«Pronto il referendum, questa legge è anticostituzionale»

Parla il giuslavorista Piergiovanni Alleva

Paolo Persichetti
Liberazione
4 marzo 2010

Questa volta non si tratta di un attacco frontale come fu nel 2002 il tentativo di abolire d’impatto l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Allora si trattò di un’offensiva ad alto valore ideologico, un tentativo di sfondamento che puntava a creare una testa di ponte per poi travolgere il resto dell’architrave giuridico rimasto a tutelare i diritti dei lavoratori. Il disegno di legge 1167-B, approvato nell’aula del Senato, rappresenta una vera e propria manovra d’aggiramento. «La via d’attacco – spiega il professor Piergiovanni Alleva – non è più rivolta al diritto sostanziale (cioè l’abolizione tout court della norma), ma interviene sul diritto processuale. I nuclei principali di questo provvedimento legislativo hanno tutti la medesima filosofia: fare in modo che il lavoratore non possa più arrivare in concreto a chiedere giustizia davanti al tribunale del lavoro».

Si riferisce alla possibilità che le controversie tra il datore di lavoro e il suo dipendente potranno essere risolte d’ora in poi non più solo davanti al giudice ma anche davanti ad un’autorità arbitrale?
Questa invenzione non nasce oggi ma è figlia delle “certificazioni” previste nella legge Biagi

Cosa sono le “certificazioni”?
La possibilità d’inserire nei contratti di lavoro, di qualsiasi tipo, cosiddetti “certificati”, ovvero validati davanti ad un’autorità (di vario tipo), una clausola arbitrale in deroga ai contratti collettivi. In questo modo si è costruito un modello contrattuale fondato su una base assolutamente ricattatoria. Quando una persona ha bisogno di lavorare firma grosso modo qualsiasi cosa, quindi firma anche un contratto “certificato” nel quale una qualunque commissione dice che effettivamente si tratta di un contratto a progetto, di un regolare contratto a termine, eccetera. Anche se poi la verità è un’altra.

E qual è il nesso tra le certificazioni e l’arbitrato previsto dalla nuova legge?
La certificazione non ha avuto molta fortuna in questi sette anni perché, in realtà, non c’era nessuna sicurezza che reggesse davanti a un tribunale del lavoro. L’articolo 24 della Costituzione vieta che ci siano atti negoziali privati, provvedimenti amministrativi, inoppugnabili; mentre l’articolo 111 impedisce la possibilità che vi siano contratti che sfuggano alla possibilità di un controllo giurisdizionale. Davanti al tribunale del lavoro si sarebbe potuto dimostrare, per esempio, che questi contratti “certificati” come contratti a progetto nascondevano, in realtà, forme di lavoro subordinate e così via. Allora ecco la grande invenzione di questa legge. Siccome le certificazioni non reggono davanti al giudice, il governo ha pensato di eliminare anche il giudice mettendo al suo posto un cosiddetto arbitro. In questo modo questi contratti simulati non potranno più essere smentiti. Come se non bastasse la clausola arbitrale presente nel contratto certificato non riguarderà soltanto la natura del contratti (tempo determinato, indeterminato eccetera), ma anche le modalità di licenziamento. In caso di controversia sulla fine del rapporto di lavoro ci si ritrova di nuovo davanti ad un arbitro, il quale potrà decidere non secondo le leggi e gli accordi stabiliti in sede di contrattazione collettiva ma secondo “equità”, vale a dire secondo una propria valutazione soggettiva. Oggi se il giudice constata la ragione del lavoratore, deve reintegrarlo per legge sul posto di lavoro, l’arbitro invece potrà limitarsi ad una piccola somma di risarcimento.

Mi par di capire che questa legge rimette in discussione i cosiddetti “diritti indisponibili” del lavoratore, tutelato proprio perché parte debole nel rapporto contrattuale, introducendo una finzione giuridica, ovvero la parità astratta tra datore di lavoro e chi offre la propria forza lavoro.
Siamo di fronte ad un’ipocrisia colossale, intanto perché le commissioni di certificazione avrebbero dovuto assistere il lavoratore, cosa che non è mai avvenuta; poi perché la clausola arbitrale posta all’avvio del rapporto contrattuale, cioè al momento dell’assunzione, comporta un problema di costituzionalità perché non si avrà mai una rinunzia alla giustizia ordinaria da parte del lavoratore (evidentemente più vantaggiosa) che sia effettivamente una rinunzia libera.

Come si può rispondere a questo smantellamento dei diritti cardinali dei lavoratori?
La strada migliore è attaccare la questione alla base. Poiché la clausola arbitrale s’innesta su una particolare tipologia di contratti, cioè sul “contratto certificato”, bisogna abolire la certificazione. Quindi una delle vie da seguire è quella del referendum. Tra i quesiti referendari che Rifondazione vuole presentare ce n’è uno che mira proprio all’abrogazione della norma della vecchia legge Biagi che stipulava la possibilità della certificazione. Esiste poi una seconda via complementare alla prima: sollevare eccezione d’incostituzionalità la prima volta che una clausola arbitrale certificata sarà contestata da un lavoratore che chiederà di andare in giudizio.

Quanti altri danni fa questa legge?
Introduce uno scadenzario molto breve per le impugnazioni dei contratti a termine, a progetto, per i licenziamenti, i trasferimenti, la dissimulazione dei rapporti precari fasulli. 60 giorni per la citazione con raccomandata e 180 per il giudizio. Fino ad oggi c’erano 5 anni di tempo. Ora il lavoratore viene strangolato. Molti hanno paura a presentare ricorso subito perché sperano in un rinnovo contrattuale. Non solo, ma se prima venivano rimborsate tutte le mensilità intercorse nel periodo del giudizio, oggi si andrà solo da un minimo di 2 e mezzo e un massimo di 12. Assistiamo ad una forfettizzazione al ribasso del danno. Si tratta di norme perfide fatte da gente che conosce il mestiere. A fare queste cose sono i transfughi craxiani andati in Forza italia. Se c’è qualcuno che pensa ancora che non esiste più la distinzione tra destra e sinistra si legga questa legge.

