Docente punito perché si oppose ad un rastrellamento poliziesco all’interno di una scuola

Cani antidroga in classe, un docente dice “No” e viene sospeso per 12 giorni dall’insegnamento e dallo stipendio

Oltre ad esprimere la nostra solidarietà al professor Franco Coppoli segnaliamo i recapiti fax e email dell’Itis di Terni invitando chiunque voglia ad inviare messaggi di sostegno al docente e di protesta contro la misura punitiva.

Istituto Istruzione Superiore Tecnico Industriale e Geometri
“Lorenzo Allievi” – “Antonio da Sangallo” Sezione Geometri
VIA BENEDETTO CROCE, 16 – 05100  TERNI   –    TELEFONO: 0744/285255   FAX: 0744/221091
sito  internet www.itisterni.it           e-mail:  tris004002@istruzione.it

Ci auguriamo che gli studenti e i docenti che non condividono questa punizione diano vita ad una autogestione dell’Istituto della durata di 12 giorni scolastici nei quali invitare il professor Coppoli a tenere lezione ed andare in corteo sotto le finestre del Provveditorato.

Se non ora quando?

153627017-69091923-a1ff-4064-b428-cbf823dc5de5Stato di polizia – Terni, 5 aprile 2014, Istituto per Geometri «Sangallo» classe 5 C. Mentre è in corso la lezione si apre improvvisamente la porta della classe. Sull’uscio si affaccia un cane poliziotto insieme ad un gruppo di operatori delle forze dell’ordine. Vogliono perquisire gli studenti. Il docente, Franco Coppoli, insegnante di lettere, chiede se per caso abbiano con sé un mandato di perquisizione autorizzato dalla magistratura. Sorpresi dalla richiesta, i poliziotti rispondono di no. «Allora non potete entrare», risponde il professore. «L’ingresso in Istituto è stato richiesto dalla preside», replicano gli esponenti delle forze dell’ordine sempre più innervositi. 
La preside può autorizzare l’ingresso in Istituto ma solo negli spazi comuni, nei bagni o nei corridoi, «dentro le classi – ribatte il docente – siamo responsabili noi e siccome non avete alcun mandato della magistratura se provate ad entrate sono costretto a denunciarvi per interruzione di pubblico servizio».
 Basiti per essere stati rimessi in riga di fronte al rispetto di quella legge di cui sarebbero i tutori, i poliziotti hanno richiuso la porta e se ne sono andati. 
Lo stesso controllo antidroga ha interessato quel giorno altre 4 scuole superiori di Terni che su richiesta della questura hanno aperto le loro porte alle forze di polizia con l’accordo dei rispettivi dirigenti scolastici.
 C’è voluto il coraggio e soprattutto la prontezza di riflessi del professor Coppoli per impedire che i principi che fondano l’autonomia e la didattica scolastica non venissero stravolti e soprattutto si venisse a conoscenza di quanto è accaduto.
 Ovviamente il Dirigente scolastico non ha affatto apprezzato avviando un procedimento disciplinare contro il professore. L’Iter punitivo è giunto a termine ed alla riapertura del nuovo anno scolastico Franco Coppoli è stato sanzionato con 12 giorni di sospensione dalle lezioni e dallo stipendio per aver difeso il diritto di insegnare in piena autonomia ed un’idea di scuola dove gli studenti siano considerati persone a pieno titolo, titolari dei loro diritti non dei minus habens o dei potenziali criminali e le aule scolastiche qualcosa di molto diverso e profondamente opposto da una cella di prigione o da un riformatorio.
La polizia avrebbe potuto esercitare i propri controlli all’esterno dell’Istituto scolastico senza dover ricorrere ad un rastrellamento di massa all’interno delle classi, controlli per giunta del tutto gratuiti poiché gli attuali mezzi investigativi (microcamere e microfoni) consentono intercettazioni molto più efficaci e puntuali. Se il problema era quello del microtraffico di stupefacienti (sic!) non c’era certo bisogno di una tale messa in scena della forza muscolare dello Stato.

