Giustizialismo e lotta armata

Secondo Sofri l’uccisione di Calabresi si distinguerebbe dai successivi atti di lotta armata avvenuti nel corso degli anni 70-80 perché aveva un contenuto morale che alla lotta armata per il comunismo mancava
Risponde Scalzone che difficilmente una vendetta, un atto di giustizialismo politico, può rivendicare una superiorità morale


Caro Sofri, uccidere Calabresi fu giustizialismo politico

di Oreste Scalzone
Liberazione
2 ottobre 2008

12 dicembre 1969 terrore di Stato, banca popolare di piazza Fontana dopo la strage

L’incontro patrocinato dal segretario dell’Onu in occasione del Memory day in favore delle «vittime del terrorismo» ha fatto saltare i nervi ad Adriano Sofri. In nome di una indistinta nozione della figura di vittima si è tenuta nelle scorse settimane una cerimonia attorno alla quale sono state raccolte vicende molto diverse tra loro, distanti e persino opposte nello spazio, nel tempo, financo nella loro fenomenologia, morfologia e eziogenesi, come i morti delle Twin Towers, gli scolari trucidati a Beslan, i morti delle stragi di piazza Fontana o l’uccisione del commissario di polizia Luigi Calabresi, per fare solo alcuni esempi.

Il commissario di polizia Luigi Calabresi

Il commissario di polizia Luigi Calabresi

Condannato per quest’ultimo episodio, ma da sempre proclamatosi innocente, Sofri non ha sopportato l’accostamento. “Io terrorista, alla stregua dei sequestratori di Beslan? No, non ci sto!”. È stato questo il senso della sua indignata reazione per un qualcosa che esplicitamente ferisce il suo onore. Sofri ha giustamente contestato che un episodio come l’uccisione di Calabresi, arrivato al culmine di una sequenza che vide la morte dell’innocente Giuseppe Pinelli e la montatura contro gli anarchici con l’incriminazione di Pietro Valpreda, possa essere messo sullo stesso piano della strage di piazza Fontana, accorpato addirittura a massacri di bambini e deportazioni a volte vicine al genocidio. Sul Foglio del 13 settembre ha sollevato la pietra dello scandalo affrontando la semantica di una delle parole più stregate al mondo: «terrorismo». Termine tra i più compromessi, multiuso, impiegato essenzialmente per delegittimare, mostrificare, demonizzare l’avversario piuttosto che per definire un particolare uso della violenza. Occasione per questo di un infinito autismo comunicativo. Si potrebbe forse obiettare che non ha molto senso rincorrere sul terreno della stigmatizzazione linguistica chi bombarda o ordina martellamenti d’artiglieria e poi rivendica virtuose illibatezze, senza mancare di dare del terrorista ai ragazzini col cappuccio che lanciano sassi, rompono qualche vetrina o riempiono i muri di tag. Da alcuni anni una direttiva europea considera terrorismo il pirataggio informatico o la semplice occupazione illegale di piazze e edifici pubblici. Di fronte a ciò, è lecito chiedersi se si possa passare la vita lasciandosi ipnotizzare nel tentativo di raddrizzare i torti semantici, di (ri)prendersi la ragione rispetto a un intreccio infinito di mascalzonate statali d’ogni tipo…? Forse a questo punto l’unica cosa possibile è fare un’operazione di radicale Jugitzu semantico, come quella realizzata dai movimenti afro-americani, quando decisero di svuotare l’aggressività coloniale e razzista dello stigma negro appropriandosi essi stessi di quella definizione.

