Aldo Bianzino, no all’archiviazione dell’inchiesta sulla sua morte

Comunicato stampa del Comitato Verità e Giustizia per Aldo

19 dicembre 2009

“Arrestati e condotti nel carcere di Capanne – Aldo viene portato in isolamento e Roberta nel braccio femminile – al termine di una perquisizione, firmata dal pm Petrazzini, trovate solo alcune piante di marijuana e 30 euro in contanti”. È l’assurdo inizio della fine di Aldo. Uomo libero, consumatore e coltivatore di canapa che per questo viene arrestato e muore in carcere, in una città che si preoccupa soltanto di reprimere i consumatori e la “manodopera di strada” mentre rimane una piazza centrale del narcotraffico. A più di due anni da questa “misteriosa” morte, si tenta ancora di insabbiare la verità. Infatti, mentre è stato rinviato a giudizio l’agente di polizia penitenziaria accusato di omissione di soccorso, viene archiviato il procedimento per omicidio, volendo farci credere che Aldo sia “stato ucciso” in carcere da un malore accidentale. L’ipotesi di morte naturale viene però formulata solo dopo la seconda autopsia sul corpo di Aldo. Và ricordato che nella prima autopsia vengono riscontrate diverse lesioni “compatibili con l’ipotesi di omicidio” e i medici legali dichiarano probabile la sua morte per percosse. Nella seconda, con l’asportazione del fegato e del cervello, la sua morte viene fatta risalire a cause naturali, negando di fatto l’ipotesi delle percosse. Una terza perizia viene richiesta dal giudice e affidata agi stessi medici legali! Il risultato? Il fegato di Aldo si sarebbe staccato in seguito ad un massaggio cardiaco (effettuato da medici competenti!). Dall’analisi dagli atti che giustificano l’archiviazione permangono diversi dubbi:
– Aldo viene ritrovato rannicchiato nel letto nudo con addosso una sola maglietta (che i familiari affermano non appartenergli) e con la finestra aperta, ad ottobre inoltrato.
– Al momento del ritrovamento del corpo di Aldo non è stata effettuata alcuna ispezione della cella numero 20 nella quale era stato rinchiuso.
– Nonostante viene affermato che dall’analisi delle riprese delle telecamere a circuito chiuso del carcere non risultino elementi rilevanti, non si parla del perché queste all’inizio vengono dichiarate non funzionanti mentre in seguito viene affermato che il loro funzionamento avviene con registrazioni ad intervalli regolari. Inoltre come è possibile che lo stesso pm Petrazzini che ha ordinato l’arresto di Aldo sia anche quello che ha indagato sulle cause della sua morte? Non è corretto che uno stesso magistrato svolga contemporaneamente il ruolo dell’accusa e della tutela (ruolo della difesa) nei confronti della medesima persona. Al limite il magistrato che ha emesso l’ordinanza di perquisizione nei confronti di Aldo poteva essere sentito come parte in causa all’interno dell’inchiesta sull’omicidio, ormai archiviata. Questa è la “storiella” alla quale vogliono farci credere, dandoci come “contentino” il capro espiatorio di turno. In risposta ad uno stato che vuole controllare i cittadini e reprimere qualsiasi comportamento che sia difforme dalla norma, e ad un comune che non si è mai esposto su questa vicenda continuando invece ad alimentare politiche securitarie attraverso la privatizzazione del controllo sui nostri corpi e le nostre vite, noi continueremo ad opporci a questa sicurezza che vuole limitare le nostre libertà individuali e che allo stesso tempo lascia impuniti casi molto simili a quello di Aldo come quelli di Stefano Cucchi, Marcello Lonzi e Stefano Frapporti, solo per citarne alcuni, ma che potrebbe capitare a tutti noi in qualsiasi momento. Continueremo quindi a diffondere lotte dal basso e consapevolezza perché non si può finire in carcere per qualche pianta d’erba in nome di una sicurezza che è solo repressione e morte.

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Chi ha ucciso Bianzino?

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Morte violenta di Stefano Cucchi: due nuovi testimoni accusano i carabinieri

Due nuovi testi chiamano in causa l’arma dei carabinieri tenuta fino ad ora fuori dall’inchiesta