Di seguito potete leggere il comunicato dei Cobas Umbria che ha reso nota la notizia e un precedente comunicato che nel quale si descriveva l’accaduto

L’UFFICIO SCOLASTICO REGIONALE SCEGLIE LA SCUOLA-RIFORMATORIO:SOSPESO 12 GIORNI DALL’INSEGNAMENTO E DALLO STIPENDIO IL DOCENTE CHE HA SCELTO DI CONTINUARE AD INSEGNARE OPPONENDOSI AI CONTROLLI ANTIDROGA DURANTE L’ORARIO DI LEZIONE
Sospendere un insegnante perché si rifiuta di interrompere la lezione sembra un paradosso degno di Lewis Carroll, l’autore di Alice nel paese delle meraviglie, ma a Terni succede proprio questo: il dirigente dell’Ufficio Scolastico Regionale, Domenico Petruzzo, irroga il provvedimento disciplinare della sospensione per 12 giorni dal servizio e dallo stipendio a un docente per essersi rifiutato di interrompere la lezione per controlli con cani antidroga in classe. L’insegnante è Franco Coppoli, referente provinciale della Confederazione Cobas. L’esecutivo nazionale dei Cobas della scuola ha deciso di patrocinare il ricorso davanti al giudice che verrà presentato al Tribunale di Terni al termine del periodo di sospensione. A fine marzo 2014 il docente, all’irruzione dei poliziotti in classe, senza alcun mandato del magistrato, si era rifiutato di interrompere la lezione minacciando gli agenti di denuncia per interruzione di pubblico servizio. L’U.S.R. a luglio ha formalizzato il provvedimento che decorre dall’inizio dell’a.s.. dal 15 al 27 settembre.
Quello di interrompere la normale attività didattica da parte della polizia (senza alcun mandato di magistrati) per controlli con cani antidroga è un atto grave, indice del clima sociale e politico nel nostro paese. Vengono alla mente gli stati di polizia, le irruzioni nelle scuole dopo il colpo di stato in Cile o in Argentina o in quei luoghi dove le forze di polizia si arrogano prassi autoritarie che ledono profondamente i diritti civili, la libertà di insegnamento, le prerogative democratiche, nonché la persona degli studenti. Infatti interrompere le lezioni per imporre umilianti controlli antidroga non porta risultati quantitativi tali che possano far pensare che l’operazione serva a debellare spaccio o consumi. In realtà queste sono operazioni repressive con connotazioni mediatico-intimidatorie: servono a “insegnare” agli studenti che sono tutti potenziali criminali, controllabili e perquisibili in ogni momento. Educare al controllo ed alla subalternità ecco l’intento, neppure troppo nascosto, di queste operazioni-spettacolo che attaccano profondamente l’essenza stessa del fare scuola: dell’educare in modo critico e non certamente reprimere, sorvegliare e punire. Se infatti ci fossero (e non c’erano in questo caso) comportamenti collegati all’uso di sostanze psicotrope, che fanno parte dei processi comportamentali dell’adolescenza, quale dovrebbe essere la risposta della scuola? Intervenire, anche tramite esperti, cercando di affrontare il problema in un’ottica educativa oppure riempire gli istituti di polizia e cani arrestando o prelevando adolescenti in possesso di qualche spinello? E’ quello che Susanna Ronconi di Forum Droghe chiama un suicidio educativo: la scuola ed i docenti così abdicano al proprio ruolo, alla propria professionalità per passare dall’educazione alla repressione. Che senso ha proporre la scuola-carcere, la scuola- riformatorio (come avviene già negli USA) in un momento in cui alcuni stati liberalizzano o legalizzano l’uso terapeutico o ricreativo delle droghe leggere, in cui alcune sentenze della Corte costituzionale attaccano la ormai ventennale e fallimentare “lotta alla droga” e hanno smantellato la legge Fini-Giovanardi che ha solo riempito le carceri di tossicodipendenti garantendo ampi profitti alle mafie. I COBAS si mobilitano a fianco di Franco Coppoli, patrocinano il ricorso in tribunale, organizzeranno iniziative di formazione dei docenti, auspicano la solidarietà dei colleghi, operatori del settore e genitori e la mobilitazione degli studenti per il rispetto dei loro diritti.
La scuola è un contesto educativo, non è un riformatorio dove si possono interrompere le attività didattiche per il triste ed inutile spettacolo delle repressione.
COBAS, COMITATI DI BASE DELLA SCUOLA UMBRIA

