Violante al congresso di Md, «basta con il garantismo»

Archivi – L’ex pm Luciano Violante da poco eletto parlamentare nelle liste del Pci chiede a Magistratura democratica di mettere da parte il garantismo. «Non preoccupa – sosteneva – l’uso strumentale delle garanzie processuali, ma il richiamo al garantismo come formadi rafforzamento delle organizzazioni terroristiche». Intervento apparso sull’Unità del 27 settembre 1979

Mentre volgeva al termine l’intensa stagione di conflittualità che aveva favorito importanti conquiste sociali, miglioramenti economici, nuove tutele, spazi di democrazia reale nei luoghi di lavoro, migliori condizioni di vita per le classi lavoratrici, allargando la platea dei diritti e dei bisogni rivendicati e fatto emergere nuovi soggetti sociali e nuovi movimenti, si apriva ad Urbino, alle fine del settembre 1979 il quarto congresso di Magistratura democratica, i giudici di sinistra per intenderci. Suddivisi in diverse correnti animate da un dibattito che aveva traversato le passioni dei due precedenti decenni, i magistrati erano davanti ad un bivio: la penetrazione del diritto nei processi sociali ed economici, il ruolo di supplenza affidato loro dalla politica per reprimere la stagione della sovversione sociale e della lotta armata, avevano attribuito alla magistratura una funzione sempre più centrale. Cosa dovevano farsene? Quale erano i nuovi campiti per la nuova stagione che la retata del 7 aprile di pochi mesi prima aveva annunciato con forza?
Luciano Violante, ex pm alla procura di Torino poi agli uffici legislativi del ministero della giustizia, dove si era occupato delle attività di contrasto giuridico al terrorismo, divenuto parlamentare del Pci da pochi messi, spiegava sulle pagine dell’Unità, senza tanti giri di parole, che il garantismo aveva fatto ormai il suo tempo. Era alle porte la stagione della «repressione disciplinare», come la definirà Giovanni Palombarini, ma soprattutto il Pci, convinto dell’attualità della propria candidatura alla guida del Paese, riteneva ormai d’intralcio il garantismo e l’uso alternativo del diritto. Il mutamento di rotta era drastico e il dibattito sul significato del garantismo che aveva visto confrontarsi in passato tre linee, cambiava di segno. Alla precedente scuola della “creazione giuridica”, che attraverso un uso dell’interpretazione e delle fonti mirava al reintegro del dettato costituzionale di fronte all’inerzia o al sabotaggio legislativo della politica conservatrice e restauratrice, attività che trasformava la magistratura da vecchio organo burocratico asservito alle gerarchie dello Stato-apparato a «soggetto istituzionale indipendente, operante come momento di raccordo fra lo Stato e la società civile», si opponeva un ritorno alla certezza del diritto, inteso come ruolo conservativo della funzione giurisdizionale di fronte alle modificazioni della società o all’emergere di equilibri più avanzati o nuove domande e bisogni sociali. Le altre due linee, quella che riteneva il garantismo uno baluardo per difendersi dallo Stato, e la terza, minoritaria, che vi vedeva uno strumento per l’organizzazione della lotta di classe, soccombevano davanti ad una rivalutazione della funzione coercitiva dello Stato, posizione che apprezzava la nuova legislazione d’emergenza purché ricondotta «nell’alveo della solidarietà e della mobilitazione democratica». Si stavano lentamente creando i presupposti che, confermando l’iperattivismo giudiziario, vedranno alla fine del decennio ottanta il passaggio dalla figura del giudice «guardiano della costituzione» al «giudice sceriffo», investito di un ruolo di supplenza «del potere giudiziario, in caso di assenza o di carenze del legislativo», che rivendicherà per sé un ruolo politico decisivo e una competenza illimitata che minerà i parametri classici della tripartizione dei poteri.
Si chiudeva così la parabola avviata decenni prima. Di fronte al richiamo della statualità l’originario impianto della teoria dell’interferenza escogitato con iniziali intenti progressisti si risolveva nel suo contrario: un efficiente apparato concettuale impiegato per definire modelli di regolazione disciplinare della società.

La giustizia è in crisi che fanno i giudici?

Luciano Violante
L’Unità, 27 settembre 1979

Il quarto congresso di Magistratura Democratica che inizia domani ad Urbino. può costituire un’occasione di particolare importanza per avviare in termini nuovi una riflessione sullo stato della giustizia, sui compiti e sulle responsabilità dei giudici.
[…]
La difficoltà di costruire una nuova egemonia ha frenato la cultura delle riforme istituzionali proprio quando si trattava di tradurre la progettualità teorica della prima metà degli anni settanta in quei meccanismi di spostamento di potere che sono tipici di un effettivo processo riformatore; l’impasse ha favorito la produzione di leggine settoriali ed ha prodotto nelle leggi più organiche elementi di ambiguità o addirittura silenzi su questioni di particolare rilievo: ciò è avvenuto ad esempio, per la legge sull’equo canone e per quella sull’aborto. Contemporaneamente l’attuazione di alcuni fondamentali principi della Costituzione, la novità dei processi sociali, l’emergere di nuovi soggetti politici hanno prodotto radicali mutamenti nella struttura stessa del partito. Appaiono sempre più superate le tradizionali distinzioni tra diritto pubblico e diritto privato. L’attuazione della riforma regionale e lo svilupparsi delle autonomie locali hanno dato vita ad un diritto amministrativo assai diverso da quello precedente, non più rotante attorno ad un rapporto di particolare prevalenza dello Stato nei confronti del cittadino, ma ancora privo di stabili coordinate. Gli studiosi del diritto privato hanno constatato lo sgretolamento dell’impianto concettuale del codice civile a causa del moltiplicarsi delle sedi di produzione legislativa (da quella comunitaria a quelle regionali) e perché la tutela degli interessi privati richiede sempre più spesso, oltre all’azione dei soggetti privati, l’intervento di organi pubblici: è un sistema di reciproci impegni tra interi pubblici e soggetti privati assai diverso dai vecchi capisaldi dell’autorizzazione e della concessione amministrativa, ma con linee di evoluzione ambigue, come dimostra la storia dell’intervento pubblico nell’economia.
[…]
Il diritto è uno strumento di tutela, di partecipazione e di governo ed incide profondamente nella vita sociale e nel costume politico; la crisi del diritto può aprire la strada ad importanti trasformazioni sociali se si ha la forza e la volontà di dirigerla. Ma spesso in questi momenti, attorno alla vecchia scienza giuridica si accorpano interessi potenti, che puntano alla riscoperta delle tranquillizzanti mitologie della neutralità del diritto e del giurista per servirsene come mezzo per la ricomposizione delle proprie contraddizioni e di superamento della propria crisi. Non è impossibile che forze conservatrici si muovano in questa direzione per ricondurre la crisi del vecchio sistema alla non-controllabilità dei giudici, denunciando la loro indipendenza e proponendone limitazioni. Gli approcci, per ora indiretti, alla questione della responsabilità politica, della responsabilità cioè delle scelte discrezionali del giudice, indicano questo come il terreno sul quale potranno avvenire i primi a fondo. Magistratura Democratica è consapevole di questi problemi? Ha colto che è in atto una durissima lotta tra vecchio e nuovo Stato, e che la giustizia può essere uno dei terreni privilegiati per questo scontro? Con quali idee e con quali analisi va al suo congresso? I punti fermi della relazione del segretario Salvatore Senese restano la giurisprudenza alternativa e il garantismo. D’accordo: ma bisogna entrare più nel merito delle questioni perché si tratta di politiche istituzionali alle quali occorre dare un obiettivo per non farne pure e semplici etichette. La giurisprudenza alternativa, non come giurisprudenza di colore, ma come interpretazione del diritto alla luce dei fondamentali diritti costituzionali, poteva avere di per sé un significato di rottura dieci anni fa, quando dall’altra parte c’era il monolitismo della Cassazione, l’ideologia della neutralità del diritto e del giudice; ma oggi? Anche quei magistrati che andando ben oltre le proprie prerogative, hanno sindacato atti di pura discrezionalità politica, potrebbero rivendicare l’alternatività della loro giurisprudenza e forse con qualche ardimento linguistico riuscirebbero a trovare nella costituzione perfino un puntello formale. Il garantismo è insieme una filosofia dei rapporti tra i cittadini e tra cittadini e stato, una politica istituzionale e una tecnica interpretativa delle leggi: ma in un sistema a maglie così larghe come il nostro può essere usato per le finalità più diverse. Non preoccupa certo l’uso strumentale delle garanzie processuali che fanno alcuni imputati, è un loro diritto. Preoccupa invece il richiamo al garantismo come forma di rafforzamento delle organizzazioni terroristiche cui fanno riferimento alcuni documenti dell’Autonomia organizzata (vedi «Lotta Continua» del 25 luglio). […]

Pavese racconta il mito americano

Archivi – Cesare Pavese spiega il «mito americano» in un articolo apparso sulla edizione piemontese dell’Unità del 3 agosto 1947

Paolo Persichetti, l’Unità 18 maggio 2023

Nell’immediato dopoguerra non esisteva una redazione centrale dell’Unità. Il 2 gennaio del 1945 apparve a Roma la prima edizione non clandestina per l’Italia meridionale liberata dai Angloamericani. Dopo il 25 aprile escono dalla clandestinità le altre redazioni settentrionali, l’edizione genovese, torinese e milanese. Sul numero dell’edizione piemontese del 28 aprile 1945, Ludovico Geymonat, redattore capo, scrive: «Il giornale è stato redatto nella notte, mentre infuriava l’ultima battaglia. In Torino liberata passiamo dalla nostra tipografia clandestina alla nuova sede, conservata dal valore dei combattenti che l’hanno strappata al nemico. Mentre in città gli ultimi criminali sono ridotti alla ragione, l’Unità, edizione piemontese, inizia una nuova vita». Solo nel 1957 si fondono le edizioni di Genova, Torino e Milano, dando vita ad un’unica redazione settentrionale ed è nel marzo del 1962 che vengono unificate le direzioni di Milano e Roma sotto la guida di Mario Alicata, con Aldo Tortorella responsabile dell’edizione settentrionale e Luigi Pintor di quella centro-meridionale.
L’edizione piemontese viene ricordata per il particolare prestigio dei suoi collaboratori, oltre a Geymonat, Andrea Ugolini che ne fu direttore, esule già direttore in Francia della Voce degli italiani, arrestato dalla Gestapo e scarcerato dopo la liberazione, Davide Lajolo, Ada Gobetti, Cesare Pavese, Italo Calvino, Elio Vittorini, Paolo Spriano, Raf Vallone e altri ancora.
Iscrittosi nell’aprile del 1945, dopo aver visto morire nella lotta antifascista i suoi amici Leone Ginzburg, Gaime Pintor e Gaspare Pajetta, Cesare Pavese inizia a collaborare con l’Unità. Nell’articolo che vi proponiamo ricostruisce il clima culturale che aveva dato vita al «mito americano», sorto negli anni del provincialismo asfissiante, autoreferenziale e autoritario del regime fascista. Il realismo vitale della letteratura americana, il linguaggio innovativo, l’uso dello slang, la lingua reale, apparivano un modello di anticonformismo, un antidoto a un’accademia controllata da un potere intriso di roboante retorica. Inevitabilmente tutto questo si era subito trasformato in una passione sovversiva che aveva permesso a una generazione di giovani intellettuali di sopravvivere e sognare il newdeal americano. Tuttavia negli ultimi anni della sua vita, prima del suicidio, che coincisero con la non facile militanza nel Pci trascinata dalle polemiche mosse dai cultori dello zadnovismo, iniziò a guardare la società e la cultura americana con grande disincanto. La cortina di ferro e l’avvio della Guerra fredda avevano mutato drasticamente il contesto, gli Stati Uniti apparivano ormai il centro della modernizzazione capitalistica e di pulsioni reazionarie, i grandi della letteratura americana brillavano ormai nel cielo dei classici, ma quella società non appariva più l’eden. Per Pavese la fine della grande cultura americana coincideva con la fine della lotta antifascista, poiché «senza un fascismo a cui opporsi, senza cioè un pensiero storicamente progressivo da incarnare, anche l’America, per quanti grattacieli e automobili e soldati produca, non sarà più all’avanguardia di nessuna cultura».

