? Non pensi che forse la latrina della Repubblica che si sta scoperchiando, il fetore purulento che emana stia infastidendo se non preoccupando qualcuno?

A raccontare delle torture furono già nel 1982 Gianni Trifirò, sovrintendente di polizia e il capitano Riccardo Ambrosini che riferirono a PierVittorio Buffa dell’Espresso e Luca Villoresi di Republlica. Salvatore Genova iniziò a farlo pubblicamente nel 2007, ben cinque anni fa, a ridosso dei processi per i fatti della Diaz e di Bolzaneto dopo la testimonianza del funzionario di polizia Michelangelo Fournier che parlò di «macelleria messicana». Leggete questa intervista e capirete le dinamiche psicologiche da lui ribadite anche nell’intervista rilasciata a Chi l’ha visto? E probabile che la prescrizione penale dei fatti-reato raccontati l’abbia anche sollevato dal timore di suscitare guai giudiziari ai suoi colleghi. E’ noto che l’ipoteca penale sia il più grande viatico alla sepoltura della verità, per questo lo Stato italiano ha sempre avuto paura di un’amnistia sugli anni 70 perché in questo modo poteva mantenere il monopolio della verità.

Detta in modo brutale: Salvatore Genova fa capire di non voler passare alla storia come l’unico funzionario macchiato dall’infamia di essere stato un torturatore. Vuole condividere questa responsabilità con chi insieme a lui partecipò anche con gradi gerarchici più alti all’operazione torture che si protrasse per tutto il 1982.
C’è rivalsa e risentimento in questo atteggiamento? Molto probabile.
Si tratta di sentimenti poco nobili? Scusate, ma ai fini della verità storica a noi cosa interessa. Misurare le intenzioni a cosa serve? Il giudizio morale sui protagonisti di questa vicenda c’è già. E non cambia.
A preoccuparci semmai deve essere la ricostruzione completa dei fatti, delle responsabilità di governo, delle complicità della magistratura, provati in modo circostanziato, documentato, inappuntabile.

Allora, cara Francesca Pilla, davvero non si capisce il senso della tua domanda e quel che è peggio non si capisce nemmeno da che parte stai.


