Strage di Bologna, ancora una testimonianza in favore di Mauro Di Vittorio che viveva a Londra tra «ganja, reggae, punk, indiani d’India e indiani metropolitani»

Terza parte/continua
Le memorie riaffiorano lentamente dalle brume di un tempo lontano ormai 32 anni.

Dopo il salutare scossone provocato dalla nostra inchiesta in difesa della storia di Mauro Di Vittorio, l’ultima delle vittime ad essere stata identificata nella strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980, apparsa sul manifesto del 18 ottobre (leggi qui) scorso e nella quale abbiamo smontato il castello di menzogne costruito nel corso di questi ultimi mesi dal parlamentare finiano Enzo Raisi che ha accusato Di Vittorio di essere uno degli artefici dell’attentato, tornano i ricordi, si fanno più nitidi i contorni, si precisano meglio i dettagli.
Si incrina il muro dell’oblio, per questo ci auguriamo che altri ancora diano il loro contributo. Questo blog è pronto a pubblicarli.
Per mesi abbiamo cercato testimonianze che dessero conferma a quanto avevamo già verificato, al materiale documentale raccolto, parole nuove che reincarnassero quelle carte, tornassero a dare loro un’anima, trasformando in un sentimento caldo la memoria di Mauro.

Non è stato facile. 32 anni sono tanti, troppi, soprattutto per doversi difendere all’improvviso da un’accusa che ti prende alle spalle, a tradimento, perché così è dopo che l’incuria del tempo cancella i ricordi, fa scomparire i testimoni, seppellisce le carte sotto cumuli di polvere, in cassetti dimenticati.
Si parla molto delle vittime in Italia. In questo blog ci sono diversi post e articoli apparsi su alcuni quotidiani che affrontano il tema del paradigma vittimario. Ci sembra che questa vicenda stia dimostrando – se ancora ce ne fosse stato bisogno – come quello delle vittime sia solo un tema strumentale, da mercato politico e giudiziario. Non s’è levata in giro nessuna voce da parte dei “professionisti del dolore” in difesa della memoria di Mauro, nessuno si è preoccupato tra i tanti politici e vertici istituzionali di chiamare Anna Di Vittorio e suo marito Giancarlo Calidori mentre un intero schieramento parlamentare appoggiava l’iniziativa di Raisi nel silenzio complice e ipocrita del presidente della camera Gianfranco Fini. E dalle redazioni dei giornali, fatte salve alcune rare eccezioni purtroppo confinate nella locale, solo tanta sufficienza verso quel che accadeva.
Dopo le lettere dei compagni e amici dell’epoca (qui), dopo la testimonianza di Luciano Di Santo (qui), amico di Marcello, fratello minore di Mauro, indebolito da una malattia che gli impedisce di lottare per difendere la memoria del fratello, ci arriva un ricordo puntuale di Marco Boccitto, giornalista del manifesto, grande amico di Marcello, che ha conosciuto Mauro fino a subirne il fascino, come si capisce da quel che scrive.

Ecco chi era Mauro Di Vittorio
di Marco Boccitto

Ho conosciuto Mauro Di Vittorio all’inizio dell’estate 1980 tramite suo fratello Marcello, uno dei miei primi e “migliori amici”.
Mi colpì subito per le vibrazioni lunghe e serene che emanava, l’approccio libero e disilluso alle lacerazioni che viveva all’epoca il movimento, la filosofia senza smanie di chi sa vivere bene con poco. La decrescita felice non sapevamo neanche cosa fosse, ma lui la praticava con buonissimi esiti. Se ne stava a Londra, in cerca di niente e in attesa di tutto. Diceva che era fantastico, che era pieno di squat in cui vivere e se pure non trovavi lavoro ti davano un sussidio con cui tirare avanti. Parlava di ganja, amicizie intercontinentali, indiani d’India e indiani metropolitani, dei suoi vicini ghanesi e giamaicani, di come il reggae incontrava il punk, insomma l’Inghilterra vista da Brixton, il sobborgo in cui abitava. Difficile mettere d’accordo quei suoi racconti con le rivolte che incendieranno il quartiere di lì a un anno. Difficile anche associare quel suo approccio a un concetto negativo come quello di «riflusso». Ma ancor più difficile è ipotizzare un suo essere altro da questo. «Sai che c’è – gli dissi – se è davvero così ti vengo a trovare…». E lui: «Magari! Da fine luglio sarò di nuovo lì, se vieni puoi stare da me».
Non me lo feci ripetere.  Una sera d’inizio agosto ero davanti alla porta di casa sua, in un fatiscente condominio di squat, a Barrington Road. Con Mauro vivevano una ragazza sarda che forse studiava, un ragazzo veneziano che faceva il cuoco e un altro ancora di cui non ricordo. Di nessuno rammento i nomi. Aperta la porta mi spiegarono che Mauro non c’era, che anche in base a quel che sapevano loro sarebbe dovuto essere lì già da qualche giorno. Chissà, decidemmo, si sarà perso in qualcuno dei suoi giri sconvolgenti. Arriverà. «Intanto puoi dormire nella sua stanza», mi dissero. E così feci. Mi sistemai tra le sue poche cose felici, tra i cylum e gli economici Feltrinelli della beat generation, e malgrado fossi al verde provai a godermi la vacanza in sua attesa.
Qualche tempo dopo gli lasciai un biglietto, qualcosa del tipo «bella sòla che sei, chissà in che trip ti sei perso, grazie comunque x l’ospitalità e alla prossima». Tornato in Italia, il fratello mi parlò del diario bruciacchiato ritrovato sotto le macerie e della storia che conteneva. La spiegazione assurda, ma più che plausibile – anche e me avevano fatto un sacco di storie a Dover perché in tasca avevo solo pochi spicci – del perché Mauro non fosse lì dove doveva stare.

Per saperne di più
Vi diciamo noi chi era Mauro Di Vittorio, le parole dei compagni e degli amici su Lotta continua dell’agosto 1980
L’ultimo depistaggio, la vera storia di Mauro Di Vittorio. Crolla il castello di menzogne messo in piedi da Enzo Raisi
Strage di Bologna, il diario di viaggio di Mauro Di Vittorio
Stazione di Bologna 2 agosto 1980, una strage di depistaggi
Strage di Bologna, la storia di Mauro Di Vittorio che Enzo Raisi e Giusva Fioravanti vorrebbero trasformare in carnefice
Strage di Bologna, in arrivo un nuovo depistaggio. Enzo Rais, Fli, tira in ballo una delle vittime nel disperato tentativo di puntellare la sgangherata pista palestinese
Daniele Pifano sbugiarda il deputato Fli Enzo Raisi: Mauro Di Vittorio non ha mai fatto parte del Collettivo del Policlinico o dei Comitati autonomi operai di via dei Volsci

Chi sono! Ma chi ho da esse? Un servaggio!

Non si capisce chi sei, ha scritto una volta una lettrice del blog. «E chi ho da de esse? Un servaggio», gli ho risposto citando come metafora una bellissima poesia di Cesare Pascarella

Chi so io? E chi ho da esse…?

– E quelli? – Quelli? Je successe questa:
che mentre, lì, frammezzo ar villutello
così arto, p’entrà ne la foresta,
rompevano li rami cor cortello,
veddero un fregno buffo co’ la testa
dipinta come fosse un giocarello,
vestito mezzo ignudo, co’ ‘na cresta
tutta formata di penne d’uccello.
Se fermorno. Se fecero coraggio:
– Ah quell’omo! – je fecero, – chi siete?
– Eh – fece, – chi ho da esse’? So’ un servaggio.

Cesare Pascarella, La discoverta dell’America

Oggi sto in vena di maggiori confidenze. Allora prima che ce ripenso ecco il seguito:

