Stupro al Quartaccio: Racs non c’entra 11/continua

Stupri, il romeno Racz non c’entra. Il dna lo scagiona anche dalla violenza al Quartaccio. Bufera sulla questura per le immagini dell’interrogatorio di Isztoika diffuse in tv. Alfano: «Valuteremo con gli uffici»

Anita Cenci
Liberazione 13 marzo 2009

Il dna ha colpito ancora. Se non è il colpo di grazia per le indagini condotte dalla squadra mobile romana sugli stupri della Caffarella e del Quartaccio, poco ci manca. Le analisi condotte nei laboratori della polizia scientifica hanno scagionato Karol Racs anche dalla violenza sessuale compiuta la sera del 21 gennaio scorso, nel quartiere del Quartaccio, periferia nord-ovest della Capitale.
Gli esperti della polizia hanno stabilito che le tracce genetiche rinvenute sulla donna aggredita non sono riconducibili a quelle del romeno, già discolpato per la violenza della Caffarella. L’indiscrezione circolava da tempo ma ora mancano solo i timbri per la sua ufficializzazione.
Forte della notizia, il suo avvocato ha presentato ricorso al tribunale del riesame sollecitando la revoca della custodia cautelare anche per questa seconda accusa, sopravvenuta dopo l’incriminazione per la violenza della Caffarella. La sequenza temporale in questa vicenda è molto importante, infatti questa “accusa corollario” è scaturita nei giorni in cui affioravano le prime indiscrezioni sulla mancata coincidenza del dna di Racs e del suo connazionale Isztoika, con quello dei violentatori della Caffarella. Così, dopo settimane di stallo, l’inchiesta del Quartaccio subì un’improvvisa accelerazione. Una «ricognizione» sulla persona di Racs venne realizzata in sede d’incidente probatorio. A dire il vero, il riconoscimento apparve subito forzato. Una furberia investigativa giocata tutta sulla forte sugestionabilità della donna traumatizzata dalla violenza. L’identificazione apparve viziata dall’inquinamento mediatico che l’immagine mostrificata del romeno aveva subito nei giorni precedenti. Ancora una volta, però, la prova scientifica ha fatto emergere le magagne che spesso nascondono i vecchi artifici investigativi. La donna, per altro, era subito tornata sulle sue dichiarazioni appena saputo che il dna aveva dimostrato l’estraneità di Racs dallo stupro della Caffarella.
Per oggi è prevista l’udienza di convalida del fermo dell’altro cittadino romeno, Alexandru Loyos Isztoika, mantenuto in detenzione con l’accusa di calunnia e favoreggiamento. Per la procura la falsa confessione del “biondino” non sarebbe stata la conseguenza di maltrattamenti, ma un depistaggio ordito contro gli investigatori per coprire i reali autori dello stupro, consentendo loro di fuggire. Che gli inquirenti siano sempre più in difficoltà, lo prova anche l’argomento utilizzato per denunciare il presunto «tentativo di fuga» di Isztoika. Nel corso d’intercettazioni telefoniche del padre, la polizia avrebbe «scoperto» che, se rimesso in libertà, un familiare l’avrebbe accompagnato alla stazione dove partono i pulman diretti in Romania. L’ipotesi getta ancora più nel ridicolo questura e procura. Di quale fuga si sarebbe mai trattato? La legittima aspirazione di un genitore di riportare suo figlio a casa, pagandogli il biglietto e traversando la frontiera con i documenti?
Sul fronte delle indagini, invece, sarebbero iniziati gli esami comparativi del dna raccolto in Romania su una cerchia di 20 persone, parenti di Loyos e Chiosci, l’uomo senza tre dita, riconosciuto in un primo momento dai fidanzatini. Sarà un passaggio decisivo dell’inchiesta. Si saprà finalmente quanto la “pista romena”, imboccata e mai abbandonata dagli inquirenti, sia fondata o meno.
Suscita, invece, polemiche la diffusione delle immagini video-registrate della confessione (mai visionate dalla difesa), poi ritrattata, di Isztoika. Quanto meno – per par condicio – andavano diffuse anche quelle della ritrattazione. Il ministro Maroni, che in un primo tempo aveva difeso la poltrona del questore, è stato costretto ad annunciare una verifica. Alfano ha aggiunto: «Sul filmato valuteremo con gli uffici».
Da più parti si fa notare che la questura di Roma sembra più interessata a fare marketing piuttosto che indagini efficaci. Dopo la conferenza stampa trionfalistica seguita agli arresti, questo è il secondo grande errore di comunicazione. Non sono pochi quelli che cominciano a pensare che a San Vitale debba saltare qualche poltrona.

