Mammagialla uccide ancora: a Fallico è “scoppiato” il cuore

I primi risultati dell’autopsia dimostrano che c’è stata omissione di soccorso. Aperta inchiesta per omicidio colposo

Paolo Persichetti,
Liberazione 25 Maggio 2011

Indagini per omicidio colposo«Aveva il cuore spaccato». Circostanza compatibile con un infarto e una emorragia in corso da alcuni giorni, secondo quanto affermato all’avvocato, Caterina Calia, dal consulente nominato dalla famiglia.
E’ morto così Luigi Fallico, “Gigi il corniciaio”, personaggio conosciuto nel popolare quartiere romano di Casal Bruciato, dove aveva la sua bottega che secondo la digos sarebbe stata la base operativa di un progetto di rilancio della sigla Brigate rosse. Una proiezione investigativa che l’aveva portato in carcere nel giugno di due anni fa, insieme ad altre quattro persone. Sono stati proprio loro, vicini di cella, ad accorgersi lunedì mattina che qualcosa non andava ed a prestare i primi soccorsi nel repartino As 2, ricavato al quarto piano del reparto D2 del carcere Mammagialla di Viterbo. Il medico è arrivato solo dopo un quarto d’ora per constatare la morte avvenuta da almeno 3-4 ore.
Prima di coricarsi aveva detto ai suoi compagni di non sentirsi bene, «mi sembra di avere la febbre». Per questo aveva anche chiamato l’infermiere. Il 19 maggio scorso, durante l’udienza del processo nell’aula bunker di Rebibbia, aveva raccontato al suo legale del grave malore subito il giorno precedente. Un «dolore fortissimo» che gli aveva lacerato il petto. In infermeria gli avevano riscontrato un picco di pressione arteriosa a 190, ma invece di portarlo in ospedale per accertamenti urgenti (all’ospedale Belcolle esiste un reparto per detenuti) l’hanno rimandato in cella con un diuretico e una tachipirina. Accertamenti più approfonditi erano stati fissati per martedì (ieri, ndr). Indifferente, disattenta fino allo spregio della vita di chi è detenuto: questa è la burocrazia carceraria, con in più il contesto pesante che da sempre segna la vita carceraria in una struttura come quella del Mammagialla e le restrizioni aggiuntive che gravano sui regimi di detenzione differenziata speciale As 2 (ex Eiv), come quello previsto per i detenuti politici. La salute di Fallico era precaria, negli ultimi tempi aveva subito un intervento alle corde vocali e soffriva dei postumi di una violenta otite, oltre all’ipertensione. La procura ha avviato un procedimento per omicidio colposo contro ignoti. Entro 60 giorni il perito dovrà depositare i risultati dell’esame autoptico. Accertamenti specifici sono stati disposti sul cuore. L’inchiesta che l’aveva portato agli arresti sembrava una farsa, il carcere l’ha trasformata in tragedia.

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Giovanni De Luna, «Serve un nuovo patto memoriale che vado oltre il punto di vista vittimario»

L’intervista – Giovanni De Luna, Storico, autore di La Repubblica del dolore. Le memorie di un’Italia divisa, Feltrinelli

«Lo spazio pubblico – spiega Giovanni De Luna – è colonizzato dal lutto e dal dolore. La centralità delle vittime alimenta una fortissima carica rivendicativa, un’inesausta richiesta di risarcimento e di riparazione. E poi ancora la soffocante presenza delle emozioni: odio, vendetta, perdono, pietà, compassione». Dopo l’analisi proposta alcuni anni fa da Enzo Traverso in Passato, modi d’impiego, sul peso che la nuova centralità vittimaria ha assunto nel discorso storiografico, Giovanni De Luna approfondisce lo sguardo critico sul fenomeno adeguandolo al contesto italiano.

Per una genealogia italiana del paradigma vittimario

Il paradigma vittimario tracima ampiamente la questione storiografica, la sua diromppenza ha stravolto l’intero modo di funzionamento dell’impianto giudiziario ed è divenuta centrale anche nei nuovi modelli di affermazione politica come il populismo penale. Per restare, però, ad una genealogia italiana della “centralità delle vittime” nel discorso pubblico, a nostro avviso occorre fare un passo indietro. Prima che si affermasse oltre Oceano come aspetto decisivo del populismo penale, e che arrivasse in Europa sull’onda del neoliberismo, della destrutturazione dello Stato Keynesiano, della privatizzazione sempre più estesa dello spazio sociale, in Italia era stato il partito comunista a salire sul cavallo di battaglia del vittimismo in funzione “antiterrorista”. Il patrocinio legale offerto dai legali ufficiali del pci alle parti civili nei maxi-processi contro la lotta armata, la retorica costruita sulla stampa e gli organi di comunicazione influenzati dal partito di Berlinguer, hanno gettato le prime basi ideologiche del discorso vittimario.

Il secondo passaggio, tra la fine degli anni 80 e buona parte dei 90, fu gestito invece dal partito editorial-finanziario di Repubblica. Fu Eugenio Scalfari a promuovere le “vittime del terrorismo” a nuovi arbitri della politica in funzione antiamnistia. Vennero gettate allora le basi del successivo processo di “privatizzazione della giustizia”, negli ultimi tempi rifiutato nettamente da una minoranza di familiari delle vittime (vedi la battaglia condotta da Sabina Rossa). Un processo che condusse la magistratura, dopo la funzione di supplenza antiterrorista svolta per conto del sistema politico, ad adossare ai familiari l’ultima supplenza, questa svolta in materia di conclusione dell’esecuzione penale con l’introduzione del rito della richiesta di perdono come requisito necessario alla concessione delle liberazioni condizionali per i prigionieri politici.

Paolo Persichetti
Liberazione 8 maggio 2011


Un profluvio di leggi memoriali ha accompagnato l’avvio del nuovo secolo. Ne parliamo con Giovanni De Luna, autore di un volume fresco di stampa, La Repubblica del dolore. Le memorie di un’Italia divisa, Feltrinelli. Dal luglio 2000 al novembre 2009 il parlamento italiano ha istituito tra i nuovi riti pubblici della nazione un gran numero di “giornate della memoria”. Si è partiti nel 2000 con la giornata dedicata al ricordo dei deportati nei campi di concentramento e di sterminio nazisti. La data prescelta è caduta sul 27 gennaio, giorno dell’apertura dei cancelli di Auschwitz da parte dell’armata rossa, anziché sul 16 ottobre, quando i nazisti rastrellarono il ghetto di Roma. Ricordare è selezionare, spiegano gli storici che hanno lavorato sulle memorie pubbliche. Non a caso Marc Bloch invitava a diffidare del presente quando si proietta sul passato. Declinare la data del 16 ottobre, sottolinea Giovanni De Luna, «voleva dire assumersi la responsabilità italiana della Shoa, perché senza la repubblica di Salò, la complicità delle Ferrovie italiane, dell’infrastruttura italiana, quei mille ebrei romani non sarebbero finiti ad Auschwitz». E così ogni 27 gennaio va in scena il rito dell’autoassoluzione, la stigmatizzazione di un male tanto assoluto quanto poco circostanziato, per nulla storicizzato. Le scolaresche d’Italia ricordano per meglio dimenticare. «La Francia dopo un acceso dibattito, ha scelto il luglio del 1944, quando vi fu la deportazione del “Vel d’hiv”, proprio perché con quella data intendeva assumere la sua parte di responsabilità nella Shoa». Un ragionamento analogo potrebbe essere svolto per ogni altra giornata prescelta, come quella del 10 febbraio in memoria delle vittime delle foibe, o del 9 novembre che ricorda la caduta del muro di Berlino, fino alla scelta del 9 maggio, giorno in cui venne ucciso Aldo Moro, come giornata dedicata al ricordo delle vittime del terrorismo, al posto del 12 dicembre, data della prima grande strage di Stato avvenuta 9 anni prima. In questo caso ricordare diventa rovesciare. La memoria vittimaria si è dunque imposta come il paradigma centrale delle narrazioni pubbliche e dei riti ufficiali.