Cinzia Gubbini
il manifesto
18 dicembre 2009

Lo hanno visto scendere dalla macchina nel piazzale del Tribunale, la mattina del 16 ottobre intorno alle 8,30, e non si reggeva in piedi. Poi sono stati messi nella stessa cella di sicurezza, in attesa della convalida. «Che ti è successo?», gli hanno chiesto. «Mi hanno picchiato i carabinieri questa notte», «E perché non lo dici?», «Perché sennò mi fanno le carte per dieci anni». Cioè: se lo dico si inventano qualcosa per tenermi in carcere a lungo. A svelare questi nuovi particolari sul caso di Stefano Cucchi – il ragazzo morto il 22 ottobre scorso nel reparto carcerario del Pertini – sono due cittadini albanesi, fermati anch’essi dalla compagnia Casilina la sera del 15 ottobre. E compagni di cella di Stefano in tribunale. Ieri mattina i due albanesi, assistiti dall’avvocato Simonetta Galantucci, sono stati sentiti dai procuratori Vincenzo Barba e Francesca Loi. Una deposizione circostanziata, che tira in ballo le responsabilità dei carabinieri, già raccolta nelle scorse settimane dagli avvocati di parte civile Dario Piccioni e Fabio Anselmo. Ora il loro racconto è agli atti della Procura, che dovrà valutarlo alla luce di quanto finora emerso.
La sera del 15 ottobre i due cittadini albanesi vengono fermati con l’accusa di tentato furto. Stefano, invece, viene fermato con l’accusa di spaccio perché ha in tasca 20 grammi di marijuana. Tutti e tre vengono portati nella caserma di via del Calice, ma non si incontrano. La stazione Appia è una delle sei di competenza della compagnia Casilina. Una caserma piccola, che in genere chiude alle dieci di sera e che solitamente non viene usata per ospitare le persone arrestate. Qui si svolge l’interrogatorio di Stefano e quello dei due albanesi. Poi le strade si dividono: i due vengono portati in un’altra caserma per passare la notte, Cucchi viene prima portato a casa dei genitori per una perquisizione. E’ l’una di notte, sua madre lo vede e sta bene, tanto da venire tranquillizzata sia da Stefano che dai militari: «domani sarà a casa». Quindi il ragazzo ripassa a via del Calice, e poi viene trasferito nelle celle di sicurezza della stazione di Tor Sapienza. Di ciò che accade in questa stazione si sa pochissimo, se non che intorno alle 5 Stefano accusa un malore e per questo viene chiamata un’ambulanza. E iniziano le prime stranezze. A partire da quanto viene annotato nella scheda del 118 («schizofrenia», forse solo un errore materiale) fino al fatto che i due infermieri non riescono a visitare Stefano: il ragazzo è a letto, avvolto nelle coperte. Notano soltanto degli arrossamenti sotto le palpebre. Ma vista la scarsa collaborazione del ragazzo se ne vanno dopo mezz’ora. Stefano era stato picchiato? E’ quanto sostengono i due testimoni albanesi, che incontrano il ragazzo la mattina dopo, giorno della convalida in tribunale. Tutti e tre sono scortati da carabinieri della compagnia Casilina, ma sono su due macchine diverse: Stefano viaggia su quella dietro la loro. Quando arrivano nel piazzale del tribunale, vedono Stefano scendere dalla macchina e notano che «non si regge in piedi». E’ dolorante e fa fatica a camminare. Ne rimangono impressionati, fumano insieme una sigaretta ma non si parlano: davanti a loro ci sono i carabinieri. Poco dopo vengono messi nella stessa cella. Stefano sta talmente male, raccontano i due testi, che devono aiutarlo a sedersi. Finalmente gli chiedono che cosa è accaduto: «Mi hanno picchiato i carabinieri, ma non questi qua», dice il ragazzo riferendosi alla sua scorta. La convalida dei due albanesi si svolge prima di quella di Stefano. A loro va bene: non viene convalidato il fermo. Per Stefano, invece, l’incubo prosegue. Non solo gli vengono negati gli arresti domiciliari (e agli atti viene scritto che è un «senza fissa dimora»), ma secondo quanto riferito da due testimoni ascoltati in incidente probatorio Stefano subisce un pestaggio anche nei sotterranei del tribunale. Per questo sono stati indagati tre agenti della polizia penitenziaria con l’accusa di omicidio preterintenzionale. Stefano, di certo, esce dal Tribunale con delle lesioni. Per questo finirà nel reparto penitenziario dell’ospedale Pertini, sulla cui negligenza la Procura sembra non avere dubbi visto che nel registro degli indagati sono finiti altri tre medici (oltre ai tre già indagati insieme agli agenti penitenziari) con l’accusa di omicidio colposo. Finora nessuna ombra è emersa sul comportamento dei carabinieri. Ma la testimonianza di ieri cambia le carte in tavola.

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Fincantieri vuole tenersi metà dei soldi degli operai

La Fiom abbandona la trattativa. Oggi incontro con il ministro Scajola

Paolo Persichetti
Liberazione
18 dicembre 2009


Le mobilitazioni di questi giorni un risultato minimo lo hanno strappato. Fincantieri ha reso noto che alle maestranze verrà corrisposto entro dicembre metà del premio di produzione stabilito questa estate. 300 euro per i lavoratori diretti, e i 210 per quelli indiretti, verranno erogati ai dipendenti dei cantieri di Ancona, Sestri Ponente e Muggiano a cui inizialmente l’azienda aveva detto no. C’è un problema però: mentre i sindacati, nel corso della lunga trattativa di mercoledì scorso, protrattasi oltre la mezzanotte, avevano proposto questa somma a titolo di anticipo dell’intera somma pattuita questa estate; l’azienda si è detta favorevole solo a condizione di una rinuncia da parte sindacale alla pretesa certa della erogazione a fine gennaio del conguaglio restante, cioè degli altri 450 euro lordi. Insomma, «pigliatevi questi 300 euro e finiamola qui, al massimo se ne riparlerà nel 2010, sempre che siate buoni!». E’ stato più o meno questo il senso della risposta dei vertici di Fincantieri, pronti a rimangiarsi l’accordo siglato il 16 luglio. A questo punto, mentre Fim e Uilm, si accontentavano di quel che passava il convento, la Fiom ha deciso di abbandonare il tavolo. In un secco comunicato diffuso ieri, i metalmeccanici della Cgil hanno denunciato la «Pretesa inaccettabile in termini di principio e di fatto» che viola i termini di un accordo liberamente sottoscritto dalla direzione. Comportamento che – sempre secondo la Fiom – «incrina l’intero sistema delle relazioni industriali del Gruppo». Uno strappo senza precedenti nella storia sindacale di Fincantieri. Si pone a questo punto – sottolinea ancora il comunicato di corso Trieste – «la necessità di un chiarimento di fondo con l’Azienda». Questione che verrà posta durante l’incontro di oggi con il ministro dello sviluppo economico Scajola. A dimostrazione che il rispetto degli accordi di luglio non è una pretesa infondata, c’è stato il riconoscimento da parte dell’armatore della Silver Spirit, proprietario della nave crociera di extralusso bloccata ad Ancona, di riconoscere agli operai un premio di 60 mila euro e di commissionare una seconda nave, qualora la trattativa in corso andasse a buon fine. Smentita flagrante degli argomenti avanzati dalla Fincantieri per rifiutare l’esborso del premio di produzione. La Silver Spirit ha così lasciato gli ormeggi a fine mattinata. Sono in molti a esser convinti che dietro questa strategia di rottura della Fincantieri vi sia la volontà di mettere nell’angolo la componente operaia più combattiva e rappresentativa che ha giocato un ruolo centrale nella trattativa di luglio in vista della dismissione di alcuni cantieri, quelli liguri e di Ancona, in ragione di un criterio che di economico a ben poco: la «preferenza padana».

