Le sevizie contro Giuseppe Uva, parla il legale Fabio Anselmo

«Lucia Uva mi ha telefonato a Natale»

Checchino Antonini
Liberazione 21 marzo 2010


«Lucia Uva mi ha telefonato a Natale. Era disperata per l’insensibilità riscontrata rispetto alle sue aspettattive di giustizia». Fabio Anselmo, legale ferrarese, all’epoca era impegnato nel processo per i depistaggi nell’inchiesta Federico Aldrovandi e nelle prime indagini sull’omicidio di Stefano Cucchi. Ora ha accettato il nuovo incarico.
Giuseppe Uva, 43 anni, per lavoro guidava la gru e posava ferri nei cantieri. Lo hanno arrestato i carabinieri di Varese mentre spostava certe transenne per bloccare una strada. Era il 14 giugno 2008, le tre di notte, e Uva era un po’ sbronzo. «Chi lo arrestò lo conosceva, lo chiamò per nome», ricostruisce Anselmo: gli disse, più o meno, “proprio tu! sei cascato male!”, cominciarono gli spintoni. Le carte in mano alla famiglia «sono scarne», dice l’avvocato ma sono inquietanti. Intanto c’è la querela di Alberto Biggioggero, portato pure lui in caserma perché aveva tentato di difendere l’amico. Da lì chiamerà il 118 atterrito dalle urla che venivano dalla stanza dell’interrogatorio. Ma, al 118, l’Arma minimizza l’accaduto e sequestra il cellulare di Alberto. «La stranezza è che poi Uva verrà dipinto come un indemoniato. Possibile che una procura non senta il dovere di approfondire?», si chiede il legale. E in ospedale Uva ci andrà e certi farmaci incompatibili con l’alcool lo avrebbero ammazzato. «Ma Uva non era seguito dai servizi di salute mentale. Era una persona normale e non un delinquente incallito. C’erano tracce di sangue tra l’ano e i testicoli, lo sanno anche i poliziotti di turno in ospedale che segnalano che la morte non poteva non essere di origine traumatica come, invece, la struttura sanitaria cercava di escludere. Perché quel carabiniere conosceva Uva? Abbiamo bisogno immediato di alcuni atti di indagine e c’è tempo fino a giugno. Dopo due anni dai fatti, altrimenti, non sarà più possibile. E’ urgente che si possano incrociare i tabulati telefonici di Uva e del carabiniere».
Quando Anselmo ha ascoltato il racconto di Lucia ha pensato che la storia fosse «troppo grossa per essere vera». Poi ha visto le foto e letto il verbale dell’unico interrogatorio nel fascicolo, quello del comandante delle volanti. «Il primo pm aveva messo bene a fuoco la questione chiedendo come fosse possibile che in una sera normale tutte le volanti di turno fossero nel cortile della caserma dei carabinieri. Però l’inchiesta è passata di mano. Altro non so». Biggioggero, che sporge una querela dettagliatissima, non è ancora stato mai sentito.
52 anni, cattolico, iscritto al Pd proveniente dalla Margherita. Anselmo era noto per essere l’avvocato dei casi di malasanità e mai, almeno da 12 anni, in difesa di medici. «Solo vittime», precisa a Liberazione . Finché, nel 2005, un ispettore della digos lo presenta agli Aldrovandi che lo presenteranno ai Rasman e ai Cucchi che lo metteranno in contatto con la famiglia Uva. «Il caso Aldrovandi – spiega – ha inciso sulle coscienze mostrando ciò che può accadere a un ragazzo normale anche fuori da contesti di piazza o di stadio. Quella di Aldro è una vicenda emblematica anche per quello che è successo subito dopo, i depistaggi. Queste vicende sono isolate ma troppo numerose, la recrudescenza di episodi è dovuta alla garanzia di impunità non scritta ma che si verifica puntualmente. Un film costante: l’autolesionismo attribuito alle vittime, il processo al loro stile di vita (tossico, ubriacone, per non dire se capita che sia pregiudicato), l’evidenza negata, i comportamenti particolarmente arroganti e aggressivi contro chi si oppone al silenzio omertoso».
Veniamo al caso Cucchi. La sensazione di Anselmo è che l’indagine sia ferma, che i pm siano in attesa delle conclusioni dei consulenti. Intanto la relazione della commissione parlamentare mette molta enfasi sulla morte per
disidratazione. «I primi a dirlo furono i nostri consulenti che però non credono che la disidratazione sia un fenomeno biologico slegato dai traumi subiti. Pazzesco che si sia cercato di far passare una frattura coccigea, recentissima, come una malformazione genetica per ridurre gli effetti del politraumatismo».
Non è troppo vicina al rene quella vertebra rotta? «Le criticità sulle funzioni renale e urinaria possono essere determinate dalle complicanze neurologiche di quella frattura della vertebra L3 in quella posizione. Il blocco renale può anche essere conseguenza dei traumi subiti. Se si dice che è solo colpa dei medici si configura un dolo eventuale, non un omicidio colposo».

