Amicizia e solidarietà sotto processo. Massimo Papini in aula lunedì 22 febbraio 2010

Un’inchiesta vuota e l’uso della malattia come strumento d’indagine

Paolo Persichetti
Liberazione 21 febbraio 2010

Si apre domani davanti alla prima corte d’assise del tribunale di Roma (piazzale Clodio) il processo contro Massimo Papini, 35 anni, romano. Un appuntamento atteso dopo la morte di Diana Blefari Melazzi, la sua ex fidanzata finita in carcere nel 2003 per appartenenza alle cosiddette “nuove Brigate rosse” e suicidatasi il 31 ottobre scorso nel carcere di Rebibbia. Una morte “annunciata” che ha fatto parlare di «uso della malattia come strumento d’indagine». Diana Blefari Melazzi, infatti, mise fine ai suoi giorni esattamente un mese dopo l’arresto del suo ex compagno che aveva tentato di scagionare fino all’ultimo. La sostanza delle accuse mosse contro Papini ruotano tutte attorno al suo rapporto con la donna, prima sentimentale poi d’amicizia, proseguito anche dopo il suo arresto attraverso un intenso scambio di lettere e poi grazie alle visite in carcere, autorizzate dall’amministrazione penitenziaria proprio in ragione delle pessime condizioni di salute mentale in cui versava la detenuta. Papini era riuscito a fare breccia nel muro che la sua amica aveva eretto contro il mondo convincendola ad accettare l’idea delle cure. Teneva un diario degli incontri, come gli avevano chiesto i medici, anche se questi erano tutti monitorati dalla polizia nella speranza che la detenuta nel corso dei colloqui si abbandonasse a qualche confidenza. In fondo l’arcano dell’inchiesta e della detenzione di Papini è tutto qui, nella convinzione degli inquirenti che la Blefari conservasse alcuni segreti: dal luogo dove sarebbero state nascoste le armi del gruppo, all’identità di un altro presunto componente del commando che colpì Marco Biagi. L’incarcerazione di Papini poteva servire da strumento di pressione. «L’attività investigativa sul territorio nazionale – aveva spiegato subito dopo il suo arresto uno dei massimi responsabili della polizia di prevenzione – non si è mai arrestata e non avrà tregua finché non saranno rinvenute le armi utilizzate». Un convincimento rivelatosi letale. Il dibattimento che si aprirà domani non è pero la prima verifica giudiziaria di un’inchiesta che negli anni ha assunto le sembianze di una vera e propria persecuzione macchiata poi dalla tragedia. Dopo anni d’indagini, pedinamenti e intercettazioni, già alla fine del 2008 la procura di Bologna chiese il suo arresto, asserendo un suo coinvolgimento nella rivendicazione dell’attentato Biagi. ll gip ritenne gli elementi depositati dall’accusa inadeguati a sostenere l’incriminazione. Il suo cellulare risultava agganciato alle 20,14 ad una cella vicino alla stazione Termini, zona di passaggio obbligata per rientrare nella sua abitazione, dove alle 21,55 venne effettuata la rivendicazione dell’attentato. Ma le indagini hanno provato che già alle 20,19 era al suo telefono di casa. Insomma non c’entrava nulla.
Passati gli atti alla procura romana, sulla base degli stessi elementi e soprattutto per il fatto di aver continuato a seguire la sua ex fidanzata lungo i meandri dolorosi e allucinati della sofferenza psichiatrica, Papini è stato arrestato il primo ottobre scorso in provincia di Salerno, su un set dove lavorava come attrezzista cinematografico. Il capo d’imputazione parla di un’appartenenza defilata al sodalizio sovversivo, relegata ad un livello periferico e in relazione con unico «referente», la Blefari per l’appunto, condotta dal 1996 fino alla data dell’arresto. Questa tracimazione temporale dell’accusa solleva non poche perplessità: primo perché Papini viene descritto per ben 13 anni come un aspirante militante sempre alla porte delle “nuove Br”, anche quando queste non esistevano; in secondo luogo perché la procura, dopo lo smantellamento del gruppo avvenuto nel 2003, ritiene ancora in attività la sigla Br-pcc. Ostinata tesi investigativa che sorpassa anche i più agguerriti accanimenti terapeutici. All’antiterrorismo sarebbero in grado di resuscitare persino la mummia di Tuthankamon pur di autogiustificare la loro attività che negli ultimi tempi sembra distinguersi per una marcata propensione all’azione preventiva, alla contestazione di reati che ancora non hanno preso forma. Contro Papini non c’è uno straccio di accusa per fatti specifici, gli si rimproverano soltanto dei contatti con la Blefari ritenuti sospetti. Tutto nasce dall’interpretazione di un documento, definito «Attosta», una specie di manuale (che poi si è rivelato essere il miglior modo per farsi identificare, una specie di involontario “pentito elettronico”) con il quale le “nuove Br” stabilivano le condotte cospirative da seguire. Per esempio, l’uso “dedicato ad un solo utente” delle carte telefoniche prepagate, o il ricorso sistematico a telefoni pubblici, erano indicati come le modalità di contatto tra militanti. Solo che nel suo rapporto con la Blefari, Papini, che pur accetta di chiamare da un certo momento in poi la sua amica in questo modo, venendo incontro ad una sua richiesta ritenuta un «po’ paranoica» dopo il suicidio della madre nel 2001, non rispetta mai alla lettera le prescrizioni. Insomma fa come gli pare. Rilevanti ai fini difensivi appaiono invece alcune lettere della Blefari, quella che gli lascia nell’ottobre 2003 poco prima di darsi alla latitanza: «Immagino che avrai un milione di dubbi, domande, ti starai spiegando adesso le mie “stranezze” e “paranoie” ma ora non ti posso spiegare»; o le altre dal carcere dove si dice «grata… perché non mi avete ripudiato», sottolinea che «un conto sono i rapporti personali, ed un conto quelli politici», fino a quella più esplicita, «visto che ora la mia identità politica clandestina ha l’opportunità di diventare pubblica, causa forza maggiore. Sta a te scegliere se continuare il nostro rapporto». Massimo Papini non ha mai avuto esitazioni. Ma oggi anche l’affetto e la solidarietà possono diventare un reato.

