Irriducibili a cosa?

Dieci anni fa, la mattina del 14 gennaio 2013 moriva Prospero Gallinari mentre si stava recando al suo posto di lavoro. Nato a Reggio Emilia nel 1951 in una famiglia contadina di forte tradizione comunista si era accostato giovanissimo alla politica. Entrò nella Federazione giovanile comunista dove fece le sue prime sperienze quindi si avvicinò al gruppo dell’«Appartamento», dove un gruppo di giovani comunisti di Reggio Emilia inizia a porsi domande, studiare, guardarsi intorno per uscire dalle secche del togliattismo, scoprire l’onda di rivolta del 68, la ricchezza dei nuovi pensieri del neomarxismo. Entra così nel Collettivo politico metropolitano, poi Sinistra proletaria. Due concezioni diverse dell’organizzazione e del modo di fare lotta armata portarono alla divisione del gruppo. Gallinari andò a lavorare a Torino e seguì i militanti che verrano poi ricordati come quelli del «Superclan», mentre gli altri fondavano le Brigate rosse. Una scelta che poi definita «sbagliata». Due anni dopo ritroverà i suoi vecchi compagni emiliani che avevano dato vita all’esperienza brigatista. Verrà mandato a lavorare alla Montedison di Marghera dove si stava mettendo in piedi la prima colonna veneta. Nella estate del 1974 giunse a Roma con Alberto Franceschini e Fabrizio Pelli per  mettere in piedi una nuova colonna e organizzare il sequestro di un politico democristiano. E’ la prima discesa della Br nella Capitale. L’esperienza terminò presto perché Franceschini fu arrestato insieme a Curcio l’8 settembre successivo, a Pinerolo, a seguito della trappola messa in piedi dai carabinieri con Silvano Girotto. Lasciata Roma, tornò al Nord con Pelli per riorganizzare il gruppo: destinazione Torino dove però, nel novembre del 1974, viene arrestato in compagnia di Alfredo Bonavita. Due anni più tardi riuscì ad evadare dal carcere e raggiungere di nuovo le Brigate rosse. Dopo un primo soggiorno a Firenze, tornò di nuovo nella Capitale dove prese la guida della colonna romana appena costituita e partecipò al sequestro Moro. Nel settembre del 1979 viene arrestato durante un conflitto al fuoco nel quale rimase gravemente ferito alla testa. Riesce a sopravvivere e riacquistare le sue capacità nonostante la grave lesione. Condannato a tre ergastoli, dopo diciassette anni di carcere, perlopiù trascorsi in sezioni speciali, ottenne una iniziale sospensione pena per gravissime condizioni di salute e una successiva detenzione domiciliare, sempre per motivi di salute dovuti alle conseguenze ma superate per la ferita al capo, con la possibilità di lavorare part time in una tipografia. 
I suoi funerali scatenarono polemiche e censure nel mondo politico, sui giornali e la Tv, addirittura venne aperta una inchiesta dalla magistratura. Ci furono persone identificate e fermate dopo la cerimonia mentre rientravano nei loro luoghi di provenienza.
Sabato prossimo in occasione dell’uscita della nuova edizione del suo libro di memorie, Un contadino nella metropoli, editore Pgreco, si terra una iniziativa in suo ricordo presso l’ex Csoa ex Snia, via Prenestina 173.


Irriducibili a cosa? Una risposta a Benedetta Tobagi…


In nome di quale presente abbiamo il diritto di giudicare il nostro passato?

Roland Barthes

di Paolo Persichetti

C’è una parola che mette molta paura: quella di «irriducibile». Si è scritto tanto attorno a questo termine nei giorni scorsi, dopo la morte e la cerimonia di saluto a Prospero Gallinari, momento in cui i cosiddetti irriducibili, cioè quelli che sono stati descritti come gli indefessi, gli ostinati e gli irremovibili, altrimenti detto «coloro che non hanno mai fatto i conti col passato», e dunque per questo ritenuti ottusi e tetragoni testimoni della stagione rivoluzionaria degli anni 70, sarebbero sorprendentemente riemersi – cosa ancor più preoccupante – in folta compagnia.
Ne ha scritto su Repubblica in due occasioni, il 15 (qui) e il 24 gennaio (qui), Benedetta Tobagi, di fresca nomina al cda della Rai e proiettata, forse un po’ troppo in fretta, nel ruolo di amministratrice della memoria di quel decennio.

Irriducibile: un termine estraneo al lessico della lotta armata
Eppure contrariamente a quanto si è scritto in passato e si continua a scrivere, l
a parola «irriducibile» non appartiene al lessico brigatista. La diffusione di questa etichettatura ha contribuito non poco a fornire una immagine distorta della cultura politica dei militanti che hanno preso parte alla lotta armata. Proviamo a vedere perché.
Il lemma, in realtà, ha svolto una funzione centrale nel vocabolario dell’emergenza giudiziaria e penitenziaria. E’ un conio dello stato di eccezione italiano, impiegato dalla magistratura, utilizzato dai corpi di polizia e dall’apparato carcerario e, in seguito, divenuto di uso comune nel mondo dei media per classificare i prigionieri politici che hanno rifiutato di sottomettersi alla legislazione premiale e differenziale: la delazione remunerata dei collaboratori di giustizia (i cosidetti “pentiti”) e l’abiura, anch’essa remunerata, la cosidetta dissociazione.
Irriducibile, era e resta, chi ha rifiutato di accedere a queste due categorie. Un’area, quella della «irriducibilità», che include figure e generazioni molto diverse tra loro per opinioni politiche e atteggiamenti (sul perdurare o meno dello scontro armato e sull’analisi della società).
Per intenderci: sono considerati irriducibili i cosidetti “continuisti”, cioè coloro che hanno mantenuto ferma la convinzione nel proseguimento della lotta armata anche di fronte ai radicali mutamenti sociali e geopolitici intervenuti nel corso degli anni 80, al pari di quelli che si sono pronunciati in favore di una discontinuità, di un oltrepassamento dell’esperienza armata, o di quelli che in forme varie, anche meno visibili pubblicamente, hanno ritenuto conclusa l’esperienza della lotta armata avviando altri percorsi non più, o non sempre, politici, ricollocando il loro impegno – quando hanno pututo – su terreni civili, sociali e culturali.
Ciò che accumuna quest’area pluriversa, etichettata comunque come “irriducibile”, è dunque il rifiuto delle logiche inquisitoriali dell’emergenza giudiziaria. Nulla a che vedere con lo stereotipo riportato da Benedetta Tobagi nei suoi articoli (ma anche da altri), ovvero: «significato storico assunto dall’aggettivo, sostantivato per designare il terrorista o detenuto politico “che non recede dalle proprie convinzioni”». Lì dove per «recedere» – è bene sottolineralo – non si deve intendere una libera azione riflessiva, una disposizione dell’animo, un afflato della coscienza, un soprassalto dello spirito, che potrebbe ispirare e accompagnare nobili percorsi di distacco interiore, momenti d’autocritica assolutamente disinteressati, autonomi e genuini, ma l’adesione ai dispositivi di assoggettamento previsti in sede penale e penitenziaria, attraverso una lunga serie di decreti e dispositivi legislativi di tipo premiale, varati tra il 1979 e il 1987, che introducendo trattamenti differenziali hanno incrinato il principio di eguaglianza di fronte alla legge e trasformato l’inchiesta, il processo e il carcere, da sedi di verifica e ricerca della prova o di svolgimento della pena, in mercati delle indulgenze, fiere dello scambio politico, luoghi dove si riceve un po’ di futuro in cambio del proprio passato. Qualcosa di assolutamente opposto ad ogni storicizzazione o esercizio libero ed autonomo della critica.
Diceva a tale proposito Jeremy Bentham che «la sfera della ricompensa è l’ultimo asilo dove si trincera il potere arbitrario».
Se ancora le parole hanno un senso, in questa epoca dove ormai il senso sembra aver perso ogni parola, la nozione di irriducibilità dovrebbe designare l’emergenza giudiziaria, il protrarsi ad oltre tre decenni di distanza degli irrisolti penali, degli ergastoli, degli esiliati, gli ukaze contro la parola degli ex militanti di allora. Irriducibile è la memoria giudiziaria che dopo tanti decenni ha sovrapposto all’oblio penale l’oblio dei fatti sociali e alla memoria storica la memoria giudiziaria.

«Negli ultimi dieci anni l’Italia aveva subito la più radicale trasformazione socio-economica dal dopoguerra ed erano cambiati sia i soggetti sociali e politici delle lotte da cui erano nate le Br, sia i presupposti della nostra strategia rivoluzionaria. Prendere atto di queste trasformazioni era una necessità storica che valeva per me, quanto per chi desiderava seriamente interrogarsi sul significato di ciò che era successo. A quel punto la parola “irriducibile” non connotava nessuna realtà sociale. Era un trucco del linguaggio. A cosa si sarebbe dovuti essere “riducibili”? Secondo il potere, alla dissociazione: nel senso che non si era più irriducibili se si diventava dissociati!».

Renato Curcio (intervistato da Mario Scialoja), A viso aperto, Mondadori 1993, p. 209

«L’abiura è come un’eco lunga, un discorso che ricomincia sempre dallo stesso punto, un rimbombo senza fine. Essa nasconde, non svela. Dirò una cosa che vorrei provocasse quelli della mia generazione. Quel che è avvenuto negli anni Settanta è roba nostra, non puoi glissare. I dissociati glissano. Mentre sarebbe stato possibile – difficile ma possibile – fare tutti assieme una riflessione vera, completa, senza rimozioni, dichiarando che era finita. Perché il progetto era realmente fallito, questo era chiaro, anche a quelli che continuarono non potendo far altro.[…] Fare questo dibattito sul serio e fino in fondo significava assumersi la responsabilità politica di tutto mentre si chiudeva tutto. E quanti erano disposti a farlo? Fra di noi e fuori di noi? Appena si fosse arrivati a una discussione seria anche sul modo con il quale si reagì al fenomeno Br e lo si combatté, coloro che non vogliono fare i conti con quegli anni, avrebbero inchiodato la discussione con i soliti falsi misteri che servono a impedire che se ne parli. Avrebbero fatto e detto di tutto contro di noi – nella sconfitta, ci ricorda la scuola dei cinici, chi ha perso non solo ha perso, ma deve essere cancellato, deformato, annichilito».