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Fincantieri, blocco dei cantieri in Liguria e Ancona
Cronache operaie

Fincantieri, blocco dei cantieri ad Ancona e in Liguria

Gli operai impediscono il varo di una nave crociera. L’azienda costretta a trattare

Paolo Persichetti
Liberazione
17 dicembre 2009
Da quasi due giorni gli operai Fincantieri di Ancona picchettano gli ingressi dello stabilimento e la banchina, impedendo di salpare alla Silver Spirit, nave da crociera di 195 metri di lunghezza e 360 tonnellate di stazza. Ultima creatura tirata su dalle maestranze per una società armatrice monegasca, la Silersea Cruiser. Protestano per rivendicare il premio di produzione che l’azienda ha tagliato. La protesta è scattata lunedì scorso anche in Liguria, nei cantieri di Sestri, Riva e Muggiano, 3200 dipendenti che si moltiplicano sommando l’indotto. Tutto è cominciato dopo una lettera arrivata ai sindacati e nella quale Fincantieri comunica che tre cantieri su otto (Sestri ponente, Muggiano e Ancona) hanno perso il diritto al premio, 750 euro lordi relativi al secondo trimestre 2009, a causa del mancato raggiungimento dei parametri di «miglior efficienza» concordati a luglio. Sono «soldi nostri – replicano gli operai – concordati, indipendentemente dai risultati». Soldi che «aiuterebbero specialmente i 200 cassintegrati, che facevano conto sulla prima tranche da 540 euro di dicembre per avere un Natale migliore». La reazione è stata immediata. Anche perché alcuni degli impianti sanzionati hanno largamente superato i parametri di produttività richiesti. Quello di Ancona avrebbe addirittura un rapporto di 1,26 sulla base di uno come risultato pieno. Insomma, la decisione dell’azienda è un vero e proprio furto, una rapina padronale bella e buona a cui i dipendenti hanno risposto lunedì pomeriggio con l’occupazione degli uffici e del cantiere. La mobilitazione è proseguita martedì con lo sciopero, il mantenimento dell’occupazione degli impianti, un corteo che ha bloccato le vie di Sestri. L’incontro in prefettura però non ha dato i risultati sperati. Dall’azienda chiusura totale. Sandro Scarrone, capo del personale, ha fatto il duro, tanto il suo Natale è più che assicurato. Alcune indiscrezioni raccontano però di una direzione aziendale divisa. A quanto pare, infatti, le ragioni del taglio dei premi sarebbero più politiche che produttive. Dovute ad una forzatura voluta dall’Ad Giuseppe Bono, sponsorizzato dal ministro Sacconi, che vorrebbe così affossare l’accordo strappato dalla Fiom in luglio. Dietro le divisioni, il dissenso sui progetti di ristrutturazione del gruppo. Da una parte chi, sensibile alle sirene leghiste, vorrebbe mantenere soltanto Monfalcone e Marghera per abbandonare gli altri siti, e chi, al contrario, è per la tutela del patrimonio nazionale dei cantieri. Per questo le Rsu di Castellamare hanno chiesto al presidente della repubblica di portarsi garante di un piano industriale. Previsto nel pomeriggio di ieri, l’incontro a livello nazionale tra sindacato e azienda è iniziato soltanto alle 18.30. Venerdì prossimo appuntamento col ministro per lo sviluppo economico Scajola.

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Cronache operaie

Aggressione a Berlusconi: ma quali anni 70 ! È guerra civile borghese

L’aggressore è uno squilibrato e in piazza a contestare il leader del Pdl non c’erano i centri sociali ma giovani che sventolavano Il Fatto, quotidiano portavoce del giustizialismo populista più fazioso, «destra d’opposizione» qualunquista, reazionaria, ultralegittimista, borghese e forcaiola

Paolo Persichetti
Liberazione 14 dicembre 2009

Facce d'Italia: Silvio Berlusconi

«Tutta colpa degli anni 70, madama la marchesa!». Gli stessi che oggi ripetono come un ritornello questa frase, negli anni 70 se la prendevano con gli scioperi e i sindacati. Domenica sera, Silvio Berlusconi era stato appena colpito mentre salutava la folla alla fine del suo comizio che subito sulle televisioni e nei commenti a caldo dei politici venivano evocati gli anni 70, anzi il loro spettro. Prim’ancora che fosse reso noto il nome dell’aggressore, si era già scatenata la caccia al suo possibile identikit politico-culturale. Sospettati numero uno: gli «antagonisti» (che poi con gli anni 70 non c’entrano nulla). Sembrava proprio che dovesse essere uno di loro, anzi non poteva che essere un «militante dei centri sociali». Gli speaker trasmettevano ai telespettatori l’ansia spasmodica per una conferma del genere. Il leader della lega, Umberto Bossi, non aveva dubbi: il lancio di un souvenir acquistato su una bancarella limitrofa al luogo del misfatto altro non era che un «atto di terrorismo».