In giro per l’America
Cesare Pavese, l’Unità 3 agosto 1947

Verso il 1930, quando il fascismo cominciava a essere «la speranza del mondo», accadde ad alcuni giovani italiani di scoprire nei suoi libri l’America, una America pensosa e barbarica, felice e rissosa, dissoluta, feconda, greve di tutto il passato del mondo, e insieme giovane, innocente.
Per qualche anno questi giovani lessero tradussero e scrissero con una gioia di scoperta e di rivolta che indignò la cultura ufficiale, ma il successo fu tanto che costrinse il regime a tollerare, per salvare la faccia.

[…]

Per molta gente l’incontro con Caldwell, Steinbeck, Saroyan, e perfino col vecchio Lewis, aperse il primo spiraglio di libertà, il primo sospetto che non tutto nella cultura del mondo finisse coi fasci. Va da sé che, per chi seppe, la vera lezione fu più profonda. Chi non si limitò a sfogliare la dozzina o poco più di libri sorprendenti che uscirono oltreoceano in quegli anni ma scosse la pianta per farne cadere anche i frutti nascosti e la frugò intorno per scoprirne le radici, si capacitò presto che la ricchezza espressiva di quel popolo nasceva non tanto dalla vistosa ricerca di assunti sociali scandalosi e in fondo facili, ma da un’ispirazione severa e già antica di un secolo a costringere senza residui la vita quotidiana nella parola.

[…]

A questo punto la cultura americana divenne una sorta di grande laboratorio dove con altra libertà e altri mezzi si perseguiva lo stesso compito di creare un gusto uno stile un mondo moderni che, forse con minore immediatezza ma con altrettanta caparbia volontà, i migliori tra noi perseguivano.
Quella cultura ci apparve insomma un luogo ideale di lavoro e di ricerca, di sudata e combattuta ricerca, e non soltanto la Babele di clamorosa efficienza, di crudele ottimismo al neon che assordava e abbacinava gli ingenui e, condita di qualche romana ipocrisia, non sarebbe stata per dispiacere neanche ai provinciali gerarchi nostrani.
Ci si accorse, durante quegli anni di studio, che l’America non era un altro paese, un nuovo inizio della storia, ma soltanto il gigantesco teatro dove con maggiore franchezza che altrove veniva recitato il dramma di tutti. E se per un momento c’era apparso che valesse la pena di rinnegare noi stessi e il nostro passato per affidarci corpo e anima a quel libero mondo, ciò era stato per l’assurda e tragicomica situazione di morte civile in cui la storia ci aveva per il momento cacciati.
La cultura americana ci permise in quegli anni di vedere svolgersi come su uno schermo gigante il nostro stesso dramma. Ci mostrò una lotta accanita, consapevole, incessante, per dare un senso un nome un ordine alle nuove realtà e ai nuovi istinti della vita individuale e associata, per adeguare ad un mondo vertiginosamente trasformato gli antichi sensi e le antiche parole dell’uomo. Com’era naturale in tempi di ristagno politico, noi tutti ci limitammo allora a studiare come quegli intellettuali d’oltremare avessero espresso questo dramma, come fossero giunti a parlare questo linguaggio, a narrare, a cantare questa favola. Parteggiare nel dramma, nella favola, nel problema non potevamo apertamente, e così studiammo la cultura americana un po’ come si studiano i secoli del passato, i drammi elisabettiani o la poesia del dolce stil novo. Ora, il tempo è mutato e ogni cosa si può dirla, anzi è più o meno stata detta. E succede che passano gli anni e dall’America ci vengono più libri che una volta, ma noi oggi li apriamo e chiudiamo senza nessuna agitazione. Una volta anche un libro minore che venisse di là, anche un povero film, ci commoveva e poneva problemi vivaci, ci strappava un consenso. Siamo noi che invecchiamo o è bastata questa poca libertà per distaccarci ? Le conquiste espressive e narrative del ‘900 americano resteranno – un Lee Masters, un Anderson, un Hemingway, un Faulkner vivono ormai dentro il cielo dei classici, – ma quanto a noialtri nemmeno il digiuno degli anni di guerra è bastato a farci amare d’amore quel che di nuovo ora ci giunge di laggiù. Succede talvolta che leggiamo un libro vivo che ci scuote la fantasia e fa appello alla nostra coscienza, poi guardiamo la data: anteguerra. A esser sinceri insomma ci pare che la cultura americana abbia perduto il magistero, quel suo ingenuo e sagace furore che la metteva all’avanguardia del nostro mondo intellettuale. Né si può non notare che ciò coincide con la fine, o sospensione, della sua lotta antifascista.

Sequestro Gancia, dopo mezzo secolo l’ex Br Azzolini torna alla sbarra

Forzatura dopo forzatura va avanti l’inchiesta della procura della Dda Torino sulla sparatoria alla cascina Spiotta, nella quale trovarono la morte quarantotto anni fa l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso e la brigatista Mara Cagol. La vicenda, ormai prescritta dal punto di vista giuridico ma tenuta proceduralmente in vita dalla procura torinese grazie ad un espediente: l’uso di una aggravante (l’aver commesso un nuovo reato per sottrarsi ad uno precedente) che l’ex legge Cirielli non consente più di riequilibrare nel calcolo tra aggravanti e attenuanti, rendendo di fatto automatuica la pena dell’ergastolo e dunque l’imprescrittibilità. A questa prima circostanza se ne è aggiunta una seconda, «abnorme»: Lauro Azzolini, prosciolto con formula piena dal giudice istruttore di Alessandria che condusse la prima indagine, quando vigeva il vecchio codice di procedura penale Rocco, è tornato indagabile grazie alla revoca da parte del Gip di Torino della vecchia ordinanza-sentenza nel frattempo scomparsa nella alluvione del fiume Tanaro che nel 1994 colpì Alessandria e gli archivi del tribunale e che, per questo motivo, nessuno, l’accusa, la difesa e il Gip stesso, hanno mai potuto leggere. Una revoca alla cieca, insomma. In Alice nel paese delle meraviglie la regina di cuori sovvertendo le regole pronunciava la fatidica frase: «prima la sentenza poi il processo», ora è molto peggio, si processa e si vorrebbe condannare senza nemmeno la sentenza.

Tiziana Maiolo – L’Unità 17 Maggio 2023

Riscrivere la storia di cinquant’anni fa in un’aula giudiziaria. È il senso della decisione di una giudice di Torino di annullare una sentenza con cui un esponente delle Br, Lauro Azzolini, era stato assolto dall’accusa di aver sparato e ucciso un carabiniere e poi di essere scappato. La sentenza è sparita, forse annegata in un’alluvione. Ma va comunque revocata e l’ottantenne ex brigatista va riportato alla sbarra.

E poi, che cosa ve ne fate? Così disse Adriano Sofri di fronte alla possibilità che la terra di Francia “restituisse” all’Italia i suoi figli ex trasgressori e ora pacificati settantenni e ottantenni. Cosa che non avvenne perché diversi giudici, fino alla cassazione, presero le distanze dai procuratori allineati con il governo Macron e anche con quelli di Draghi e di Meloni. E quei giudici parlarono, tra l’altro, del diritto-dovere di considerare il tempo che passa e i cambiamenti delle persone. Senza questa naturale forma di oblio, lasciando la memoria agli storici più che ai giudici, esiste solo la vendetta. Che non è pane per lo Stato di diritto.

Una lezione che ha le radici nella “dottrina Mitterrand”, ma anche, per restare in terra italiana, nel diritto romano. Corpi estranei per certe procure e per certi organi antiterrorismo. Diversamente non avrebbe (non ha) senso il fatto che alla procura di Torino si stia cercando di resuscitare la preistoria del terrorismo italiano. Coinvolgendo in un tragico sequestro di persona di cinquanta anni fa l’ottantenne fondatore delle Brigate Rosse, Renato Curcio, con la formuletta, che credevamo solo craxiana, del “non poteva non sapere”. E poi, addirittura con un’accusa di omicidio, l’ottantenne ex brigatista Lauro Azzolini. Eppure sta succedendo.

Una pm della Dda, Diana de Martino, e due colleghi della procura di Torino, Emilio Gatti e Ciro Santoriello, stanno indagando da un anno e mezzo, hanno convocato un bel gruppo di ottantenni ex brigatisti, poi hanno emesso un’informazione di garanzia a carico di Renato Curcio per un sequestro di persona, nella sua veste di fondatore delle Brigate Rosse. E lui ha risposto, per nulla intimidito, fatemi sapere piuttosto come è morta mia moglie Margherita. Così ha squarciato il velo sulla storia di quel che accadde quarantotto anni fa in una cascina del Monferrato dove le Brigate Rosse avevano per la prima volta tenuto prigioniero, dopo averlo sequestrato vicino a casa, un imprenditore, il “re dello spumante” Vittorio Vallarino Gancia, morto novantenne pochi mesi fa.

E’ paradossale, il paradosso della giustizia italiana, che stiamo raccontando una storia che pare quasi ambientata in una casa di riposo. Perché questa generazione di procuratori-storiografi pare non accontentarsi più delle indagini sulla mafia di trent’anni fa, ma ha la pretesa di fare una “nuova giustizia” anche sul terrorismo di cinquant’anni fa. Così, dal momento che la giudice delle indagini preliminari di Torino, Anna Mascolo, ha deciso ieri di accogliere la richiesta dei procuratori, si riapriranno ufficialmente le indagini su un tragico fatto del 5 giugno 1975, quando alla cascina Spiotta, tra le colline dell’alessandrino, dove le Br tenevano segregato Vittorio Vallarino Gancia, in un conflitto a fuoco con i carabinieri, furono uccisi l’appuntato Giovanni D’Alfonso e la brigatista Margherita Cagol, nome di battaglia “Mara”. Un secondo esponente delle Br era riuscito a fuggire. Non è stato mai identificato in tutti questi anni, nonostante le indagini abbiano tentato di portare alla sbarra in particolare Lauro Azzolini, che però fu assolto da un giudice istruttore, con il vecchio rito, per non aver commesso il fatto.

Ora l’ex capo della colonna torinese delle Br è iscritto nel registro degli indagati per omicidio, sulla base di due labilissimi indizi tra loro collegati. Il primo: le perizie dei Ris avrebbero rilevato 11 impronte digitali di Azzolini sui fogli dattiloscritti di una relazione che su quei fatti avrebbe stilato una fonte interna al gruppo terroristico e che è stata ritrovata in una base logistica di Milano. Quelle impronte, sostengono gli investigatori, sembravano intrise di sudore, sintomo di uno stato emotivo, come se chi aveva tenuto quei fogli in mano fosse stato la stessa persona che li aveva scritti. E chi, se non il protagonista stesso di quella tragica giornata? Il secondo indizio l’avrebbe fornito lo stesso Renato Curcio, il quale, in un suo libro, ha sostenuto che quella relazione, che era girata tra diverse mani, dava la versione esatta dei fatti per come erano accaduti, perché era stata scritta dall’esponente delle Br che era stato presente. Ma che cosa dimostra che fosse proprio Azzolini e non uno dei tanti che quei fogli avevano avuto in mano?