Professore, quali sono state le tappe di questa trasformazione?
«Quando 20 anni fa è crollata la prima Repubblica i partiti che hanno ereditato il potere politico sono stati chiamati a rifondare non solo il sistema politico ma anche quella che possiamo definire la “religione civile”. Questo tentativo è fallito. All’inizio si provò ad affiancare la memoria di Salò alla memoria della Resistenza con il famoso discorso d’insediamento alla presidenza della Camera pronunciato da Luciano Violante nel 1996. Si cercò di allargare lo spazio pubblico in cui chiamare i cittadini a riconoscersi all’interno di una cittadinanza condivisa attraverso l’inclusione della memoria di Salò.

Perché questo progetto fallisce?
Perché si rivela sterile, impossibile da portare avanti. A quel punto lì si sceglie di riorganizzare le fila di un discorso sulla religione civile a partire dalla memoria delle vittime. Questa dimensione diventa straripante: c’è la Shoa, le vittime delle foibe, le vittime del terrorismo, le vittime della mafia… Ma anche questa soluzione si rivela molto fragile perché la memoria delle vittime è una memoria carica di sentimenti, è una memoria risarcitoria, rivendicativa, una memoria non pacificata soprattutto in un Paese come il nostro in cui molte delle vittime aspettano ancora giustizia e verità per l’assenza di istituzioni virtuose in grado di rasserenare e raccogliere questa memoria. L’idea di aver puntato prima sulla memoria condivisa e poi sulla memoria vittimaria, è una idea che si è rivelata fragile. La memoria vittimaria è una memoria insufficiente, non può servire a recintare uno spazio pubblico.

Questa tendenza spesso viene descritta come un processo generale.
Certo, si tratta di una tempesta memoriale che l’Italia condivide con l’Europa occidentale, con gli Stati uniti. Siamo di fronte ad uno scenario complessivo che rinvia al modo con cui lo Stato nazione è stato svuotato dall’alto dai flussi della globalizzazione e dal basso dai particolarismi, dai localismi che si sono affermati. In Italia questa crisi dello Stato potente ha coinciso anche con la crisi del sistema politico, in più la nostra religione civile è stata sempre molto fragile, priva di tradizione accettata e conclamata. Nella religione civile dello Stato liberale non si riconoscevano i socialisti, i comunisti ma neanche i cattolici. Tuttavia la classe dirigente liberale si era assunta la responsabilità di indicare nel culto della dinastia dei Savoia, nei padri della patria del Risorgimento, dei paletti che potessero delimitare spazio pubblico. Il fascismo, a sua volta, si è assunto fin troppo la funzione di indicare una religione civile legata al culto del Duce, alla militarizzazione del Paese, certo escludendo gli antifascisti, escludendo gli ebrei. La stessa Italia della prima Repubblica, almeno a partire dagli anni 70 in poi, intorno all’antifascismo, al patto costituzionale, indicava dei nuovi paletti che delimitavano lo spazio pubblico della condivisione, seppure contestati dall’estrema sinistra e dai fascisti di Salò. La  classe politica della seconda Repubblica questa responsabilità non se l’è assunta perché non ha nessun rapporto con il passato, con la memoria. La Lega ha inventato un passato fantasmatico di ritualità celtico-pagana che non ha nessuna radice reale. Forza italia e Pdl non hanno un passato, sono culture usa e getta senza storia. Gli ex del Pci o del Msi hanno un passato ingombrante che preferiscono dimenticare. Nel sistema politico attuale l’interesse verso il passato, verso la memoria, verso una ritualità celebrativa si è totalmente disciplinata a vantaggio del mercato. L’unico agente che oggi perimetra appartenenze e ritualità. Esemplare è stata la discussione sulla data del 17 marzo o sul primo maggio. L’unica cosa che interessava era sapere se i negozi dovessero restare aperti o chiusi, quanta percentuale di pil si rischiava di perdere introducendo un nuovo festivo. insomma una dimensione puramente mercantile che poi è la religione civile oggi egemone.

Professore però qui sembra di finire come nella canzone “Contessa”. Ma il nostro compito non era stato sempre quello di decostruire qualsiasi religione, comprese quelle civili? In fondo altro non è che un uso pubblico della storia?
C’è un dibattito fortissimo attorno a questo termine, me ne rendo conto. Quando uso questo concetto mi riferisco ad una cosa storicamente definita: ovvero tutto quello che riguarda ritualità, simboli, cerimonie che in qualche modo rendono uno Stato nazionale non soltanto un apparato burocratico-amministrativo ma qualcosa che abbia anche dei valori da trasmettere. Uno Stato capace di perimetrale i luoghi della memoria e in qualche modo di legittimare i programmi scolastici, di legittimare i musei, di legittimare tutta la dimensione della ritualità pubblica in cui la politica moderna si è riconosciuta quando ha dovuto prendere le distanze dall’ancien régime, da una visione confessionale della religione civile. Questo spazio è tutto quello che disintegra i vecchi caratteri del “tengo famiglia, mi faccio i fatti miei”, un qualcosa che sia spirito civico, spirito comunitario, spirito di appartenenza.

Nel suo libro valorizza molto il ruolo di supplenza della presidenza della Repubblica. Non le sembra però che questa autorità, ed in particolare l’interpretazione che ne da Napolitano, sia totalmente interna al paradigma vittimario come dimostra il particolare impegno profuso nella giornata del 9 maggio?
Il paradigma vittimario è egemone in tutto il mondo, difficile che possa sottrarsene il Quirinale. Anche gli ambienti più sensibili ai temi della lotta sociale ormai sono totalmente assorbiti da questo paradigma. Si pensi alla battaglia che fanno i ragazzi di “Libera”, l’associazione di don Ciotti. La giornata del 21 marzo, quella che loro propongono per le vittime della mafia, perché non è semplicemente la giornata della lotta contro la mafia? Non serve la testimonianza delle vittime per rendere credibile la lotta alla mafia. Eppure è così. Questo fatto mostra una subalternità culturale alla centralità delle vittime. Nel caso della presidenza della repubblica mi sembra che questa subalternità sia temperata. Si tratta dell’unica istituzione che pur restando all’interno di questa deriva culturale si preoccupa di recintare un territorio di valori, sferzando la classe politica a creare un nuovo pantheon in cui riconoscersi senza appiattirsi sulla dimensione vittimaria. Merito sia di  Ciampi che di Napolitano.

Non le sembra che la centralità del discorso vittimario sia in Italia anche una conseguenza del ruolo preponderante assunto dalla magistratura nella scena politica e sociale? Una conseguenza di quella che gli specialisti hanno definito “giudiziarizzazione”?
Per me è l’era del testimone quella all’interno del quale il paradigma vittimario diventa l’approdo. Certo il testimone comincia in un’aula giudiziaria, quella del processo ad Adolf Eichmann all’inizio degli anni 60, però coinvolge tutti. Anche noi storici, non soli i giudici, siamo dentro questa sorta di grande giudiziarizzazione della storia. Si tratta di una temperie culturale dell’Occidente. Tra l’altro anche questa dimensione va storicizzata: agli inizi l’era del testimone è dinamica, irrompe nella storia e ne rivivifica anche i metodi, i percorsi di ricerca, perché ridà voce ai protagonisti, agli emarginati. La storia orale nasce lì. E’ una storia che non guarda più al potere ma alle classi subalterne. La stessa memoria familiare delle vittime negli anni 80, almeno in Italia era totalmente declinata verso l’interesse pubblico. La verità e la giustizia, per cui lottavano negli anni 80 i familiari delle vittime di Ustica, non sono dei patrimoni privati ma delle virtù pubbliche propedeutiche alla democrazia. Il paradigma vittimario va storicizzato individuandone le varie fasi. Oggi è certamente egemone un altro aspetto meno legato alle virtù pubbliche e che ha assunto delle caratteristiche puramente recriminatorie, ma nella sua evoluzione non è sempre stato così.