Mario Moretti (intervisatto da Rossana Rossanda e Carla Mosca), Brigate rosse, una storia italiana, Abanasi 1° edizione 1994, pp, 252 e 254

«Siamo al culto della delazione, alla canonizzazione dei collaboratori di giustizia. E in parte è colpa mia. Le confesso una cosa: ogni sera io recito un atto di dolore per aver contribuito, negli anni Settanta, alla diffusione di questo modo di fare giustizia […] Sa, sto pensando di presentare un disegno di legge per cambiare le cose: prendo le regole dell’Inquisizione di Torquemada e le traduco in italiano moderno. Ci sono più garanzie in quelle che nel nostro codice di procedura penale».

Francesco Cossiga, La Stampa, 19 aprile 1995

Che cosa vuol dire irriducibile?
Il primo significato suggerito dal vocabolario online della Treccani (qui) e ripreso anche dalla Tobagi nel suo articolo è, «Che non si può ridurre, cioè rimpiccolire, restringere, ricondurre a una forma più semplice». Altrimenti detto schiacciare. D’altronde l’etimologia è chiara: la particella prefisso “ir”, davanti a parole che inizano con “r” – spiega il dizionario etimologico – assume valore di negazione del significato positivo del termine corrispondente all’interno del quale è comunque ricompreso, a meno che il lemma non abbia assunto una sua rilevanza ed autonomia significative. Esempio: raggiungibile/irraggiungibile; razionale/irrazionale; resistibile/irresistibile, riguardoso/irriguardoso; rilevante/irrilevante.
Per esser chiari: irriducibile vuol dire «non riducibile», dunque che non può essere o non si lascia ridimensionare, che non può essere semplificato, banalizzato, appiattito, livellato. Per estensione: omologato, adattato, limitato, forzato, formattato, obbligato, impoverito.
E siccome le parole hanno senso solo se calate nel contesto in cui sono state coniate per fornire una definizione, in carcere irriducibile è colui che non si lascia piegare dalla disciplina punitiva dell’emergenza, è colui che resiste e oppone al tentativo di riduzione, di adattamento e formattazione ai valori dominanti, all’omologazione della norma, la ricchezza della propria esperienza, della storia dai cui proviene. In questo contesto irriducibile è sinonimo di complessità, estensione, espansione, molteplicità, stratificazione, sfumatura.
Irriducibile è quando ti si vuole imporre una forma e tu ti opponi perché ne contieni mille altre. Non a caso Benedetta Tobagi per contestare una cosa del genere è costretta a definire l’irriducibile, colui che «non depone l’armamentario ideologico per riconoscersi nei principi dello Stato costituzionale», come se lo Stato costituzionale – stando a quelli che sono i suoi postulati teorici – possa conciliarsi con il suo contrario, un assoluto etico a cui tutti devono uniformarsi, dove non c’è spazio sociale o pubblico autonomo e separato dallo spazio statale e quindi tutto ciò che è autonomia, figuriamoci critica, diventa immediatamente una forma di sovversione dell’etica istituzionale costituita.
Di irriducibili è piena la storia, pensate a Galileo e Giordano Bruno.

«La storia, si è già detto, è stata sempre quella narrata dai vincitori. Bisognerebbe aggiungere e precisare che i suoi scrittori sono spesso reclutati fra gli sconfitti o i trasfughi, i quali in tal modo si trasformano in uomini vinti. A quanto pare, la lezione fornita dall’uomo vinto è alla base della nostra memoria. E oggi, per tanti aspetti, è come se ci trovassimo in una situazione fondativa, analoga a quella dei primi secoli della nostra era.
La storia degli eretici, per esempio, ci è stata raccontata soprattutto dai loro grandi nemici, gli eresiologi, e sulla visione di costoro si è fondata l’ortodossia; ma bisogna ricordare che la maggior parte di questi eresiologi furono degli eretici o dei pagani pentiti come l’ex manicheo sant’Agostino, così diventato potente vescovo di Cartagine, o l’ex pagano sant’Ireneo vescovo di Lione, autore di un testo – Contro le eresie – d’importanza fondamentale per la storia dell’ortodossia cristiana. Si potrà ricordare lo storico degli ebrei Flavio Giuseppe. Egli e i suoi compagni rimasero accerchiati dai romani e decisero di suicidarsi per non consegnarsi al nemico. Per ultimo rimase proprio Giuseppe; cambiò idea, passò dalla parte dei romani e si mise a scrivere la storia degli ebrei… per i romani, benignamente trattato dall’imperatore Vespasiano e aggiungendosi il nome Flavio».

Vincenzo Guagliardo, Dei dolori e delle pene, Sensibili alle foglie 1997, p. 89

Fare i conti?
Una delle caratteristiche dell’irriducibile, scrive Benedetta Tobagi, è la sua incapacità di saper fare i conti col passato.
Ma cosa vuol dire “fare i conti” ? Un giurista tedesco, Helmut Quaritsch (Giustizia politica, Giuffré 1995) lo spiegava all’incirca in questo modo:

«Fare i conti» va inteso come espressione che contiene un concetto comprensivo che include in sé la nozione di elaborazione e di superamento del passato. Processo non conclusivo, lì dove esso è legato al problema della ricerca storica, della coscienza della memoria, ma anche chiusura lì dove la riflessione giuridica configura la presenza di una componente formale di decisione e procedura del superamento del passato che si esprime nelle sentenze ma anche nelle amnistie».

Tobagi irr

Per saperne di più
Prospero Gallinari, il saluto, la storia. Interventi e riflessioni

Due anni fa moriva Franca Salerno storica militante dei Nap

showimg2-2-cgiFranca Salerno, militante dei Nap durante gli anni 70, sedici anni di carcere duro sulle spalle, un figlio nato in prigione poco dopo l’arresto, moriva due anni fa a Roma dopo aver resistito a lungo contro la malattia. Antonio, il figlio che aveva tenuto con sé in cella nei primi anni di vita l’aveva perso cinque anni prima, ormai uomo e impegnato politicamente in uno dei centri sociali della Capitale, l’Acrobax, portato via da un incidente sul lavoro. Le foto d’archivio in bianco e nero di Maria Pia Vianale e Franca Salerno col bimbo nel grembo, riprese mentre sorridono dietro la gabbia di un’aula giudiziaria, provocano oggi quasi un senso di vertigine. Una distanza siderale le separa dalle figure femminili che la cronaca politica diffonde in questi giorni. Vianale e Salerno furono le prime donne ad evadere. Era il 22 gennaio 1977 quando, aiutate da altri tre militanti giunti dall’esterno, scalarono le mura del carcere di Pozzuoli. Impresa pagata a caro prezzo. Dopo quella fuga i loro volti furono diffusi ovunque e la loro cattura divenne un’ossessione per le forze di polizia. Franca Salerno ebbe modo di raccontare anni dopo che al momento dell’arresto: «se non ci fosse stata la gente a guardare dalle finestre sarebbe stata un’esecuzione. Ero incinta e mi picchiarono. Erano fuori di sé perché eravamo donne. Averci prese, per loro, era una vittoria anche dal punto di vista maschile»… Continia a leggere


Per saperne qualcosa di più
Morta Franca Salerno, storica militante dei Nap

Vaglielo a spiegare, oggi, che quarant’anni
anni fa si poteva arrivare alla lotta armata partendo dalla vita on the road
Un libro sulla storia dei Nap
Una vecchia intervista a Franca Salerno
L’evasione di Franca Salerno e Maria Pia Vianale

Gli anni 70 che non finiscono mai. Riflessioni sulla cerimonia di saluto a Prospero Gallinari

L’eresia di Gallinari tra tabù e mediocrità

di Daniele Codeluppi
Laboratorio aq16 di Reggio emilia, 28 gennaio 2013

Fonte: http: www.globalproject.info

A dieci giorni dal funerale di Prospero Gallinari volevo prendere parola in merito allo sciame sismico di prese di posizioni, condanne e sciacallaggi elettorali. Avrei potuto prendere parola ed entrare nel polpettone del botta e risposta ma ho voluto rispettare il lutto e il dolore degli amici che piangevano la scomparsa di Prospero evitando di scendere al livello becero delle polemiche locali e nazionali di questi giorni. Meglio far passare la febbre e prendere parola oggi, preferisco così. Partiamo dal nodo che pare abbia interessato maggiormente, il rapporto di Aq16 con Gallinari. Prospero era un conoscente, lo si vedeva spesso passeggiare nelle sue ore di libertà, due battute in piazza Casotti e poco più, non eravamo amici intimi. Prospero a nostra memoria è passato al centro sociale un paio di volte, ad un dibattito sul movimento zapatista a fine anni novanta e sabato 12 gennaio di quest’anno, durante una cena sociale partecipata da un centinaio di persone, cena dove ho scattato la foto pubblicata su globalproject.info e dove lo si vede con una bottiglia di lambrusco in mano.
Lo dico per essere limpido e riportare tutto su un piano di realtà, dico però anche che un’amicizia più stretta o una frequentazione maggiore non mi avrebbe di certo imbarazzato. Nel comunicato di Aq16 di lunedì 14 si esprimeva cordoglio per la morte di una persona che piaccia o meno è stato un protagonista della storia d’Italia e che ha mostrato durante tutto il suo trascorso politico coerenza e fermezza, qualità che nella classe politica italiana non se ne vede da un bel pezzo. Forse è per questo che una mitragliata in testa, 3 ergastoli, un cuore a pezzi ed infine la morte non sono bastati a Prospero per essere considerato un essere umano degno di un commiato da parte di coloro che in vita gli hanno voluto bene.