Quanto è attuale quel Settantasette

17 febbraio 1977: Lama viene cacciato dall’università di Roma

Lanfranco Caminiti
glialtrionline.it 17 Febbraio 2012

L'aasalto al carro di Lama

Il 17 febbraio del 1977, trentacinque anni fa, Luciano Lama, segretario della Cgil, di buon mattino, arrivò all’università La Sapienza di Roma. Erano in fermento le università, erano occupate le università, da Palermo a Napoli, da Roma a Bologna. Ce l’avevano, gli studenti, con la riforma Malfatti che aboliva la liberalizzazione dei piani di studio. Ce l’avevano, gli studenti, coi comunisti che non si opponevano alla riforma e al governo Andreotti in nome della non-sfiducia (mica solo i democristiani inventavano formule astruse).
È per questo che i comunisti mandano Lama all’università. È una mossa enorme, dal punto di vista politico e dell’immagine. Quando mai il capo del più importante sindacato italiano era andato all’università a parlare agli studenti, al loro movimento? Se uno fa una ricerca su tutta la storia del sindacalismo italiano del dopoguerra non si trova la minima traccia di un episodio simile. Tutta l’autorevolezza «operaia» viene calata come l’asso di briscola. Poteva essere un colpo di genio, un’iniziativa straordinaria, un evento capace di rimescolare le carte e foriero di enormi trasformazioni: il mondo del lavoro, quello delle mani callose, incontrava una nuova figura produttiva, quella del lavoro immateriale, dei lavoretti di sussistenza, destinata a un futuro precario senza diritti. Le Camere del lavoro avrebbero incontrato il non-lavoro, il lavoro nero, invisibile, immateriale. Si fosse dato, questo incontro, si fossero poste le occasioni per discutere, capirsi, interrogarsi reciprocamente, tutta la storia del movimento operaio italiano ne sarebbe uscita trasformata. Le premesse c’erano tutte: da mesi il movimento s’incontrava con i metalmeccanici, che allora erano una federazione ed esprimeva posizioni in contrasto con i vertici sindacali e più aperte alle lotte. Le trasformazioni produttive, l’ingresso della tecnologia in fabbrica, l’intensificazione dei ritmi di produzione per un verso e delle macchine risparmia-lavoro per un altro, stavano cambiando il quadro di riferimento generale. Era lì la crisi, che mordeva selvaggia. Quella del lavoro e quella della produzione industriale. Invece, Lama venne con l’aria del liquidatore a sistemare la pratica, sfastidiato che un cotale monumento dell’unità nazionale fra impresa e produttori – cioè, se stesso – venisse disturbato da quattro sciamannati. Venne, Lama, all’università, arrogante e infastidito, a fare la predica. E, per soprammercato, si portò dietro le truppe del servizio d’ordine. Tanto per capirci. Come andò a finire, si sa. A gambe all’aria. Ancora, oggi, 2012, stiamo qui a parlarne. Ne ha parlato Napolitano, nel suo messaggio di fine anno, per richiamare i sindacati alla responsabilità nazionale, a farsi carico dei sacrifici e della crisi. È una vita che il «grande vecchio» dice ste cose. Ne ha parlato Eugenio Scalfari su Repubblica, in uno scambio di lettere con la Camusso, attuale segretario della Cgil, in cui ha riportato una sua intervista del 1978 in cui Lama – che avrebbe sistematizzato queste idee nel convegno dell’Eur – fa un’apertura di credito alla mobilità del lavoro, invitandola a rispecchiarsi in quelle parole e a lasciar perdere, ne avesse voglia, le barricate sull’articolo 18. È una vita che Scalfari dice ste cose. Torna buono, Lama, in tempi di crisi e di sacrifici per i lavoratori. Ha voglia, la Camusso, a dire che non siamo nel 1977 e le cose sono profondamente cambiate: allora i salari crescevano, allora la forbice tra retribuzioni e profitti era meno larga. Lama torna buono, ai Napolitano e agli Scalfari, non tanto per corroborare il ragionamento su quali margini patteggiare e su quali punti considerare irricevibili, quanto a ricordare e temere quel terribile 1977. La piazza, la furia, la violenza. L’apocalisse. Un ragionamento contorto, questo di Napolitano e Scalfari – d’altronde che vi aspettate, in tempi in cui vogliono convincerci che per aumentare il lavoro e proteggerlo bisogna diminuire l’occupazione e licenziare più facilmente? Contorto perché piuttosto è l’assenza di opposizione, è il compromesso ricattatorio al ribasso che fa ribollire la furia della piazza. Un ragionamento cinico anche: se la furia della piazza scoppia, se chi non ha rappresentanza alcuna, sindacale, politica, non ha altro mezzo per far sentire la propria voce che la piazza, allora, sarà un problema di ordine pubblico. Loro, su questo, hanno già patacche di medaglie appuntate. Dice la Camusso che «senza investimenti, si è scelto di produrre precarietà, in sintesi: lo spostamento sui lavoratori dei rischi del fare impresa». Dice Scalfari che la Camusso sbaglia, perché «il precariato e la disoccupazione sono gli effetti della crisi insieme alla recessione». A occhio, mi sento di stare dalla parte della Camusso. Però, la più grande differenza con gli anni Settanta è che allora il mondo del lavoro si divideva davvero fra «garantiti» e «non garantiti», fra «lavoro» e «non lavoro»; che allora il lavoro era “ubicato” – le fabbriche, gli uffici – e “a tempo” – si entrava al mattino, si usciva la sera – e oggi il lavoro è delocalizzato, è ovunque, è sempre. Oggi, dentro la crisi, la precarizzazione va diffondendosi in tutto il mondo del lavoro, non è circoscritto ai giovani. Le misure adottate da Rajoy in Spagna e da Papademos in Grecia – quelle a cui dovremmo guardare come traguardi da raggiungere – vanno tutte nel senso della destabilizzazione del lavoro, ovvero licenziamenti e licenziabilità. Sarà pure la crisi, ma questa è la ricetta in voga. Non dovrà esistere più il criterio di «posto». Tra un non assunto e un licenziabile la differenza deve assottigliarsi, va assottigliandosi. La classica dicotomia tra forza lavoro impiegata e esercito industriale di riserva, perché quest’ultimo facesse da compressione al salario, viene azzerata nel senso che tutta la forza lavoro deve diventare esercito di riserva. Noi recupereremmo competitività se la nostra forza lavoro verrà a costare e a contare come quella del Burkina Faso o del Guandong, in Cina. Si può investire in Italia, e si possono attrarre investimenti qui, solo se la compressione sui salari e la fisarmonica dell’occupazione diventano appetibili e praticabili “per legge”. Ora, a me questo “progetto” sembra né più né meno che le Poor Laws [ammortizzatori sociali? flexisecurity?] dell’Ottocento inglese, quella che fa da sfondo e da cornice ai grandi romanzi di Dickens. La differenza – e sostanziale – sta che allora la produzione industriale del capitalismo era in impetuosa crescita e aveva tanta prateria davanti, e la mobilità sociale andava verso l’alto, oggi è in rovinoso declino, e la mobilità sociale va verso il basso. La crisi che stiamo vivendo dipende da questo, non tanto e non solo dalle follie finanziarie. Non produciamo più merci “di massa” anche se il nostro know how, la nostra capacità tecnologica, il nostro sapere generale è cresciuto enormemente. È dentro questo scenario che il lavoro va ripensato, si deve ripensare. Qui non c’entra la sovrapproduzione, qui è proprio il collasso di una civiltà, come è accaduto a volte nella storia degli uomini, e se per quello pure delle bestie. Negli anni Settanta, quelli evocati dal «grande vecchio» Napolitano e da Scalfari, la più grande “rivoluzione” fu l’esodo di massa dal lavoro, la rottura soggettiva, la subordinazione mentale al lavoro come condizione di passaggio all’età adulta. Fu questo il Settantasette. Quello che si intuiva – quello che non hanno mai capito i comunisti e i lavoristi – era che dentro la crisi industriale era possibile un passaggio di civiltà che fuoriuscisse dalla condanna biblica al lavoro, alla subordinazione, allo scambio merce-denaro. Sconfitta, perseguitata, repressa quella rivoluzione, trentacinque anni dopo mi ritrovo un presidente del Consiglio che mi rigira la frittata, e sanziona «la noia e la monotonia del posto fisso». La differenza – sostanziale – è che oggi non c’è un soggetto politico in grado di trasformare la noia del posto fisso in libertà di scelte, di occasioni, di opportunità. Di nuova civiltà. Almeno sinora.