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Caso Giuseppe Uva: dopo tre anni finalmente la superperizia
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La vendetta dei carabinieri contro Giuseppe Uva: “Il racconto choc dell’amico”

Ancora un episodio di violenza e tortura in una caserma dei carabinieri

Da Federico Aldovrandi e Stefano Cucchi, da Aldo Bianzino a Giuseppe Uva, la lunga lista dei morti ammazzati dalle forze dell’ordine dopo brutali pestaggi

Paolo Persichetti
Liberazione 21 marzo 2010

E’ stato rincorso e poi picchiato prima di essere caricato su una macchina delle forze dell’ordine. Giunto in caserma è stato pestato di nuovo. Un testimone racconta di un lasso di tempo lunghissimo nel quale si sentivano distintamente le urla del malcapitato provenire da un’altra stanza. Stiamo parlando del fermo di Giuseppe Uva morto il 14 giugno 2008 dopo le percosse subite in una stazione dei carabinieri e il ricovero coatto in una struttura psichiatrica. La vicenda è stata resa nota ieri da Luigi Manconi dopo che l’avvocato Fabio Anselmo, lo stesso che ha seguito il caso di Federico Aldovrandi e Stefano Cucchi, ha assunto il patrocinio legale a nome della famiglia. Giuseppe Uva aveva 43 anni e la sera del fermo aveva fatto le ore piccole. Alle tre di notte forse era un po’ brillo mentre si aggirava per le strade di Varese a fare “bischerate”, come in Amici miei. Ricordate il film di Mario Monicelli, girato nel 1975, dove cinque amici ormai cinquantenni si divertono a organizzare scherzi goliardici in giro per la città? Una delle ultime pellicole della commedia all’italiana dove si descriveva un paese ancora in grado di ridere di sé. Una risata piena e disperata, consapevole di una condizione umana ormai persa in un mondo senza grandi prospettive. Le «zingarate» dell’allegra brigata erano una fuga per non morire di tristezza. Un tentativo d’annegare la disillusione in un riso intriso di malinconia. In quell’Italia lì si poteva finire in caserma o in carcere per tante ragioni, spesso politiche, ma non ancora per ridere. Non erano tempi terribili e cupi come quelli dell’Italia attuale, dove un ragazzo che rientra da un concerto, com’è accaduto a Federico Aldovrandi, viene fermato sul ciglio del marciapiede di una strada di Ferrara e massacrato da alcuni poliziotti. Dove un artigiano mite che lavorava il legno come Aldo Bianzino, uno che viveva nel suo casolare umbro senza dare disturbo a nessuno, viene arrestato perché nel suo orto crescevano delle piante di marijuana che consumava solo per sé. Portato in carcere lo ritroveranno morto in cella. L’autopsia segnalerà la presenza di traumi interni, lacerazioni del fegato e degli altri organi dell’addome, manifesta conseguenza di percosse subite. A Riccardo Asman non è andata meglio. Affetto da problemi psichiatrici, mostra segni di forte euforia spogliandosi e tirando petardi dalla finestra di casa, da dove fuoriesce anche musica ad alto volume. L’intervento del 113 finisce in tragedia. L’uomo muore soffocato con le caviglie legate da fil di ferro, le pareti dell’abitazione sporche di sangue e il corpo devastato da brutali percosse praticate con oggetti contundenti. Stefano Cucchi invece è morto disidratato, segnalano i referti, nell’indifferenza e l’incuria di un ospedale penitenziario. Il suo corpo era martoriato da lesioni, fratture ed ematomi. Traumi subiti dopo il suo fermo mentre era nelle mani di chi doveva assicurarne la custodia.
Giuseppe Uva pare avesse spostato delle transenne in mezzo alla via. Non aveva commesso reati, al massimo una violazione al codice della strada. Per questa bischerata è morto. Il suo decesso ricorda quello di Francesco Mastrogiovanni, il maestro anarchico di Castelnuovo Cilento anche lui fermato per futili motivi e condotto nell’ospedale di Vallo della Lucania dove è deceduto durante un Tso. L’autopsia ha rivelato la presenza di un edema polmonare. Mastrogiovanni era rimasto legato per giorni su un letto di contenzione, lacci ai polsi, contro ogni regola. Qualcosa del genere è accaduta anche a Giuseppe Casu, l’ambulante cagliaritano fermato e poi ricoverato a forza perché non voleva lasciare la sua bancarella vicino al municipio. Sette giorni di letto di contenzione, farmaci somministrati contemporaneamente e in dosi elevate l’hanno ucciso. Queste morti hanno tutte un filo comune: colpiscono piccoli consumatori di droghe, persone con disagi psichiatrici o individui percepiti dalla comunità come “diversi”, troppo originali. Insomma segnalano un problema d’intolleranza e disprezzo verso popolazioni stigmatizzate, fasce considerate immeritevoli di rispetto e diritti. Sollevano poi l’irrisolto problema degli apparati di polizia pervasi da culture sopraffattrici, specchio di un’epoca dove la spoliticizzazione ha aumentato a dismisura il grado di violenza che pervade i rapporti sociali. Infine sollevano un paradosso: una legalità eretta a tabù si rovescia nel suo esatto contrario.