Facce d'Italia: "Aldro", Federico Aldovrandi

Vedrete che fra un po’ ne vieteranno l’acquisto. Quando il nome del quarantaduenne Massimo Tartaglia è arrivato sulle agenzie, la giornalista di Canale 5, lasciando trapelare un certo rammarico, precisava che l’individuo era sconosciuto alla digos e non risultavano segnalazioni o precedenti penali a suo carico. Non era il tanto atteso «militante dei centri sociali» e nemmeno uno che aveva frequentato le galere per motivi politici. Niente di tutto questo. Si trattava soltanto di un anonimo cittadino senza militanza politica alle spalle, certo fomentato dall’antiberlusconismo dell’ultimo periodo ma con una decennale storia clinica legata ad uno squilibro mentale  emerso, a quanto sembra, quando era diciottenne, tanto che la psicologa che lo aveva in cura è stata convocata in questura per assistere all’interrogatorio. L’uomo, infatti, è subito apparso agli inquirenti in stato confusionale, incapace di tenere discorsi coerenti. Se così stanno le cose, che c’entra allora il clima da anni 70 chiamato in causa anche il giorno successivo sui giornali? La domanda è più che mai opportuna perché rinvia alla giusta comprensione di quel che sta accadendo in Italia negli ultimi tempi. In piazza a contestare il comizio del presidente del consiglio non c’erano i centri sociali e nessun altra componente della galassia antagonista, ma alcune centinaia di giovani che sventolavano Il Fatto, quotidiano portavoce del giustizialismo populista più fazioso e la cui ferocità è speculare solo ai discorsi dei leghisti e di alcuni esponenti del Pdl.

Facce d'Italia: il g-8 di Genova

Un pezzo delle molteplici anime che compongono il popolo viola, sicuramente il peggiore, certamente un settore che, nella caotica e instabile geografia dalle fragili identità culturali attuali, può essere classificato come una «destra d’opposizione»: qualunquista, reazionaria, ultralegittimista, forcaiola. Espressione dell’indignazione di ceti sociali medioborghesi che si abbeverano sui testi di Travaglio e Saviano, che guardano in tv Anno zero, ascoltano i discorsi di Di Pietro, leggono D’Avanzo e Bonini su Repubblica. Di nuovo la domanda: perché evocare gli anni 70? Un’epoca intrisa di marxismo dove gli attori in movimento erano altri e la società veniva letta utilizzando paradigmi meno semplificatori, legati ai conflitti e alle interazioni tra blocchi sociali e senza quella delirante contraddizione in termini presente oggi in chi assalta palchi in nome della legalità e della magistratura. Sorge il sospetto che alla fine gli anni 70 siano solo un comodo capro espiatorio verso il quale indirizzare la vendetta. In primis per quella guerra civile simulata, e tutta borghese, che Berlusconi in persona conduce con grande abilità. «Guerra civile legale» o «guerra civile fredda», sono solo alcune delle definizioni coniate dagli studiosi per descrivere situazioni di conflitto simili a quelle che si vivono in Italia oggi. Uno scontro molto duro divide verticalmente la borghesia italiana. L’ala condotta da Berlusconi fronteggia l’asse storico dei potentati economici italiani, capeggiati dal gruppo editoriale Repubblica-Espresso guidato da De Benedetti. Tanto più speculari sono le parti in conflitto, tanto più lacerante è il livello dell’inimicizia espressa.

Facce d'Italia: Stefano Cucchi ... e si potrebbe continuare con Bianzino, Lonzi e tanti tanti altri

Il ceto politico ricalca questa divisione, diversamente da quanto accadeva durante la prima repubblica quando dietro le quinte anche Berlinguer e Almirante arrivavano a parlarsi, sia pur mimando in pubblico una reciproca distanza ostile. Uno scontro agitato da metafore buone per una popolazione ridotta a spettatrice sugli spalti delle arene giudiziarie. Le metafore sono quelle dei «mafiosi» da una parte e dei «comunisti» dall’altra con cui le due opposte fazioni si etichettano. La personalizzazione della politica, tanto efficacemente interpretata da Berlusconi, figlia del presidenzialismo virtuale che la costituzione materiale ha di fatto imposto a quella legale, attira come una calamita sul corpo del premier consenso e dissenso, venerazione e odio delle folle. Negli Usa 4 presidenti e un candidato sono stati uccisi, altri 10 hanno subito attentati. Stessa sorte per i capi di Stato francesi, compresi i due colpi di carabina esplosi contro Jacques Chirac il 14 luglio 2002. Verrebbe da dire: è il presidenzialismo, bellezza!


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Cronache carcerarie
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Genesi del populismo penale e nuova ideologia vittimaria
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Processo breve: amnistia per soli ricchi
Ho paura dunque esisto
Giustizia o giustizialismo, dilemma nella sinistra
Il populismo penale una malattia democratica





Il Cile al voto e l’incognita Enriquez

In testa ai sondaggi il Berlusconi cileno, Sebastian Pinera. Scontro nel centrosinistra tra il democristiano Eduardo Frei e Marco Enriquez-Ominami, figlio del fondatore del Mir (la sinsitra rivoluzionaria cilena) trucidato nel 1974 dalla polizia fascista del dittatore Pinochet