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Anni settanta

La tortura c’era

Dopo trent’anni PierVittorio Buffa torna a scrivere delle torture. La sua è una testimonianza importante: per averlo fatto nel febbraio 1982 venne messo in carcere. Un mese dopo fu la volta di Luca Villoresi. Per  la magistratura avevano indagato troppo, messo il naso dove non si doveva, raccolto testimonianze inopportune, trovato scomodi riscontri. E’ questo un’altro aspetto dimenticato di questa storia: l’attacco alla libertà di stampa, il bavaglio messo sulla bocca di chiunque provava a denunciare quello che stava accadendo.
Tempo fa Buffa ci aveva concesso un’intervista nella quale raccontava la sua esperienza Leggi qui

La tortura c’era

Di PierVittorio Buffa
http://buffa.blogautore.repubblica.it/2012/02/16/la-tortura-cera/

Non avrei pensato di tornare a parlare di una storia vecchia di trent’anni se stamattina non vi avesse fatto esplicito riferimento, in un articolo per Repubblica, Adriano Sofri.
Nel 1982 Luca Villoresi, di Repubblica, e io, che lavoravo all’Espresso, venimmo arrestati a Venezia per aver denunciato le torture ai brigatisti che avevano rapito il generale americano James Lee Dozier. In rete c’è il mio articolo di allora e una breve sintesi della vicenda.
Andare in prigione, anche se giornalisti con alle spalle giornali come Repubblica e LEspresso, non e’ gradevole. Lacera dentro, lascia il segno, cambia qualcosa in te, per sempre. Quello che però, personalmente, mi ferì forse più delle foto con i ferri ai polsi e del rumore del cancello che si richiude alle spalle, fu l’essere implicitamente, e anche esplicitamente, accusato di aver fatto, con quell’articolo, il gioco dei terroristi. Il clima di quei giorni lo sintetizza bene Sofri riportando un passaggio dell’intervento di Leonardo Sciascia in parlamento.
Oggi, dopo trent’anni, i protagonisti di allora, funzionari di polizia, raccontano la verità. Confermano che la tortura programmata e’ davvero esistita nel nostro paese. Che l’acqua e il sale non erano l’invenzione di giornalisti fiancheggiatori. Che i poliziotti che denunciarono i loro colleghi e che, per questo, vennero additati come traditori ed emarginati, dicevano solo la verità. A me resta l’amarezza di non essere riuscito, allora, a far arrivare i responsabili di fronte a un giudice. Villoresi e io, semplici e giovani cronisti, arrivammo alla verità con un paio di telefonate alle persone giuste e qualche incontro semiclandestino. I magistrati e i capi di quei funzionari avrebbero potuto fare molto di più e meglio per scoprire cosa accadeva nei distretti di polizia e punire i responsabili. Ma non fecero nulla. Anzi, negarono con forza le evidenze. Resta però anche un pizzico di soddisfazione che non deve restare solo mia, ed è per condividerla che ho scritto questo post. Oggi ci sono le prove che due cronisti, su questa brutta storia, raccontarono la verità. E che sia davvero acclarata con ben trent’anni di ritardo dimostra solo che della verità non bisogna avere paura. Va cercata, documentata, scritta. E questo è il semplice ma difficile mestiere del cronista.