Gallinari l’eretico
Prospero era un eretico, e per gli eretici la santa inquisizione non si accontenta delle fiamme purificatrici. Le fiamme sono per le carni, per lo spirito serve l’atto di abiura. Prospero non ha mai abiurato, domando: è questo il vero problema che fa imbestialire? Averlo piegato nel fisico ma non nello spirito? Prospero si diceva serbasse chissà quali segreti scottanti; secondo voi chi ha segreti davvero scottanti passa gli ultimi anni della sua vita in un quartiere popolare costretto  ai lavori forzati? Non scherziamo, in Italia chi ha segreti scomodi viene fatto fuori o coperto di ricchezze.
Il giornalismo si sa è costretto a fare sintesi, in questi giorni però si è fatto un gran brutto giornalismo ed una brutta politica, il tutto ridotto alla conta dei morti delle Brigate rosse, chi ha chiesto perdono e chi no, chi aveva titoli per parlare di quelle storie e chi no e la pietosa condanna dell’aver tramutato il funerale in un evento politico. Penso che quando muore un personaggio molto famoso sia inevitabile che il piano privato passi in secondo piano, tanto più quando chi muore è un personaggio molto discusso della storia. Tutto il resto rimane ascrivibile al normale commiato ad un uomo comunista: l’internazionale, il ricordo dei suoi ex compagni di organizzazione e i pugni chiusi sono cose normali in un contesto così. Oggi suona retrò ragionandolo nel senso comune, ma poi neanche tanto se pensiamo che il presidente della repubblica Napolitano in gioventù l’internazionale lo ha cantato ed il pugno chiuso lo fanno anche i fans dei Modena City Ramblers.

Giudizio politico?
Visto che ci sono entro anche nel merito del presunto giudizio politico che qualcuno o qualcosa doveva esprimere su Gallinari, come se il soggetto già non fosse stato giudicato colpevole dai tribunali italiani, dalla società e dalla storia scritta da chi lo ha sconfitto. Pare, leggendo dichiarazioni uscite in questi giorni, che Aq16, in veste di rappresentante dei movimenti di contestazione odierni, con il comunicato dichiarava la raccolta dell’eredità politica del brigatismo rosso, domanda: ma qualcuno tra i politici, amministratori e giornalisti che hanno chiosato in questi giorni ha letto il comunicato targato Aq16 di lunedì 14?
A giudicare dalle mirabolanti esternazioni pare di no. A leggerlo si fa ancora in tempo. Comunque tornando sul giudizio politico, penso che è monco se lo si dà a determinate azioni estrapolandole dal contesto perchè questo meccanismo è la base di tutti i revisionismi storici. Come chiedere se tagliare la testa a Maria Antonietta fu un atto giusto o meno, senza comprendere il momento storico in cui si dette quella determinata azione. Nella decade dei 60 e 70 intere macroregioni mondiali si stavano liberando dal giogo del colonialismo e delle dittature con la lotta armata, basti pensare all’Africa, al Vietnam, a Cuba. Pochi furono i paesi dove la transizione fu ottenuta con mezzi pacifici come in Portogallo ed in India. Dappertutto fiorivano guerriglie e intere generazioni di giovani imbracciavano il fucile.
Fu in questo contesto globale che anche in Italia nacque l’opzione armata. Il giudizio a posteriori semplicemente lo da l’esito della storia: Ernesto Che Guevara che vinse (uccidendo i suoi nemici) rimase uno dei simboli della lotta contro l’ingiustizia nel mondo per svariate generazioni future tanto da divenire un icona pop, Gallinari e soci che persero (uccidendo i loro nemici) rimangono per la storia ed il giudizio popolare dei pericolosi terroristi.
Gallinari ha quindi sbagliato dal punto di vista rivoluzionario perché non è riuscito nel compito e per lo Stato borghese uscito vincitore ha sbagliato perché ha commesso dei crimini nel tentativo di rovesciarlo. Chi perde paga, Prospero ha riconosciuto la sconfitta ed è stato condannato, lo repubblica italiana invece per le stragi di Stato no. Chi è davvero uscito vincitore dagli anni ’70? Risposta scontata.

Centri sociali e brigate rosse? Ma dove!
Faccio un po’ di chiarezza nel marasma ignorante di storia che gli esponenti di spicco della politica e cultura reggiana hanno creato, i centri sociali di oggi non nascono dalle Brigate rosse, è un’altra storia, non è la nostra storia, se proprio vogliamo sintetizzare e trovare padrini politici nel nostro album di famiglia i centri sociali provengono dai movimenti autonomi del ’77, che a Reggio non erano presenti. La lotta armata italiana invece nasce da un contesto sociale ed operaio scaturito negli anni ’60 con le tensioni dopo le rivolte di piazza Statuto a Torino, l’immigrazione meridionale nelle fabbriche del nord, la vita durissima dell’operaio massa nelle catene di montaggio. Questo contesto, unito con l’esplosione culturale del ’68, crea nel binomio operai/studenti un mix esplosivo che in Italia e nel mondo occidentale industrializzato cambia i costumi e i desideri di milioni di persone… questo desiderio aveva un nome “Rivoluzione”.
Dopo il ‘68 viene l’autunno caldo alla Fiat, il PCI incapace di leggere la portata storica di questo movimento, la reazione bombarola fascista, la strategia della tensione e la scelta di molti rivoluzionari, tra cui Prospero, di praticare la lotta armata per instaurare in Italia un regime socialista di stampo marxista… come si era fatto a Cuba, poi in Nicaragua e come lo si stava provando a fare un po’ dappertutto, consapevoli che la strada riformista in stile cileno era stata violentemente arrestata. Erano anni in cui nel mondo la strada per il cambiamento sociale passava anche per la canna di un fucile, soffermarci solo sul fatto che i brigatisti hanno ucciso tante persone non serve a capire la storia, ci si ferma sull’espressione di un fenomeno senza capirlo. Tutto il resto è storia: l’escalation omicida, i processi, gli ergastoli, la marcia dei quarantamila, una generazione di comunisti rivoluzionari sconfitti, l’inquisizione per tutto il movimento dell’opposizione sociale, l’inizio della contrazione del contropotere sindacale, il contesto mondiale in piena guerra fredda. Come è storia degli anni ’70 anche il salario medio degli operai che in dieci anni si raddoppia, lo statuto dei lavoratori, le lotte e le conquiste femministe e il diritto all’aborto, l’istruzione gratuita di massa, il welfare, la produzione culturale italiana nel suo maggior apice.
Non è facile parlare degli anni ’70 perché sono molte storie, un periodo densissimo e ricchissimo. Ridurlo alla misera definizione di “anni di piombo” è stupido e fa il gioco di chi della storia d’Italia e dei movimenti preferisce che non si sappia niente, producendo di fatto una generazione di italiani senza futuro e senza memoria storica, con la convinzione che in Italia in un periodo storico indefinito c’erano dei “terroristi” venuti da chissà quale incubo che uccidevano a caso delle brave persone. Anche perché se proprio vogliamo parlare seriamente di morti ammazzati, vale la pena ricordare che la storia italiana gronda sangue, un mare in cui le Br sono solo un puntino. Pochi esempi a memoria: il Risorgimento, l’uccisone dei soldati dell’esercito borbonico, la fame nelle campagne del regno, i 600.000 mila della grande guerra morti per dare un significato alla parola patria e nazione, il fascismo, le colonie, la campagna di Russia, la Resistenza, Portella delle Ginestre, i morti di Reggio Emilia, i morti sul lavoro, le donne morte perché abortivano clandestinamente, i morti di Eternit e di inquinamento ambientale… potremmo saltare anche oltre gli anni ’70: la morte della cultura popolare grazie alla tv commerciale privata, le droghe pesanti utilizzate per sedare gli animi ribelli dei quartieri popolari, le stragi mafiose, gli intrecci stato/mafia, tangentopoli, l’epoca del Berlusca, la donna oggetto, la corruzione, la dismissione dei servizi pubblici, la speculazione edilizia… a chi dovremmo imputare questo disastro, a Napolitano, ma siamo seri! La responsabilità della storia di un paese la fanno milioni di persone.
Raccontare degli anni ’70 non spetterebbe ai “centri sociali” nati a cavallo tra anni Ottanta e Novanta come risposta giovanile di rifiuto dell’eroina, del ghetto, dell’individualismo imperante, delle tv private e del berlusconismo rampante.Parlare di quegli anni tocca a chi quegli anni li ha vissuti da militante. Noi abbiamo certamente opinioni su quel periodo, abbiamo letto e ci siamo documentati da soli, perché se aspettavamo l’insegnamento dei politici di sinistra reggiani ci accontentavamo della storiella… “al massimo quattro teste calde che giocavano alla rivoluzione e poi si sono inguaiati”. Abbiamo opinioni certo, ma non esprimiamo giudizi, non tocca a noi dare giudizi, né su Prospero Gallinari, né su quegli anni. Noi i giudizi secchi li serbiamo per quello che riguarda la nostra vita e la nostra esperienza: sulle botte che ci ha riservato lo Stato italiano a Genova nel 2001, sulla politica italiana ed europea che ci condanna alla precarietà ed a un futuro senza welfare, alla rapina di Stato che tramite equitalia ci toglie la dignità, ad un ordinamento giuridico classista molto preciso nel condannare le nostre pratiche di occupazione e di espressione politica e invece totalmente assente per regolare speculazione finanziaria e sfruttamento lavorativo. Queste sono le cose oggetto del nostro giudizio e che esprimiamo politicamente attraverso l’autorganizzazione e l’autogestione di un centro sociale.
Tornando a quegli anni, Prospero Gallinari lo hanno frequentato in tanti prima che facesse le scelte che sappiamo, “l’appartamento” era frequentatissimo di giovani della sinistra reggiana di quei tempi, in molti poi hanno fatto carriera, chi nel PCI, chi nel sindacato. Nel vuoto di contenuti di questi giorni apprezziamo la presa di parola all’indomani della morte di Prospero di persone che in quegli anni c’erano ed erano schierati chi dall’altra parte nella DC e chi nell’appartamento.
Perché questa città non fa i conti con il suo passato? Perché appena si esce dalle righe gli amministratori ricorrono alla retorica del clima anni ’70, ricorrendo a stratagemmi dialettici ignobili del tipo “anche le BR cominciarono così”?
Non si può accollare la responsabilità storica di un dato periodo a chi è nato 30 anni dopo, perché 30 anni dopo ci sono altre cose, altre storie, altri uomini e altre donne.
La nomenklatura della politica di questa città ha bisogno di fare un po’ di analisi, consigliamo un buon professionista: si chiama coraggio, verità e trasparenza.