Link
Cassazione: “Non è reato essere amici di inquisiti per banda armata”
Un altro Morlacchi dietro le sbarre
Ignorata la disponibilita offerta da un gruppo di detenute che si offrì di assistere la Blefari. I magistrati puntavano al pentimento
Induzione al pentimento
Suicidio Blefari Melazzi: l’uso della malattia come strumento di indagine

Allarme terrorismo: quel vizio del “Giornale” d’imbastire false notizie
Nta, la sigla vuota utilizzata per lanciare intimidatori allarmi terrorismo
Roberto Maroni: Nat, analogie con vecchie Br
Improbabili militanti


Valerio Verbano, l’epoca dei becchini

Un articolo recensione del libro di Carla Verbano, Sia folgorante la fine, ha suscitato alcune reazioni in rete. Riporto solo il primo intervento critico, postato in forma anonima su Indymedia lombardia e Bellaciao.org a cui segue la replica. Per chi fosse interessato alla querelle, basta cliccare i link

Lun, 15/02/2010 – 20:04
by Anonimo

Risposta all’articolo https://insorgenze.wordpress.com/2010/02/14/valerio-verbano-a-trentanni-d

…Si auspica a torto lo stesso trattamento, da ingenui quali siamo, spesso noi, a sinistra. Le lotte sono differenti, le mete altrettanto così gli obiettivi. Ma se per scagionare qualcuno ci vuole prima un’accusa e una sentenza, già qui si parla di amnistia. Mi spiace che il compagno Persichetti si sia azzardato a tanto, pur consapevole di essere in acque torbide e la vista non gli conceda di poter gridare (seppur sommessamente) “terra”. Non si può chiedere giustizia giusta e applicata in maniera tanto sbrigativa quando ancora non è stata ascritta e decretata colpevolezza. Inoltre ribaltando i termini l’amnistia non è così che è osservata, come un patteggiamento fra le parti, senza che quella primariamente coinvolta si sia espressa come colpevole o abbia fatto ammissione di correità. Niente di tutto questo. Mettere perciò le mani avanti è scorretto verso chi chiede quella giustizia doverosa, necessaria verso chi ha atteso tanto tempo. Che venga dalle vittime e non dal carnefice. E non illudiamoci che basti mettere il verme sull’amo perché la balena abbocchi. E’ tutto molto più complicato, ci sono sinergie che devono saltare come un domino e rapporti di potere ricattatori che non è dato sapere se sono attuali o meno. Quando il braccio armato è ancora potente e il movente lungi dallo svelarsi, nessuno dovrebbe esprimersi con tanta leggerezza e superficialità. Si rischia di essere fraintesi, come virtuali conniventi o destinatari di un valore aggiunto che sono quelle briciole che cadono dalla tavola, come per sbaglio.

Gli spacciatori di passioni tristi

Quando ai soggetti vivi della storia si sostituiscono i testimoni risentiti della memoria comincia l’epoca dei becchini. La memoria assume così le sembianze del morto che agguanta il vivo, del vampiro che succhia la vita futura

Paolo Persichetti

Le normali regole del contraddittorio prevedono che la tenzone avvenga ad armi pari. In questo caso invece il mio contraddittore interviene in forma anonima. Basterebbe questo per deconsiderare le parole di chi non ha nemmeno il coraggio delle proprie idee. Per altro questo signore mi da del “compagno”, ma io non sono suo compagno. I miei compagni stanno in carcere con l’ergastolo non a fare gli assessori per qualche giunta di centrosinistra o i parolai. Chi mi contesta pare che sappia con certezza chi sono gli assassini di Verbano, allora perché non procede. Gli manca il coraggio?
Potrei chiuderla qui questa polemica, anche perché, come diceva Oscar Wilde, se litighi con un cretino l’unico risultato che ottieni è sembrare cretino pure tu.
Resta che questi post vengono letti comunque da un certo numero di persone; è solo per rispetto di queste che mi costringo ad una replica.

1) Nella storia sono esistite diverse tipologie di amnistia. Quelle politiche applicate in Italia fino al 1970 indicavano nel loro articolato le fattispecie di reato commesse all’interno di un determinato periodo storico. Le persone denunciate, e/o processate, e condannate per quei fatti repressi dalla legge usufruivano dell’amnistia. Lì dove non vi era stata ancora azione penale, veniva meno nel futuro la possibilità di svolgere il processo. L’azione penale restava nella discrezione del pubblico ministero che avrebbe potuto comunque agire conducendo un’inchiesta nell’interesse pubblico dell’accertamento dei fatti (poiché possono sussistere reati non amnistiati), dichiarando alla fine la non procedibilità per sopravvenuta amnistia.
Tuttavia per ovviare al rischio dell’amnistia cosiddetta “preventiva”, che può creare ostacoli all’accertamento della verità (qui ovviamente bisogna ricordare che la “verità giudiziaria” è una mera convenzione che non può essere in alcun modo sovrapposta alla verità storica. Troppi oggi pensano che l’unica via per raggiungere la verità sia quella di fare processi e scrivere sentenze), soprattutto dopo le esperienze delle auto-amnistie dei regimi dittatoriali del Sud America, in Sud Africa è stato sperimentato un modello alternativo denominato “Ubuntu”. Attuato dalla commissione riconciliazione e verità, questo sistema prevedeva il riconoscimento dei fatti-reato da parte dei loro autori, una verifica della loro veridicità attraverso i normali riscontri da parte dell’autorità pubblica, il riconoscimento dell’amnistia e una riparazione materiale e simbolica per le parti lese. Chi riteneva di non dover accedere a questo tipo di procedura conciliativa era passibile in futuro, se individuato, di azione penale secondo i normali criteri procedurali senza possibilità di amnistia.
Nel mio articolo messo sotto accusa pensavo a questo tipo d’ipotesi. Dopo 30 anni senza risultati e con un’esigenza, che dovrebbe imporsi, di storicizzazione, mi sembra ovvio cercare di creare le condizioni che possano facilitare un percorso di verità. Non è scontato che ciò avvenga su ogni episodio rimasto oscuro o parzialmente oscuro, ma esiste la prova contraria. Fino ad oggi non si sono fatti passi avanti. Aggiungo che ai tempi di Valerio si faceva ancora controinchiesta (quella che lui stava conducendo nel famoso dossier). I responsabili di misfatti venivano cercati autonomamente. Non si aspettava la chiamata della polizia giudiziaria. Oggi siamo in grado di fare questo? Non mi sembra, visto che s’invoca l’azione della magistratura. L’amnistia quantomeno ripristinerebbe un principio di autonomia politica da parte nostra.

