Nicola Ciocia-De Tormentis: Francesca Pilla del “manifesto”, da che parte stai?

Sul manifesto di ieri, 17 febbraio, in apertura di pagina 8 è apparso un’articolo della corrispondente da Napoli Francesca Pilla dedicato a Nicola Ciocia, alias al professor De Tormentis, dal titolo «il dr. De Tormentis ha un nome» che i lettori di questo blog conoscono molto bene. Sorpreso dal reiterato silenzio su questa vicenda dell’unico giornale della sinistra comunista, radicale (le anime sono tante, non sto a soffermarmi) rimasto in edicola dopo la sopensione delle pubblicazioni di Liberazione, che sulla questione era intervenuta per ben due volte a dicembre, la scorsa settimana avevo chiamato più volte alcuni redattori per sollecitare la loro attenzione. Oltre a non aver recensito l’apparizione del libro di Nicola Rao, Colpo Al cuore, Sperling&Kupfner, che raccoglie la testimonianza dello stesso Ciocia, sotto copertura dello pseudonimo De Tormentis, e di Salvatore Genova, l’altro funzionario che racconta la stagione delle torture ordinate dal governo, il manifesto aveva mancato di riprendere l’argomento anche dopo la puntata di Chi l’ha visto? e l’uscita dell’articolo del Corriere della sera che rompeva il muro di silenzio dei grandi quotidiani nazionali divulgando il nome anagrafico di De Tormentis, già accessibile da diverso tempo su questo blog e quello di Baruda.
Alla fine, addirittura ad un giorno di distanza l’uno dall’altro, forse anche grazie all’effetto d’accredito (se fosse così ci sarebbe molto da pensare) prodotto dall’intervento di Sofri su Repubblica, sono usciti due articoli: quello di Francesca Pilla e il contributo importante di Mauro Palma, presidente fino allo scorso dicembre del Comitato europeo per la prevenzione e contro l’uso della tortura. Un’ente che ha poteri di sindacato ispettivo su mandato dell’Unione europea.

Nonostante l’attività di documentazione sulle torture contro i militanti della lotta armata svolta da questo blog, che accompagna quella d’inchiesta e riflessione, tra i post in archivio non troverete l’articolo di Pilla. Chi vuole può andarselo a leggere sul sito del manifesto. La ragione? Il pezzo di cronaca è una rimasticatura dei pezzi usciti sul Corriere della sera e sul Corriere del Mezzogiorno. Dal manifesto ci si aspettava qualcosa di più, anche perché in rete c’è già molto materiale. Ma non stiamo qui a fare le bucce. Il vero problema è un’altro: Francesca Pilla conclude il suo articolo con un bizzarro interrogativo il cui succo è: ma perché Salvatore Genova, che è stato accusato di aver partecipato alle torture di Di Lenardo (e si salvò grazie all’immunità parlamentare ottenuta con l’elezione in parlamento tra le file del partito del piduista Pietro Longo), accusa Ciocia solo ora che i fatti sono prescritti? Insomma cosa c’è dietro di losco?
Cito:
«Ma perché ora dovrebbe accusare proprio Ciocia (e non solo) e dopo più di trent’anni, quando quei reati non sono nemmeno perseguibili in quanto ormai prescritti? Di regola – conclude la giornalista – non si dovrebbe mai terminare un articolo con punto di domanda, ma purtroppo su questa faccenda sono ancora tanti i silenzi e le responsabilità da accertare»
.

Cara Francesca, questa domanda la potevi rivolgere direttamente a Salvatore Genova. La cultura giustizialista ha roso l’anima della Sinistra, gli ha mangiato il cervello. Tutta questa premura per il professor De Tormentis-Nicola Ciocia sorprende e guarda caso ricalca le parole dei pm napoletani, gli immacolati Libero Mancuso, Lucio Di Pietro, Felice Di Persia e Diego Marmo, che hanno subito fatto quadrato attorno al suo operato. Istillare il dubbio, far balenare il sospetto sulla presenza di chissà quali dietrologiche ragioni… serve in questo caso solo a screditare testimonianze imbarazzanti. E’ una vecchia tecnica e Francesca Pilla ci casca con tutte le scarpe, anzi i tacchi. Invece di chedersi perché i magistrati napoletani difendano il loro collaboratore prediletto Nicola Ciocia – che gli portava le confessioni degli arrestati su un piatto d’argento sciacquato con acqua e sale senza che loro, mai e poi mai, avessero percepito la benché minima irregolarità – con tanto fervore malgrado le evidenze, le ammissioni stesse di Ciocia che si è accusato da solo quando ha detto di aver torturato Enrico Triaca, quando sotto l’eteronimo di De Tormentis ha seminato una infinità di dettagli sulla sua persona e carriera? Non pensi che forse la latrina della Repubblica che si sta scoperchiando, il fetore purulento che emana stia infastidendo se non preoccupando qualcuno?

A raccontare delle torture furono già nel 1982 Gianni Trifirò, sovrintendente di polizia e il capitano Riccardo Ambrosini che riferirono a PierVittorio Buffa dell’Espresso e Luca Villoresi di Republlica. Salvatore Genova iniziò a farlo pubblicamente nel 2007, ben cinque anni fa, a ridosso dei processi per i fatti della Diaz e di Bolzaneto dopo la testimonianza del funzionario di polizia Michelangelo Fournier che parlò di «macelleria messicana». Leggete questa intervista e capirete le dinamiche psicologiche da lui ribadite anche nell’intervista rilasciata a Chi l’ha visto? E probabile che la prescrizione penale dei fatti-reato raccontati l’abbia anche sollevato dal timore di suscitare guai giudiziari ai suoi colleghi. E’ noto che l’ipoteca penale sia il più grande viatico alla sepoltura della verità, per questo lo Stato italiano ha sempre avuto paura di un’amnistia sugli anni 70 perché in questo modo poteva mantenere il monopolio della verità.

Detta in modo brutale: Salvatore Genova fa capire di non voler passare alla storia come l’unico funzionario macchiato dall’infamia di essere stato un torturatore. Vuole condividere questa responsabilità con chi insieme a lui partecipò anche con gradi gerarchici più alti all’operazione torture che si protrasse per tutto il 1982.
C’è rivalsa e risentimento in questo atteggiamento? Molto probabile.
Si tratta di sentimenti poco nobili? Scusate, ma ai fini della verità storica a noi cosa interessa. Misurare le intenzioni a cosa serve? Il giudizio morale sui protagonisti di questa vicenda c’è già. E non cambia.
A preoccuparci semmai deve essere la ricostruzione completa dei fatti, delle responsabilità di governo, delle complicità della magistratura, provati in modo circostanziato, documentato, inappuntabile.

Allora, cara Francesca Pilla, davvero non si capisce il senso della tua domanda e quel che è peggio non si capisce nemmeno da che parte stai.


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Che cosa è stato il berlusconismo?