La cerimonia di saluto
Il discorso: “A Prospero Gallinari. Fine di una storia la storia continua

Tutti a Coviolo per salutare Prospero Gallinari la cerimonia si terrà domani 19 gennaio alle-14-30
Ciao Prospero
In diretta da Coviolo immagini e parole della cerimonia di saluto a Prospero Gallinari/1
In diretta da Coviolo in migliaia per salutare Prospero Gallinari/2
La diretta twitter dai funerali
Ciao Prospero
Gli assenti
Scalzone: Gallinari come Prospero di Shakespeare, “la vita è fatta della stessa sostanza dei sogni”
Fine di UNA storia, LA storia continua
Mai alcuna confessione di innocenza, Prospero

Testimonianze
“Volevo dirgli grazie per avermi fatto capire la storia di quegli anni”. Una testimonianza sui funerali di Prospero Gallinari
Perché sono andato ai funerali di Prospero Gallianari by Stecca
In memoria di Prospero Gallinari di Oreste Scalzone
Al funerale di Gallinari la generazione più felice e più cara
Su Prospero Gallinari
Da contromaelstrom.com – Ciao Prospero, amico e fratello
Gallinari e il funerale che andava fatto anche per gli altri
Un contadino comunista nelle lotte di classe degli anni 70

Riflessioni
Laboratorio Aq16, Gli anni 70 che non finiscono mai. Riflessioni sulla cerimonia di saluto a Prospero Gallinari

La storia
Quadruppani – Mort d’un combattant
Bianconi – I parenti delle vittime convocati via posta per perdonare Gallinari
Prospero Gallinari chiede la liberazione condizionale e lo Stato si nasconde dietro le parti civili
“Eravamo le Brigate rosse”, l’ultima intervista di Prospero Gallinari
Prospero Gallinari quando la brigata ospedalieri lo accudì al san Giovanni
Gli avvoltoi s’avventano sulla memoria di Prospero Gallinari
Gallinari è morto in esecuzione pena dopo 33 anni non aveva ancora ottenuto la libertà condizionale
Prospero Gallinari un uomo del 900
Chi era Prospero Gallinari?
Gallinari e Caselli, il confronto tra cattivi maestri e bravi bidelli
Gallinari, Gotor e le lettere di Moro
Caselli Prospero Gallinari e i cattivi maestri
In risposta a Caselli su Gallinari

«Volevo dirgli grazie per avermi fatto capire la storia di quegli anni». Una testimonianza sui funerali di Prospero Gallinari

I media hanno trattato i funerali di Prospero Gallinari come un “evento” dalla portata politica allarmante. Il significato attribuito alla inevitabile carica simbolica rivestita dalla cerimonia (semplice, spontanea, senza alcuna logistica) ha in buona parte trasceso ciò che ha rappresentato per la comunità dei suoi amici e parenti, dei suoi compagni di lotta politica, di chi aveva per lui, e per la storia che incarnava, sentimenti di stima, rispetto e affetto.
L’emozione, il cordoglio e l’orgoglio del percorso politico svolto sono stati letti e presentati come una minaccia potenziale.
Una reazione, anzi una iper-reazione, molto selettiva e strabica (una eguale reattività è mancata in occasione dei funerali di Pino Rauti, avvenuti in una orgia nostalgica di saluti romani con presenze istituzionali fino agli scranni più alti. Analoga indignazione è mancata per il memoriale, innaugurato ad Affile, del generale Rodolfo Graziani, il macellaio della guerre coloniali in Cirenaica, in Etiopia ed in Eritrea) rivelatrice: per un verso, della fragilità strutturale dell’establishement di questa seconda Repubblica, barricato all’interno di una citadella delle istituzioni che assomiglia sempre alla fortezza del deserto dei Tartari; per l’altro, di quella sorta di cronico deficit di legittimità autopercepito che sucita complessi d’inferiorità istituzionale, e dunque l’eterno bisogno di smarcarsi dalle proprie origini, da parte del ceto politico e più in generale della cultura provenienti dalla sinistra.
Questo blog continuerà a pubblicare, e segnalare, testimonianze e interventi utili alla comprensione di quanto è accaduto


Fonte: Baruda.net

di Davide Steccanella
25 gennaio 2013»

imagesAnche se ovviamente non gliene frega giustamente niente a nessuno, vorrei dare un ulteriore “spaccato” di quel funerale, dicendo perchè sabato ho deciso di andare a Coviolo.
Da tempo avrei voluto incontrare Prospero Gallinari ma per mia colpa e pigrizia (avrei potuto chiedere aiuto al mio collega Burani, persona straordinaria che ho conosciuto nel corso di un processo che facemmo insieme anni fa) o anche “sbattermi” in qualche modo, ma non l’ho fatto, peccato.
E perchè avrei voluto incontare Gallinari, uno si chiede?
Per ringraziarlo perchè gli dovevo qualcosa, e un qualcosa secondo me di importantissimo, gli dovevo l’avermi fatto capire LUI quello che era successo nel mio paese quando ero troppo giovane per comprenderne appieno la portata storica e soprattutto sociale, e che per decenni mi era stato raccontato ed insegnato solo da chi aveva vinto e nel modo in cui voleva chi aveva vinto.
E come avvenne ciò ? Me lo ricordo benissimo perchè non risale a molto tempo fa, stavo girovagando su youtube in cerca di materiale sul caso Moro per un mio personale approfondmento quando mi imbattei sulla sua lunga intervista del video del 2006 “una storia del 900″, ho cliccato, manco lo avrei riconosciuto visto che le solite foto d’epoca ce lo mostravano tutto diverso, e quel suo modo di raccontare e di raccontarsi mi ha colpito e molto positivamente, me lo immaginavo tutto diverso da quello che avevo letto (ovviamente scritto da quei vincitori), e così iniziai ad ascoltare il suo racconto, lungo, più di 1 ora, ma interrotto, una sorta di monologo, era il racconto della sua storia e di quella storia. Era la prima volta che qualcuno me la raccontava così, sembrerà strano ma è proprio così, fino a pochissimi anni fa ero uno dei tanti “indottrinati” dalla storia dei vincitori. Poi ovviamente dopo quella intervista ho letto tutto quello che ha scritto LUI e cercato di recuperare anche le sue altre inteviste, l’ultima delle quali (straordinaria) nel recente documentario francese. Gallinari mi ha fatto capire chi era LUi attraverso la spiegazione paziente, sofferta, precisa, meditata, genuina, vera, dolorosa ed esaltante etc. di quella sua storia e di quella nostra storia che mi era stata sempre taciuta e negata.
Siccome mi pareva di avere capito, ma magari sbagliavo, che lui ci tenesse molto a che venisse saputa e capita anche da chi allora non c’era (non credo si rivolgesse ai suoi compagni che qualla storia con lui l’avevano vissuta…) avrei voluto dirglielo e ringraziarlo e ho pensato di farlo andando a Coviolo in mezzo alla sua gente e nella sua terra, un pò per dirgli “c’è chi ha capito la tua storia ascoltando le tue parole e leggendo i tuoi libri”. Per questo sono andato ai SUOI funerali, non sarei andato al funerale di un altro che non conoscevo, sono andato al SUO.  E’ vero che sapevo che avrei incontrato alcuni amici ai quali sono molto legato, ma quel giorno mi sentivo lì proprio e solo per Prospero Gallinari, un uomo che non avevo mai incontrato.

La cerimonia di saluto
Tutti a Coviolo per salutare Prospero Gallinari la cerimonia si terrà domani 19 gennaio alle-14-30
Ciao Prospero
In diretta da Coviolo immagini e parole della cerimonia di saluto a Prospero Gallinari/1
In diretta da Coviolo in migliaia per salutare Prospero Gallinari/2
La diretta twitter dai funerali
Ciao Prospero
Gli assenti
Scalzone: Gallinari come Prospero di Shakespeare, “la vita è fatta della stessa sostanza dei sogni”
Fine di UNA storia, LA storia continua
Mai alcuna confessione di innocenza, Prospero

Testimonianze
“Volevo dirgli grazie per avermi fatto capire la storia di quegli anni”. Una testimonianza sui funerali di Prospero Gallinari
Perché sono andato ai funerali di Prospero Gallianari by Stecca
In memoria di Prospero Gallinari di Oreste Scalzone
Al funerale di Gallinari la generazione più felice e più cara
Su Prospero Gallinari
Da contromaelstrom.com – Ciao Prospero, amico e fratello
Gallinari e il funerale che andava fatto anche per gli altri

La storia
Quadruppani – Mort d’un combattant
Bianconi – I parenti delle vittime convocati via posta per perdonare Gallinari
Prospero Gallinari chiede la liberazione condizionale e lo Stato si nasconde dietro le parti civili
“Eravamo le Brigate rosse”, l’ultima intervista di Prospero Gallinari
Prospero Gallinari quando la brigata ospedalieri lo accudì al san Giovanni
Gli avvoltoi s’avventano sulla memoria di Prospero Gallinari
Gallinari è morto in esecuzione pena dopo 33 anni non aveva ancora ottenuto la libertà condizionale
Prospero Gallinari un uomo del 900
Chi era Prospero Gallinari?
Gallinari e Caselli, il confronto tra cattivi maestri e bravi bidelli
Gallinari, Gotor e le lettere di Moro
Caselli Prospero Gallinari e i cattivi maestri
In risposta a Caselli su Gallinari