Link
1970, come la Fiat schedava gli operai
Ferrajoli, “Incostituzionale l’arbitrato preventivo previsto nella controriforma del diritto del lavoro”
Mario Tronti: 12 marzo 2010 “sciopero generale contro l’attacco ai diritti del lavoro”
“Cara figlia, con questa legge non saresti mai nata”
Cronache operaie

Eternit, seconda udienza. Lo Stato italiano e l’Ue chiedono di essere estromessi dal processo

Stato a padroni a braccetto: secondo il legale del governo, i poteri pubblici non avrebbero obblighi di tutela della salute dei lavoratori e non vi sarebbero norme penali che sanzionano l’omissione di controllo

Paolo Persichetti
Liberazione
26 gennaio 2010

Si è tenuta ieri presso il tribunale di Torino la seconda udienza del processo alla Eternit, la multinazionale svizzera dell’amianto che con le sue produzioni ha avvelenato mezza Europa. In aula erano presenti oltre 200 persone arrivate su 5 pullmans da Casale Monferrato, dove si trovava uno dei siti più colpiti da quella che è stata definita la più aggressiva sostanza cancerogena del ‘900. Alla sbarra il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny e il barone belga Jean Louis De Cartier, rinviati a giudizio per «disastro doloso» provocato dall’esposizione all’amianto nei quattro stabilimenti italiani della società. Quella della Eternit è una storia di profitto sanguinario e nocività sociale del capitalismo: almeno 3 mila le vittime sino ad ora accertate, 2200 quelle decedute, 700 i malati terminali, oltre 5 mila le parti lese. Il processo non è ancora entrato nel vivo, all’esame dell’aula per ora solo questioni preliminari. L’udienza di ieri è stata contrassegnata dall’offensiva dei legali delle società citate come responsabili civili del disastro. La Presidenza del consiglio dei ministri e l’Unione europea (chiamata a risarcire un miliardo di euro) hanno chiesto di essere esclusi dal processo rinviandosi reciprocamente ogni responsabilità sulla vicenda. Se per il legale del governo, lo Stato non può essere chiamato a rispondere poiché gli obblighi di tutela della salute dei lavoratori sarebbero solo a carico dei datori di lavoro (sic!), inoltre non esisterebbero norme che censurano le responsabilità sull’omissione di controllo addebitate al potere pubblico (doppio sic!), infine l’Italia non potrebbe essere accusata della mancata adozione delle disposizioni comunitarie in tema di amianto perché queste sarebbero state successive all’epoca dei fatti; per l’avvocato dell’Ue, «mai l’Europa avrebbe potuto vietare l’amianto con forza di legge. Lo ha fatto con una direttiva la cui attuazione era compito degli Stati membri». Il legale ha aggiunto che spetterebbe semmai alla Corte di giustizia europea di doversi occupare, in base ai trattati, delle eventuali responsabilità dell’Unione. La Procura si è associata alla richieste di esclusione dal processo. L’udienza è stata poi aggiornata all’8 febbraio prossimo. Nel frattempo Il giudice Casalbore ha fatto sapere che grazie al supporto tecnico fornito dalla provincia di Torino, il processo verrà trasmesso in diretta streaming in tutte le sedi giudiziarie italiane. Fuori al Palazzo di Giustizia è comparso uno striscione con la scritta: «Eternit: no al processo breve».

Link
La violenza del profitto: ma quali anni di piombo gli anni 70 sono stati anni d’amianto
Cronache operaie

Cometa, il fondo pensioni dei metalmeccanici coinvolto nel crack dei mercati finanziari
Pinkerton, l’agenzia di sicurezza privata al servizio del padronato
Mappa delle resistenze operaie: le altre Innse d’Italia
Innse, un modello di lotta da seguire
Francia, le nuove lotte operaie
New Fabbris, fabbrica minata dagli operai
Bossnapping, gli operai di Continental strappano l’accordo
Il sesso lo decideranno i padroni, piccolo elogio del film Louise Michel

Grande paura: Paolo Granzotto, il reggibraghe
Il Bossnapping vince: la Caterpillar cede
Bossnapping, una storia che viene da lontano
Bossnapping nuova arma sociale dei lavoratori
Bruxelles,manager Fiat trattenuti dagli operai in una filiale per 5 ore
F
rancia, altri manager sequestrati e poi liberati
Francia, padroni assediati torna l’insubordinazione operaia?
Rabbia populista o nuova lotta di classe?

Ispra, prima vittoria per i precari. Tutti i contratti saranno rinnovati

Intesa al ministero dopo 57 giorni sul tetto della sede. «Ora la stabilizzazione»