«Goffamente astuto, furbescamente ingenuo, balordamente sublime, superstizione calcolata, farsa poetica, anacronismo genialmente sciocco, buffonata della storia mondiale, geroglifico inesplicabile»

 

Paolo Persichetti
18 febbraio 2012
Questo articolo è apparso su Gli Altri del 2 marzo 2012

Fin dal momento della sua entrata diretta in politica, nel lontano 1994, il dispositivo Berlusconi ha agito come un grande diversivo, un potentissimo magnete capace di captare su di sé passioni contrapposte. Una sorta d’incantesimo che ha permesso al padrone della televisione commerciale di collocarsi da subito al centro della scena scompaginando gli schieramenti, rimescolango le carte, sparigliando il tavolo da gioco. Forse solo riconoscendo questa sua irresistibile capacità illusionistica si può riuscire a spiegare anche l’essenza contraddittoria, quella combinazione di contrari che è l’antiberlusconismo. Solo in questo modo si riesce a comprendere perché personaggi della destra storica, come Indro Montanelli, populisti di destra come Antonio Di Pietro siano divenuti paladini del popolo della sinistra, oppure facitori d’opinione come Marco Travaglio, un damerino reazionario, ispirino le correnti giustizialiste di sinistra, dai girotondi al popolo viola.
Sicuramente Berlusconi ha saputo intercettare e interpretare a modo suo quel nuovo spirito del capitalismo descritto da Luc Boltansky e Éve Chiappello in un volume pubblicato da Gallimard nel 2000. Versione italiana di quella nuova etica della valorizzazione del capitale che, secondo i due sociologi, dopo l’originaria fase puritana e la successiva età della programmazione e della razionalità fordista, ha trovato nuova fonte d’ispirazione e legittimazione in una parte delle critiche rivolte al modo di produzione capitalista durante la contestazione degli anni Settanta. La critica al taylorismo fordista, all’alienazione seriale del lavoro, ai rapporti di società rigidi e gerarchizzati e alla società dello spettacolo, sono state assorbite e metabolizzate fino a fare della creatività e della flessibilità i tratti salienti del nuovo sistema dell’economia dei flussi, del valore aggiunto, del lavoro immateriale incamerato nel prodotto finito. Inventiva, piacere e pazzia – sempre secondo l’analisi di Boltansky e Chiappello – sono diventati ingredienti del successo capitalista molto più dei costipati valori del lavoro, della preghiera e del risparmio che ispiravano gli albori del capitalismo.
Se l’immaginazione non è mai arrivata al potere, sicuramente ha trovato posto in piazza Affari. Dimostrazione della capacità dinamica e innovativa dell’«imprenditoria deviante», secondo una categoria forgiata dalla sociologia criminale. L’ambivalenza del comportamento berlusconiano, condotta all’interno e all’esterno dell’ordine stabilito, ha permesso di condurre esperimenti, d’esplorare possibilità anche illegittime. Risorsa necessaria affinché l’iniziativa economica innovativa potesse avere luogo. In questo modo l’uomo di Arcore ha mantenuto «una distinta leggerezza che ha consentito alle sue imprese, in maniera weberiana, di levarsi al di là del bene e del male», come ha scritto Vincenzo Ruggiero in, Crimini dell’immaginazione. Devianza e letteratura, il Saggiatore, Milano 2005.
Il patron della pubblicità con le sue televisioni è stato il volto italiano di questa rivoluzione del capitale. Con la sua abilità a produrre ideologia è riuscito a sintetizzare anche interessi e spinte sociali diverse ma accomunate da un’ipetrofica rapacità individualista. Venditore di sogni e d’illusioni, spacciatore di marche, dealer di un mondo ridotto al dominio del logo e delle sue imitazioni. Divenuto sistema-mondo, occupata la società, a Berlusconi mancava solo la politica. Non la politica vera. Quella l’aveva sempre fatta, come una volta vantò in una intervista. La sua rete commerciale non era altro che un partito di tipo leninista. L’unico rimasto. Il partito dei professionisti della pubblicità. Una struttura di quadri ben selezionata, radicata nel territorio e nei distretti economici, con rapporti diffusi e alleanze con le corporazioni, le organizzazioni di categoria e gli imprenditori legali e illegali. Un vero modello d’organizzazione bolscevica della borghesia. Ed difatti, alla fine del 1993, in pochi mesi riuscì a farne la struttura portante di Forza Italia per lanciare l’attacco alla cittadella della politica-istituzionale, all’occupazione della macchina statale. Grazie ad una scientifica attività lobbistica e alle protezioni ottenute da settori influenti della politica, più che alla capacità di stare sul mercato, ha potuto costruire negli anni Ottanta la sua posizione dominante nel settore delle televisioni commerciali e della raccolta pubblicitaria. Ma a spianare la strada al suo ingresso diretto nel mondo dei palazzi romani è stato il tracollo del sistema politico dei partiti provocato dalle inchieste giudiziarie. Quando sulle ceneri della Prima Repubblica rivaleggiavano ormai forme contrapposte di populismo, Berlusconi è riuscito a sconvolgere la scena politica del paese sradicando la tradizione dei partiti di massa già in crisi ed imponendo il proprio modello anche ai suoi avversari. In grado di miscelare elementi elitari e plebiscitari, premoderni e ipermoderni, quello berlusconiano è apparso un modello di populismo dove vecchio e nuovo s’integravano. Sorretto dal ritorno all’affermazione della leadership carismatica e provvidenziale, nella quale il potere patrimoniale sostituisce la vecchia legittimità paternalista-patriarcale, il paradigma berlusconiano ha accompagnato l’elogio dell’imprenditorialità diffusa dentro la quale riescono a convivere anche forme arcaiche e bestiali di taylorismo. Il sogno e l’inganno di milioni di piccole imprese, nuova configurazione di un rapporto lavorativo che occulta dietro al mito dell’imprenditorialità individuale le gerarchie di un nuovo modello di sfruttamento. Illusione di un facile accesso al ceto medio e all’arricchimento personale modellato con i valori profusi dalle televisioni commerciali, tra gossip, cronaca nera, veline e reality show. Esaltazione retorica e sognatrice dell’autoaffermazione individuale, della proprietà (tanto più quando questa è insignificante e si riduce ad un’abitazione o un’automobile acquistata contraendo mutui bancari pluridecennali o alla conversione dei propri risparmi in bond e partecipazioni in titoli finanziari). Ideologia che riesce a far convivere con un mirabile gioco di prestigio temi legati alla riscoperta dei valori morali, come patria, famiglia e presunta etica della vita (ostilità verso l’aborto e l’uso delle staminali), insieme ad una sorta di sfrenato “edonismo proprietraio”, di ’68 dei padroni (il “bunga bunga”).
«Goffamente astuto, furbescamente ingenuo, balordamente sublime, superstizione calcolata, farsa poetica, anacronismo genialmente sciocco, buffonata della storia mondiale, geroglifico inesplicabile», l’apparente inconsistenza del personaggio berlusconiano si è rivelato in realtà un suo punto di forza: «Appunto perché non era nulla, egli poteva significare tutto», come capitò di scrivere a Marx a proposito di un altro «uomo della provvidenza», ed essere così reinventato da ogni ceto sociale o individuo a propria immagine e somiglianza. Ma quando la società dei lavoratori e dei cittadini volontari è messa fuori gioco, come ha ricordato Mario Tronti (La Politica al tramonto), «la politica diventa il monopolio dei magistrati, dei grandi comunicatori, della finanza, delle lobby, dei salotti. Cessa di essere la sede in cui i progetti di società si affrontano e confrontano e diventa il luogo dell’indifferenza, uno spazio indistinto dove l’apparenza prevale sul contenuto, l’estetica s’impone sulla sostanza». Per questo l’antiberlusconiano giustizialista non solo non si è rivelato efficace ma si è addirittura dimostrato dannoso riverberandosi unicamente come riflesso subalterno del suo acerrimo nemico.

