Linea dura del governo. Roberto Maroni, “Centri sociali dietro gli scontri”. Tutti in galera e ora “nuclei mobili” di polizia contro i manifestanti

La cittadella della politica è ridotta come la fortezza Bastiani nel Deserto dei Tartari. Il Governo grida ai professionisti della violenza, per bocca del ministro dell’Interno accusa i centri sociali, critica i magistrati che hanno rimesso in libertà (con obblighi vari) i fermati (meno due) di martedì 14 e annuncia nuovi dispositivi di polizia per contenere le prossime manifestazioni. L’opposizione grida agli infiltrati ma è smentita dall’evidenza dei fatti e delle immagini. Lo spettro della Grecia terrorizza tutti. Il mondo delle istituzioni è sempre più scollato e separato dal Paese reale. Intanto una nuova generazione ribelle appare sulla scena

Paolo Persichetti
Liberazione 18 dicembre 2010

 

La piazza e il suo popolo

La relazione sugli scontri di piazza del 14 dicembre a Roma, tenuta ieri dal ministro dell’Interno Roberto Maroni in senato, era molto attesa soprattutto dopo l’intervista rilasciata il giorno prima a l’Unità dal capo della polizia. Si trattava di capire come il governo avrebbe reagito al ragionamento per nulla scontato proposto dal prefetto Antonio Manganelli. Il capo della polizia, infatti, aveva parlato di «un’attività di supplenza sempre più complessa e delicata» a cui le forze dell’ordine sono chiamate a causa delle tensioni sociali «in forte crescita in tutto il paese», provocate da una grave crisi economica e «dall’instabilità anche del quadro politico». Nelle parole di Manganelli e soprattutto nell’uso, certo ben riflettuto, del termine supplenza, è parso di leggere una critica alla politica del governo. La supplenza evoca un’attività di sostituzione, un’assenza riempita da qualcos’altro. I rifiuti di Terzigno, i licenziati Fiat, le aziende che chiudono, i terremotati aquilani, i migranti che salgono sulle gru, i precari che vanno sopra i tetti, insieme agli studenti – spiegava Manganelli – «sono tanti focolai di tensione. Perché i rifiuti di Napoli devono diventare un problema di polizia? Semmai è di pulizia». Il vuoto, lasciava intendere il capo della polizia, è quello della politica. Insomma non tutto può trasformarsi in questione di ordine pubblico: se le volanti sono costrette a scortare gli autocompattatori che si recano nelle discariche, se i reparti mobili devono trasformarsi in ausiliari della nettezza urbana, qualcosa non funziona più. Ebbene, nel suo intervento in aula il ministro dell’Interno si è mostrato totalmente sordo a queste riflessioni. Per Maroni l’unica risposta che offre la politica ai problemi sociali è il ripristino dell’ordine pubblico, cioè la repressione. Il manovratore non va disturbato. In piazza – ha spiegato nella sua relazione – accanto agli studenti che manifestavano c’erano i soliti professionisti della violenza, «gruppi organizzati di militanti antagonisti, che poco o nulla hanno a che fare con la scuola e con lo studio, provenienti da centri sociali autogestiti delle principali città italiane. L’ampia partecipazione dei centri sociali – ha sostenuto – testimonia l’eccezionale mobilitazione che si è voluta imprimere alla protesta degli studenti per inquinarla con la violenza». Maroni ha dunque già individuato i responsabili delineando il teorema incolpativo che con molta probabilità giustificherà alcune retate nelle prossime settimane. Anche qui l’analisi condotta dal responsabile del Viminale diverge da quella proposta dal capo della polizia che invece sottolineava un fatto nuovo, riscontrato dagli organizzatori stessi della manifestazione del 14, sorpresi e scavalcati dalla piazza: la presenza cioè di una nuova composizione sociale scesa in strada. «Il problema – sosteneva Manganelli – è la rabbia sociale che c’è in giro. Giovani e meno giovani che poco o nulla hanno a che vedere con la politica e le ideologie e che sono gonfi di rabbia, disposti a tutto». In queste ore sono state proposte analisi che hanno descritto con maggiore precisione la discesa in strada di nuove leve giovanili provenienti dalle scuole di periferia, molto più agguerrite, abituate al tifo da stadio, orfane delle ideologie post-anni 70 e della cultura della piazza costruita attorno ai social forum e ai controvertici, estranee alle pratiche del “conflitto mimato” e delle “dinamiche concordate” con le forze dell’ordine. Settori giovanili molto più vicini ai loro coetanei delle banlieues francesi o agli studenti londinesi. Giovani che su youtube guardano le immagini della rivolta greca. Una massa d’urto considerevole che suscita notevole inquietudine nella cittadella arroccata del potere. Nel retropensiero del capo della polizia c’è lo spettro greco, per questo affina l’analisi, chiama alle sue competenze la politica prima che il vento di rivolta del Melteni arrivi anche nelle città italiane. In qualche modo non calca la mano, il che spiega in parte la linea morbida di procura e tribunale che ha portato alle scarcerazioni. Ma anche qui Maroni indica un’altra linea, attacca le scelte della magistratura, seguito a ruota dal guardasigilli Angiolino Alfano che ha inviato un’ispezione ministeriale per verificare l’operato dei magistrati romani. Il governo auspica una fermezza simbolica con l’invio in carcere dei ragazzi fermati, a prescindere dalle loro responsabilità reali, anche se i dossier presentati dall’accusa sono fragili. I fermi nella stragrande maggioranza non sono avvenuti in flagranza. Si è trattato per lo più di classici rastrellamenti di piazza. Nessuno di loro aveva caschi o bastoni. Uno scenario ben diverso da quei «gruppi organizzati di violenti» che, secondo il ministro, hanno preso in ostaggio la maggioranza degli studenti. Una suddivisione tra buoni e cattivi proposta anche da Roberto Saviano, uno che in genere non sa mai bene di cosa scrive. Le parole di Maroni accentuano la distanza della politica dal mondo reale e rivelano la sindrome d’assedio che assilla i palazzi delle istituzioni. Timore che indurrà i responsabili dell’ordine pubblico ad introdurre, già dalle prossime manifestazioni contro il ddl Gemini, un nuovo dispositivo di polizia composto da “nuclei mobili”, «per prevenire altre occasioni di guerriglia urbana». Infine il ministro ha avuto buon gioco nel replicare a chi dai banchi dell’opposizione aveva confuso un manifestante, rivelatosi poi un liceale minorenne, con un poliziotto infiltrato. Polemiche che per altro hanno avuto il solo effetto di causare l’arresto del ragazzo, inizialmente riconsegnato ai familiari dopo il fermo a causa della sua minore età.