Giuseppe Pinelli, innocente morto all'interno della questura di Milano

Giuseppe Pinelli, anarchico ucciso nella questura di Milano

La parola terrorismo nasce sulla base di una autodefinizione del rivoluzionarismo statalista-borghese nel drittofilo del diritto di resistenza e del «diritto-dovere a insorgere con le armi alla mano contro il despota e l’usurpatore». Teorie, come quella del tirannicidio, finemente elaborate dai gesuiti spagnoli del 600, Birenbaum e altri, per argomentare la legittimità dell’attentato contro la persona dell’imperatore, se questi entrava in conflitto con l’autorità papale. Dottrine poi riprese con fedeltà mimetica da quello che potremmo chiamare legittimismo del futuro prossimo venturo, di parte repubblicana; e poi di nuovo, alla rovescia, dal legittimismo tradizionalista anti-repubblicano. Termini, dunque, di doppia matrice, cattolica apostolica romana prima e poi – nella teologia politica, con perfetta spinta alla ritorsione mimetica – giacobina. Tanto che potremmo parlare con pertinenza di concetto catto-giacobino.
Che una traccia di filiazione con questa matrice ci sia anche nei vendicatori anarchici – dopo Felice Orsini e gli attentatori della «propaganda attraverso il gesto», i Gaetano Bresci, i Giovanni Passannante, i Sante Caserio, non deve stupire più di tanto.  La stessa relazione conduce alle azioni dei populisti, gli amici del popolo, i Narodniki dell’attentato a Stoljpin; o ancora ai nazionalisti – e, se vogliamo distinguere il nazionalismo conculcato e irredentistico da quello già al potere, nazionalitarî; e ancora più in generale ai movimenti caratterizzati da ideologia-passione identitaria nutrita di martirio. La realtà è che le idee delle classi dominanti costituiscono un reticolo concettuale da cui non ci si libera sollevandosi per il codino, come il barone di Munchausen…

Pietro Valpreda, anarchico vittima della montatura giudiziaria

Pietro Valpreda, anarchico vittima della montatura giudiziaria

Per contro, non a caso il termine è ereditato senza complessi dal filone della sinistra della socialdemocrazia russa, i bolscevichi, e dal loro successivo costituirsi in Komintern. Quasi inevitabile riscontro degli effetti suscitati dalla contraffazione, oltreché lavorista e statalista, teorizzata da Ferdinand Lassalle. Nel programma di Gotha si stabiliva infatti una retrospettica filiazione non certo con l’Associazione internazionale dei lavoratori e la Comune di Parigi, ma proprio col giacobinismo, con certi passaggi dottrinari, in particolare di Robespierre e Saint-Just.
D’altronde Trotsky non ha complessi quando risponde con l’opuscolo Terrorismo e comunismo al pamphlet Comunismo e terrorismo di Kautsky. Nei resoconti delle sessioni del Komintern si dà documentazione dei dibattiti sull’opportunità di ricorrere in talune circostanze a combinazioni e dosaggi di terrore come ingrediente dell’azione. In alcuni suoi passi Lenin argomenta la necessità di instaurare forme di terrore poliziesco, anche come antidoto e argine a una violenza spontanea insorgente, che altrimenti avrebbe fatto scorrere fiumi di sangue ancor più grandi (vengono in mente in questo caso Bronte, la repressione spietata gestita da Bixio, e altrove le osservazioni di Foucault – nel Dialogo con i maoisti e in Microfisica del potere – sulla violenza rivoluzionaria che quando si istituzionalizza in tribunali e carceri si trasmuta nel suo contrario).
Ma queste cose Adriano Sofri le conosce meglio di me. Cionondimeno si è lasciato andare ad una stucchevole danza del ventre rivendicando non l’esistenza di una differenza (quella sì, fondata su una diversità di strategie e tattiche nell’uso della violenza politica, oltreché sugli obbiettivi), ma la presenza di una superiorità morale, di una qualità che distinguerebbe la vicenda Calabresi dai successivi atti di lotta armata avvenuti nel corso degli anni 70. A suo avviso il movente dell’indignazione – che per civetteria definisce «privata», ma che vuolsi chiamare civile – sarebbe stata moralmente superiore – e per questo esente dall’infamia d’essere una pratica ritenuta terrorista – a qualsivoglia altra motivazione politica, come quella legata alla pedagogia della «lotta armata per il comunismo». Egli sembra suggerire una definizione della categoria di terrorismo a partire dal movente, per cui l’omicidio ingenerato da indignazione civile ne sarebbe esente e dopo ripetute contorsioni, correzioni, rettificazioni e sfumature via, via aggiunte, arriva anche a precisare quanto da sempre sostenuto dal marchese di Lapalisse: esiste una violenza che non è violenza politica (vedi la strage di Erba), e una violenza politica che non è terrorismo (Corriere della sera del 16 settembre).
Addirittura per rafforzare il suo ragionamento cerca appoggi nelle parole dei giudici che lo hanno condannato, interpretando la mancata applicazione dell’aggravante per «fini di terrorismo ed eversione dell’ordine costituzionale» come il riconoscimento, anche da parte della magistratura, della natura «privata» e non eversivo-terroristica dell’omicidio Calabresi. Argomento, questo, ribadito con ancora maggiore nettezza da Giuliano Ferrara sul Foglio del 22 settembre: «Chi ha ucciso il commissario non aveva un piano terroristico per attaccare il cuore dello Stato, bensì vendicare la morte dell’anarchico Pinelli. Sono due cose completamente diverse, il terrorismo e l’assassinio di Luigi Calabresi».