Paolo Persichetti
Liberazione 22 gennaio 2010

Dopo 57 giorni passati sul tetto, i precari dell’Ispra, l’ente per la protezione e la ricerca ambientale, hanno siglato un accordo con il ministero dell’Ambiente. Dopo un primo incontro interlocutorio svoltosi l’11 gennaio, seguito da alcuni tavoli tecnici, mercoledì scorso si è aperta la seduta decisiva. Iniziata alle 15, la trattativa è terminata a mezzanotte. «All’inizio le posizioni erano molto distanti», racconta Emma Persia dell’Usi-Rdb. Alla fine nove sono stati i punti su cui si è trovato un compromesso, tra cui il «rinnovo di tutti i contratti a tempo determinato» e nuovi bandi. Nella mattinata di ieri si è tenuta l’assemblea dei lavoratori per discutere i contenuti dell’accordo, al temine della quale gli occupanti hanno deciso di scendere dal tetto. «Sono stati giorni carichi di emozioni intense», spiegava una di loro. Iniziata in sordina a fine di novembre, la protesta ha lentamente guadagnato terreno e visibilità mediatica, soprattutto sotto le feste di fine anno quando il commissario prefettizio messo alla testa dell’ente ha deciso la serrata dei cancelli chiudendo gli occupanti all’interno. Una delegazione di deputati giunti in visita ha dovuto quasi scavalcare i cancelli per entrare. Allora la popolazione del quartiere è venuta incontro ai precari in lotta portando cibo, panettoni, spumante e solidarietà. Pochi giorni dopo, malgrado le intemperie, un incontro pubblico si è tenuto sulla piazza di Casalotti dove ha sede l’Ispra. «L’assemblea – ha riferito Michela Mannozzi, portavoce degli occupanti – ha dato un giudizio positivo sull’intesa con cui abbiamo fatto un passo importante per bloccare il processo di smantellamento dell’ente che passava attraverso il licenziamento dei lavoratori precari». L’accordo stipulato prevede il mantenimento dei livelli occupazionali (i 230 contratti in scadenza fra il 31 dicembre il 31 marzo saranno tutti rinnovati), l’impegno a riassorbire i lavoratori mandati via a giugno e la conversione successiva a forme contrattuali a tempo indeterminato. Tra due mesi sarà eseguita una prima verifica. Incontri periodici sono stati previsti per controllare le modalità di applicazione degli accordi. La ministra Prestigiacomo si è portata garante del protocollo d’intesa. Scesi dal tetto, i precari avviano ora la seconda fase della loro lotta mantenendo lo stato di agitazione. Oltre a vigilare sull’intesa, i ricercatori puntano sul rilancio dell’attività dell’Ispra a partire innanzitutto dall’interruzione del regime commissariale dell’istituto e la nomina di nuovi vertici con competenze scientifiche e una cultura del controllo e della ricerca ambientale. All’interno di questo percorso l’obiettivo è il varo di un nuovo statuto che sfoci anche in un piano triennale di assunzioni. Tra le varie questioni ancora non risolte vi è il mantenimento della sede di Casalotti, che i commissari prefettizi sollevando pretestuosi problemi di sicurezza mai certificati hanno messo sul mercato. Il progetto di smantellamento dell’Ispra prevedeva, infatti, oltre alla dismissione dell’immobile, la cessione del parco della Cellulosa di proprietà dell’ente e unico spazio verde del quartiere. Una cessione che, accompagnata da un cambio di destinazione d’uso, fa gola alla speculazione edilizia molto attiva nella zona, un tempo terreno del piccolo abusivismo edilizio tirato su a “pane e cipolla”, tipico delle borgate della periferia romana, e oggi oggetto delle mire della grande speculazione. Il parco della Cellulosa si trova a ridosso del comprensorio del monte Aurelio, dove è stata proposta la costruzione del nuovo stadio calcistico dell’As Roma, accompagnato da importanti cubature di cemento residenziale e commerciale e opere di urbanizzazione come il prolungamento della metropolitana. Alle 12 di oggi gli ex occupanti del tetto terranno una conferenza stampa presso la sede nazionale delle RdB nella quale annunceranno le prossime tappe della battaglia in difesa della ricerca pubblica.

Link
Ispra, licenziati sul tetto: non sparate sulla ricerca
Ispra, prima vittoria per i precari tutti i contratti saranno rinnovati
Ispra, la Prestigiacomo si impegna a riassumere i precari
Cronache operaie

Ispra, la Prestigiacomo si impegna a riassumere i precari

Lunedì prossimo nuovo incontro. I lavoratori senza più contratto attendono la verifica concreta

Paolo Persichetti
Liberazione 5 gennaio 2010

Si è tenuto ieri presso il ministero dell’Ambiente, presente anche il capo dipartimento della Funzione pubblica, l’incontro tra la ministra Stefania Prestigiacomo e i lavoratori precari dell’Ispra, l’istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale, che da 43 giorni occupano il tetto della loro sede in via di Casalotti a Roma. Inizialmente previsto per le 11, il tavolo con i precari accompagnati dal rappresentante dell’Usi-RdB si è aperto solo alle 13 ed è durato fino alle 14,30 circa. Nella mattinata la ministra aveva ricevuto i sindacati confederali, insieme all’Anpri (sindacato dei dirigenti). I lavoratori in lotta hanno preso atto della volontà politica positiva espressa dalla responsabile del dicastero dell’Ambiente che durante l’incontro ha escluso qualsiasi «volontà di abbandono» ma piuttosto «l’intenzione di valorizzare e promuovere la ricerca». In una nota diffusa nel primo pomeriggio, la Prestigiacomo ha fatto sapere che per ripianare la situazione di «forte anomalia» presente tra i lavoratori dell’Ispra, in una condizione di precariato cronico che raggiunge il 38% dell’intero personale, con contratti atipici che spaziano lungo l’intero arco dei modelli di flessibilità congeniati, dal tempo determinato (nella migliore delle ipotesi) ai Co.co.co., agli assegni di ricerca, alle borse di studio, sarebbe pronto «un piano di assunzioni volto a portare nel prossimo triennio alla stabilizzazione a tempo indeterminato per quasi 400 unità e a ridurre l’area del precariato a una percentuale fisiologica». Pur apprezzando queste dichiarazioni, i lavoratori hanno comunque rilevato alcune incongruenze importanti, costatando con un certo sconcerto che la struttura commissariale ai vertici dell’Ente di ricerca non ha fornito al ministero le cifre esatte. Nel corso della seduta, infatti, la Prestigiacomo avrebbe parlato «solo di 21 persone a rischio». Numeri immediatamente contestati dai lavoratori, come la cifra dei 534 lavoratori precari complessivi indicata sempre dal ministro al posto dei 618 reali. D’altronde dopo il mancato rinnovo dei contratti, almeno 480 lungo tutto il 2009, all’interno dell’Ispra vige il caos più assoluto tanto che i commissari hanno diramato un ridicolo ordine di servizio nel quale si trovano inclusi nomi di persone senza più contratto. L’incontro si è concluso con la decisione di aprire un tavolo tecnico dal prossimo lunedì 11 gennaio, sede nella quale i lavoratori faranno valere in modo documentato le cifre esatte della situazione e presenteranno «soluzioni tecniche ed economiche nel rispetto delle normative vigenti», tenendo anche conto degli impegni già annunciati dalla provincia di Roma e dalla regione Lazio venute incontro alle richieste dei precari. Oltre ai rinnovi contrattuali scaduti, l’obiettivo è quello della graduale stabilizzazione del personale attraverso il riconoscimento della natura «subordinata» delle prestazioni fornite. Dopo 12 anni di contratti atipici è giunta l’ora di includere stabilmente i lavoratori in azienda. Nell’attesa che il tavolo tecnico previsto la prossima settimana traduca gli impegni di principio in risultati concreti, i precari hanno deciso di rimanere sul tetto. «La mobilitazione – sottolinea un comunicato diffuso dalla coordinatrice sindacale dell’Usi-RdB – andrà avanti con nuove iniziative, oltre a proseguire con l’occupazione del tetto. In particolare, l’Usi-RdB Ricerca ha avviato le procedure per lo sciopero del comparto ricerca a sostegno della vertenza dei precari dell’Ispra e per un piano di rilancio e di investimenti a favore della ricerca pubblica nazionale». L’obiettivo è quello di arrivare per la fine della prossima settimana a un’assemblea cittadina per dibattere sul tema della ricerca e i controlli ambientali, alla quale saranno invitati rappresentanti politici, cittadini, istituzioni, associazioni, università ed esperti del settore.