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Genova 2001, quel passo in più

La macchina del fango di Saviano contro i manifestanti del 14 dicembre

Eccolo di nuovo. Nessuno s’era accorto della sua mancanza dagli schermi di Rai 3 che Saviano ricompare per pontificare stavolta sugli scontri a Roma del 14 dicembre e censurare i giovani che vi hanno preso parte

di Stefano Cappellini
il Riformista 17 dicembre 2010

Roberto Saviano, mentalità da borghese piccolo piccolo

C’è una patina di ipocrisia nella «Lettera ai ragazzi del movimento» pubblicata ieri su Repubblica da Roberto Saviano. La sua forzata lontananza dai fatti del 14 dicembre merita rispetto. Ma per chi vuole cercare di capire cosa è successo in piazza, e non solo oscillare tra l’ovvia condanna delle violenze e l’altrettanto facile assoluzione del movimento, il suo è un contributo di disinformazione.
Due tesi si fronteggiano da giorni sui disordini di Roma del 14 dicembre. La prima vuole che un gruppo di facinorosi professionisti abbia approfittato dell’occasione di piazza per mettere in atto un piano preordinato di guerriglia urbana a spese della massa pacifica di studenti e manifestanti. La seconda sostiene che tracciare una linea netta tra i “violenti” e i “buoni” non è così semplice, sia perché molti dei protagonisti degli scontri (e delle udienze di ieri al Tribunale di Roma) hanno facce e curricula del tutto analoghi a quelli degli “angeli dei tetti”, sia perché le azioni più estreme hanno goduto, se non della partecipazione diretta, comunque del consenso di una larga parte del corteo.
Saviano sposa la prima – la più rassicurante, la più “democratica” – delle due tesi. Anzi, la porta alle estreme conseguenze: il movimento è buone cose, buone facce e buoni propositi, poi «ci sono cinquanta o cento imbecilli che si sono tirati dietro altrettanti ingenui sfogando su un camioncino o con una sassaiola la loro rabbia», che hanno agito a danno e dispetto di chi vuole cercare pacificamente di cambiare le cose. Non solo, questi «cinquanta o cento» sarebbero doppiamente estranei al movimento, perché pure Saviano si appoggia sulla comoda etichetta mediatica dei black bloc. «Il blocco nero è il pompiere del movimento», scrive l’autore di Gomorra, additandolo come l’agente di una nuova «strategia della tensione». Qui le sciocchezze sono due in un colpo solo.
Saviano, e molti prima di lui, chiaramente non sa di cosa scrive quando parla di black bloc. I quali sono un’area ben definita, con una “ideologia” e un network internazionale. E a Roma non c’erano. Dopo Genova 2001, black bloc è diventato sinonimo di teppista politico e, ogni qual volta si verificano incidenti gravi da parte di manifestanti mascherati, sui media si chiama in causa a sproposito il «blocco nero», con la stessa faciloneria con cui alla fine degli anni Novanta si parlava in casi analoghi di “squatter” e nei decenni precedenti di “autonomi”. Sono definizioni a prescindere, è un’informazione un tanto al chilo. E spiace che Saviano se ne faccia autorevole tramite. Anche perché gli sarebbe bastato leggere, proprio su Repubblica, gli informati pezzi di Carlo Bonini, compreso quello pubblicato ieri in contemporanea al suo, per capire che la partecipazione dei black bloc è una leggenda, una bufala. O, per meglio dire, un alibi. Che Saviano ingigantisce evocando addirittura una nuova strategia della tensione.
Un professionista delle parole come lui dovrebbe stare più attento a ciò che dice e scrive. In Italia la «strategia della tensione» c’è stata. Ha significato bombe, stragi, depistaggi, collusioni tra pezzi di Stato e criminalità organizzata. È stata una tragedia nazionale. Evocarla a proposito dei fatti del 14 dicembre è ridicolo e serve solo ad alimentare una distorta visione dietrologica, offrendola in pasto a un pezzo di opinione pubblica – i ragazzi delusi, non a torto, dalla politica e dalla sinistra “ufficiale” – in cui già da anni spacciatori a tempo pieno di Complotti e Inciuci producono danni pesanti. Se poi Saviano crede davvero al bau-bau, all’uomo nero e al blocco nero pure lui, allora eviti di scrivere che «carabinieri e finanzieri usano le camionette come esca su cui far sfogare chi si mostra duro e violento in strada». Questa dei manifestanti traviati dalle provocazione delle camionette lasciate ad arte sul percorso del corteo è, nella sua rozza partigianeria, una versione da velina della Questura. E pure una contraddizione: se, come sostiene lo scrittore, in strada c’erano i professionisti della guerriglia, non avevano bisogno di «esche» per darsi alla guerra.
Ma se non si vuole essere ipocriti, se non si vuole fare la figura di quei commentatori da Raisport che davanti ai tafferugli allo stadio se la cavano con un «scene che non vorremmo mai vedere», bisogna aggiungere un’altra e più importante considerazione. Non si può evocare e denunciare quotidianamente la crisi, il disagio, l’impoverimento – tutte realtà autentiche dell’Italia del 2010, tutti temi su cui Saviano si è soffermato – e poi avere paura di guardare a quali conseguenze può portare questa situazione. Si badi, non si tratta giustificare la violenza. Ma di fare uno sforzo maggiore di comprensione dei fenomeni, di non chiudersi nelle versioni edulcorate e apologetiche della protesta, di non pensare che la sofferenza produca solo elenchi e ospiti da talk, questo sì, dovrebbe essere obbligatorio per chi vuole raccontare credibilmente il paese. Cullarsi sull’illusione che la violenza venga da fuori, da agenti provocatori e infiltrati, è comodo. Più arduo è farci i conti quando diventa la prassi di ventenni che non sono né black bloc né vecchi arnesi della contestazione. Il conflitto sociale, caro Saviano, non è un pranzo di gala. E nemmeno un format televisivo di prima serata.