Link
Quartaccio-Caffarella, l’uso politico dello stupro 1
È razzismo parlare di Dna romeno 2
L’inchiesta sprofonda 3
Quando il teorema vince sulle prove 4
Tante botte per trovare prove che non ci sono 5
Non esiste il cromosoma romeno 6
L’accanimento giudiziario 7
La difesa di Racs denuncia maltrattamenti 8
Parlano i conoscenti di Racs 9
Non sono colpevoli ma restano in carcere 10
Negativi i test del Dna fatti in Romania 12
Stupro della Caffarella 13
Stupro del Quartaccio, scarcerato Racs 14
Cosa si nasconde dietro la confessione di Loyos? 15
Racs innocente e senza lavoro 16
La fabbrica dei mostri 17
Loyos picchiato dalla polizia per confessare il falso 18

Manuel Eliantonio, morto nel carcere di Marassi

Da gennaio 98 detenuti morti

Paolo Persichetti
Liberazione 22 ottobre 2008

Dall’inizio del 2008 sono morte nelle carceri italiane 98 persone. L’ultimo censimento risale al 15 ottobre scorso (fonte Ristretti orizzonti). Nei casi di morte recensiti sotto la voce «malattia», il dato non è in grado di dettaglaire ulteriormente i decorsi e le caratteristiche delle malattie che hanno portato alla morte e dunque non dicono tutto sulla carenza di cure che spesso accelerano irrimediabilmente gli stati patologici dei reclusi. Un episodio eclatante è stato quello di Franco Paglioni, affetto da sindrome Aids e deceduto in condizioni ignominiose lo scorso settembre nel carcere di Forlì. In realtà i dati raccolti nel dossier non riescono a dirci l’intera verità poiché si tratta d’informazioni (tutte verificate) raccolte in modo autonomo, sulla base di notizie di stampa o fornite da altri detenuti o familiari. Esiste un sommerso che il Dap tiene opportunamente sotto silenzio o dissimula all’interno di statistiche poco decifrabili. Almeno 37 sono i morti per «suicidio», una dicitura spesso di comodo sotto la quale si celano altre terribili circostanze come la vicenda di Stefano Brunetti, denunciata dall’ufficio del garante dei detenuti del Lazio. Arrestato ad Anzio l’8 settembre scorso, morì in ospedale il giorno successivo a causa delle percosse subite. Ora la famiglia ha presentato querela contro ignoti per omicidio colposo. Dall’autopsia sarebbe emerso, secondo quanto riportato dal legale Carlo Serra, che Brunetti «è morto per un’emorragia interna dovuta ad un grave danno alla milza. Risultano fratturate anche due costole». Manifestamente è stato pestato. Anche per il caso di Marcello Lonzi, morto nel 2003 nel carcere di Livorno, la procura dopo anni di denunce da parte della madre ha finalmente deciso di riaprire un’inchiesta troppo sbrigativamente archiviata. Due agenti e l’ex compagno di cella risultano indagati. Per le molteplici morti violente in carcere e nelle questure, l’Italia è sotto accusa daparte di alcuni organismo internazionali e dalla commissione europea sulla prevenzione della tortura.

