Cascina Spiotta, il processo e la storia 1/continua

Le Brigate rosse avevano una struttura organizzativa piramidale dominata al vertice da una cupola onnisciente e che tutto decideva?

E’ questa la domanda a cui si è cercato di dare una risposta nel corso della quattordicesima udienza del processo di Alessandria che si è tenuta lo scorso 5 giugno, nel cinquantunesimo anniversario della sparatoria davanti la cascina Spiotta di Arzello, all’interno della quale la colonna torinese delle Brigate rosse custodiva il magnate dello spumante Vallarino Gancia, rapito il giorno precedente. Quella mattina morì Margherita Cagol, fondatrice delle Brigate rosse, uccisa a freddo da un carabiniere al termine di un conflitto a fuoco innescato dall’improvviso arrivo sul posto di una pattuglia dei carabinieri che perlustravano la zona. Nella sparatoria rimasero gravemente feriti il tenente Umberto Rocca e l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso, deceduto in ospedale l’11 giugno successivo. L’altro brigatista, Lauro Azzolini, che per sua stessa ammissione, fatta in aula l’11 marzo 2025, era insieme a “Mara” Cagol quella mattina, riuscì a fuggire nella boscaglia.

Non deve sorprendere se un simile interrogativo, che al massimo oggi potrebbe interessare degli storici e ricercatori riuniti nella sala di un convegno o animare la discussione attorno alla presentazione di un libro specialistico sul tema, sia stata discussa lungamente nel corso dell’udienza, dove è stato ascoltato, come esperto chiamato dall’avvocato Francesco Romeo, difensore di Mario Moretti, lo storico e docente universitario Marco Clementi, autore dei numerosi libri e studi sulla materia.

Giudiziarizzazione della storia
La partecipazione di uno storico all’interno di un processo non è una presenza scontata. E non lo è stata nemmeno questa volta. Per chi si occupa di storia risuona ancora la dura polemica che lo storico Henri Russo mosse contro la scelta di un suo collega, Robert Paxton, di essere ascoltato in qualità di esperto nel processo per crimini contro l’umanità mosso contro l’ex prefetto di Parigi Maurice Papon (1997-98), che durante l’occupazione nazista collaborò alla deportazione degli ebrei francesi. All’epoca vivevo a Parigi, appartenevo alla comunità dei rifugiati italiani degli anni ’70 e stavo completando i miei studi universitari. Ricordo i termini molto accesi di una discussione istruttiva (articoli di giornale, libri e dibattiti televisivi) contro la giudiziarizzazione della storia, segmento settoriale di un fenomeno ben più vasto che stava investendo l’intera sfera sociale e che trattai nella mia tesi di master. Russo stigmatizzava la strumentalizzazione giudiziaria del metodo storico, la sovrapposizione della logica binaria che presuppone il modello della imputazione. Approccio che contrasta apertamente con il metodo storico fondato sull’autonomia degli interrogativi scientifici e sulla complessa ricerca delle cause molteplici. Per non dire dello statuto di insindacabilità e performatività della verità giudiziaria, che oltre a non rispondere ai criteri scientifici di emendabililtà ritiene di poter creare il fatto storico: basti l’esempio dei colpi mai esplosi contro l’ingegner Alessandro Marini in via Fani, la mattina del 16 marzo 1978, per cui furono condannate 27 persone. Grazie al lavoro di alcuni storici è ormai storicamente assodato che l’episodio non è mai avvenuto, circostanza riconosciuta dallo stesso testimone e dalla commissione Moro 2 che ha dovuto arrendersi davanti alle evidenze fattuali. Eppure la verità giudiziaria è rimasta invariata.
Verità storica e verità giudiziaria oltre ad avere obiettivi diversi, come già notava Marc Bloch (ricerca del colpevole contro ricerca complessiva di cause, contesto e autori), hanno anche un diverso «percorso ermeneutico»: la verità giudiziaria può emergere solo all’interno del processo sulla base di quanto prevede il codice di procedura. Metodo che introduce una rigorosa selezione di elementi, assunti a discrezione dai giudici, scelta che ne preclude altri. La possibilità di negare una perizia, per esempio nel caso di questo processo di Alessandria il mancato accoglimento di una nuova perizia balistica sulle traiettorie di tiro, non inficia la produzione finale di una verità giudiziaria anche se dal punto di vista storico apparirà gravemente monca.