Nell’udienza che si è svolta il 9 maggio nell’ufficio della gip di Torino, naturalmente l’avvocato Davide Steccanella, difensore di Azzolini, ha potuto con una certa facilità dare battaglia proprio a partire dalla fragilità degli elementi indiziari raccolti dall’accusa. Il primo è addirittura paradossale, perché l’atto istruttorio che il 3 novembre 1987 ha assolto Lauro Azzolini per non aver commesso il fatto è sparito. Ma è sul merito dell’inchiesta che si mostra la debolezza di questa nuova pretesa punitiva. Intanto le date. Il fatto tragico della cascina Spiotta è del 5 giugno 1975, il ritrovamento del memoriale è di oltre sette mesi dopo, il 18 gennaio 1976 nell’appartamento milanese di via Maderno, quando i fogli sono già passati di mano in mano e non si sa chi li abbia consegnati a Renato Curcio. Lui nel libro, scritto nel 1993, quindi a quasi vent’anni di distanza, ricorda che quel testo era stato scritto da un militante che era stato presente ai fatti tragici di quel giorno. E avanza molti dubbi sulla dinamica di quella sparatoria e sull’uccisione di Mara Cagol, che potrebbe esser stata colpita mentre era con le braccia alzate in segno di resa.

Ma c’è un punto centrale: la descrizione che del brigatista fuggitivo avevano fatto tutti coloro che erano presenti quel giorno alla cascina Spiotta, cioè i tre carabinieri sopravvissuti, il maresciallo Cattafi, l’appuntato Barberis e il tenente Rocca, oltre al sequestrato Vallarino Gancia. Descrivono l’esponente delle Br come alto tra un metro settanta e uno e settantacinque, centimetro più centimetro meno. Ora va detto che Lauro Azzolini era alto oltre uno e novanta, statura rarissima negli anni settanta. Sarebbe stato descritto come un omone e sarebbe stato notato per questa sua particolarità, se fosse stato lui a essere presente e a sparare. Ma ha senso tutto ciò? Che giustizia è -lo diciamo anche ai figli dell’appuntato Giovanni D’Alfonso, ucciso in quel conflitto- quella che arriva cinquant’anni dopo? E che poi magari non arriva perché, ammesso che si giunga a un rinvio a giudizio e poi al primo e secondo e terzo grado di processo, sarà poi inevitabile arrivare a una dichiarazione di prescrizione. E all’ennesimo fallimento dello Stato di diritto.

Sullo stesso tema

Ai Partigiani senza medaglie e riconoscimenti

Il fratello di mia nonna, zio Antonio, è stato partigiano. A sedici anni si arruolò nella Brigata Maiella. La Brigata era nata nel suo paese, Torricella Peligna e in quello accanto, Gessopalena, situati entrambi sulla linea Gustav. Prese parte agli scontri più duri di Pizzoferrato e Gamberale. Mia madre racconta sempre la scena del suo ritorno a casa sui camion aperti dei partigiani e il lancio del berretto che lei ragazzina raccolse felice.
Terminata la guerra partigiana, zio Antonio, come molti del suo paese, è migrato all’estero, in Belgio prima, poi in Australia. Un suo fratello maggiore, zio Pasquale, durante la leva militare si era ritrovato coinvolto nella guerra d’Albania. Fatto prigioniero finì nei campi d’internamento inglesi e poi a lavorare in una colonia agricola in Grecia. Tornò in Italia dopo il 1950. La moglie era morta e la figlia, zia Angela, era cresciuta con mia nonna insieme a mia madre. La casa di famiglia non c’era più, centrata da un aereo, non ho mai capito se tedesco o alleato. Oggi al suo posto c’è la posta.
I nazifascisti si vendicarono contro i due paesi che avevano dato vita alla Brigata, dopo aver sfollato la popolazione e fatto razzia grazie alle spie fasciste, minarono e distrussero Gessopalena. Fecero lo stesso con Torricella ma dovettero fuggire prima di accendere le mine, riuscirono ad abbattere solo poche case. La guerriglia partigiana colpiva ai fianchi le truppe speciali alpine tedesche che per rappresaglia massacrarono alcune famiglie sfollate riparate in una masseria, in località Sant’Agata, vicino Gessopalena. Mia zia Angela si salvò perché un suo zio la venne a prendere la sera prima per portarla in un’altra masseria. Perse in quel posto un pezzo della sua famiglia.
Ogni volta che torno sotto la Maiella passo sempre a Sant’Agata a vedere quei ruderi rimasti così dal giorno del massacro.
Zio Antonio era lontano, non sapeva scrivere, le storie della Brigata me le ha raccontate un suo coetaneo che abitava al Calacroce, il rione più povero del paese, accanto alla casa dove era nata mia madre, nelle estati che trascorrevo a Torricella quando ero ragazzino. Franchino Di Luzio si chiamava, anche lui partigiano, e i suoi figli erano i miei amici.
Zio Antonio, il partigiano, non voleva morire in Australia e fece di tutto per rientrare in Italia. Visse un anno da mia madre. In quel periodo ero in carcere a Viterbo.
Chiesi l’autorizzazione per poterlo incontrare. Il vicedirettore, Francesco Ruello, me la negò con compiaciuto sadismo. Zio Antonio che non aveva nemmeno la pensione da partigiano nei suoi lunghi anni da migrante, era stato anche a Marceline, aveva perso la cittadinanza italiana.
Quando sono uscito dal carcere era ritornato in Australia. È morto lì, senza che lo abbia mai più rivisto.
Questi sono i miei partigiani, senza medaglie, senza riconoscimenti!

Il retroscena della cattura di Cesare Battisti, l’inchiesta sporca che nessuno vi racconterà mai

Pubblichiamno alcuni estratti del libro “La polizia della storia, la fabbrica delle false notizie nell’affaire Moro”, all’interno del quale si raccontano i retroscena della cattura di Cesare Battisti in Bolivia, la clonazione del telefono del suo avvocato e l’intercettazione dell’intera attività difensiva, condotta dalla digos su mandato della procura milanese, una volta incarcerato in Italia

«L’attività che ha condotto alla cattura di Cesare Battisti – scriveva la Digos in un rapporto del 24 gennaio 2019 – ha avuto inizio il 16 ottobre 2018 con la richiesta di delega alla Procura generale per l’espletamento dell’attività tecnica»(1). Dodici giorni prima della elezione del leader della destra Jair Bolsonaro alla Presidenza della repubblica brasiliana si erano attivate le intercettazioni sulle linee telefoniche in uso a Battisti ma dopo il 31 ottobre queste risultavano silenti. L’irreperibilità ufficiale di Battisti veniva accertata il 13 dicembre 2018, quando funzionari della Polizia italiana si erano recati a San Paolo per prenderlo in consegna dopo che Bolsonaro aveva revocato l’asilo concesso dall’ex Presidente Lula, incarcerato nel frattempo a seguito di una sorta di «golpe giudiziario».

L’informatore
Secondo la Polizia Battisti si era allontanato nel mese di novembre. Ricorrendo a servizi tecnici «esterni» – è scritto sempre nel rapporto – veniva ricostruito il percorso effettuato dall’ultimo telefono cellulare di Battisti. L’informazione decisiva perveniva però attraverso un metodo classico, la delazione: da un account di posta elettronica dal nome estremamente evocativo, «judas3636@gmail.com», martedì 4 dicembre 2018, alle ore 16.32, giungeva all’ufficio visti delle sede diplomatica italiana di La Paz il seguente messaggio: «Buon giorno, potremmo fornire informazioni preziose su una persona che state cercando da molto tempo, ciò che vorremmo sapere è cosa potrebbe guadagnare la persona che prende il rischio di fornire informazioni sulla sua posizione esatta. Stiamo parlando di Cesare Battisti. Buona giornata». Il giorno successivo l’autore del messaggio veniva identificato: viveva a Santa Cruz de la Sierra, dove immediatamente si concentrarono le indagini. Il rapporto citava il nome di un altro cittadino boliviano che pare avesse preso in consegna Battisti al suo ingresso nel paese. Le verifiche accertarono che «Judas» e questo secondo uomo erano in contatto e che insieme avevano raccolto Battisti dalla frontiera brasiliana per condurlo in un hotel di Santa Cruz, dove aveva soggiornato dal 16 novembre al 21 dicembre. «Il 7 gennaio perveniva una segnalazione della Digos di Milano concernente la possibile presenza del ricercato nella città di La Paz», a scriverlo in un secondo rapporto erano la Dcpp e lo Scip(2). Le indagini si spostarono nella capitale boliviana, dove Battisti cercava di ottenere protezione da parte delle autorità attraverso contati con settori politici. Appariva chiaro che il suo ingresso in Bolivia era avvenuto in modo precipitoso senza un’adeguata preparazione con contatti politici di livello. Grazie al controllo di una serie di telefoni intestati a prestanome, l’uso d’informazioni d’intelligence che utilizzavano fonti molto informate e servizi di appostamento in settori precisi della città, la trappola attorno al ricercato si chiudeva inesorabilmente, finché nel pomeriggio del 12 gennaio 2019 veniva riconosciuto in strada da agenti della polizia locale e tratto in arresto.

La Digos clona il telefono dell’avvocato
Nel mese di gennaio, mentre si stringeva il cerchio attorno al latitante, la Digos milanese lavorava sul telefono di un suo familiare italiano da lui più volte contattato. Dopo l’iniziale intercettazione della linea telefonica, come da prassi erano stati chiesti al gestore i tabulati con il traffico pregresso. Infine il telefonino era stato clonato, una tecnica che consente di poter leggere da remoto tutte le conversazioni via social che sfuggono alle normali intercettazioni della linea telefonica. Dall’analisi del traffico degli ultimi due anni, trattenuti per legge, emergevano dei contatti tra me e il familiare risalenti all’ottobre del 2017, quando Battisti era stato fermato vicino alla frontiera boliviana e arrestato con l’accusa di esportazione della valuta che aveva con sé. Avevo sentito questa persona per consigliarle di prendere un avvocato ed essere pronta al peggio, nel caso Battisti fosse stato ricondotto in Italia, come sembrava in quel momento. Quando mi chiese aiuto per trovare un legale la misi in contatto con l’avvocato Davide Steccanella, mio amico, che si era reso disponibile a prenderne la difesa nella malaugurata ipotesi di una sua estradizione. Le passai anche il numero del Garante nazionale dei detenuti, perché immaginavo – vista la mia personale esperienza dopo la riconsegna all’Italia nel 2002 – che il trattamento penitenziario riservatogli sarebbe stato dei peggiori. Non avevo tutti i torti, visto quel che poi è accaduto una volta ricondotto in Italia. Avevo conosciuto Battisti a Parigi, anche se non c’era tra noi una frequentazione personale. Ci incontravamo con altri rifugiati più che altro in situazioni di «crisi», quando c’erano discussioni politiche sul da farsi. Avevo invece seguito tutte le vertenze estradizionali, la sua e quella di Marina Petrella, perché ne scrivevo, sia quando ero in carcere che in semilibertà, in particolare quando iniziai a lavorare presso il quotidiano «Liberazione». Al giornale mi avevano affidato anche questo incarico: ho scritto più di settanta articoli sulle vicende dell’esilio, delle estradizioni e della cosiddetta dottrina Mitterrand. Sono stato il primo a intervistare in Italia Tarso Genro, il Ministro della Giustizia brasiliano che aveva concesso la prima forma di asilo a Battisti, e che tutti denigravano senza nemmeno ascoltare le sue argomentazioni(3). Sono bastati questi pochi contatti telefonici con alcuni familiari di Battisti per indurre la Digos ambrosiana a ritenere che io fossi a capo di un «rete» che forniva sostegno ai latitanti sparpagliati in mezzo mondo, una sorta di nuovo «Soccorso rosso internazionale», e l’avvocato Steccanella gestisse dall’Italia la latitanza di Battisti fornendogli contatti in loco. Nella richiesta di acquisizione del traffico telefonico pregresso e delle tracce lasciate dai cellulari e schede trovate addosso a Battisti, datata 28 gennaio 2019, venivamo descritti in questo modo: «si tratta di soggetti che almeno dall’ottobre 2018 avevano costantemente seguito e coadiuvato la latitanza di Battisti con informazioni logistiche, consentendogli di trovare ospitalità e mezzi di trasporto, tramite conoscenti, in terra sudamericana ovvero reperire e utilizzare strumenti di comunicazione idonei a mantenere la rete di contatti in una sorta di “cordone sanitario” della propria latitanza». Il 10 gennaio 2019 la Procura generale dispose la clonazione del telefono dell’avvocato Steccanella con l’obiettivo di poter «reperire ulteriori e più circostanziati elementi utili alla esatta localizzazione del latitante», avvalendosi di una giovane società del settore, la BitCorp, che nel preventivo di spesa (500 euro al giorno) forniva chiarimenti sulle modalità di clonazione, ottenuta effettuando: «una serie di “interrogazioni” ai webservice che servono le applicazioni all’interno del sistema che prendiamo come obiettivo. […] In tale modo si è in grado di ricevere in tempo reale ogni flusso di traffico dati generato o transitato attraverso il dispositivo target, in quanto gli stessi webservice ci riconoscono quali legittimi destinatari del flusso»(4). Di questa clonazione l’avvocato Steccanella è venuto a sapere soltanto nel 2021 quando, dopo aver esaminato il fascicolo, l’ho informato personalmente. La clonazione del cellulare dell’avvocato Steccanella è uno – non il solo – degli episodi più sconcertanti e paradossali di questa inchiesta, poiché era avvenuta quando le stesse indagini avevano accertato che Battisti si era avvalso di contatti locali, dimostratisi del tutto inaffidabili, persino estranei a circoli politici. Molto probabilmente la scelta di indirizzare l’inchiesta verso «complici italiani» rispondeva a input politico-ministeriali e a una sorta di effetto doping che la cattura di Battisti aveva suscitato negli apparati di polizia e nella Procura milanese. Una sorta di rottura dei freni inibitori che aveva lasciato via libera alle pulsioni più paranoiche e alla voglia di regolare i conti con quei pochi che in Italia avevano sempre sostenuto pubblicamente le battaglie contro le estradizioni degli esuli degli anni Settanta.