Link sul paradigma vittimario
Paradigma vittimario e giustizia internazionale
Quando la memoria uccide la ricerca storica
Genesi del populismo penale e nuova ideologia vittimaria
Una storia politica dell’amnistia
Storia e giornate della memoria
Per amore della storia lasciate parlare gli ex brigatisti
Il nuovo pantheon del martirologio tricolore

Uso penale del paradigma vittimario
Populismo penale e vittimismo
Retoriche vittimarie e talk show

Tranquilli Vincenzo Guagliardo dopo 33 anni resta in carcere
Ancora ergastolo per Vincenzo Guagliardo
Sabina rossa e gli ex-terroristi: siano liberi senza il sì di noi vittime (Corriere della sera)
Sabina Rossa, “Cari brigatisti confrontiamoci alla pari”
Sabina Rossa,“Scarcerate l’uomo che ha sparato a mio padre”
La battaglia di Sabina Rossa per l’uomo che sparò al padre
Prospero Gallinari chiede la liberazione condizionale e lo Stato si nasconde dietro le parti civili

Interviste a Giovanni De Luna
Giovanni de Luna, “Golpismo e stragismo non sono proponibili come un paradigma esaustivo della storia degli anni 70”
Strage di Brescia: “Senza verità giudiziaria il passato non passa”

Saviano e il brigatista

Denuncia penale per diffamazione. Roberto Saviano vuole mettere il bavaglio a “Liberazione”

Paolo Persichetti
Liberazione 17 aprile 2011

«Quanto più uno è ignorante, tanto più è audace e pronto a scrivere»
Baruch Spinoza


Roberto Saviano ha querelato Liberazione. Una denuncia penale per diffamazione a mezzo stampa è stata depositata nei miei confronti, in qualità di autore degli articoli messi sotto accusa, e del direttore Dino Greco. Sembra che Saviano non abbia gradito il modo in cui ho raccontato, lo scorso 14 ottobre, la vicenda della diffida inoltrata dal centro Peppino Impastato all’editore del suo penultimo libro, La parola contro la camorra. La parola appunto, quella che Saviano dice fin dal titolo di utilizzare come strumento per combattere il crimine organizzato, veicolo di libertà che lui sostiene di difendere contro le molte censure, sempre denunciate ma mai viste; quella parola che distribuisce su tutti i supporti mediatici, a destra e manca degli schieramenti politici, resta legittima solo se da lui pronunciata. La sua parola, intesa come unica parola possibile, che perciostesso esclude le altre, soprattutto se sono critiche nei suoi confronti, se ne raccontano limiti e inesattezze, se ne mettono in mostra la faccia nascosta o molto più semplicemente se dicono: «Noi la pensiamo diversamente da te. Le verità che affermi sembrano prese dal dizionario di monsieur de Lapalisse, per non dire le volte che travalicano la realtà dissolvendosi in fantasie». Come dimostra la sistematica omissione delle fonti che rende impossibile la verifica di quel che scrive. Marta Herling, nipote di Benedetto Croce, l’ha recentemente colto in fallo per aver narrato un aneddoto della vita del filosofo napoletano ripreso da una fonte che – si è poi scoperto – riportava una testimonianza anonima. O ancora, con la denuncia di plagio, solo l’ultima in ordine di tempo, venuta dal settimanale albanese Investigim. Quella parola “altra” che per Saviano non può essere libera ma va confiscata per mezzo dell’intimidazione penale, della richiesta di carcere e dell’accusa di corrività con quelli che lui ha eletto suoi acerrimi nemici mortali, i Casalesi. I suoi critici sono immediatamente considerati amici dei suoi nemici. I familiari e il centro intitolato a Peppino Impastato, militante di Democrazia proletaria, animatore a Cinisi di una emittente libera, “Radio aut”, assassinato nel maggio 1978 dai sicari di Tano Badalamenti, boss ferocemente anticomunista saldamente legato al potere democristiano, avevano segnalato alcune inesattezze presenti nel suo testo e chiedevano di apportare le dovute correzioni. Messo in discussione come amministratore della storia di un’antimafia che non conosce, anche per evidenti ragioni anagrafiche, Saviano non solo ha opposto uno sprezzante silenzio, un’indifferenza che segnala come il rifiuto di adularlo sia per lui una insopportabile e delittuosa ferita narcisistica, ma non ha impedito ad Einaudi di comportarsi ancora peggio. La casa torinese acquistata da Berlusconi ha minacciato i familiari di ritorsioni legali se non avessero smesso di agitarsi pubblicamente. L’intera vicenda potete trovarla con dovizia di particolari sul sito del centro (www.centroimpastato.it). La querela contro Liberazione appare dunque un diversivo, l’espediente che capovolge l’ordine del problema e per giunta suona come una promessa di punizione contro chi ha osato dare voce alle critiche. Del secondo articolo, un corsivo – apparso il 10 novembre del 2011 – sulla prestazione televisiva offerta nella prima puntata di Vieni via con me, non so dirvi molto di più se non che sono assolutamente consapevole d’aver commesso l’imperdonabile crimine di lesa maestà. Ma dovrebbe esser noto che a Liberazione non sono graditi i monarchi, tanto più le monarchie intellettuali. Della questione Saviano ci siamo occupati a partire da quello che Alessandro Dal Lago ha definito «il dispositivo». Una funzione intellettuale che appartiene alla particolare categoria degli imprenditori morali, al prototipo dei creatori di norme, come codificato dal sociologo Howard S. Becker che in Outsiders scrive: «Opera con un’etica assoluta: ciò che vede è veramente e totalmente malvagio senza nessuna riserva e qualsiasi mezzo per eliminarlo è giustificato. Il crociato è fervente e virtuoso, e spesso si considera più giusto e virtuoso degli altri». Il dispositivo Saviano con le sue parole, i suoi libri, le sue prese di posizione, la sua semplice presenza, legittimate dalla postura cristica e l’interpretazione vittimistica del proprio ruolo, garantisce sulla verità morale, sempre più distante da quella storica. Una macchina da guerra mediatica messa a totale disposizione degli imprenditori delle emergenze, dei guerrieri delle battaglie giudiziarie contro il crimine. Il risultato è una trasfigurazione della lotta contro le organizzazioni criminali che rende mistica la legalità, edifica una forma di Stato etico che fa della soluzione giudiziario-militare predicata una medicina peggiore del male. Del personaggio Saviano meglio tacere. Gli preferiamo persone come Vittorio Arrigoni che non si ritenevano depositari di nulla e mettevano in gioco le proprie idee senza imboscarsi dietro potenti gruppi editoriali-finanziari.