Link
La macchina del fango di Saviano contro i manifestanti del 14 dicembre
Il capo della mobile: “Contro Saviano minacce non riscontrate”
Alessandro Dal Lago:“La sinistra televisiva un berlusconismo senza berlusconi”
Il capo della Mobile di Napoli: “Vi spiego perché ero contrario alla scorta per Roberto Saviano”
Aldo Grasso: “Vieni via con me un po’ come a messa”
Daniele Sepe scrive un rap antiSaviano: “E’ intoccabile più del papa”
Il razzismo anticinese di Saviano. L’Associna protesta
La denuncia del settimanale albanese: “Saviano copia e pure male”
Il paradigma orwelliano impiegato da Roberto Saviano
Saviano in difficolta dopo la polemica su Benedetto Croce
Marta Herling: “Su Croce Saviano inventa storie”
Saviano, prime crepe nel fronte giustizialista che lo sostiene

Ma dove vuole portarci Saviano
Il ruolo di Saviano. Considerazioni dopo la partecipazione a “Vieni via con me”
Pg Battista: “Come ragalare un eroe agli avversari. Gli errori della destra nel caso Saviano”
Non c’è verità storica: il Centro Peppino Impastato diffida l’ultimo libro di Roberto Saviano
Diffida e atto di messa in mora. Rettifica libro “La parola contro la camorra” di Roberto Saviano
Castelvolturno, posata una stele per ricordare la strage di camorra ma Saviano non c’era e il sindaco era contro
Alla destra postfascista Saviano piace da morire
Populismo penale

Il diritto di criticare l’icona Saviano
La libertà negata di criticare Saviano
Saviano, l’idolo infranto
Pagliuzze, travi ed eroi
Attenti, Saviano è di destra, criticarlo serve alla sinistra

Buttafuoco, “Saviano agita valori e codici di destra, non regaliamo alla sinistra”

Martedi 14 c’erano degli infiltrati ma sedevano sui banchi del parlamento

Anna Finiocchiaro del Pd, Oliviero Diliberto del Pdci, Vauro Senesi del manifesto e Anno zero, denunciano la presenza di provocatori confusi tra i dimostranti. Ancora una volta la leggenda dell’infiltrato serve alla sinistra istituzionale per esorcizzare la propria inutilità politica

Paolo Persichetti
Liberazione 16 dicembre 2010

piazza DEL POPOLO!