volantino

volantino

Errore davvero macroscopico, visto che le leggi speciali dell’emergenza sono state varate sette anni dopo l’attentato, e che dunque la magistratura non poteva qualificare retroattivamente l’uccisione di Calabresi come un atto di sovversione dell’ordinamento costituzionale (come d’altronde avvenne anche per il sequestro Sossi e altri episodi analoghi fino al rapimento Moro), o applicare l’articolo 280 del codice penale, riscritto sempre nel 1979, (attentato con finalità di terrorismo o eversione), piuttosto che il generico 575, omicidio di diritto comune.
Come se non bastasse, nel tentare un parallelo Sofri non trova di meglio che richiamare una delle azioni gappiste più importanti della Resistenza: l’uccisione di Giovanni Gentile. Un episodio che nulla ha di “esclusivo” ma che si iscrive nella strategia della lotta armata urbana condotta dai Gap. Insomma se uno dei requisiti del terrorismo è quello di avere una strategia, e dunque una sua riproducibilità nella azioni – come pare voler suggerire Sofri –, quello dei Gap era terrorismo anti-nazifascista, né più né meno, come si è ritenuto che fosse – a partire da un certo momento in poi – per Prima linea e le Brigare rosse.
Toccherà agli storici futuri stabilire se la lotta armata degli anni 70 lo fu davvero, perché dal punto di vista del diritto non esiste una definizione universalmente riconosciuta, a meno che non si voglia prendere per buona quella offerta dai testi dell’Fbi o del Pentagono. Ciò che invece suscita sconcerto è il fatto che una vendetta, come l’uccisione di Calabresi, qualcosa che si apparenta ad una supplenza soggettiva della giustizia statale, all’epoca per giunta rifiutata da Sofri stesso, una sentenza di morte applicata sulla base di una colpevolezza stabilita sulla scorta di una vox populi, senza nemmeno la farsa di un processo popolare e addirittura considerata oggi un “errore giudiziario”, come lo stesso Sofri scrive, possa essere ritenuta un gesto più nobile degli attentati successivi.
Quello che già allora molti di noi ritennero una forma di giustizierismo politico ci fa orrore, tanto più quando in quell’episodio si arriva ad intravedere un segno del torvo giustizialismo impregnato del paradigma della colpa che sarebbe arrivato 36 anni dopo.
Scriveva Lissagaray, il comunardo che riuscì a scrivere una storia al presente della Comune di Parigi: «Chi diffonde tra il popolo false leggende rivoluzionarie, e lo diletta di storie cantanti, è altrettanto nocivo che il geografo che indirizzi ai naviganti delle carte nautiche che mentono».