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Croce e le fonti autorevoli di Saviano. 
Ecco perchè il caso non è affatto chiuso

La tutela della memoria e dell’immagine di Benedetto Croce e della sua famiglia. Sono queste le ragioni che 
muovono le contestazioni della signora Marta Herling a Roberto Saviano sulla ricostruzione da lui proposta – nel corso di una delle puntate televisive di “Vieni via con me” e del successivo libro edito da Feltrinelli – delle circostanze che portarono al salvataggio del futuro filosofo napoletano subito dopo il terremoto di Casamicciola.
Esiste tuttavia un secondo aspetto, a mio avviso ancora più rilevante, che 
investe il metodo e l’uso delle fonti. E’ qui che Saviano dimostra di 
non esserre all’altezza delle ambizioni. Per uno che vorrebbe correggere 
le “bozze di Dio”, l’errore è grossolano. Le fonti si citano in modo completo e si verificano. Le 100 mila lire che il padre del giovane Croce avrebbe consigliato al figlio di promettere ai soccorritori per farsi tirare fuori dalle macerie prima degli altri, sono un esempio. Il Papa dell’epoca, Leone XIII (siamo nel 1883), stanziò a nome del Vaticano 20 mila lire per venire in soccorso dei terremotati. E’ evidente che la cifra indicata nelle fonti di Saviano non tiene. C’è un errore macroscopico. Non solo, ma la storia di De Balzo, citata come fonte solo in seconda battuta da Saviano, dopo aver evocato all’inizio Ugo Pirro, che a sua volta citava un cronista anonimo, non porta elementi nuovi in grado di confutare la versione dell’autobiografia di Croce.
Ma a tutto voler concedere, un narratore onesto avrebbe quanto meno fatto riferimento alla controversia delle fonti, citandole tutte per intero. Il punto è questo: si può anche romanzare una vicenda riprendendo la fonte narrativamente più efficace. Basta precisarlo senza pretendere di voler in questo modo raccontare la versione storicamente più fedele.
Ancora una volta si ripropone l’ambiguità originaria del dispositivo narrativo di Saviano, già contestato in “Gomorra”.
Aggiungo che il tema vero che sottende questa polemica è quello del rapporto col passato. Per Saviano, e l’apparato che lo sostiene, si tratta di amministrare una sorta di monopolio del passato sottraendosi ai criteri di verifica e confutazione esistenti nella comunità storico-scentifica.
Esiste un’altra concezioe che ritiene l’approccio al passato un processo, una costruzione plurale che risponde a criteri di verifica pubblica.
Per usare dei paradigmi semplificatori: da una parte si propone una verità di tipo orwelliano, come fa Saviano; dall’altra una verità sul modello galileiano.


L’opinione del direttore del «Corriere del Mezzogiorno»

«La nipote del filosofo pone questioni rilevanti a cui Saviano non risponde. Le sue fonti sono due anonimi»

Marco Demarco
Corriere del Mezzogiorno 15 marzo 2011

Se il mondo si dovesse dividere in due, da una parte gli amici di Saviano e dall’altra i nemici, io non avrei dubbi: come ho già detto mille volte, starei con i primi. Ma vivaddio non siamo ancora a questo punto e dunque mi sento sciolto da un simile dualismo. Sto con Saviano spesso, anzi spessissimo, specialmente quando guida la rivolta civile contro i poteri criminali; ma non sempre. Sulla storia di Croce, tanto per esser chiari, io sono più vicino alle posizioni di Marta Herling che alle sue. Per la semplice ragione che, proprio sulle colonne di questo giornale, Marta Herling ha sollevato due questioni non irrilevanti.
La prima. Perché romanzare la morte della famiglia Croce nel terremoto di Casamicciola del luglio 1883, quando quell’evento era stato già dettagliatamente descritto dall’unico testimone oculare, e cioè dallo stesso Croce? Insomma, perché Saviano si è fidato più di altri che di Croce stesso? È la domanda che lunedì sera, dal Tg1, gli ha rivolto anche il vicedirettore Genny Sangiuliano. La seconda. Perché prendere per buona la storia delle centomila lire offerte chi avrebbe tirato fuori il giovane Croce dalle macerie? La prima questione riguarda la narrazione in sé, suo rapporto con la realtà, se sia giusto o meno arrotondare gli eventi in modo da colpire di più il lettore: da «accileccare» avrebbe detto Gadda. Su questo, Marta Herling ha esposto i suoi dubbi, ma Saviano non le ha risposto. La seconda questione riguarda invece l’uso delle fonti. Saviano, intervistato da Mentana, dice che quel particolare sulle centomila lire offerte tra le macerie e nel vivo di una ferita personale e collettiva, non è una sua invenzione, avendolo tratto da un articolo di Ugo Pirro, scrittore e sceneggiatore autorevolissimo, apparso sul numero di Oggi del 13 aprile 1950. Il che è assolutamente vero, come i lettori del Corriere del Mezzogiorno ben sanno, giacché è stato proprio su queste colonne che Giancristiano Desiderio ha rivelato dove Saviano avesse attinto per il suo racconto.
Almeno su questo punto, dunque, si ammetterà che la lezioncina di Saviano sulla scorrettezza dei giornalisti a tutti può essere rivolta tranne che a noi. Sta di fatto, però, che lo stesso Pirro riporta quel particolare alla stregua di una voce e la fa risalire a un giornalista anonimo che al tempo del terremoto di Casamicciola girava tra gli ospedali e intervistava i feriti. La stessa voce, a quanto si capisce, riferita in un libro intitolato Disastri, Ischia come Giava, edito nel 1883, di autore anonimo. Due anonimi: il giornalista citato da Pirro e l’autore del libro. Probabilmente la stessa persona. Francamente, un po’ poco per non nutrire qualche dubbio. Tanto più che lo stesso Pirro ricorda che, per le vittime di quel terremoto, il Papa «stanziò ventimila lire per gli aiuti più urgenti». Ripeto: ventimila, e parliamo di Leone XIII, il cui nome è legato alla Rerum novarum alla dottrina sociale della Chiesa. Possibile che il papà di Benedetto abbia invece indotto il figlio a offrire cinque volte di più e solo per salvare se stesso? Lo ha detto Pirro, dice Saviano. E allora? E poi, perché offrire tanto? Forse per indurre i soccorritori a salvare il giovane Benedetto prima di altri? Capite quale assurdo dubbio morale pone quel particolare apparentemente così irrilevante? E capisce, Saviano, perché Marta Herling sia rimasta tanto colpita?
Ma Saviano afferma anche che la storia delle centomila lire non è stata mai smentita da Croce stesso, che tra l’altro è morto due anni dopo la pubblicazione dell’articolo di Pirro, cioè nel 1952. Attenzione! Non averlo smentito, con tutte le cose che al tempo si scrivevano sul filosofo, vuol dire farlo passare per vero? E se così fosse, come mai Croce non ne ha mai parlato, nei libri e nelle interviste, ogni qualvolta gli è capitato di tornare su quella tragica vicenda personale? Si è forse autocensurato? E magari lo avrà fatto con la consapevolezza di chi si portava dentro l’atroce ambiguità morale di quell’atteggiamento? Lo dico in modo molto semplice. A me colpisce che Saviano non abbia avuto la sensibilità di capire quale nervo il suo racconto andava a scoprire. E colpisce anche che non si sia rivolto alla Herling con le sole parole che andavano pronunciate. E cioè: cara signora Herling, le ho spiegato le mie ragioni, ma le chiedo scusa se, al di là di esse, il mio racconto abbia potuto ingenerare qualche equivoco e se questo equivoco l’abbia irreparabilmente offesa. E invece no. Saviano ha messo tutti sullo stesso piano: la Herling, i giornalisti che hanno scrupolosamente fatto il loro mestiere e quelli che, come si dice, ci hanno invece «marciato» per partito preso. Ma ripeto: il mondo non si taglia a fette. E meno male.
P. S.— Saviano e Mentana si sono meravigliati per il fatto che i giornalisti abbiano scritto di questa vicenda senza mai consultare lo stesso Saviano. Ma come? Possibile? Prima che qualcuno avverta puzza di fango, mi chiedo: ma Saviano ha forse consultato la Herling prima di scrivere su Croce? Non mi pare.