Paolo Persichetti
Liberazione 13 dicembre 2009

Miguel Enriquez leader del Mir

Gli elettori cileni sono chiamati oggi alle urne per eleggere il nuovo presidente della repubblica e rinnovare il parlamento. La presidente uscente, Michelle Bachelet, che nei sondaggi raggiunge il 76% della popolarità, non può ripresentarsi perché la costituzione, vaccinata dalla dittatura fascio-liberale del generale Pinochet, vieta la possibilità di un secondo mandato consecutivo. A contendersi la presidenza saranno il candidato della destra, Sebastian Pinera, 60 anni, praticamente un clone di Berlusconi. Miliardario (secondo Forbes il suo patrimonio ammonta a 1,2 miliardi di dollari), proprietario di una linea aerea, una tv e di altre società, oltre che di una squadra di calcio. Nelle elezioni del 2005 dovette vendere diverse proprietà per evitare l’accusa di conflitto d’interessi. Accreditato nei sondaggi di un buon 44% al primo turno, il suo partito, «Rinnovamento nazionale», incarna l’ala moderata delle destre raccolte nella «Alleanza per il Cile», una formazione dominata in realtà dagli eredi della dittatura di Pinochet e ribattezzata per l’occasione, «Coalizione per il cambiamento». Maggiore rivale, ma distanziato nelle dichiarazioni di voto, appena 31%, è l’esponente della «Concertazione democratica», Eduardo Frei, figlio dell’ex presidente della repubblica predittaura, il democristiano Frei, fatto avvelenare da Pinochet dopo il golpe del 1973. Sei persone sono state arrestate proprio in questi giorni perché accusate dell’omicidio. La «Concertazione» è una sorta di Ulivo senza ala sinistra, congeniato da socialisti e democristiani (con l’aggiunta di radicali e socialdemocratici) per gestire l’algida transizione postdittatura. Frei, 67 anni, già presidente dal 1994 al 2000, appare come una sorta di Prodi cileno, gestore di una politica economica che non ha rotto con gli anni ultraliberisti della dittatura. Personaggio appannato esprime la continuità del ceto politico post-dittatura. La sua designazione, molto contestata dalla base e dai giovani, è nata dal rifiuto delle primarie ed è stata

Santiago, settembre 2008. Scontri durante la manifestazione in ricordo delle vittime della dittatura ultraliberale di Pinochet

imposta dai vertici della coalizione. A sbarrargli la strada c’è Marco Enriquez-Ominami, 36 anni, vera rivelazione di questa campagna elettorale e che molti analisti considerano il futuro del centro-sinistra cileno. I sondaggi gli assegnano il 18%, ma Enriquez sostiene di poter arrivare al ballottaggio del 17 gennaio con il candidato della destra anche se buona parte dei giovani delle periferie che sembrano sensibili ai suoi discorsi non sono iscritti alle liste elettorali. Soprannominato il «discolo», per aver rotto con lo stato maggiore della «Concertazione», Enriquez è figlio della leggenda. Suo padre, Miguel, trucidato nel 1974 dalla polizia fascista di Pinochet, era il fondatore del Mir, la sinistra rivoluzionaria cilena. Marco, cresciuto in esilio a Parigi, venne adottato dal nipote di Allende, l’ex ministro socialista Carlos Ominami. Sostenitore dei diritti civili, vuole temperare il sistema presidenziale rafforzando il parlamento e guarda con interesse al fenomeno Chavez, anche se resta liberale in economia. Le sorti del centrosinistra sono legate alla eventuale confluenza dei voti dei suoi due candidati e al comportamento della «sinistra allendista», alleanza di comunisti, sinistra cristiana e socialisti dissidenti, unita dietro Jorge Arrate e nei sondaggi attestata al 5%.

Chi ha ucciso Aldo Bianzino?

Richiesta di archiviazione, il gip rinvia la decisione

Paolo Persichetti
Liberazione 12 dicembre 2009

Si è svolta ieri presso il tribunale di Perugia l’udienza sulla richiesta di archiviazione del fascicolo per omicidio a carico di ignoti avanzata dal pubblico ministero, Giuseppe Petrazzini, per la morte di Aldo Bianzino. Alla richiesta, la seconda dopo quella presentata nell’ottobre 2008 e respinta, si sono opposti i familiari di Bianzino. Il gip, Massimo Ricciarelli, fara conoscere la sua decisione nei prossimi giorni.  Nel corso della seduta un centinaio di persone hanno manifestato all’esterno. Presenti il figlio di Bianzino, Rudra, 16 anni, e Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano Cucchi, il giovane morto nel reparto penitenziario dell’ospedale Pertini di Roma a seguito del pestaggio subito dopo l’arresto, insieme al «Comitato Verità e Giustizia per Aldo». Bianzino, persona mite e abile artigiano, venne arrestato il 12 ottobre del 2007 perché coltivava alcune piante di canapa indiana. Morì nel carcere di Perugia due giorni dopo. Inizialmente il decesso venne attribuito a un malore naturale. L’autopsia certificò invece l’assenza di patologie pregresse e lesioni agli organi interni, presenza di sangue nell’addome e nelle pelvi, lacerazione epatica, lesioni all’encefalo. Una seconda autopsia riscontrò anche un distacco del fegato e ipotizzò la morte per aneurisma cerebrale. Evento probabilmente scatenato da un violento pestaggio subito dopo l’arresto, in circostanze mai accertate. In carcere Bianzino venne abbandonato a se stesso. Per questa assenza di cure, l’agente di polizia penitenziaria in servizio la notte della sua morte è stato rinviato a giudizio, lo scorso 28 giugno, per omissione di soccorso e falsificazione dei registri. La morte di Bianzino e  quella di Cucchi sono il calco perfetto della violenza impunita delle istituzioni. In entrambi i casi solo l’apparato-cenerentola, la penitenziaria, è rimasto impigliato negli ingranaggi della giustizia.

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Aldo Bianzino, no all’archiviazione dell’inchiesta sulla sua morte
Cronache carcerarie

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Suicidio Blefari Melazzi: l’uso della malattia come strumento di indagine

Non riusciamo a dirti addio, ciao Sher Khan. Se esiste un inferno per chi lotta, ci ritroveremo lì

Muore di freddo su una panchina il leader storico dell’antirazzismo romano. In realtà ucciso da un gelo ancora più profondo, quello dell’indifferenza e del razzismo