Link
Neanche il rapimento Sossi fu giudicato terrorismo

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I grembiulini della Gelmini

Una scuola in uniforme

Paolo Persichetti
Liberazione
27 agosto 2008 (versione integrale)

La scuola è in crisi. Surclassata dalla velocità degli strumenti tecnici che si moltiplicano fuori delle sue aule non riesce più a reggere il confronto con la società. Modelli d’apprendimento educativo, ruoli sociali, flussi d’informazione (uniformata), cultura (conformista), abbondano in grande quantità all’esterno di una istituzione che appare troppo arcaica e priva d’attrattiva. Assistiamo ad una crisi delle tradizionali forme di trasmissione del sapere, dell’apprendimento e dell’educazione che con sempre maggiore difficoltà vengono veicolati dai luoghi tradizionali, come la famiglia, l’istituzione scolastica, gli oratori. I tempi dell’insegnamento operano sul medio-lungo termine per questo non riescono a tenere il passo con la velocità del web, dei nuovi scambi tecnologici tanto rapidi quanto effimeri. Se in passato le aule scolastiche erano i luoghi dove s’infrangevano i silenzi del mondo rurale, oggi il frastuono dei flussi d’informazione sommerge quel che si dice nelle classi. Era già successo, alcuni decenni fa, con l’avvento della televisione che in misura molto maggiore dei maestri elementari ha contribuito a uniformare il paesaggio linguistico di un’Italia ancora dialettale.