Link
Ispra, licenziati sul tetto: non sparate sulla ricerca
Ispra, prima vittoria per i precari tutti i contratti saranno rinnovati
Ispra, la Prestigiacomo si impegna a riassumere i precari
Cronache operaie

Ispra, licenziati sul tetto: «Non sparate sulla ricerca»

Un mese e mezzo di protesta contro il Ministero che vuole cacciare tutti i precari dell’Istituto

Paolo Persichetti
Liberazione
2 gennaio 2010

La lotta ha bisogno di vertigine. È una vecchia legge fisica, non quella che descrive i moti celesti ma quella che si occupa dei moti sociali. Un vecchio esperto della questione, uno dei massimi teorici del problema, non a caso parlava di «assalto al cielo». Erano gli albori del Novecento, da allora l’uomo è arrivato sulla luna, ha spedito navicelle e satelliti nello spazio. Il cielo è diventato molto più vicino; il «cielo della politica» invece è miseramente precipitato in mare. Nell’epoca del disincanto, della fine delle grandi narrazioni rivoluzionarie ha ripreso vigore il «cielo mistico», quello delle religioni, che però ci racconta un al di là, un altrove diverso dalle leggi della fisica sociale. Tuttavia chi lotta non ha smesso di guardare in alto e da un po’ di tempo ha preso l’abitudine di arrampicarsi sui tetti. La vertigine aiuta il conflitto, non foss’altro perché ricorda che in questa società esiste una contraddizione decisiva che segue una linea verticale, dall’alto in basso: quella tra capitale e lavoro. I ricercatori precari dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale, tutta gente che la fisica la conosce bene, l’hanno capito al volo e dal 24 novembre occupano il tetto della sede di Casalotti, una ex borgata situata nella periferia nord-ovest di Roma che ospita laboratori e uffici dell’ente. Dopo gli operai dell’Innse di Sesto san Giovanni, saliti questa estate sui carri-gru della loro azienda, sui tetti sono saliti un po’ tutti. Lo hanno fatto gli operai della Cim, ditta di materiali per l’edilizia di Marcellina, piccolo paese in provincia di Roma, che hanno puntato davvero in alto fino a scalare una torre di lavorazione alta circa 50 metri. Sono seguiti mesi di arrampicate operaie: nei cantieri navali di Pesaro, alla Lasme di Melfi che produce per la Fiat, nello stabilimento Yamaha Italia di Lesmo (Monza). La lista è davvero lunga. I tetti sono diventati la punta dell’Iceberg della crisi economica e del prezzo da pagare, che come al solito si riversa sulla forza lavoro: personale messo in mobilità, contratti a termine non rinnovati, licenziamenti secchi, smantellamenti della produzione e delocalizzazioni.

Privatizzare la tutela ambientale
Sui tetti dell’Ispra è di scena invece la forza lavoro intellettuale: biologi, geologi, chimici, tecnici, impiegati fino al mancato rinnovo dei loro contratti in settori di punta della ricerca applicata. Per intenderci sono loro che sorvegliano le nostre coste e i nostri mari (per esempio, recentemente sono stati impegnati nelle ricerche sulla nave dei veleni), controllano il territorio dai dissesti idrogeologici, dai rischi industriali e nucleari, realizzano il monitoraggio delle discariche, sono loro che forniscono le valutazioni sull’impatto ambientale e offrono agli enti locali le mappe necessarie per poter pensare qualsiasi tipo di sviluppo urbanistico, industriale, turistico e paesaggistico nel territorio. In sostanza sono loro che vigilano sulla qualità della nostra vita. Un bene prezioso, un bene comune. Donne e uomini che dovremmo difendere con le unghie e con i denti. E invece c’è chi vorrebbe disperdere questo capitale umano e intellettuale formato nelle nostre università pubbliche, animato da tanta passione civile, per svenderlo al mercato privato delle consulenze ambientali, certamente più malleabile e orientabile. In questo modo serietà, scientificità, autonomia e indipendenza delle ricerche verrebbero meno. Nei loro interventi i lavoratori dell’Ispra tengono a sottolineare come la loro battaglia non sia rivolta soltanto alla difesa dei posti di lavoro, ma riguardi la tutela generale della ricerca pubblica e dell’ambiente. L’istituto, nato con la legge (133/2008) di riordino dei vari enti che operavano sotto la tutela del ministero dell’ambiente, ha raccolto in un’unica struttura l’ex agenzia per la protezione ambientale (Apat), l’istituto nazionale per la fauna selvatica (Infs) e l’istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare (Icram). Al momento della sua nascita il nuovo ente contava 926 lavoratori di ruolo e circa 618 precari, legati da rapporti di lavoro i cui modelli ricoprono l’intero arco delle forme contrattuali atipiche che il cinismo sadico dell’ingegneria della precarietà sociale è arrivato congeniare (tempo determinato, collaborazioni continuative, assegni di ricerca e borse di studio). Non lontani dunque da forme di lavoro nero legalizzato. Che il riordino del settore non rispondesse affatto a criteri di razionalità e rilancio, lo si è capito appena costituita la struttura commissariale posta alla guida del nuovo ente. Nessun esperto in materia ambientale ma tre funzionari di carriera prefettizia, con un passato solo al ministero degli Interni. Spontanea è sorta la domanda: perché piazzare al comando di una struttura di ricerca gente che di mestiere sa fare solo il controllo dell’ordine pubblico? Forse perché il mandato era uno solo: smantellare l’ente di ricerca, gestire con il dovuto polso gli eventuali contraccolpi sociali. Certo è che le cose fin dall’inizio sono andate in questo modo. Non solo la nuova dirigenza in un anno e mezzo di gestione non ha mai prodotto un regolamento di organizzazione, come previsto dalla norma istitutiva, ma non ha più rinnovato i contratti in scadenza: a fine 2008 i primi 50 (tutti ex Infs); altri 200 a fine giugno 2009 (ex Apat), gli ultimi 200 il 31 dicembre (ex Icram). Nonostante questa opera di smantellamento risultano comunque iscritti nel bilancio 2010 diversi milioni di euro. La circostanza lascia strada al legittimo sospetto che vi sia, in realtà, l’intenzione di esternalizzare le attività.