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Cucchi, una settimana d’agonia. Picchiato e lasciato morire

Le conclusioni dell’inchiesta della commissione parlamentare: non è stata una morte accidentale

 

Paolo Persichetti
Liberazione
18 marzo 2010

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I segni del pestaggio sul volto di Cucchi

Bisogna fare una lettura attenta della relazione finale dell’inchiesta parlamentare condotta per accertare l’efficacia e l’efficienza del Servizio sanitario nazionale nelle cure prestate a Stefano Cucchi, il giovane morto nel reparto penitenziario dell’ospedale Pertini di Roma, dopo aver subito una serie di pestaggi nelle ore successive all’arresto avvenuto il 16 ottobre 2009. Il testo, approvato ieri all’unanimità, dice cose molte gravi e sconcertanti. Le dice tra le righe perché l’unanimità non sempre è un pregio. Spesso si ottiene a costo di compromessi eccessivi che tolgono forza e chiarezza alle parole. Tuttavia nel testo la realtà s’impone comunque in tutta la sua brutalità descrivendo una situazione d’abbandono e indifferenza, sciatteria e disprezzo delle persone recluse. Violazioni dei diritti del detenuto, impossibilità d’informare familiari e incontrare il proprio legale di fiducia, lunghe attese nelle sale d’aspetto degli ospedali, assegnazioni in reparti clinici penitenziari in deroga a tutte le procedure. Non solo, ma la relazione sia pur tra sfumature, artifici diplomatici e formule precauzionali, accerta fatti e circostanze che pesano come un macigno sulle amministrazioni dello Stato che hanno avuto in custodia Stefano Cucchi. Si badi bene, tutto ciò non è avvenuto all’interno dell’impenetrabile cinta muraria classica di una prigione, ma in aree penali esterne. È dentro una camera di sicurezza, o forse più d’una, che Cucchi è stato pestato. È in una stanza d’ospedale che Cucchi è morto. La scena del delitto, come descritto con accuratezza nella relazione, si trascina tra due camere di sicurezza dei carabinieri, le stazioni Appia e Tor Sapienza; una camera di sicurezza situata nei sotterranei del tribunale di piazzale Clodio e una stanza del reparto clinico penitenziario dell’ospedale Pertini.
 Scrivono gli estensori della commissione presieduta dal senatore Ignazio Marino che la morte di Cucchi sarebbe dovuta a una «grave condizione di disidratazione» causata dalla scelta del giovane di non assumere cibi e liquidi in modo regolare e sufficiente. «L’opposizione – si spiega sempre nella relazione – non è intesa a non curarsi, ma è strumentale ad ottenere contatti con l’avvocato di fiducia». L’astensione dai liquidi e dal cibo oltre ad un drastico dimagrimento (10 kg in appena 6 giorni, addirittura 4 se si considera il ricovero al Pertini) avrebbe provocato un blocco della funzione renale e l’aritmia cardiaca mortale. Con altrettanta nettezza, la commissione costata che «all’analisi medico-legale il paziente risulta portatore di due patologie: la sindrome traumatica e la sindrome metabolica». Anche se non apparteneva alle competenze della Commissione stabilire chi avesse provocato le lesioni al viso e alle vertebre di Cucchi, tuttavia i consulenti tecnici ritengono che i traumi siano stati «probabilmente inferti» e per questo, tra le loro richieste i commissari auspicano che l’indagine penale chiarisca «chi ha inferto le lesioni al signor Stefano Cucchi», oltre a chi ha avuto responsabilità nell’anomalo trasferimento al Pertini, nel non aver dato seguito alle richieste di colloquio con il legale di fiducia e nella mancata identificazione di una condizione clinica estremamente chiare. Ricalcando sempre le conclusioni dei consulenti, che avevano escluso «senza incertezza, che il decesso si debba alle conseguenze del trauma subito», i commissari ritengono inesistente una relazione causale «che collega il trauma alla sindrome metabolica». Un’affermazione estremamente netta che però viene in qualche modo contraddetta più avanti, quando nel descrivere l’odissea sanitaria del giovane, si ricorda che il 17 ottobre, ricondotto nuovamente presso l’ospedale “Fatebenefratelli” per l’esecuzione di un’ecografia all’addome e di videat chirurgico, non solo i medici confermano la diagnosi del giorno precedente, ossia la «frattura del corpo vertebrale L3 e della I vertebra coccigea», ma sottolineano come il paziente venga «cateterizzato per la comparsa di difficoltà alla minzione». Circostanza questa che solleva dubbi sulle condizioni renali di Cucchi, probabilmente già pregiudicate dalle percosse subite. In sede di autopsia, infatti, sono state riscontrate tracce di sangue nella vescica e nell’addome. Erano trascorse non più di 36 ore dall’arresto, troppo poche per vedere manifestarsi gli effetti negativi del rifiuto del cibo e dell’idratazione. Rifiuto che verrà ufficializzato da Cucchi solo dopo il ricovero nel reparto clinico del Pertini.