LE SCUOLE NON SONO CASERME, NO ALLA POLIZIA A SCUOLA
I COBAS A FIANCO DI FRANCO COPPOLI

Un dirigente scolastico avvia un procedimento disciplinare contro Franco Coppoli, un docente dell’Istituto per Geometri di Terni che la settimana scorsa ha impedito l’irruzione in classe a una squadra di poliziotti con cane antidroga che pretendevano di interrompere le lezioni e controllare gli studenti e l’aula come se si trattasse del Bronx. L’insegnante, dopo aver accertato che non ci fosse alcun mandato della magistratura, alla notizia che la polizia era stata “autorizzata” dal dirigente scolastico ha espresso la sua totale opposizione all’interruzione dell’attività didattica e  annunciando agli agenti che -in caso di violazione dell’aula e della lezione- li avrebbe denunciati per interruzione di pubblico servizio, è riuscito ad ottenerne l’allontanamento dall’aula in nome della libertà di insegnamento.
Qualche giorno dopo la dirigente scolastica pro tempore, Cinzia Fabrizi, ha iniziato un procedimento disciplinare contro il prof. Franco Coppoli, trasmettendo gli atti all’Ufficio scolastico provinciale di Terni e alla Direzione dell’Ufficio scolastico Regionale dell’Umbria. Questo significa che la sanzione disciplinare pretesa è superiore ai dieci giorni di sospensione. Siamo in attesa di ricevere le contestazioni di addebito per capire cosa sia contestato al docente, a cui va la solidarietà dei Cobas. (Qui il link con un’intervista al docente)
Il caso non è isolato ma si inquadra all’interno di una operazione mediatico-intimidatoria più vasta a livello nazionale, in quanto la presenza della polizia nelle scuole viene segnalata in molte cìttà, indice di una strategia mediatico, repressiva ede intimidatoria. La scorsa settimana in quattro istituti superiori di Terni le lezioni, le verifiche, la normale attività didattica sono state interrotte da poliziotti accompagnati da un cane antidroga che hanno fatto irruzione nelle aule scolastiche, facendo uscire gli studenti, controllandoli, perquisendoli e fermando qualche ragazzo.
E’ la prima volta che si è assistito, dentro le nostre scuole,  a scene che ricordano gli stati di polizia più che le democrazie moderne o uno Stato di diritto. I comunicati stampa della Questura di Terni affermano che durante il controllo sono state sequestrate (sic!) “20 dosi di hascisc e marijuana”, quindi in totale dovrebbe trattarsi di 4 o 5 grammi al massimo su migliaia di adolescenti. La quantità è irrisoria e non comprendiamo questo spiegamento di forze che ci sembra  inopportuno, e gravissimo. Siamo sicuri che un controllo su migliaia amministratori delegati di aziende, banchieri o politici (ricordiamo l’inchiesta delle Iene di qualche anno fa) avrebbe dato ben altri risultati, ma quello che rimane e vogliamo denunciare, è un operazione senza alcun senso educativo, che viola gli spazi che i ragazzi dovrebbero vivere come propri, che tenta di criminalizzare i giovani e che contro gli auspicabili interventi di prevenzione e riduzione del danno propone la sola opzione repressiva.
L’irruzione nelle classi e l’interruzione dell’attività didattica si configura infatti come una pesante violazione degli spazi educativi, come un tentativo di disciplinamento dei giovani, cercando di far passare un messaggio che criminalizza ed intimidisce gli studenti e distrugge o attacca pesantemente la specificità e l’autonomia degli edifici scolastici.
Questo spettacolo della forza e della repressione avviene inoltre a poche settimane dal pronunciamento della Corte Costituzionale che ha sancito la totale incostituzionalità della legge Fini-Giovanardi, quella che ha riempito le carceri di consumatori e piccoli spacciatori proprio equiparando le droghe leggere a quelle pesanti. Mentre in Uruguay ed in molti stati USA ormai hascisc e marijuana vengono legalizzati per scopi terapeutici o ricreativi a Terni si scatena un’operazione mediatica di forza e potenza contro le giovani generazioni, cercando di affibbiare agli adolescenti l’etichetta di drogati. Ci chiediamo infatti quale sia la ratio educativa che sta dietro questa operazione chiaramente intimidatoria, se non quella dell’educare alla disciplina ed alla subordinazione prefigurando uno stato di polizia in cui i diritti diventano un optional.
Invitiamo i dirigenti scolastici ad evitare di far entrare, durante l’attività didattica, la polizia a scuola, attivando eventualmente, con operatori professionali, progetti di prevenzione e riflessione sui comportamenti adolescenziali.
Invitiamo i docenti a lottare per difendere la libertà di insegnamento e l’autonomia della scuola (quella vera…) e a rifiutarsi di interrompere le lezioni, visto che l’operazione -a meno che non sia su mandato di un magistrato- si configura come interruzione di pubblico servizio. Invitiamo i colleghi ad intervenire nei casi critici attraverso strumenti educativi e relazionali e non certamente con comportamenti repressivi che potrebbero rovinare il futuro, già nero, dei nostri studenti.
Invitiamo gli studenti a mobilitarsi contro la repressione ed ii tentativo di criminalizzarli ed intimidirli in massa.
Le nostre scuole non sono caserme o discariche sociali, difendiamo la libertà di insegnamento, la libertà degli spazi educativi contro l’intrusione della polizia nelle nostre aule.
LA CONFEDERAZIONE COBAS
COBAS-COMITATI DI BASE DELLA SCUOLA