Tribunali e storia
La critica spietata mossa da Russo alla fine degli anni 90 aveva come tela di fondo il processo di tribunalizzazione della storia innescato alla fine della Seconda guerra mondiale dal processo di Norimberga contro i crimini nazisti. Da allora, il discorso storico è stato progressivamente inglobato e strumentalizzato dalla retorica giudiziaria dando vita ad un ibrido nel quale si confondono e sovrappongono ordini diversi: verità giudiziaria e storica, giudizio di ordine politico e morale. Una tendenza, come si è più volte osservato (Enzo Traverso), che ha visto emergere la figura di un nuovo testimone, la vittima assoluta (e i loro familiari con corollario di associazioni vittimarie) che nelle condanne giudiziarie dovrebbero trovare – secondo una scuola oggi dominante – cura e guariggione. Testimone che ha collocato nello sfondo altri testimoni e soggetti che pure hanno segnato in modo attivo il processo storico. L’adozione di questo modello vittimario – ha scritto recentemente Miguel Gotor nel suo volume sulla morte di Piersanti Mattarella – «ha prodotto un’abnorme centralità della memoria e del testimone, una nuova diarchia che ha innescato un processo di memorializzazione della verità storica, in cui il concetto di conflitto è stato sostituito da quello di trauma e la dialettica hegeliana servo/padrone da quella vittima/carnefice».
Russo, ormai trent’anni fa, vide arrivare tutto questo. Con la sua denuncia provò a lanciare un campanello allarme rivendicando l’autonomia del lavoro storico, senza grandi esiti purtroppo. Così di fronte al passato che non passa, alla presentificazione continua di eventi distanti anche cinquant’anni, come nel caso del rapimento Gancia e della sparatoria alla Spiotta, l’orizzonte penale ha di fatto assorbito lo spazio del lavoro storico limitandone l’agibilità e in taluni casi minacciandone l’autonomia e l’azione (chi scrive ne sa qualcosa. Per aver condotto un minuzioso lavoro di ricerca e verifica sul sequestro Moro, impiegando le fonti documentali e orali disponibili, si è visto sequestrare l’intero archivio e gli strumenti di lavoro oltre a subire una lunga indagine risoltasi dopo tre anni con l’archiviazione).

L’abuso della prova storica
Non stupisce dunque se a una distanza così lunga la nuova inchiesta di Alessandria, e il processo che ne è seguito, hanno dovuto rinunciare ai tradizionali elementi della prova forense (per altro all’epoca nemmeno correttamente raccolti),1 per far ricorso a intercettazioni ambientali (per giunta in buona parte illecite), ovvero tracce memoriali e prova storica. Quest’ultima assurta a regina del processo. Ai Ros dei carabinieri è stato chiesto di scandagliare fondi archivistici di tribunale e archivi di Stato, per poi dedicarsi a un lungo e faticoso lavoro interpretativo sulle testimonianze, i verbali di perquisizione e la letteratura brigatista d’epoca e successiva (opere autobiografiche).
Per poter aggirare la prescrizione, condurre la nuova indagine e arrivare a processo, la procura doveva giustificare la sussistenza delle aggravanti della premeditazione nella sparatoria e l’esistenza di una rigida struttura piramidale con un esecutivo brigatista che non aveva solo deciso e organizzato il sequestro, ma ordinato tassativamente alla colonna torinese l’obbligo dello scontro a fuoco per annientare il nemico. Una volontà omidiciaria premeditata fin dall’inizio e non il risultato di circostanze caotiche frutto di una sequela ripetuta di condotte e errori logistici da parte brigatista e della stessa pattuglia della territoriale, che agì all’insaputa del nucleo speciale diretto dal generale Dalla Chiesa, già intervenuto nelle indagini il giorno precedente.
Una necessità che ha modellato i fatti a immagine e somiglianza delle aggravanti richieste per condurre l’azione penale. Da qui l’uso strumentale della prova storica, piegata alle bisogna del teorema accusatorio.

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Note

1. La scena del crimine fu ripulita dai bossoli della sparatoria. Al perito balistico vennero inviati i reperti in modo selettivo: furono sottratti i colpi rimasti nell’arma di Azzolini in modo lasciar credere che questi avese scaricato la sua pistola contro l’appuntato D’Alfonso. Scomparvero bossoli e ogive esplose dai carabinieri (salvo i cinque bossoli esplosi da D’Alfonso mentre la sua arma venne inizialmente sottratta dalla scena e riposta nel baule di una vettura dei CC) e non fu periziata l’arma dell’appuntato Barberis, che dichiarò di aver ucciso Margherita Cagol sia pur involontariamente. Circostanza che impedì di accertare le modalità esatte della uccisione della fondatrice delle Brigate rosse.