Nei mesi caldi del 1977 non avevo ancora compiuto 15 anni. E il 12 maggio 1977 ero quindicenne da soli sei giorni. Se non sbaglio ero in quarta ginnasio.
Sono nato e cresciuto in una famiglia comunista. Quella di mia madre era fatta di braccianti analfabeti delle montagne abruzzesi che appena gli fu permesso di votare misero la croce sempre sul primo simbolo in alto a sinistra, quello del Pci.
I più giovani abituati ai vari mattarellum e porcellum nemmeno capiranno. Erano gli anni del proporzionale con le preferenze. Alle persone umili, che a mala pena sapevano scrivere il loro nome (i miei nonni nemmeno quello), bisognava dare indicazioni semplici e certe: per decenni la scheda elettorale si è aperta col simbolo del Pci in testa, grazie alla dedizione dei suoi militanti che per avere il primo simbolo in lista cominciavano a presidiare gli uffici elettorali con settimane o mesi di anticipo. E se qualcuno osava intromettersi veniva allontanato con le buone o le cattive.
Quando i miei giunsero a Roma, mio nonno si trasformò in manovale nei cantieri dei palazzinari, mia madre divenne domestica. Da ragazza fece la bonne in alcune famiglie della grande borghesia romana poi, nato il pargoletto, finì ad ore nelle case del ceto medio. Anni dopo divenne infermiera.
Mio padre, invece, era di Ponte mollo. Il periodo d’oro della sua vita è stato quello di “Roma città aperta” e subito dopo l’arrivo delle forze alleate, quando regnava l’anarchia e le strutture basilari dello Stato non erano ancora ripristinate. Poi si è innamorato del Partito, ha creduto che così avrebbe potuto cambiare il mondo. Gli ha dato tutto, è diventato un agit-prop. Autodidatta si è formato in sezione. Negli anni 50 e 60 si è fatto tutto Scelba e la stagione di Tambroni, le campagne elettorali in provincia con la seicento e lo Sputnik sul tettino, ha conosciuto la palestra della caserma di Castro Pretorio, dove finivano i rastrellati dei grandi fermi di massa, e le cariche di Porta San Paolo.
Di lui mi ricordo il giorno, saranno stati i primissimi anni 70, in cui si presentò con un lungo manganello avvolto con del nastro adesivo nero con la scritta Dux in verde. L’aveva strappato dalle mani di un militante missino che aveva partecipato all’assalto della sua sezione, quella del Pci di Ponte Milvio alla quale era iscritto fin dall’apertura.
Anzi era stato tra i fondatori della prima sede occupata nel 1945, quella che era stata la vecchia sede del Fascio, dove oggi si trova ancora (almeno credo) il commissariato di Ps.
Poi, con la normalizzazione, dovettero sloggiare in via degli Orti della Farnesina perché lo Stato si riprese tutto.
Quel giorno i fascisti del Flaminio, di Vigna Clara e della Cassia, avevano tentato di fare irruzione nella sezione ma gli era andata male. Avevano trovato una bella resistenza. Lavoratori, gente abituata alla fatica, che non aveva paura e non si tirava indietro.
Mio padre era un uomo di strada, anzi di mercato, faceva il fruttivendolo (il fruttarolo si dice a Roma), aveva le mani grosse e callose che facevano male.
Il manganello di un fascista, che spiscio! Ridevo come può ridere un ragazzino che si immagina chissà quali battaglie. E poi era vero, il manganello! Fino allora quei cosi li avevo visti solo nei film della marcia su Roma, nelle foto, avevo letto di loro nei racconti. Ma ora ce l’avevo davanti il trofeo della più infame idiozia. Mi sembrò subito una cosa ridicola. Non era una semplice arma contundente rimediata sul momento, considerato un vile strumento utile solo per la bisogna, ma un feticcio. Si capiva dalla cura che gli era stata prestata: la nastratura perfetta, quella scritta, l’impugnatura. Un vero oggetto di culto. Non c’erano ammaccature o graffi. Chissà quanto tempo aveva perso quel tizio a perfezionarlo fin nei dettagli per poi farselo togliere dalle mani con grande disonore. Sorgeva il dubbio che non fosse mai stato usato. Possibile che le ossa fratturate, le teste spaccate non avessero mai lasciato segni?
Più lo guardavo e più mi chiedevo cosa potesse passare nella testa di un fascista.
Qualche anno dopo, alle superiori, sentii le femministe parlare di “fallocrazia”. Quelle vedevano falli dappertutto. Ad un ragazzetto di periferia, ancora poco incline alle raffinatezze intellettuali e pieno di malizia da strada veniva subito da pensare che scopassero poco o male. Un vero sessista! Crescendo quella malizia non l’ho persa però ho imparato che quella era “fallolatria”.
Insomma ho respirato Pci fin da piccolo, sono cresciuto leggendo la stampa comunista, Paese sera, l’Unità della domenica, Rinascita, frequentando le feste dell’Unità, la sottoscrizione per la stampa del partito tra il 1974 e il 1976, gli anni della rivoluzione dei garofani in Portogallo, la morte di Mao, gli ultimi garrotati da Franco.

Di quel periodo ricordo il 1973 come un anno particolare. Ad aprile c’è il rogo di Primavalle, alle case popolari di via Bernardo da Bibbiena, tre fermate di autobus da casa mia. Il mese dopo avrei compiuto 11 anni. Muoiono Stefano e Virgilio Mattei. Stefano era poco più piccolo di me. All’inizio della via, poche decine di metri prima del cortile del loro palazzo, ma sul lato opposto, c’è ancora l’Inam, la mutua. Subito dietro, dove ora sorge un immenso caseggiato Iacp che ha tolto luce a via Federico Borromeo, un tempo via di Primavalle, e ai vecchi lotti dell’edilizia popolare fascista situati di fronte, c’era il campo sportivo Giuseppe Tanas, un edile comunista ucciso dalla polizia durante scontri di piazza del dicembre 1947. Era bello quel posto perché si vedevano i tramonti, all’imbrunire arrivava una luce dalle mille sfumature di rossi, arancione e rosa, non c’era il Bronx attuale con le sue torri (gli Iacp di Torrevecchia) a cancellare la linea dell’orizzonte. C’erano anche le giostre, le macchine a scontro e un chiosco di grattachecche.
Quella mattina avevo una visita medica. Era presto quando arrivammo sul posto. Vidi ciò che restava. I miei ricordi sono a colori, colori bruciati, diversi dal bianco e nero delle immagini d’epoca. A quell’ora non si sapeva ancora cosa era veramente accaduto.
Nel settembre successivo entro in prima media in una scuola nuova di zecca costruita all’incrocio dello stradone e del discesone, davanti alla sfascio (autorottamazione altrimenti detto sfasciacarrozze) tra via Forte Braschi e via Mattia Battistini. Aperta appena da un anno. Facciamo i doppi turni, tre giorni di mattina e tre di pomeriggio. Non c’è posto perché ci sono poche scuole. I democristiani preferivano le chiese. Alle elementari invece si alternavano i mesi. Al ginnasio andrò invece sempre di pomeriggio. Solo in prima liceo, finalmente, terminano i doppi turni anche se la scuola è in uno scantinato che si allaga quando le piogge invernali fanno traboccare le fogne. Ci vollero anni di proteste, autogestioni e occupazioni per avere una scuola vera e non un edificio rimediato, il Montale  di via Bravetta, non mi ricordo più in che anno l’inaugurammo.

A 11 anni divento un tesserato Uisp (Unione italiana sport popolare). Mille lire al mese. Forse meno. All’inizio faccio calcio con il Tanas Primavalle, nel campo in pozzolana che sovrastava via Bibbiena. Poi per fortuna pallamano agonistica e pugilato, sempre nella palestra della scuola media di Forte Braschi, la Giorgio Scalia, che oggi ha cambiato nome ed è diventata un istituto tecnico. Ma non finiva mica lì, occupavamo terreni, spazi verdi, per rivendicare palestre, campi sportivi, parchi: tutto pubblico e a prezzi popolari. Sport per tutti contro le strutture private. Ve l’immaginate oggi?
Sono entrato nella politica correndo (a parte la cellula carbonara con tanto di giuramento trovato sul libro di quinta elementare – vedi i cattivi maestri dove si annidavano! – fondata all’Andrea Baldi). Gare podistiche che servivano a portare ogni domenica migliaia di romani nelle zone verdi della città che facevano gola alla speculazione edilizia. A undici anni giravo per Roma ogni domenica mattina, prendevo tre o quattro autobus, vomitavo spesso, per arrivare a Spinaceto, al parco degli Acquedotti, alla Caffarella, spesso mi perdevo e arrivavo tardi, altre volte per fortuna si correva vicino casa, e lì a rompere le reti che recintavano la Pineta Sacchetti, la valle dell’Inferno, a forzare il cancello di villa Carpegna. Quante zone verdi abbiamo salvato, diventate poi parchi pubblici o zone protette. Oggi ho scoperto che al Pineto ci sono le associazioni di quartiere vicine ai postfascisti che con la scusa di togliere le cartacce danno la caccia alle tende dei migranti dell’Est che si accampano tra le fratte. Sembra che quei parchi siano roba loro da sempre. In fondo è vero, all’epoca i missini facevano gli sgherri armati della Fondiaria del Vaticano in difesa delle recinzioni. Merde!
Poi nell’autunno 1976 la mia prima manifestazione gruppettara, da piazza Irnerio lungo le strade di Boccea. Il motivo del corteo non me lo ricordo. La prima però l’avevo fatta con mia madre anni addietro. Ero alle elementari. Partiva dallo sterrato di largo Boccea, dove ora c’è il lago d’asfalto che fa da capolinea per gli autobus. Era contro la guerra in Vietnam. Mi ricordo tanti mitra minacciosi e gli anfibi della polizia. Forse perché erano alla mia altezza. Quella di un bambino.

Comincia proprio nel 1976 il distacco lento ma graduale dalla politica che si respirava in famiglia e sorgono i primi dissidi con mio padre che ancora dava retta ai discorsi che sentiva in sezione. Mi ricordo nel febbraio successivo l’arrabbiatura dopo la cacciata di Lama dall’università. Episodio che mi turbò moltissimo. Avevo ancora un’idea molto ecumenica della sinistra. Qualche anno dopo anche lui si allontanò dal Partito. Non rinnovò più la tessera, deluso dal compromesso storico. Iniziò la sua lunga depressione culminata con il mio arresto, un decennio più tardi, e il grande senso di colpa per avermi parlato fin da piccolo di comunismo, per avermi insegnato a pensare con la mia testa, ad essere critico. «A cosa ti è servito? Per finire in carcere?», concludeva sempre.