Capodanno sul tetto
Si danno il cambio con thermos e sacchi a pelo per ripararsi dal freddo. Dormono in tende igloo, altri su materassi allungati lungo un corridoio. Hanno fatto della trasparenza la loro arma migliore, chiunque può vederli 24 su 24 sul sito web che hanno creato, www.nonsparateallaricerca.org. Sotto un tendone che li ripara dalla pioggia e dal vento hanno montato una postazione web che li collega al mondo. Webcam fissa, due computer, chat, chiunque può interloquire con loro. Sul sito c’è anche un clip girato sul prato del piazzale antistante l’edificio. Dei manager in doppiopetto fucilano i ricercatori in camice e maschera bianca sul viso. I dirigenti non hanno apprezzato e il regista, un tecnico dell’Ispra, si è visto resiliare il contratto per un vizio stranamente scoperto all’ultimo momento. I prefetti-sbirri hanno svolto egregiamente il loro lavoro fino a rinchiudere gli occupanti dentro l’istituto nei giorni di Natale. Una serrata vecchia maniera. Ma gli abitanti del quartiere sono venuti in aiuto dei ragazzi lanciando oltre il cancello viveri, panettoni e bottiglie di spumante. Il giorno di capodanno un’assemblea, con la popolazione e una delegazione di lavoratori dell’Eutelia e del comitato di lotta per la casa, si è tenuta nella piazza centrale di Casalotti. Poi una fiaccolata di cittadini ha riaccompagnato i ricercatori sul tetto. Il quartiere guarda con simpatia alla mobilitazione anche perché è previsto che il parco della cellulosa, unico spazio verde della zona dove ha sede l’Ispra, dovrebbe finire nelle mani del comune, ma il sindaco Alemanno pare intenzionato a cambiarne la destinazione d’uso. Il timore è che voglia darlo in pasto alla speculazione del cemento. Quaranta giorni sul tetto hanno obbligato il governo ad aprire la trattativa. Domani ci sarà un doppio incontro: alle 10 presso il ministero dell’Ambiente e a mezzogiorno al ministero della Funzione pubblica. Inizia la partita delle trattative, ma i ricercatori dell’Ispra ribadiscono che non scenderanno dal tetto senza garanzie di rinnovo e stabilizzazione dei contratti lasciati scadere.

Link
Ispra, prima vittoria per i precari tutti i contratti saranno rinnovati
Ispra, la Prestigiacomo si impegna a riassumere i precari
Cronache operaie

Fincantieri vuole tenersi metà dei soldi degli operai

La Fiom abbandona la trattativa. Oggi incontro con il ministro Scajola

Paolo Persichetti
Liberazione
18 dicembre 2009


Le mobilitazioni di questi giorni un risultato minimo lo hanno strappato. Fincantieri ha reso noto che alle maestranze verrà corrisposto entro dicembre metà del premio di produzione stabilito questa estate. 300 euro per i lavoratori diretti, e i 210 per quelli indiretti, verranno erogati ai dipendenti dei cantieri di Ancona, Sestri Ponente e Muggiano a cui inizialmente l’azienda aveva detto no. C’è un problema però: mentre i sindacati, nel corso della lunga trattativa di mercoledì scorso, protrattasi oltre la mezzanotte, avevano proposto questa somma a titolo di anticipo dell’intera somma pattuita questa estate; l’azienda si è detta favorevole solo a condizione di una rinuncia da parte sindacale alla pretesa certa della erogazione a fine gennaio del conguaglio restante, cioè degli altri 450 euro lordi. Insomma, «pigliatevi questi 300 euro e finiamola qui, al massimo se ne riparlerà nel 2010, sempre che siate buoni!». E’ stato più o meno questo il senso della risposta dei vertici di Fincantieri, pronti a rimangiarsi l’accordo siglato il 16 luglio. A questo punto, mentre Fim e Uilm, si accontentavano di quel che passava il convento, la Fiom ha deciso di abbandonare il tavolo. In un secco comunicato diffuso ieri, i metalmeccanici della Cgil hanno denunciato la «Pretesa inaccettabile in termini di principio e di fatto» che viola i termini di un accordo liberamente sottoscritto dalla direzione. Comportamento che – sempre secondo la Fiom – «incrina l’intero sistema delle relazioni industriali del Gruppo». Uno strappo senza precedenti nella storia sindacale di Fincantieri. Si pone a questo punto – sottolinea ancora il comunicato di corso Trieste – «la necessità di un chiarimento di fondo con l’Azienda». Questione che verrà posta durante l’incontro di oggi con il ministro dello sviluppo economico Scajola. A dimostrazione che il rispetto degli accordi di luglio non è una pretesa infondata, c’è stato il riconoscimento da parte dell’armatore della Silver Spirit, proprietario della nave crociera di extralusso bloccata ad Ancona, di riconoscere agli operai un premio di 60 mila euro e di commissionare una seconda nave, qualora la trattativa in corso andasse a buon fine. Smentita flagrante degli argomenti avanzati dalla Fincantieri per rifiutare l’esborso del premio di produzione. La Silver Spirit ha così lasciato gli ormeggi a fine mattinata. Sono in molti a esser convinti che dietro questa strategia di rottura della Fincantieri vi sia la volontà di mettere nell’angolo la componente operaia più combattiva e rappresentativa che ha giocato un ruolo centrale nella trattativa di luglio in vista della dismissione di alcuni cantieri, quelli liguri e di Ancona, in ragione di un criterio che di economico a ben poco: la «preferenza padana».