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Torture contro i militanti della lotta armata

Adriano Sofri, l’uso della tortura negli anni di piombo
«Che delusione professore!». Una lettera di Enrico Triaca a Nicola Ciocia-professor De Tormentis
Rai tre Chi l’ha visto? Le torture di Stato
Nicola Ciocia, Alias De Tormentis risponde al Corriere del Mezzogiorno 1
Torture, anche il Corriere della sera fa il nome di De Tormentis si tratta di Nicola Ciocia
Nicola Ciocia, alias De Tormentis, è venuto il momento di farti avanti
Cosa accomuna Marcello Basili, pentito della lotta armata e oggi docente universitario a Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, ex funzionario Ucigos torturatore di brigatisti
Triaca:“Dopo la tortura, l’inferno del carcere – 2
Enrico Triaca; “De Tormentis mi ha torturato così” – 1
1982 la magistratura arresta i giornalisti che fanno parlare i testimoni delle torture
Novembre 1982: Sandro Padula torturato con lo stesso modus operandi della squadretta diretta da “de tormentis”
Anche il professor De Tormentis era tra i torturatori di Alberto Buonoconto
Caro professor De Tormentis, Enrico Triaca che hai torturato nel 1978 ti manda a dire
Le torture ai militanti Br arrivano in parlamento
Nicola Ciocia, alias “De Tormentis” è venuto il momento di farti avanti
Torture: Ennio Di Rocco, processo verbale 11 gennaio 1982. Interrogatorio davanti al pm Domenico Sica
Le torture della Repubblica 2,  2 gennaio 1982: il metodo de tormentis atto secondo
Le torture della Repubblica 1/, maggio 1978: il metodo de tormentis atto primo

Torture contro le Brigate rosse: il metodo “de tormentis”
Acca Larentia: le Br non c’entrano. Il pentito Savasta parla senza sapere
Torture contro le Brigate rosse: chi è De Tormentis? Chi diede il via libera alle torture?
Parla il capo dei cinque dell’ave maria: “Torture contro i Br per il bene dell’Italia”
Quella squadra speciale contro i brigatisti: waterboarding all’italiana
Il pene della Repubblica: risposta a Miguel Gotor 1/continua
Miguel Gotor diventa negazionista sulle torture e lo stato di eccezione giudiziario praticato dallo stato per fronteggiare la lotta armata
Miguel Gotor risponde alle critiche
Il penalista Lovatini: “Anche le donne delle Br sottoposte ad abusi e violenze”
Le rivelazioni dell’ex capo dei Nocs, Salvatore Genova: “squadre di torturatori contro i terroristi rossi”
Tortura: quell’orrore quotidiano che l’Italia non riconosce come reato
Salvatore Genova, che liberò Dozier, racconta le torture ai brigatisti
1982, dopo l’arresto i militanti della lotta armata vengono torturati

Proletari armati per il comunismo, una inchiesta a suon di torture
Torture: l’arresto del giornalista PierVittorio Buffa e i comunicati dei sindacati di polizia, Italia 1982
L’énnemi interieur: genealogia della tortura nella seconda metà del Novecento
Ancora torture
Torture nel bel Paese
Pianosa, l’isola carcere dei pestaggi, luogo di sadismo contro i detenuti