Nasce l’osservatorio sulle morti e le violenze nei Cie, nelle questure, le stazioni dei carabinieri e i reparti per trattamenti sanitari obbligatori

Carlos, transessuale brasiliana detenuta senza reato, si è impiccata nel Cie di via Corelli a Milano

Paolo Persichetti
Liberazione 27 dicembre 2009

«Dai suoi capelli sfilo le dita/quando le macchine puntano i fari/sul palcoscenico della mia vita/dove tra ingorghi di desideri/alle mie natiche un maschio s’appende/nella mia carne tra le mie labbra/un uomo scivola l’altro si arrende». Scorreva così, «sotto le ciglia degli alberi», nel chiaroscuro dei viali milanesi, la vita di Carlos S., transessuale brasiliana di 34 anni. Fino a domenica 20 dicembre, quando è rimasta impigliata in una retata della polizia, un tempo si sarebbe detto della “buon costume”. Carlos, non conosciamo il nome che si era scelta, era sprovvista dei documenti necessari per la sua permanenza in Italia. Per questo è stata fermata e poi deportata insieme con altri viados nel Cie di via Corelli. Di umiliazioni, dolore e discriminazioni, lei, come le altre, ne aveva conosciute e sopportate tante. Non l’ultima però. Non la degradazione e l’abisso dei “campi di concentramento” di cui sono disseminate le democrazie occidentali. Non questi luoghi dove vige lo stato d’eccezione, dove si è sottoposti a “detenzione amministrativa”, una coercizione dei corpi che l’ipocrisia di Stato non ha saputo nemmeno designare con un nome. Altrove sono stati coniati singolari neologismi. I francesi meno restii nel riconoscere esplicitamente il ricorso all’eccezione, parlano di rétention per distinguerla dalla detenzione. Campi di permanenza temporanea dove una persona straniera in situazione amministrativa irregolare è trattenuta a forza in attesa di “identificazione ed espulsione”, come recita l’ultima dizione legislativa. Luoghi vuoti di diritto, buchi neri che hanno ridotto a un colabrodo le nostre democrazie tanto decantate. In uno di questi recinti Carlos ha smesso di mescolare «i sogni con gli ormoni». L’ultima fermata è arrivata il giorno di Natale. L’hanno trovata appesa ad un lenzuolo, intorno alle 15.30, quando il resto del Paese era seduto attorno a tavole imbandite di cibo, panettoni e spumante. Carlos se n’andava per fuggire all’orrore di una prigionia senza reato, di una punizione senza colpa, se non quella di esistere, di voler essere donna. Se n’è andata liberandosi anche di quel corpo che l’aveva imprigionata ad una identità sessuale che non era sua. «Il 33% delle persone transessuali sono a rischio di suicidio a causa della discriminazione che subiscono», hanno spiegato in un comunicato Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, responsabili di EveryOne, associazione per i diritti umani. Nonostante ciò, prosegue sempre il testo del comunicato, «i transessuali vengono rinchiusi nei Cie, che sono vere e proprie carceri. L’Italia è il primo Paese europeo per discriminazioni, morti e violenze transfobiche: un terribile primato che rende le persone transessuali e transgender cittadini vulnerabili ed esclusi». «L’Italia sta violando i diritti umani senza porsi il problema del rimedio», sottolinea Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone che annuncia come già mille detenuti, da agosto ad oggi, abbiano chiesto il sostegno dell’associazione nella procedura di ricorso alla Corte europea dei diritti umani contro le condizioni di vita che sono costretti a subire negli istituti di pena italiani. «Mille richieste di indennizzo, dunque, contro lo Stato italiano – spiega Gonnella – per violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani, quello che vieta le torture e le pene inumane o degradanti». Situazione che ha spinto EveryOne ha sollecitare gli uffici dell’Alto commissario Onu per i diritti umani e dell’Alto commissario Onu per i rifugiati affinché la discussione sulle gravi violazioni dei diritti fondamentali perpetrate dal sistema carcerario e dalle politiche anti-immigrazione portate avanti dall’Italia venga sottosposta all’attenzione della Corte internazionale di giustizia, principale organo giudiziale delle Nazioni unite. Proprio a partire da quest’ultima vicenda, “l’Osservatorio permanente sulle morti in carcere” ha ritenuto opportuna la creazione di un’apposita “Sezione” per il monitoraggio dei decessi che avvengono in situazioni di privazione o limitazione della libertà personale al di fuori del sistema penitenziario. Nella società odierna si può essere privati della propria libertà senza per questo ritrovarsi in carcere. Il carcere diffuso rappresenta ormai una tendenza sempre più affermata. Fuori dalle mura di cinta delle prigioni ci sono i Cie, le camere di sicurezza delle questure e delle stazioni dei carabinieri; esiste poi un’area penale esterna che avviluppa in una sorta di “blindato sociale” la vita di centinaia di migliaia di persone sottoposte a misure alternative e di prevenzione; ci sono inoltre le case lavoro e gli Opg e infine i Tso, i trattamenti sanitari obbligatori. Ogni morte, violenza o discriminazione subita da persone private della libertà all’esterno del carcere sfugge alle statistiche. Il rischio è che quanto avviene in queste zone dove vige uno stato di diritto attenuato, per non dire inesistente, resti confinato in un cono d’ombra al riparo dalla percezione pubblica. «Nei centri di identificazione ed espulsione (ex Cpt), come pure nelle “camere di sicurezza” delle questure e delle caserme – afferma il comunicato stampa diffuso ieri dall’Osservatorio – le persone non sono “detenute”, quindi paradossalmente possono risultare meno tutelate rispetto a chi entra nel circuito penitenziario (regolato da un apparato normativo che prevede anche una serie di “strumenti di garanzia” per i detenuti)». Nelle tabelle rese note il suicidio di Carlos è il secondo che avviene in un Cie dall’inizio dell’anno, oltre ad un decesso per “causa da accertare” nel Cie di Roma. Nel 2008 nei Cie si sono registrati due morti per malattia, mentre nel 2007 altri 3 suicidi (di cui 2, nel Cie di Modena, a distanza di un solo giorno l’uno dall’altro). Per quanto riguarda le persone “fermate” e poi morte nelle Questure, “l’Osservatorio” ha raccolto informazioni su tre decessi avvenuti tra il 2007 e il 2008 nella questura di Milano e altri due avvenuti nella questura di Roma nel 2002.