A Prospero Gallinari, “Fine di una storia. La Storia continua…”

Il discorso di saluto letto ai funerali di Prospero Gallinari da chi ha condiviso con lui la lotta politica nelle Brigate Rosse e la prigionia nelle carceri speciali

Coviolo 19 gennaio 2013

Fonte Militant

funerali_gallinari_fotogramma_8_jpgProspero se n’è andato.
Ci aveva abituati male, eravamo abituati a vederlo risollevarsi dopo ogni caduta, dopo il colpo in testa, dopo gli attacchi al cuore, ma questa volta non ce l’ha fatta.
Nonostante i suoi anni non fossero molti più dei nostri, dava l’impressione di essere molto più grande. Colmava questo divario tranquillizzandoci con l’appellativo “vecchio mio, vecchia mia”. Questa impressione che fosse grande proseguiva sentendolo parlare. Pacato. Discorsivo. Riflessivo. Ma la cosa che ti rasserenava al termine di ogni discussione, fosse avvenuta in un bar o in una casa negli anni della clandestinità e dell’organizzazione;  in  una cella o in un’aula di tribunale negli anni passati insieme prigionieri, era la sensazione di aver ricevuto qualcosa e la convinzione che il Gallo avesse preso qualcosa da ciò che si era detto. Ed era anche questo che lo rendeva capo, lontano da leaderismi che non fanno crescere, che nulla danno agli altri compagni.
Prospero aveva 45 di piede, erano pochi quelli di noi che nei momenti di necessità potevano scambiare le scarpe con lui. Al nostro sguardo interrogativo di quello strano rapporto piede altezza, rispondeva che i sacchi in spalla quando si è giovani non aiutano a crescere. In altezza. Aiutano però a capire come va il mondo, questo si. Cosi come si impara qualcosa, seduto sulle spalle del padre, a seguire i funerali dei compagni morti, il funerale a cui aveva assistito da piccolo, quello degli uccisi dalla polizia a Reggio Emilia. E si che la celere si prodiga sempre in insegnamenti di come vanno le cose a questo mondo. Continua a farlo, lo fa sempre. Ne sa il movimento a Genova, ne sanno gli operai e i giovani sempre più frequentemente in questi ultimi tempi.
A Prospero piaceva dire che “volere è potere”, se c’è la forza di un’organizzazione, un collettivo, un partito. Negli ultimi anni, ormai tanti, qualcosa di amaro accompagnava le chiacchierate e le discussioni nostre che si erano fatte sempre più rade per il permanere della sua condizione di detenuto agli arresti domiciliari, della lontananza e la fine del collettivo.
Era l’amarezza data dalla conclusione di una storia organizzativa che puntava alto, al cambiamento rivoluzionario di questo paese. Resa tanto più amara dalla polverizzazione nelle conclusioni, dal non essere riusciti infine a dare vita nel paese ad una ampia riflessione su quegli anni, nonostante gli sforzi e l’impegno profuso. E’ stato questo l’ultimo impegno politico collettivo, quello per una amnistia, che insieme all’agire della sinistra e dei movimenti liberasse la memoria dello scontro di classe dall’ipocrisia e dai ricatti e poi i corpi di quanti rimangono ancora in carcere e che sembrano essere stati abbandonati.
Infine, Prospero era buono, riusciva a dimenticare le accuse ricevute ingiustamente da altri compagni, anche da parte di quelli che in un batter d’occhio passarono dalla critica da sopra a quella da sotto. Ma il Gallo riusciva ad essere molto generoso.
Chissà perché Prospero non si è risollevato questa volta. Deve essere stato colto di sorpresa. Non ci dirà mai quale sia stato l’ultimo pensiero, se ne ha avuto il tempo.
Noi crediamo di saperlo, ci piace immaginarlo: ha pensato alla sua compagna, a Giava. E forse ha avuto il tempo di dire a noi tutti: vecchi miei, compagni cari, io vado …
“Fine di una storia. La storia continua ”.

Pasquale Abatangelo, Renato Arreni, Paolo Cassetta, Geraldina Colotti, Natalia Ligas, Maurizio Locusta, Sante Notarnicola, Remo Pancelli, Bruno Seghetti


La cerimonia di saluto
Il disscorso: “A Prospero Gallinari. Fine di una storia la storia continua
Tutti a Coviolo per salutare Prospero Gallinari la cerimonia si terrà domani 19 gennaio alle-14-30
Ciao Prospero
In diretta da Coviolo immagini e parole della cerimonia di saluto a Prospero Gallinari/1
In diretta da Coviolo in migliaia per salutare Prospero Gallinari/2
La diretta twitter dai funerali
Ciao Prospero
Gli assenti
Scalzone: Gallinari come Prospero di Shakespeare, “la vita è fatta della stessa sostanza dei sogni”
Fine di UNA storia, LA storia continua
Mai alcuna confessione di innocenza, Prospero

Testimonianze
“Volevo dirgli grazie per avermi fatto capire la storia di quegli anni”. Una testimonianza sui funerali di Prospero Gallinari
Perché sono andato ai funerali di Prospero Gallianari by Stecca
In memoria di Prospero Gallinari di Oreste Scalzone
Al funerale di Gallinari la generazione più felice e più cara
Su Prospero Gallinari
Da contromaelstrom.com – Ciao Prospero, amico e fratello
Gallinari e il funerale che andava fatto anche per gli altri
Un contadino comunista nelle lotte di classe degli anni 70

Riflessioni
Laboratorio Aq16, Gli anni 70 che non finiscono mai. Riflessioni sulla cerimonia di saluto a Prospero Gallinari

La storia
Quadruppani – Mort d’un combattant
Bianconi – I parenti delle vittime convocati via posta per perdonare Gallinari
Prospero Gallinari chiede la liberazione condizionale e lo Stato si nasconde dietro le parti civili
“Eravamo le Brigate rosse”, l’ultima intervista di Prospero Gallinari
Prospero Gallinari quando la brigata ospedalieri lo accudì al san Giovanni
Gli avvoltoi s’avventano sulla memoria di Prospero Gallinari
Gallinari è morto in esecuzione pena dopo 33 anni non aveva ancora ottenuto la libertà condizionale
Prospero Gallinari un uomo del 900
Chi era Prospero Gallinari?
Gallinari e Caselli, il confronto tra cattivi maestri e bravi bidelli
Gallinari, Gotor e le lettere di Moro
Caselli Prospero Gallinari e i cattivi maestri
In risposta a Caselli su Gallinari

Su Prospero Gallinari

21 gennaio 2013 by

201301202019-800-201301191758-800-_COR9748Il fischio stanco di Oreste Scalzone davanti alla bara di Prospero Gallinari è stato il gesto perfetto. Non in favore di telecamere, non rivendicazioni di purezza ideologica né di contrizione colpevole, né pentito né superbo. Il gesto umano e politico di chi si trova di fronte a una bara a riassumere una storia che è stata umana ed è stata politica.

Fischiare l’Internazionale vuol dire che la storia di Prospero Gallinari, quella delle Brigate Rosse e della loro generazione, tutta intera, con le loro differenze, non è stata una storia impazzita, né la perdita dell’innocenza, né violenza insensata, ma una storia che sta tutta dentro la lotta che siamo soliti chiamare la lotta di classe. E chi si scandalizza per la presenza di giovani nel salutare Prospero Gallinari, nel rispetto che viene attribuito a lui e a quelli come lui che non hanno cercato la strada della dissociazione, umanamente comprensibile, né quella del pentitismo, o a seconda dei punti di vista della delazione, umanamente meno comprensibile, finge di non vedere quello che sta avvenendo da un po’ di anni: che in mancanza di un discorso culturale e politico su quegli anni, che coinvolga chi ha combattuto nello stato e chi ha combattuto contro lo stato, riconoscendo gli errori, le forzature e i delitti commessi da una parte e dall’altra, buona parte delle nuove generazioni se la è costruita da sola, la propria interpretazione, con chi era disponibile a parlarne, mettendosi a nudo anche in maniera spietata con se stessi, a volte.

Invece si è preferito costruire una verità ufficiale che è l’unica ammessa, quella dei buoni contro i cattivi, quella che siamo soliti vedere ripetere, su più piccola o grande scala, in ogni occasione, dalle manifestazioni di piazza alle guerre su scala internazionale, e se la si mette in discussione si rischia anche solo a parlarne.

Ci sono stati libri in questi ultimi anni (penso in particolare a quelli di Manolo Morlacchi, Salvatore Ricciardi e Barbara Balzerani, pur diversissimi tra loro) che hanno spiegato a chi non c’era quale è stato il percorso, singolo e collettivo, che ha portato alla scelta della lotta armata, cosa ha mosso un numero non piccolo di persone a rischiare in prima persona tutta la vita per il loro ideale, il comunismo. E in molti casi ci hanno raccontato perché, a un certo punto, si sono dichiarati sconfitti. Militarmente, certo, ma non solo. Perché seppur guidati da una logica in cui l’avanguardismo aveva un ruolo importante, non erano scollegati dalla realtà, una realtà che, a un certo punto, aveva ben poco a che fare con quella che avevano attorno quando avevano iniziato la lotta armata.

La dichiarazione dei militanti storici delle Brigate Rosse di sostanziale fine della loro esperienza risale al 1988. Venticinque anni fa. Venticinque anni in cui nessuna storia di presunte infiltrazioni ad alto livello nelle Brigate Rosse è mai stata dimostrata. Venticinque anni in cui pian piano è emersa un’altra interpretazione sulla loro storia, quella più rimossa, quella più temuta, ma in fondo anche la più ovvia: che la storia delle Brigate Rosse non è stato altro che parte della storia di un movimento rivoluzionario che ha attraversato l’Italia dall’inizio degli anni ’60 alla prima metà degli anni ’80, non l’unica, non la principale, ma parte di quella storia.