Preti, camicie nere e scolarescheCamicie nere e scolaresche

Per arginare questo smottamento la ministra dell’Istruzione Mariastella Gelmini ha avuto la bella idea di proporre la reintroduzione della divisa scolastica negli istituti che lo vorranno. Uniforme che non sarà però il vecchio “grembiulino” ma un vestito fashion. Pare, infatti, che vi sia la disponibilità di alcune case di moda a cimentarsi con la divisa. Evidentemente l’attuale compagine di governo deve in qualche modo ricompensare il blocco sociale che l’ha sostenuta, mettendo a disposizione ghiotte occasioni per lauti guadagni. E così viene creato dal nulla un apposito mercato per il grembiulino griffato. Miracoli della mano invisibile.
Insieme alla divisa verrà ripristinata anche la bocciatura per motivi disciplinari, l’esame di riparazione per i crediti insufficienti, il ritorno allo studio dell’educazione civica. Tutte misure che s’ispirano a modelli educativi di stampo conservatore, tanto arcaici quanto stupidi. Per le destre la crisi verticale di credibilità ed efficacia dell’istituzione scolastica troverebbe un argine soltanto reintroducendo alcuni dispositivi gerarchici e disciplinari, come il principio d’autorità o la meritocrazia (da sempre un pretesto per reintrodurre criteri di selezione classista). Ridicole misure che potrebbero suscitare sarcasmo se non fosse che dietro questo affannoso arrancare si evidenzia una tragica inadeguatezza, un passatismo che lascerebbe di stucco anche il povero maestro Perboni, quello del libro Cuore. Pensare che la degradazione dei rapporti sociali (“bullismo”), alimentata da un ritorno in forza d’ideologie portatrici d’odio, prevaricazione, intolleranza, razzismo, ignoranza, sdoganate dalle discariche della storia, dovrebbe subire un arresto davanti alle note disciplinari e al grembiule… è come esser convinti di riuscire a svuotare l’Oceano trasportando l’acqua con le orecchie. Un po’ come i soldatini messi agli angoli delle strade.
La scuola purtroppo, siapur tra lenti processi d’ammodernamento e rotture critiche venute dai grandi momenti di contestazione generale e acculturazione di massa come il Sessantotto, è rimasta quella vecchia istituzione ottocentesca, da noi novencentesca, che ha accompagnato la nazionalizzazione delle masse, l’educazione del popolo, l’istruzione delle élites in società ancora rurali che andavano velocemente industrializzandosi. Con la crisi della società fordista è declinata anche la scuola di massa. La dissoccupazione giovanile prima, la società del precariato oggi, hanno incrinato quel modello virtuoso cui aveva sempre fatto fede la cultura repubblicano-democratica ereditata dai movimenti socialisti e comunisti. Certo gli anni 70, con la scuola di massa e la rottura di alcune tradizionali barriere di classe, misero fine all’analfabetismo che ancora perdurava aprendo anche l’accesso agli studi universitari per tutti. Istituti scolastici e università tenevano le luci accese fino a tardi la sera grazie ai corsi serali e alle lezioni per studenti-lavoratori. Erano anni davvero di piombo: quello che colava nelle linotype delle tipografie. I libri andavano a ruba, nel senso che si rubavano per quanto erano letti e le case editrici s’inventarono le edizioni tascabili pur di abbattere i prezzi e approffittare del nuovo mercato.
Poi la restaurazione neoliberale ha svilito la scuola riducendola a mero strumento dei flussi di mercato. Educazione di base per le masse, istruzione di alto livello solo per le élites grazie alla reintroduzione del numero chiuso nelle università. Alla scuola non è stato più demandato il compito di costruire personalità critico-riflessive ma appendici del mercato, individui serializzati, consumatori modellati. D’altronde nella società della flessibilità permanente e della precarietà a vita non esiste più un tempo fisso per l’educazione e l’istruzione legato all’età dei banchi di scuola. La formazione personale diventa permanente, una sfida continua anche in età adulta.
Problemi enormi che dovrebbero richiedere scelte politiche strategiche trovano come risposta il grembiulino. La scienza demografica dimostra che la freschezza e la dinamicità di una società poggia su parametri come il tasso di fecondazione e quello d’istruzione. Siano ormai un paese vecchio e decadente di fronte alla massa sovrastante di diplomati e laureati sfornati annualmente dell’India e della Cina. Ma per la ministra Gelmini l’importante è garantire «ordine e decoro» nelle aule. Ossessione antica quella del corpo degli allievi. Presenza ingombrante che da sempre si è cercato d’occultare e modellare. Le scuole cattoliche sono state sicuramente delle antesignane. Nei loro istituti le tenute vestimentarie non dovevano suscitare indecenza tantomeno incitare alla compiacenza. L’importante era ricoprire ogni ornamento superfluo facendo salva la modestia, perché l’abito è sempre un rivestimento della coscienza.
La tradizione laica non è stata da meno. La rivoluzione francese attribuiva all’educazione e all’istruzione un posto centrale tanto che anche l’abbigliamento infantile divenne un problema politico. Fu lo stesso Robespierre che, ispirandosi a un libro di Michel Lepelletier De Saint-Fargeau, chiese al comitato per l’istruzione pubblica d’introdurre una uniforme obligatoria per tutti i bambini che «sotto la santa legge dell’uguaglianza riceveranno gli stessi abiti, lo stesso cibo, la stessa istruzione, le stesse cure». La rivoluzione non doveva essere solo politica ma anche vestimentaria. Circolavano teorie pedagogiche, come quella di un certo dottor Faust, che denunciavano i rischi di una maturazione troppo precoce per i fanciulli vestiti come gli adulti a causa di abiti sessuati che «riscaldano gli organi e incitano alla masturbazione», oppure facilitano il diffondersi di malattie e evidenziano l’ineguaglianza sociale che «magnifica pochi fortunati e getta nel disprezzo i poveri». Tuttavia è sempre il giovane corpo femminile che desta le maggiori attenzioni, per questo «le bambine devono essere spogliate degli ultimi orpelli d’Eva prima di cancellare con un severo abbigliamento le manifestazioni fisiche più imbarazzanti della loro femminilità».
Ma è con la Terza repubblica che si diffonde in modo stabile la tradizione dell’uniforme scolastica, quando lo Stato laico assume un ruolo educativo, etico e spirituale al tempo stesso, riappropriandosi della morale sottratta al monopolio della religione. Il maestro diventa così una sorta di ministro del culto repubblicano, un militante del credo laico opposto al prete. In Italia sarà il fascismo ad imporre il grembiule nero e il crocifisso in classe. Negli anni 60 il grembiule nero diverrà bianco per le femmine e blu per i maschi. Ma l’idea che l’uniformità vestimentaria potesse davvero occultare le differenti origini sociali e culturali degli scolari, garantendo un’apparente eguaglianza, viene contestata negli anni 70. Prevale allora la convinzione che il grembiule copre proprio ciò che l’insegnante al contrario dovrebbe conoscere per meglio lavorare contro le disuguaglianze sociali e culturali. Il grembiule era visto come un manto d’ipocrisia che nascondeva «uno spazio e un tempo inopportuni». Quegli stessi spazi che oggi si vuole tornare a oscurare.