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Quanto è attuale quel Settantasette

17 febbraio 1977: Lama viene cacciato dall’università di Roma

Lanfranco Caminiti
glialtrionline.it 17 Febbraio 2012

L'aasalto al carro di Lama

Il 17 febbraio del 1977, trentacinque anni fa, Luciano Lama, segretario della Cgil, di buon mattino, arrivò all’università La Sapienza di Roma. Erano in fermento le università, erano occupate le università, da Palermo a Napoli, da Roma a Bologna. Ce l’avevano, gli studenti, con la riforma Malfatti che aboliva la liberalizzazione dei piani di studio. Ce l’avevano, gli studenti, coi comunisti che non si opponevano alla riforma e al governo Andreotti in nome della non-sfiducia (mica solo i democristiani inventavano formule astruse).
È per questo che i comunisti mandano Lama all’università. È una mossa enorme, dal punto di vista politico e dell’immagine. Quando mai il capo del più importante sindacato italiano era andato all’università a parlare agli studenti, al loro movimento? Se uno fa una ricerca su tutta la storia del sindacalismo italiano del dopoguerra non si trova la minima traccia di un episodio simile. Tutta l’autorevolezza «operaia» viene calata come l’asso di briscola. Poteva essere un colpo di genio, un’iniziativa straordinaria, un evento capace di rimescolare le carte e foriero di enormi trasformazioni: il mondo del lavoro, quello delle mani callose, incontrava una nuova figura produttiva, quella del lavoro immateriale, dei lavoretti di sussistenza, destinata a un futuro precario senza diritti. Le Camere del lavoro avrebbero incontrato il non-lavoro, il lavoro nero, invisibile, immateriale. Si fosse dato, questo incontro, si fossero poste le occasioni per discutere, capirsi, interrogarsi reciprocamente, tutta la storia del movimento operaio italiano ne sarebbe uscita trasformata. Le premesse c’erano tutte: da mesi il movimento s’incontrava con i metalmeccanici, che allora erano una federazione ed esprimeva posizioni in contrasto con i vertici sindacali e più aperte alle lotte. Le trasformazioni produttive, l’ingresso della tecnologia in fabbrica, l’intensificazione dei ritmi di produzione per un verso e delle macchine risparmia-lavoro per un altro, stavano cambiando il quadro di riferimento generale. Era lì la crisi, che mordeva selvaggia. Quella del lavoro e quella della produzione industriale. Invece, Lama venne con l’aria del liquidatore a sistemare la pratica, sfastidiato che un cotale monumento dell’unità nazionale fra impresa e produttori – cioè, se stesso – venisse disturbato da quattro sciamannati. Venne, Lama, all’università, arrogante e infastidito, a fare la predica. E, per soprammercato, si portò dietro le truppe del servizio d’ordine. Tanto per capirci. Come andò a finire, si sa. A gambe all’aria. Ancora, oggi, 2012, stiamo qui a parlarne. Ne ha parlato Napolitano, nel suo messaggio di fine anno, per richiamare i sindacati alla responsabilità nazionale, a farsi carico dei sacrifici e della crisi. È una vita che il «grande vecchio» dice ste cose. Ne ha parlato Eugenio Scalfari su Repubblica, in uno scambio di lettere con la Camusso, attuale segretario della Cgil, in cui ha riportato una sua intervista del 1978 in cui Lama – che avrebbe sistematizzato queste idee nel convegno dell’Eur – fa un’apertura di credito alla mobilità del lavoro, invitandola a rispecchiarsi in quelle parole e a lasciar perdere, ne avesse voglia, le barricate sull’articolo 18. È una vita che Scalfari dice ste cose. Torna buono, Lama, in tempi di crisi e di sacrifici per i lavoratori. Ha voglia, la Camusso, a dire che non siamo nel 1977 e le cose sono profondamente cambiate: allora i salari crescevano, allora la forbice tra retribuzioni e profitti era meno larga. Lama torna buono, ai Napolitano e agli Scalfari, non tanto per corroborare il ragionamento su quali margini patteggiare e su quali punti considerare irricevibili, quanto a ricordare e temere quel terribile 1977. La piazza, la furia, la violenza. L’apocalisse. Un ragionamento contorto, questo di Napolitano e Scalfari – d’altronde che vi aspettate, in tempi in cui vogliono convincerci che per aumentare il lavoro e proteggerlo bisogna diminuire l’occupazione e licenziare più facilmente? Contorto perché piuttosto è l’assenza di opposizione, è il compromesso ricattatorio al ribasso che fa ribollire la furia della piazza. Un ragionamento cinico anche: se la furia della piazza scoppia, se chi non ha rappresentanza alcuna, sindacale, politica, non ha altro mezzo per far sentire la propria voce che la piazza, allora, sarà un problema di ordine pubblico. Loro, su questo, hanno già patacche di medaglie appuntate. Dice la Camusso che «senza investimenti, si è scelto di produrre precarietà, in sintesi: lo spostamento sui lavoratori dei rischi del fare impresa». Dice Scalfari che la Camusso sbaglia, perché «il precariato e la disoccupazione sono gli effetti della crisi insieme alla recessione». A occhio, mi sento di stare dalla parte della Camusso. Però, la più grande differenza con gli anni Settanta è che allora il mondo del lavoro si divideva davvero fra «garantiti» e «non garantiti», fra «lavoro» e «non lavoro»; che allora il lavoro era “ubicato” – le fabbriche, gli uffici – e “a tempo” – si entrava al mattino, si usciva la sera – e oggi il lavoro è delocalizzato, è ovunque, è sempre. Oggi, dentro la crisi, la precarizzazione va diffondendosi in tutto il mondo del lavoro, non è circoscritto ai giovani. Le misure adottate da Rajoy in Spagna e da Papademos in Grecia – quelle a cui dovremmo guardare come traguardi da raggiungere – vanno tutte nel senso della destabilizzazione del lavoro, ovvero licenziamenti e licenziabilità. Sarà pure la crisi, ma questa è la ricetta in voga. Non dovrà esistere più il criterio di «posto». Tra un non assunto e un licenziabile la differenza deve assottigliarsi, va assottigliandosi. La classica dicotomia tra forza lavoro impiegata e esercito industriale di riserva, perché quest’ultimo facesse da compressione al salario, viene azzerata nel senso che tutta la forza lavoro deve diventare esercito di riserva. Noi recupereremmo competitività se la nostra forza lavoro verrà a costare e a contare come quella del Burkina Faso o del Guandong, in Cina. Si può investire in Italia, e si possono attrarre investimenti qui, solo se la compressione sui salari e la fisarmonica dell’occupazione diventano appetibili e praticabili “per legge”. Ora, a me questo “progetto” sembra né più né meno che le Poor Laws [ammortizzatori sociali? flexisecurity?] dell’Ottocento inglese, quella che fa da sfondo e da cornice ai grandi romanzi di Dickens. La differenza – e sostanziale – sta che allora la produzione industriale del capitalismo era in impetuosa crescita e aveva tanta prateria davanti, e la mobilità sociale andava verso l’alto, oggi è in rovinoso declino, e la mobilità sociale va verso il basso. La crisi che stiamo vivendo dipende da questo, non tanto e non solo dalle follie finanziarie. Non produciamo più merci “di massa” anche se il nostro know how, la nostra capacità tecnologica, il nostro sapere generale è cresciuto enormemente. È dentro questo scenario che il lavoro va ripensato, si deve ripensare. Qui non c’entra la sovrapproduzione, qui è proprio il collasso di una civiltà, come è accaduto a volte nella storia degli uomini, e se per quello pure delle bestie. Negli anni Settanta, quelli evocati dal «grande vecchio» Napolitano e da Scalfari, la più grande “rivoluzione” fu l’esodo di massa dal lavoro, la rottura soggettiva, la subordinazione mentale al lavoro come condizione di passaggio all’età adulta. Fu questo il Settantasette. Quello che si intuiva – quello che non hanno mai capito i comunisti e i lavoristi – era che dentro la crisi industriale era possibile un passaggio di civiltà che fuoriuscisse dalla condanna biblica al lavoro, alla subordinazione, allo scambio merce-denaro. Sconfitta, perseguitata, repressa quella rivoluzione, trentacinque anni dopo mi ritrovo un presidente del Consiglio che mi rigira la frittata, e sanziona «la noia e la monotonia del posto fisso». La differenza – sostanziale – è che oggi non c’è un soggetto politico in grado di trasformare la noia del posto fisso in libertà di scelte, di occasioni, di opportunità. Di nuova civiltà. Almeno sinora.