Iniziarono frequentazioni multiple e sovrapposte, ma la militanza nella Fgci – come qualcuno ha scritto – proprio no. Mi bastò, sempre in quarta ginnasio, un incontro – nato da un consiglio di mio padre – col segretario figiccino della sezione di via Graziano, vicino alla succursale del Manara, il liceo classico-scantinato per sfigati che frequentavo. Era una brava persona, ma il suo linguaggio era tutto cittadinismo e democrazia, mica tanto diverso da quello di un mio compagno di classe democristiano, che almeno era bravo in greco e latino. Il suo partito era molto diverso da quello di mio padre, infatti seppi nell’81 che era entrato in polizia e faceva il sindacalista del Siulp.
Quelli furono anni di ricerca, di verifiche, di passaggi, di rotture. Poi verranno gli approdi, le separazioni, altri approdi, la lotta armata appena acennata, il carcere, l’incontro con mia sorella e la mia nipotina nel parlatoio di Rebibbia. Un pezzo dell’altra famiglia, quella ufficiale, io appartenevo a quella clandestina. L’unica vera clandestinità della mia vita. Mio padre era bigamo, aveva due famiglie, a noi dedicava la sera poi andava via come faccio io oggi, quando rientro in carcere e spiego al mio bambino che lo devo fare così la mattina può mangiare i cornetti caldi. Una vergognosa bugia escogitata da ton ton Oreste che comincia a traballare. Giorni fa ha chiesto alla mamma: «Perché papà dorme con i poliziotti?». Non capiamo dove possa aver sentito una cosa del genere. Non ha nemmeno tre anni, non posso mica portarlo davanti alla carraia blu. Ma chi glielo ha detto?
Nel 90-91 vengo scarcerato, c’è il casino della Pantera, poi l’esilio, l’incontro con Oreste Scalzone, il migliore dei cattivi maestri, il carcere francese, ancora l’esilio, il lavoro all’università, i libri, l’estradizione, una gigantesca montatura giudiziaria e di nuovo il carcere, in mezzo a tutto ciò tanti affetti frantumati, amori persi per strada, delusioni umane grandissime, i miei nonni, i miei zii e mio padre (i miei animali, Pugacev prima di morire è andato nella mia stanza-museo, rimasta come il giorno che me n’ero andato, per arrotolarsi sul letto, forse cercava il mio odore, voleva darmi la sua ultima leccata) morti senza poterli salutare, tante cose lasciate e non più ritrovate, salvo mia madre sempre lì, come una montagna, è entrata in tante carceri, ha accettato umilianti perquisizioni, silenziosa e dura non si è mai piegata, è venuta a cercarmi lontano, ha imparato le regole della riservatezza, come potrei farne a meno?
Quando mi giro mi accorgo che sono passati 25 anni e non è ancora finita. Superata di un bel pezzo metà della pena è arrivata la semilibertà… una compagna più giovane che sopporta tutto questo, anche il mio disincanto, il bel bambino che sa già dove dormo ma fa finta di credere che il papà esce ogni sera per prendere i cornetti (tra un po’ mi dirà «a papà, mica ci vuole una notte intera per comprarli!»), un altr@ pers@ e scolpit@ sulla carne e per sempre nel cuore.

«Vi diciamo noi chi era Mauro Di Vittorio», le parole dei compagni e degli amici su Lotta continua dell’agosto 1980

Seconda parte/continua


Dopo l’inchiesta apparsa sul manifesto del 18 ottobre (leggi l’articolo) che scagiona Mauro Di Vittorio, morto il 2 agosto 1980, insieme ad altre 84 persone, per l’esplosione di una bomba piazzata nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna, dall’accusa lanciata 32 anni dopo i fatti dal parlamentare postfascista Enzo Raisi, di essere stato uno degli artefici di quella orrenda strage; dopo la pubblicazione del suo diario di viaggio (leggi qui), ritrovato in una borsa tra le macerie della stazione insieme alla sua carta d’identità che la violenza dell’esplosione aveva separato dal corpo; pubblichiamo la testimonianza di Luciano Disanto, amico e compagno di liceo del fratello minore Marcello che frequentava la casa di via Anassimandro a Torpignattara.

Le due lettere pubblicate su Lotta continua giovedi 21 e domenica 24 agosto 1980, che potete leggere qui sotto, e la testimonianza di Di Santo ci aiutano a tratteggiare alcuni aspetti fondamentali della personalità di Mauro Di Vittorio che dimostrano la sua incompatibilità con i sospetti avanzati dall’ex carabiniere missino, oggi deputato finiano, Enzo Raisi

di Paolo Persichetti

La testimonianza di Luciano Di Santo
Per Mauro Di Vittorio «la ricchezza stava nelle relazioni umane, nella scoperta degli altri. Era fatto così», racconta Luciano Di Santo, amico fraterno di Marcello, il fratello più piccolo di Mauro. E per descrivere meglio il personaggio racconta un episodio: «eravamo andati tutti e tre, io, Marcello e Mauro, al mio  paesino d’origine, Sante Marie, in provincia di L’Aquila, non lontano da Tagliacozzo. Ad un certo punto ci siamo persi Mauro, l’abbiamo cercato per ore. Niente, era scomparso, non si trovava finché l’abbiamo scovato con dei vecchieti del posto. Si era seduto al loro tavolo e discuteva con loro da ore davanti ad un bicchiere di vino, sorridente. Si era dimenticato di noi, del tempo».
«Per noi – continua ancora Luciano – era come un tutore, guardavamo affascinati quel suo modo di rivolgersi al mondo. Aveva lasciato la scuola, deciso di vivere viaggiando. Stava a Londra. Noi più giovani eravamo agguerriti, c’era il 77 in corso e lui raffreddava i nostri bollenti spiriti spiegandoci che le rivoluzioni non si facevano così, non con la violenza. Lui era convinto che i processi di mutamento dovessero passare per i cambiamenti personali, attraverso le relazioni. Se posso usare un’immagine presa dal cinema, dico che era una specie di Forrest Gump, uno spirito libero in cerca delle radici umane, semplici e genuine di ogni essere umano, una voce fuori dal coro».

Le lettere dei compagni e degli amici di Mauro Di Vittorio apparse su Lotta continua del 21 e del 24 agost0 1980

La doppia pagina uscita su Lotta continua giovedì 21 agosto 1980 con il diario di viaggio di Mauro Di Vittorio e una lettera di compagni del suo quartiere, Torpignattara

Qui sotto il testo di un’altra lettera, apparsa sempre su Lotta continua la domenica successiva, 24 agosto, nella pagina della corrispondenza

Lotta continua del 24 agosto 1980, pagina delle lettere (ocr)


Su Mauro Di Vittorio

L’ultimo depistaggio, la vera storia di Mauro Di Vittorio. Crolla il castello di menzogne messo in piedi da Enzo Raisi
Strage di Bologna, il diario di viaggio di Mauro Di Vittorio
Stazione di Bologna 2 agosto 1980, una strage di depistaggi
Strage di Bologna, la storia di Mauro Di Vittorio che Enzo Raisi e Giusva Fioravanti vorrebbero trasformare in carnefice
Strage di Bologna, in arrivo un nuovo depistaggio. Enzo Rais, Fli, tira in ballo una delle vittime nel disperato tentativo di puntellare la sgangherata pista palestinese
Daniele Pifano sbugiarda il deputato Fli Enzo Raisi: Mauro Di Vittorio non ha mai fatto parte del Collettivo del Policlinico o dei Comitati autonomi operai di via dei Volsci

Strage di Bologna: la vera storia di Mauro Di Vittorio. Crolla il castello di menzogne messo in piedi da Enzo Raisi e Valerio Fioravanti

L’inchiesta/prima parte – L’ultimo depistaggio sulla bomba esplosa alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980 tira in ballo una delle vittime dell’eccidio: Mauro Di Vittorio, ventiquattrenne romano originario del popolare quartiere di Torpignattara. Pur di renderlo funzionale al teorema della pista palestinese i suoi accusatori non hanno esitato a riscrivere cinicamente il suo passato. Il grossolano tentativo di modificare quanto era già emerso 32 anni fa, nei giorni immediatamente successivi all’esplosione, fallisce clamorosamente di fronte alle testimonianze dei familiari di Di Vittorio e alla mole di materiali documentali esistenti

Paolo Persichetti
il manifesto 18 ottobre 2012

Mauro Di Vittorio, Lotta continua 21 agosto 1980

«Prendo un passaggio da un ragazzo tedesco che come salgo mi offre di accendere una pipetta di fumo mi tranquillizza un po’, ma alla seconda pipa nella quale c’erano minimo due grammi di nero mi sconvolgo in modo veramente pauroso. Con la terza la tensione è salita di molto e mi sento male, molto male. Ho un trip violentissimo e delle visioni allucinanti, e per fortuna sono molto stanco per cui mi metto a dormire. Quando il tipo mi sveglia sto meglio e ho fatto molta strada. La sera dopo un passaggio di un belga molto simpatico arrivo a Liegi. Sono contento perché la strada da fare è poca, per cui penso di arrivare il giorno dopo». (Leggi il testo integrale).