Una storia che è uscita sconfitta, a pezzi, umanamente e politicamente, non solo per l’accumulazione di ergastoli, secoli di galera, anche al di là delle responsabilità individuali, in buona parte scontati per intero, ma soprattutto per l’essere tacciati di essere nient’altro che vigliacchi, criminali, terroristi, schegge impazzite. La spirale della demonizzazione porta solo altri demoni perché non fa comprendere.

Io non lo so se la rivoluzione che sognava Prospero Gallinari assomiglia a quella che sogno io, probabilmente no, perché credo in una rivoluzione che si fa senza prendere il potere. O forse questa è una frase bella che ci raccontiamo per consolarci del fatto che nessuna rivoluzione è alle viste, oppure perché non abbiamo abbastanza coraggio per andare fino in fondo nelle nostre scelte. So però che la storia di Prospero Gallinari è collegata ad altro che c’era prima, a quello che gli era intorno e a quello che è venuto dopo. E in quella storia ci sono anche io, ci siamo anche noi, a cui non piace quello che ci circonda, quello stato di cose presenti e che ci arrabattiamo in tanti modi diversi a cambiarlo, a cambiarne un pezzo, e che pensiamo, come lo pensava Prospero Gallinari, che la rivoluzione è un fiore che non muore.

Al funerale di Gallinari la generazione «più felice e più cara»

Un grazie doppio a Mario Gamba per questo racconto della cerimonia di saluto a Prospero Gallinari tenutasi ieri a Coviolo, presso Reggio Emilia e per aver replicato a chi in questi giorni ha calunniato la storia politica di Prospero con etichette che non gli sono mai appartenute. Senza dubbio l’articolo più bello uscito sui giornali di oggi che, al di là dei resoconti e dei commenti nella gran parte dei casi (come era prevedibile) apertamente ostili, in altri più misurati e in alcuni persino rispettosi, hanno dovuto prendere atto che una delle memorie negate di questo Paese sopravvive eccome. Secoli di carcere, dietrologie calunniose e anatemi non sono riusciti a cancellarla

 

Mario Gamba
il manifesto
20 gennaio 2013

funerali_gallinari_fotogramma_8_jpgHanno detto di lui che era un rivoluzionario d’altri tempi. Per via della continuità con la tradizione comunista insurrezionalista, coltivata a Reggio Emilia, la sua città (però lui abitava nel contado). Hanno detto che era stalinista e che non avrebbe esitato a far fuori un sovversivo tipo ’77, presumibilmente «creativo» e fricchettone oppure sostenitore dell’operaio sociale e del non-lavoro, se gliel’avessero chiesto. Sicuri? Qualcuno davvero gli ha fatto domande su questi argomenti, prima, durante e dopo la sua avventura con le Br? Soprattutto durante. Perché è innegabile la sua crescita politica all’ombra delle grandi narrazioni resistenziali e comuniste, ma è anche innegabile il suo ingresso nella lotta rivoluzionaria armata nel crogiuolo delle nuove lotte e delle nuove culture sessantottesche e oltre.
Prospero Gallinari deve aver contattato tanti generi di persone dopo il ’68. E quel che è certo è che senza la grande ondata di quegli anni, senza le sfaccettature, con tante impronte libertarie ben visibili, di quegli anni, non gli sarebbe venuto in mente di colpire, armi in pugno, il «cuore dello stato». Adesso è qui, in una bara avvolta in un drappo rosso con falce e martello. Tra qualche giorno sarà in un’urna di ceneri che non saranno disperse al vento come quelle del padre dell’operaio edile di Riff Raff di Ken Loach, ma tumulate nella tomba di famiglia. Nel cimitero di Coviolo, frazione di Reggio, il rito dell’ultimo saluto è sì, forse, di quelli d’altri tempi. Come quando si accompagnavano i morti di Reggio Emilia nel 1960, quelli che Fausto Amodei chiamava a «uscire dalla fossa», e i morti giovani, di anni dopo, gli anni dell’Orda d’oro, come l’hanno intitolata Nanni Balestrini e Primo Moroni, studenti del Ms come Roberto Franceschi, anarchici come Franco Serantini. Saluto a pugno chiuso. Ebbene sì. Si può persino essere imbarazzati, si può pensare che va evitata ogni retorica. Ma volevate non esserci a questo funerale di un combattente per la rivoluzione? Volevate risparmiare quelle lacrime che inevitabilmente a un certo punto vi scendono lungo le gote? Succede, per esempio, quando uno dei suoi compagni legge un ricordo collettivo: «… ti rasserenava al termine di ogni discussione… la sensazione di aver ricevuto qualcosa e la convinzione che il Gallo avesse preso qualcosa…». È un convegno brigatista questa cerimonia così fervida e così laica? Ce ne sono tanti dei compagni d’arme (e stavolta non è un modo di dire) di Gallinari, anche quelli che si trovarono in dissenso con lui. Curcio, Balzerani, Senzani, Fiore, Seghetti. Storie e destini diversi dai suoi, qualcuno più tormentato rispetto a lui che, semplicemente, nel 1988 aveva firmato un documento in cui si riconosceva finita e sconfitta la lotta armata. E dopo aveva vissuto sereno, per quel che può esserlo un uomo mitragliato alla testa e scampato a vari infarti. Ma c’è tanta gente qui al cimitero di Coviolo. Almeno un migliaio di persone. Non tutti ex brigatisti. Ci sono vecchi e giovani, amici del posto, ragazzi dei centri sociali, militanti della sinistra senza paraocchi venuti da vicino e da lontano. Solo un piccolo striscione rosso: «La rivoluzione è un fiore che non muore». Clima teso, tremendo, come in Germania in autunno, ultimo episodio di quel film a dieci firme, Fassbinder, SchlSchlöndorff, Kluge, Reitz tra gli altri, i funerali di Andreas Baader, Gudrun Ensslin e Jan Raspe, i tre «suicidi» di Stammeim? Ma no. Gli agenti della Digos si tengono a distanza, gironzolano, occhieggiano. Gli amici e i compagni di Prospero si raccolgono tranquilli e commossi a commemorarlo. Ognuno a modo suo, chi in forma epigrammatica chi con piccoli comizi. Tonino Paroli: «Non chiamateci terroristi, non lo siamo mai stati». Oreste Scalzone: «Prospero sentiva l’appartenenza ma non come un Rodomonte». Sante Notarnicola: «Vorrei ricordare la generazione degli anni ’50 e ’60, la più pura, la più infelice, la più cara». Facce segnate dal tempo e da delusioni cocenti? Se si vuole, sì. Ma dove non si trovano in giro per le città? Per un amore perduto, per un flirt finito male. E la rivoluzione è un amore grande, un flirt potentissimo. Sempre a cercare, noi, che finisca meglio.

La cerimonia di saluto
Tutti a Coviolo per salutare Prospero Gallinari la cerimonia si terrà domani 19 gennaio alle-14-30
Ciao Prospero
In diretta da Coviolo immagini e parole della cerimonia di saluto a Prospero Gallinari/1
In diretta da Coviolo in migliaia per salutare Prospero Gallinari/2
La diretta twitter dai funerali
Ciao Prospero
Gli assenti
Scalzone: Gallinari come Prospero di Shakespeare, “la vita è fatta della stessa sostanza dei sogni”
Fine di UNA storia, LA storia continua
Mai alcuna confessione di innocenza, Prospero

Testimonianze
In memoria di Prospero Gallinari di Oreste Scalzone
Al funerale di Gallinari la generazione più felice e più cara
Su Prospero Gallinari
Gallinari e il funerale che andava fatto anche per gli altri

La storia
Bianconi – I parenti delle vittime convocati via posta per perdonare Gallinari
Prospero Gallinari chiede la liberazione condizionale e lo Stato si nasconde dietro le parti civili
“Eravamo le Brigate rosse”, l’ultima intervista di Prospero Gallinari
Prospero Gallinari quando la brigata ospedalieri lo accudì al san Giovanni
Gli avvoltoi s’avventano sulla memoria di Prospero Gallinari
Gallinari è morto in esecuzione pena dopo 33 anni non aveva ancora ottenuto la libertà condizionale
Prospero Gallinari un uomo del 900
Chi era Prospero Gallinari?
Gallinari e Caselli, il confronto tra cattivi maestri e bravi bidelli
Gallinari, Gotor e le lettere di Moro
Caselli Prospero Gallinari e i cattivi maestri
In risposta a Caselli su Gallinari

“In memoria di Prospero Gallinari”, di Oreste Scalzone

Vorremmo essere qui contadini della terra dove giaci,
e che concimi anzitempo,
companero de l’alma, compagno

(Miguel Hernandez)