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Anni settanta

La tortura c’era

Dopo trent’anni PierVittorio Buffa torna a scrivere delle torture. La sua è una testimonianza importante: per averlo fatto nel febbraio 1982 venne messo in carcere. Un mese dopo fu la volta di Luca Villoresi. Per  la magistratura avevano indagato troppo, messo il naso dove non si doveva, raccolto testimonianze inopportune, trovato scomodi riscontri. E’ questo un’altro aspetto dimenticato di questa storia: l’attacco alla libertà di stampa, il bavaglio messo sulla bocca di chiunque provava a denunciare quello che stava accadendo.
Tempo fa Buffa ci aveva concesso un’intervista nella quale raccontava la sua esperienza Leggi qui

La tortura c’era

Di PierVittorio Buffa
http://buffa.blogautore.repubblica.it/2012/02/16/la-tortura-cera/

Non avrei pensato di tornare a parlare di una storia vecchia di trent’anni se stamattina non vi avesse fatto esplicito riferimento, in un articolo per Repubblica, Adriano Sofri.
Nel 1982 Luca Villoresi, di Repubblica, e io, che lavoravo all’Espresso, venimmo arrestati a Venezia per aver denunciato le torture ai brigatisti che avevano rapito il generale americano James Lee Dozier. In rete c’è il mio articolo di allora e una breve sintesi della vicenda.
Andare in prigione, anche se giornalisti con alle spalle giornali come Repubblica e LEspresso, non e’ gradevole. Lacera dentro, lascia il segno, cambia qualcosa in te, per sempre. Quello che però, personalmente, mi ferì forse più delle foto con i ferri ai polsi e del rumore del cancello che si richiude alle spalle, fu l’essere implicitamente, e anche esplicitamente, accusato di aver fatto, con quell’articolo, il gioco dei terroristi. Il clima di quei giorni lo sintetizza bene Sofri riportando un passaggio dell’intervento di Leonardo Sciascia in parlamento.
Oggi, dopo trent’anni, i protagonisti di allora, funzionari di polizia, raccontano la verità. Confermano che la tortura programmata e’ davvero esistita nel nostro paese. Che l’acqua e il sale non erano l’invenzione di giornalisti fiancheggiatori. Che i poliziotti che denunciarono i loro colleghi e che, per questo, vennero additati come traditori ed emarginati, dicevano solo la verità. A me resta l’amarezza di non essere riuscito, allora, a far arrivare i responsabili di fronte a un giudice. Villoresi e io, semplici e giovani cronisti, arrivammo alla verità con un paio di telefonate alle persone giuste e qualche incontro semiclandestino. I magistrati e i capi di quei funzionari avrebbero potuto fare molto di più e meglio per scoprire cosa accadeva nei distretti di polizia e punire i responsabili. Ma non fecero nulla. Anzi, negarono con forza le evidenze. Resta però anche un pizzico di soddisfazione che non deve restare solo mia, ed è per condividerla che ho scritto questo post. Oggi ci sono le prove che due cronisti, su questa brutta storia, raccontarono la verità. E che sia davvero acclarata con ben trent’anni di ritardo dimostra solo che della verità non bisogna avere paura. Va cercata, documentata, scritta. E questo è il semplice ma difficile mestiere del cronista.

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Torture contro i militanti della lotta armata

Adriano Sofri, l’uso della tortura negli anni di piombo
«Che delusione professore!». Una lettera di Enrico Triaca a Nicola Ciocia-professor De Tormentis
Rai tre Chi l’ha visto? Le torture di Stato
Nicola Ciocia, Alias De Tormentis risponde al Corriere del Mezzogiorno 1
Torture, anche il Corriere della sera fa il nome di De Tormentis si tratta di Nicola Ciocia
Nicola Ciocia, alias De Tormentis, è venuto il momento di farti avanti
Cosa accomuna Marcello Basili, pentito della lotta armata e oggi docente universitario a Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, ex funzionario Ucigos torturatore di brigatisti
Triaca:“Dopo la tortura, l’inferno del carcere – 2
Enrico Triaca; “De Tormentis mi ha torturato così” – 1
1982 la magistratura arresta i giornalisti che fanno parlare i testimoni delle torture
Novembre 1982: Sandro Padula torturato con lo stesso modus operandi della squadretta diretta da “de tormentis”
Anche il professor De Tormentis era tra i torturatori di Alberto Buonoconto
Caro professor De Tormentis, Enrico Triaca che hai torturato nel 1978 ti manda a dire
Le torture ai militanti Br arrivano in parlamento
Nicola Ciocia, alias “De Tormentis” è venuto il momento di farti avanti
Torture: Ennio Di Rocco, processo verbale 11 gennaio 1982. Interrogatorio davanti al pm Domenico Sica
Le torture della Repubblica 2,  2 gennaio 1982: il metodo de tormentis atto secondo
Le torture della Repubblica 1/, maggio 1978: il metodo de tormentis atto primo