2) Il 22 febbraio 2010 saremo a 30 anni esatti dalla morte di Valerio. La vecchia normativa ammetteva la prescrizione dei reati più gravi dopo 30 anni dai fatti, riconoscendo un vecchio principio cardinale del diritto che prevede tempi certi e ragionevoli alla durata dei processi e delle condanne. A distanza di troppi decenni, infatti, si riteneva: per un verso, troppo difficile accertare le responsabilità e ricostruire l’esatto contesto dell’epoca; dall’altro, inefficace una condanna contro un individuo diverso da quello che aveva commesso il reato.
La cultura dell’imprescrittibilità dei reati più gravi ha guadagnato terreno negli ultimi decenni e dagli iniziali crimini di genocidio e contro i diritti umani si è via via passati anche ai normali reati del codice penale. Oggi non sono prescrittibili i reati che prevedono la pena automatica dell’ergastolo (praticamente buona parte dei reati politici previsti nel nostro codice). L’omicidio sarebbe tecnicamente prescrittibile solo nel caso in cui non venissero contestate le circostanze aggravanti. La materia è diventata complessa poiché s’intrecciano vecchia e nuova normativa: lì dove il reato è stato commesso sotto la vigenza della vecchia norma ma il processo verrebbe svolto con la nuova, dovrebbe in teoria prevalere la norma più favorevole al reo eventuale, ma non è detto che sia più così. In sostanza oggi, per il gioco delle aggravanti e delle attenuanti, la prescrittibilità del reato d’omicidio sarebbe tutta nelle mani del giudice che potrebbe decidere a seconda dei casi con criteri diversi (proviamo ad immaginare quali?), ingenerando discriminazioni. Il pm agirebbe automaticamente ipotizzando la fattispecie più grave, non foss’altro per poter esercitare l’azione penale. Non mi sembra eccezionale questa situazione.

3) Evase queste noiose note tecniche, vengo alle questioni più politiche:

a) Dovremmo saper fare buon uso della memoria. La vicenda di Valerio è immersa in un contesto storico e sociale ben preciso. La sua morte è legata ad un filo di episodi, di rappresaglie e contro rappresaglie. Chi oggi si lancia in nuove teorie del complotto, ipotizzando chissà quali oscuri agenti, azzera la dimensione storica di quegli anni. La morte di Verbano scatenò una rappresaglia durissima, come avvenne anche per Walter Rossi, contro un militante missino noto picchiatore, Angelo Mancia (che con la sua morte non c’entrava nulla). Omicidio rimasto anche questo, come avrebbe scritto il mio contraddittore, “impunito”. Se per Valerio ci sono stati degli indagati, per Mancia nemmeno l’ombra. Seguendo lo schema di pensiero di chi contesta il mio articolo, dovremmo ricavarne che esiste un “doppio stato comunista” che impedisce l’accertamento della verità sui fascisti uccisi dai rossi.
C’è qualcosa che il mio contestatore fantasma non dice perché la sua logica monca si ferma prima: vorrebbe in galera anche gli assassini di Mancia? Oppure sogna una polizia e una magistratura che fanno giustizia solo per Valerio e non per i fascisti (quella stessa contro la quale magari sbraita (?) quando uccide Carlo Giuliani o Federico Aldovrandi e assolve i poliziotti di Genova)?

b) Un minimo di onestà intellettuale porterebbe a riconoscere che tra le fila della destra ci sono molti più morti senza esito giudiziario di quanti ne sono rimasti a sinistra. Tra le nostre fila invece abbondano i morti senza colpevoli perpetrati dalle forze di polizia. Che strano che non ci si ostini per niente a cercare la verità su chi ha sparato a Giorgiana Masi, a Fabrizio Ceruso, a Pietro Bruno? Contro i fascisti si, ma contro lo Stato no! Come la chiamiamo sindrome legalitaria, statolatria?

c) «Chiedere giustizia», «decretare colpevolezza», «ammissione di correità», «vittime», «carnefice», sono questi alcuni dei termini utilizzati dal fantasma. Denotano una cultura giustizialista intrisa di populismo penale. Dubito che Valerio quando venne ucciso potesse riconoscersi in un linguaggio del genere. Era un giovane militante comunista rivoluzionario, non un criptodipietrista, uno che parla come Diliberto e i suoi Gom. Leggete il libro della madre quando racconta della battaglia pubblica che intraprese dopo l’uccisione a casaccio di Stefano Cecchetti davanti ad un bar di destra nella sua zona. Conosceva Cecchetti perché frequentava la sua scuola, sapeva che non era un militante fascista, aveva solo amici in comune da una parte e dall’altra. Era solo per caso in quel bar quel giorno. Una macchina si è accostata e dai finestrini sono partiti tre colpi. A Torino, anni prima, davanti all’Angelo azzurro accadde una cosa simile. Era un locale ritrovo di militanti di destra. Un corteo dell’estrema sinistra passava nei paraggi. Dal mucchio si sgancia un gruppetto che si mette a lanciare molotov. Invece di uscire, un cliente si rifugia nei bagni dove muore asfissiato. Non era fascista ma solo uno studente lavoratore non politicizzato. Questi episodi disturbano l’epica vittimistica dei becchini della memoria e quindi non dobbiamo raccontarli?

d) Verbano sapeva bene cosa voleva e levò la sua voce pubblicamente contro questo modo di agire simile a quello dei fascisti, dei Giusta Fioravanti che andavano a sparare a caso davanti a una piazza, come accadde per Roberto Scialabba, o nei locali di una radio durante una trasmissione di femministe. Quando ai soggetti vivi della storia si sostituiscono i testimoni risentiti della memoria comincia l’epoca dei becchini. La memoria assume così le sembianze del morto che agguanta il vivo, del vampiro che succhia la vita futura.