Gli unici infiltrati che sono stati visti martedì 14 a Roma sedevano in parlamento nei banchi dell’opposizione. I loro nomi sono noti a tutti, si tratta dei dipietristi Antonio Razzi e Domenico Scilipoti e poi dell’ex veltroniano, passato successivamente con Rutelli, Massimo Calearo. I tre provocatori, dando prova di una consumata arte della messa in scena, dopo aver disertato la prima chiamata al voto sono apparsi in aula solo al secondo appello per depositare nell’urna i voti decisivi contro la mozione di sfiducia a Silvio Berlusconi. Questa circostanza apparsa praticamente in mondovisione, tante erano le reti televisive internazionali che hanno seguito la giornata parlamentare, avrebbe dovuto indurre a maggiore prudenza quegli esponenti del Pd, ma non solo, anche Oliviero Diliberto del Pdci e portavoce della Federazione della sinistra, non è stato da meno, che hanno gridato per l’intera giornata alla presenza di infiltrati fuori da Montecitorio che avrebbero dato il via agli scontri nell’imponente corteo che ha assediato le casematte del potere politico. A questo punto, se un interrogativo avrebbe avuto piena legittimità di esistere, questo riguardava, in realtà, l’identità dei mandanti dei tre parlamentari. Chi li ha reclutati nelle liste dell’Italia dei valori e del Pd?
Ecco che ancora una volta la legenda autoconsolatoria dell’infiltrato è servita alla sinistra parlamentare ed ai soliti Repubblica, il Fatto quotidiano, Roberto Saviano per esorcizzare l’ennesima sconfitta ed esportare sui giovani della piazza la propria inconsistenza politica. Per la cronaca il misterioso personaggio con il piumone color crema che numerose sequenze fotografiche riproducevano in prima fila durante gli scontri, compreso l’episodio dell’aggressione ad un finanziere, è un liceale minorenne, S. M., attivista politico ma non appartenente al collettivo studentesco “Senza tregua”, come era stato detto in un primo momento. La notizia è stata smentita con un comunicato dallo stesso collettivo, che però con questa precisazione “non ha inteso prendere le distanze dal giovane”. Altre fonti affermano che il ragazzo sia anche un frequentatore della curva romanista, vicino al gruppo dei Fedayn. Di certo non è figlio di un ex brigatista come la Stampa ha scritto stamani. Informazione errata rilanciata nel corso della giornata dai siti di altri quotidiani. Il padre del giovane avrebbe avuto alcuni precedenti giudiziari legati all’appartenenza ad un’area limitrofa a quella dell’Autonomia. Un passato comune a diverse migliaia di genitori romani. Il manganello e le manette che aveva in mano in una foto erano trofei raccolti nel furgone abbandonato dalla Finanza poco prima. A parlar chiaro è anche la composizione sociale dei fermati, 45 in tutto nella serata di martedì, scesi a 23 dopo la riconsegna dei minorenni alle famiglie e il rilascio di quelli rastrellati a caso. In gran parte giovanissimi, molti nati nel 1992. Tutti incensurati. Nessun professionista della violenza, come hanno tuonato in coro esponenti della maggioranza di governo, il sindaco Alemanno, e a ruota anche parlamentari dell’opposizione. Emblema, in realtà, di quella generazione precaria di cui tutti si riempiono la bocca senza mai volerne veramente comprendere i problemi, le rivendicazioni, la rabbia che esprimono. Che siano studenti o ragazzi cresciuti negli spalti degli stadi, la differenza nei comportamenti imprevedibili e gli slogan fuori dai codici classici delle culture della sinistra estrema, non cambia. Se dei paragoni storici possono essere richiamati, la giornata romana di martedì 14 dicembre ricorda un po’ i giovani con le magliette a strisce del luglio ’60, quelli che poco dopo furono protagonisti anche della contestazione di piazza Statuto, a Torino, nel 1961, censurata dai vertici del Pci e della Cgil dell’epoca ma in realtà annuncio di un nuovo corpo sociale ribelle che scosse il Paese dal ’68 in poi. Qualcosa di nuovo si muove, dunque, ma senza codici politici, senza nemmeno la memoria dei movimenti passati, figuriamoci degli anni 70, spettro che angoscia solo il mondo separato delle istituzioni. L’effetto calamita ha attratto questi giovani che hanno approfittato di un appuntamento come quello del voto di sfiducia al governo, anche se la loro rabbia, la voglia di fargliela pagare va molto oltre le dinamiche parlamentari. Tutto ciò interroga la