Torture contro le Brigate rosse: il metodo “de tormentis”
Acca Larentia: le Br non c’entrano. Il pentito Savasta parla senza sapere
Torture contro le Brigate rosse: chi è De Tormentis? Chi diede il via libera alle torture?
Parla il capo dei cinque dell’ave maria: “Torture contro i Br per il bene dell’Italia”
Quella squadra speciale contro i brigatisti: waterboarding all’italiana
Il pene della Repubblica: risposta a Miguel Gotor 1/continua
Miguel Gotor diventa negazionista sulle torture e lo stato di eccezione giudiziario praticato dallo stato per fronteggiare la lotta armata
Miguel Gotor risponde alle critiche
Il penalista Lovatini: “Anche le donne delle Br sottoposte ad abusi e violenze”
Le rivelazioni dell’ex capo dei Nocs, Salvatore Genova: “squadre di torturatori contro i terroristi rossi”
Tortura: quell’orrore quotidiano che l’Italia non riconosce come reato
Salvatore Genova, che liberò Dozier, racconta le torture ai brigatisti
1982, dopo l’arresto i militanti della lotta armata vengono torturati

Proletari armati per il comunismo, una inchiesta a suon di torture
Torture: l’arresto del giornalista PierVittorio Buffa e i comunicati dei sindacati di polizia, Italia 1982
L’énnemi interieur: genealogia della tortura nella seconda metà del Novecento
Ancora torture
Torture nel bel Paese
Pianosa, l’isola carcere dei pestaggi, luogo di sadismo contro i detenuti

L’uso della tortura negli anni di piombo

Dopo il Corriere della sera anche sulle pagine di Repubblica, il quotidiano di tutte le emergenze e fermezze nazionali, del più feroce rigor mortis, sostenitore imperterrito di polizia e magistratura, grazie ad Adriano Sofri si parla delle torture impiegate per contratstare la lotta armata degli anni 70 e inizio 80, ma non solo. A differenza degli altri pezzi, questa volta l’intervento di Sofri non ha richiami in prima ma si trova confinato nella pagina delle lettere, nella tribuna dedicata alle opinioni marcatamente esterne, estemporanee, a sottolineare la presa di distanza da qusta vicenda della nave ammiraglia scalfariana. Nonostante ciò il muro del silenzio ogni giorno che passa mostra sempre nuove crepe

Adriano Sofri, la Repubblica 16 Febbraio 2012

A prima vista, la notizia è che negli anni ’70 e ’80 ci fu un ricorso non episodico a torture di polizia nei confronti di militanti della “lotta armata” – e non solo. È quello che riemerge da libri (Nicola Rao, Colpo al cuore), programmi televisivi (“Chi l’ha visto“), articoli (come l’intervista del Corriere a Nicola Ciocia, già “professor De Tormentis”, questore in pensione). Non è una notizia se non per chi sia stato del tutto distratto da simili inquietanti argomenti. Nei primi anni ’80 le denunce per torture raccolte da avvocati, da Amnesty e riferite in Parlamento furono dozzine.

A volte la cosa “scappava di mano”, come nella questura di Palermo, 1985. Oscar Luigi Scalfaro, che era allora ministro dell’Interno, dichiarò: “Un cittadino è entrato vivo in una stanza di polizia e ne è uscito morto”. Era un giovane mafioso, fu picchiato e torturato col metodo della “cassetta”: un tubo spinto in gola e riempito di acqua salata. Gli sfondò la trachea, il cadavere fu portato su una spiaggia per simularne l’annegamento in mare. Alla notte di tortura parteciparono o assistettero decine di agenti e funzionari. Avevano molte attenuanti: era stato appena assassinato un valoroso funzionario di polizia, Beppe Montana, “Serpico”. All’indomani della denuncia di Scalfaro, e delle destituzioni da lui decise, la mafia assassinò il commissario Ninni Cassarà e l’agente Roberto Antiochia. Una sequenza terribile, ma le attenuanti si addicono poco al ricorso alla tortura, il cui ripudio è per definizione incondizionato. Repubblica sta ricostruendo la tremenda vicissitudine di Giuseppe Gulotta, “reo confesso” nel 1976 dell’assassinio ad Alcamo di due carabinieri, condannato all’ergastolo e detenuto per 22 anni: finché uno dei torturatori, un sottufficiale dei carabinieri, ha voluto raccontare la verità.
L’elenco di brigatisti e affiliati di altri gruppi armati sottoposti a torture è fitto: va dal nappista Alberto Buonoconto, Napoli 1975 (si sarebbe impiccato nel 1981) a Enrico Triaca, Roma 1978, a Petrella e Di Rocco (ucciso poi in carcere a Trani da brigatisti), Roma 1982, ai cinque autori del sequestro Dozier, Padova 1982… In tutte queste circostanze operavano (è il verbo giusto: noi siamo come i chirurghi, dirà Ciocia, “una volta cominciato dobbiamo andare fino in fondo”) due squadre chiamate grottescamente “I cinque dell´Ave Maria” e “I vendicatori della notte”. Ha riferito Salvatore Genova, già capo dei Nocs, inquisito coi suoi per le torture padovane al tempo di Dozier e stralciato grazie all’immunità parlamentare, infine pensionato: “Succedeva esattamente quello che i terroristi hanno raccontato: li legavano con gli occhi bendati, com’era scritto persino su un ordine di servizio, e poi erano costretti a bere abbondanti dosi di acqua e sale”. Quel modo di tortura – accompagnato da sevizie molteplici, aghi sotto le unghie, ustioni ai genitali, percosse metodiche, esecuzioni simulate; ed efferatezze sessuali nei confronti di militanti donne – non si chiamava ancora waterboarding, e non era un genere di importazione. Lo si usava già coi briganti ottocenteschi. Fu una specialità algerina negli anni ’50. Addirittura, quando Rao chiede a Ciocia se davvero gli ufficiali della Cia che assistettero agli interrogatori per Dozier fossero rimasti stupefatti per quello che vedevano, lui risponde: “Non sono stati gli americani a insegnarci certe cose. Siamo i migliori… Lì, nell’attività di polizia ci vuole stomaco. E gli altri Paesi lo stomaco non ce l’hanno come ce l’abbiamo noi italiani. Siamo i migliori. I migliori!”.
Costui accetta di parlare con Rao, che non ne rivela ancora il nome. Solo quel soprannome, “professor De Tormentis”. Il 23 marzo 1982 Leonardo Sciascia prese la parola nel dibattito alla Camera sulle torture ai brigatisti del sequestro Dozier, replicando all’allora ministro dell’Interno Virginio Rognoni. “Ieri sera ho ascoltato con molta attenzione il discorso del ministro e ne ho tratto il senso di una ammonizione, di una messa in guardia: badate che state convergendo oggettivamente sulle posizioni dei terroristi! Personalmente di questa accusa ne ho abbastanza! In Italia basta che si cerchi la verità perché si venga accusati di convergere col terrorismo nero, rosso, con la mafia, con la P2 o con qualsiasi altra cosa! Come cittadino e come scrittore posso anche subire una simile accusa, ma come deputato non l’accetto. Non si converge assolutamente con il terrorismo quando si agita il problema della tortura. Questo problema è stato rovesciato sulla carta stampata: noi doverosamente lo abbiamo recepito qui dentro, lo agitiamo e lo agiteremo ancora!”.