Sullo stesso tema
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Fascisti su Marte
L’amnistia Togliatti
Politici e amnistia, tecniche di rinuncia alla pena per i reati politici dall’unità d’Italia ad oggi
Una storia politica dell’amnistia

Amnistia per i militanti degli anni 70
Il caso italiano: lo stato di eccezione giudiziario

 

Etica della lotta armata

“Nostra conseguenza politica di allora fu ammettere di uccidere. Un giorno durante i miei quarant’anni incontrai Marek Edelman, l’utimo comandante vivo dell’insurrezione del ghetto di Varsavia del 1943. Lo ringraziai di questo: di essersi degradato al piano dei suoi nemici, di essere diventato assassino di assassini, di avere sacrificato così la sua umanità, il suo diritto a essere migliore. Anche la più sacrosanta delle lotte armate, l’insurrezione del ghetto di Varsavia degradava i suoi combattenti ad assassini. Ho ringraziato Marek Edelman del sacrificio di scendere sul terreno del sangue versato. Per uccidere bisogna abbassarsi, anche se si hanno molte ragioni, e poi ci pensa la vittoria finale a dare il suo bravo contributo alle ragioni.
Noi rivoluzionari di allora ammettemmo di uccidere e ci guastammo per sempre. Lo sapevamo? Sì, e affrontammo il danno di noi stessi come offerta da versare in dote alla migliore vita di altri, di moltitudini di altri. Cadere, essere uccisi era nel conto, ma questo non pareggiava in niente il diritto di uccidere. Solo noi potevamo attribuircelo e ce lo assumemmo. La quantità umana in palio, la maggioranza degli oppressi, ci autorizzava a spingerci in quell’innanzi ignoto di noi stessi. E alla fine addosso a molti di noi resta il tanfo indelebile di polvere da sparo andata a segno. E addosso a tutti gli altri, proprio a tutti gli altri, anche quelli che barano dicendo non c’ero, non sapevo, non ero d’accordo, resta la correità e la condivisione di quell’ira politica micidiale”.

Erri De Luca

(Dalla prefazione a Le Ragioni dell’altro di Roberto Silvi, Colibri 2004)

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Anni Settanta

E’ tempo di prendere congedo dall’emergenza contro i rivoluzionari del Novecento

Prescrizione per i governanti

Erri De Luca
Le Monde 8 février 2010

Il secolo ventesimo è stato quello delle rivoluzioni, la prima in Russia nel 1905, le ultime nell’Europa orientale dopo il collasso del patto di Varsavia. Con le rivoluzioni sono stati rovesciati i rapporti di forza e di oppressione,emancipando immense masse umane nel 1900, dall’Asia alle Americhe. E’ andata così nel mio tempo, sono stato militante rivoluzionario nell’Italia degli anni ’70, non per estro di gioventù ma in obbedienza all’ordine del giorno del mondo.
Sono ancora in vita gli ultimi rivoluzionari del 1900. Alcuni sono diventati capi di stato e di governo, per loro si suonano gli inni nazionali. Altri restano dietro sbarre, in esili senza fine, oppure in frastornata libertà dopo decenni scontati in prigione. Queste ultime vite andrebbero protette, perchè sono la reliquia politica del secolo delle rivoluzioni, il grandioso 1900. Per esempio andrebbero protette le vite della signora Sonia Suder e del signor Christian Gauger (accusati di aver appartenuto alla Cellule rivoluzionarie tedesche, formazione politica degli anni 70) che stanno per essere estradati dalla Francia e consegnati alle prigioni tedesche. Spedire al giorno 1 di pena, alla casella di partenza, dei rivoluzionari del 1900, colpevoli secondo l’accusa di reati politici di trenta e più anni fa (otto olimpiadi): non è solo triste, è pure antico. Ribadisce che il ventesimo è secolo ancora in corso, alla faccia del miope che l’ha intravisto breve.
E’ invece tempo di prendere congedo dal secolo delle rivoluzioni, lasciando gli spiccioli di vita degli ultimi rivoluzionari al loro corso, togliendoli dal piccolo martirio delle ultime serrature.
Le polizie devono attenersi a mandati anche se abbondantemente scaduti. Ma esiste la misura e la saggezza politica per correggere distorsioni e stabilire in propria autonomia il tempo di chiudere e quello di aprire.
Le vite di Sonia Suder e Christian Gauger vanno protette non per clemenza, ma per evidenza di tempi scaduti, per diritto politico di chiudere il registro di classe del 1900. Si smette così di suddividere i rivoluzionari in vincitori da accogliere con cerimonia ufficiale, e vinti da estradare. Non perchè sono anziani, l’età, che condivido con loro, non è una attenuante. Attenua, sì, molte cose, ma non la responsabilità di essere stati dei rivoluzionari al tempo necessario.
E’ tempo di dichiarare prescritto il 1900 delle rivoluzioni, per pura igiene fisica e mentale. I nomi di Sonia Suder e Christian Gauger, siano consegnati all’archivio politico e non alla cronaca giudiziaria. E’ una buona occasione per stabilire il primato e la sovranità della politica sulle vite umane.