Fonte: Corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli

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Saviano: prime crepe nel fronte giustizialista che lo sostiene

Caro Saviano, ti scrivo…

di Oliviero Beha
il Fatto Quotidiano 20 aprile 2011

Caro Roberto, non ti conosco personalmente ma come tutt’Italia e credo in parecchi all’estero so chi sei da quello che prima scrivevi soltanto e oggi dici. In tv. Davanti a milioni di spettatori. Non so oggi, dopo il bagno oceanico di notorietà, ma qualcosa mi dice che ieri, prima della tua crocifissione camorrosa e della tua resurrezione mediatica, anche tu come me e qualche drammaturgo famoso del passato avresti dubitato di un Paese che ha bisogno di eroi. Per questo ti scrivo ora, che si sono accumulati progressivamente e velenosamente degli episodi che ti riguardano. Dalla minuzia dell’appoggio pubblico a Gianni Riotta, evidente vittima sacrificale di un potere che dopo essere stato servito da lui in maniche di camicia intende rigettarlo indietro come fosse un lift d’ascensore, sia pure debordante di milioni (ci sono a destra, ci sono a sinistra, fanno spesso la differenza più dell’appartenenza…). Alla querela a “Liberazione” per il “caso Impastato”, che suona già male a raccontarla, figurati a sporgerla. Al video riemerso dopo la tragica morte di Vittorio Arrigoni, video senza risposta in cui lui ti accusava nell’ottobre scorso di – uso un eufemismo colloquiale – “leggerezza e superficialità parziali” nel raccontare la vita a Tel Aviv. Detto da uno che rischiava la morte nell’embargo di Gaza tutti i giorni, fino all’epilogo funesto in cui un presidente ha usato finalmente un termine giusto, “barbarie”, e una madre ha dato lezioni di fermezza e nobiltà come raramente m’era capitato di vedere. Ma questo sommario serve solo per cercare di mettere in chiaro una cosa: Roberto, la tua credibilità passa per l’essere messa continuamente in discussione, criticato (come vox media, cioè etimologicamente prima “separato” dagli altri e poi “giudicato”) per quello che dici, scrivi, fai, rappresenti. L’essere invece uno spartiacque per cui da sinistra va tutto bene e da destra tutto male, cfr. gli attacchi dei giornali di Berlusconi quasi quotidiani, non può tradursi in allori, mostrine, coccarde. Non vieni promosso per le botte di Sallusti, Feltri o Ferrara, così come pure non puoi lasciare loro il monopolio quasi assoluto del diritto e a volte dovere di critica. Tu ti sei trovato per il cumulo di circostanze che sappiamo a esemplificare il diritto/dovere di parlare contro le mafie, contro l’Italia che affonda sotto il pelo d’acqua di una legalità il cui livello scende di continuo. E il mare rischia di farci affogare tutti, non soltanto i “cattivi” a volte fortunatamente riconoscibili almeno attraverso le sentenze dei Tribunali. L’idea di un totem di nome Saviano corre i rischi del grottesco, anche per i mille rivoli che poi prende. Qualcuno, infatti, dice che sei diventato un milionario in qualità di professionista dell’anti-camorra, qualcun altro che se la camorra ti voleva far fuori l’avrebbe già fatto, chiunque ti critichi rischia di essere un infame, un invidioso che vorrebbe stare al posto tuo (nei guadagni, non nelle rogne) o se gli va bene “uno di destra”, un berlusconiano di complemento. Questo in un’Italia in cui i giudici integerrimi per essere tali devono venir ammazzati e i giornalisti censurati… Chiediti se tutto ciò, oltre a dipendere sicuramente dalla malafede di qualcuno, non dipenda da una tua trasformazione in corso d’opera. Se la mediaticità non abbia creato o rischi di creare un “nuovo mostro” sia pure dalla parte giusta, se tu non venga usato ma in primis da te, con finalità diverse da quelle con cui sei partito, se tu non sia diventato il Saviano di te stesso, da quando la tv ti ha reso una figura molto incisiva per quell’aria omeopatica da “camorrista buono” (prova a immaginare – che so – fisicamente un Oscar Giannino nella tua parte…), se non siano ormai in molti a travisare il senso e il significato della tua connotazione pubblica consumandoti come un prodotto, sia pure “genuino” in opposizione agli Ogm di controparte. Insomma, Roberto, è vero che ci capita ciò che ci somiglia, ma forse ci sono momenti in cui bisognerebbe evitare di somigliare a ciò che ci capita. Con stima.

Fonte: http://www.behablog.it/dett.php?id=1463

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Omicidio Verbano, recapitato davanti alla porta di casa della madre un nuovo dossier sui fascisti

Novità nelle indagini sull’assassinio rivendicato dai Nar di Valerio Verbano. Fatta ritrovare in un borsone una nuova schedatura dell’estrema destra romana aggiornata fino al 1982

Paolo Persichetti
Liberazione 13 aprile 2011


Dopo la riapparizione in un armadio dei carabinieri di una copia, non si sa bene ancora se parziale o integrale, del vecchio dossier scomparso da decenni, un nuovo colpo di scena interviene nell’inchiesta sulla morte di Valerio Verbano, il giovane militante dell’Autonomia ucciso il 22 febbraio di 31 anni fa nella sua abitazione da un commando di suoi coetanei di fede fascista, che si firmò con la sigla dei Nuclei armati rivoluzionari. Un nuovo schedario sull’estrema destra romana è stato consegnato alla madre di Valerio, dopo che dal suo blog, e su Facebook, il 24 marzo scorso aveva lanciato un appello ai vecchi compagni del figlio: «Se avete della documentazione, vi prego fatemela avere, è molto importante per le indagini». Carla Verbano aggiungeva che avrebbe mantenuto il più stretto riserbo su chi gliel’avrebbe fatta pervenire. E così, il primo aprile, un giovane ha suonato al citofono di casa: «Signora le devo consegnare una cosa». Il ragazzo è salito fino alla porta ed ha lasciato un grosso borsone: «E’ per lei». Poi è subito sgusciato via. Che ci fossero in giro più versioni dell’archivio Verbano era emerso dopo la pubblicazione sul Corriere della sera e su Liberazione di alcuni estratti della copia del dossier depositato nell’attuale fascicolo delle indagini. Proprio Liberazione aveva segnalato questa circostanza a partire da un raffronto con altri documenti citati nel libro di Valerio Lazzaretti, Valerio Verbano, ucciso da chi, come e perché, Odradek. I carabinieri del Ros lo stavano cercando da giorni, una perquisizione era stata condotta di recente in un box legato alla famiglia di un vecchio amico di Valerio, morto nel frattempo. Nella borsa c’erano due grossi raccoglitori e una rubrica marrone che all’interno, sulla prima pagina, riporta la scritta «onore al compagno Valerio Verbano caduto sulla strada che porta al comunismo». Il materiale risulta aggiornato fino al 1982. Un lavoro molto pulito. Le singole schede, dei fogli A4, sono conservate in camicie di plastica e le note sono dattilografate in modo ordinato. La data è impressa con un timbro. Gli aggiornamenti sono battuti con un’altra macchina, il che lascia pensare che vi abbiano lavorato più persone in tempi diversi. Nessun appunto è a mano. Un lavoro da veri professionisti. La sensazione è che si tratti di un archivio nel quale sono confluiti differenti dossier sui fascisti presenti nella piazza romana, compreso quello meno ordinato che venne sequestrato a Verbano. Altre infomazioni forse risalgono addirittura alla madre di tutti gli schedari sui fascisti preparati dalla sinistra extraparlamentare, quello sullo «squadrismo romano» realizzato da Lotta continua nel lontano 1972. Anche se la prima schedatura su larga scala dei militanti di destra – come ricorda Guido Panvini in, Ordine nero, guerriglia rossa, Einaudi – fu elaborata dalla sezione “Problemi dello Stato” del Pci, diretta da Ugo Pecchioli, mentre a destra, negli apparati dello Stato o in aziende come la Fiat, l’attività di schedatura dei “rossi” andava avanti fin dagli albori della Repubblica.
Alcune schede contengono informazioni con la dicitura: «Tratto dal lavoro del compagno Valerio Verbano». Tono deferente che porta a ritenere questo dossier successivo alla sua morte, messo in piedi per dare una risposta risolutiva all’attivismo aggressivo dei neofascisti romani. I due raccoglitori contengono dei sottofascicoli suddivisi per zone della Capitale: Roma Est, Sud, Nord, Colle oppio, Monteverde, Eur, Centro, Testaccio-Aventino, Parioli, piazza Tuscolo, piazza Bologna, piazza Indipendenza. Nella rubrica un indice indica la presenza di nomi (circa 900 con relative zone di provenienza), numeri di targa e proprietari corrispondenti, luoghi di ritrovo, storia e vita dei Nar, approfondimenti su piazza Tuscolo, aggiornamenti sul quartiere Trieste relativi al periodo tra il 1980-82.
Per volere di Carla Verbano l’intero materiale è stato consegnato alla procura dal legale, Flavio Rossi Albertini, che nel frattempo si è visto rifiutare la richiesta di copia delle parti del vecchio dossier Verbano allegate nel fascicolo, perché in questa fase sarebbero «ancora coperte da segreto istruttorio» nonostante fossero già filtrate all’esterno.
Questa mole di carte, riemerse da un passato lontano, almeno su un punto comincia a fare chiarezza: il dossier Verbano c’entra molto poco con la sua morte. La dietrologia, le connessioni tra apparati e ambienti della criminalità, più volte evocate negli anni passati, non trovano conferme se non su aspetti già ampiamente noti. Sull’omicidio i carabinieri hanno un’ipotesi investigativa molto diversa dalla cortina fumogena di nomi e ambienti apparsi sui media nelle scorse settimane. La pista imboccata da via Inselci è quella della vendetta legata alla morte di Cecchetti. Le loro indagini si concentrano attorno ad un gruppo di neofascisti che frequentavano un noto locale di Talenti.
Ma c’è dell’altro, l’inchiesta sulla morte di Verbano rischia di trasformarsi in una sorta di matrioska che al suo interno può riservare altri sviluppi d’indagine, questa volta sul fronte opposto. Non a caso nell’area dell’antagonismo romano cominciano a farsi strada, anche se con notevole ritardo, le prime perplessità. C’è chi comincia a prendere coscienza che “l’antifascismo giustizialista” – che ormai sembra aver preso il sopravvento nella gestione politica del caso Verbano – non porti da nessuna parte, se non al rischio di nuovi arresti a distanza di oltre 30 anni sulla base di indizi labili di persone distanti anni luce da quelle vicende. La via penale per cercare la verità su quelle morti irrisolte comincia a non essere più vista come la migliore delle soluzioni.