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«Gli anni 70? E’ ora di affidarli agli storici»

L’Intervista – Parla Marc Lazar che insieme a Marie-Anne Matard-Bonucci ha diretto, Il libro degli anni di piombo. Storia e memoria del terrorismo in italia, Rizzoli 2010


Paolo Persichetti
Liberazione 30 marzo 2011

La scuola di giornalismo della fondazione internazionale Lelio Basso ha promosso di recente un corso di approfondimento dal titolo, «Lo stragismo in Italia da piazza Fontana a via d’Amelio». Il ciclo di conferenze – hanno spiegato gli organizzatori – ha per obiettivo quello di analizzare «La violenza politica come nodo interpretativo della vicenda repubblicana». Tuttavia volgendo un rapido sguardo al programma si resta colpiti dalla singolare riduzione di significato attribuita alla nozione di “violenza politica”. Non vi è più traccia di legami con le dinamiche dell’azione collettiva e dei conflitti sociali, scompare l’analisi del contesto socio-economico, non si tengono nella dovuta considerazione le influenze di natura culturale e ideologica. Eppure, sarebbe bastato guardare alle ore di sciopero, al numero di manifestazioni e picchetti realizzati in alcuni passaggi salienti del dopoguerra italiano, rileggere giornali e riviste dell’epoca per capire il nesso profondo che lega l’emergere della violenza politica ai conflitti sociali.
Per la fondazione Basso, invece, tutto si riconduce al «fenomeno stragista sviluppatosi come “strategia della tensione” alla fine degli anni 60 e riemerso (caso unico in Europa) in tutta la sua drammaticità dopo la fine della guerra fredda ad inizio anni 90». Si ripropone, in sostanza, l’ennesima vulgata complottista e autoconsolatoria aggiornata agli attentati di mafia dei primi anni 90, al papello di Riina, alla trattativa tra Stato, nella veste del “signor Franco”, e Vito Giancimino per conto di Bernardo Provenzano, almeno stando alle ultime ricostruzioni fornite dal figlio di Giancimino, Massimo, prese sul serio dalla procura di Palermo ma non da quella di Caltanissetta. Una rappresentazione che pretende di racchiudere in un’unica trama criminale fatti lontani, diversi, opposti e conflittuali, per natura, cause, moventi e fenomenologia.
Di questa difficoltà a fare la storia degli anni 70 abbiamo parlato con Marc Lazar, professore di storia e sociologia a Sciences Po-Parigi e alla Luiss, che insieme a Marie-Anne Matard-Bonucci ha curato un interessante lavoro multidisciplinare sugli anni 70 pubblicato nel settembre scorso da Rizzoli: Il libro degli anni di piombo. Storia e memoria del terrorismo italiano (tradotto dall’edizione francese uscita presso l’editore parigino Autrement).

Nella introduzione affermate che «Gli storici studiano il terrorismo italiano da poco». Perché questo ritardo?
All’inizio ci sono state le investigazioni giornalistiche, con inchieste soprattutto interessate a cercare i legami con Kgb, Cia, insomma la cosiddetta “dietrologia”. Poi sono venute le commissioni parlamentari che hanno fatto un lavoro a volte abbastanza interessante. Ma è stato come se gli storici avessero delegato ai politici il proprio mestiere. Una supplenza pericolosa. Successivamente è arrivato il momento delle testimonianze con le autobiografie di alcuni militanti della lotta armata e di chi era sul fronte opposto. Da un po’ di tempo hanno preso la parola i figli delle vittime o degli attori: Calabresi, Tobagi, Rossa, e dall’altra parte Anna Negri. Credo che ora sia giunto il momento degli storici. Anche se non va dimenticato che già in passato ci sono stati lavori importanti che purtroppo sono rimasti confinati nel limbo dei pionieri. Oggi ho l’impressione che si stia aprendo una nuova fase. Sono colpito dalla presenza di giovani ricercatori italiani e francesi che si rivolgono a questo periodo con uno sguardo molto diverso dal nostro. Sicuramente chi ha partecipato a quegli anni proverà un grosso malessere di fronte all’impatto delle nuove ricostruzioni che forniranno questi giovani.