Successe allora che i giornalisti Vittorio Buffa e Luca Villoresi, che avevano riferito delle torture sull’Espresso e su Repubblica con ricchezza di dettagli, furono arrestati per essersi rifiutati di rivelare le loro fonti e liberati solo dopo che due coraggiosi funzionari di polizia dichiararono, a proprie spese, di aver passato loro le notizie. Certo Sciascia avrebbe meritato di conoscere la conclusione attuale della storia, che tocca quello che gli stava più a cuore, compreso il Manzoni della Colonna infame che citava il trattato duecentesco De tormentis. Da lì il prestigioso poliziotto Umberto Improta aveva ricavato il nomignolo per il suo subordinato. Il nome vero era da tempo noto agli esperti, a cominciare dalle vittime: appartiene a un poliziotto andato in pensione nel 2004 col grado di questore, dopo una carriera piena di successi contro malavita e terrorismo. Poi ha fatto l’avvocato, è stato commissario della Fiamma Nazionale a Napoli. Ora, alla vigilia degli ottant’anni e con la sua dose di malanni, dà interviste che un giorno rivendicano, un giorno smentiscono. Si definisce però “da sempre fascista mussoliniano”.
Ecco qual’è la notizia. Che quando lo Stato italiano e il suo Comitato interministeriale per la sicurezza decisero di sciogliere la lingua ai terroristi, ne incaricarono un signore che aveva già dato prova del proprio talento. Non è lui il problema: vive in pace la sua pensione, e promette di portarsi per quietanza nella tomba i suoi segreti di Pulcinella. Non importa che usassero il nome di tortura: non si fa così nelle ragioni di Stato, e del resto la Repubblica Italiana si guarda dal riconoscere l’esistenza di un reato di tortura. È superfluo, dicono. Bastava assicurare spalle coperte. La difesa della democrazia si affidò a un efficiente fascista mussoliniano. Siamo il paese di Cesare Beccaria e di Pietro Verri, i migliori.

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Torture contro i militanti della lotta armata

«Che delusione professore!». Una lettera di Enrico Triaca a Nicola Ciocia-professor De Tormentis
Rai tre Chi l’ha visto? Le torture di Stato
Nicola Ciocia, Alias De Tormentis risponde al Corriere del Mezzogiorno 1
Torture, anche il Corriere della sera fa il nome di De Tormentis si tratta di Nicola Ciocia
Nicola Ciocia, alias De Tormentis, è venuto il momento di farti avanti
Cosa accomuna Marcello Basili, pentito della lotta armata e oggi docente universitario a Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, ex funzionario Ucigos torturatore di brigatisti
Triaca:“Dopo la tortura, l’inferno del carcere – 2
Enrico Triaca; “De Tormentis mi ha torturato così” – 1
1982 la magistratura arresta i giornalisti che fanno parlare i testimoni delle torture
Novembre 1982: Sandro Padula torturato con lo stesso modus operandi della squadretta diretta da “de tormentis”
Anche il professor De Tormentis era tra i torturatori di Alberto Buonoconto
Caro professor De Tormentis, Enrico Triaca che hai torturato nel 1978 ti manda a dire
Le torture ai militanti Br arrivano in parlamento
Nicola Ciocia, alias “De Tormentis” è venuto il momento di farti avanti
Torture: Ennio Di Rocco, processo verbale 11 gennaio 1982. Interrogatorio davanti al pm Domenico Sica
Le torture della Repubblica 2,  2 gennaio 1982: il metodo de tormentis atto secondo
Le torture della Repubblica 1/, maggio 1978: il metodo de tormentis atto primo

Torture contro le Brigate rosse: il metodo “de tormentis”
Acca Larentia: le Br non c’entrano. Il pentito Savasta parla senza sapere
Torture contro le Brigate rosse: chi è De Tormentis? Chi diede il via libera alle torture?
Parla il capo dei cinque dell’ave maria: “Torture contro i Br per il bene dell’Italia”
Quella squadra speciale contro i brigatisti: waterboarding all’italiana
Il pene della Repubblica: risposta a Miguel Gotor 1/continua
Miguel Gotor diventa negazionista sulle torture e lo stato di eccezione giudiziario praticato dallo stato per fronteggiare la lotta armata
Miguel Gotor risponde alle critiche
Il penalista Lovatini: “Anche le donne delle Br sottoposte ad abusi e violenze”
Le rivelazioni dell’ex capo dei Nocs, Salvatore Genova: “squadre di torturatori contro i terroristi rossi”
Tortura: quell’orrore quotidiano che l’Italia non riconosce come reato
Salvatore Genova, che liberò Dozier, racconta le torture ai brigatisti
1982, dopo l’arresto i militanti della lotta armata vengono torturati

Proletari armati per il comunismo, una inchiesta a suon di torture
Torture: l’arresto del giornalista PierVittorio Buffa e i comunicati dei sindacati di polizia, Italia 1982
L’énnemi interieur: genealogia della tortura nella seconda metà del Novecento
Ancora torture
Torture nel bel Paese
Pianosa, l’isola carcere dei pestaggi, luogo di sadismo contro i detenuti

1985, Salvatore Marino muore di torture negli uffici della questura di Palermo

Salvatore Marino era stato arrestato nel corso delle indagini seguite alla morte del commissario Beppe Montana, ucciso dalla mafia il 28 luglio 1985. Giocatore di calcio, due mesi prima aveva fatto vincere alla sua squadra la promozione in serie D, fu ritrovato cadavere su una spiaggia palermitana dove gli uomini della squadra mobile palermitana l’avevano abbandonato dopo un’intera notte di bestiali torture

UNA PARTITA GIOCATA ALLA MORTE
Gabriella Greison e Matteo Lunardini
il manifesto, 6 Ottobre 2004, pag. 18