«L’intercettazione dell’attività difensiva»
Quando, il 14 gennaio, Battisti nominò come suo legale di fiducia l’avvocato Steccanella, che da quattro giorni aveva il telefono clonato, nella Procura di Milano deve esserci stato grande imbarazzo e forse anche qualcosa di più. Con il passaggio formale dell’inchiesta dalla Procura generale, che aveva esaurito la propria competenza con la cattura del latitante e la notifica del provvedimento di esecuzione pena, la direzione delle indagini perveniva nelle mani del Coordinatore della sezione distrettuale antiterrorismo, Alberto Nobili, che apriva una inchiesta per identificare i «complici italiani della latitanza di Battisti», ipotizzando il reato di «assistenza ad appartenenti ad associazione sovversiva» (270 ter). Evaso dal carcere di Frosinone il 4 ottobre del 1981, Cesare Battisti era stato lontano dall’Italia trentotto anni: approdato inizialmente in Francia, si era trasferito in Messico per ritornare a Parigi nel 1990, nel 2004 fuggire di nuovo in Brasile e infine nel 2018 approdare per pochi settimane in Bolivia. Nonostante avesse vissuto buona parte della propria esistenza tra Nord Europa e Centro-Sud America, secondo la Digos e la Procura di Milano i complici della sua libertà, quelli che lo avrebbero appoggiato per decenni, stavano in Italia, anzi stavano nelle carceri italiane. Mentre Battisti era in Francia e in Brasile, dal 2002 al 2014 mi trovavo in un cella italiana a da lì – secondo la Digos milanese – l’avrei appoggiato, senza aver mai conosciuto altri paesi fuorché l’Italia e la Francia, senza parlare una parola di portoghese e spagnolo e saper nulla del Sud America, trovandogli rifugio e contati in Brasile e Bolivia. Appena la Procura prese in mano le redini della nuova inchiesta fece «omissare» dall’indagine i risultati della clonazione effettuata sul telefono dell’avvocato Steccanella e il 24 gennaio 2019 dispose «con precedenza assoluta» l’intercettazione e localizzazione delle utenze del mio intero nucleo familiare e dei familiari di Battisti, che si protrarrà fino al maggio successivo. L’ avvocato Steccanella si era gettato anima e corpo in questa nuova impresa, nel frattempo Battisti era stato rinchiuso nel carcere di Oristano dove, col pretesto dei sei mesi di isolamento diurno previsti nella sentenza di condanna (una pena accessoria eredità dell’epoca fascista), era stata aperta un’ala solo per lui. Di fatto gli era stata costruita attorno una piccola sezione di 41 bis abusivo, nonostante l’ordinamento non consentisse questo regime detentivo per la sua fascia di reato. Non ero per nulla stupito di questo trattamento: nel corso delle conversazioni telefoniche che scambiavo col mio amico avvocato spiegavo che ai rifugiati ricondotti in Italia veniva fatta scontare una pena supplementare, che non stava scritta da nessuna parte, il «reato di esilio». Gli raccontavo la mia esperienza, la condizione di «trofeo della repubblica» sul quale si erano sfogati decenni di frustrazioni suscitate nei vertici delle forze di polizia e della magistratura dal rifiuto delle estradizioni e dalla politica di Mitterrand. Gli ricordavo quel povero magistrato bolognese che durante un interrogatorio mi disse che la Francia da decenni tramava contro la democrazia italiana fornendo riparo agli esuli degli anni Settanta e per questo aveva trasformato Parigi in un «santuario della lotta armata». Era la fine del 2002, e mentre in Parlamento si legiferava sulla stabilizzazione normativa del 41 bis, mi avevano già condotto in isolamento a Marino del Tronto, penitenziario di massima sicurezza dove era presente un importante reparto con regime 41 bis. Se non fosse stato per l’ostinata battaglia di una pattuglia di parlamentari garantisti le nuove norme mi avrebbero spedito sotto quel regime detentivo per il resto della pena.
Il rientro di Battisti in Italia era avvolto da un vuoto giuridico: la Bolivia non lo aveva estradato e la procedura di espulsione non era stata rispettata. E siccome il vuoto in diritto non può esistere, l’unico titolo giuridico che faceva testo era il provvedimento di estradizione brasiliano a cui si ancorava l’accordo bilaterale sulla commutazione della pena dall’ergastolo a trent’anni, concluso dal Ministro della Giustizia Andrea Orlando con l’omologo brasiliano il 7 ottobre 2017. Accordo che aveva sbloccato l’estradizione. Intanto Digos e Polizia di prevenzione ascoltavano le nostre conversazioni telefoniche che riferivano al Pm. Per tutti quei mesi l’intera strategia difensiva costruita dall’avvocato Steccanella è stata intercettata permettendo alla Procura di conoscerla in anticipo ed entrare nei segreti della difesa. Ricorrendo agli strumenti dell’indagine difensiva, l’avvocato Steccanella ottenne dal Ministero della Giustizia copia dell’accordo di commutazione della pena pubblicato dall’«Adnkronos» il 7 maggio 2019, ma le sue richieste davanti alla Corte d’appello di Milano non ottennero successo anche se i giudici sottolinearono che i reati di Battisti non impedivano l’accesso ai benefici di legge.

Note
1/ Questura di Milano, Digos, «Riepilogo attività delegata che ha condotto alla cattura del latitante Battisti Cesare» a firma Vice Ispettore Ivan Pavesi, Vice Questore Cristina Villa, 24 gennaio 2019.
2/ Direzione centrale della Polizia di prevenzione e Servizio per la cooperazione internazionale della polizia, «Relazione di servizio», a firma Giuseppe Codispoti, Emilio Russo, Sandro Chiatto, 23 gennaio 2019.
3/ P. Persichetti, Caso Battisti, parla Tarso Genro: «Anni Settanta in Italia, giustizia d’eccezione non fascismo», «Liberazione», 11 ottobre 2009, anche in, https://insorgenze.net/2009/11/12/caso-battisti-parla-tarso-genro-%c2%abanni-70-in-italia-giustizia-d%e2%80%99eccezione-non-fascismo%c2%bb/; e ancora in, P. Persichetti, «Battisti, Genro: L’italia si è dimostrata autoritaria e arrogante», «Liberazione», 14 novembre 2009, in https://insorgenze.net/2009/11/14/battisti-genro-litalia-e-stata-autoritaria-e-arrogante/.
4/ BitCorp, «Offerta per servizio di intercettazione telematica ibrida e localizzazione su dispositivi mobili», Milano, 8 gennaio 2019.

I mal di pancia dell’ex procuratore Giancarlo Caselli

Per l’ex procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli, oggi in pensione, la decisione della corte di Cassazione francese, che ha confermato il rigetto delle domande di estradizione pronunciato in precedenza dalla corte di Appello di Parigi dei dieci rifugiati italiani, ex militanti delle formazioni della sinistra armata degli anni 70, sarebbe solo un gesto di «arrogante intolleranza», figlio della irresistibile tentazione francese di «insegnare a tutti gli altri (gli italiani in particolare modo) come si sta al mondo».
I contenuti giuridici della decisione – sempre secondo l’ex pm – oscillerebbero tra «il paradossale e l’incredibile». In particolare Caselli non sembra digerire l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti umani, richiamato dai giudici parigini per tutelare i diritti acquisiti nel corso della pluridecennale permanenza sul suolo francese dei dieci esuli italiani, sulla scorta di decisioni giudiziarie, politiche e amministrative, pronunciate nel tempo dalla autorità del posto. Tutto ciò – a detta dell’ex procuratore – non avrebbe alcun valore. Per il diritto interno francese tutte le pene sono prescritte dopo un periodo massimo di venti anni, ciò vale anche per l’ergastolo, che nel nostro ordinamento è diventato invece imprescrittibile, al pari di un crimine contro l’umanità. Nell’ordinamento italiano, il periodo massimo oltre il quale scatta la prescrizione delle pene temporali è pari a trent’anni. Regola che l’autorità giudiziaria ha aggirato in tutti i modi mettendo in campo una serie di sotterfugi e artifici vergognosi pur di impedire che la prescrizione venisse riconosciuta a due dei dieci ex militanti richiesti. In un caso si è addirittura ricorsi ad una fraudolenta dichiarazione di pericolosità sociale, a quaranta anni dai fatti-reato, nei confronti di una persona ormai ultrasettantenne e che nel frattempo ha mantenuto una condotta penalmente irreprensibile sul suolo francese, pur di scongiurare l’applicazione della prescrizione.
Nella dottrina classica del diritto, il decorso del tempo faceva venire meno l’interesse punitivo dello Stato nei confronti del reo. Questo assunto traeva il suo fondamento penalistico dalla convinzione che fuori dal contesto sociale che lo aveva generato, il reato attenuava se non perdeva la sua portata lesiva dell’ordine sociale e politico infranto, perdeva la carica di allarme sociale in esso contenuta e il reo vedeva inevitabilmente modificarsi la sua personalità a distanza di trenta anni dai fatti. A questa concezione Caselli antepone la «punizione infinita», per altro strettamente limitata ai reati di natura politica e di contestazione sociale, secondo una visione etica dello Stato molto vicina ai presupposti culturali dell’attuale maggioranza di governo, a cui senza dubbio può dare molte lezioni.
Ai giudici francesi non è sfuggito questo atteggiamento generale della autorità politiche e giudiziarie italiane, nonché della grande stampa, tanto da aver ritenuto che il via libera alle estradizioni, a fronte dei ripetuti propositi meramente vendicativi enunciati e praticati da parte italiana, avrebbe comportato per gli estradandi un trattamento sproporzionato e iniquo, una violazione insanabile della vita familiare e privata acquista da molti decenni in Francia, infrangendo il percorso di recupero sociale realizzato.
A rendere ancora più furibondo Caselli è stato poi il richiamo al giusto processo, sancito dall’articolo 6 della Cedu. Norma finalizzata a garantire che la persona a rischio di estradizione non sia esposta, nello Stato richiedente, a un flagrante diniego di giustizia che può derivare, in particolare, dall’impossibilità di ottenere una nuova pronuncia giudiziaria sul merito dell’accusa nonostante la condanna sia stata pronunciata in sua assenza. Diverse richieste di estradizione riguardavano, infatti, persone processate e condannate in contumacia. Chi ha seguito tutte le udienze davanti alla corte di appello di Parigi sa bene che i giudici hanno ripetutamente chiesto chiarimenti e garanzie alla parte italiana affinché una volta riconsegnate, le persone condannate in contumacia potessero avere garantito il diritto a un nuovo processo. Per tutta risposta le autorità italiane hanno balbettato, tergiversato a lungo perché incapaci di fornire delle garanzie inesistenti nel nostro ordinamento processuale. Atteggiamento che ha definitivamente convinto la corte francese a rifiutare le domande di estradizione.
Per Caselli tutto ciò sarebbe solo una prova della supponenza d’Oltralpe e non una manifesta deficienza italiana, una incapacità a comprendere che la cultura della eccezione giudiziaria che ha dominato la fase repressiva della lotta armata non è sovrapponibile alle altre culture giuridiche europee a cui sfugge questa eterna riproposizione di logiche d’eccezione originate da contesti non più attuali, conclusi da oltre trent’anni.
Alla ricerca disperata di argomenti per puntellare le proprie tesi, Caselli ricorre ad un esempio surreale, il processo di Torino al nucleo storico delle Brigate rosse, definito un modello del rispetto dei diritti degli imputati. Oggi sappiamo che fu la federazione del Pci torinese a reclutare i giudici popolari di quel processo, come ha raccontato Giuliano Ferrara che quella operazione gestì in prima persona. Sono noti anche i rapporti stretti che Caselli teneva con la federazione torinese del partito comunista, in nome di quella concezione schierata e combattente del ruolo della magistratura che contrasta con la pretesa di dare lezioni morali al mondo, soprattutto se poi è la sua ex procura, in linea con le autorità di governo francesi (cosa c’entra la magistratura di Parigi che per altro nel dossier estradizioni non si è piegata ai diktat dell’Eliseo), a perseguire con uno zelo facinoroso quegli attivisti che sostengono i migranti alla frontiera tra i due paesi.