In fila per tre

di Edoardo Bennato

Presto vieni qui, ma su, non fare così,
ma non li vedi quanti altri bambini
che sono tutti come te, che stanno in fila per tre,
che sono bravi e che non piangono mai

è il primo giorno però domani ti abituerai
e ti sembrerà una cosa normale
fare la fila per tre, risponder sempre di si
e comportarti da persona civile

Vi insegnerò la morale, a recitar le preghiere,
ad amar la patria e la bandiera
noi siamo un popolo di eroi e di grandi inventori
e discendiamo dagli antichi Romani

E questa stufa che c’è basta appena per me
perciò smettetela di protestare
e non fate rumore, quando arriva il direttore
tutti in piedi e battete le mani

Sei già abbastanza grande, sei già abbastanza forte,
ora farò di te un vero uomo
ti insegnerò a sparare, ti insegnerò l’onore,
ti insegnerò ad ammazzare i cattivi

e sempre in fila per tre, marciate tutti con me
e ricordatevi i libri di storia
noi siamo i buoni e perciò abbiamo sempre ragione,
andiamo dritti verso la gloria

Ora sei un uomo e devi cooperare,
mettiti in fila senza protestare
e se fai il bravo ti faremo avere
un posto fisso e la promozione
e poi ricordati che devi conservare
l’integrità del nucleo familiare
firma il contratto, non farti pregare
se vuoi far parte delle persone serie

Ora che sei padrone delle tue azioni,
ora che sai prendere decisioni,
ora che sei in grado di fare le tue scelte
ed hai davanti a te tutte le strade aperte
prendi la strada giusta e non sgarrare se no
poi te ne facciamo pentire
mettiti in fila e non ti allarmare perchè
ognuno avrà la sua giusta razione

A qualche cosa devi pur rinunciare
in cambio di tutta la libertà che ti abbiamo fatto avere
perciò adesso non recriminare
mettiti in fila e torna a lavorare
e se proprio non trovi niente da fare,
non fare la vittima se ti devi sacrificare,
perché in nome del progresso della nazione,
in fondo in fondo puoi sempre emigrare

ehi ehi, ehi, avanti, ehi avanti in fila per tre…

Link
Gelmini: “I precari sono troppi e strumentalizzati”
I ricercatori: “Non cediamo al ricatto, difendiamo l’università pubblica”

La haine de la démocratie/Il nuovo odio della democrazia

Libri – Jacques Rancière, La haine de la démocratie (l’odio per la democrazia), la Fabrique éditions, Paris septembre 2005, pp. 106