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Il Settantasette di Valerio Verbano, tornano le carte perdute

Personale e politico di un sedicenne dell’Autonomia. Ecco cosa c’è nel “dossier”

Liberazione descrive le carte di Verbano riapparse da un archivio dei carabinieri. Si tratta di una parte del materiale sequestrato nell’abitazione di Valerio il 20 aprile di 31 anni fa. Prima scomparso dall’ufficio corpi di reato del tribunale di Roma, poi ritrasmesso in copia fotostatica dalla digos al giudice che indagava sul suo omicidio, infine definitivamente inviato al macero nel 1987. Quasi 400 pagine, tra cui l’agenda rossa del 1977 e la rubrica con i nomi dei militanti neofascisti. Il legale di Carla Verbano invoca trasparenza e chiede copia del dossier alla procura

Giorgio Ferri e Nicola Macò
Liberazione 8 marzo 2011

L’Agenda rossa 1977 di Valerio Verbano sequestrata il 20 aprile 1079

Ci sono i voti del semestre appena concluso, l’orario delle lezioni, il testo della canzone di De André, Il bombarolo, e poi in stampatello sul frontespizio: «Portare l’attacco al cuore dello Stato», con una falce e martello e un mitra sovrapposti e sotto la sigla Ccr, collettivo comunista rivoluzionario quarta zona, composto dagli studenti del liceo scientifico Archimede. E’ la copia fotostatica dell’agenda rossa 1977, edita dalla Savelli, appartenente a Valerio Verbano, allora studente appena sedicenne, riemersa da un buio lungo 31 anni. Ai lati dei fogli la firma di Rina Zapelli, nome da ragazza di Carla Verbano, madre di Valerio, apposta al momento del sequestro la sera del 20 aprile 1979.

L’inchiesta sui fascisti
Tra le pagine che abbiamo potuto consultare, poco meno della metà dei 379 fogli che sembrano comporre quanto resta del “dossier Verbano”, ci sono anche 41 fogli di una rubrica nei quali sono riportati circa 900 nomi di attivisti di estrema destra corredati da indirizzi e in alcuni casi con numero di telefono. Redatti tutti con la grafia di Verbano. Altri 16 fogli, trascritti da più mani, riportano appunti, minute di schede, appartenenza politica, piantine e altre informazioni, come alcuni luoghi di ritrovo dell’estrema destra.
Carla Verbano vi ha già riconosciuto quella di un amico di Valerio deceduto nel frattempo. Un accurato lavoro di mappatura delle diverse realtà del neofascismo romano dove lucide intuizioni e scoperte anzitempo si sommano anche ad imprecisioni e approssimazioni notevoli. Alcune schede collimano solo in parte con quelle riportate nel recente libro di Valerio Lazzaretti, Valerio Verbano, ucciso da chi, come e perché, Odradek 2011. Questa circostanza conferma quanto ricordato nei giorni scorsi da Carla Verbano sulla esistenza di più versioni del dossier, «realizzato da Valerio insieme ad altri sei o sette amici». La riprova sta proprio nel libro di Lazzaretti che riporta uno schedario con circa 1200 nomi aggiornato ad un periodo successivo alla morte di Verbano. Nel dossier “riapparso” in una scheda numerata “002” si legge che Pierluigi Bragaglia, ex militante del Fdg divenuto «gregario delle strutture collaterali dei Nar», ha 18 anni, mentre nel documento citato da Lazzaretti gli anni salgono a 20 e il testo della scheda, seppure quasi identico, vede l’ordine delle frasi spostato a conferma del fatto che le informazioni salienti contenute nel “dossier” erano patrimonio di un’area più larga che le ha conservate ed aggiornate nel tempo.
E’ azzardato trarre delle conclusioni sulla base di una visione troppo parziale della carte riemerse – secondo quanto sostenuto dal Corriere della sera – da un archivio dei carabinieri a cui la procura ha recentemente attribuito la delega per le nuove indagini sull’omicidio. L’avvocato Flavio Rossi Albertini, legale di Carla Verbano, si è già rivolto ai pm per avere copia del “dossier”. Le carte di Verbano rivestono ormai una valenza storica ancor prima che giudiziaria. Il buco nero che per lunghi decenni ha inghiottito le sue agende, rubriche e foto, consigliano oggi un dovere di trasparenza assoluta, tanto più che eventuali sviluppi dell’inchiesta si attendono dall’esame tecnico di altri reperti.