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Fischia il vento e soffia il Melteni

Proteste contro la riforma della scuola. Il vento greco soffia anche in Francia?

Paolo Persichetti
Liberazione
12 Dicembre 2008

I liceali scuotono la Francia. Con un occhio su quanto accade in Grecia, l’Onda d’Oltralpe torna di nuovo a riempire le piazze, dopo le manifestazioni dello scorso ottobre e novembre e quelle di giugno, per contestare la controriforma della scuola (materna, elementare e superiore) e chiedere le dimissioni del ministro dell’educazione nazionale Xavier Darcos. Un progetto che per grandi linee ricalca quello del nostro ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini. Nuovi programmi d’insegnamento e taglio secco di 13500 maestri, soppressione di posti per gli insegnanti di sostegno agli alunni in difficoltà, cancellazione dei corsi del sabato mattina. Tra le nuove materie è previsto l’apprendimento dell’inno nazionale, sorta di preghiera laica della nazione per gli adolescenti che dovranno anche imparare a levarsi subito in piedi alle prime note, come nelle caserme. Nei nuovi programmi è prevista la reintroduzione dell’istruzione civica e morale, pare su richiesta dello stesso presidente della repubblica Sarkozy, mirata a sottolineare attraverso delle massime illustrate i principi della morale. Chissà se i piccoli alunni delle banlieues scoveranno tra questi il diritto di avere permessi di soggiorno per i loro genitori?
Licei bloccati a Caen, Amiens, Bordeaux, Brest e Marsiglia dove dal rettorato hanno chiesto l’intervento della polizia per sgomberare gli edifici. Giovedì si sono svolte manifestazioni nelle stesse città, oltre che a Vitrolles, Vannes, Montpellier. La provincia francese è in prima linea nella mobilitazione, molto di più della capitale dove ieri si è tenuto un presidio di protesta unitario, composto da insegnanti, studenti e genitori davanti alla stazione Saint-Lazare con distribuzione di volantini ai pendolari che rientravano dal lavoro. Mentre a Rennes 3500 liceali sono scesi in strada, come a Tolosa e in altre città della Bretagna. A Brest scontri quotidiani tra giovani e forze di polizia si prolungano da una settimana. Lacrimogeni sono stati lanciati dalle forze antisommossa nei cortili di una scuola. A Nantes 500 studenti hanno bloccato le linee del tram. Cherbourg, Saint-Nazaire e Mans sono state traversate da cortei studenteschi con diversi arresti e condanne con rito direttissimo per accuse di degradazioni e violenze.
«Numerose, ripetute e insistenti, sovente nervose e contraddistinte da scene di violenza», così le Monde ha definito la nuova ondata di proteste, sottolineando le caratteristiche estremamente radicali di questo movimento poco controllato dai tradizionali sindacatini studenteschi. Tira aria nuova, un vento ellenico alimenta questi movimenti locali e spontanei che danno sfogo alla fantasia e arricchiscono la grammatica della protesta con appelli alla «disobbedienza pedagogica» e alla resistenza. Occupazioni notturne degli istituti sono state promosse da professori e genitori, come è accaduto nel liceo Einstein di Sainte-Geneviève-des-Bois, a Sud di Parigi. Un tentativo di dare vita a forme complementari di azione che accompagnino e diano durata nel tempo alla lotta, costruendo consenso e partecipazione. «Non sono il ministro dell’esitazione nazionale», ha risposto Xavier Darcos, facendo capire che andrà avanti comunque. Il Melteni è il vento greco che alza il mare e gonfia le onde. Arriverà anche sulle strade francesi e italiane?