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Morte violenta di Stefano Cucchi: due nuovi testimoni accusano i carabinieri

Due nuovi testi chiamano in causa l’arma dei carabinieri tenuta fino ad ora fuori dall’inchiesta

Cinzia Gubbini
il manifesto
18 dicembre 2009

Lo hanno visto scendere dalla macchina nel piazzale del Tribunale, la mattina del 16 ottobre intorno alle 8,30, e non si reggeva in piedi. Poi sono stati messi nella stessa cella di sicurezza, in attesa della convalida. «Che ti è successo?», gli hanno chiesto. «Mi hanno picchiato i carabinieri questa notte», «E perché non lo dici?», «Perché sennò mi fanno le carte per dieci anni». Cioè: se lo dico si inventano qualcosa per tenermi in carcere a lungo. A svelare questi nuovi particolari sul caso di Stefano Cucchi – il ragazzo morto il 22 ottobre scorso nel reparto carcerario del Pertini – sono due cittadini albanesi, fermati anch’essi dalla compagnia Casilina la sera del 15 ottobre. E compagni di cella di Stefano in tribunale. Ieri mattina i due albanesi, assistiti dall’avvocato Simonetta Galantucci, sono stati sentiti dai procuratori Vincenzo Barba e Francesca Loi. Una deposizione circostanziata, che tira in ballo le responsabilità dei carabinieri, già raccolta nelle scorse settimane dagli avvocati di parte civile Dario Piccioni e Fabio Anselmo. Ora il loro racconto è agli atti della Procura, che dovrà valutarlo alla luce di quanto finora emerso.
La sera del 15 ottobre i due cittadini albanesi vengono fermati con l’accusa di tentato furto. Stefano, invece, viene fermato con l’accusa di spaccio perché ha in tasca 20 grammi di marijuana. Tutti e tre vengono portati nella caserma di via del Calice, ma non si incontrano. La stazione Appia è una delle sei di competenza della compagnia Casilina. Una caserma piccola, che in genere chiude alle dieci di sera e che solitamente non viene usata per ospitare le persone arrestate. Qui si svolge l’interrogatorio di Stefano e quello dei due albanesi. Poi le strade si dividono: i due vengono portati in un’altra caserma per passare la notte, Cucchi viene prima portato a casa dei genitori per una perquisizione. E’ l’una di notte, sua madre lo vede e sta bene, tanto da venire tranquillizzata sia da Stefano che dai militari: «domani sarà a casa». Quindi il ragazzo ripassa a via del Calice, e poi viene trasferito nelle celle di sicurezza della stazione di Tor Sapienza. Di ciò che accade in questa stazione si sa pochissimo, se non che intorno alle 5 Stefano accusa un malore e per questo viene chiamata un’ambulanza. E iniziano le prime stranezze. A partire da quanto viene annotato nella scheda del 118 («schizofrenia», forse solo un errore materiale) fino al fatto che i due infermieri non riescono a visitare Stefano: il ragazzo è a letto, avvolto nelle coperte. Notano soltanto degli arrossamenti sotto le palpebre. Ma vista la scarsa collaborazione del ragazzo se ne vanno dopo mezz’ora. Stefano era stato picchiato? E’ quanto sostengono i due testimoni albanesi, che incontrano il ragazzo la mattina dopo, giorno della convalida in tribunale. Tutti e tre sono scortati da carabinieri della compagnia Casilina, ma sono su due macchine diverse: Stefano viaggia su quella dietro la loro. Quando arrivano nel piazzale del tribunale, vedono Stefano scendere dalla macchina e notano che «non si regge in piedi». E’ dolorante e fa fatica a camminare. Ne rimangono impressionati, fumano insieme una sigaretta ma non si parlano: davanti a loro ci sono i carabinieri. Poco dopo vengono messi nella stessa cella. Stefano sta talmente male, raccontano i due testi, che devono aiutarlo a sedersi. Finalmente gli chiedono che cosa è accaduto: «Mi hanno picchiato i carabinieri, ma non questi qua», dice il ragazzo riferendosi alla sua scorta. La convalida dei due albanesi si svolge prima di quella di Stefano. A loro va bene: non viene convalidato il fermo. Per Stefano, invece, l’incubo prosegue. Non solo gli vengono negati gli arresti domiciliari (e agli atti viene scritto che è un «senza fissa dimora»), ma secondo quanto riferito da due testimoni ascoltati in incidente probatorio Stefano subisce un pestaggio anche nei sotterranei del tribunale. Per questo sono stati indagati tre agenti della polizia penitenziaria con l’accusa di omicidio preterintenzionale. Stefano, di certo, esce dal Tribunale con delle lesioni. Per questo finirà nel reparto penitenziario dell’ospedale Pertini, sulla cui negligenza la Procura sembra non avere dubbi visto che nel registro degli indagati sono finiti altri tre medici (oltre ai tre già indagati insieme agli agenti penitenziari) con l’accusa di omicidio colposo. Finora nessuna ombra è emersa sul comportamento dei carabinieri. Ma la testimonianza di ieri cambia le carte in tavola.