L’Europa in autostop
È il 30 luglio 1980, Mauro Di Vittorio sta attraversando l’Europa in autostop diretto a Londra, inconsapevole di avere pochi giorni di vita davanti a sé. Giunto a Dover gli inglesi lo rimandano indietro perché non ha con sé sufficienti garanzie di reddito. Costretto a rientrare in Italia, tre giorni più tardi salta in aria insieme ad altre 300 persone (85 morirono) nella sala d’aspetto di seconda classe della stazione di Bologna. Oltre venti chili di gelatinato e compound b, una micidiale miscela nascosta molto probabilmente in una valigia, mettono fine per sempre al suo ritorno.
Il racconto degli ultimi giorni di vita di Mauro è in un quaderno in cui sono annotate le tappe e gli incontri del viaggio, probabilmente scritto durante il rientro. Dopo 30 anni le pagine di questo diario sono diventate un affaire di Stato, un presunto mistero – secondo il parlamentare Enzo Raisi, già membro della commissione Mitrokhin – che sulla loro veridicità solleva dubbi insinuando che dietro vi sia una manipolazione per nascondere la responsabilità diretta, anche se involontaria, dello stesso Di Vittorio nella strage.

La fabbrica delle patacche ispirata dalla trama di un romanzo
Per il parlamentare di Fli, che sulla vicenda ha depositato un’interpellanza parlamentare urgente annunciando anche la prossima uscita di un libro, il giovane sarebbe stato un appartenente «all’area di Roma sud dell’Autonomia Operaia», incaricato di trasportare per conto di un gruppo palestinese, l’Fplp di George Habash in contatto con Carlos, la valigia poi esplosa per un incidente o forse addirittura per una trappola architettata all’insaputa del giovane. Episodio che, sempre secondo Raisi, andrebbe iscritto tra i retroscena del lodo Moro (l’accordo segreto tra Sismi e guerriglia palestinese per salvaguardare l’Italia da attentati in cambio del transito di armi), come un incidente di percorso o come una rappresaglia per la sua violazione l’anno precedente, quando davanti al porto di Ortona furono arrestati, perché trovati in possesso di un lanciamissili destinato alle forze palestinesi, tre esponenti dell’Autonomia romana e successivamente Abu Anzeh Saleh, responsabile dell’Fplp in Italia.
Raisi fonda i suoi sospetti sul fatto che nel fascicolo delle indagini, «non sembrerebbe risultare verbalizzato alcun rinvenimento di documento d’identità o agenda del Di Vittorio». Non è affatto vero ma al parlamentare non interessa al punto da sollevare ombre anche sulla scheda biografica presente nel sito web dell’Associazione familiari vittime del 2 agosto 1980, nella quale sono riportati alcuni brani virgolettati del diario.
A rafforzare i dubbi di Raisi ci sarebbero delle nuove testimonianze che riferiscono lo strano comportamento di una ragazza e di un uomo dalle sembianze mediorientali che avrebbero realizzato una ricognizione del cadavere di Di Vittorio all’obitorio di Bologna, fuggendo intimoriti prima che «il primario e il maresciallo presenti sul posto riuscissero a raggiungerli per identificarli».
Sarà soltanto una coincidenza ma il castello di sospetti avanzato da Raisi ricalca senza molta originalità la fantasiosa trama del romanzo Strage, di Loriano Machiavelli (circostanza segnalata dal sempre attento Ugo Maria Tassinari nel suo sito FascinAzione.info), uscito sotto pseudonimo e tra mille polemiche nel 1990 per Rizzoli e ripubblicato due anni fa da Einaudi, nel quale si narra la storia di una coppia di giovani che gravitano nell’area dell’Autonomia, si riforniscono di armi tra Parigi e la Cecoslovacchia fino a quando uno dei due salta in aria alla stazione di Bologna con una valigia di esplosivo attivata a sua insaputa da un sofisticato congegno trasportato da un’emissaria dei “poteri occulti”. Guarda caso anche qui la ragazza si reca all’obitorio con altri compagni.

Una forzatura di troppo
Il deputato post-missino, citando una testimonianza rilasciata 26 anni dopo i fatti dalla sorella maggiore di Di Vittorio, Anna, a Giovanni Fasanella e Antonella Grippo nel libro “I silenzi degli innocenti” (Bur, 2006), lascia intendere che la «strana telefonata» che informò i familiari del rinvenimento a Bologna della carta d’identità di Mauro, non proveniva dalla questura ma da probabili complici del giovane. Sempre Anna, alcuni anni fa concesse il perdono a Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, membri dei Nar condannati per la strage, con una lettera che facilitò l’accesso della Mambro alla liberazione condizionale. Lo scorso 2 agosto, come se nulla fosse, anche Fioravanti, ormai libero, ha ipotizzato in un articolo apparso sul Giornale un ruolo dell’«autonomo» Di Vittorio nella strage. Ma su questo argomento, Anna Di Vittorio e suo marito Gian Carlo Calidori, anche lui colpito negli affetti dalla strage, non hanno intenzione di scendere in polemica. Ritengono che ognuno debba rispondere alla propria coscienza: «Chi siamo noi due per giudicare gli altri?». In realtà, come ci ha spiegato Anna Di Vittorio, «non è mai esistita nessuna telefonata misteriosa». D’altronde quanto riportato nel libro non trova riscontro nelle dichiarazioni rilasciate dagli altri familiari il giorno del riconoscimento ufficiale della salma di Mauro. Luciana Sica di Paese sera, in una cronaca apparsa il 13 agosto 1980, racconta le ore passate nella casa di via Anassimandro, nel quartiere romano di Torpignattara. Descrive il clima attonito di una famiglia che per dieci lunghi giorni non ha voluto credere ai ripetuti segnali che annunciavano la tragica fine del loro congiunto, come la telefonata della questura felsinea del 3 agosto che – forse per un eccesso di cautela – riferiva soltanto del generico ritrovamento della sua carta d’identità in città. La cronista raccoglie le prime dichiarazioni del fratello più piccolo, Marcello, e quelle della zia che ancora non riescono a capacitarsi di quella rimozione. Riferisce dell’interessamento dei vicini che invece hanno sentito in televisione la descrizione dei corpi ancora non identificati ed hanno subito capito; finalmente Anna dopo una telefona all’obitorio decide di partire verso la capitale emiliana insieme a due amici. E’ lunedì 11 agosto, giunta all’istituto di medicina legale entra, sono le nove di sera e all’interno c’è poca luce, i suoi amici non resistono all’odore, tutt’intorno ci sono resti di cadaveri, Anna «vede il corpo del fratello, esce e dice di non averlo riconosciuto». Chiama Marcello a Roma per sapere se Mauro avesse dei pantaloni di velluto grigio. La risposta non offre scampo: «E’ lui».

Il mistero inesistente del diario
A chiarire invece il mistero del diario ci pensa Lotta continua che il 21 agosto 1980 ne pubblica il testo integrale insieme a una lettera firmata «I compagni di Mauro». Nel resoconto del viaggio Di Vittorio racconta di essere partito da Roma in automobile insieme a un amico di nome Peppe, probabilmente il 28 luglio. Due giorni dopo alla frontiera di Friburgo i doganieri tedeschi trattengono la macchina di Peppe perché due anni prima era stato trovato senza biglietto sulla metropolitana di Monaco e non ha ancora pagato la multa. Mauro gli lascia tutti i suoi soldi e prosegue solo, in autostop, con la speranza di arrivare rapidamente a Londra, nello squat di Brixton dove viveva, per trovare altro denaro da inviare a Peppe. I numerosi dettagli riportati offrono facili possibilità di riscontro sulla veridicità intrinseca del racconto e se ancora non bastasse c’è l’importo del biglietto del treno non pagato da Mauro durante il viaggio di ritorno che arrivò alla famiglia, quasi come una beffa, dopo la morte. Ancora più interessante è la lettera dei suoi compagni, dalla quale si capisce che Mauro non era un militante e non era mai stato vicino all’Autonomia. Gli autori del testo sono ex di Lotta continua del circolo di Torpignattara, ancora aperto nel 1980 – come accadde anche per altre sedi del gruppo – punto di riferimento per una parte di quella fragorosa comunità politico-esistenziale che non si era rassegnata allo scioglimento dell’organizzazione quattro anni prima. Mauro, che dopo la morte prematura del padre aveva lasciato la scuola per aiutare la famiglia, era molto conosciuto, amato e stimato. I suoi compagni lo descrivono come «Una persona, un compagno inestimabile che sapeva dare tutto a tutti. Capace di dare se stesso in qualsiasi momento. La persona che tutti avrebbero voluto vicino per qualsiasi cosa: per un viaggio, per parlare di se stessi, della vita, delle contraddizioni e dei problemi che ci si presentano quotidianamente».