Gli elenchi distrutti

Quello che si legge nel verbale di sequestro del materiale trovato dalla digos nella stanza di Valerio Verbano è un lungo elenco: l’agenda rossa che fu il suo diario personale nel 1977, quaderni, decine di fogli sparsi, fotocopie, ritagli di giornali, fotografie e una pistola. In tutto, ben diciotto schedari pieni di documenti e altri sei di foto. Dopo il sequestro, cominciano le ‘stranezze’. Tutto il materiale – spiega Marco Capoccetti Boccia nel suo, Valerio Verbano, una ferita ancora aperta, Castelvecchi 2011 – sarà tenuto in custodia dalla digos per una settimana prima di essere consegnato all’ufficio corpi di reato del tribunale di Roma per essere repertato e messo a disposizione del fascicolo processuale «Verbano + 4». Pochi giorni dopo la morte di Valerio i legali della famiglia ne chiedono la restituzione. Si scopre così che l’originale del cosiddetto “dossier” non è più al suo posto; è praticamente sparito. Il 27 febbraio 1980 il giudice istruttore Claudio D’Angelo, che si occupa dell’omicidio di Valerio, constatata la scomparsa del dossier dall’ufficio corpi di reato riceve dalla digos una «copia fotostatica della documentazione sequestrata nell’abitazione di Verbano Valerio». Se ne evince che si tratta ancora di una copia integrale ma Carla Verbano, che all’epoca poté visionare le carte, sostiene che il materiale inviato dalla digos era «dimezzato» rispetto all’originale. Nell’ottobre 1980, il giudice istruttore nega alla famiglia la restituzione delle carte sequestrate, ormai presenti solo in copia, perché ancora sottoposte a segreto istruttorio. Quattro anni dopo, l’11 aprile 1984, la corte d’appello che aveva giudicato Valerio ordina la distruzione dei reperti, comprese le carte e le foto, nonostante queste fossero state nuovamente repertate nell’inchiesta aperta per il suo omicidio. In realtà, come documenta Capoccetti, l’effettiva distruzione della copia fotostatica inviata dalla digos avverrà solo il 7 luglio 1987. Da quel momento non c’è più traccia del dossier negli atti giudiziari. Per ritrovarne copia Capoccetti ha scritto anche alla digos, ricevendo lo scorso luglio un’evasiva risposta che tra le righe non smentisce affatto l’attuale possesso di copia del «materiale oggetto di sequestro». Documentazione che all’improvviso è riapparsa in mano ai carabinieri dopo la recente riapertura dell’inchiesta. Si è detto anche che il dossier sarebbe passato nelle mani del giudice Amato, ucciso mentre conduceva un’inchiesta contro Nar e Terza posizione, ma sempre secondo quanto accertato da Capoccetti non c’è alcuna traccia di protocollo che ne dia conferma. Questo trasmigrare, sparire e ricomparire, dimagrire, per infine esser distrutto e poi riapparire in copia fotostatica dove nessuno se lo aspetta, è senza dubbio una delle circostanze più sconcertanti di tutta la vicenda.

L’agenda rossa del 1977
Siamo entrati nelle pagine del diario di Valerio del 1977 con un sentimento di pudore. Ci sembrava di violare la sua intimità, i suoi segreti, quelli di un adolescente cresciuto in fretta. In quegli anni si diventava adulti presto travolti dalla forza di una corrente che insegnava come fosse possibile cambiare il mondo. Valerio surfava veloce su quell’onda di rivolta che non conosceva rassegnazione. Il suo era un coinvolgimento totale: almeno quattro riunioni politiche a settimana, tra collettivi, comitato e assemblee, non solo all’Archimede ma anche all’università. Annotava le manifestazioni e gli scontri del periodo, le ricorrenze, l’uccisione dei militanti di sinistra, da Francesco Lorusso ad Antonio Lo Muscio e Walter Rossi, insieme ai compiti in classe, i pomeriggi al muretto con gli amici, gli incontri con le ragazze e anche un  «abbiamo giocato a nascondino» che fa sorridere. Tanti gli slogan, roventi come la temperatura al suolo dell’epoca, ma anche una battuta del tipo: «Atac: associazione telline aspiranti cozze». Meglio non prendersi troppo sul serio. Il 4 marzo annota: «Mancia ripassa a scuola». Angelo Mancia, conosciuto come Manciokan, fattorino del Secolo d’Italia, era un noto picchiatore del quartiere. Venne ucciso per rappresaglia dalla «Volante rossa» poche settimane dopo la morte di Valerio, anche se con il suo assassinio non c’entrava nulla. Il 12 marzo sono appuntati gli scontri durante la manifestazione nazionale per l’uccisione da parte di un carabiniere di Francesco Lorusso e, qualche giorno dopo, il 15, la discussione nel collettivo «sui fatti di sabato e le baiaffe». Facevano discutere le pistole apparse durante il corteo e l’armeria presa d’assalto il sabato precedente. Il 22 settembre Valerio annota la partenza per Bologna dove partecipa, fino al 25, al convegno nazionale contro la repressione. Dormirà a casa di una zia accompagnato dalla madre, ci racconta Capoccetti. Il 15 novembre si legge «Vado all’Archimede, vengo aggredito». Quasi un presagio.

 

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Solo l’uscita dall’ipoteca penale può aiutare a scrivere finalmente quelle pagine bianche. Sarà poi la storia a dare il suo giudizio

Paolo Persichetti
Liberazione 14 febbraio 2010 (versione integrale)


Ad un certo punto del suo libro (scritto con Alesando Capponi, Sia folgorante la fine, Rizzoli 2010) Carla Verbano prende quasi per mano il lettore accompagnandolo lungo le strade che tracciano il quadrante nordest della Capitale. Un viaggio della memoria che si addentra per le vie dei quartieri Trieste, Salario, Nomentano, Montesacro, Talenti, Tufello, Val Melaina. La zona è tagliata in due dal ponte delle Valli che sul finire degli anni 70, come accadeva in molte altre strade o piazze d’Italia, «separava il bene dal male», segnava lo spartiacque politico tra i territori rossi e quelli neri. La “passeggiata” è costellata da tappe: marciapiedi, portoni, incroci, fermate d’autobus, bar, dove sono avvenuti scontri, attentati o sparatorie contro militanti di sinistra e di destra, giudici, poliziotti o persone ignare, uccise per sbaglio. Topologia di un conflitto, della sua parte più inutile, che ancora oggi la memoria ufficiale evita di nominare per quello che fu: una guerra civile strisciante. Senza contare i morti, ricorda la madre di Valerio Verbano: «Solo tra 1978 e 1979 tra Montesacro e Talenti ci sono stati 42 attentati dinamitardi a edifici, 87 aggressioni, 12 incendi ad automobili».
Il percorso che Carla Verbano propone, tenta di venire a capo della morte di suo figlio Valerio, diciannovenne militante dell’autonomia ucciso il 22 febbraio 1980. Dopo 30 anni i suoi assassini sono ancora senza volto. Un omicidio anomalo sul piano operativo, ma nel libro si ricorda un precedente, un ferimento realizzato da elementi dell’estrema destra avvenuto con le stesse caratteristiche ma dimenticato dalle indagini. Diversi sono i morti di quell’epoca rimasti senza responsabili: a cominciare da quelli commessi dalle forze dell’ordine, come Fabrizio Ceruso, ucciso il 5 settembre 1974 davanti ad un’occupazione di case a san Basilio, Pietro Bruno, morto nel 1975 nel corso di una manifestazione, Mario Salvi e Giorgiana Masi, entrambi colpiti alle spalle, il primo il 7 aprile 1976, la seconda il 12 maggio 1977. Nel pantheon della destra un posto particolare è riservato ai «martiri» che non hanno trovato esito giudiziario: Zicchieri, Cecchin, Mancia, Di Nella, i tre di Acca Larentia. A sinistra senza nome sono rimasti gli omicidi di Fausto Tinelli, Lorenzo Iannucci, Ivo Zini, uccisi tra il marzo e il settembre 1978. La lista ovviamente non pretende di essere esaustiva per nessuna delle parti.
A oltre trent’anni dai fatti, cosa è ancora possibile fare senza cadere nel culto cimiteriale della mistica vittimaria con cui, per esempio, la destra incensa i propri morti e che alcuni a sinistra tentano di imitare opponendo le proprie icone insanguinate in una sorta di guerra memoriale, prolungamento metaforico dello scontro con i fascisti degli anni 70? Questa costruzione postuma di un’identità vittimaria avvitata su se stessa, oltre a non essere rappresentativa del reale storico dell’epoca, ripropone in modo univoco e preponderante il paradigma antifascista come asse identitario e percorso prioritario dentro il quale ricostruire l’azione politica.
Forse c’è un solo percorso che può servire alla ricostruzione completa di quegli anni senza cadere nella trappola identitaria: un’amnistia. Solo l’uscita dall’ipoteca penale può aiutare a scrivere finalmente quelle pagine bianche. Sarà poi la storia che si occuperà di dare il suo giudizio.
La vera domanda è cosa sia la destra oggi e come combatterla. Pensare di riproporre analisi e modelli d’azione che ripescano il vecchio paradigma dell’antifascismo militante è quantomeno inadeguato, senza voler qui riaprire una vecchia querelle che pur merita di tornare ad essere affrontata. Già negli anni 70 sull’antifascismo militante come ideologia non vi era unanimità. Nato dall’impulso iniziale del Pci che tentò di convogliare sul pericolo neofascista la spinta dei movimenti sociali, venne fatto proprio da alcuni settori della nuova sinistra fino a divenire una sorta d’ideologia a sé che esorbitava dalla questione concreta delle violenze fasciste. Considerata da altre realtà politiche della sinistra rivoluzionaria come un diversivo che “sopravvalutava contraddizioni secondarie o arretrate”, l’ideologia ipostatizzata dell’antifascismo in tutte le sue varianti era criticata perché conteneva in nuce derive democraticiste, legalitarie, giustizieriste, complottistiche che allontanavano dalla centralità del conflitto anticapitalista. Il dibattito sembra oggi riproporsi e come sempre la memoria ci parla del presente.