Il cronologo della lotta armata

Il libro di oggi – Davide Steccanella, Gli anni della lotta armata, cronologia di una rivoluzione mancata, Bietti Milano, 2022, (quarta edizione) 563 pp.

Davide Steccanella è un avvocato molto conosciuto a Milano, un carattere esuberante, interessi culturali molteplici per il cinema e la lirica, il romanzo manzoniano e il decennio Settanta che nel corso del tempo è divenuto una vorace passione di conoscenza. Di quel periodo ha letto tutto il possibile, visto ogni film e documentario, incontrato i protagonisti, gli ex militanti, finendo per difenderne alcuni, ma non solo. La sua professione lo ha portato a conoscere e misurarsi anche con chi era dall’altra parte, magistrati, esponenti delle forze di polizia e familiari delle persone colpite. Un percorso di conoscenza spinto dal bisogno di riempire un vuoto, un momento mancato negli anni della sua gioventù, quando figlio della buona borghesia e dai buoni studi passò accanto a quelle storie, sfiorandole come ha raccontato nel suo romanzo autobiografico, Gli sfiorati (Bietti, 2019).
Nel 2013 dava alle stampe la prima versione de Gli anni della lotta armata, cronologia di una rivoluzione mancata (Bietti), ridando lustro ad un genere letterario dimenticato, la cronaca. Diffuso nel medioevo, la cronica rappresentava una forma di racconto storico che si dipanava lungo la linea del tempo come il filo dal rocchetto, tracciandone in sequenza dei punti. Quei punti erano episodi, eventi, narrati senza approfondire troppo cause e effetti. Non possiamo dimenticare le cronache fiorentine del 300 che ci restituiscono il racconto del conflitto tra guelfi bianchi e neri, in una Firenze traversata dalla guerra civile, dallo scontro politico e sociale che opponeva i ceti borghesi e mercantili emergenti alle famiglie aristocratiche, da una parte i fautori dell’autonomia politica della città, dall’altra chi sosteneva il potere temporale del papato.
Dal quel 2013 è trascorso un decennio e il racconto è cresciuto. Sono uscite altre due edizioni, nel giugno 2013 e nel febbraio 2018, interpolate da un volume di storie di donne rivoluzionarie, Le indomabili (Paginauno 2017) e Milano e la violenza politica, la mappa della città e i luoghi della memoria (1962-1986) (Milieu 2020).
Alla fine del 2022 è apparsa la quarta edizione aggiornata. La cronaca iniziale, di cui Steccanella è divenuto negli anni un maestro, è lievitata: ha preso un’altra forma, grazie ad un paziente lavoro di studio e ricerca le voci sono state integrate e accresciute, il volume conta 573 pagine, si è arricchito delle ultime vicende. L’ultima sezione del volume riguarda gli anni che vanno dal 1990 al 2022, è in queste pagine che troviamo il lavoro più innovativo, quasi del tutto assente nella saggistica che affronta questi temi, dai lavori della commissione Moro 2 alle ultime inchieste giudiziarie che tengono ancora viva l’attenzione su quegli anni. La cronologia degli ultimi venti anni ci aiuta a comprendere quel passato che non passa, la patologica difficoltà di storicizzare, l’uso politico che ancora se ne fa. Il volume presenta un solido apparato di note da leggere con accurata attenzione per la mole imponente di informazioni che vi sono contenute e che fa di questo lavoro non solo un libro che restituisce l’affresco dell’epoca, ma anche un utile strumento per il ricercatore.

Strage di Bologna, ennesima bufala sulla pista palestinese, gli allarmi dell’Ucigos e del capo della polizia dell’11 luglio 1980 non erano attuali, risalivano a una nota della questura di Bologna del 4 marzo 1980


di Paolo Persichetti

Nel corso della inchiesta, che insieme a Paolo Morando abbiamo condotto sul contenuto del carteggio del capocentro Sismi a Beirut originato dalla vicenda dei lanciamissili sequestrati ad Ortona nel novembre 1979, abbiamo dimostrato che quell’episodio non poteva costituire in alcun modo il movente della strage di Bologna del 2 agosto 1980 e che dunque la cosiddetta «pista palestinese», che da quel fatto ha sempre tratto le proprie ragioni, restava priva di fondamenti documentali, logici e fattuali.

La svolta del 2 luglio 1980
Una analisi accurata e contestualizzata di quel carteggio, soprattutto senza omissioni, a differenza di quanto era accaduto fino a quel momento, ci ha permesso di dimostrare come fosse strettamente interconnesso con la vicenda processuale che era seguita all’arresto iniziale dei tre autonomi romani e del palestinese Abu Anze Saleh. Vicenda che aveva trovato un punto di svolta il 2 luglio 1980 con il rinvio del processo d’appello auspicato dal Fronte popolare per la liberazione della Palestina, proprietario dei sistemi d’arma inerti, e richiesto formalmente dalle difese di alcuni degli imputati. Dietro quel rinvio c’era un accordo tra Sismi, collegio di difesa e Fplp, sulla strategia procedurale da seguire per arrivare alla scadenza dei termini di custodia cautelare di Saleh e ottenere così la sua scarcerazione puntando anche sul ridimensionamento delle condanne emesse in primo grado contro tutti gli imputati.

Per i fautori della pista palestinese il rinvio del processo non aveva eliminato l’attualità della minaccia
Ci è stato obiettato che, in realtà, il rinvio del processo d’appello non aveva fatto venire meno l’attualità delle minacce del Fplp, rimasto scontento per il prolungamento della detenzione di Saleh.
Questa affermazione contrasta con alcuni evidenti dati di fatto: la difesa di Saleh non aveva presentato alcuna richiesta di libertà provvisoria in quei mesi, consapevole che non esistessero le condizioni per ottenere una risposta positiva. Per questo motivo il Fplp aveva chiesto inizialmente l’anticipazione del processo, contando su una scarcerazione in sentenza per insufficienza di prove del proprio uomo. Strategia che saltò per lo scandalo provocato dalla dichiarazioni di Peci sulle armi consegnate alle Br da forze palestinesi sulle coste libanesi. Rivelazioni che avevano consigliato alla difesa degli imputati, come al Sismi, di puntare su una proroga del giudizio, altrimenti ingestibile. Perché mai il rinvio del 2 luglio 80 non avrebbe dovuto soddisfare le richieste palestinesi, visto che era stata la difesa degli imputati ad aver svolto un ruolo importante per ottenere questo risultato?
Il sequestro di Ortona era stato causato dalla forte approssimazione organizzativa dei membri del “Fronte» che operavano in Italia. Saleh viene descritto da chi lo ha conosciuto come una figura distante da logiche di clandestinità e operatività militare. Coinvolgere i tre autonomi romani era stata una sua enorme leggerezza. Travolti dalla loro impetuosa generosità, i tre esponenti del collettivo del policlinico agirono senza una pianificazione, partendo a tarda serata dopo aver interrotto una riunione pubblica e dimenticando, uno di loro, persino i documenti per il viaggio. Fin da subito i palestinesi furono perfettamente consapevoli di questo vizio originario, dell’enorme guaio provocato da chi nelle loro fila aveva organizzato il trasferimento dei sistemi d’arma con il coinvolgimento dei tre autonomi a pochi mesi della retata del 7 aprile. A quel punto la vicenda non poteva più essere risolta nel silenzio, come in altre circostanze. Al contrario, l’affaire si era subito complicato a causa del forte impatto mediatico riservato alla vicenda e per l’interferenza della magistratura e dei nuclei speciali dei carabinieri che conducevano le indagini antiterrorismo. Il malumore palestinese partiva comunque da questa consapevolezza, come dal fatto che la giustizia d’emergenza aveva imposto il rito direttissimo e le condanne immediate.
Perché mai il rinvio del processo d’appello, con l’apertura di ampi margini di trattativa, avrebbe dovuto irritare il Fplp a tal punto da spingerlo a organizzare una ritorsione che avrebbe chiuso ogni prospettiva?

La lettera di Coronas e la nota di De Francisci dell’11 luglio 1980
Si è replicato che in un documento dell’11 luglio 1980, appena nove giorni dopo il rinvio del processo d’appello, il capo della polizia, prefetto Coronas, «prospettava esplicitamente, per iscritto, il pericolo di un’azione di rappresaglia dell’Fplp, dovuta all’esito sgradito del processo». La lettera di Coronas era diretta al questore di Bari che aveva competenza sul carcere speciale di Trani dove era rinchiuso Saleh. L’informativa sottolineava il rischio di un possibile tentativo di far evadere il palestinese dal carcere o colpire la struttura di massima sicurezza per ritorsione. La lettera di Coronas era parallela ad una analoga nota informativa di pari tenore inviata lo stesso giorno dal direttore dell’Ucigos, Gaspare De Francisci, al Sisde. Questi due documenti, secondo i fautori della pista palestinese, avrebbero giustificato l’attualità delle minacce del Fplp, nonostante il rinvio del processo d’appello, e dunque la prova di un legame con la strage alla stazione centrale di Bologna, avvenuta solo 22 giorni dopo.

La tesi dell’ex magistrato Priore, la bomba di Bologna confezionata per far saltare le mura del carcere speciale di Trani
L’ex giudice istruttore Rosario Priore sostenne addirittura che l’ordigno esploso a Bologna era, in realtà, diretto a Trani: «Nelle carte che abbiamo ottenuto dai servizi appaiono delle note in cui vengono allertati tutti i centri, e in particolare quello di Bari. […] Nella provincia di Bari c’era il carcere di Trani in cui era detenuto Saleh, il palestinese capo dei tre che portavano i missili a Ortona. Il carcere aveva muri di uno spessore eccezionale che non potevano essere abbattuti con esplosivo normale, ma con esplosivo in grado di creare varchi. […] C’è una informativa del capo della Polizia, dell’11 luglio 1980, inviata solo al questore di Bari, nella cui giurisdizione ricade il penitenziario tranese: si riferisce di “negative reazioni negli ambienti del Fplp” e non si esclude “una ritorsione nei confronti del nostro paese”. Questo documento potrebbe indurci a ritenere che nella zona ci fosse una persona che collaborasse con il servizio e riferisse notizie molto interessanti» (Corriere del mezzogiorno, 12 agosto 2016).