Link
Fincantieri, blocco dei cantieri in Liguria e Ancona
Cronache operaie

Fincantieri, blocco dei cantieri ad Ancona e in Liguria

Gli operai impediscono il varo di una nave crociera. L’azienda costretta a trattare

Paolo Persichetti
Liberazione
17 dicembre 2009
Da quasi due giorni gli operai Fincantieri di Ancona picchettano gli ingressi dello stabilimento e la banchina, impedendo di salpare alla Silver Spirit, nave da crociera di 195 metri di lunghezza e 360 tonnellate di stazza. Ultima creatura tirata su dalle maestranze per una società armatrice monegasca, la Silersea Cruiser. Protestano per rivendicare il premio di produzione che l’azienda ha tagliato. La protesta è scattata lunedì scorso anche in Liguria, nei cantieri di Sestri, Riva e Muggiano, 3200 dipendenti che si moltiplicano sommando l’indotto. Tutto è cominciato dopo una lettera arrivata ai sindacati e nella quale Fincantieri comunica che tre cantieri su otto (Sestri ponente, Muggiano e Ancona) hanno perso il diritto al premio, 750 euro lordi relativi al secondo trimestre 2009, a causa del mancato raggiungimento dei parametri di «miglior efficienza» concordati a luglio. Sono «soldi nostri – replicano gli operai – concordati, indipendentemente dai risultati». Soldi che «aiuterebbero specialmente i 200 cassintegrati, che facevano conto sulla prima tranche da 540 euro di dicembre per avere un Natale migliore». La reazione è stata immediata. Anche perché alcuni degli impianti sanzionati hanno largamente superato i parametri di produttività richiesti. Quello di Ancona avrebbe addirittura un rapporto di 1,26 sulla base di uno come risultato pieno. Insomma, la decisione dell’azienda è un vero e proprio furto, una rapina padronale bella e buona a cui i dipendenti hanno risposto lunedì pomeriggio con l’occupazione degli uffici e del cantiere. La mobilitazione è proseguita martedì con lo sciopero, il mantenimento dell’occupazione degli impianti, un corteo che ha bloccato le vie di Sestri. L’incontro in prefettura però non ha dato i risultati sperati. Dall’azienda chiusura totale. Sandro Scarrone, capo del personale, ha fatto il duro, tanto il suo Natale è più che assicurato. Alcune indiscrezioni raccontano però di una direzione aziendale divisa. A quanto pare, infatti, le ragioni del taglio dei premi sarebbero più politiche che produttive. Dovute ad una forzatura voluta dall’Ad Giuseppe Bono, sponsorizzato dal ministro Sacconi, che vorrebbe così affossare l’accordo strappato dalla Fiom in luglio. Dietro le divisioni, il dissenso sui progetti di ristrutturazione del gruppo. Da una parte chi, sensibile alle sirene leghiste, vorrebbe mantenere soltanto Monfalcone e Marghera per abbandonare gli altri siti, e chi, al contrario, è per la tutela del patrimonio nazionale dei cantieri. Per questo le Rsu di Castellamare hanno chiesto al presidente della repubblica di portarsi garante di un piano industriale. Previsto nel pomeriggio di ieri, l’incontro a livello nazionale tra sindacato e azienda è iniziato soltanto alle 18.30. Venerdì prossimo appuntamento col ministro per lo sviluppo economico Scajola.

Link
Cronache operaie

La stampella e il Capitale: Fiat incassa gli incentivi senza garantire l’occupazione

Rottamazione, ancora un regalo al marchio torinese ma gli stabilimenti rischiano la chiusura