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Dall’esilio con furore: cronache dalla latitanza e altre storie di esuli e ribelli
Trentanni dopo ancora due estradizioni. La vicenda di Sonja Suder e Christian Gauger
Il faut prendre congé de l’urgence antiterroriste contre le siècle des révolutions

Il faut prendre congé de l’urgence antiterroriste contre le siècle des révolutions

Prescription pour les gouvernants

Erri De Luca
Le Monde
8 février 2010

Le XXe siècle a été le siècle des révolutions, la première en Russie en 1905, les dernières en Europe de l’Est après l’effondrement du pacte de Varsovie. Les rapports de force et d’oppression se sont inversés avec les révolutions, en émancipant d’énormes masses humaines dans les années 1900, de l’Asie aux Amériques. C’est ce qui s’est passé à mon époque, j’ai été un militant révolutionnaire dans l’Italie des années 1970, non par caprice de jeunesse, mais par obéissance à l’ordre du jour du monde.
Les derniers révolutionnaires du XXe siècle sont encore en vie. Certains sont devenus des chefs d’Etat et de gouvernement, on joue pour eux les hymnes nationaux. D’autres restent derrière les barreaux, dans des exils sans fin, ou bien dans une liberté désorientée après des dizaines d’années purgées en prison. On devrait protéger ces dernières vies, car elles sont les reliques politiques du siècle des révolutions, le grandiose XXe siècle.
Il faudrait protéger par exemple les vies de Sonja Suder et de Christian Gauger (soupçonnés d’avoir fait partie des “cellules révolutionnaires” allemandes), qui sont sur le point d’être extradés de France et remis aux autorités allemandes. Renvoyer au jour numéro un de leur peine, à la case départ, des révolutionnaires du XXe siècle, accusés de crimes politiques vieux de trente ans ou plus (huit olympiades)Pre: c’est non seulement triste, mais dépassé. C’est réaffirmer que le XXe siècle est encore là, en dépit des myopes qui l’ont vu bref.
Il est temps au contraire de prendre congé du siècle des révolutions, en laissant les miettes de vie des derniers révolutionnaires suivre leur cours, en les délivrant du petit martyre des dernières clôtures. Les polices doivent s’en tenir à des mandats d’arrêt, même largement expirés. Mais il existe la mesure et la sagesse politique pour corriger des distorsions et décider en toute autonomie du temps de fermer et de celui d’ouvrir.
Les vies de Sonja Suder et de Christian Gauger doivent être protégées non par clémence, mais par évidence de temps expirés, par droit politique de fermer le cahier de classe du XXe siècle. On cessera ainsi de diviser les révolutionnaires en vainqueurs à recevoir avec des cérémonies officielles, et en vaincus à extrader. Non pas parce qu’ils sont vieux, l’âge, que je partage avec eux, n’est pas une circonstance atténuante. Oui, elle atténue beaucoup de choses, mais pas la responsabilité d’avoir été révolutionnaires au moment nécessaire.
Il est temps de déclarer prescrit le XXe siècle des révolutions, par pure hygiène physique et mentale. Que les noms de Sonja Suder et de Christian Gauger soient consignés dans les archives politiques et non pas dans la chronique judiciaire. C’est une bonne occasion pour établir la suprématie et la souveraineté de la politique sur les vies humaines.

Traduit de l’italien par Danièle Valin

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Dall’esilio con furore: cronache dalla latitanza e altre storie di esuli e ribelli
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Alle code di paglia non piace Scalzone

20 dicembre 2009

Dal blog di Franco Senia

Cosa vuol dire …

“Revisionismo” – se non ricordo male – è termine che attiene alla vulgata marxista-leninista ed è volto a denunciare e ad inchiodare coloro che si opponevano al dogma stalinista per cui il pensiero di Marx costituiva la premessa teorica e, l’opera di Lenin l’unica attuazione pratica possibile.
Detto questo, trovo quanto meno singolare che una o più persone, che si firmano “alcuni anarchici”, titolino “Piazza Fontana: revisionismi di Stato e revisionisti di movimento” quello che si rivela essere solo un cumulo di banalità, spesso in aperta contraddizione le une con le altre, al fine di accusare di malafede Oreste Scalzone. Avrebbe avuto il torto – dicono – nel corso di un’intervista a “RadioCane” di argomentare circa l’inconsistenza dell’espressione – messa in bocca a Pinelli nella ballata omonima – per cui “un compagno non può averlo fatto” (riferito alla collocazione di una bomba presso una banca) e – di più – avrebbe rincarato la dose chiedendo cosa cazzo vorrebbe dire, sempre riferendosi alla stessa ballata, “anarchia non vuol dire bombe, ma giustizia nella libertà”!!??
Già, la procedura – perché di procedura si tratta – sembra proprio voler svolgere l’intento di preservare quell’aura di innocenza sacrale che DEVE continuare a soffondersi intorno a tutti i puri, sempre vittime innocenti, ecc. ecc.
Per far professione di “anarchia”, i suddetti non si risparmiano circa l’elencare tutti quei nomi (da Paolo Schicchi ad Émile Henry scritto con l’accento giusto) che conferiscono loro l’autorità e il diritto di poter parlare di quello di cui intendono parlare: che Oreste è solo un finto libertario, e di anarchia non può parlare! Di quegli anni dicono poco, solo un accenno al fatto che gli anarchici – a dire di Scalzone – erano succubi del piano politico di Lotta Continua, contro la quale in realtà sarebbero diretti i veri strali dell’ex-leader di Potere Operaio.
E allora, forse, sarebbe davvero il caso di riaprire la discussione su quegli anni. E senza le infamie delle accuse di “portaordini di Toni Negri” e, peggio, di connivenza con la strage di Primavalle.
Sarebbe il caso di affrontare – adesso che la maggior parte dei reati è prescritta – la discutibilità di un’azione politica, da una parte ciecamente e follemente innocentista a tutti i costi, e dall’altra assurdamente giustizialista.
Il candore di un Pinelli (tacendo del fatto che all’appuntamento con la morte, ci andò di sua volontà, senza mandato), da una parte, la campagna personalizzata contro Calabresi (come se non fosse vero che il responsabile era lo Stato, e non uno qualsiasi dei suoi servi), dall’altra.
Sarebbe forse il caso di parlare di come allora, e per almeno quattro anni, il movimento anarchico abbia asservito ogni sua attività all’esigenza di dimostrare la propria totale estraneità a qualsivoglia azione che puzzasse minimamente di violenza. Se parliamo di canzoni, allora dobbiamo dire come fossero banditi i versi di “Nel fosco fin del secolo morente” che parlavano di “schianto redentore della dinamite”!
Sarebbe il caso di parlare di questo e di altro, comprese le bassezze che intridono anche la storia di quegli “anarchici e del loro movimento anarchico”, che “lo zombi Scalzone” si sarebbe permesso di criticare!