E così, il “contadino nella metropoli”, se n’è andato anche lui.
Sempre, di  “un uomo che muore”, si potrebbe venire a dire tutto un
concatenamento,
 una matassa anche aggrovigliata di cose, più o meno
‘rapsodicamente’ e senza l’assurda pretesa di poter racchiudere
chicchessìa in un giudizio, una biografia, un ritratto.
 Qui, tanti
approcci possibili : “Prospero come Prospero”, la persona;
 Prospero
nei contesti, sincronicamente e diacronicamente; Prospero e 
le
mutazioni d’epoca, di “spirito del tempo”, Zeit Geist; Prospero 
nella
lunga onda lunga, onda alta della sovversione, nei movimenti che 
nelle
cronologie possiamo periodizzare come seguìti al Sessantotto, 
e
chiamare “Sessantotto lungo”, lungo un anno, un lustro, e poi due, e
più; 
Prospero uno di noi in senso largo quanto si può, dando per
buone in generale le auto-certificazioni; Prospero e i più
strettamente “suoi”; Prospero e
nojaltri in senso stretto; e in
tanti potremmo scrivere di “Prospero e io”.
Si potrebbe per esempio
cominciare da un Brecht in cui aveva trovato 
qualcuno che gli dava
voce: tra l’Elogio dell’agitatore nella 
cassa di zinco e l’Ode del
lavoro clandestino –
«Bello è / levare la
voce nella lotta di
classe»…
Si potrebbe cominciare dal riaffiorare di ricordi, remoti, recenti…
Ma la rapsodìa
 diverrebbe troppo lunga.
La vita che tira per la giacca, strattona, la vita ‘che tossisce
tutta la notte e non vuol lasciarti dormire’, le voci che
sopravvengono incessanti spintonandosi accavallandosi, fatti e cose,
sussurri e grida, chiamate, perentorie domande, interrogazioni,
replicate da echi, mutazioni mutanti e mutagene, variazioni su tema,
che insorgono come voci-di-dentro : così il <tempo di nostra vita (…)
–  e qui per evitare equivoci, malintesi e illazioni  di dualismi e
differimenti impliciti, introdurrei d’arbitrio una virgola – (…),
mortale>, così, anche così si autodivora, tempus fugit, si restringe,
fugge, sfugge, si consuma – il tempo, manca.
Nel dispotismo, insomma, crudele della misura del tempo, crono-metrìa,
<invenzione degli uomini incapaci d’amare>, non c’è spazio più di
tanto per piangere su noi stessi, che ad ogni addìo ci sentiamo un po’
più soli, e dobbiamo apprendere a elaborare il lutto della nostra
mortalità di esseri di <razza umana>, specie di esseri parlanti, la
cui singolarità – che è innanzitutto il “sapersi” e il “sapersi
sapere”, a cominciare dall’inferenza della mortalità e dell’alterità,
sé/altro: conoscenza/dannazione, ché conoscere implica separazione,
distinzione, divisione, strappamento –, la cui peculiarità  è il
guardarsi vivere sapendosi morir[n]e, strappati alla pienezza di un
presente attanagliato dai tempi che lo riducono a una linea sottile
inconsistente, come a zero.
Corrono così giorni prima che chi vi scrive, sempre più
intempestivamente anche qui, riesca a “metter nero su bianco” almeno
un po’ di quanto aveva cominciato a ‘traghettare’ dalla girandola di
emozioni e riflessioni, al foglio scritto: per tentare di mettere in
comune, per quanto è possibile, la tristezza, il sentirsi ancora un
po’ più soli per la disparizione dalla scena – dal ‘Gran Teatro del
Mondo’, e dalle proprie psico-cartografie più o meno immaginarie di
territori esistenziali, di tutto un arcipelago, <gruppo di isole unite
da ciò che le separa> – di un amico.
E cominciare il lavorìo, il travaglio, travail,
dell’elaborazione del lutto per quest’altro,
ultimo addìo, per la morte – che per noi è la perdita, per lui  la
“fine-del-mondo” – di un compagno, amico, che evoca il pane spezzato
e condiviso, ‘il pane e anche le rose’; la lotta, le spine e le
ferite, il <mi rivolto, dunque siamo>, la ‘vita materiale’  e il
‘sogno di una cosa’ – espressione che non è di Pasolini, è di Marx…
(strana sempre, sorprendente la <chimica mentale>, le reazioni
concatenate, associazioni, sinergismi… mi affiora alle labbra,
finalmente, uno e poi un altro brandello dell’Urlo di Ginsberg
<…sono con te a Rockland, dove venticinquemila compagni matti
cantano tutti insieme le ultime strofe dell’Internazionale. Sono con te a Rockland…>,
e il verso di Miguel Hernandez <alle anime alate delle rose […] ti chiamo,
ché dobbiamo parlare di molte cose, companero de l’alma, companero>).

{A questo punto, per intanto, trascrivo qui di seguito delle prime
riflessioni, che avevamo messo in circolo ‘a caldo’, poche ore dopo la
notizia della morte di Prospero.
   Il tempo manca, ora – ma proseguiremo nei prossimi giorni il
‘filo-del-discorso’ }

Innanzitutto, di Prospero Gallinari, un paio di cose.
Primo, quando nello <spazio pubblico> si discuteva della
sospensione per gravissimi motivi di salute della pena che stava
scontando, ciò che faceva ostacolo, come un macigno, all’applicazione
di questa misura di scarcerazione che la stessa legge prevedeva per
qualsivoglia persona detenuta fosse in  condizioni fisiche gravi ed a
rischio, era una considerazione extra-giudiziaria, d’ordine
ideologico-politico, di natura <sostanzialista>, a carattere
“tipologico”, ad personam: la – diciamo pure –  convinzione, asserita
come certezza, dai Palazzi alle strade, da “scrittori e popolo”,
che Prospero fosse stato attore diretto, anche materiale,
dell’esecuzione dell’onorevole Aldo Moro.
[ In generale, sempre, questa tracimazione dal piano della <verità
giudiziaria> –  che nello stesso Diritto penale una volta mondanizzato
e non più sorretto dalla presa in conto di un’ipotesi-Dio, non può
che essere un <come se>, una congettura, più o meno decentemente
fondata, ma mai, “pe’ la contraddition che nol consente”, certezza
assoluta, talchè una sentenza è pur sempre un <dispositivo di
produzione di effetti di verità> – , questo spostamento ed irruzione
su quello detto nel léssico giuridico <verità storica>, è arbitraria, abusiva.
La più plebiscitaria, unanime <vox populi> non può mai, in
punto logico, aveva la valenza che in altri codici e paradigmi è
attribuita alla <vox Dei>, una volta che questa sia stata dichiarata
caduca, o comunque per convenzione tenuta fuori del campo normativo.
Nel campo penale più che in ogn’altro, la più convincente delle
deduzioni, la più forte delle verosimiglianze, non può essere asserita
come Verità assoluta, come la <Verità>: questo vorrebbe dire
istituire, appunto, un <Ministero della Verità>…
Questa pretesa di veridizione assoluta, “obietiva”,
rende perciostesso falsità ogni illazione, nel momento stesso
in cui la spaccia per certezza avventurandosi sul terreno di ciò che,
in buona filosofia, è inattingibile, salvo ad una eventuale onniscienza –  nello stretto
senso teologico – che “non è di questo mondo”.]

Come si è visto poi, con una successiva e ultima approssimazione alla
verità fattuale che è stata omologata dalla stessa parola finale sul
piano della ricostruzione e decretazione giudiziaria della “verità” in punto di fatto,
nel caso specifico l’illazione aveva un contenuto falso.
Ebbene, nell’altalena di un’ipoteca radicale sul suo destino –
questione “di vita o di morte” in senso stretto e immediato, a dire di
tutte le perizie mediche –, Prospero Gallinari non si lasciò mai
estorcere alcuna confessione d’innocenza. Senza alcuna iattanza,
vociferazione altisonante, enfasi grandiloquente sui bordi delle
economie narcisistiche del “Guerriero” e del “Martire”, dell’eroismo
stile <capace di morire di mille ferite pur di disarcionare
l’Imperatore>, del sacrificio, e poi  dell’auto-identificazione come
vittima.  Semplicemente, un po’ come il<Bartheleby di Melville,
Prospero taceva o rispondeva di non aver nulla da dire,
<I’ld prefer not to>. Esprimeva un rifiuto di entrare nella dialettica
dell’Innocenza e della Colpa. E anche dopo, non ritenne, pur incalzato da
domande che trasudavano innanzitutto stupore come di fronte a un
qualcosa d’impensato e impensabile, non aggiunse una mezza parola che
potesse anche semplicemente validare l’ipotesi affermatasi e non fatta
oggetto di confutazione alcuna.
La cosa parla da sé, non richiede commenti.

Secondo. Prospero che, secondo testimonianze molteplici, convergenti
e al di fuori della minima ombra di sospetto di logica utilitaristica,
perché fuori di ogni possibile “mercato penale”, mercato “delle
Giustizie e delle Grazie”, delle punizioni e delle indulgenze, aveva
pianto, non solo salutando un’ultima volta Aldo Moro, su questa morte.
Viene in mente la tragedia, etica, logica, del rompicapo, del vero e
proprio <dilemma morale>, della <Canzone di Piero> di De André. In
quel caso, dentro il carattere cogente come forza di gravità di un’inimicizia
in quel caso prescritta, comandata e subita, ma comunque
materialmente vigente, stato-di-fatto, il soldato Piero esita e non
spara per primo. Non già per distrazione, per grandezza o grandezzata
d’animo, o altre Elette virtù (in paradigmi diversi da quello
dell’egocentrismo parossistico del patriottismo, dei patriottismi
“eguali e contrari” il cui manifestarsi perfettamente all’unisomo non
può che, perciostesso, divenire massacro): semplicemente, per un
personalissimo egoismo, che gli renderebbe insopportabile <vedere gli
occhi di un uomo che muore>, sopportare lo sguardo di uno che muore per tua mano – è tutto.

Ora, la Storia – soprattutto quella per narrazioni di Grandi eventi,
è piena di chi per “interesse privato” e propensione istintuale,
radicata nella disperata lotta per la sopravvivenza, nella dedizione
alla predazione, alla sopraffazione, all’uso strumentale, al comando,
al possesso, fino all’annichilazione d’altrui.
Chiunque abbia praticato la decisione, l’impresa, il governo, il
comando, ha preso su di sé la responsabilità terribile di causare,
direttamente o indirettamente, la morte d’altrui.
Condottieri, profeti, fondatori di città e d’imperi, sovrani… Nelle
forme moderne in cui tutto questo appare più “automatico”, invisibile,
“oggettivo”, “tecnico”, necessitante, “naturale”.
<Non si governa senza crimine>, come nota Machiavelli nel Principe. […].
Che <un morto sia tragedia e crimine, un milione di morti,
statistica>, è frase terribile, può essere stolta se scagliata come
ritorsione animata da manicheismo,
auto-negazionismo e surrettizia “universalizzazione come Bene”
della propria partigianità, ma è pur sempre attualmente incontrovertibile.