Un indiano metropolitano a Londra
La domenica successiva, sempre su Lotta Continua, appare un’altra lettera che è quasi una seduta pubblica d’autocoscienza. In polemica con i toni ritenuti troppo politici della prima, i suoi autori che si firmano «Alcuni amici di Mauro» sostengono che «per Mauro la parola compagno era diventata vuota e priva di senso come lo è diventata per noi, perché questa maturazione l’avevamo vissuta insieme e insieme avevamo smesso di illuderci e insieme avevamo visto crollare miti, ideologie e propositi rivoluzionari. Quindi, oggi, il minimo che possiamo fare è rispettare il suo modo di vedere, le sue disillusioni. Evitare quindi cose che suonano speculative, evitare analisi che lui non avrebbe fatto, evitare termini in cui non si riconosceva più, evitare inni alla rivolta di cui tutti conosciamo la falsità e la vuotezza».
C’è l’intera parabola di quel che accadde in un pezzo del movimento del 77 in queste frasi che annunciano l’epoca del grande riflusso, dove le grandi narrazioni cedono spazio a traiettorie più intimistiche e personali, in ogni caso situate a una distanza siderale dall’immagine del giovane dalla doppia vita con la valigia piena di esplosivo suggerita da Enzo Raisi. Mauro Di Vittorio con i suoi lunghi capelli neri che sembrano anticipare la moda dei dread, la barba folta e l’aspetto freak, era un’altra persona. Chi lo descrive oggi come l’autore della strage di Bologna lo ha ucciso una seconda volta.
«Quest’accusa – replica Gian Carlo Calidori – ci sta facendo vivere un’esperienza sgradevole, ma nonostante ciò continuiamo a confidare, come sempre, nelle Istituzioni della Repubblica Italiana».
E Anna aggiunge: «Nell’agosto del 1980 sono andata a Bologna. Ho visto il cadavere di mio fratello Mauro: era intatto; non carbonizzato; con una sola ferita, mortale, nel costato. Poi, ho incontrato la Polizia Ferroviaria che, molto umanamente, mi ha consegnato gli effetti personali di mio fratello, tra cui il diario di Mauro».

Per saperne di più
“Vi diciamo noi chi era Mauro Di Vittorio”, le parole dei compagni e degli amici su Lotta continua dell’agosto 1980
Strage di Bologna, il diario di viaggio di Mauro Di Vittorio
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Strage di Bologna, il diario di viaggio di Mauro Di Vittorio

L’ultimo viaggio di Mauro Di Vittorio

da Lotta Continua, 21 agosto 1980

Parto con la sensazione di dover fare qualcosa di buono. Tante idee per la testa, chissà cosa combino. Dopo una grattachecca e una controllatina alla macchina comincia il viaggio. Peppe vuol fare la strada più lunga, cioè l’Aurelia, per vedere se ci sono due ragazze del Belgio in Toscana, ma dopo quattro ore di viaggio arriviamo e non le troviamo. Peccato.
Decidiamo di proseguire anche se è notte e arriviamo a Milano. Qui la macchina comincia a fare i capricci e cambiata la candela andiamo un po’ avanti un po’ più nervosi. Il giorno dopo, alla frontiera con la Svizzera ci tengono fermi due ore, ma il morale è  intatto. Ogni tanto ci fermiamo per far riposare la  macchina. Peppe comunque è un ottimo guidatore e sono abbastanza sicuro. Andando avanti cominciano le difficoltà serie con la macchina perché la strada è in salita e c’è molto traffico. Comunque la Svizzera è bella, specialmente al passo del San Gottardo dove ancora c’è la neve e ci fermiamo a bere.
Dopo la Svizzera italiana c’è la Svizzera tedesca e in mezzo a un traffico tremendo e molte parolacce la sera siamo alla frontiera.
Già stavo pensando di arrivare il giorno dopo a Londra e tutto contento facevo i miei progetti, quando è successo l’imprevisto. I doganieri tedeschi dopo averci perquisito la macchina e visto i documenti arrestano Peppe perché due anni prima a Monaco non aveva  pagato la metropolitana.
Peppe è molto abbattuto perché non gli spiegano che cosa gli faranno, allora decidiamo che io vado in autostop ed eventualmente gli mando dei soldi da Londra. La macchina la lasciamo alla frontiera e Peppe viene portato via. Rimango in attesa per tre ore aspettando invano il suo ritorno insieme a due ragazze tedesche che mi offrono della cioccolata dopo due giorni che non mangio altro.
La mattina parto e prendo subito un passaggio in una Mercedes che però mi lascia fuori dell’autostrada. Sono abbastanza giù, anche perché qui parlano solo tedesco e per capire è un vero problema. Comunque sono abbastanza fortunato e cammino abbastanza velocemente, poi prendo un passaggio da un ragazzo tedesco che come salgo mi offre di accendere una pipetta di fumo mi tranquillizza un po’, ma alla seconda pipa nella quale c’erano minimo due grammi di nero mi sconvolgo in modo veramente pauroso. Con la terza la tensione è salita di molto e mi sento male, molto male. Ho un trip violentissimo e delle visioni allucinanti, e per fortuna sono molto stanco per cui mi metto a dormire. Quando il tipo mi sveglia sto meglio e ho fatto molta strada.
La sera dopo un passaggio di un belga molto simpatico arrivo a Liegi. Sono contento perché la strada da fare è poca, per cui penso di arrivare il giorno dopo.
Questa mattina mi sono svegliato bene e dopo un caffé mi sono messo in marcia. Un passaggio dopo l’altro e sono arrivato a Ostenda. Mi permetto pure una colazione e all’una prendo il traghetto. Londra, eccomi. Faccio un giro sul traghetto e tre ore passano subito. Dover con le sue bianche scogliere mi sta di fronte.

Il racconto del viaggio di Mauro Di Vittorio apparso su Lotta continua el 21 agosto 1980. Il diario venne consegnato dalla polizia ferroviaria ad Anna Di Vittorio, sorella di Mauro, dopo il riconoscimento del corpo

Leggi (qui) l’inchiesta che smonta le accuse contro Mauro Di Vittorio lanciate dal parlamentare finiano Enzo Raisi

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Il dogma dell’infallibilità della magistratura: solo un terzo dei risarcimenti per ingiusta detenzione viene accolto

Dalla filosofia del diritto alla teologia giudiziaria. L’istituto del risarcimento per ingiusta detenzione è disatteso nella gran parte dei casi da una magistratura aggrappata al dogma della propria infallibilità

di Paolo Persichetti

giuliopetrilliprimopiano

La vicenda raccontata nel testo è quella Giulio Petrilli

Soltanto un terzo delle richieste di risarcimento per ingiusta detenzione trovano soddisfazione. E’ quanto emerge dagli ultimi dati forniti dall’Eurispes e dall’Unione delle camere penali italiane. Su una media di 2500 domande annuali (nel 2011 ne sono state presentate 2369) appena 800 vengono accolte. Il motivo è semplice e al tempo stesso sconcertante: l’Italia è l’unico paese in Europa dove l’istituto della riparazione per ingiusta detenzione è regolato da una clausola, inserita nel comma 1 dell’articolo 314 cpp, che esclude il risarcimento nei casi in cui il ricorrente «abbia dato o concorso a darvi causa per dolo o colpa grave».
Secondo la norma per avere diritto al risarcimento non è sufficiente avere dalla propria parte una sentenza d’assoluzione irrevocabile, secondo una delle formule previste dal codice: il fatto non sussiste, oppure non è stato commesso o non costituisce reato o non è previsto dalla legge come tale. Non basta nemmeno che la giustizia abbia riconosciuto l’illegittimità della misura cautelare.
Chi ha ingiustamente subito il carcere deve dimostrare di non aver tenuto un comportamento tale da aver tratto in inganno i magistrati con atteggiamenti omissivi o perché non si è avvalso delle funzioni difensive, che pure restano un diritto fondamentale della persona sottoposta a indagini o imputata, ma anche sotto il profilo delle proprie frequentazioni.
Ciò vuol dire che le sentenze assolutorie non sono valutate come tali ma sottoposte ad un nuovo processo che conduce ad esaminare e giudicare sotto il profilo morale la personalità di chi è stato assolto, introducendo un criterio discriminatorio che inanella una serie impressionante di violazioni: dal ne bis in idem, all’invenzione di una sorta di quarto grado di giudizio capace di resuscitare la colpa al di là di ogni assoluzione fino all’inversione dell’onere della prova.
Nel giugno scorso, la quinta sezione penale della corte d’appello di Milano ha rigettato l’istanza di risarcimento per ingiusta detenzione di una persona assolta in via definitiva dopo aver trascorso 6 anni nelle carceri speciali, sostenendo che «nessun diritto alla riparazione spetta a chi, frequentando terroristi, o comunque soggetti appartenenti all’antagonismo politico illegale, abbia colposamente creato l’apparenza di una situazione che non poteva procurare l’intervento dell’Autorità giudiziaria. Poco importa, ai fini che qui interessano, l’esito del giudizio penale. Occorre distinguere – prosegue il collegio – l’operazione logica compiuta dal giudice del processo penale da quella, diversa, del giudice della riparazione. La reciproca autonomia dei due giudizi comporta che una medesima condotta possa essere considerata, dal giudice della riparazione come contributo idoneo ad integrare la causa ostativa del riconoscimento del diritto alla riparazione e, dal giudice del processo penale, elemento non sufficiente ad affermare la responsabilità penale».
I magistrati hanno teorizzato un doppio criterio di giudizio: il primo sottoposto alle vigenti leggi processuali; il secondo che riabilita la colpa tipologica è non si cura degli effetti legali dell’assoluzione, che seppure elimina la colpa mantiene il sospetto e soprattutto conserva la responsabilità. Siamo di fronte ad un perenne “diritto del nemico” che trasforma in un accessorio a geometria variabile la presunzione d’innocenza recepita dall’art. 27 della costituzione.
Chi viene assolto per reati avvenuti in luoghi dove è presente la criminalità organizzata, diventa responsabile del fatto di aver frequentato contesti che brulicano di pregiudicati; chi è assolto da reati di eversione, se ha frequentato luoghi di conflitto, recepito culture antagoniste, anticonformiste e irregolari secondo la norma politico-morale dominante, è ritenuto responsabile di una corrività ambientale che ha indotto la coscienza del giudice a sbagliare. E’ una colpa di natura etico-morale quella che qui viene scovata e sanzionata con il mancato risarcimento.
Non sfugge che attraverso questo dogma dell’infallibilità assoluta del giudice, come fu per il concilio Vaticano I° che nel 1870 introdusse l’infallibilità ex cathedra del pontefice, si opera il passaggio dalla filosofia del diritto alla teologia giudiziaria. Un’arrogante pretesa che spiega l’errore ricorrendo all’alibi della “colpa apparente”, giustificata non da una cattiva valutazione degli elementi probabotori a carico o discarico ma dalla doppiezza e dall’ambiguità della persona sottoposta a indagine o giudizio, alla stregua del maligno che con le sue arti malefiche confonde e trae il mondo in inganno.
Sarebbe tempo di riportare la giustizia dalle sfere della santità celeste ad una più terrestre dimensione profana.