Altri interventi
Gli angeli e la storia
Giustizialismo e lotta armata
Neanche il rapimento Sossi fu giudicato terrorismo

Il Cile al voto e l’incognita Enriquez

In testa ai sondaggi il Berlusconi cileno, Sebastian Pinera. Scontro nel centrosinistra tra il democristiano Eduardo Frei e Marco Enriquez-Ominami, figlio del fondatore del Mir (la sinsitra rivoluzionaria cilena) trucidato nel 1974 dalla polizia fascista del dittatore Pinochet

Paolo Persichetti
Liberazione 13 dicembre 2009

Miguel Enriquez leader del Mir

Gli elettori cileni sono chiamati oggi alle urne per eleggere il nuovo presidente della repubblica e rinnovare il parlamento. La presidente uscente, Michelle Bachelet, che nei sondaggi raggiunge il 76% della popolarità, non può ripresentarsi perché la costituzione, vaccinata dalla dittatura fascio-liberale del generale Pinochet, vieta la possibilità di un secondo mandato consecutivo. A contendersi la presidenza saranno il candidato della destra, Sebastian Pinera, 60 anni, praticamente un clone di Berlusconi. Miliardario (secondo Forbes il suo patrimonio ammonta a 1,2 miliardi di dollari), proprietario di una linea aerea, una tv e di altre società, oltre che di una squadra di calcio. Nelle elezioni del 2005 dovette vendere diverse proprietà per evitare l’accusa di conflitto d’interessi. Accreditato nei sondaggi di un buon 44% al primo turno, il suo partito, «Rinnovamento nazionale», incarna l’ala moderata delle destre raccolte nella «Alleanza per il Cile», una formazione dominata in realtà dagli eredi della dittatura di Pinochet e ribattezzata per l’occasione, «Coalizione per il cambiamento». Maggiore rivale, ma distanziato nelle dichiarazioni di voto, appena 31%, è l’esponente della «Concertazione democratica», Eduardo Frei, figlio dell’ex presidente della repubblica predittaura, il democristiano Frei, fatto avvelenare da Pinochet dopo il golpe del 1973. Sei persone sono state arrestate proprio in questi giorni perché accusate dell’omicidio. La «Concertazione» è una sorta di Ulivo senza ala sinistra, congeniato da socialisti e democristiani (con l’aggiunta di radicali e socialdemocratici) per gestire l’algida transizione postdittatura. Frei, 67 anni, già presidente dal 1994 al 2000, appare come una sorta di Prodi cileno, gestore di una politica economica che non ha rotto con gli anni ultraliberisti della dittatura. Personaggio appannato esprime la continuità del ceto politico post-dittatura. La sua designazione, molto contestata dalla base e dai giovani, è nata dal rifiuto delle primarie ed è stata

Santiago, settembre 2008. Scontri durante la manifestazione in ricordo delle vittime della dittatura ultraliberale di Pinochet

imposta dai vertici della coalizione. A sbarrargli la strada c’è Marco Enriquez-Ominami, 36 anni, vera rivelazione di questa campagna elettorale e che molti analisti considerano il futuro del centro-sinistra cileno. I sondaggi gli assegnano il 18%, ma Enriquez sostiene di poter arrivare al ballottaggio del 17 gennaio con il candidato della destra anche se buona parte dei giovani delle periferie che sembrano sensibili ai suoi discorsi non sono iscritti alle liste elettorali. Soprannominato il «discolo», per aver rotto con lo stato maggiore della «Concertazione», Enriquez è figlio della leggenda. Suo padre, Miguel, trucidato nel 1974 dalla polizia fascista di Pinochet, era il fondatore del Mir, la sinistra rivoluzionaria cilena. Marco, cresciuto in esilio a Parigi, venne adottato dal nipote di Allende, l’ex ministro socialista Carlos Ominami. Sostenitore dei diritti civili, vuole temperare il sistema presidenziale rafforzando il parlamento e guarda con interesse al fenomeno Chavez, anche se resta liberale in economia. Le sorti del centrosinistra sono legate alla eventuale confluenza dei voti dei suoi due candidati e al comportamento della «sinistra allendista», alleanza di comunisti, sinistra cristiana e socialisti dissidenti, unita dietro Jorge Arrate e nei sondaggi attestata al 5%.

Allarme terrorismo: quel vizio del “Giornale” di imbastire false notizie

Cronista del Giornale denunciato per procurato allarme. Aveva redatto un falso volantino siglato Br