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Richiesta di archiviazione, il gip rinvia la decisione

Paolo Persichetti
Liberazione 12 dicembre 2009

Si è svolta ieri presso il tribunale di Perugia l’udienza sulla richiesta di archiviazione del fascicolo per omicidio a carico di ignoti avanzata dal pubblico ministero, Giuseppe Petrazzini, per la morte di Aldo Bianzino. Alla richiesta, la seconda dopo quella presentata nell’ottobre 2008 e respinta, si sono opposti i familiari di Bianzino. Il gip, Massimo Ricciarelli, fara conoscere la sua decisione nei prossimi giorni.  Nel corso della seduta un centinaio di persone hanno manifestato all’esterno. Presenti il figlio di Bianzino, Rudra, 16 anni, e Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano Cucchi, il giovane morto nel reparto penitenziario dell’ospedale Pertini di Roma a seguito del pestaggio subito dopo l’arresto, insieme al «Comitato Verità e Giustizia per Aldo». Bianzino, persona mite e abile artigiano, venne arrestato il 12 ottobre del 2007 perché coltivava alcune piante di canapa indiana. Morì nel carcere di Perugia due giorni dopo. Inizialmente il decesso venne attribuito a un malore naturale. L’autopsia certificò invece l’assenza di patologie pregresse e lesioni agli organi interni, presenza di sangue nell’addome e nelle pelvi, lacerazione epatica, lesioni all’encefalo. Una seconda autopsia riscontrò anche un distacco del fegato e ipotizzò la morte per aneurisma cerebrale. Evento probabilmente scatenato da un violento pestaggio subito dopo l’arresto, in circostanze mai accertate. In carcere Bianzino venne abbandonato a se stesso. Per questa assenza di cure, l’agente di polizia penitenziaria in servizio la notte della sua morte è stato rinviato a giudizio, lo scorso 28 giugno, per omissione di soccorso e falsificazione dei registri. La morte di Bianzino e  quella di Cucchi sono il calco perfetto della violenza impunita delle istituzioni. In entrambi i casi solo l’apparato-cenerentola, la penitenziaria, è rimasto impigliato negli ingranaggi della giustizia.

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Chiusa l’indagine interna
Per il Dap non sono emerse responsabilità
da parte della polizia penitenziaria

Paolo Persichetti
Liberazione 3 dicembre 2009

Per il ministro della Giustizia Angelino Alfano, Stefano Cucchi è caduto dalle scale. Per Carlo Giovanardi è morto di droga. Siccome era un tossicodipendente e spacciava, la sua vita non doveva valere nulla. Se l’era cercata. Per questi signori, Stefano Cucchi sarebbe morto di freddo. Anzi, come ha scritto su queste pagine Erri De Luca, «perché ostinatamente aveva smesso di respirare». Da allora la lista delle facce di bronzo non ha terminato di crescere. L’inchiesta interna condotta dall’amministrazione penitenziaria ha escluso l’esistenza di qualsiasi responsabilità della polizia penitenziaria nelle brutali percosse subite da Stefano Cucchi. E’ quanto sottoscritto ieri, ultimo in ordine di tempo, dal capo del Dap, il magistrato Franco Ionta, la cui funzione è nobilitata dall’appellativo di Presidente. Su questo terribile episodio di violenza istituzionale, la macchina della controverità marcia a velocità folle. Appena pochi giorni prima un’altra commissione interna aveva assolto i medici del reparto penitenziario dell’ospedale dove, invece delle cure, al giovane era stata somministrata cinica indifferenza e sprezzante incuria. In compagnia solo del suo dolore e dell’umiliazione di un corpo bastonato, di membra lacerate, Stefano Cucchi è morto. Delle uniformi di Stato lo avevano arrestato quando era in perfette condizioni fisiche, delle uniformi di Stato lo hanno interrogato, delle uniformi di Stato lo hanno incarcerato, in tribunale un magistrato ha finto di non vedere, l’avvocato d’ufficio ha girato la testa, poi dei camici pubblici lo hanno abbandonato. Da settimane, le varie componenti istituzionali coinvolte in questa vicenda rispondono opponendo omertà d’apparato in difesa di una impunità di principio, di una visione completamente autoreferenziale della legalità e della morale. Ma come cantava De André: «anche se vi credete assolti, siete per sempre coinvolti».