Paolo Persichetti
Liberazione 1 ottobre 2009

Finché si trattava di privatizzare, accaparrare a prezzi stracciati beni pubblici, l’apologia del libero mercato ha funzionato. Arrivata la crisi, la «mano invisibile» è diventata monca e subito gli imprenditori sono corsi a chiedere il provvidenziale intervento della mano pubblica, sotto forma di sostegno al consumo. La vecchia funzione anticiclica dello Stato non s’è smentita. Al Salone dell’auto di Francoforte, l’Ad della Fiat Sergio Marchionne aveva auspicato il rinnovo anche per il prossimo anno degli incentivi per l’automobile pena la caduta della domanda e soprattutto «la chiusura degli Sergio Marchionnestabilimenti». Un avvertimento che sapeva quasi di ricatto. Si sa, il governo Berlusconi non è molto amico della Fiat. Espressione di una fazione opposta della borghesia di questo Paese, che raccoglie un blocco sociale composto da ceti imprenditoriali medio-piccoli e colossi legati alla produzione di valore simbolico e alla distribuzione, attraverso il ministro per lo sviluppo economico Claudio Scajola aveva replicato in termini molto cauti, rinviando la decisione «a fine novembre, quando avremo i risultati finali». Ieri però, Berlusconi, è stato più esplicito. In diretta su Sky Tg24 mattina ha assicurato che sugli incentivi «il governo non si tirerà indietro». Una piccola svolta nel braccio di ferro, in corso sotto banco da tempo, fra le case automobilistiche che spingono per riavere gli incentivi alla rottamazione anche nel 2010». Soddisfatto per le dichiarazioni del premier, Marchionne ha subito precisato che il sostegno ai consumi per l’acquisto di auto è necessario per un paio d’anni ancora, anche se poi «bisogna trovare – ha aggiunto – il metodo per una uscita graduale da questi incentivi». Sempre secondo l’amministratore delegato Fiat il governo dovrebbe defiscalizzare anche l’acquisto di veicoli commerciali per sostenere «l’attività di artigiani, commercianti e autotrasportatori». Il segretario del Prc Paolo Ferrero ha censurato duramente l’annuncio di Berlusconi: «gli incentivi promessi – ha detto – nascondono la solita regalìa dei governi di tutti i colori alla Fiat. Mai una volta che i soldi elargiti sotto forma d’incentivi vengano concessi ai lavoratori», attraverso l’aumento dei salari o sotto forma di riduzioni fiscali sul lavoro dipendente e le pensioni. Questi incentivi avranno un’efficacia limitata sull’economia nazionale perché già ora un terzo della produzione Fiat si svolge in Polonia, ha ricordato Enzo Masini (Fiom auto). Non solo, Marchionne, che rifiuta di sedersi al tavolo delle trattative con la Fiom, incassa gli incentivi senza fornire garanzie sui livelli occupazionali e il mantenimento degli stabilimenti.

Pinkerton, l’agenzia di sicurezza privata al servizio del padronato

Manuli, ronde antioperaie in azione

Paolo Persichetti
Liberazione 6 settembre 2009

pinkerton_escorts_hocking_valley_leslies
Eccole le ronde antioperaie dopo quelle antimmigrati. C’è voluto molto meno del previsto. Le ronde civiche introdotte nel nuovo pacchetto sicurezza, votato dalla maggioranza di governo e congeniato dal ministro dell’Interno Maroni, producono i loro primi effetti concreti. Le avvisaglie si erano viste davanti alla Lasme di Melfi, quando il 24 agosto gli operai furono accolti da alcuni colpi di pistola sparati da un vigilante, dopo aver fatto irruzione all’interno della fabbrica per consentire ad alcuni di loro di salire sopra i tetti dello stabilimento. Ora alla Manuli di Ascoli l’impiego di milizie private in funzione antioperaia appare ancora più netta. Segnale inquietante di una nuova strategia scelta dal padronato per fronteggiare le proteste contro i licenziamenti e lo smantellamento delle aziende. Anche se in questo caso a operare sono imprese di vigilanza privata, la svolta commerciale impressa ai nuovi servizi offerti da queste società è per intero legata alla filosofia della privatizzazione della sicurezza ispirata dalle nuove regole.
Queste società non limitano più la loro attività alla tradizionale sorveglianza degli impianti da furti e atti di vandalismo, ma estendono i loro servizi (l’uso della forza) a un’azione di aperto sostegno della parte padronale nei conflitti industriali. Certo la K9service, una delle ditte operanti nel mercato della sicurezza impiegate dal management della Manuli, specializzata nell’uso di unità cinofile, è ancora ben lontana dall’incarnare il ruolo e la dimensione che fu quello della famigerata Pinkerton. 4_tribune_senzaL’agenzia d’investigazione e sicurezza privata statunitense creata dallo scozzese Allan Pinkerton nel 1850, diventata la maggiore agenzia privata in grado di fornire un costoso servizio di milizia privata agli industriali del nord degli Stati uniti durante gli scioperi di fino 800 e del primo 900. Non siamo ancora lì, ma le premesse ci sono tutte e la tendenza se non adeguatamente contrastata può essere devastante. copj13.aspI “Pinkertons” si occuparono più volte di sedare con la forza gli scioperi, in particolare durante la stagione della lotta per le otto ore. Questa agenzia conduceva un vero e proprio lavoro di intelligence contro le organizzazioni operaie. Specializzata nel procurare spie, agenti provocatori e milizie private ai datori di lavoro in lotta contro le prime organizzazioni sindacali e il sindacalismo rivoluzionario dell’epoca, in particolare l’Iww, Industrial Workers of the World. Nell’ultimo decennio dell’800 la Pinkerton poteva vantare un apprezzabile curriculum antioperaio. «Negli anni precedenti aveva prestato servigi alle aziende in ben settanta importanti vertenze di lavoro, duemila agenti in servizio permanente e trentamila riserve pronte all’uso». Per intendersi, si tratta di cifre che all’epoca rappresentavano una forza superiore a quella dell’Esercito federale in servizio (Jeremy Brecher, Sciopero! Storia delle rivolte di massa nell’America dell’ultimo secolo, DeriveApprodi 1998). «Posso assumere metà dei lavoratori perché uccidano l’altra metà», dichiarava J. Gould, costruttore e proprietario di ferrovie nel 1866, di fronte allo sciopero di alcuni suoi dipendenti (Filippo Manganaro, Senza Patto ne legge. Antagonismo operaio negli Stati Uniti, Odradek 2004). La Pinkerton era lì, pronta a organizzare l’impresa con straordinaria efficienza. Ritenuta responsabile del massacro di Haymarket del 3 maggio 1886 a Cicago, durante una manifestazione per le otto ore, evento sanguinoso da cui scaturì un’ondata di scioperi internazionali, si macchiò di numerosi altri delitti, tra cui omicidi mirati di sindacalisti, massacri durante manifestazioni e scioperi, pestaggi, linciaggi, devastazioni di sedi sindacali, corruzione di dirigenti operai, reclutamento di crumiri. Ogni mezzo era lecito pur di arrivare a rompere l’antagonismo operaio. Acquistata nel 1999 dalla svedese Securitas è diventata una di quelle agenzie di sicurezza attiva globale profetizzate da Robert Nozick. Vanta trai i suoi clienti governi, banche e multinazionali. Interviene nel campo dello spionaggio industriale, nei piani di evacuazione politica, intelligence economico-politica, antiterrorismo.