Paolo Persichetti
Liberazione 27 novembre 2009

Scoperto l’autore del volantino firmato Brigate rosse giunto alla redazione genovese del Giornale nei giorni scorsi, dopo l’enorme clamore mediatico che ha accompagnato la notizia dell’arrivo nelle sedi di altri giornali e tv (Bologna, Milano e altri centri del nord), di un volantino di 4 pagine siglato Nat, Nuclei di azione territoriale. Si tratta di Francesco Guzzardi, 49 anni, un nome che da solo dice poco. Molto più interessante è invece la sua professione. Non è un operaio, non è un precario, non è uno studente. Non frequenta i centri sociali, al contrario lavora proprio nella redazione del quotidiano fatto oggetto di minacce. Si tratta, infatti, di un giornalista. Denunciato dalla digos per procurato allarme e simulazione di reato, Guzzardi ha spiegato agli agenti di aver scritto il volantino minatorio per far uscire allo scoperto una storia di minacce gravi rivolte nei suoi confronti, da parte di non meglio precisati «malavitosi e nomadi della periferia genovese», a causa di una serie di inchieste giornalistiche sulla Valbisagno. Il testo, un grossolano falso scritto a mano e con una stella a cinque punte, un logo talmente inflazionato che ormai non si nega più a nessuno, era stato messo da Guzzardi davanti alla porta della redazione. All’interno il giornalista proferiva contro se stesso frasi dal significativo contenuto politico, del tipo: «Non abbiamo ancora deciso se spaccare il culo al vostro servo». Senza percepire il benché minimo senso del ridicolo, il capo della redazione genovese dello stesso quotidiano, Lussana, nel dichiarare il proprio stupore per quanto emerso dall’indagine ha tuttavia voluto ringraziare: «lettori ed istituzioni per la solidarietà e la vicinanza espresse in questi giorni al Giornale ». La vicenda suscita ovvia ilarità. Ma il semplice sghignazzo non basta. Oltre ad osservare che il narcisismo vittimistico è ormai una delle posture più ambite nello spazio pubblico, al punto da rasentare vertigini autopersecutorie, forse vale la pena trarre qualche considerazione in più. Dopo l’arrivo del volantino dei Nat, vi è stata una rincorsa generale ad accreditare un nuovo allarme terrorismo. Una fretta fin troppo sospetta, quasi una voglia malcelata. Intervistato, il magistrato Ferdinando Pomarici ha parlato di «imitatori delle Br». Gli ha fatto eco l’ex pm Libero Mancuso, «Non è un delirio, ma un’analisi lucida». Quando il fenomeno armato esisteva e aveva radici, il suo linguaggio veniva definito «delirante», ora che è fantasmatico diventa «lucido». Nel gioco di ombre cinesi che prende per vero i fantasmi, chi accredita lo fa per darsi credito. È ormai lontana l’epoca in cui nelle redazioni, in particolare quelle di sinistra come l’Unità, una circolare interna ordinava ai giornalisti di non citare mai per esteso la firma “Brigate rosse”, preferendogli la sigla Br o la dizione bierre , accompagnata con aggettivi come «sedicenti» e «deliranti» per evitare imbarazzanti riferimeti a terminologie sulle quali, ovviamente, si voleva mantenere il monopolio assoluto evitando, anche solo attraverso la semplice evocazione di alcuni termini, riferimenti all’immaginario della storia del movimento operaio, al patrimonio memoriale della Resistenza e della lotta internazionalista. In questa rincorsa a dare per buone anche le bufole più inverosimili, il Giornale si è contraddistinto lanciando una campagna su «Milano incubatrice del nuovo terrorismo», descrivendo una situazione di «tensioni, sgomberi e arresti» e il «rischio infiltrazioni Br nei cortei». Il quotidiano di Feltri si riferiva all’arresto di alcuni militanti di un centro sociale, tra cui il figlio di Mario Ferrandi, detto «coniglio», un importante collaboratore di giustizia passato per Prima linea e altri gruppi armati milanesi degli anni 70. Di «clima avvelenato» e «soffio degli anni violenti», ha scritto anche «l’agente Betulla», al secolo Renato Farina, vice direttore del Giornale quando si scoprì la sua collaborazione con il Sismi, ed oggi firma di Libero. La sua proposta? «Lavoro repressivo, condito con analisi sulle fucine di questi pensieri» sovversivi. Farina si riferiva forse a Guzzardi?

Link
Populismo armato, alle radici della fraseologia dei Nuclei di azione territoriale
Nta, la sigla vuota utilizzata per lanciare intimidatori allarmi terrorismo
Progetto memoria, Le parole scritte
Annamaria Mantini
Roberto Maroni: Nat, analogie con vecchie Br

La Prima Linea: «La mia rivoluzione era un pranzo di gala», parola di Sergio Segio

Dal libro che ha ispirato il copione
di
La Prima linea
il film di Renato De Maria


«Facciamo spesso le ore piccole, bazzichiamo ristoranti di nome e piano-bar. A Milano, la «Scaletta» a Porta Genova, «Gualtiero Marchesi» in Bonvesin della Riva, «Ciovassino» a Brera e, per la musica, il «2», sempre a Brera, e altri jazz club della zona. A Venezia, l’«Harris bar», in omaggio a Ernest Hemingway, e la «Locanda Montin», in reminiscenza di Anonimo veneziano. In particolare di quando Tony Musante dice: «Sto morendo» e Florinda Bolkan risponde: «Tutti stiamo morendo, poco a poco» e lui, di rimando: «Ma io sto morendo adesso». […]
Ecco perché infine, dopo anni di moralismo militante, ci concediamo qualche lusso, qualche spesa decisamente al di sopra degli standard proletari. Da bravi bastardi ci togliamo poi la soddisfazione di convocare le riunioni con i brigatisti in ottimi ristoranti, offrendo loro un pranzo che altrimenti non si potrebbero permettere, stante il livello dei loro stipendi, definito al minimo della sopravvivenza con rigore calvinista. Quando li fissano loro, i luoghi dell’incontro sono immancabilmente trattoriacce operaie di periferia, il cui cibo fa rischiare la vita ben più di una rapina in banca».

Sergio Segio, Miccia corta. Una storia di Prima linea, DeriveApprodi 2005, p. 114


Miccia corta e cervello pure

La Prima linea, il film che vorrebbe seppellire gli anni 70 sotto il peso del senso di colpa
L’esportazione della colpa
Sergio Segio detta l’autocritica, «Scalzone e i parigini condannino la lotta armata»
Persichetti, «
Segio ha dimostrato solo di avere ancora molte cambiali da pagare per la sua libertà»

Sergio Segio, «quanto mi rode!»
Scalzone, «Caro Segio, non c’ è nulla da cui mi devo dissociare»
Il narcisismo del senso di colpa
L’ideologia del ravvedimento
I Ravveduti
Il merlo, il dissociato e il fuoriuscito

 

 

Battisti, è il mostro: impiccatelo!