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Cronache carcerarie
Caso cucchi, avanza l’offensiva di chi vuole allontanare la verità
Cucchi, anche la polizia penitenziaria si autoassolve
http://perstefanocucchi.blogspot.com/
Stefano Cucchi: le foto delle torture inferte
Caso Cucchi, scontro sulle parole del teste che avrebbe assistito al pestaggio. E’ guerra tra apparati dello Stato sulla dinamica dei fatti
Morte di Cucchi, c’e chi ha visto una parte del pestaggio nelle camere di sicurezza del tribunale
Erri De Luca risponde alle infami dichiarazioni di  Carlo Giovanardi sulla morte di Stefano Cucchi
Stefano Cucchi, le ultime foto da vivo mostrano i segni del pestaggio. Le immaigini prese dalla matricola del carcere di Regina Coeli
Manconi: “sulla morte di Stefano Cucchi due zone d’ombra”

Stefano Cucchi, quella morte misteriosa di un detenuto in ospedale
Stefano Cucchi morto nel Padiglione penitenziario del Pertini, due vertebre rotte e il viso sfigurato
Caso Stefano Cucch, “il potere sui corpi è qualcosa di osceno”
Violenza di Stato non suona nuova

Ignorata la disponibilita offerta da un gruppo di detenute che si offrì di assistere la Blefari. I magistrati puntavano al pentimento
Induzione al pentimento
Suicidio Blefari Melazzi: l’uso della malattia come strumento di indagine

Stefano Cucchi: le foto delle torture inferte. La Russa rispondi!

Ripetute cicatrici da bruciatura sulle mani, il cuoio capelluto e le gambe

Per Angelino Alfano, Stefano Cucchi era caduto dalle scale. Per Carlo Giovanardi, Stefano Cucchi è morto di droga. La sua vita non doveva valere nulla perché era tossicodipendente e spacciava. Per questi signori, Stefano Cucchi sarebbe morto di freddo. Nuove foto dimostrano che il ragazzo ha subito delle vere e proprie torture e successivamente un pestaggio. Se il pestaggio, come l’inchiesta sta lentamente appurando, sembra essere avvenuto nei sotterranei del Tribunale di piazzale Clodio, le torture sono avvenute prima e in un altro luogo. Dove ha passato la notte Cucchi prima di essere appoggiato in una cella di sicurezza del Tribunale di Roma? Chi ha interrogato Cucchi per sapere dove nascondeva l’hashish? Come è stato interrogato Cucchi? Chi ha spento sulla sua pelle delle sigarette? Che divisa avevano questi benemeriti signori? Perché il ministro Ignazio La Russa tace?

Spegnere sigarette sul corpo di una persona non è pestaggio ma qualcosa di ancora più grave. Si tratta della sadica estorsione di informazioni: TORTURA!
Una pratica che in Italia non è nemmeno configurata come reato.

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Caso Cucchi: avanza l’offensiva di chi vuole allontanare la verità
Caso Cucchi, scontro sulle parole del teste che avrebbe assistito al pestaggio. E’ guerra tra apparati dello Stato sulla dinamica dei fatti
Morte di Cucchi, c’e chi ha visto una parte del pestaggio nelle camere di sicurezza del tribunale
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Caso Cucchi, è scontro sulle parole del teste che avrebbe assistito al pestaggio. Guerra tra apparati dello Stato sulla dinamica dei fatti

Carabinieri e Polizia penitenziaria forniscono versioni contrastanti sul trattamento riservato a Stefano Cucchi