E’ una storia dimenticata, quella che si svolse tra la primavera e l’estate del 1985. E’ la storia di un poliziotto, di un mediano, e della sua ultima partita. Non una sfida da coppa Campioni, non una partita da storia del calcio. Eppure l’evento clou della stagione siciliana fu lo stesso capace di trasformare il «Nino Novara» di Agrigento in un Maracanà. Una trepidazione che si sentiva fin nella Valle dei Templi, a Porto Empedocle e a Sciacca, feudi del tifo del Ribera. E si sentiva a Bagheria, Casteldaccia, e Palermo, da dove 15 pullman partirono per sostenere il Pro; la squadra che aveva condotto una stagione da protagonista e che guidava la classifica con un punto di vantaggio sul Ribera.
Era il 26 maggio 1985. Sull’imbattuto campo del Ribera al Pro bastava un pareggio e l’allenatore Russotto lo sapeva. Lui era un mago, un mister moderno, uno che amava il gioco d’attacco; il suo pupillo, Salvatore Marino, era un mediano di grande corsa e con il fiuto del gol. Contro l’Olimpia Abitare, in svantaggio di una rete, Marino era salito dalle retrovie e centrato la porta con due eurogol, due fucilate che avevano portato vittoria e primato in classifica ai nerazzurri del Pro. Era stata la svolta della stagione.
«Ma oggi niente scherzi», gli ripeteva il mister. «Oggi non ti muovi da davanti la difesa. A noi basta il pareggio». Marino guardava serio mister Russotto. Aveva 25 anni e la testa ben salda sulle spalle. Quel che gli dicevano, lui lo faceva. Fu così che venne il giorno del la gara. Bastarono pochi minuti dal fischio d’inizio, con il Ribera catapultato in avanti, per capire che la Maginot organizzata da mister Russotto – con Marino posizionato davanti alla difesa a mo’ di frangiflutti – era insormontabile. Bastò una mezz’ora per capire che la foga del Ribera si sarebbe ben presto trasformata in frustrazione. Il Nino Novara, avvolto nella canicola, fu raggelato in contropiede una volta al ’41 e un’altra al ’57. A nulla servì il gol del Ribera all’89’. Il Pro, dopo 40 anni di purgatorio, era di nuovo in serie D. A Bagheria fu organizzata una festa che si protrasse per giorni. Poi tutti andarono in vacanza. E Salvatore Marino poté dedicarsi alla sua passione: le immersioni nel mare.
Serpico, su una moto
Ma c’era un’altra persona che in quel periodo amava fare immersioni. Era un siciliano anche lui, aveva un fisico atletico anche lui, si chiamava Beppe Montana. Dal 1982 era funzionario della squadra mobile di Palermo. I suoi modi poco ortodossi gli avevano procurato il soprannome Serpico. Come Serpico, Montana amava dirigere le investigazioni in modo informale, girando sopra una moto tra le vie di Palermo. Era convinto che i mafiosi latitanti non vivessero in sud America, ma conducessero una vita tranquilla nelle cittadelle della mafia. Bastava fare un giro per accorgersene. E così aveva cominciato a fare.
Nell’83, mentre infuriava la guerra tra mafie, i suoi uomini individuarono l’arsenale di San Ciro Maredolce. Saltarono fuori mitra, fucili, pistole, munizioni. Armi delle famiglie Greco e Marchese in lotta con i corleonesi per la supremazia nella cupola. Poi, nella primavera ’84 si presentarono a casa di Masino Spadaro, dove il boss stava trascorrendo indisturbato la sua latitanza. E lo arrestarono. Infine, il 24 luglio 1985, fecero irruzione in una villa a Bonfornello. Otto gli arrestati, tra cui alcuni luogotenenti dei Greco e un riciclatore di narcodollari appartenenti a Luciano Liggio.
Il 28 luglio era una bellissima domenica e Montana, a pochi giorni dall’inizio delle ferie, si rilassava sul suo motoscafo. L’aveva comprato per compiacere le sue passioni: quella dello sci nautico e quella della lotta alla mafia. Dal largo della costa era infatti facile individuare gli insediamenti delle famiglie, le grotte sotterranee e i cunicoli segreti. Con alcuni amici e la fidanzata, Montana attraccò il motoscafo a Porticello. Parlò con Antonio Orlando, il titolare del cantiere di rimessaggio. Gli chiese di un ristorantino dove mangiare del buon pesce. Non riuscì nemmeno a sentire la risposta. Due killer a viso scoperto gli spararono in faccia. Si accasciò sull’asfalto, mentre le urla della fidanzata e degli amici fendevano la folla sul lungomare. Morì all’istante.
La squadra mobile di Palermo, coordinata dal commissario capo Ninni Cassarà, si mise immediatamente sulle tracce dei killer. Tra Palermo e Casteldaccia duecento persone furono ascoltate. Qualcuno fece una soffiata: dopo essere scappati in moto, gli emissari delle cosche avevano preso un’auto d’appoggio. Una Peugeot 205 rossa che qualcuno aveva avvistato domenica sera a Porticello. Non era rubata, apparteneva a una famiglia di pescatori. Si chiamavano Marino e vivevano nella borgata di Sant’Erasmo. Uno di loro faceva il calciatore. Era fortemente sospettato di essere un fiancheggiatore del commando.
La famiglia Marino, padre madre e sette fratelli, fu chiamata in questura. Salvatore Marino era però irrintracciabile. Alcuni poliziotti gli perquisirono la casa, un umile alloggio a pochi passi dal mare di Romagnolo e, arrotolati in un giornale del 30 luglio, due giorni dopo l’assassinio Montana, trovarono dieci milioni. Altri ventiquattro furono rinvenuti in un armadio. Salvatore Marino si presentò alla questura il giorno dopo accompagnato dal suo avvocato. Fu immediatamente interrogato. Gli chiesero dove si trovasse la sera di domenica 28 luglio. Rispose: «In piazza a Porticello, con la fidanzata, a mangiare un gelato». Ma là, in mezzo al via vai della passeggiata domenicale, Beppe Montana aveva trovato la morte. Gli chiesero da dove provenissero i soldi trovati in casa. Rispose: «Dalla mia squadra». Ma i dirigenti della società lo smentirono: mai dati soldi in nero. Gli chiesero chi fosse la sua fidanzata. Rispose: «La figlia di Antonio Orlando». Ma questo era l’ultimo uomo ad aver parlato con il superpoliziotto. Il fermo del calciatore fu confermato fino al mattino seguente.
Durante la notte però successe qualcosa. Gli uomini di Beppe Montana ci vollero vedere più chiaro. Andarono a prelevare Marino nel carcere. «Ora te lo facciamo vedere noi chi comanda!» e gli mostrarono i soldi e il giornale in cui erano avvolti. «Sono i guadagni della tua attività di calciatore?» e lo fecero sedere per terra. «Non vuoi dirci chi ha sparato?» e cominciarono a percuoterlo. «Ti piace fare il sub?» e gli spararono in bocca acqua di mare. Per tutta la notte Salvatore Marino fu torturato. Acqua salata e botte. Alle luci dell’alba era ridotto un cadavere. Nessuno sarebbe più riuscito a rianimarlo. Il mediano dal gol facile era morto.
I poliziotti si fecero prendere dal panico. Consegnarono il corpo esanime di Marino a una «volante» della polizia, e questa, ignara dell’accaduto, lo trasportò in ospedale. Dissero di averlo ritrovato sull’arenile di Sant’Erasmo e per dodici ore il calciatore fu scambiato per un immigrato. La fine di Salvatore Marino fu chiara solo il 2 agosto. I giornali di tutto il mondo pubblicarono la foto del suo cadavere all’obitorio, la faccia orrendamente tumefatta e il corpo straziato. Sul braccio c’erano segni di denti umani. Scoppiò lo scandalo.
«Se lo stato spara…»
La lotta alla mafia era stata difficile da sempre. Tuttavia negli ultimi anni qualcosa era cambiato. Le famiglie avevano conosciuto qualche sconfitta, alla quale avevano risposto alzando il tiro. Se lo Stato spara, la mafia mitraglia. Erano così caduti poliziotti e magistrati. Boris Giuliano, Calogero Zucchetto e Mario D’Aleo. Carlo Alberto Dalla Chiesa, Rocco Chinnici e Giacomo Ciaccio Montalto. Le loro morti avevano messo il problema della mafia al centro delle priorità degli italiani. Ora, il barbaro assassinio di Salvatore Marino inficiava l’aura da eroi che l’antimafia si era pian piano costruita.
In questo clima si celebrarono i funerali. A Palermo, per il saluto estremo a Beppe Montana, partecipò poca gente. Si rese irreperibile anche il cardinale Pappalardo. I pochi colleghi del poliziotto rimasti in Sicilia ascoltarono disgustati l’omelia essenziale del vescovo. Ninni Cassarà non esitò ad attaccare la latitanza dello stato, sempre disponibile quando si trattava di intervenire ai funerali, ma latitante in fatto di azioni concrete.
Al funerale di Salvatore Marino, invece, c’era una folla sterminata. C’erano i compagni di squadra, le bandiere nerazzurre e gli amici. Cinquanta corone di fiori circondarono l’appartamento dello Sperone. Su una piccola ghirlanda di palme e gladioli bianchi comparve la maglia da calcio numero 4. Sotto una pioggia di applausi, i «picciotti» trasportarono il feretro bianco – usato di solito per la morte di un fanciullo – fino nel cuore del «rione dei contrabbandieri», il feudo di Masino Spadaro. Poi giunsero in piazza Kalsa, quartiere d’origine dei Marino, dove i sigarettai, i fruttivendoli, i venditori di musso, i pescatori di riccio, si fermarono un istante urlando di commozione. La gente affacciata alle finestre chiamò il nome di Salvatore, scandendo incitamenti come se il ragazzo fosse lanciato a rete in un campo da calcio. Qualcuno gridò «poliziotti assassini». Al santuario di Santa Teresa alla Kalsa, il carmelitano scalzo Mario Frittitta lesse il brano del «mistero di un giovane che muore». Se Gesù Cristo avesse camminato per le strade di Palermo, tutto ciò non sarebbe accaduto. Mister Russotto ci tenne a intervenire: «Lo chiamavano Big Jim perché era tutto muscoli. Si tuffava da venti metri senza bombole. Giocava anche quattro partite di seguito. Era buono, generoso, sorridente, compagnone. Questa è una storia troppo strana per essere vera».
La sera del 5 agosto il ministro Scalfaro e il presidente del consiglio Craxi esercitarono il potere di cui disponevano. Rimuovendo il capo della Squadra mobile, il capitano dei carabinieri e il dirigente della sezione antirapine. I tre sarebbero stati prima condannati e poi assolti per omicidio preterintenzionale. Il 6 di agosto la mafia esercitò il potere di cui disponeva. Uccidendo il commissario Ninni Cassarà e l’agente Nino Antiochia, massacrati sotto casa con un commando di 15 persone. Finiva così una delle più calde estati di Sicilia. A settembre tutto sarebbe ripartito da capo, campionato di serie D incluso. Ma nessuna squadra avrebbe avuto in rosa Salvatore Marino. Salvatore Marino aveva giocato la sua ultima partita il 26 di maggio. E l’aveva vinta. Poi si era limitato ad ubbidire.