L’Ansa del maggio 2005, le veline di “Area” e l’interrogazione parlamentare del settembre successivo
ll 30 maggio del 2005 un dispaccio dell’agenzia Ansa rivelava l’esistenza dell’allarme contenuto nella nota del capo dell’Ucigos De Francisci dell’11 luglio 1980, nello stesso dispaccio si precisava che «l’allarme era arrivato da una fonte qualificata e fatta avere alla Questura di Bologna che l’8 marzo lo inviò al Ministero».
Il lancio d’agenzia del mese di maggio venne seguito da una inchiesta apparsa sulla rivista Area nella edizione di luglio/agosto 2005, realizzata da Gian Paolo Pelizzaro, consulente della commissione parlamentare d’inchiesta Mitrokin, «Strage di Bologna ecco la verità. I moventi, i mandanti, le ragioni del depistaggio» che ispirò un articolo di Gian Marco Chiocci apparso su Il Giornale del 16 luglio 2005: La «soffiata della fonte qualificata», presente nella lettera di Coronas come nell’informativa di De Francisci, «sigillata in doppia busta, era indirizzata al Sisde ma anche al questore di Bari» – scriveva Chiocci – «arrivava dalla questura del capoluogo emiliano (dove Saleh aveva vissuto a lungo) la quale l’aveva girata al Viminale l’8 marzo del 1980, a tre mesi dalla strage di Ustica, a cinque da quella alla stazione di Bologna».
Il dispaccio del maggio 2005 e l’inchiesta di Area dell’estate successiva erano confluiti in una interrogazione parlamentare scritta, presentata il 26 settembre del 2005, da un gruppo di 14 parlamentari, primo firmatario Fragalà, dove si chiedeva « se sia nota al Ministero l’identità della fonte delle informazioni riportate nell’appunto datato 8 marzo 1980, proveniente da Bologna e allegato alla citata segnalazione a firma del prefetto Gaspare De Francisci, direttore dell’Ucigos».

L’allarme dell’11 luglio risaliva al marzo precedente, ignorava la svolta del 2 luglio
La lettera di Coronas e l’appunto di De Francisci dell’11 luglio 1980 erano dunque stati originati da un appunto della questura di Bologna dell’8 marzo precedente, circa un mese prima del secondo flusso informativo proveniente da Beirut, dove si riferiscono ampiamente gli aspetti della prima crisi con l’Fplp, che ha inizio il 24 aprile e termina il 2 luglio 80. Poco importa a questo punto l’origine geografica della fonte, se fosse un esponente del Fplp che a Bologna riportava la posizione della propria organizzazione, relativa alle reazioni del gennaio precedente dopo il giudizio per direttissima e le condanne, oppure se si trattasse di un eco dei cablo di Giovannone, determinante invece è la collocazione temporale della informazione, di quattro mesi precedente la soluzione della crisi del 2 luglio.
Detto con più chiarezza, gli allarmi di Coronas e De Francisci si fondavano su una informazione non più attuale, largamente superata dai successivi appunti del Sismi, in particolare da quello del 2 luglio. La minaccia ventilata non era dunque più fondata e il nesso di quelle carte con la strage di Bologna inesistente.

Rapimento Moro, quei complottisti a caccia di fantasmi…

Via Gradoli, al posto di Moro un paio di stivali con il dna della brigatista Faranda e dentro la 128 bianca con targa diplomatica, che bloccò in via Fani il convoglio dello statista, il dna del proprietario. Daniele Zaccaria riprende su il Dubbio le ultime novità presenti nel volume La polizia della storia, Derviveapprodi, maggio 2021, sulla sesta inchiesta aperta dalla procura romana sul rapimento e l’uccisione del leader democristiano da parte delle Brigate rosse.


Daniele Zaccaria, Il Dubbio 19 marzo, 2023

Sono passati quarantacinque anni esatti dal sequestro di Aldo Moro e dalla strage della sua scorta, ma i dietrologi e gli illusionisti di ogni risma non riescono proprio ad accettare il fatto che a rapire e a uccidere il presidente della Democrazia cristiana furono le Brigate rosse e nessun altro. A quasi mezzo secolo di distanza da quei tragici eventi continuano infatti ad evocare cospirazioni, manipolazioni, regie occulte, disturbati dal pensiero che un piccolo manipolo di operai e studenti di bassa estrazione sociale abbia tenuto sotto scacco lo Stato e i suoi apparati per così tanto tempo. La chiamavano “geometrica potenza” delle Br una bella suggestione letteraria, in altri termini il nome che lo Stato aveva dato alla sua incapacità di comprendere e contrastare il fenomeno brigatista, ma quell’immagine di efficienza militare attribuita dalla politica e dal circo mediatico all’organizzazione comunista armata ha alimentato con enorme successo il filone del complottismo.

Un flusso di opinione qualunquista e gelatinoso alimenta la dietrologia
Non stiamo parlando solamente del flusso di opinione qualunquista e gelatinoso che scorre sui social, dei discorsi da bar o delle ossessioni degli “specialisti” della congiura come Sergio Flamigni o Paolo Cucchiarelli che su questi giochetti di ombre cinesi agitate attorno all’affaire Moro hanno costruito una discreta carriera.
La caccia ai fantasmi di via Fani è purtroppo uno sport ancora in voga anche ai più alti livelli politici e istituzionali. Illuminante in tal senso è stato il lavoro della Commissione Moro II con la sua fissazione di voler scovare a tutti i costi il Dna di individui estranei alle Br sul luogo dell’attentato per suffragare l’ipotesi di complotto.
Come nel plot twist di un film hollywoodiano i commissari di Palazzo San Macuto speravano di far emergere verità scottanti e inconfessabili, magari illuminando la longa manus dei servizi segreti, o addirittura quella delle centrali di intelligence straniere: la Cia, il Kgb, e persino gli israeliani del Mossad come sostenne l’ex Pubblico Ministero di Genova Luigi Carli in una memorabile audizione davanti alla Commissione.
Un fronte di indagine, quello genetico, affidato al Reparto investigazioni speciali dei carabinieri, il celebre Ris, che ha messo a confronto le tracce biologiche rinvenute in via Fani con quelle presenti nel covo brigatista di via Gradoli 96. Le analisi però non confermano nessun sospetto evocato dalla Commissione, al contrario denudano diverse fake news che negli anni hanno tentato di smontare senza successo la “versione ufficiale”.

Via Gradoli, al posto di Moro un paio di stivali con il dna della Faranda
In primo luogo nel covo non è stato ritrovato nessun frammento del Dna di Moro ( i quattro profili genetici isolati dal Ris, due maschili e due femminili, non coincidevano con quelli prelevati ai familiari dello statista Dc), il che smentisce chi afferma che il leader democristiano fosse stato imprigionato o comunque avesse transitato anche per via Gradoli: in tutti i 55 giorni del sequestro rimase nella “prigione del popolo” di via Montalcini come hanno sempre affermato i brigatisti coinvolti.
Inoltre nei reperti di via Gradoli emerge una «compatibilità biologica» con il l Dna della brigatista Adriana Faranda, un’altra conferma di quanto sostenuto dai protagonisti: nella base avevano vissuto infatti tre coppie, Carla Maria Brioschi e Franco Bonisoli, Adriana Faranda e Valerio Morucci, Barbara Balzerani e Mario Moretti, questi ultimi proprio durante i giorni del rapimento dopo che l’appartamento di Piazzale Vittorio Poggi in cui vivevano si era “bruciato”. Anche l’inseguimento dei “tabagisti” sulla scena del delitto si è rivelato un flop: le analisi dei 39 mozziconi ritrovati nella Fiat 128 targata corpo diplomatico utilizzata in via Fani per bloccare le automobili di Moro e della sua scorta isolano infatti le tracce genetiche di Nando Miconi, il proprietario del mezzo rubato, su alcuni mozziconi ci sono invece le tracce miste di Miconi e di un ignoto, con ogni probabilità un suo amico o conoscente. Sono soltanto dieci i mozziconi riconducibili a sei ignoti, ma poiché nessuno ha mai visto uscire sei persone dalla Fiat 128 la mattina del 16 marzo 1978, con tutta evidenza le tracce sui mozziconi appartenevano anch’esse a conoscenti del proprietario.
Nel 2021 il fascicolo sui tabagisti viene ereditato dalla procura di Roma la quale convoca quei brigatisti che inizialmente si erano rifiutati di fornire alla Commissione i loro profili genetici. Un accanimento che secondo Enrico Triaca, il “tipografo” delle Br «è un tentativo di distrarre l’attenzione dalle vere verità come le torture». Arrestato il 17 maggio del 1978, otto giorni dopo la morte di moro, Triaca venne in effetti torturato dal funzionario di polizia Nicola Ciocia, il cosiddetto “professor De Tormentis” che lo sottopose al waterboarding, la stessa tecnica utilizzata dalla Cia per far parlare i sospetti jihadisti e proibita da qualsiasi convenzione internazionale.
Convocazioni pittoresche quelle della procura romana, basti pensare a Corrado Alunni, fuoriuscito dalle Br addirittura nel 1974 o a Giovanni Senzani che non è mai stato un fumatore. In tutto furono una dozzina abbondante gli ex Br convocati, la maggior parte condannati in via definitiva per il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro.
Cercando di comprendere l’utilità di simili test, siamo ancora in attesa degli esiti dei nuovi accertamenti genetici visto che l’inchiesta della procura è ancora in corso.
Un altro brutto autogol della Commissione riguarda il testimone Alessandro Marini: nessuno aveva sparato contro di lui in via Fani e il parabrezza del suo motorino Boxer Piaggio si era rotto a causa di una caduta dal cavalletto avvenuta nei giorni precedenti.
Peraltro, e questo particolare la dice lunga su quanto il furore cospirazionista flirti con il cinismo, il presidente della Commissione Fioroni non hai mai contattato la procura perché avviasse la revisione delle condanne per il tentato omicidio di Marini, tentato omicidio che logicamente non è mai avvenuto.

«Vicenda Giovannone Olp», l’analisi cronologica del carteggio. Fine del teorema e di strumentalizzazioni durate anni – Terza puntata/fine

Termina con questo intervento l’analisi dei trentadue documenti del carteggio Sismi-Olp-Fplp nei quali si affronta la vicenda dei lanciamissili sequestrati a Ortona nel novembre del 1979 e desecretati nei mesi scorsi. Potete trovare qui e qui le due puntate precedenti.

di Paolo Morando e Paolo Persichetti

Il convegno del 1° agosto 2020 alla Camera dei deputati, tra i partecipanti i parlamentari di centrodestra Mollicone, Frassinetti, Gasparri, Giovanardi, l’ex deputato Raisi (collegato dalla Spagna), la tesoriera di Nessuno Tocchi Caino Zamparutti e l’avvocato Cutonilli

Il carteggio «Giovannone Olp», come recita il titolo della copertina che lo raccoglie, è costituito da tredici cablogrammi, dodici dei quali provenienti dal capocentro Sismi di Beirut (fino al novembre 1981 si trattava del colonnello Stefano Giovannone, poi sostituito) ed uno inviato in direzione inversa dal centro Sismi di Roma al capocentro di Beirut. Inoltre, diciassette appunti, una minuta e una lettera. In linea generale gli appunti sono sintesi dei cablogrammi pervenuti in precedenza, otto di questi hanno finalità interna: sono diretti al direttore del Servizio, a superiori gerarchici o altre Divisioni del Servizio stesso. Significativi sono i tre appunti redatti per il nuovo direttore del Sismi, generale Ninetto Lugaresi, nel gennaio e febbraio 1982, nei quali si porta a conoscenza del nuovo direttore, riassumendola, la vicenda di Ortona, la spinosa trattativa che ne era seguita, la soluzione individuata e gli ultimi aspetti del contenzioso ancora aperti (risarcimento dei due lanciamissili sequestrati). I restanti nove appunti sono redatti per essere inviati al capo del governo, ai vari ministri interessati (Difesa, Giustizia, Esteri), talvolta al sottosegretario alla presidenza del consiglio che aveva delega sui Servizi e, circostanza importante, al Cesis, l’organo di coordinamento dei Servizi che a sua volta diramava gli stessi appunti al Servizio interno, il Sisde, ai vertici della polizia, all’Ucigos e agli altri organi di polizia interessati, come i carabinieri che avevano anche un loro canale attraverso il ministero della Difesa. Come vedremo meglio più avanti, conoscere i percorsi del flusso informativo consente di interpretare correttamente anche l’origine di informazioni riprese in documenti prodotti dagli organi di polizia dello Stato.
Stando alle testimonianze riportate da diversi membri della commissione Moro 2, che nel 2016 ebbero la possibilità di visionare il carteggio completo prodotto dal capocentro di Beirut, sottoposto all’epoca al livello più elevato di segretezza, l’intero fondo sarebbe costituito da circa 250 documenti che prenderebbero avvio dai primi anni ’70. I 32 documenti del carteggio, che coprono poco meno di un triennio, dal 15 novembre 1979 al 19 agosto 1982, appartengono ad un fascicolo «acquisito in copia dalla procura della repubblica di Roma – (strage di Ustica)». In sostanza, i 32 documenti sono stati così estrapolati per essere inviati alla magistratura romana.