Perché ci sono voluti 40 anni?
Questo ritardo ha diverse spiegazioni: molte ferite sono ancora aperte, sia da parte dello Stato che di quelli che hanno fatto la scelta della lotta armata. Non dimentichiamo poi le vicende dell’estrema destra, lo stragismo. Il comportamento della giustizia ha mostrato l’esistenza di due pesi e due misure: molto più duro con la sinistra armata, meno con la destra stragista. C’è poi una grossa difficoltà ad accettare l’idea che negli anni 70 la violenza non sia rimasta limitata solo a piccoli gruppi. Al di là dei giudizi negativi che si possono dare, questa violenza politica esprimeva comunque qualcosa che era presente nella società. E’ stata uno specchio dell’Italia, una sorta di autobiografia del Paese. Questa constatazione ha suscitato reazioni molto dure, soprattutto a sinistra. Eppure La storia degli anni 70 non si può ridurre al peso, seppur importante, delle ideologie, o alla scelta strategica dell’uso della violenza da parte di alcuni gruppi. Si tratta di capire le ragioni profonde che hanno favorito quella parte di consenso raccolto dentro la società dalla minoranza armata. In fondo l’Italia è l’unico Paese europeo in cui si è verificato un periodo così lungo di conflitto violento e con dimensioni sociali tanto ampie. Per questa ragione diversi contributi presenti nel libro, come quello di Isabelle Sommier, cercano di ripensare il rapporto tra violenza sociale e politica non solo negli anni 60-70 ma anche in una prospettiva più lunga. La nostra ambizione era di fare una storia politica, sociale e culturale, mettendo assieme i vari aspetti.

Come spieghi questo perdurare delle teorie dietrologiche?
C’è una grande difficoltà a capire che una protesta sociale può avere un rapporto con la violenza e avere sbocchi politici. E’ un po’ la stessa incapacità a comprendere la natura del berlusconismo, il suo essere ormai un fenomeno sociale profondo e non il semplice risultato di una manipolazione dei media. Con questo lavoro abbiamo posto la prima pietra sulla necessità di fare storia dopo tanta dietrologia e letteratura scandalistica. Anche perché sono passati 30-40 anni e cominciano ad esserci un po’ di archivi disponibili. Non tutti sfortunatamente.

Questa presenza francese, prima con la dottrina Mitterrand ora con la scrittura della storia, non potrebbe suscitare qualche malumore?
Anche in Francia è accaduto qualcosa del genere con la storia di Vichy. Solo grazie al contributo dello storico americano Robert Paxton è stato possibile il rinnovamento completo dell’interpretazione storiografica di quel periodo. Forse un contributo straniero può essere utile quando c’è una situazione così intrecciata. La verità è che noi francesi ci siamo ritrovati dentro questa storia, siamo stati attraversati da queste vicende. Era quindi necessario tentare di andare oltre i malintesi franco-italiani. Nel volume diversi contributi spiegano come i francesi abbiano interpretato a caldo gli anni 70, sia sul piano politico che intellettuale. C’è un saggio di François Dosse su Gilles Deleuze e Felix Guattari che appoggiarono il movimento del ’77 e il convegno di Bologna contro la repressione. Abbiamo poi cercato di conoscere la visione dei giuristi francesi sullo stato di diritto in Italia e tentato di ricostruire la cosiddetta dottrina Mitterrand.

Cosa è emerso?
Mancano ancora gli archivi italiani e buona parte di quelli francesi, tuttavia possiamo dire che non si è trattato di una dottrina giuridica ma di una politica. A seconda delle fasi e dell’interlocutore che aveva davanti, Mitterrand ha assunto posizioni contraddittorie. Disse che la Francia avrebbe fornito protezione senza introdurre esclusioni tra i militanti italiani degli anni 70, se questi nel frattempo avessero abbandonato la violenza politica; in altre occasioni aggiunse che questa protezione non riguardava chi era accusato di crimini di sangue. All’inizio si sono manifestati contrasti nel governo. Alcuni avevano posizioni “più comprensive”, altri “più dure” perché temevano il possibile legame tra militanti italiani e componenti del terrorismo corso o basco. Circostanza che dimostra come la “dottrina Mitterrand” abbia preso le mosse da problemi di gestione dell’ordine pubblico interno prim’ancora che da questioni diplomatiche. La vera novità arriva tuttavia dalla scoperta del ruolo decisivo giocato dal presidente del consiglio Bettino Craxi che, come ha documentato Jean Musitelli che ha avuto a disposizione l’archivio Mitterrand, per ragioni di politica interna invitò in più occasioni Mitterand a tenersi i latitanti italiani.

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