Oreste Scalzone, «Delle Chiaie mente su i fatti di Valle Giulia del 1968. E’ un manipolatore, sono pronto a sfidarlo pubblicamente»

Il fondatore di avanguardia nazionale, autore di un’autobiografia edulcorata che sorvola sui servigi prestati alla Spagna franchista e alle dittature militari latinoamericane per reprimere gli oppositori politici – in passato – ricorda Oreste Scalzone, insieme a Mario Merlino ha più volte sostenuto che la battaglia di Valle Giulia, nata dalla resistenza opposta dagli studenti al tentativo di sgombero della facoltà di architettura da parte della polizia, sarebbe stata preceduta da un incontro tra neofascisti e il comitato d’Ateneo della Sapienza del quale facevano parte, oltre a Scalzone e Roberto Gabriele, anche Franco Russo, Paolo Mieli, Paolo Flores D’Arcais, i fratelli Petruccioli, Alberto Olivetti, Luca Meldolesi e altri ancora. L’episodio è un falso storico clamoroso, ribatte Scalzone: «Delle Chiaie è un pessimo personaggio, un manipolatore che non merita nemmeno di esssere gratificato come nemico»

Camillo Giuliani
Calabria ora 28 settembre 2012

A prescindere dalla temperatura esterna, si prospetta un pomeriggio da autunno caldo a Cosenza. Il giorno dopo Renato Curcio arriva in città l’uomo nero, Stefano Delle Chiaie, e non sono pochi quelli che, da giorni, annunciano su internet manifestazioni per impedirgli di presentare “L’aquila e il condor”, il libro in cui il 76enne esponente della destra radicale racconta la sua versione su una stagione politica di cui fu (in)discusso protagonista. Ne abbiamo parlato con un altro primattore di quegli anni, Oreste Scalzone, fondatore di Potere Operaio. «È difficile trovare due uomini più agli antipodi tra loro», il suo commento iniziale. Nonostante abbiano in comune l’attivismo politico – su sponde e con metodi differenti – e una lunga latitanza all’estero per sottrarsi alla giustizia italiana, Scalzone e Delle Chiaie, il rosso e il nero, sono come due rette parallele che non trovano mai un punto d’incontro.

Cosa pensa di Delle Chiaie?
«Sono solito parlare in modo critico di sistemi e non di singoli, ma quando si tratta di uomini pubblici con responsabilità come le sue un giudizio è doveroso: credo – anche sulla base di un riscontro pratico, dettaglio sintomatico – sia un pessimo personaggio».

Quali riscontri?
«Lui e Mario Merlino hanno fatto circolare falsità quale quella che prima di Valle Giulia loro avessero preso contatto col Comitato d’agitazione d’ateneo alla Sapienza, e che quindi quella fosse stata un’impresa comune. Un episodio che mostra inequivocabilmente l’indole manipolatrice di questo personaggio che ama rimestare nel torbido».

I fascisti con Valle Giulia non c’entrano?
«Basta aver letto, che so… Malaparte, per sapere che in una piazza in tumulto può esserci di tutto. Certo è che se c’erano i fascisti, il movimento non se ne accorse».

Che differenza c’era tra ribelli di sinistra e di destra?
«Molti giovani, anche per opporsi a un antifascismo trasformatosi in regime, diventarono fascisti pensando di ribellarsi all’ordine costituito. La ritengo una forma, certo malintesa – un tragico equivoco –  di ribellione vera. Delle Chiaie con loro non c’entra, la cosa peggiore è che abbia lavorato per i servizi segreti del Paraguay di Stroessner».

Franco Piperno ha definito i terroristi “delle ottime persone, anche se hanno ucciso”. Che ne pensa?
«Condivido il suo giudizio per quanto riguarda coloro che, a torto o ragione, si ribellano all’ordine costituito, dal basso verso l’alto. Camus diceva che “non ci sono angeli di luce e idoli di fango; gli umani vivono così, a mezz’altezza”. Ma quando qualcuno si comporta in tutta la carriera come un gerarca dalla parte di coloro che schiacciano altri, non vedo come gli si possano concedere riconoscimenti di una qualche nobiltà, quantomeno d’intenti».

Ha letto “L’aquila e il condor”?
«Ci sono tante cose che non si riescono a leggere nella vita, mancanze che lasciano un rimorso, ma ammetto che difficilmente troverò il tempo di dedicarmi al libro di Delle Chiaie. Potrebbe anche avere un qualche interesse, tutto può essere. Ma la vicenda del Paraguay, ciò che si dice tra gli stessi fascisti di quest’individuo, il piccolo riscontro personale di cui sopra, mi fanno dubitare che in quelle pagine ci sia qualcosa di pregevole».

Scenderebbe in piazza per impedirne la presentazione?
«I movimenti sovversivi avrebbero ben altro da fare che impigliarsi in sceneggiate per vietare la parola a personaggi che converrebbe invece gratificare con un disinteresse e un silenzio eloquenti. Meglio sarebbe occuparsi di dare il fatto suo a gente più significativa, a partire dal dottor Marchionne».

Ha vissuto situazioni come quella che si attende per Delle Chiaie?
«Dopo il rientro ho ricevuto diverse contestazioni. All’università di Palermo lanciarono pietre contro le vetrate dell’aula dove si svolgeva l’assemblea, sembrava un cattivo remake del 16 marzo del ’68 alla Sapienza. L’onorevole signorina Meloni andava straparlando  di “bombaroli”, imitata da un tale Volontè deputato Udc…la sinistra di Stato annuiva. Quelle contestazioni, però, avevano origine nelle stanze del potere, non c’erano folle che si riunivano spontaneamente. Spero che i compagni cosentini non finiscano a chiedere alla questura di vietare l’evento, sarebbe una vera contraddizione in termini!».

Perché nemmeno una polemica per l’arrivo di Curcio?
«Il generale Dalla Chiesa, strenuo avversario delle BR, disse di Renato che era “uno che andava, non mandava”, manifestandogli quel rispetto che si concede a un nemico, nel senso più alto del termine. Lo stesso rispetto che Cossiga mostrò per Prospero Gallinari o Maurizio Ferrari che oggi, dopo 32 anni di prigione, è di nuovo rimesso e tenuto in galera per manifestazioni di lotta da un piccolo Vichinskij  (l’inquisitore per eccellenza della Russia di Stalin, ndr) come il procuratore Caselli. Ecco, l’intero percorso di Delle Chiaie non mi sembra suscettibile di raccogliere un rispetto della stessa natura».

Delle Chiaie è un suo nemico?
«Qualcuno ha detto che si è, o si diventa sempre un po’ alla misura del nemico che ci si sceglie. L’inimicizia, anche assoluta, è una relazione alta e non richiede di considerare l’altro un “sotto-uomo” – “Untermensch”, termine squisitamente nazista – o un demone. Escludendo dunque la passione triste ed autolesiva del risentimento o della diabolizzazione, non è necessario, tuttavia, gratificare qualcuno che non la meriti di una relazione simile. Comunque, se oggi qualcuno vuole telefonarmi per avere un confronto pubblico tra Delle Chiaie e me sulla questione di Valle Giulia, accetto la sfida di buon grado».