Il nostro metodo di analisi
L’esame del carteggio consente di individuare cinque cicli nei quali si concentra il flusso di informazioni provenienti dal capocentro di Beirut, la produzione di appunti e un testo finale di valenza strategica. Questi cicli sono interpolati da latenze, periodi di silenzio che non lasciano traccia nel fascicolo di produzione documentale. Le latenze oscillano da un minimo di silenzio di poco meno di tre mesi ad un massimo di sette. La latenza più lunga è quella che va dal 14 ottobre 1980 al 22 maggio 1981, la più breve è quella dell’estate ’80, che va dal 2 luglio al 26 settembre successivo. Per comprendere la logica che stava dietro l’alternarsi dei flussi informativi e dei periodi di silenzio, è sufficiente sovrapporre la sequenza cronologica della documentazione presente nel fascicolo con quella della vicenda processuale sui lanciamissili di Ortona. Le due sequenze combaciano, vi è connessione intrinseca tra i due momenti e dunque un senso logico.

Primo flusso informativo
Il primo ciclo informativo che va dal 15 novembre al 17 dicembre 1979, costituito da sette cablogrammi e un appunto, riguarda quella che abbiamo definito “l’inchiesta”. In questa fase, come abbiamo già spiegato nelle precedenti puntate, il compito di Giovannone era quello di comprendere la dinamica dei fatti e capire se i lanciamissili entravano o uscivano dal territorio nazionale. In sostanza, se vi era stata violazione degli impegni presi nel 1973. Non ritorniamo su questo aspetto già abbondantemente affrontato. Accertato che i lanciamissili transitavano per raggiungere le coste libanesi, non vi era stata violazione della neutralità pattuita del territorio italiano bensì una interpretazione estensiva dell’accordo. Sul punto dei transiti, questione evocata nei documenti dell’82, si aprirà una trattativa specifica con l’intenzione da parte del Sismi di mettervi fine. Questo primo ciclo informativo termina il giorno dell’apertura del processo per direttissima a Chieti.

Secondo flusso informativo
Dopo un periodo di silenzio di 4 mesi si avvia il secondo flusso informativo con otto documenti che hanno inizio il 24 aprile 1980 e si chiude il 2 luglio successivo. È il momento della prima crisi, con un crescendo che arriva al cablo del 24 giugno e all’exit strategy del 2 luglio. È significativo che in questa fase si ha un solo cablogramma, quello del 24 giugno, il resto della documentazione è costituito da appunti e una minuta di trasmissione, in cui si informano governo, ministeri competenti, Cesis e ovviamente le gerarchie del Sismi stesso. È una fase molto complessa e confusa di fibrillazione dei rapporti tra le parti, di accavallarsi di notizie, dove il Fplp oscilla nelle sue rivendicazioni che vengono via via corrette dal collegio di difesa degli imputati. Slittano gli ultimatum, mentre fatti di cronaca italiani (le dichiarazioni del pentito delle Br Patrizio Peci) interferiscono sulla vicenda avvelenando il clima. Emerge alla fine l’opportunità di rinviare il processo d’appello. La presenza di numerosi appunti mostra che vi è una fase di intensa elaborazione da parte del Sismi e di attivazione del governo per trovare una soluzione. Sappiamo dalle precedenti puntate che il processo inizialmente previsto a settembre era stato improvvisamente anticipato a luglio, circostanza che acutizza in giugno la crisi, risolta con un intenso attivismo di Giovannone stesso che, su mandato del direttore del Sismi, interviene preso il capo di gabinetto del ministero della giustizia affinché la corte d’appello di L’Aquila rinvii il processo. Le pressioni giungono a buon fine la mattina del 2 luglio, quando giunge notizia del rinvio, come riporta l’appunto del giorno stesso dove si riferiscono in dettaglio tutte queste attività.

Terzo flusso informativo
Dopo un periodo di silenzio di poco meno di tre mesi, ovvero l’intero periodo feriale estivo, inizia una fase interlocutoria testimoniata da due documenti, una lettera al Cesis di settembre e un cablo di ottobre nei quali si riferiscono la ripresa dei contatti con il Fplp, la richiesta da parte di questi della nuova data del processo e la formulazione di precise rivendicazioni (riduzione delle condanne, scarcerazione per Saleh). Nel frattempo era intervenuto il secondo rinvio processuale. Siamo in una fase in cui la strategia per trovare una soluzione è consolidata e condivisa dalle parti. Si tratta di arrivare alla scadenza dei termini di custodia cautelare per il palestinese Saleh. Le difese dei tre autonomi infatti fanno continua richiesta di rinvio, a cui la difesa del palestinese però non si associa. Questo farà sì che per la legge il prolungamento dei termini di custodia cautelare non scatterà nei suoi confronti.

Quarto flusso informativo
Segue così il periodo di latenza più lungo, sette mesi, giustificato dal fatto che bisognava attendere solo la scadenza dei termini di custodia di Saleh per presentare la domanda di scarcerazione. Dieci documenti vengono prodotti in questa fase, dal 22 maggio al 14 luglio 1981. Si alternano cablo e appunti diretti a governo, ministri competenti e Cesis. L’11 maggio 1981 l’avvocato Zappacosta deposita la richiesta. Il 22 maggio giunge il primo cablo di Giovannone che riporta le pressanti pressioni del Fplp affinché la richiesta venga accolta. Il 25 maggio il procuratore generale si oppone e due giorni dopo i giudici di L’Aquila respingono la richiesta con una interpretazione giuridica che estende il prolungamento dei termini della custodia cautelare anche a Saleh, nonostante questi non avesse mai richiesto i rinvii delle udienze. L’Fplp non la prende bene, si apre cosi la seconda crisi testimoniata nei cablo e appunti del 4, 15 e 16 giugno 1981 nei quali si segnala la forte irritazione di parte palestinese e un passaggio decisivo nel quale si afferma di «non doversi fare più affidamento alla sospensione delle attività terroristiche in Italia o contro interessi italiani», che evidentemente era stata mantenuta fino a quel momento, altrimenti non vi sarebbe stata necessità di promuovere una minaccia simile. Passaggio che chiarisce l’estraneità del Fplp nella strage del 2 agosto 1980. Nel frattempo in giugno era intervenuto l’ennesimo rinvio del processo d’appello e la crisi trova soluzione come abbiamo visto nelle puntate precedenti. La difesa presenta ricorso in cassazione, il governo interviene ancora una volta con un’azione di moral suasion, il 23 giugno il centro Sismi di Roma fornisce assicurazioni al capocentro di Beirut che la vicenda verrà risolta favorevolmente in tempi brevi e chiede assicurazioni sulla rinuncia alla minacce, che arriva il 13 luglio con ultimatum rinviato a metà settembre. L’8 agosto la sezione feriale della cassazione accoglie il ricorso della difesa con rinvio alla corte d’appello che il 14 agosto scarcera Saleh.

Quinto flusso informativo
Dopo un silenzio di cinque mesi assistiamo all’ultimo flusso informativo che prende avvio in coincidenza con l’apertura del processo di appello nel gennaio 1982, che si conclude con una riduzione delle condanne come aveva richiesto l’Fplp. Si tratta di tre appunti, il primo del 13 gennaio 1982 è un riepilogo dai fatti inviato al nuovo capo del Sismi. I successivi del 19 gennaio e del 28 febbraio affrontano la ripresa dei contatti con i vertici dell’Olp e del Fplp, la discussione porta su temi generali e nello specifico sull’ultimo aspetto rimasto in sospeso, ovvero la richiesta di risarcimento dei lanciamissili. Dagli appunti si ricavano due informazioni importanti: in passato il sottosegretario alla presidenza del consiglio Mazzola aveva dato indicazioni affinché il Sismi prevedesse al risarcimento con i propri fondi. Successivamente il capo del Sismi Santovito aveva proposto una soluzione umanitaria al contenzioso, proponendo 4 ambulanze. La questione veniva risolta grazie all’arresto di un altro membro del Fplp catturato in gennaio a Fiumicino mentre transitava con degli inneschi elettrici. La scarcerazione e l’espulsione del militante viene offerta in cambio della cessazione dei transiti e l’annullamento del risarcimento sui missili.

Trentaduesimo documento
Dopo un silenzio di sei mesi troviamo nel carteggio l’ultimo documento, si tratta di un appunto a firma del nuovo capo del Sismi, Lugaresi. Il testo ha una valenza strategica decisiva. Il nuovo capo del Sismi propone al Cesis di creare un tavolo di coordinamento permanente per i rapporti con l’Olp. Il documento interviene nel pieno dell’offensiva israeliana nel Libano, l’occupazione di Beirut, la cacciata dell’Olp da quella città, le stragi nei campi di Sabra e Chatila. Nel testo si fanno delle affermazioni significative sulla storia del cosiddetto Lodo Moro, ovvero che questo non prevedeva nella sua forma originale i transiti di armi sul territorio italiano ma solo la «neutralizzazione» del territorio e degli interessi italiani all’estero. Si tratta della prima traccia documentale che dettaglia uno dei requisiti specifici del patto informale stabilito nel 1973.

Indiscrezioni parziali e deformate
Nell’estate del 2019, nei giorni della ricorrenza della strage, era partito il tam tam mediatico del centrodestra sulle presunte conferme delle responsabilità palestinesi contenute nelle carte di Giovannone. Avvenne quando qualcuno si accorse che un paio delle informative di Giovannone, quelle del 24 aprile e del 12 maggio 1980, erano già state svelate. Il ricercatore Giacomo Pacini, consultando i faldoni digitalizzati delle inchieste sulla strage di Piazza della Loggia a Brescia, si era infatti imbattuto già anni prima in quei due documenti, finiti lì chissà perché, dunque di fatto consultabili e divulgabili. E li aveva citati in un proprio saggio, Il lodo Moro. L’Italia e la politica mediterranea. Appunti per una storia, confluito nel libro Aldo Moro e l’intelligence, pubblicato nel 2018 da Rubettino. Il volume conteneva gli atti dell’omonimo convegno svoltosi ancora un anno prima, all’Università della Calabria, a cui aveva partecipato anche Pacini (sebbene a distanza), che già in quell’occasione ne aveva parlato brevemente. La notizia del saggio di Pacini con i due cablo di Giovannone fu battuta dall’AdnKronos, che parlò anche di una conferenza stampa tenuta l’1 agosto alla Camera, alla quale avevano partecipato i parlamentari di centrodestra Mollicone, Frassinetti, Gasparri, Giovanardi, l’ex deputato Raisi (collegato dalla Spagna), la tesoriera di Nessuno Tocchi Caino (dove lavorano Mambro e Fioravanti) Zamparutti e l’avvocato Valerio Cutonilli. Era stato quest’ultimo a parlare di Pacini e del suo lavoro, mentre Giovanardi aveva distribuito alla stampa i propri appunti su quelle carte che aveva avuto modo di vedere nell’ambito della commissione Moro 2 della precedente legislatura: una scaletta di date e contenuti dei cablogrammi di Giovannone che, parole di Giovanardi, facevano «rizzare i capelli». Era stata data anche lettura di dichiarazioni di Gero Grassi, del Pd, per il quale quelle carte davano «una lettura della strage di Bologna completamente diversa da quella processuale». Mentre Gasparri, che ne auspicava una desecretazione da parte dell’allora presidente del Consiglio Conte, si spinse a ipotizzare un atto di «disobbedienza» per sconfiggere «l’omertà» che circondava quei documenti. C’era anche Adolfo Urso, allora presidente del Copasir, che aveva ricordato a Giovanardi che non avrebbe potuto né prendere appunti né rivelare nulla di quei documenti. Un rimbrotto però espresso nel più gioviale dei modi.