sinistra a partire dal fatto che questi giovani sono politicamente orfani e quindi rischiano di esser soli di fronte alla macchina repressiva dello Stato. I 23 fermati compariranno stamani in tribunale a piazzale Clodio dove si svolgeranno i riti per direttissima. L’imputazione contestata dai pm Pietro Saviotti e Silvia Santucci è quella di resistenza, aggravata dalle armi improprie e dal numero dei partecipanti, e l’oltraggio a pubblico ufficiale. Reati che prevedono un tetto di pena massimo che può raggiungere i 15 anni di reclusione. Ad alcuni di loro verrà contestato anche il reato di lesioni. Diversi fermati provengono da altre città, come Genova e Bologna. Un presidio di solidarietà è stato indetto stamattina, alle 10, davanti al tribunale.

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Sgommiamo Diliberto dalla scena politica

SCONTRI 14 DICEMBRE A ROMA: DILIBERTO, VIOLENZA OPERA DI INFILTRATI

SCONTRI ROMA: DILIBERTO, VIOLENZA OPERA INFILTRATI VANNO INDIVIDUATI, NON CONFONDERE PROTESTA STUDENTI CON VIOLENTI (ANSA) – ROMA, 15 DIC –

«Se c’erano infiltrati, come pensiamo c’erano, è necessario che vengano individuati. Filmati, foto e testimonianze sugli scontri di ieri a Roma c’è ne sono a iosa. Chi di dovere, ministro dell’Interno in primis, analizzi tutto il materiale e indaghi. Un Paese civile non può assolutamente permettersi di non farlo. Le lotte pacifiche degli studenti, che da mesi manifestano in tutte le piazze, non possono in nessun modo essere confuse e oscurate da atti di violenza inaccettabili». È quanto afferma Oliviero Diliberto, portavoce della Federazione della sinistra. (ANSA). DEL 15-DIC-10 12:29 NNN

FINE DISPACCIO

Comunicato del collettivo studentesco Senza tregua

Il ragazzo del liceo Caetani, fermato in queste ore non è uno studente di Senza Tregua.
Lo affermiamo non per prenderne le distanze, ma per dovere di cronaca e rispetto nei confronti dello studente.
Ribadiamo in ogni caso la nostra solidarietà ad un ragazzo di appena sedici anni, che si è trovato suo malgrado al centro di un caso mediatico in cui giornali e televisioni non hanno fatto altro che speculare sulla sua situazione, senza alcun rispetto.
Purtroppo la volontà dei partiti politici e dei media in questo momento è di negare l’importanza della manifestazione del 14 dicembre e per oscurarne la portata, si utilizza ogni mezzo, senza alcun rispetto neanche per un ragazzo minorenne.
Non si può trasformare una grande manifestazione politica in una questione di ordine pubblico, non si può ridurre quanto accaduto nella giornata del 14 dicembre alla dinamica di presunti gruppi estremisti ed infiltrati nei cortei. Questa logica la conosciamo bene e la rigettiamo.
Non ci sono studenti buoni e studenti cattivi, c’è un movimento responsabile e razionale che punta a bloccare questa riforma, mandare a casa questo governo, lottare contro un sistema che sfrutta ed opprime lavoratori e studenti.
Nelle agenzie e negli articoli di giornale siamo definiti movimento di “estrema sinistra”. È una definizione che non riconosciamo, come non riconosciamo l’idea che chiunque si opponga a questo stato di cose sia etichettato come, antagonista ed estremista; definizioni vuote di significato, intrise solo di interessi economici e politici da difendere.
Se per voi lottare ogni giorno per una scuola ed un’università pubblica, accessibile a tutti, per la sicurezza degli edifici scolastici, per i diritti degli studenti è da estremisti, allora si, siamo estremisti. Se per voi difendere i diritti dei lavoratori, contestare sindacalisti asserviti alla volontà dei padroni è da estremisti, allora si, siamo estremisti. Ma viene da chiederci dove sono finiti tutti gli altri? Quei tanti che hanno lottato negli anni ‘70 per un mondo migliore, e oggi pensano di esaurire il loro compito guardando annozero e ballarò, magari dall’alto di qualche posizione di riguardo raggiunta. Si chiedano loro, cosa erano e cosa sono diventati.
“Senza Tregua” il nostro slogan, citato impropriamente dai giornali e dalle agenzie stampa, è tratto da un libro di un partigiano, Giovanni Pesce, che nel consegnare idealmente ai giovani il patrimonio della resistenza, afferma che è proprio ai giovani che spetta il compito di proseguire sulla strada della resistenza e ampliare le sue conquiste.
Per questo la nostra lotta è senza tregua.
Solidali con S.
Non un passo indietro.