 

A mamma Clara… “chi ha deciso che non posso toccare le mani di mio figlio?”

Dal blog Baruda.net prendo un post scritto in ricordo della madre recentemente scomparsa di un compagno che ha partecipato alla lotta armata per il comunismo ed ha trascorso quasi tre decenni della propria vita in carcere.
La storia di Clara, di cui alcuni passaggi potete leggere più avanti, getta un fascio di luce sull’altra parte, sul mondo dei familiari e dei gli amici dei prigionieri, sulla rete di solidarietà che li sosteneva, quelli che erano dall’altro lato del vetro dei parlatoi, fuori dalle mura di cinta, quelli che gli anni del carcere lì hanno vissuti in un continuo entra/esci in giro per le prigioni d’Italia, il cicruio dei Camosci, tra vessazioni, angherie, provocazioni, umiliazioni, pressioni, violenze fisiche e psichiche, controlli, intercettazioni, sorveglianza continua, perquisizioni.

La storia di Clara suggerisce una riflessione su quella che è stata la vicenda dei familiari dei prigionieri. La marcia trionfale del paradima vittimario eretto dallo Stato in quest’ultimo decennio si è costruita attraverso un processo di discriminazione tra vittime meritevoli, e dunque legittime, e vittime immeritevoli di essere riconosciute come tali e per questo cancellate.
In effetti più della vittima in sè è stata la nozione di “vittima meritevole” che ha trovato affermazione e legittimazione.
Non bastava aver subito un torto o un danno per poter essere riconosciuti come tali, occorreva innanzitutto entrare a far parte della categoria legittimata ad esserlo. Un accesso caratterizzato da criteri discriminatori individuati sulla base di ben selezionati requisiti di ordine sociale, economico, culturale, etnico e politico. Per i gruppi stigmatizzati in partenza, nei confronti dei quali si presume una contiguità originaria con l’universo tacciato come criminale o la genealogia del male, è stato precluso qualsiasi riconoscimento, non certo della “santità vittimaria” riservata e in taluni casi ambita dagli esponenti della compagine statale e dell’élite economico-sociale, del posto avuto e del prezzo pagato nella narrazione di quella stagione. Questa selezione discriminatoria ha colpito in modo particolare la realtà dei familiari dei prigionieri.

da Baruda.net

Provo a fare un saluto a Clara, quella che ho sempre sentito nominare e chiamare “mamma Clara”.
La mamma di tutti e tutte coloro che in quegli anni combattevano tra l’art.90, gli ergastoli che piovevano, la tortura, le traduzioni continue, le privazioni totali e costanti.
Mamma Clara è andata via da pochi giorni, portandosi dietro un bagaglio d’amore immenso,
portandosi dietro migliaia di km fatti su e giù per l’Italia, le tante botte ripetutamente prese,  con altre donne, figlie, mogli, mamme, amiche…
tutte, anche esse, vittime dimenticate di quell’epoca;
è andata via portando con sé i pacchi, i vetri su cui poggiavano le mani lei e Bruno, il suo figlio carcerato, suo figlio terrorista, suo figlio brigatista,
suo figlio, punto.
Sono stati in tanti ed in tante ad aver Clara come mamma, come spalla, come amica…
E allora usiamo le sue parole per salutarla prese dallo splendido libro realizzato da Linda Santilli e Prospero Gallinari, Dall’altra Parte. L’odissea quotidiana delle donne dei detenuti politici, Feltrinelli settembre 1995, perché son belle e vere, perché c’è tutta quella donna fatta di fornelli e borgate romane, che è diventata combattente lucida, piena d’amore.

Non avevo mai visto un carcere in vita mia, né ci avevo mai pensato. Non sapevo neppure come era.
Trenta anni fa sentivo dire che stavano costruendo Rebibbia, ma non sapevo neanche che era un carcere.
Dopo una settimana, quando lo trasferirono lo andai a trovare a Napoli. Siamo stati abbracciati tutto il tempo, non gli chiesi nulla, non potevo chiedergli niente.
Gli dissi solo queste parole: “sta cosa me la potevi risparmiare, figlio mio”. Lui non ha detto niente, io non ho più parlato.
Quando lo vidi là dentro non ho pensato a nulla, non potevo pensare, che cosa avrei dovuto pensare?
Piangevo e basta. Per me contava solo che era vivo.
Dopo un bel po’ di tempo, quando era iniziato il pentitismo, gli dissi questo: “Prima di fare la spia impiccati, sarebbe la cosa più giusta.

Il primo incontro con il carcere è stato traumatico. C’erano un’infinità di cancelli di ferro che mi si chiudevano alle spalle lungo un corridodio buio che portava al sotterraneo. Lì mi hanno spogliata completamente, mi hanno fatto togliere perfino il reggiseno e le mutande. Io piangevo, mentre mi spogliavo piangevo.
[…] Quel giorno cominciarono i viaggi.
Quel giorno erano cominciate pure le umiliazioni.
Dopo un paio di settimane Bruno fu trasferito a Palmi.

[…]Il periodo più duro è stato quello dell’art.90. Non potevo portargli cibo nè niente, solo poca biancheria intima.
I colloqui si facevano con un vetro che ci separava.
Parlavamo a distanza e non si riusciva a sentire bene la voce, così mi aiutavo coi gesti.
Per due anni non l’abbiamo toccati i nostri figli. E’ stato un tempo orribile, che non finiva mai.
Ovunque, anche per la strada ci sentivamo controllati, pressati. In carcere erano ore e ore di attesa. Ci buttavano come le bestie dentro una stanza, dalle nove del mattino fino all’una, alle due, in attesa di poter fare un colloquio. Tutte noi venivamo da parti diverse dell’Italia e avevamo viaggiato tutta la notte. Penso che lo facevano apposta, per cattiveria, per punire anche noi familiari. Perché non ce li facevano toccare con le mani, neanche una carezza e questo non poteva avere senso.

[…] Andammo a Genova perchè ci dissero che li avrebbero fatti toccare.
Ci dissero che potevano passare solo le donne che avevano dei bambini in braccio, così io mi feci prestare la pupa di Francesca. Ce li fecero abbracciare solo per un attimo. Erano anni che non toccavo mio figlio.
[…] A Laura mi sono affezionata moltissimo. Quando l’hanno arrestata io ero disperata, perché quella ragazzina non c’aveva nessuno, né madre né padre. Ho sempre cercato di esserle vicina, mi chiamava mamma Clara.
[…] Poi sono diventata mamma Clara per tanti altri ragazzi; mica solo a Laura ho fatto pacchi! Questi figli ho cercato di aiutarli, di essere uguale con tutti e non disponibile solo con mio figlio.
Tutta l’economia della famiglia da tredici anni è quindi rivolta non solo a Bruno, ma a tutti gli altri.
A Bruno ora che sta a Roma a Rebibbia faccio il pacco ogni settimana, ogni giovedì. Cucino la mattina stessa prima di andare al colloquio. Lo faccio con tanto amore, è l’unica cosa che mi è rimasta per dimostrargli il bene: stirargli le camicie, lavargli bene i panni, improfumarglieli.
Solo questo mi è rimasto.
I pacchi non sono importanti solo per chi sta in carcere, ma anche per chi li prepara.
Io penso a mio figlio…ieri gli ho portato i fagiolini con il pesce spada, le alici e la frutta.”


Il profumo dei tuoi piatti è entrato nelle peggiori celle del nostro paese,  ed è riuscito a renderle dolci.

Grazie…che chiederlo a fare alla terra di esser lieve su di te?
Buon viaggio mamma Clara…

Estate romana: Scalzone «Veltroni manipola la memoria di Renato Nicolini e lo arruola nel partito dell’emergenza antiterrorista»

La figura di Renato Nicolini, l’inventore dell’Estate romana recentemente scomparso, l’Effimero, le periferie della capitale negli anni 70. Parla Oreste Scalzone ed è subito tabula rasa del cretinismo veltroniano

 

di Paolo Persichetti
Altri 24 agosto 2012

«Era uno spirito dubbioso e critico con un fondo di timidezza da cui provava a difendersi con una punta di dandismo. Di lui si potrebbe dire che era un poeta libertario e comunista». La figura di Renato Nicolini affiora tra fiotti di ricordi che mischiano vissuto pubblico e personale. Un fatto quasi inevitabile se a raccontare è Oreste Scalzone.
Era l’estate del 1979, da alcuni mesi l’ex esponente di Potere operaio era finito in carcere per la retata giudiziaria del 7 aprile. A fargli compagnia migliaia di altri prigionieri politici. Lucia Martini, sua moglie, conosceva bene Nicolini per aver frequentato la stessa facoltà di architettura a Valle Giulia, nei primi anni 60, ed aver dato vita insieme alla prima occupazione nell’Italia del dopoguerra. «Lucia – spiega Oreste – si ricorda ancora di una cosa che le era sembrata la più grande assemblea del mondo, durante l’Estate romana. Nicolini la chiamò sul palco di piazza di Siena e le fece leggere una lettera che le avevo mandato dal carcere».
Cosa? Ho capito bene? Mi chiedo fra me e me mentre Oreste continua a snocciolare un episodio dietro l’altro, raccontando aneddoti picareschi, surreali, sempre sintomatici, sulla falsa riga di chi ritiene che prendersi sul serio sia in fondo la cosa meno seria che si possa fare nella vita. «Aspetta, aspetta, Ore’, fermati un attimo», non solo glielo dico ma ci riesco pure.
Alla cerimonia ufficiale di commemorazione che si è tenuta alla Protomoteca del Campidoglio, Walter Veltroni, e il suo replicante Gianni Alemanno, hanno sostenuto cose che vanno in direzione esattamente opposta. Oreste però conferma tutto e rincara pure la dose: «Nel 1983 Nicolini venne a Parigi, dove ero rifugiato, per partecipare ad una iniziativa al Beaubourg. Ero andato a curiosare anch’io. Quel giorno c’era pure Rino Serri, che dopo Trivelli e prima di Occhetto era stato segretario della Fgci, quello della mia prima tessera. Renato terminato l’incontro ufficiale venne a casa nostra».