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Violenze nel carcere minorile di Lecce dietro la morte di Carlo Saturno

Crimini burocratici. Rosario Priore, dirigente degli Istituti di pena per minori, aveva ignorato la relazione, inviata dall’ex direttore dell’Ipm di Lecce, sulle violenze inflitte ai minorenni da alcuni componenti della polizia penitenziaria che lavoravano nell’Istituto minorile. Carlo Saturno era una delle vittime di questi soprusi. Aveva avuto il coraggio di testimoniare al processo. L’inchiesta per “istigazione al suicidio” avviata dalla procura dopo la sua morte in una cella di isolamento del carcere di Bari mira ad accertare se vi siano state pressioni, minacce, ricatti o rappresaglie per indurlo a ritrattare

Paolo Persichetti
Liberazione 10 aprile 2011

Se Carlo Saturno, il detenuto ventiseienne trovato morto in una cella d’isolamento del carcere di Bari il 30 marzo scorso, si è suicidato ce lo diranno abbastanza presto i risultati dall’autopsia. In ogni caso l’inchiesta aperta dalla procura non mette in discussione, per il momento, la dinamica ufficiale della morte. L’attenzione degli inquirenti è rivolta alle cause scatenanti, al movente che avrebbe provocato il gesto disperato. Il reato ipotizzato, infatti, è quello di “istigazione all’omicidio”. Dietro la breve storia di Carlo s’intravede una lunga scia di violenze e pestaggi, di denunce lungamente inascoltate e rancori per aver poi raccontato nel corso di una inchiesta gli abusi e le percosse.
Dietro questo tipo di tragedie ci sono spesso dei crimini burocratici, invisibili per definizione, ma pesanti quanto macigni. La storia di Carlo, per esempio, incrocia nomi importanti che hanno fatto le cronache di questo Paese, come quello di Rosario Priore, giudice istruttore che dalla seconda metà degli anni 70 fino a tutto il decennio 90, con l’inchiesta sull’aereo di linea Itavia abbattuto da forze Nato nei pressi di Ustica, ha seguito le maggiori istruttorie sui fatti d’eversione, dal rapimento Moro alla colonna romana dell Br, fino all’attentato al Papa.
Carlo era rinchiuso nell’Istituto per minori di Lecce quando, «dopo anni di fibrillazioni costanti e ripetuti periodi di grandi difficoltà nel trovare una dirigenza stabile», situazione che provocava il continuo succedersi di nomine nei ruoli guida dell’Istituto, sia del direttore che del comandante della polizia penitenziaria, si arrivò finalmente a scoperchiare il marcio che avvelenava la vita di chi era rinchiuso o lavorava in quel posto.
«Avevo raccolto la richiesta di aiuto da parte di un medico e di un assistente sociale in servizio presso il carcere», ebbe modo di spiegare nel 2007 Alberto Maritati, allora sottosegretario alla Giustizia. «I due – continua sempre Maritati – si sono rivolti alla mia segreteria e lamentavano di non avere trovato ascolto da nessun’altra parte. A quel punto ho inviato la denuncia alla procura di Lecce e una copia al dirigente della sezione penitenziaria del ministero della Giustizia».
A contattarlo era stato Roberto di Giorgia, medico del carcere minorile che aveva denunciato le violenze e gli abusi. Eppure molto prima che Maritati raccogliesse le denunce, il dipartimento che si occupa della Giustizia minorile presso il ministero della Giustizia, aveva ricevuto numerosi esposti. Capo di questa struttura era proprio Rosario Priore che si distinse per aver ignorato la missiva del 29 giugno 2005, inviata dall’ex direttore dell’Ipm di Lecce, Francesco Pallara, nella quale si denunciavano almeno una dozzina di poliziotti penitenziari per le violenze e gli abusi praticati sui minori. Nomi finiti poi nell’inchiesta e nel processo ora in corso ma destinato a cadere in prescrizione prima della pronuncia finale della corte. Imputati di quegli orribili delitti sono Gianfranco Verri (ritenuto nell’inchiesta uno degli artefici materiali delle violenze, comandante della polizia penitenziaria del minorile, chiuso definitivamente dopo l’inchiesta), Giovanni Leuzzi, vice comandante, Ettore Delli Noci, Vincenzo Pulimeno, Alfredo De Matteis, Emanuele Croce, Antonio Giovanni Leo, Fernando Musca e Fabrizio Giorgi, agenti di polizia penitenziaria. Tutti incriminati per fatti avvenuti tra il 2003 e il 2005.
Gli abusi contro i giovani si reggevano su un sistema di punizione che Maritati racconta in questo modo: «i ragazzi venivano costretti dalle guardie a dormire nudi per diverse notti su brande senza materasso, in un sistema repressivo ideato dagli stessi responsabili del centro». Nel carcere regnava un clima di paura. Chi esprimeva dissenso o provava a ribellarsi veniva minacciato di trasferimento o di vessazioni. Alla fine i 20 ragazzi rinchiusi nel centro vennero trasferiti all’istituto di Fornelli di Bari. Carlo era tra questi ma ebbe il coraggio di costituirsi parte civile e testimoniare le violenze subite, i colpi violenti sul volto che gli provocarono la rottura del timpano. Un gesto che, una volta rientrato in carcere per fatti nuovi a causa delle sue problematiche esistenziali, gli è costato caro. La procura sta indagando sulla presenza di eventuali pressioni esercitate nei confronti del giovane affinché ritrattasse.
Don Raffaele, cappellano del carcere di Lecce, segue da molto vicino questa vicenda anche se non ha mai conosciuto Carlo direttamente ma solo per il tramite di alcuni giovani di un’associazione che fa volontariato negli istituti di pena. Proprio ieri  insieme a questi giovani ha recuperato un video di 15 minuti girato nel minorile di Lecce nel quale appare anche Carlo. «Mi auguro – ci dice al telefono – che dal punto di vista dell’amministrazione penitenziaria ci sia la massima collaborazione per chiarire tutti i punti oscuri della vicenda». Don Raffaele lancia un appello: «Se ci sono dei detenuti che sanno qualcosa, lo dicano, e se ci sono dei poliziotti penitenziari che hanno visto, parlino, dicano quello che è successo perché la verità fa bene a tutti, anche quando fa male. Fa bene al detenuto e fa bene anche alla polizia penitenziaria. Mi auguro che non s ci siano chiusure di tipo corporativo soprattutto da parte dei sindacati di polizia penitenziaria».

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Cronache carcerarie