Mondo politico unanime. C’è uno da linciare, dài che troviamo dei valori comuni!

Piero Sansonetti
Gli Altri venerdì 20 novembre 2009

È spaventoso il riflesso condizionato, la reazione di massa che hanno accolto la sentenza contro Cesare Battisti, scrittore italofrancese accusato e condannato in contumacia per fatti di terrorismo dei primi anni ottanta. Neanche una sfumatura, neanche un distinguo, un dubbio: tutti – tutti, tutti, tutti – hanno esultato e dichiarato giornata di gioia il 18 novembre, e cioè il giorno nel quale la Corte brasiliana – con un solo voto di maggioranza – ha deciso di rispedire Battisti in Italia perché sconti 30 anni di carcere. In Parlamento, quando è arrivata la notizia, c’è stato un grande applauso bipartisan (il primo dal 2002, quando Papa Wojtyla venne in visita a Montecitorio… e pensare che venne a Montecitorio a chiedere l’amnistia!). Le dichiarazione dei leader politici di centrodestra e centrosinistra sono entusiaste e patriottiche.

Programma bipartizan: la forca

I giornali seguono l’onda. Il più giubilante, naturalmente, è Il Fatto (titolo: “La giustizia brasiliana ha detto sì…speriamo che sconti presto la sua pena in Italia”, più punto esclamativo); molto simili i titoli di Giornale e Libero (finalmente questi tre quotidiani si sono trovati su una posizione praticamente identica); “E’ arrivato il momento di pagare”, dice Libero; “Ora niente scherzi”, Il Giornale. Felice, naturalmente anche Repubblica, seppure in modo un po’ più composto, e abbastanza contenti anche giornali, in genere un po’ meno forcaioli, come Stampa e Corriere della Sera. L’impressione è che il paese abbia finalmente trovato un obiettivo “unico” che tenga insieme tutti i forcaiolismi. Quelli berlusconiani e quelli antiberlusconiani. E che nel rogo per Cesare Battisti trovi un sollievo per le proprie ansie, un armistizio per la lunghissima guerra di fazioni. In fondo, questo si sapeva, nessuna delle due fazioni è liberale. Non lo è la destra, fortemente condizionata dalla cultura qualunquista della Lega e delle sue ampie componenti reazionarie; non lo è la sinistra, trascinata al giustizialismo e all´ultralegalitarismo dall´influenza abnorme, sul suo pensiero, acquisito negli ultimi 15 anni dalla magistratura (diciamo dalla parte più giacobina della magistratura) e dai cosiddetti “Girotondi” (Travaglio e zone circostanti). E siccome le cose stanno così, e sul piano della difesa dello Stato di diritto le differenze tra i due schieramenti sono esilissime, e cangianti (a seconda delle immediate conseguenze politiche) era logico che un caso complesso e delicato come il caso-Battisti avrebbe acceso la fiamma del linciaggio, unificando i due schieramenti, unificando i due populismi, e unificando anche la “base” con il ceto politico.
In questo clima è persino difficile cercare di prender le difese dello scrittore. Mi è capitato l’altra sera di trovarmi in una puntata di “Porta a Porta” a sostenere le mie posizioni (cioè quelle, moderatissime, di liberale garantista) contro il muro compatto (per fortuna abbastanza gentile) degli altri dieci ospiti e dello stesso conduttore (che però ha il merito, non certo comune a tutti gli altri conduttori, di ospitare nella sua trasmissione anche le posizioni assolutamente minoritarie come era la mia).
E a “Porta a Porta” – lo confesserò – mi sono sentito persino intimidito. Mi pareva di esagerare quando dicevo che non si può condannare una persona a due ergastoli sulla base delle dichiarazioni – discutibilissime – di un solo pentito, e senza che nemmeno un avvocato di fiducia abbia avuto la possibilità di difendere l’imputato.
Il caso Battisti è un caso clamoroso di negazione dello stato di diritto. È una sentenza sì e no indiziaria. E avrebbe dovuto suscitare una grande protesta, qui in Italia, come in parte è successo in Francia. Il fatto che niente di questo sia avvenuto, la dice lunga su cosa è rimasto, qui da noi, della cultura del diritto, delle garanzie, della tolleranza. Niente, niente è rimasto. Cenere. Sarà facile, secondo voi, su questa cenere, cercare di ricostruire una sinistra, o comunque una struttura liberale della società? Eppure io mi ricordo che di questa sinistra, qualche anno fa, erano padri personaggi come Terracini, Lombardo Radice, Vassalli, Malagugini, Luporini. Ve li ricordate? temo di no.
Per quel che riguarda la sorte personale di Battisti, le speranze, non tantissime, restano nelle mai del presidente Lula. Starà a lui decidere se dare il via libera alla decisione della Corte, o invece se fermarne l´esecuzione, per motivi politici (intravvedendo i termini, non difficili da scorgere, di una persecuzione politica) oppure per motivi umanitari (dato che lo sciopero della fame, iniziato dall´imputato, mette a rischio la sua sopravvivenza). Non ci resta che sperare. Ed esprimere solidarietà all’antipatico Battisti (augurandoci che questo sacrilegio non ci scosti una maledizione generale).

Link
Battisti: la decisione finale nelle mani di Lula. Fallisce il golpe giudiziario tentato dal capo del tribunale supremo Gilmar Mendes
Caso Battisti: parla Tarso Genro, “Anni 70 in Italia, giustizia d’eccezione non fascismo”
Dall’esilio con furore, cronache dalla latitanza e altre storie di esuli e ribelli
Caso Battisti: voto fermo al 4 a 4. Udienza sospesa
Caso Battisti, Toffoli non vota
Le consegne straordinarie degli esuli della lotta armata