I documenti trapelati già smentivano la pista palestinese
Da quel momento in poi, i cablogrammi di Giovannone da Beirut sono stati costantemente indicati come il “Sacro Graal” che conteneva la verità sulla strage di Bologna. E la loro mancata desecretazione da parte del governo la dimostrazione di una verità che non andava svelata. Nell’ambito del processo Cavallini, conclusosi a inizio 2020, la difesa dell’ex Nar chiese formalmente di poterli consultare, ma senza risultato. Si trattava comunque di un segreto di Pulcinella, visto che gli appunti di Giovanardi finirono addirittura in un libro, a cura del condirettore del Resto del Carlino Beppe Boni, che dava conto nel dettaglio dei vari cablogrammi. Ma pure lì il resoconto si arrestava al giugno del 1980: circostanza curiosa, visto che i commissari avevano invece potuto consultarli tutti, anche oltre quella data. Se ne ricavò quindi l’impressione che da quel momento in poi vi fosse un totale vuoto informativo, che giustifica dunque i peggiori sospetti. Eppure, già nel luglio 2020 era stato pubblicato (sostanzialmente inosservato) l’appunto del Sismi datato 4 giugno, che al solito riepilogava precedenti informative di Giovannone: un documento di rilievo, visto che undici giorni dopo venne inviato dal Sismi al Presidente del Consiglio, ai ministri dell’Interno e della Giustizia, al Cesis. La pubblicazione avvenne su Reggio Report, testata online. Si trattava di un ampio servizio riepilogativo intitolato “Diario della strage di Bologna dai documenti del Sismi”, a cura di Gian Paolo Pelizzaro e Gabriele Paradisi, da sempre assertori della pista palestinese, fin dalla sua prima elaborazione nel 2006 nell’ambito dei lavori della Commissione Mitrokhin (dunque una decina di anni prima della questione Giovannone), in un documento elaborato dal magistrato palermitano Lorenzo Matassa e dallo stesso Pelizzaro, in veste di consulenti. Pista palestinese, va detto, che la Procura di Bologna a luglio 2014 chiese di archiviare, richiesta che a febbraio 2015 il gip accolse. Quell’appunto del giugno 1981 passò inosservato (nel senso che nessuno lo agitò come prova di chissà che) proprio perché il capocentro del Sismi attestava che, a quella data, non si doveva fare «più affidamento sulla sospensione delle operazioni terroristiche in Italia e contro interessi e cittadini italiani, decisa dal Fplp nel 1973». Sospensione che dunque continuava a reggere, nonostante il tira e molla sulla questione Ortona legato al rinvio della scarcerazione di Saleh. E quella sospensione dimostrava che le minacce annunciate non si erano mai concretizzate. Mentre dalla strage di Bologna era ormai passato quasi un anno. Una prova dunque contro la tesi di un legame tra la vicenda dei missili e la strage alla stazione.

«Estrapolare solo quello che fa comodo», crolla la lettura selettiva dei documenti portata avanti dalla destra
Da quell’estate del 2019, numerosi tra studiosi e politici hanno continuato a chiedere la desecretazione dei cablo di Giovannone, fino ad oggi. Senza accorgersi che nel frattempo quelle carte sono diventate di libera consultazione. E nessuno di loro ha preso sul serio Paolo Bolognesi, il presidente dell’Associazione tra i familiari delle vittime della strage di Bologna, che già lo scorso 22 luglio fu il primo a parlarne: «Doveva esserci la verità completa sulla cosiddetta pista palestinese, ma non c’è niente». Non lo presero sul serio Raisi e l’avvocato Alessandro Pellegrini, legale di Gilberto Cavallini (ex Nar condannato nel 2020 in primo grado all’ergastolo per la strage): il primo in particolare sostenne che Bolognesi «mente sapendo di mentire» e che «i documenti veri, quelli che hanno visto Gero Grassi del Pd e Carlo Giovanardi, riguardano il carteggio del colonnello Giovannone che l’ex premier Conte volle “risecretare”, con Pellegrini a chiosare affermando che nel carteggio “segretissimo” «ci sono gli allarmi che Giovannone faceva rimbalzare a Roma su voci acclarate di imminenti attività terroristiche per questioni legale al Lodo Moro». «Atti del 1980, dai missili Strela alla strage alla stazione», incalzava Raisi, secondo il quale le carte a cui faceva riferimento Bolognesi riguardavano Ustica e non Bologna. Una sicurezza, la sua, come si vede del tutto infondata. Perché oggi all’Archivio Centrale dello Stato sono consultabili proprio i cablo “dai missili Strela alla strage” (citando Raisi, benché di Bologna mai vi si parli), con in più lo svolgersi della seconda parte della trattativa dopo il rinvio del processo d’appello concordato tra Italia e palestinesi. Oggi più commissari della “Moro 2” spiegano di aver visionato tutti i 250 documenti relativi alla vicenda Giovannone-Olp. E che i 32 versati all’Archivio centrale dello Stato ne costituiscono il fulcro. Sono anche più del previsto, visto che nella relazione del Comitato consultivo citata nella seconda puntata si parla di «documenti relativi al carteggio tra l’Ambasciata italiana a Beirut ed il nostro governo dal 7 novembre del 1979, data del sequestro dei missili ad Ortona ad un gruppo di autonomi e Palestinesi provenienti da Bologna, sino al mattino del 27 giugno 1980, giorno dell’esplosione del DC9 Itavia nel cielo di Ustica». Mentre quelli desecretati da Draghi arrivano all’agosto 1982. Nel frattempo ha battuto un colpo anche Giovanardi. Lo ha fatto lo scorso ottobre, scrivendo a “Il Dubbio”: “liberato” dalla desecretazione, poteva finalmente riportare quanto aveva annotato nel 2016, «per comprendere l’importanza di questi documenti». Ma ancora una volta si è fermato al cablo del 27 giugno 1980.
Quando le carte di Giovannone, ormai quasi quattro anni fa, diventarono ingrediente prelibato della polemica sulla strage di Bologna, disse la sua anche Giorgia Meloni, allora presidente solo di Fratelli d’Italia. E sostenne che «la rivelazione dei documenti del Sismi di Beirut relativi all’estate del 1980 confermano la necessità e l’urgenza della desecretazione dei documenti relativi alla strage di Bologna e al “Lodo Moro”». Lo scorso 2 agosto, ancora a capo solo del suo partito, affermò invece che «gli 85 morti e gli oltre 200 feriti meritano giustizia, per questo continueremo a chiederla insieme alla verità». Neppure lei s’era accorta che Draghi aveva già decretato il dossier. Ora si sa che nulla contiene in relazione alla strage di Bologna. Non resta che aspettare il prossimo 2 agosto.

Smentite alla cieca che non smentiscono
Quest’ultima parte della puntata (una sorta di “addendum”) è un doveroso compendio delle prese di posizione da parte di chi da anni si occupa della vicenda, registrate su alcuni social. Sono soprattutto relative all’articolo pubblicato sabato 11 marzo dal Domani, sintesi dell’intera inchiesta sviluppata su questo blog. Non sono state molte, ma sono comunque a senso unico: il che è ovvio, provenendo tutte dall’eterogeneo fronte che chiedeva la desecretazione dei documenti sostenendo che in quelle carte stava la verità sulla strage di Bologna. Il giornalista Andrea Colombo, il primo a intervenire sul proprio profilo, ha avanzato in particolare dubbi sulla credibilità di Giovannone: circostanza – lo capite – oltremodo singolare, visto che per anni sulle sue carte (senza conoscerle) si è fatto totale affidamento. La ricercatrice Giordana Terracina, che ha visionato i documenti all’Archivio Centrale dello Stato, ha invece lamentato la mancata citazione integrale del titolo riportato sul frontespizio del fascicolo, senza nulla dire però del suo contenuto analizzato nella nostra inchiesta.
Per l’avvocato Valerio Cutonilli, invece, l’appunto del 2 luglio 1980, non avrebbe affatto chiuso la crisi con l’Fplp poiché in un documento dell’11 luglio successivo, appena nove giorni dopo il rinvio del processo d’appello, il capo della polizia, prefetto Coronas, «prospettava esplicitamente, per iscritto, il pericolo di un’azione di rappresaglia dell’Fplp, dovuta all’esito sgradito del processo». La lettera di Coronas era diretta al questore di Bari che aveva competenza sul carcere speciale di Trani dove si trovava rinchiuso Saleh. Si trattava di una informativa che sottolineava il rischio di un possibile tentativo di far evadere il palestinese dal carcere. Abbiamo già spiegato in precedenza che le informazioni di Coronas risalgono agli appunti del Sismi inviati al Cesis nei mesi precedenti, superate dalla soluzione del 2 luglio di cui non era a conoscenza, proprio poiché gestita riservatamente dal Sismi (era in ballo un segreto di Stato, ovvero il lodo Moro). Analogo discorso vale per la nota informativa di pari tenore inviata lo stesso giorno dal direttore dell’Ucigos, Gaspare De Francisci.
Infine Vladimiro Satta, documentarista del Senato, ha lamentato il fatto che il direttore del Sismi Giuseppe Santovito, ascoltato il primo luglio 1980 dalla Commissione Moro 1, avesse riferito della irritazione del Fplp senza altro aggiungere sulle attività riservate del suo Servizio per appianare la crisi. E non lo avesse fatto nemmeno nelle risposte ai quesiti aggiuntivi inviati alla stesa commissione il 7 ottobre successivo dove si era soffermato sui «collegamenti operativi tra le varie organizzazioni terroristiche» e «sul commercio di armi e sul mercato clandestino». Santovito, secondo Satta, «avrebbe ben potuto e anzi dovuto informare i parlamentari che i problemi con lo Fplp da lui evocati il 1° luglio e riguardanti i suddetti due temi erano stati ormai risolti, se la tesi di Morando e Persichetti fosse corrispondente al vero». Il silenzio di Santovito, dunque, dimostrerebbe la fallacia della nostra analisi. Sembra che Satta ignori cosa sia un servizio segreto e come funzioni. Intanto era il 1° luglio e la crisi si era risolta solo il giorno successivo, eppoi Santovito avrebbe potuto spifferare ad una commissione parlamentare una delicatissima attività di intercessione che aveva come presupposto per il suo successo proprio la riservatezza, afferente la sfera della ragion di Stato? L’obiezione è a dir poco puerile.
La seconda notazione di Satta è particolarmente curiosa. Ricorda infatti che l’archiviazione da parte della magistratura di Bologna dell’inchiesta sulla cosiddetta pista palestinese fu motivata in maniera «problematica» e «criticabile», cioè sostenendo l’inesistenza del lodo Moro invece dell’argomentazione legata alla vicenda processuale di Ortona. «Strano, non vi sembra?», conclude. Come a dire: se non se ne sono accorti quei magistrati… Ma si tratta degli stessi magistrati le cui conclusioni sono da anni contestate dallo stesso Satta, per il quale avrebbero invece ragione giornalisti e ricercatori che da anni citano carte a loro ignote. Quelli che le hanno finalmente lette, invece, a Satta non vanno bene.
3 / fine