Stefano Galieni
Liberazione 10 dicembre 2009

Se ne è andato in silenzio, dopo aver per tanti anni parlato e lottato, con la sua voce roca, capace di fermarti al primo incrocio, di chiamarti a qualsiasi ora per chiedere impegno, spesso non per sé, ma per tanti altri che erano al freddo, che rischiavano l’espulsione, che erano stati maltrattati. Mohammad Muzaffar Alì, detto “Sher Khan” a Roma lo conoscevano tutti, sin da quando era giunto alla ricerca di un futuro migliore dal suo paese natale, il Pakistan, dove le sue opinioni politiche non erano gradite. A cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta, era stato fra i 1500 che avevano occupato il pastificio dismesso della “Pantanella”. Nella pubblica opinione un ghetto pericoloso, nella realtà il tentativo di sottrarsi al degrado, di creare comunità e di aprire una vertenza con l’amministrazione per veder riconosciuto il diritto ad una abitazione dignitosa. Faceva freddo alla Pantanella, ma ci si scaldava facilmente con un the, con le tante cucine degli occupanti, c’era lo spazio per pregare e quello per avere prodotti di prima necessità. In prima fila a difendere dai tentativi di sgombero c’erano altre due persone di cui oggi ci sarebbe un gran bisogno, Monsignor Luigi Di Liegro e Dino Frisullo. Sher Khan era sempre accanto a loro. In quegli anni nacque “Uawa” (United Asian Workers Association) una delle prime associazioni di migranti che riuniva persone provenienti da paesi diversi dello stesso immenso continente, Sher Khan ne era stato eletto presidente. Durante gli anni ne ha passate tante Sher Khan, è finito in carcere, si è dovuto difendere da accuse pesanti, gli è capitato spesso di finire picchiato da vigliacchi che aggredivano in branco, di ritrovarsi in questura, incazzato e senza riguardo. Ha vissuto per venti anni nelle manifestazioni e nelle occupazioni di stabili, difficile non incontrarlo, specialmente la sera, nel quartiere Esquilino. Negli anni la sua rabbia aumentava e la sua voce si faceva sempre più bassa, si sentiva da solo, vedeva che contro il razzismo più infido, quello dell’indifferenza, combattere era quasi impossibile. Ha visto Roma cambiare pelle, diventare più sprezzante e incapace di indignarsi. Aveva chiesto anni fa asilo politico per poter ottenere un minimo di garanzie dalle leggi di questo Paese. Per tutta risposta, dopo aver partecipato all’ennesima occupazione di uno stabile in Via Salaria, insieme a quelli come lui, malati, single, i “soli” per cui non è prevista (da questa come dalle precedenti amministrazioni) nessuna forma di accoglienza, si era ritrovato nel Cie di Ponte Galeria. Anche da lì dentro non sembrava essersi rassegnato, ad una assemblea antirazzista che si era tenuta in un centro sociale era intervenuto tramite collegamento telefonico, per raccontare dello schifo delle condizioni di vita in cui si trovavano le persone. Era uscito dal centro con la garanzia di un permesso temporaneo per ragioni umanitarie, da vivo non poteva tornare in Pakistan, avrebbe rischiato il carcere e la pelle. Un permesso che avrebbe ottenuto a giorni, ma che non è mai giunto. Era uscito e lo stesso giorno aveva partecipato ad una manifestazione contro gli sgomberi e per il diritto all’abitare, l’ultima.
«Fra poco scatterà il “Piano per il freddo”, con il quale sostanzialmente daremo ricovero a tutti coloro che oggi non hanno un posto in cui andare a dormire – ha affermato il sindaco Alemanno – La temperatura non si è ancora abbassata in maniera molto forte, ma noi siamo già pronti a partire». Peccato che il “Piano” dovesse scattare dal 1 dicembre e che garantisca accoglienza solo per la notte. Tutto qui quello che riesce a organizzare la Città Eterna? Come spiegarlo ai tanti che affollano i pochi luoghi in cui ripararsi durante la notte, spesso come Sher Khan malmessi di salute, pieni di alcool perché la notte passi più rapidamente, impauriti dalla pioggia quanto dalla cattiveria degli uomini, senza e con divisa. Gli ultimi mesi di vita di Sher Khan gli sono stati molto probabilmente fatali: dopo un lungo ricovero in ospedale – anni fa era finito in coma – aveva cuore e fegato rovinati… Ieri pomeriggio, la comunità pakistana, compagni e compagne impegnati nell’antirazzismo, si sono incontrati a P.zza Vittorio, pensando ai funerali, a come rimandare la salma in patria, a come dargli un ultimo saluto. E in tanti si è pensato di aver fatto poco per lui, di non essere intervenuti in tempo e con la forza necessaria, per garantirgli almeno condizioni di vita più dignitose. Il Prc si è unito al dolore di chi lo ha conosciuto e di chi gli è stato a fianco. Sher Khan è l’ultima (per ora) vittima di quel razzismo profondo, da cui è difficile sentirsi innocenti.

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Teorema 8 marzo, l’indagine laboratorio contro il movimento di lotta per la casa

