Parla il giuslavorista Piergiovanni Alleva
Paolo Persichetti
Liberazione 4 marzo 2010
Questa volta non si tratta di un attacco frontale come fu nel 2002 il tentativo di abolire d’impatto l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Allora si trattò di un’offensiva ad alto valore ideologico, un tentativo di sfondamento che puntava a creare una testa di ponte per poi travolgere il resto dell’architrave giuridico rimasto a tutelare i diritti dei lavoratori. Il disegno di legge 1167-B, approvato nell’aula del Senato, rappresenta una vera e propria manovra d’aggiramento. «La via d’attacco – spiega il professor Piergiovanni Alleva – non è più rivolta al diritto sostanziale (cioè l’abolizione tout court della norma), ma interviene sul diritto processuale. I nuclei principali di questo provvedimento legislativo hanno tutti la medesima filosofia: fare in modo che il lavoratore non possa più arrivare in concreto a chiedere giustizia davanti al tribunale del lavoro».
Si riferisce alla possibilità che le controversie tra il datore di lavoro e il suo dipendente potranno essere risolte d’ora in poi non più solo davanti al giudice ma anche davanti ad un’autorità arbitrale?
Questa invenzione non nasce oggi ma è figlia delle “certificazioni” previste nella legge Biagi
Cosa sono le “certificazioni”?
La possibilità d’inserire nei contratti di lavoro, di qualsiasi tipo, cosiddetti “certificati”, ovvero validati davanti ad un’autorità (di vario tipo), una clausola arbitrale in deroga ai contratti collettivi. In questo modo si è costruito un modello contrattuale fondato su una base assolutamente ricattatoria. Quando una persona ha bisogno di lavorare firma grosso modo qualsiasi cosa, quindi firma anche un contratto “certificato” nel quale una qualunque commissione dice che effettivamente si tratta di un contratto a progetto, di un regolare contratto a termine, eccetera. Anche se poi la verità è un’altra.
E qual è il nesso tra le certificazioni e l’arbitrato previsto dalla nuova legge?
La certificazione non ha avuto molta fortuna in questi sette anni perché, in realtà, non c’era nessuna sicurezza che reggesse davanti a un tribunale del lavoro. L’articolo 24 della Costituzione vieta che ci siano atti negoziali privati, provvedimenti amministrativi, inoppugnabili; mentre l’articolo 111 impedisce la possibilità che vi siano contratti che sfuggano alla possibilità di un controllo giurisdizionale. Davanti al tribunale del lavoro si sarebbe potuto dimostrare, per esempio, che questi contratti “certificati” come contratti a progetto nascondevano, in realtà, forme di lavoro subordinate e così via. Allora ecco la grande invenzione di questa legge. Siccome le certificazioni non reggono davanti al giudice, il governo ha pensato di eliminare anche il giudice mettendo al suo posto un cosiddetto arbitro. In questo modo questi contratti simulati non potranno più essere smentiti. Come se non bastasse la clausola arbitrale presente nel contratto certificato non riguarderà soltanto la natura del contratti (tempo determinato, indeterminato eccetera), ma anche le modalità di licenziamento. In caso di controversia sulla fine del rapporto di lavoro ci si ritrova di nuovo davanti ad un arbitro, il quale potrà decidere non secondo le leggi e gli accordi stabiliti in sede di contrattazione collettiva ma secondo “equità”, vale a dire secondo una propria valutazione soggettiva. Oggi se il giudice constata la ragione del lavoratore, deve reintegrarlo per legge sul posto di lavoro, l’arbitro invece potrà limitarsi ad una piccola somma di risarcimento.
Mi par di capire che questa legge rimette in discussione i cosiddetti “diritti indisponibili” del lavoratore, tutelato proprio perché parte debole nel rapporto contrattuale, introducendo una finzione giuridica, ovvero la parità astratta tra datore di lavoro e chi offre la propria forza lavoro.
Siamo di fronte ad un’ipocrisia colossale, intanto perché le commissioni di certificazione avrebbero dovuto assistere il lavoratore, cosa che non è mai avvenuta; poi perché la clausola arbitrale posta all’avvio del rapporto contrattuale, cioè al momento dell’assunzione, comporta un problema di costituzionalità perché non si avrà mai una rinunzia alla giustizia ordinaria da parte del lavoratore (evidentemente più vantaggiosa) che sia effettivamente una rinunzia libera.
Come si può rispondere a questo smantellamento dei diritti cardinali dei lavoratori?
La strada migliore è attaccare la questione alla base. Poiché la clausola arbitrale s’innesta su una particolare tipologia di contratti, cioè sul “contratto certificato”, bisogna abolire la certificazione. Quindi una delle vie da seguire è quella del referendum. Tra i quesiti referendari che Rifondazione vuole presentare ce n’è uno che mira proprio all’abrogazione della norma della vecchia legge Biagi che stipulava la possibilità della certificazione. Esiste poi una seconda via complementare alla prima: sollevare eccezione d’incostituzionalità la prima volta che una clausola arbitrale certificata sarà contestata da un lavoratore che chiederà di andare in giudizio.
Quanti altri danni fa questa legge?
Introduce uno scadenzario molto breve per le impugnazioni dei contratti a termine, a progetto, per i licenziamenti, i trasferimenti, la dissimulazione dei rapporti precari fasulli. 60 giorni per la citazione con raccomandata e 180 per il giudizio. Fino ad oggi c’erano 5 anni di tempo. Ora il lavoratore viene strangolato. Molti hanno paura a presentare ricorso subito perché sperano in un rinnovo contrattuale. Non solo, ma se prima venivano rimborsate tutte le mensilità intercorse nel periodo del giudizio, oggi si andrà solo da un minimo di 2 e mezzo e un massimo di 12. Assistiamo ad una forfettizzazione al ribasso del danno. Si tratta di norme perfide fatte da gente che conosce il mestiere. A fare queste cose sono i transfughi craxiani andati in Forza italia. Se c’è qualcuno che pensa ancora che non esiste più la distinzione tra destra e sinistra si legga questa legge.