Paolo Persichetti
Liberazione
23 febbraio 2006

Quando il pianeta intero ha capito che la presenza delle armi di distruzione di massa, evocata per giustificare la guerra contro l’Irak, altro non era che una menzogna, i comunicatori politici dell’amministrazione Bush hanno dovuto correre ai ripari estraendo dal cilindro un nuovo argomento capace di rivestire il loro intervento militare d’importanti orizzonti 414kvk33a5l_ss500_morali. L’esportazione della democrazia nel mondo si è trasformata così in una nuova ideologia di sostituzione impiegata per legittimare la strategia della guerra preventiva. Corollario degli interventi e della presenza militare occidentale in varie parti del pianeta è diventata, allora, la promozione di posticce cerimonie elettorali. Anche nell’ex cintura sovietica, le ex democrazie popolari si sottraggono all’influenza dell’attuale “gassocrazia” russa riconvertendosi in cleptocrazie, grazie all’azione congiunta di vere e proprie organizzazioni politiche camuffate da Ong e interamente finanziate e formate in Occidente, alla pressione politico-economica statunitense ed europea, alla promessa di eldorado commerciali e arricchimenti fulminei per le lobby emergenti.
«Nessuno ama i missionari armati[…] il primo consiglio che danno la natura e la prudenza è quello di considerarli nemici», diceva Robespierre nel suo lungimirante discorso contro la guerra (recentemente ripubblicato proprio da Liberazione). Nessuna industria delle bandierine a stelle e strisce, come quelle distribuite dal Pentagono per far credere davanti alle tv che delle truppe di occupazione sono accolte come dei liberatori, è mai riuscita a cancellare questa verità. Ma se è indiscutibile che i nuovi «valori democratici» agitati come feticci celano altri interessi, il ricorso all’argomento della democrazia segnala anche la presenza di un nuovo tipo di vincolo dal quale Bush non può esimersi per costruire la propria legittimazione. Oggi gli Usa non possono più permettersi il lusso di esportare o foraggiare dittature, appoggiando sanguinosi colpi di Stato e insediando feroci regimi. Ma a questo punto la posta in gioco diventa il significato stesso della parola democrazia. Quale senso e quale uso viene fatto di questo concetto? Una delle possibili forme di governo, come l’aveva rappresentata Aristotele? Un dispositivo procedurale, come alla fine si era limitato a riassumere Bobbio? Possiamo tranquillamente acquietarci di fronte all’interpretazione consensuale che sembra dominare l’attuale campo semantico e fare della democrazia un semplice labello legittimante?
Jacques Rancière, professore emerito presso l’università di Parigi 8, contesta queste letture addomesticate e ritiene invece che alla parola democrazia vada riconosciuta ancora la potenza di scandalo contenuta alle sue origini. Nell’antica Grecia «democrazia» fu innanzitutto un insulto, uno stigma associato all’idea di tumulto e nei confronti del quale si esprimeva odio. Un’ostilità vomitata soprattutto da quelli che vedevano nel governo delle «classi pericolose», nella presa di parola della plebe, nella trasformazione in soggetto politico della «canaglia», la rovina di ogni ordine legittimo. Un abominio per tutti coloro che ritenevano l’esercizio del potere non un attributo condivisibile da chiunque, ma detenuto unicamente da chi ne aveva titolo perché interprete della legittimità divina, oppure degno sulla base del censo, della proprietà o della conoscenza. Ma insieme all’odio, la democrazia ha conosciuto nel corso della sua storia anche numerose
copj13asp forme di critica. Più che dal rigetto contro se stessa, la democrazia moderna ha preso forma proprio dalla capacità della critica antidemocratica a comporre con una realtà oramai non più contenibile, per ricavarne con la costruzione dell’ideale repubblicano – come testimonia la costituzione americana – la salvaguardia dei due princìpi a cui teneva di più: il governo oligarchico e la difesa dell’ordine proprietario. In effetti, riassume Rancière, non esiste da nessuna parte al mondo un governo che possa dirsi interamente democratico. «I governi sono sempre un esercizio dell’attività di una minoranza su una maggioranza», il governo dei competenti sugli incompetenti. Questo perché l’irrisolto democratico ruota attorno all’ambiguità costitutiva del concetto di popolo, termine che indica al tempo stesso la realtà sociologica della massa degli esclusi, dei diseredati, delle classi lavoratrici, ma anche il soggetto costitutivo della politica democratica, un’astrazione che ne fa il luogo dell’unità del corpo politico, dove popolo è la nazione intera, il fondamento della sovranità nel quale si fondono e scompaiono le distinzioni sociali, addirittura con accenti etnici e razziali per quelle tradizioni che identificano popolo e stirpe, sangue e nazione, o teocratico, lì dove popolo diventa chi detiene la rivelazione della fede o è l’eletto di un Dio.