Denigrazione e repressione: l’offensiva contro il movimento per la casa a Roma

Paolo Persichetti
Liberazione 10 dicembre 2009

I primi bagliori del giorno già si stampavano sui palazzi della periferia ovest di Roma. Quel 14 settembre era il primo giorno di scuola; decine di scolaretti ansiosi sonnecchiavano ancora nei loro lettini. Presto sarebbero scesi in strada vestiti con i grembiulini voluti dalla Gelmini. Nella ex scuola 8 marzo, un edificio da due anni occupato da una quarantina di famiglie in prevalenza immigrate, di bambini ce ne sono molti ma quel giorno non sarebbero andati a scuola come previsto. Qualcuno voleva cacciarli di casa, non voleva che studiassero. Aveva scelto quella data con particolare sadismo. All’improvviso l’alba veniva squarciata dal rombo dei rotori di un elicottero. Il sole ancora basso sull’orizzonte era oscurato dall’ombra cupa di un mostro che volteggiava rasente sui tetti del popolare quartiere della Magliana. I bambini si svegliano terrorizzati. Chi riesce ad affacciarsi dalle finestre vede convergere su via dell’Impruneta decine di blindati e vetture. Davanti ai suoi occhi prende forma una teatrale dimostrazione di forza militare di stampo cileno. Almeno 200 carabinieri fanno irruzione all’interno dell’edificio. Ma gli abitanti non si lasciano intimidire e subito si trincerano sul tetto. I militi sfondano porte, scaricano tutto il loro consueto odio sulle suppellettili, gli interni degli appartamenti, saccheggiando, devastando, violando giacigli, cassetti, oggetti, giocattoli. A controllare che la razzia fosse ben fatta arrivava poco dopo il loro capo, il comandante provinciale dell’Arma, generale Vittorio Tomasone, che passa in rassegna una truppa soddisfatta, ma solo a metà, dell’impresa. Lo sgombero, infatti, non era riuscito. Il prefetto, subito interpellato, cadeva dalle nuvole. In giro nemmeno una volante della questura. La Digos faceva sapere che l’operazione in corso era di esclusiva competenza dei carabinieri. Loro non c’entravano nulla perché nessun piano di sgombero era stato attivato. Ma allora che cosa stava succedendo? Perché quell’imponente dispiegamento di carabinieri? E perché solo carabinieri?

Indagine laboratorio
Il metodo impiegato nell’inchiesta contro l’occupazione dell’ex scuola 8 marzo mostra il tratto tipico dei grandi teoremi accusatori. Operazione di sfondamento lanciata per verificare la tenuta dell’avversario, la sua capacità di reazione, in questo caso di una società civile tutta in abiti viola preoccupata solo di quel che accade nelle ville e nei palazzi di Berlusconi, ma indifferente nei confronti di chi una casa non ce l’ha e si organizza per trovarla, sottraendo immobili al degrado e alla speculazione edilizia. Dietro al tentativo di sgombero si nasconde, in realtà, la più classica delle montature poliziesche costruita attorno ad un velenoso teorema: fare del movimento di lotta per la casa un’impresa criminale. Non più un’azione sociale frutto dell’emergenza abitativa iscritta nel dna delle periferie urbane e nemmeno una fattispecie di “delitto politico”, ma un’associazione a delinquere finalizzata all’estorsione. Teorema architettato dalla nuova cupola che governa la città. Non a caso, il sindaco Gianni Alemanno, con una tempistica più che sospetta, denunciava subito dopo l’irruzione dei carabinieri l’esistenza a Roma di «un racket delle occupazioni», del quale sarebbero vittime «persone costrette a pagare un affitto e a partecipare a manifestazioni» e altre addirittura «aggredite e malmenate perché non pagavano questi veri e propri pizzi». La presenza di un regolamento interno all’occupazione, affisso addirittura in bacheca, nel quale si prevede l’impegno a partecipare alle assemblee, o d’informarsi in caso d’impossibilità, ed a garantire la propria presenza alle mobilitazioni in favore della lotta per la casa, è stato trasformato dagli accusatori nell’esercizio di una forma di pressione e violenza sugli occupanti e non in un libero patto di reciproco sostegno. Allo stesso modo, il versamento di un canone mensile di 15 euro per nucleo familiare (che i carabinieri nei loro rapporti mezogneri hanno fatto lievitare fino a 150 euro a testa, compresi i minori…), necessario a sostenere le spese collettive, la riqualificazione dell’immobile (trovato in condizioni disastrate dopo anni d’abbandono), l’arredo e l’apertura al quartiere di una sala teatrale, di una palestra popolare, la creazione di un asilo nido, il recupero e l’apertura del giardino antistante l’edificio, unico spazio verde a disposizione della popolazione, sono stati assimilati al pagamento di un pizzo con fini di lucro personale, da parte di un gruppo di giovani il cui tenore precario di vita e le tasche vuote sono sotto gli occhi di tutti. D’altronde se la sola presenza di una cassa comune dovesse comprovare il reato di estorsione, sarebbero a rischio tutti i condomini d’Italia e qualsiasi consiglio d’amministrazione.

Repressione e stigmatizzazione sociale
Fallito il tentativo di sgombero, è scattato l’arresto per cinque occupanti (un sesto era all’estero per motivi di lavoro), identificati come le persone che svolgevano un ruolo di responsabilità all’interno dell’occupazione. Due di loro sono anche militanti del centro sociale “Macchia rossa”. L’accanimento con sovrappiù di linciaggio mediatico è stato particolarmente duro. Circostanza rivelatrice: il tentativo di sgombero era stato anticipato da una campagna diffamatoria lanciata dal Messaggero e dal Tempo, quotidiani della capitale controllati da Gaetano Caltagirone e Francesco Bonifaci, entrambi potenti imprenditori nel campo delle costruzioni. Proprio il giorno degli arresti, il comitato d’occupazione aveva indetto una conferenza stampa per rispondere alle accuse. Particolarmente odioso e denigratorio è stato il ritratto tratteggiato nei confronti di Francesca Cerreto, che in soli 17 giorni ha girato ben tre carceri (Rebibbia, Civitavecchia e Perugia). Dipinta dai cronisti dei due quotidiani come un’icona della doppiezza che avrebbe celato dietro la dolcezza apparente dei modi femminili una spietata determinazione criminale. Una stigmatizzazione personale ripresa anche dalla Gip, che l’ha ritenuta «non idonea a lavorare con le fasce più deboli». Tuttavia, alla fine della scorsa settimana, dopo ripetuti ricorsi il tribunale del riesame ha sbriciolato una parte rilevante del teorema accusatorio, revocando anche gli arresti domiciliari in cambio del semplice obbligo di firma per chi era ancora sottoposto a misure cautelari. Crollata l’accusa di associazione per delinquere, agli inquirenti resta ancora l’onere di provare la violenza privata e l’estorsione, partita dalla denuncia iniziale di un ex occupante, mosso da risentimento perché allontanato per i suoi ripetuti comportamenti aggressivi e violenti, in particolare contro le donne.