16 dicembre 2010

I Redenti, scorci di un passato repubblicano fatto di redenti e di perduti, di salvati e di sommersi

Libri – Mirella Serri, I Redenti. Gli intellettuali che vissero due volte 1938-1948, Corbaccio, 2005, pp. 372

Paolo Persichetti
14 ottobre 2005

«Uomini e no», con questa drastica alternativa Elio Vittorini aveva rappresentato la radicale alterità contenuta nella scelta di combattere il fascismo. Una decisione a cui lui stesso era giunto con un po’ di ritardo, se è vero che ancora nel 1942 prese parte in Germania ad un convegno con Giaime Pintor e in cui era presente Goebels. copj13aspTempo dopo dalle pagine del Politecnico, come ricorda Luisa Mangoni in un saggio sugli intellettuali tra fascismo e antifascismo, sempre Vittorini rispondeva alle numerose lettere scritte da giovani nei quali si poteva leggere l’angoscia «di non poter più essere uomini dopo esser stati “non uomini”». Li invitava «a convincersi di non esser colpevoli… strumenti sì del fascismo, ciechi dinanzi a quello che il fascismo era, vittime di quello che sembrava, deboli, non forti, ma non fascisti». D’altronde come avrebbero potuto sapere? Si chiedeva, dimenticando un po’ troppo facilmente gli antifascisti che avevano marcito nelle galere o al confino. «L’antifascismo era all’estero, e la sua voce giungeva deformata in Italia come tutto il resto che giungeva in Italia dall’estero: deformato». In fondo questi giovani, spiegava pensando probabilmente a se stesso, «non erano reazionari… erano per un progresso sociale, per una migliore “giustizia sociale”, per l’eliminazione del latifondo e la socializzazione delle grandi imprese. Il fascismo disse loro di essere questo». Il fascismo come malinteso, dunque. Un equivoco che avrebbe tratto in inganno le buone intenzioni di una generazione inquieta che, in modo inconsapevole oppure dissimulando astute forme di nicodemismo, con fare ermetico o approntando diaboliche strategie entriste, praticava l’antifascismo in camicia nera, anticipando la resistenza nei salotti, nelle redazioni, nei posti al sole del regime, tra littoriali, militanze nei Guf, prebende del Minculpop, lettere di raccomandazione al Duce, elogi della filmografia nazista e dei carri armati dell’asse. Un curioso modo antifascista d’essere fascisti: «Voi non siete stati fascisti. Il vostro modo di esserlo, fino a qualunque data lo siate stati, è stato un modo “antifascista”». Antifascisti forse, ma senza esser mai stati antirazzisti dopo le leggi segregazioniste del 1938.
In questi brevi passi ripresi dal Vittorini-pensiero si racchiude molto della sostanza di quel salto pindarico che permise a una larga generazione di intellettuali di «vivere due volte», come ha scritto Mirella Serri nel suo saggio, I Redenti. Gli intellettuali che vissero due volte. 1938-1948. Certo, la vicenda è complessa e non nuova agli studi, per questo non può essere liquidata con sprezzanti tirate moralistiche, di cui invero quegli intellettuali “redenti” furono spesso (non tutti per fortuna) spietati maestri durante le loro seconde vite. Diversi tra loro si riscattarono nella Resistenza, anche nella tragedia della morte, altri si riciclarono attraverso il frondismo, che è sempre una maniera molto elegante di restare con un piede tra due scarpe. Tuttavia la sfilza di nomi, presa anche solo per difetto, disorienta: Cantimori, Muscetta, Guttuso, Argan, Alicata, Ingrao, Lizzani, Della Perruta, Trombadori, Pavese, Pintor, Della Volpe, senza dimenticare su altre sponde Bobbio, Spadolini, Pannunzio, Scalfari, Montanelli, Bocca, Biagi, lo stesso Calamandrei e ancora, oltre Tevere, i clericofascisti come padre Agostino Gemelli. Insomma, benefattori, grandi uomini di cultura, facitori d’opinione, inter-preti della religione civile, padri della patria.
Una prima chiave di lettura ci dice che, quali che siano i colori delle ideologie, questa è una classica storia d’élites, che riescono quasi sempre a traversare con pochi danni le tempeste della storia. Subentra poi la politica «entrista» che i comunisti 97888044958641condussero ai fianchi del regime, una volta abbandonata l’idea del rovesciamento armato e riconosciuta la sua natura «reazionaria di massa». Quindi la vicenda del patto Ribentrop-Molotov del 39-41, esaltata come l’alleanza delle nuove potenze monopolistiche contro le plutocrazie occidentali che stentavano a rimettersi dalla crisi (anche il new deal Roosveltiano guardava ai vantaggi dell’economia di pianificazione e in quegli anni Keynes elaborava la sua dottrina). Il vecchio programma di Verona, l’originaria fase del fascismo di sinistra, antiborghese, corporatista e monopolista, fu il collante che consentì il successo della strategia di recupero attuata da Togliatti. Un organico disegno d’egemonia che attraverso la chiusura della guerra civile, l’amnistia politica e il reclutamento delle giovani energie intellettuali del passato regime, mirava a ricomprendere la storia nazionale rifondando le basi del paese. Un disegno strategico che l’odierna storiografia liberale tende a rileggere in termini d’inevitabile continuità, culturale e ideologica, conseguenza di una supposta omologia totalitaria tra fascismo e comunismo. Dimenticando i reclutamenti nel campo laico-liberale e la posizione di Croce, la sua avversione verso le epurazioni, la metafora della grande parentesi con la quale si voleva liquidare il fascismo come se nulla fosse accaduto, e soprattutto sottacendo l’altra continuità, quella degli apparati statali, della magistratura, dell’industria e della finanza “fascistissima”, dei senatori del regno, come Agnelli, ingrassati con le avventure coloniali del regime. Singolare atteggiamento quello della storiografia liberale, che da una parte lancia anatemi sull’esecuzione di Gentile, ma poi denuncia la politica d’integrazione dei giovani quadri intellettuali del fascismo.
Comunque continuità ci fu, ma questa avvenne proprio a scapito del marxismo. L’integrazione togliattiana dei quadri bottaiani per un verso, e dell’azionismo dall’altro, entrambi formati alla filosofia di Gentile, produsse un singolare mescolanza di cui a tutt’oggi resta insuperata la critica mossa da Asor Rosa nell’oramai lontano Scrittori e popolo. Un ibrido ideologico che fondeva strati di nazional-popolare, storicismo crociano, diamat staliniano, il tutto condito – come ha sottolineato Romano Luperini – da una visione dell’impegno improntato alla vita morale, ad ideali genericamente umanisti che vedevano nell’intellettuale il sale della terra. «Io non mi sono iscritto al partito comunista italiano per motivi ideologici», scriveva Vittorini a Togliatti, «Quando mi sono iscritto non avevo ancora avuto l’opportunità di leggere una sola opera di Marx, o di Lenin, o di Stalin… Aderii ad una lotta e a degli uomini».
Non a caso si dovettero attendere gli anni Sessanta perché si affermassero in Italia i fermenti di un neomarxismo liberato dagli effluvi gentiliano-bottaiani e gli anni Settanta perché questo divenisse pratica politica. Per questo oggi sarebbe più utile una riflessione storica sulle conseguenze politico-culturali di quella stagione, piuttosto che l’attenzione un po’ scandalistica sulle rivelazioni di passati celati, memorie edulcorate, rimozioni, reticenze e autoindulgenze, per giunta condotte in molti casi di pari passo con la più spietata inclemenza verso quelle generazioni che negli anni Settanta tradussero concretamente la loro ricerca di una società diversa, che non si accontentava più del compromesso sociale-istituzionale uscito dal dopoguerra. Per costoro, al contrario, non c’è stata nessuna indulgenza, alcun tentativo di capire, ancora meno una politica di recupero, nessuna delle tre amnistie concesse dal fascismo ai suoi nemici, ma solo carcere ed esilio. Il vero problema, dunque, non è il prima semmai il dopo.
In fondo, tutti dovrebbero avere il diritto di tentare, di crescere, di trarre lezione dall’esperienza. Allora dovrebbe far riflettere questo passato repubblicano fatto di redenti e di perduti, di salvati e di sommersi.