Non è un caso, dunque, se la forma che prende la democrazia moderna è quella che introduce una separazione costitutiva tra il popolo reale, la massa sociale di ceti e classi, e l’astrazione del popolo politico che fonda la sovranità degli eletti. Ed è proprio contro questa separatezza che si è sempre scagliata la critica iper-democratica filiata da Rousseau e Marx. Facendo leva sulla denuncia della «finzione democratica», ne disvela l’inganno proprietario celato dietro l’eguaglianza formale dei diritti, fino a ritenere una vera e propria alienazione politica il furto della volontà posto a fondamento della rappresentanza. Interpretazione ripresa anche dalla tradizione realista, che con Schumpeter definisce la democrazia: l’elezione periodica di un governo oligarchico.
Democrazia altro non è dunque che una forma di «governo rappresentativo» sorretto dal «principio di distinzione», l’unico reale fondamento della sovranità che ispira la dottrina parlamentare liberale ontologicamente censitaria. Una tradizione corretta solo dalle lotte del movimento operaio che hanno imposto il riconoscimento, quantomeno formale, del principio d’uguaglianza nell’esercizio della rappresentanza. Ciò non toglie che, secondo le parole di Rancière, le democrazie contemporanee restano l’espressione di una contraddizione tra «Stati oligarchici di diritto», governati dai chierici di una nuova teologia delle compatibilità economiche, e quella sovranità popolare che sprigiona l’eccedenza democratica e per questo viene dipinta come irragionevole, bulimica, egoista, corporativa, eversiva.
Oggi, però, la democrazia è posta di fronte ad un rinnovato odio che non ne critica più le carenze sostanziali, ma al contrario ne denuncia l’eccesso di vitalità democratica, alimentando una nuova ideologia reazionaria fondata su un doppio linguaggio: l’esportazione demagogica delle virtù democratiche all’estero e la riduzione di democrazia all’interno, attraverso politiche di controllo e riduzione dell’intensità democratica. Dietro la nuova apologetica della democrazia mondiale, si cela in realtà una critica della società democratica, vista come corruttrice del buon funzionamento dei governi. Le istituzioni democratiche sarebbero insidiate dal demos, dal protagonismo del popolo reale. Se il totalitarismo era descritto come lo Stato che divorava la società, il protagonismo democratico attuale è visto come il segno di una società che vorrebbe divorare lo Stato. Allora, come in una sorta d’ingiunzione paradossale, l’unica democrazia buona diventa quella senza popolo.
Ma chi sono questi nuovi reazionari? Rancière ne rintraccia la genealogia partendo dall’operazione ideologica che 56613ricollocò, sul finire degli anni 80, il terrore nel cuore della rivoluzione democratica. Gli orfani dell’anticomunismo, infatti, hanno trasferito le radici del totalitarismo nel cuore della democrazia rivoluzionaria, ma in fondo l’oggetto del loro odio è rimasto immutato: se prima era il proletariato che incarnava la sua emancipazione nel progetto comunista, oggi lo è la vitalità debordante di una moltitudine sociale ebbra d’impazienza e voglia di partecipazione. Nell’uno come nell’altro caso, il nemico resta sempre lo stesso e prende forma in quella realtà composita che sono le «classi pericolose»: avide, insaziabili e ingrate, quando bocciano la costituzione europea; sediziose e terroriste quando non si limitano ad essere spettatrici ma invadono le piazze, si radunano sotto i palazzi del potere, scioperano, picchettano, boicottano, occupano case, praticano le autoriduzioni, rivendicano reddito e salario, pretendono potere di decisione.
Nel suo saggio Rancière attacca alcuni intellettuali francesi ascrivibili all’interno di una nuova corrente ideologica neorepubblicana, una nuova destra che già nel 2002 Daniel Lindenberg aveva qualificato come i «nuovi reazionari». Ma i nomi contano poco, ogni paese ha i suoi. L’importante, invece, è sapere che quel nemico di cui parlano siamo noi.