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Caso Gullotta, le torture furono praticate da un nucleo antiterrorismo dei carabinieri

«Che delusione Professore!!!!!!». Una lettera di Enrico Triaca a Nicola Ciocia-professor De Tormentis


«Ho un concetto chiaro dell’interrogatorio.
Una persona deve sentirsi nel potere di colui il quale interroga.
Quando ciò avviene, cede».
Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis
in Valerio Lucarelli, Vorrei che il futuro fosse oggi.
Ribellione, rivolta e lotta armata
, (Una storia dei Nap)

Ancora del mediterraneo 2010, pagina 182

Che delusione Professore!!!!!!

Da un «combattente» come lei mi sarei aspettato un gesto “Etico” dell’ultim’ora: «Eccomi qua sono io», e invece niente, ha aspettato fino alla fine nascosto nella sua tana, ha aspettato che la stanassero come un coniglio tremolante ed ora ci racconta che nulla è vero. Dottor Jekyll e Mister Hyde, da latitante rivendica le sue «eroiche gesta» e ora che la sua identità è evidente piagnucola la sua innocenza, la sua correttezza, ci vuole impietosire con la sua cagionevole salute.
Non è dignitoso per funzionario dimostrare che solo in anonimato sa assumersi le proprie responsabilità, che sa solo vivere nell’ombra. Purtroppo nessuno le ha imposto nulla «Professore»; tutto questo casino lo ha combinato lei di sua spontanea volontà rilasciando interviste.
Stia tranquillo «Professore» non le succederà nulla, i reati sono tutti prescritti, il suo Stato continuerà a difenderla. Lo faccia un gesto dignitoso per una volta nella sua vita giunta agli sgoccioli, non ha nulla da perdere, non la sua carriera ormai conclusa, non il suo nome ormai noto.
Io da parte mia le assicuro che non la morderò, non la guarderò con rancore, «Professore», lei mi è del tutto indifferente. Qui non si tratta di trovare un colpevole, di capire chi è il macellaio e chi la vittima, ma di ripristinare una verità Storica, e questo, caro «Professore», dovrebbe essere il suo imperativo come funzionario di Stato che ha giurato sulla Costituzione. Non lasci questa terra da vigliacco. Sono altri i silenzi che fanno rumore, sono quelli di chi le ha dato gli ordini, sono quelli di chi in silenzio, aqquattati nell’ombra aspettano che passi la bufera parlando di Democrazia, Costituzioni e Stato di Diritto.
Il Terroristà sarò sempre io, comunque vada.
“Noi ci sedemmo dalla parte del torto perché gli altri posti erano tutti occupati”
Bertolt Brecht

(E i culi di pietra del potere sono pesanti da scalzare N.d R.)

13 febbraio 2012

Saluti, Enrico Triaca

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Rai tre Chi l’ha visto? Le torture di Stato
Nicola Ciocia, Alias De Tormentis risponde al Corriere del Mezzogiorno 1
Torture, anche il Corriere della sera fa il nome di De Tormentis si tratta di Nicola Ciocia
Nicola Ciocia, alias De Tormentis, è venuto il momento di farti avanti
Cosa accomuna Marcello Basili, pentito della lotta armata e oggi docente universitario a Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, ex funzionario Ucigos torturatore di brigatisti
Triaca:“Dopo la tortura, l’inferno del carcere – 2
Enrico Triaca; “De Tormentis mi ha torturato così” – 1
1982 la magistratura arresta i giornalisti che fanno parlare i testimoni delle torture
Novembre 1982: Sandro Padula torturato con lo stesso modus operandi della squadretta diretta da “de tormentis”
Anche il professor De Tormentis era tra i torturatori di Alberto Buonoconto
Caro professor De Tormentis, Enrico Triaca che hai torturato nel 1978 ti manda a dire
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Nicola Ciocia, alias “De Tormentis” è venuto il momento di farti avanti
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Torture contro le Brigate rosse: il metodo “de tormentis”
Acca Larentia: le Br non c’entrano. Il pentito Savasta parla senza sapere
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Miguel Gotor diventa negazionista sulle torture e lo stato di eccezione giudiziario praticato dallo stato per fronteggiare la lotta armata
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1982, dopo l’arresto i militanti della lotta armata vengono torturati

Proletari armati per il comunismo, una inchiesta a suon di torture
Torture: l’arresto del giornalista Piervittorio Buffa e i comunicati dei sindacati di polizia, Italia 1982
L’énnemi interieur: genealogia della tortura nella seconda metà del Novecento
Ancora torture
Torture nel bel Paese
Pianosa, l’isola carcere dei pestaggi, luogo di sadismo contro i detenuti