Genova 2001, assalto al carcere di Marassi

Genova 2001, assalto al carcere di Marassi

Materassi sul pavimento, pulizia da pollaio, densità da carri merci 57.030 detenuti per 43mila posti: il sistema carcerario è fuorilegge

Paolo Persichetti
Liberazione 24 ottobre 2008

Il sistema carcerario italiano è fuorilegge. La capienza regolare, cioè il numero di posti disponibili sulla base delle strutture architettoniche realmente esistenti è stato superato da tempo. Siano ormai oltre il tutto esaurito, 57.030 detenuti (censimento del 16 ottobre scorso) contro i 43.262 posti-cella previsti (quelli che nel regolamento penitenziario del 2000 vengono definiti «camere di pernottamento», intendendo con ciò che durante la giornata i reclusi non dovrebbero sostare nelle celle, come in realtà avviene, ma restare aperti). Per questo motivo un grande numero di istituti penitenziari operano di fatto al di fuori della legalità, cioè non sono in grado di ottemperare alle norme che ne presiedono il quotidiano funzionamento. Superfluo sottolineare che in questo modo si pongono al di fuori dello stesso articolo 27 della costituzione. Posizione abbastanza scomoda e paradossale per una istituzione dello Stato che incarna il luogo dove la Giustizia si traduce nei suoi termini più concreti e materiali, l’esecuzione della sanzione, e perciò stesso rivendica (vedendone affievolita la legittimità) una missione correttiva.
Negli anni passati si è pensato di risolvere il sovraffollamento strutturale con una semplice circolare amministrativa che introduceva la nozione di «capienza tollerabile». Un trucco contabile, una truffa vera e propria, una specie di gioco di prestigio che riducendo i parametri minimi vigenti all’interno dell’Unione europea, ovvero la soglia di vivibilità stabilita in base ai metri quadri disponibili per detenuto, ha aumentato la capienza. Così il numero dei posti è salito a 63.568; una soglia esplosiva, un punto di collasso del sistema che secondo le proiezioni stesse del Dap verrà raggiunto entro la fine dell’anno, se non decresce – e non decrescerà affatto con i ddl Berselli e Carfagna già in discussione – il numero degli ingressi che viaggia ormai al ritmo di 800-1000 al mese. La capienza regolamentare è già abbondantemente superata in tutte le regioni, ad eccezione della Valle D’Aosta. In 4 regioni i penitenziari hanno addirittura superato la stessa soglia di capienza tollerabile. In Campania a fronte di una ricevibilità regolamentare di 5.306 posti, tollerati 6.966, si è arrivati a 7.125 detenuti. In Emilia Romagna si è giunti a 3.919 sui 2.270 previsti e 3.761 tollerati. In Veneto a 2.924 sui 1.917 previsti e 2.902 tollerati. Anche in Trentino tetto regolamentare e di tolleranza abbondantemente oltrepassati. In Friuli, Liguria, Lombardia, Marche e Sicilia la soglia di tolleranza è prossima allo sforamento (ancora un 10% di posti virtuali disponibili) e poi sarà il crack.
La situazione è talmente grave che il neopresidente del tribunale di sorveglianza di Milano – come racconta il Corriere della sera di ieri –, Pasquale Nobile De Santis, ha scritto al ministro Angelino Alfano per denunciare le condizioni delle carceri di Busto Arsizio, Varese, Monza e Milano san Vittore, dove il numero dei detenuti ha toccato le 1424 unità contro le 900 disponibili. Celle di 3 metri per 2 con letti a castello a tre piani che raggiungono il soffitto, materassi sul pavimento, scarafaggi, infiltrazioni d’acqua, docce col contagocce. Densità da carro bestiame, pulizia da pollaio.
In affanno il governo conferma le sue politiche sicuritarie alimentate da quell’industria dell’incarceramento sociale, vera guerra dall’alto contro immigrati, tossicodipendenti, giovani delle periferie (legge Bossi-Fini sull’immigrazione, Fini-Giovanardi sulle droghe, ex Cirielli sulla recidiva) che l’indulto ha solo momentaneamente tamponato. Annuncia l’ampliamento dei padiglioni esistenti e la costruzione di nuove carceri. Ma ci vorranno anni. Intanto la popolazione reclusa si gonfia e gli studenti sono scesi in piazza. Ma non era già successo?