Certo, questo vale anche per chi è ricorso alla violenza per moventi
opposti, d’insorgenza contro tutto questo; ma, dal nostro
irriducibile punto di vita all’opposto di quello istituito e imposto
come ‘corrente’, con una natura radicalmente diversa  (sia pure con
tutti i benefici secondari, d’ordine narcisistica, che può motivare questa condotta del ribelle).
Certo, non si sono mai viste rivoluzioni (e non solo quelle segnate
da una fondamentale omologia e mimetiche, marcate dalla contraddizione
in termini di una rivoluzione statale, ciò che ad avviso di chi scrive
condanna senza appello ad una eterogenesi dei fini e in una
trasformazione nel proprio più atroce contrario […]; ma in generale
anche insurrezioni, guerriglie di resistenza) al netto del sangue.

Ciò detto, una distinzione di tipo etico si può fare, tra chi è
dotato di riflessività, consapevole delle sue responsabilità, e non
pretende – a mezzo della falsificazione delle propagande – di operare
una trasmutazione alchemica che faccia diventare ciò che
intrinsecamente è “male”, intrinsecamente “Bene”, “buono”
(addirittura pretendendo di convincerne chi lo subisce) – e chi no.
Tra chi si trincera, si nasconde dietro l’invisibilizzazione per
astrattizzazione “statistica” – tanto maggiore quanto più alto è il
numero degli schiacciati e sterminati, più indiretta, invisibilizzata,
la responsabilità, occultata da un concatenamento ferreo ma non
immediatamente evidente di cause ed effetti, di decisioni e conseguenze –,
e chi non sfugge il senso tragico della propria responsabilità. Tra chi “manda”, e chi “va”.

Nell’emergere sempre più incontestabile di una corsa delle logiche
istituite ad un crescente assurdo, con tutti i corrispondenti scenari,
la ‘cifra’ etica di un Prospero Gallinari rende tanti irriducibili
Soloni d’ogni taglia e bordo, dei sinistri e grotteschi nanerottoli.
Per intanto una frase:
<Sarà difficile ridurre all’obbedienza chi
non ama comandare>…  […]

il 19 gennaio 2013, prima di partire per Reggio Emilia

Oreste Scalzone, & qualche complice

Gallinari e Caselli, un confronto tra cattivi maestri e bravi bidelli

Leonardo Sciascia nel suo Il giorno della civetta aveva diviso gli esseri umani in cinque categorie:

«…l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancora più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora più in giù: i piglianculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre…»

Con Totò le categorie si riducono a due:

«L’umanità, io l’ho divisa in due categorie di persone: Uomini e Caporali. La categoria degli uomini è la maggioranza, quella dei caporali, per fortuna, è la minoranza. Gli uomini sono quegli esseri costretti a lavorare per tutta la vita, come bestie, senza vedere mai un raggio di sole, senza mai la minima soddisfazione, sempre nell’ombra grigia di un’esistenza grama. I caporali sono appunto coloro che sfruttano, che tiranneggiano, che maltrattano, che umiliano. Questi esseri invasati dalla loro bramosia di guadagno li troviamo sempre a galla, sempre al posto di comando, spesso senza averne l’autorità, l’abilità o l’intelligenza ma con la sola bravura delle loro facce toste, della loro prepotenza, pronti a vessare il povero uomo qualunque.Dunque dottore ha capito? Caporale si nasce, non si diventa! A qualunque ceto essi appartengono, di qualunque nazione essi siano, ci faccia caso, hanno tutti la stessa faccia, le stesse espressioni, gli stessi modi. Pensano tutti alla stessa maniera!»

Dopo aver letto l’intervento di Giancarlo Caselli apparso questa mattina (qui) sulla gazzetta delle procure (intendo il Fatto quotidiano), abbiamo capito che il mondo è ormai cambiato. Al posto dei “caporali” di Totò e dei “quaquaraquà” di Sciacia difronte a noi abbiamo da una parte i cattivi maestri e dall’altra i bravi bidelli.

Il capo della procura torinese, come aveva fatto Bendetta Tobagi alcuni giorni fa su Repubblica (qui), lamenta la reazione della rete alla notizia della scomparsa improvvisa dell’ex esponente della Brigate rosse Prospero Gallinari. Non gli va proprio giù che tanti, tra cui molti giovani, abbiano mostrato stima, simpatia, rispetto e attenzione per la storia di un “cattivo maestro” come lui definisce Gallinari. Non sopporta nemmeno chi ha dato prova di piètas. Costoro sarebbero tutti dei «nostalgici irriducibili, pronti ad osannare la lotta armata anche nel nuovo secolo», ha scritto per concludere minacciosamente: «Ancora una volta il silenzio e la contiguità su questi temi sono complici».
Attenzione dunque, anche il cordoglio, non parliamo della partecipazione ai funerali che si terranno domani alle 14.30 a Coviolo (vedi qui) presso Reggio Emilia, potrebbero essere considerati elementi probanti l’appartenenza ad una possibile, nuova ed immaginaria, banda armata.

Per Caselli, che cita Barbara Spinelli, affranta anch’essa dall’inciviltà del web, si tratterebbe della «patologia che affligge molti italiani, spesso vittime di una perdita di memoria che sconfina nell’amnesia e porta ad una profonda sottovalutazione del pericolo che si corre occultando il passato per la mancanza continuativa di una coscienza etica».

Cosa da fastidio a questi bravi bidelli? La pluralità delle memorie, la ricchezza delle testimonianze, la storia aperta traversata da correnti di pensiero, dibattiti, confronti e contrasti. I bravi bidelli vorrebbero il deserto, quello che chiamano “memoria condivisa”, altrimenti detto storia di Stato, che poi rima con ragion di Stato o verità politica. Aspirano al monopolio del passato che prelude e fonda quello del futuro, ambiscono al controllo delle coscienze, al ministero della verità, ad una società orwelliana dove non c’è posto, prim’ancora che per la molteplicità delle idee, per i fatti stessi, per quella che Machiavelli definiva la “realtà effettuale della cosa”. Vorrebbero un mondo silenziato che nella loro neolingua chiamano democrazia.

Per questo hanno istituito le giornate della memoria che attraverso solenni rituali commemorativi cadenzano il cerimoniale istituzionale divulgando un’etica di Stato. Una memoria in bianco e nero che evoca immagini sbiadite di violenza politica e cancella i colori vivi della storia. In questo modo all’oblio dei fatti sociali sovrappongono unicamente la memoria penale, unico presente possibile, finalizzata alla creazione di una nuova topolatria: il culto di luoghi e momenti sapientemente selezionati per rappresentare il sacrificio versato ai valori legittimi.
Emanate le sentenze, sepolti nelle galere o ripresi dall’esilio gli insorti di ieri, deplorati i morti di una parte e decorati quelli dell’altra, elevate le lapidi e innalzati i monumenti, ribattezzate le vie, ai soggetti vivi della storia sostituiscono i testimoni risentiti della memoria.

Ne da ampia prova lo stesso Caselli con il suo linguaggio carico di risentimento e spregevole livore classista quando dipinge il giovane contadino Gallinari, dalle unghie sporche e le mani callose, come un individuo rozzo e volgare. Pensate, da ragazzo quand’era in campagna si cimentava in singolari sfide, «tipo mangiare venti calzoni di fila o stare a torso nudo, sotto un albero, tutta la notte». Che orrore madama la marchesa!

Il giudice torinese sembra ossessionato, mostra di temere Gallinari anche da morto, ha paura che il suo fantasma possa venire a turbare la quiete delle sue notti, sospetta che possa reincarnarsi tra qualche No tav, sotto felpe e i cappucci dei giovani che manifestano nelle piazze o tra i migranti che sbarcano sulle rive di Lampedusa.

Gallinari è uno spettro che si aggira nella sua mente, forse per questo tenta di esorcizzarlo attribuendogli altre responsabilità anche dopo la sua scomparsa. Nonostante le circostanze dell’uccisione di Moro siano accertate da tempo (leggi qui), Caselli non esita a seminare il dubbio sostenendo che la sua carriera di brigatista sarebbe «culminata con la spietata esecuzione (forse) del prigioniero Aldo Moro».
E’ indecente Caselli, è un bugiardo perfettamente consapevole di esserlo.

Ma chi è Caselli (Guarda qui)? In passato sia Giuliano Ferrara che Saverio Vertone (importanti dirigenti del Pci torinese) hanno raccontato come esercitasse la sua funzione giudiziaria tenendo riunioni politiche nelle sedi del Pci per concertare una comune strategia antiterrorismo.
Sul Corriere della sera dell’11 dicembre 1994 Vertone spiegava: «I rapporti di Caselli con il Pci erano strettissimi, fino a divenire più avanti nel tempo, statuari, organizzativi. Partecipava alle riunioni dei comitati federali. Forse, ma non ne sono certo, prendeva anche la parola alle riunioni di segreteria: discuteva di politica, naturalmente. Però non dimentichiamoci che allora discutere di politica significava affrontare il problema dell’emergenza terrorismo. Caselli era il rappresentante dell’ “intransigenza democratica”, teorizzava la supplenza della magistratura dinanzi al cedimento degli organismi pubblici. Io e Ferrara concordavamo con lui sulla necessità di mantenere una linea dura».

Leggi qui la testimonianza di Ferrara.

All’insegna di quella che fu la magistratura combattente durante l’emergenza degli anni Settanta, Giancarlo Caselli ha sempre condotto una battaglia su due fronti: quello giudiziario e quello del senso, ovvero sulla visione legittima delle cose da imporre. Appartiene a quel genere di magistrati che pretendono di salvarti l’anima per il mezzo della confisca del corpo.

Non importa che tu sia vivo o sia morto.

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Tutti a Coviolo per salutare Prospero Gallinari. La cerimonia si terrà domani 19 gennaio alle 14.30

  Si terrà di domani, sabato 19 gennaio, alle 14.30 presso il cimitero di Coviolo in via dei Fratelli Rosselli 5 la cerimonia in saluto di Prospero Gallinari

Coviolo si trova a 4 km da Reggio Emilia. Si può raggiungere prendendo il bus 4 dalla stazione di Reggio Emilia.
Orari di collegamento (una ventina di minuti il tragitto)
13.11  /  13.59   /   14.05   /   14.12

Gallinari-Prospero-3-zoom

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