Link
1970, come la Fiat schedava gli operai
Ferrajoli, “Incostituzionale l’arbitrato preventivo previsto nella controriforma del diritto del lavoro”
Mario Tronti: 12 marzo 2010 “sciopero generale contro l’attacco ai diritti del lavoro”
“Cara figlia, con questa legge non saresti mai nata”
Cronache operaie









stabilimenti». Un avvertimento che sapeva quasi di ricatto. Si sa, il governo Berlusconi non è molto amico della Fiat. Espressione di una fazione opposta della borghesia di questo Paese, che raccoglie un blocco sociale composto da ceti imprenditoriali medio-piccoli e colossi legati alla produzione di valore simbolico e alla distribuzione, attraverso il ministro per lo sviluppo economico Claudio Scajola aveva replicato in termini molto cauti, rinviando la decisione «a fine novembre, quando avremo i risultati finali». Ieri però, Berlusconi, è stato più esplicito. In diretta su Sky Tg24 mattina ha assicurato che sugli incentivi «il governo non si tirerà indietro». Una piccola svolta nel braccio di ferro, in corso sotto banco da tempo, fra le case automobilistiche che spingono per riavere gli incentivi alla rottamazione anche nel 2010». Soddisfatto per le dichiarazioni del premier, Marchionne ha subito precisato che il sostegno ai consumi per l’acquisto di auto è necessario per un paio d’anni ancora, anche se poi «bisogna trovare – ha aggiunto – il metodo per una uscita graduale da questi incentivi». Sempre secondo l’amministratore delegato Fiat il governo dovrebbe defiscalizzare anche l’acquisto di veicoli commerciali per sostenere «l’attività di artigiani, commercianti e autotrasportatori». Il segretario del Prc Paolo Ferrero ha censurato duramente l’annuncio di Berlusconi: «gli incentivi promessi – ha detto – nascondono la solita regalìa dei governi di tutti i colori alla Fiat. Mai una volta che i soldi elargiti sotto forma d’incentivi vengano concessi ai lavoratori», attraverso l’aumento dei salari o sotto forma di riduzioni fiscali sul lavoro dipendente e le pensioni. Questi incentivi avranno un’efficacia limitata sull’economia nazionale perché già ora un terzo della produzione Fiat si svolge in Polonia, ha ricordato Enzo Masini (Fiom auto). Non solo, Marchionne, che rifiuta di sedersi al tavolo delle trattative con la Fiom, incassa gli incentivi senza fornire garanzie sui livelli occupazionali e il mantenimento degli stabilimenti.
L’agenzia d’investigazione e sicurezza privata statunitense creata dallo scozzese Allan Pinkerton nel 1850, diventata la maggiore agenzia privata in grado di fornire un costoso servizio di milizia privata agli industriali del nord degli Stati uniti durante gli scioperi di fino 800 e del primo 900. Non siamo ancora lì, ma le premesse ci sono tutte e la tendenza se non adeguatamente contrastata può essere devastante.
I “Pinkertons” si occuparono più volte di sedare con la forza gli scioperi, in particolare durante la stagione della lotta per le otto ore. Questa agenzia conduceva un vero e proprio lavoro di intelligence contro le organizzazioni operaie. Specializzata nel procurare spie, agenti provocatori e milizie private ai datori di lavoro in lotta contro le prime organizzazioni sindacali e il sindacalismo rivoluzionario dell’epoca, in particolare l’Iww, Industrial Workers of the World. Nell’ultimo decennio dell’800 la Pinkerton poteva vantare un apprezzabile curriculum antioperaio. «Negli anni precedenti aveva prestato servigi alle aziende in ben settanta importanti vertenze di lavoro, duemila agenti in servizio permanente e trentamila riserve pronte all’uso». Per intendersi, si tratta di cifre che all’epoca rappresentavano una forza superiore a quella dell’Esercito federale in servizio (Jeremy Brecher, Sciopero! Storia delle rivolte di massa nell’America dell’ultimo secolo, DeriveApprodi 1998). «Posso assumere metà dei lavoratori perché uccidano l’altra metà», dichiarava J. Gould, costruttore e proprietario di ferrovie nel 1866, di fronte allo sciopero di alcuni suoi dipendenti (Filippo Manganaro, Senza Patto ne legge. Antagonismo operaio negli Stati Uniti, Odradek 2004). La Pinkerton era lì, pronta a organizzare l’impresa con straordinaria efficienza. Ritenuta responsabile del massacro di Haymarket del 3 maggio 1886 a Cicago, durante una manifestazione per le otto ore, evento sanguinoso da cui scaturì un’ondata di scioperi internazionali, si macchiò di numerosi altri delitti, tra cui omicidi mirati di sindacalisti, massacri durante manifestazioni e scioperi, pestaggi, linciaggi, devastazioni di sedi sindacali, corruzione di dirigenti operai, reclutamento di crumiri. Ogni mezzo era lecito pur di arrivare a rompere l’antagonismo operaio. Acquistata nel 1999 dalla svedese Securitas è diventata una di quelle agenzie di sicurezza attiva globale profetizzate da Robert Nozick. Vanta trai i suoi clienti governi, banche e multinazionali. Interviene nel campo dello spionaggio industriale, nei piani di evacuazione politica, intelligence economico-politica, antiterrorismo.