L’uso della tortura negli anni di piombo

Dopo il Corriere della sera anche sulle pagine di Repubblica, il quotidiano di tutte le emergenze e fermezze nazionali, del più feroce rigor mortis, sostenitore imperterrito di polizia e magistratura, grazie ad Adriano Sofri si parla delle torture impiegate per contratstare la lotta armata degli anni 70 e inizio 80, ma non solo. A differenza degli altri pezzi, questa volta l’intervento di Sofri non ha richiami in prima ma si trova confinato nella pagina delle lettere, nella tribuna dedicata alle opinioni marcatamente esterne, estemporanee, a sottolineare la presa di distanza da qusta vicenda della nave ammiraglia scalfariana. Nonostante ciò il muro del silenzio ogni giorno che passa mostra sempre nuove crepe

Adriano Sofri, la Repubblica 16 Febbraio 2012

A prima vista, la notizia è che negli anni ’70 e ’80 ci fu un ricorso non episodico a torture di polizia nei confronti di militanti della “lotta armata” – e non solo. È quello che riemerge da libri (Nicola Rao, Colpo al cuore), programmi televisivi (“Chi l’ha visto“), articoli (come l’intervista del Corriere a Nicola Ciocia, già “professor De Tormentis”, questore in pensione). Non è una notizia se non per chi sia stato del tutto distratto da simili inquietanti argomenti. Nei primi anni ’80 le denunce per torture raccolte da avvocati, da Amnesty e riferite in Parlamento furono dozzine.

A volte la cosa “scappava di mano”, come nella questura di Palermo, 1985. Oscar Luigi Scalfaro, che era allora ministro dell’Interno, dichiarò: “Un cittadino è entrato vivo in una stanza di polizia e ne è uscito morto”. Era un giovane mafioso, fu picchiato e torturato col metodo della “cassetta”: un tubo spinto in gola e riempito di acqua salata. Gli sfondò la trachea, il cadavere fu portato su una spiaggia per simularne l’annegamento in mare. Alla notte di tortura parteciparono o assistettero decine di agenti e funzionari. Avevano molte attenuanti: era stato appena assassinato un valoroso funzionario di polizia, Beppe Montana, “Serpico”. All’indomani della denuncia di Scalfaro, e delle destituzioni da lui decise, la mafia assassinò il commissario Ninni Cassarà e l’agente Roberto Antiochia. Una sequenza terribile, ma le attenuanti si addicono poco al ricorso alla tortura, il cui ripudio è per definizione incondizionato. Repubblica sta ricostruendo la tremenda vicissitudine di Giuseppe Gulotta, “reo confesso” nel 1976 dell’assassinio ad Alcamo di due carabinieri, condannato all’ergastolo e detenuto per 22 anni: finché uno dei torturatori, un sottufficiale dei carabinieri, ha voluto raccontare la verità.
L’elenco di brigatisti e affiliati di altri gruppi armati sottoposti a torture è fitto: va dal nappista Alberto Buonoconto, Napoli 1975 (si sarebbe impiccato nel 1981) a Enrico Triaca, Roma 1978, a Petrella e Di Rocco (ucciso poi in carcere a Trani da brigatisti), Roma 1982, ai cinque autori del sequestro Dozier, Padova 1982… In tutte queste circostanze operavano (è il verbo giusto: noi siamo come i chirurghi, dirà Ciocia, “una volta cominciato dobbiamo andare fino in fondo”) due squadre chiamate grottescamente “I cinque dell´Ave Maria” e “I vendicatori della notte”. Ha riferito Salvatore Genova, già capo dei Nocs, inquisito coi suoi per le torture padovane al tempo di Dozier e stralciato grazie all’immunità parlamentare, infine pensionato: “Succedeva esattamente quello che i terroristi hanno raccontato: li legavano con gli occhi bendati, com’era scritto persino su un ordine di servizio, e poi erano costretti a bere abbondanti dosi di acqua e sale”. Quel modo di tortura – accompagnato da sevizie molteplici, aghi sotto le unghie, ustioni ai genitali, percosse metodiche, esecuzioni simulate; ed efferatezze sessuali nei confronti di militanti donne – non si chiamava ancora waterboarding, e non era un genere di importazione. Lo si usava già coi briganti ottocenteschi. Fu una specialità algerina negli anni ’50. Addirittura, quando Rao chiede a Ciocia se davvero gli ufficiali della Cia che assistettero agli interrogatori per Dozier fossero rimasti stupefatti per quello che vedevano, lui risponde: “Non sono stati gli americani a insegnarci certe cose. Siamo i migliori… Lì, nell’attività di polizia ci vuole stomaco. E gli altri Paesi lo stomaco non ce l’hanno come ce l’abbiamo noi italiani. Siamo i migliori. I migliori!”.
Costui accetta di parlare con Rao, che non ne rivela ancora il nome. Solo quel soprannome, “professor De Tormentis”. Il 23 marzo 1982 Leonardo Sciascia prese la parola nel dibattito alla Camera sulle torture ai brigatisti del sequestro Dozier, replicando all’allora ministro dell’Interno Virginio Rognoni. “Ieri sera ho ascoltato con molta attenzione il discorso del ministro e ne ho tratto il senso di una ammonizione, di una messa in guardia: badate che state convergendo oggettivamente sulle posizioni dei terroristi! Personalmente di questa accusa ne ho abbastanza! In Italia basta che si cerchi la verità perché si venga accusati di convergere col terrorismo nero, rosso, con la mafia, con la P2 o con qualsiasi altra cosa! Come cittadino e come scrittore posso anche subire una simile accusa, ma come deputato non l’accetto. Non si converge assolutamente con il terrorismo quando si agita il problema della tortura. Questo problema è stato rovesciato sulla carta stampata: noi doverosamente lo abbiamo recepito qui dentro, lo agitiamo e lo agiteremo ancora!”.