I grembiulini della Gelmini

Una scuola in uniforme

Paolo Persichetti
Liberazione
27 agosto 2008 (versione integrale)

La scuola è in crisi. Surclassata dalla velocità degli strumenti tecnici che si moltiplicano fuori delle sue aule non riesce più a reggere il confronto con la società. Modelli d’apprendimento educativo, ruoli sociali, flussi d’informazione (uniformata), cultura (conformista), abbondano in grande quantità all’esterno di una istituzione che appare troppo arcaica e priva d’attrattiva. Assistiamo ad una crisi delle tradizionali forme di trasmissione del sapere, dell’apprendimento e dell’educazione che con sempre maggiore difficoltà vengono veicolati dai luoghi tradizionali, come la famiglia, l’istituzione scolastica, gli oratori. I tempi dell’insegnamento operano sul medio-lungo termine per questo non riescono a tenere il passo con la velocità del web, dei nuovi scambi tecnologici tanto rapidi quanto effimeri. Se in passato le aule scolastiche erano i luoghi dove s’infrangevano i silenzi del mondo rurale, oggi il frastuono dei flussi d’informazione sommerge quel che si dice nelle classi. Era già successo, alcuni decenni fa, con l’avvento della televisione che in misura molto maggiore dei maestri elementari ha contribuito a uniformare il paesaggio linguistico di un’Italia ancora dialettale.