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Paolo Persichetti
Liberazione 12 dicembre 2010

Vivere per la politica o vivere di politica? Nonostante sia passato quasi un secolo da quando Max Weber affrontò la questione in una conferenza universitaria tenutasi a Monaco nel 1918, le cose sono rimaste più o meno uguali. Divenuto nel frattempo uno dei classici del pensiero politico, La politica come professione, saggio che raccoglie il testo della conferenza tenuta dal sociologo tedesco, sta all’analisi dello Stato e dei meccanismi di funzionamento e legittimazione del potere politico nelle società borghesi e capitaliste come il Capitale di Marx sta all’analisi del sistema di produzione capitalistico. Con l’emergere dello Stato moderno la nuova figura del politico di professione espropria il ruolo che era stato dei funzionari di ceto. Il progressivo allargamento dell’apparato statale alle masse popolari, in una società dove permane la divisione del lavoro, pone il problema del reperimento delle risorse per consentire l’esercizio della politica anche per quei gruppi sociali privi di capitale economico. In Europa videro la luce i grandi partiti operai e socialisti, poi comunisti, dotati di potenti apparati animati da funzionari. Professionisti della politica che nella versione bolscevica divennero professionisti della rivoluzione. Dove mancavano i partiti di massa radicati territorialmente continuavano a prevalere i notabili tradizionali, legati ad una logica imprenditoriale privata della politica. Spiega Weber che in entrambe le ipotesi, anche se in forme diverse, la politica è rimasta un mezzo per costituire a proprio favore delle rendite. Un mezzo, non per forza sempre e comunque un fine. Insomma vivere di politica è una condizione connaturata alla politica moderna, sia nelle tradizione liberaldemocratica che in quella che fu del socialismo reale. L’estrazione a sorte e la rotazione dei mandati, presenti nella democrazia ateniese, o il vincolo di mandato votato dagli insorti della Comune di Parigi, appartengono ad un’altra storia.
Le aule parlamentari trasformate in una fiera dei voti, come sta accadendo in questi giorni, non sono dunque una novità. Il trasformismo parlamentare è nato in Italia con lo Stato unitario, praticato da Agostino De Pretis venne ripreso da Francesco Crispi e poi da Antonio Giolitti. Ha imperversato per l’intero cinquantennio della Prima Repubblica tra i banchi della democrazia cristiana e dei suoi alleati satelliti. Poi la fine dei partiti pesanti, il ritorno alla politica dei notabili, la sostituzione dei circoli con i gazebo, il presidenzialismo sostanziale che caratterizza il sistema politico della Seconda Repubblica hanno incrementato la volatilità dei mandati parlamentari. Ma c’è qualcosa di più che va segnalato dietro i repentini passaggi di schieramento delle ultime ore. C’è un partito di voltagabbana d’ogni genere (molti arrivati dalla sinistra), l’Italia dei valori, che da quando ha avuto accesso in parlamento svolge sistematicamente la funzione di serbatoio di riserva del berlusconismo nonostante la feroce retorica antiberlusconiana di cui fa mostra. D’altronde come non ricordare l’incontro con il Cavaliere nel 1994 quando intenzionato a scendere in politica Di Pietro era ancora incerto su quale fosse lo schieramento migliore dove collocarsi. Ogni qualvolta sono emersi momenti critici all’interno di una legislatura dai suoi banchi si sono staccati dei parlamentari per dar manforte alla maggioranza berlusconiana. Accadde nel 2001 con Gabriele Cimadoro e Valerio Carra che votarono la fiducia a Silvio Berlusconi. Si ripeté nel 2006 con Sergio De Gregorio, decisivo per la caduta del governo di Romano Prodi. Succede nuovamente oggi con Domenico Scilipoti e Antonio Razzi (di cui si dice che il primo abbia i beni pignorati e l’altro un grosso mutuo da pagare). Ma la lista continua ancora se solo volgessimo lo sguardo agli amministratori locali o al parlamento europeo. Di Pietro grida al tradimento, taccia i transfughi di Giuda, va dai pm, ma quelli che chiama traditori li ha scelti lui. Dice che non sapeva come riempire le liste e così per racimolare voti ha reclutato personaggi espressione delle peggiori reti clientelari e affaristiche presenti sui territori, pronti a concedersi al miglior offerente. Per una formazione che rivendica il monopolio dell’etica e della virtù non è una bella figura. Siamo forse alla prova della verità per il giustizialismo dipietrista: il berlusconismo e l’antiberlusconismo giustizialista sono l’uno la stampella dell’altro, si sorreggono reciprocamente. Questo ci dice il mercato delle vacche che si sta svolgendo a Montecitorio.

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Alessandro Dal Lago: “La sinistra televisiva? Un berlusconismo senza Berlusconi”

“Non si scherza con i santi”

Roberto Santoro
L’Occidentale Web, 8 Dicembre 2010


Mesi fa avevamo intervistato il sociologo Alessandro Dal Lago su “Eroi di carta”, un piccolo ma deflagrante pamphlet su Roberto Saviano. Nel frattempo l’autore di “Gomorra” è sbarcato in televisione con Fabio Fazio, come pure di novità, nello scenario politico nazionale, ce ne sono state tante. Così abbiamo pensato di risentire il professor Dal Lago, un uomo di sinistra che alla sua parte politica, come pure al governo e ai mezzi di comunicazione di massa, non ne lascia passare una. Abbiamo scoperto che i nostri dubbi su “Vieni via con me” non erano così infondati: mentre i giovani vanno in cerca di eroi come Saviano, e gli uomini politici si atteggiano a grandi moralizzatori, sono in pochi ad accorgersi dei rischi finanziari che corre l’Italia in un momento di grande incertezza politica.

Professor Dal Lago, com’è andata con “Eroi di Carta”?
E’ uscita da poco una seconda edizione del libro, con una postfazione intitolata “Non si scherza con i santi. Una postilla sul declino dello spirito critico in Italia”.

San Saviano?
Sono intervenuto sulle polemiche successive alla pubblicazione del saggio. La postilla è un testo che risale allo scorso luglio e che in parte mi è servito come ponte per la ricerca che sto preparando adesso, un lavoro sulla “sinistra televisiva”.

Saviano da eroe di carta a eroe catodico.
Francamente, non m’interessa più parlare di lui. Ormai è un personaggio codificato nel ruolo dello showman. D’altra parte, anche il mio libretto non era un attacco al personaggio, ma una riflessione su certi meccanismi mediali e letterari.

Era meglio lo scrittore?
In televisione la resa di Saviano non è stata granché, come hanno osservato anche alcuni critici televisivi. La tv non è il suo mezzo, mi è parso molto ingessato.

Ha attaccato la Camorra.
Tutto quel parlare sulle origini mitologiche della Camorra, come se fosse chissà quale rivelazione… informazioni che si trovano ovunque, basta aprire Wikipedia, se non si ha voglia di leggere un libro di uno storico serio.

Eppure “Vieni via con me” ha fatto oltre il 30 per cento di share, sorpassando il “Grande Fratello”.
Nello show è emerso come vero regista della liturgia Fabio Fazio, è lui il nuovo grande cerimoniere della televisione italiana. Vespa mi sembra al tramonto.

Qual è la sinistra televisiva, quella dei salotti?
I salotti di sinistra non esistono più, erano una roba degli anni sessanta e settanta. Ha presente “La terrazza” di Scola?