Link
Cronache operaie
La violenza del profitto: ma quali anni di piombo, gli anni 70 sono stati anni d’amianto
Pinkerton, l’agenzia di sicurezza privata al servizio del padronato
Mappa delle resistenze operaie: le altre Innse d’Italia
Innse, un modello di lotta da seguire
Francia, le nuove lotte operaie
New Fabbris, fabbrica minata dagli operai
Bossnapping, gli operai di Continental strappano l’accordo
Il sesso lo decideranno i padroni, piccolo elogio del film Louise Michel

Grande paura: Paolo Granzotto, il reggibraghe
Il Bossnapping vince: la Caterpillar cede
Bossnapping, una storia che viene da lontano
Bossnapping nuova arma sociale dei lavoratori
Bruxelles,manager Fiat trattenuti dagli operai in una filiale per 5 ore
F
rancia, altri manager sequestrati e poi liberati
Francia, padroni assediati torna l’insubordinazione operaia
Rabbia populista o nuova lotta di classe?

Mappa delle resistenze operaie: le altre Innse d’Italia

10, 100, 1000 Innse… La salvezza viene solo dalla lotta

Giorgio Ferri
Liberazione 12 agosto 2009

innse_sitoOperaiContro--400x300
L’Innse presse di Lambrate è solo la punta dell’iceberg. Il sommerso della crisi riveste dimensioni e geografie inaspettate. Anche solo prendendo in esame i primi mesi del 2009, ci accorgiamo che casi analoghi alla vicenda della ex Innocenti si sono riscontrati un po’ ovunque. Molti di questi sono concentrati nell’area milanese, come il centro di ricerche della Nokia-Siemens a Vimercate, che ha ceduto l’attività alla Jabil CM srl mettendo a rischio 600 posti di lavoro. Viene poi l’episodio della Elco di Inzago, multinazionale americana che produce motori per refrigeratori con 287 lavoratori in cassa integrazione straordinaria. Alla Saes Getter di Lainate, azienda che produce componenti elettronici, la situazione non è migliore: 100 posti in pericolo. Due anni di cassa integrazione straordinaria e una procedura di mobilità per 55 lavoratori non sono serviti a nulla. Il nuovo piano industriale prevede lo spostamento di parte della produzione. All’Eutelia di Pregnana Milanese 500 lavoratori vedono traballare l’impiego perché il gruppo dismette l’intero settore della Information Technology. Un settore con 2 mila dipendenti. L’Aluminium di Rozzano, invece, è in procinto di rimandare a casa 170 operai. Non stanno meglio quelli della Lames 2 di Melfi, con 174 licenziati. L’azienda pare che debba trasferirsi a Chiavari in Liguria dove si trova la sede centrale della holding. A rischio anche l’Ercole Marelli di Sesto san Giovanni che negli anni 50 impiegava 7 mila lavoratori e oggi è ridotta ad una lite di condominio con la Alstom Power diventata proprietaria dei luoghi. Dal 24 luglio, i 26 dipendenti vivono giorno e notte nell’azienda. C’è poi il rischio di chiusura dell’Ideal Standard di Brescia; ci sono problemi alla Omnia Network di Sesto S. Giovanni, società che ha rilevato il call center della Wind, e ancora la situazione della Lares e Metalli Preziosi di Paderno Dugnano. Nei giorni scorsi i lavoratori di questa azienda hanno portato la loro solidarietà davanti ai cancelli dell’Innse. In attesa di una cassa integrazione che non arriva, in 130 presidiano i cancelli della fabbrica dal mese di gennaio e sopravvivono grazie al Fondo lavoro messo a disposizione dalla diocesi di Milano su indicazione del cardinale Tettamanzi. È di ieri, poi, la notizia dello sciopero della sete avviato da 8 operai che protestano contro i licenziamenti «senza alcun motivo» decisi dalla Elettra energia, azienda appaltatrice impegnata presso il termovalorizzatore di Acerra. 33 lavoratori hanno ricevuto le lettere il 1 agosto.
Quello che si delinea, dunque, è uno scenario molto preoccupante spiegava giorni fa l’economista Andrea Fumagalli in un’analisi apparsa sulle pagine del manifesto. Ad essere colpite sono situazioni produttive a medio-alto contenuto tecnologico. Realtà molto più avanzate della normale media manifatturiera. Il rullo compressore della crisi sta schiacciando in modo particolare il settore della «subfornitura specializzata», che mantiene ancora in vita quel che resta della nostra presenza industriale ormai tagliata fuori dalle traiettorie tecnologiche che segneranno in futuro le filiere produttive internazionali. La crisi travolge quel poco di buono che restava. Disfatta di quel capitalismo miope, familistico, tribale, legato a calcoli sul breve periodo, sottolineava Fumagalli. Non è un caso se i capitani d’industria della Lega sono i rottamai alla Silvano Genta. Smantellatori e vampiri.

Link
Innse, un modello di lotta da seguire
Francia, le nuove lotte operaie
New Fabbris, fabbrica minata dagli operai
Bossnapping, gli operai di Continental strappano l’accordo
Il sesso lo decideranno i padroni, piccolo elogio del film Louise Michel

Grande paura: Paolo Granzotto, il reggibraghe
Il Bossnapping vince: la Caterpillar cede
Bossnapping, una storia che viene da lontano
Bossnapping nuova arma sociale dei lavoratori
Bruxelles,manager Fiat trattenuti dagli operai in una filiale per 5 ore
F
rancia, altri manager sequestrati e poi liberati
Francia, padroni assediati torna l’insubordinazione operaia
Rabbia populista o nuova lotta di classe?