A casa di un latitante? Veltroni ci rimarrà male quando lo verrà a sapere. Alla commemorazione ha detto che l’Effimero «è stata una risposta straordinaria a chi, negli anni di piombo, voleva che vincesse la paura, che la gente restasse chiusa in casa».
La gente chiusa in casa negli anni ‘70? Ormai abbiamo una nomenclatura demenziale. La coppia Veltroni-Alemanno mi ricorda i fratelli de Rege, una coppia di comici famosi negli anni ’60 che ispirò Walter Chiari e Paolo Panelli.

Se non è vero quello che racconta Veltroni o capita di leggere su Repubblica, allora l’Effimero che cosa è stato?
Certo non un capitolo della lotta contro il terrorismo, come ora qualcuno va raccontando pretendendo di arruolare Nicolini nella truppa dell’emergenzialismo. Il termine fu coniato con un intento dispregiativo dai suoi nemici, a destra come a sinistra. La politica culturale di Nicolini fu una rottura che metteva al centro la parola, l’attimo, l’immagine, l’immanenza, perché materialista non è per forza il calcestruzzo e il resto è roba dello spirito. Forse tutto ciò è stato possibile perché il Pci era un partito che tracimava ormai da tempo, dalla morte di Togliatti che probabilmente quella politica non l’avrebbe mai permessa… Nicolini era sì capitato nel Pci, ma prima era stato dissidente, un po’ gauchiste. Perché in fondo il Pci era ciò che passava il convento e dopo per alcuni restava una sorta di fedeltà. Ma il partito non era più una specie di dio, come scrisse una volta Otto Rühle: “la rivoluzione non è affare di partito”.

La prima edizione dell’Estate romana è del 1977. Un anno cruciale. Nicolini con il suo assessorato alla cultura fece scelte molto diverse dalla politica condotta dal Pci a livello nazionale.
Quelli erano gli anni dei divieti di manifestare, dove ogni assembramento era percepito come un’adunata sediziosa e anche ai concerti interveniva la polizia. Che l’Estate romana sia finita, forse oltre gli intendimenti del suo stesso creatore, per andare in controtendenza rispetto al plumbeo dell’emergenza giudiziaria antiterrorista, sostenuta in prima fila proprio dal Pci, è un dato di fatto. Fu come una grande respirazione. La città riprese fiato. Non è vero che la popolazione romana fosse barricata in casa perché c’erano le Brigate rosse. Forse questo era vero per gli esponenti della nomenclatura politico-economica, gli uomini degli apparati o dei grandi media, non più di due-tremila persone. Ma gli altri, i giovani delle borgate, se non potevano andare in centro era perché non avevano una lira in tasca, perché le periferie erano ghetti, perché la città non era fatta per loro, non li gradiva, non prevedeva la loro presenza. C’era uno sfacelo sociale e quello era il piombo del cielo sulla loro vita, non le stupidaggini che racconta oggi Veltroni.

L’anno prima c’era stata la festa del proletariato giovanile al parco Lambro di Milano a cui parteciparono 150mila persone.
Invece di reprimerli Nicolini offrì una risposta a questa espressione di “nuovi bisogni”, come allora si chiamavano, rivendicati da larghi strati del movimento di quegli anni. Va incontro ad una dirompente domanda di convivialità, al desiderio di cultura proveniente dal basso. Pensate al festival dei poeti sulla sabbia di Ostia, davanti a migliaia di giovani col palco che crolla perché ognuno voleva salire a recitare i suoi versi. Capisco che Veltroni si è dovuto confrontare con le veline. In fondo ognuno è portato a misurarsi con l’epoca che si merita. Portando le periferie in centro Nicolini rompe anche il muro di classe che impediva l’accesso alla cultura di massa. L’evento non è più la prima della Scala ma cinquemila persone sedute davanti all’arco di Costantino a vedere la rassegna cinematografica di Massenzio.

Strage di Bologna, la storia di Mauro Di Vittorio: vittima tra le altre vittime che Enzo Raisi e Giusva Fioravanti vorrebbero trasformare in carnefice

Sono tornati gli sciacalli, fanno parte di una razza particolarmente famelica che non s’avventa più sui cadaveri ma dissotterra le salme, come quella di Mauro Di Vittorio, in cerca non più della sua povera carne bruciata ma delle sue ossa da rosicchiare. Sono le nuove jene della memoria, gente senza scrupoli – ieri come oggi – che divora il ricordo, si nutre del passato, mastica il vissuto di chi non può più difendersi.
Questi personaggi non hanno fame di verità, sazi come sono di faziosità e pregiudizio ruttano teoremi accusatori, vomitano cultura del sospetto, la stessa di cui si dicono vittime. Ecco un primo aspetto da segnalare in tutta questa vicenda: c’è chi pensa che basta sostituire un capro espiatorio con un altro e il problema è risolto. Tutto è lecito, tutto è possibile pur di scrollarsi di dosso l’accusa di esser responsabili della strage. L’obiettivo? Diffondere una nuova narrazione che, a partire dalle incertezze che inchieste e processi sulla strage non hanno colmato, capovolga l’intera storia dello stragismo.
Ciò detto, di quanto accadde a Bologna il 2 agosto 1980 bisogna discutere. La sinistra, i compagni, quelli più giovani, lo devono fare a prescindere da queste manovre strumentali, anzi proprio per rinviarle al mittente con un bel calcio nel culo.

Qui sotto alcuni articoli di quotidiani dell’epoca nei quali si possono travare cenni biografici importanti sulla vita di Mauro Di Vittorio, raccolti dai cronisti in tempo reale. Materiali che smontano i deliri complottistici lanciati da Enzo Raisi che ha parlato in proposito di informazioni false diffuse per depistare. Secondo Raisi la cronista dell’Unità, quello del Resto del Carlino e della Stampa, avrebbero agito all’unisono sotto il comando unico di una centrale depistatrice… La cronista dell’Unità, come si può leggere, raccolse informazioni per le strade del quartiere di Torpignattara, tra amici, conoscenti e familiari. Tutti più o meno scrivono le stesse cose. Giudicate voi.

Sull’Unità del 13 agosto la cronista racconta che dopo la morte del padre, Mauro Di Vittorio era diventato il capo famiglia, fratello magggiore con due sorelle e un fratello minore. La madre, vedova, poteva contare su una piccola pensione ed allora Mauro abbandona gli studi dopo la terza media per carcare lavoro. Gran parte dello stipendio lo dava alla madre, grazie a impieghi saltuari. Poi arriva un impiego da trimestrale al distaccamento lombardo del ministero delle Finanze. Infine la scelta di cercare fortuna a Londra. Il viaggio della speranza. Racconta la zia che aveva trovato piccoli lavoretti, come lavapiatti negli alberghi. A inizio luglio rientra in Italia avvertito dalla madre perché a Milano c’era un concorso per entrare nel ministero delle Finanze. Mauro tenta di arrivare il prima possibile, ma purtroppo farà tardi. La data del concorso era passata. Resta a casa vicino alla madre fino al 24 luglio e poi riparte di nuovo. Stavolta però lo fermano alla frontiera inglese, perché privo di mezzi di sostentamento. Episodio che segna il suo destino.

La scheda biografica redatta da Fabio Negro, cronista oggi in pensione, per il Resto del Carlino che verrà poi utilizzata per la scheda presente sul sito dell’associazione familiari vittime della strage di Bologna. Le informazioni riportate riempiono i tasselli vuoti del racconto precedente, soprattutto si riportano stralci del diario del giovane.

La Stampa del 13 agosto 1980:  «Un capitolo dell’inchiesta si è chiuso ieri: è stata identificata l’ultima vittima senza nome all’obitorio. E’ lo studente romano Mauro Di Vittorio, 24 anni, partito a fine luglio per un periodo di vacanze nel Nord Europa. I familiari non sapevano che sarebbe passato per Bologna proprio quel sabato 2 agosto».


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