Il nuovo sacco di Roma
Il movimento di lotta per la casa appartiene alla costituzione materiale di una città come Roma. Non ha mai cessato di riprodursi attraversando epoche molto diverse tra loro, dagli anni 70 ad oggi. Cancellare l’anomalia delle occupazioni socio-abitative e delle esperienze più creative dei centri sociali, spazzare via gli ultimi fortini che fanno resistenza, spine nel fianco della speculazione immobiliare e della rendita è stato, fin dal suo insediamento, uno degli obiettivi designati dalla giunta Alemanno. Attuato con successo contro le 300 famiglie che occupavano, dal 2007, l’ex ospedale Regina Elena e poi contro il centro sociale Horus, il nuovo sacco della città passa da qui. Si spiega così il tentativo di criminalizzare una delle più riuscite esperienze di lotta per la casa invisa agli appetiti storici dei palazzinari romani, che sull’immobile occupato di via dell’Impruneta hanno gettato l’occhio da tempo, ed ai loro lacché, alcuni esponenti politici della destra locale saliti in orbita dopo l’elezione a sindaco di Alemanno. Tra questi, il presidente della commissione sicurezza del comune, Fabrizio Sartori, ex An, nemico dichiarato degli occupanti. Gaetano Caltagirone è da poco entrato a far parte dell’ex Sviluppo Italia, ente che ha raccolto l’eredità della Cassa per il mezzogiorno. Società che vanta un interesse speculativo di lunga data sull’ex scuola, inizialmente concessa dal comune per l’avvio di un incubatore d’impresa mai decollato. Sulla tavola imbandita della giunta comunale arrivano piani per nuove speculazioni urbanistiche. L’area riveste un rinnovato interesse poiché dovrebbe sorgervi un enorme parcheggio funzionale ad un progetto di funivia che dovrebbe collegare le due sponde del Tevere. Da qui la campagna diffamatoria a mezzo stampa contro gli occupanti, la montatura orchestrata dai carabinieri che vantano un filo diretto in giunta, gli arresti concessi da alcuni magistrati particolarmente servili. A Roma l’8 marzo è una trincea.

Caso Cucchi, anche la polizia penitenziaria si autoassolve

Chiusa l’indagine interna
Per il Dap non sono emerse responsabilità
da parte della polizia penitenziaria

Paolo Persichetti
Liberazione 3 dicembre 2009

Per il ministro della Giustizia Angelino Alfano, Stefano Cucchi è caduto dalle scale. Per Carlo Giovanardi è morto di droga. Siccome era un tossicodipendente e spacciava, la sua vita non doveva valere nulla. Se l’era cercata. Per questi signori, Stefano Cucchi sarebbe morto di freddo. Anzi, come ha scritto su queste pagine Erri De Luca, «perché ostinatamente aveva smesso di respirare». Da allora la lista delle facce di bronzo non ha terminato di crescere. L’inchiesta interna condotta dall’amministrazione penitenziaria ha escluso l’esistenza di qualsiasi responsabilità della polizia penitenziaria nelle brutali percosse subite da Stefano Cucchi. E’ quanto sottoscritto ieri, ultimo in ordine di tempo, dal capo del Dap, il magistrato Franco Ionta, la cui funzione è nobilitata dall’appellativo di Presidente. Su questo terribile episodio di violenza istituzionale, la macchina della controverità marcia a velocità folle. Appena pochi giorni prima un’altra commissione interna aveva assolto i medici del reparto penitenziario dell’ospedale dove, invece delle cure, al giovane era stata somministrata cinica indifferenza e sprezzante incuria. In compagnia solo del suo dolore e dell’umiliazione di un corpo bastonato, di membra lacerate, Stefano Cucchi è morto. Delle uniformi di Stato lo avevano arrestato quando era in perfette condizioni fisiche, delle uniformi di Stato lo hanno interrogato, delle uniformi di Stato lo hanno incarcerato, in tribunale un magistrato ha finto di non vedere, l’avvocato d’ufficio ha girato la testa, poi dei camici pubblici lo hanno abbandonato. Da settimane, le varie componenti istituzionali coinvolte in questa vicenda rispondono opponendo omertà d’apparato in difesa di una impunità di principio, di una visione completamente autoreferenziale della legalità e della morale. Ma come cantava De André: «anche se vi credete assolti, siete per sempre coinvolti».

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Cronache carcerarie
Caso cucchi, avanza l’offensiva di chi vuole allontanare la verità
Cucchi, anche la polizia penitenziaria si autoassolve
http://perstefanocucchi.blogspot.com/
Stefano Cucchi: le foto delle torture inferte
Caso Cucchi, scontro sulle parole del teste che avrebbe assistito al pestaggio. E’ guerra tra apparati dello Stato sulla dinamica dei fatti
Morte di Cucchi, c’e chi ha visto una parte del pestaggio nelle camere di sicurezza del tribunale
Erri De Luca risponde alle infami dichiarazioni di  Carlo Giovanardi sulla morte di Stefano Cucchi
Stefano Cucchi, le ultime foto da vivo mostrano i segni del pestaggio. Le immaigini prese dalla matricola del carcere di Regina Coeli
Manconi: “sulla morte di Stefano Cucchi due zone d’ombra”

Stefano Cucchi, quella morte misteriosa di un detenuto in ospedale
Stefano Cucchi morto nel Padiglione penitenziario del Pertini, due vertebre rotte e il viso sfigurato
Caso Stefano Cucch, “il potere sui corpi è qualcosa di osceno”
Violenza di Stato non suona nuova

Ignorata la disponibilita offerta da un gruppo di detenute che si offrì di assistere la Blefari. I magistrati puntavano al pentimento
Induzione al pentimento
Suicidio Blefari Melazzi: l’uso della malattia come strumento di indagine