Successe allora che i giornalisti Vittorio Buffa e Luca Villoresi, che avevano riferito delle torture sull’Espresso e su Repubblica con ricchezza di dettagli, furono arrestati per essersi rifiutati di rivelare le loro fonti e liberati solo dopo che due coraggiosi funzionari di polizia dichiararono, a proprie spese, di aver passato loro le notizie. Certo Sciascia avrebbe meritato di conoscere la conclusione attuale della storia, che tocca quello che gli stava più a cuore, compreso il Manzoni della Colonna infame che citava il trattato duecentesco De tormentis. Da lì il prestigioso poliziotto Umberto Improta aveva ricavato il nomignolo per il suo subordinato. Il nome vero era da tempo noto agli esperti, a cominciare dalle vittime: appartiene a un poliziotto andato in pensione nel 2004 col grado di questore, dopo una carriera piena di successi contro malavita e terrorismo. Poi ha fatto l’avvocato, è stato commissario della Fiamma Nazionale a Napoli. Ora, alla vigilia degli ottant’anni e con la sua dose di malanni, dà interviste che un giorno rivendicano, un giorno smentiscono. Si definisce però “da sempre fascista mussoliniano”.
Ecco qual’è la notizia. Che quando lo Stato italiano e il suo Comitato interministeriale per la sicurezza decisero di sciogliere la lingua ai terroristi, ne incaricarono un signore che aveva già dato prova del proprio talento. Non è lui il problema: vive in pace la sua pensione, e promette di portarsi per quietanza nella tomba i suoi segreti di Pulcinella. Non importa che usassero il nome di tortura: non si fa così nelle ragioni di Stato, e del resto la Repubblica Italiana si guarda dal riconoscere l’esistenza di un reato di tortura. È superfluo, dicono. Bastava assicurare spalle coperte. La difesa della democrazia si affidò a un efficiente fascista mussoliniano. Siamo il paese di Cesare Beccaria e di Pietro Verri, i migliori.

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Torture contro i militanti della lotta armata

«Che delusione professore!». Una lettera di Enrico Triaca a Nicola Ciocia-professor De Tormentis
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Anche il professor De Tormentis era tra i torturatori di Alberto Buonoconto
Caro professor De Tormentis, Enrico Triaca che hai torturato nel 1978 ti manda a dire
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Torture: Ennio Di Rocco, processo verbale 11 gennaio 1982. Interrogatorio davanti al pm Domenico Sica
Le torture della Repubblica 2,  2 gennaio 1982: il metodo de tormentis atto secondo
Le torture della Repubblica 1/, maggio 1978: il metodo de tormentis atto primo

Torture contro le Brigate rosse: il metodo “de tormentis”
Acca Larentia: le Br non c’entrano. Il pentito Savasta parla senza sapere
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Salvatore Genova, che liberò Dozier, racconta le torture ai brigatisti
1982, dopo l’arresto i militanti della lotta armata vengono torturati

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