Sì, ma adesso cosa c’è al loro posto?
Direi che la sinistra televisiva è quella che pensa di creare consensi con un mezzo, la tv, che per tanto tempo è stata governata dal modello berlusconiano. Un berlusconismo senza Berlusconi. L’audience a cui mira Fazio è un pubblico particolare, un elettorato che voterebbe per il Pd ma è affascinato da Fini e magari non disdegna Casini. Un pezzo di “società civile”, fluttuante, giovanile, delusa, contraria al governo, anche se credo si tratti in fondo di una minoranza.

Parliamo dei politici invitati a “Vieni via con me”.
E’ un discorso che riguarda la comunicazione politica tradizionale: la tv impone certe regole a cui i politici debbono adeguarsi; così, tutto si equivale. Restano le contrapposizioni puramente formali, non i contenuti o le idee. “Vieni via con me” aggiunge un aspetto inedito: il piccolo schermo vince sulla politica.

In che senso?
I politici si subordinano a un copione già scritto, che non è il loro, sotto lo sguardo tra l’ironico e compunto di Fazio. Penso agli “elenchi” di Fini e Bersani, al ministro Maroni che prima attacca Saviano e poi va ospite in trasmissione e legge il suo elenchino di successi, subordinandosi anche lui al frame mediatico.

Cosa c’è di così pericoloso?
Stiamo assistendo a un processo di desemantizzazione del linguaggio politico. Ho riletto gli “elenchi” recitati dagli ospiti durante lo show e in particolare quelli di Bersani e Fini, che mi sembrano, se non proprio uguali, complementari… L’aspetto più preoccupante di questo fenomeno è l’adesione giovanile verso dei miti ingenui e naif. Il riconoscimento, l’identificazione del pubblico in questo o quell’altro eroe televisivo, mi sembra qualcosa di profondamente irrazionale.

Nella nostra precedente intervista concludeva dicendo che i ragazzi di oggi non si accorgono dei loro problemi concreti: la casa, il lavoro. Intanto sono andati sui tetti.
Se è per questo ci sono andati anche Bersani e Granata. Trovo che il comportamento di quest’ultimo sia veramente curioso: prima sale sui tetti con gli studenti e poi vota per far passare il Dl Gelmini.

Vendola invece dice che la gestione dell’ordine pubblico nelle ultime settimane è stata “criminale”, evocando il Cile di Pinochet.
Il governatore della Puglia esagera, ma fa il suo mestiere, si infila in un vuoto lasciato dal Pd anche se non credo che alla fine ci riuscirà. Ma trovo che la polizia italiana sia spesso incapace di gestire l’ordine pubblico, questo me lo lasci dire. E che i politici contribuiscano a diffondere un’isteria radicale: gli studenti lanciano qualche uovo e subito si parla di terrorismo, “atti di inaudita violenza” secondo il Presidente Schifani e così via.

Vendola evoca l’esempio di Aldo Moro spiegando che il leader della DC impedì che il Sessantotto finisse nella repressione.
Nel Sessantotto io c’ero e le manganellate le ho viste e un paio ne ho anche prese.

Lei insegna all’università. Che ne pensa della riforma?
Trovo che aspetti teorici della riforma come l’idoneità nazionale, la chiamata diretta da parte dei dipartimenti, al limite anche il “4+4” per i ricercatori se fosse seguito da concrete possibilità di carriera – come il tenure track, cioè un percorso che porta al posto fisso -, potrebbero anche essere accettati, e in fondo c’è un buon numero di docenti che concordano.

Ma?
La questione è un’altra, i tagli voluti da Temonti e accettati dal ministro Gelmini. Personalmente sono contro i tagli (ricordo che l’Università italiana è agli ultimi posti tra i paesi Ocse per quota di finanziamenti sul Pil), contro l’ingresso dei privati nei cda degli atenei (senza che i privati versino un euro), contro l’idea che i cda divengano più importanti del Senato accademico.

Tremonti ha promesso che i fondi arriveranno.
Vado e vengo dagli Stati Uniti. Negli Usa in molte università hanno tagliato il 10% dello stipendio ai professori, presto lo farà anche Zapatero e non si capisce come si troveranno i fondi in Italia con l’aria che tira.

C’è un collegamento con “Vieni via con me”?
Mentre nel mondo parallelo della tv i ragazzi dicono “io sono Saviano” – basta dare un’occhiata ai blog – e i politici si atteggiano a moralisti catodici, autorevoli quotidiani economici come il Wall Street Journal scrivono che la situazione economica dell’Italia è sull’orlo del baratro, in un contesto in cui lo scandalo di WikiLeaks ha indebolito il premier Berlusconi davanti ai suoi alleati.

Faremo la fine della Grecia?
Gli speculatori potrebbero prendere di mira l’Italia ma il nostro mercato rappresenta una quota troppo importante di quello europeo e l’Unione non può permettersi una crisi di sistema. E’ evidente che la debolezza del governo Berlusconi non permette di gestire quel piano di austerity richiesto dall’Europa per tenere sotto controllo il debito senza deprimere troppo la crescita e i consumi. Questa mi sembra la vera cifra dell’attuale crisi, e in fondo un governo d’emergenza, diciamo, così per celia, da Letta a Tremonti a Fini e Casini, magari con ‘appoggio esterno’ del Pd, è quello che farebbe alla bisogna…

L’ha visto il sequel di Wall Street? Anche Gordon Gekko è diventato obamiano.
Gli anni ottanta furono l’epoca delle grandi speculazioni private. Stavolta l’esposizione bancaria e la crisi dei mutui americani hanno bruciato enormi ricchezze pubbliche. La speculazione attacca gli stati. In ogni caso, se l’Italia dovesse andare in default sarà l’Occidente stesso a pagarne le conseguenze.

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