Preti, camicie nere e scolarescheCamicie nere e scolaresche

Per arginare questo smottamento la ministra dell’Istruzione Mariastella Gelmini ha avuto la bella idea di proporre la reintroduzione della divisa scolastica negli istituti che lo vorranno. Uniforme che non sarà però il vecchio “grembiulino” ma un vestito fashion. Pare, infatti, che vi sia la disponibilità di alcune case di moda a cimentarsi con la divisa. Evidentemente l’attuale compagine di governo deve in qualche modo ricompensare il blocco sociale che l’ha sostenuta, mettendo a disposizione ghiotte occasioni per lauti guadagni. E così viene creato dal nulla un apposito mercato per il grembiulino griffato. Miracoli della mano invisibile.
Insieme alla divisa verrà ripristinata anche la bocciatura per motivi disciplinari, l’esame di riparazione per i crediti insufficienti, il ritorno allo studio dell’educazione civica. Tutte misure che s’ispirano a modelli educativi di stampo conservatore, tanto arcaici quanto stupidi. Per le destre la crisi verticale di credibilità ed efficacia dell’istituzione scolastica troverebbe un argine soltanto reintroducendo alcuni dispositivi gerarchici e disciplinari, come il principio d’autorità o la meritocrazia (da sempre un pretesto per reintrodurre criteri di selezione classista). Ridicole misure che potrebbero suscitare sarcasmo se non fosse che dietro questo affannoso arrancare si evidenzia una tragica inadeguatezza, un passatismo che lascerebbe di stucco anche il povero maestro Perboni, quello del libro Cuore. Pensare che la degradazione dei rapporti sociali (“bullismo”), alimentata da un ritorno in forza d’ideologie portatrici d’odio, prevaricazione, intolleranza, razzismo, ignoranza, sdoganate dalle discariche della storia, dovrebbe subire un arresto davanti alle note disciplinari e al grembiule… è come esser convinti di riuscire a svuotare l’Oceano trasportando l’acqua con le orecchie. Un po’ come i soldatini messi agli angoli delle strade.
La scuola purtroppo, siapur tra lenti processi d’ammodernamento e rotture critiche venute dai grandi momenti di contestazione generale e acculturazione di massa come il Sessantotto, è rimasta quella vecchia istituzione ottocentesca, da noi novencentesca, che ha accompagnato la nazionalizzazione delle masse, l’educazione del popolo, l’istruzione delle élites in società ancora rurali che andavano velocemente industrializzandosi. Con la crisi della società fordista è declinata anche la scuola di massa. La dissoccupazione giovanile prima, la società del precariato oggi, hanno incrinato quel modello virtuoso cui aveva sempre fatto fede la cultura repubblicano-democratica ereditata dai movimenti socialisti e comunisti. Certo gli anni 70, con la scuola di massa e la rottura di alcune tradizionali barriere di classe, misero fine all’analfabetismo che ancora perdurava aprendo anche l’accesso agli studi universitari per tutti. Istituti scolastici e università tenevano le luci accese fino a tardi la sera grazie ai corsi serali e alle lezioni per studenti-lavoratori. Erano anni davvero di piombo: quello che colava nelle linotype delle tipografie. I libri andavano a ruba, nel senso che si rubavano per quanto erano letti e le case editrici s’inventarono le edizioni tascabili pur di abbattere i prezzi e approffittare del nuovo mercato.
Poi la restaurazione neoliberale ha svilito la scuola riducendola a mero strumento dei flussi di mercato. Educazione di base per le masse, istruzione di alto livello solo per le élites grazie alla reintroduzione del numero chiuso nelle università. Alla scuola non è stato più demandato il compito di costruire personalità critico-riflessive ma appendici del mercato, individui serializzati, consumatori modellati. D’altronde nella società della flessibilità permanente e della precarietà a vita non esiste più un tempo fisso per l’educazione e l’istruzione legato all’età dei banchi di scuola. La formazione personale diventa permanente, una sfida continua anche in età adulta.
Problemi enormi che dovrebbero richiedere scelte politiche strategiche trovano come risposta il grembiulino. La scienza demografica dimostra che la freschezza e la dinamicità di una società poggia su parametri come il tasso di fecondazione e quello d’istruzione. Siano ormai un paese vecchio e decadente di fronte alla massa sovrastante di diplomati e laureati sfornati annualmente dell’India e della Cina. Ma per la ministra Gelmini l’importante è garantire «ordine e decoro» nelle aule. Ossessione antica quella del corpo degli allievi. Presenza ingombrante che da sempre si è cercato d’occultare e modellare. Le scuole cattoliche sono state sicuramente delle antesignane. Nei loro istituti le tenute vestimentarie non dovevano suscitare indecenza tantomeno incitare alla compiacenza. L’importante era ricoprire ogni ornamento superfluo facendo salva la modestia, perché l’abito è sempre un rivestimento della coscienza.
La tradizione laica non è stata da meno. La rivoluzione francese attribuiva all’educazione e all’istruzione un posto centrale tanto che anche l’abbigliamento infantile divenne un problema politico. Fu lo stesso Robespierre che, ispirandosi a un libro di Michel Lepelletier De Saint-Fargeau, chiese al comitato per l’istruzione pubblica d’introdurre una uniforme obligatoria per tutti i bambini che «sotto la santa legge dell’uguaglianza riceveranno gli stessi abiti, lo stesso cibo, la stessa istruzione, le stesse cure». La rivoluzione non doveva essere solo politica ma anche vestimentaria. Circolavano teorie pedagogiche, come quella di un certo dottor Faust, che denunciavano i rischi di una maturazione troppo precoce per i fanciulli vestiti come gli adulti a causa di abiti sessuati che «riscaldano gli organi e incitano alla masturbazione», oppure facilitano il diffondersi di malattie e evidenziano l’ineguaglianza sociale che «magnifica pochi fortunati e getta nel disprezzo i poveri». Tuttavia è sempre il giovane corpo femminile che desta le maggiori attenzioni, per questo «le bambine devono essere spogliate degli ultimi orpelli d’Eva prima di cancellare con un severo abbigliamento le manifestazioni fisiche più imbarazzanti della loro femminilità».
Ma è con la Terza repubblica che si diffonde in modo stabile la tradizione dell’uniforme scolastica, quando lo Stato laico assume un ruolo educativo, etico e spirituale al tempo stesso, riappropriandosi della morale sottratta al monopolio della religione. Il maestro diventa così una sorta di ministro del culto repubblicano, un militante del credo laico opposto al prete. In Italia sarà il fascismo ad imporre il grembiule nero e il crocifisso in classe. Negli anni 60 il grembiule nero diverrà bianco per le femmine e blu per i maschi. Ma l’idea che l’uniformità vestimentaria potesse davvero occultare le differenti origini sociali e culturali degli scolari, garantendo un’apparente eguaglianza, viene contestata negli anni 70. Prevale allora la convinzione che il grembiule copre proprio ciò che l’insegnante al contrario dovrebbe conoscere per meglio lavorare contro le disuguaglianze sociali e culturali. Il grembiule era visto come un manto d’ipocrisia che nascondeva «uno spazio e un tempo inopportuni». Quegli stessi spazi che oggi si vuole tornare a oscurare.