Paolo Persichetti
Liberazione 12 novembre 2009

Tracce di torture sulle mani di Stefano Cucchi

Dunque c’è un teste. Si tratta di un cittadino del Gabon, S. Y., che la mattina del 16 ottobre era nei sotterranei di piazzale Clodio. Chiuso in una camera di sicurezza vicina a quella di Stefano Cucchi, ha dichiarato di aver assistito al pestaggio del ragazzo. Dallo spioncino avrebbe visto due poliziotti della penitenziaria assestare due violenti manrovesci al volto di Cucchi, che dopo essere andato in bagno faceva resistenze per rientrare in cella. Finito a terra, il giovane sarebbe stato preso a calci e trascinato nella camera di sicurezza. La scena si sarebbe svolta prima dell’udienza di convalida. La ricostruzione è stata subito contestata dal Leo Beneduci, segretario dell’Osapp. Cucchi era in una zona dei sotterranei del tribunale dove vengono appoggiati i fermati in attesa delle direttissime, non in quella dove sono parcheggiati, prima delle udienze, i detenuti provenienti dalle carceri. In questo caso la penitenziaria si limiterebbe soltanto ad avere in custodia le chiavi e aprire le celle, ma i “fermati” resterebbero sempre nella disponibilità di chi li ha arrestati, in questo caso i carabinieri. Solo dopo la convalida dell’arresto verrebbero presi formalmente in custodia dalla polizia penitenziaria. Passaggio di consegne che per Cucchi sarebbe avvenuto non prima delle 13. Resta da sapere se questo protocollo è sempre rispettato alla lettera, oppure se la prassi quotidiana è ben diversa. In questa vicenda occorre prestare molta attenzione agli orari. Sempre secondo l’Osapp, diversi poliziotti penitenziari hanno chiesto al pm, Vincenzo Barba, di essere ascoltati come testimoni. Durante il trasbordo di Cucchi dalla camera di sicurezza del Tribunale al furgone diretto in carcere, alcuni di loro avrebbero ascoltato un colloquio tra Cucchi e un altro detenuto che lo prendeva in giro per essersi fatto malmenare. «Mi risulta – afferma Beneduci – che la risposta di Cucchi non facesse riferimento alla penitenziaria». Ciò conferma l’esistenza di versioni diverse sulle circostanze delle percosse subite da Cucchi. Il racconto dei colpi inferti nei sotterranei del Tribunale è molto importante, ma non smentisce la possibilità che di pestaggi ve ne possano essere stati più di uno: prima dell’arrivo in tribunale o dopo l’ingresso in carcere. Da giorni, in maniera sotterranea, i diversi apparati dello Stato si rigettando l’un l’altro la responsabilità delle violenze. Gli interrogativi da chiarire sono ancora molti. C’erano altre persone nelle celle di sicurezza della stazione di Torsapienza la notte tra il 15 e il 16 ottobre? Se sì, potrebbero aprire uno squarcio di luce chiarificatore. Gli operatori del 118 chiamati all’alba del 16 cosa hanno visto? I due manrovesci e i calci descritti dal teste spiegano tutte lesioni presenti sul corpo di Cucchi? Forse la riesumazione del corpo chiesta dalla famiglia e ordinata dalla procura potrà chiarire meglio questo aspetto. Mistero invece sugli indagati. Contrariamente alle voci circolate nei giorni scorsi, appartengono solo a corpi dello Stato. Sembra che per ora si tratti solo di membri della polizia penitenziaria. Le pressioni provenienti dagli alti comandi dell’Arma hanno sortito il loro effetto. Ieri visita ispettiva nei sotterranei del Tribunale. Ma i familiari di Cucchi sono rimasti fuori. Intanto ennesimo decesso in carcere. Giuseppe Saladino, 32 anni, è morto nel penitenziario di Parma poche ore dopo l’ingresso. All’enrata era sano. Un’inchiesta è in corso.

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Cronache carcerarie

Per Carlo Giovanardi Stefano Cucchi era morto di freddo, la risposta di Erri de Luca

flagellazione-caravaggio

«Stefano Cucchi era in carcere perché era uno spacciatore abituale. Poveretto, è morto, e la verità verrà fuori, soprattutto perchè pesava 42 chili. La droga ha devastato la sua vita, era anoressico, tossicodipendente… E poi il fatto che in cinque giorni sia peggiorato… Certo, bisogna vedere come i medici l’hanno curato. Ma sono migliaia le persone che si riducono in situazioni drammatiche per la droga, diventano larve, diventano zombie: è la droga che li riduce così»

Carlo Giovanardi, Sottosegretario con delega per la lotta alla droga, “co-ideatore” della legge Fini-Giovanardi senza la quale Stefano Cucchi sarebbe ancora vivo

Erri de Luca risponde alla sua insopportabile dichiarazione con queste righe apparse su Liberazione 11 novembre 2009

Il potere dichiara che il giovane arrestato di nome Gesù figlio di Giuseppe è morto perché aveva le mani bucate e i piedi pure, considerato che faceva il falegname e maneggiando chiodi si procurava spesso degli incidenti sul lavoro. Perché parlava in pubblico e per vizio si dissetava con l’aceto, perché perdeva al gioco e i suoi vestiti finivano divisi tra i vincenti a fine di partita. I colpi riportati sopra il corpo non dipendono da flagellazioni, ma da caduta riportata mentre saliva il monte Golgota appesantito da attrezzatura non idonea e la ferita al petto non proviene da lancia in dotazione alla gendarmeria, ma da tentativo di suicidio, che infine il detenuto è deceduto perché ostinatamente aveva smesso di respirare malgrado l’ambiente ben ventilato. Più morte naturale di così toccherà solo a tal Stefano Cucchi quasi coetaneo del su menzionato.

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Caso Cucchi: Carlo Giovanardi, lo spacciatore di odio
Cronache carcerarie