In fila per tre

di Edoardo Bennato

Presto vieni qui, ma su, non fare così,
ma non li vedi quanti altri bambini
che sono tutti come te, che stanno in fila per tre,
che sono bravi e che non piangono mai

è il primo giorno però domani ti abituerai
e ti sembrerà una cosa normale
fare la fila per tre, risponder sempre di si
e comportarti da persona civile

Vi insegnerò la morale, a recitar le preghiere,
ad amar la patria e la bandiera
noi siamo un popolo di eroi e di grandi inventori
e discendiamo dagli antichi Romani

E questa stufa che c’è basta appena per me
perciò smettetela di protestare
e non fate rumore, quando arriva il direttore
tutti in piedi e battete le mani

Sei già abbastanza grande, sei già abbastanza forte,
ora farò di te un vero uomo
ti insegnerò a sparare, ti insegnerò l’onore,
ti insegnerò ad ammazzare i cattivi

e sempre in fila per tre, marciate tutti con me
e ricordatevi i libri di storia
noi siamo i buoni e perciò abbiamo sempre ragione,
andiamo dritti verso la gloria

Ora sei un uomo e devi cooperare,
mettiti in fila senza protestare
e se fai il bravo ti faremo avere
un posto fisso e la promozione
e poi ricordati che devi conservare
l’integrità del nucleo familiare
firma il contratto, non farti pregare
se vuoi far parte delle persone serie

Ora che sei padrone delle tue azioni,
ora che sai prendere decisioni,
ora che sei in grado di fare le tue scelte
ed hai davanti a te tutte le strade aperte
prendi la strada giusta e non sgarrare se no
poi te ne facciamo pentire
mettiti in fila e non ti allarmare perchè
ognuno avrà la sua giusta razione

A qualche cosa devi pur rinunciare
in cambio di tutta la libertà che ti abbiamo fatto avere
perciò adesso non recriminare
mettiti in fila e torna a lavorare
e se proprio non trovi niente da fare,
non fare la vittima se ti devi sacrificare,
perché in nome del progresso della nazione,
in fondo in fondo puoi sempre emigrare

ehi ehi, ehi, avanti, ehi avanti in fila per tre…

Link
Gelmini: “I precari sono troppi e strumentalizzati”
I ricercatori: “Non cediamo al ricatto, difendiamo l’università pubblica”